un’altra foto che purtroppo è destinata ad indignarci ‘a rate’

Siria
la foto del bimbo nella valigia e l’indignazione a rate

BLOG di Shady Hamadi
Il bambino, mezzo addormentato, trasportato dal padre in una valigia, quasi fosse un abito, è la nuova immagine simbolo del conflitto in Siria. Uno scatto destinato a finire nel dimenticatoio nel giro di ventiquattro ore, facendo ripiombare il consueto silenzio sulla crisi siriana che è, probabilmente, la peggiore al livello umanitario dal secondo dopoguerra a oggi. Questa immagine, come molte altre che hanno fatto il giro del web, rappresenta la routine dell’indignazione a rate: viene pubblicata una foto anomale – come quella di Houda, la bambina che alza le braccia al cielo mentre il fotografo le sta per scattare una foto, pensando che la macchina fotografica sia una pistola o lo scatto del piccolo Aylan Kurdi, riverso deceduto in una spiaggia – milioni di persone la condividono, si scrivono articoli in cui si ricorda la tragedia del Paese mediorientale, si dibatte un po’ e finisce tutto – ancora una volta – nello sgabuzzino dei ricordi.
Il problema di questa indignazione a rate è serio perché si pensa di rispondere alla voce della propria coscienza, quella che ci dice di fare qualcosa, condividendo la foto o mettendo un like. Ma questa è una amara illusione che ci spinge a fuggire dalla responsabilità morale e dall’azione concreta. Quest’ultima significa appelli; raccolta firme e costruire un dialogo fra società civili. Proprio questo punto è forse il più importante: cosa vogliono i siriani? Cosa rappresenta per loro l’immagine di quel bambino? La risposta a questa ultima domanda può essere risolta in una parola: l’esilio, cioè la costrizione all’abbandono della propria casa o terra a causa di motivazioni politiche che portano alla violenza. Dovremmo essere indignati che nel 2018 ci siano ancora popoli costretti a diventare esuli. Allora, partendo da ciò, dobbiamo anche sapere che il bambino nella foto, se arriverà in Italia, non sarà parte di un invasione ma del nostro immobilismo

dopo mezzo secolo gli italiani rifanno la valigia per emigrare

 

“torna l’Italia con la valigia”

intervista a Giancarlo Perego direttore della ‘Migrantes’

a cura di Giacomo Galeazzi
in “La Stampa-Vatican Insider” del 7 ottobre2016Perego

«Si grida all’invasione dell’Italia e invece siamo un paese di emigranti»

 


lo afferma monsignor Giancarlo Perego direttore generale di Migrantes, la Fondazione della Cei che si occupa di immigrati, rifugiati e profughi, commentando con Vatican Insider il rapporto «Italiani nel mondo», presentato ieri dalla stessa Fondazione della Conferenza episcopale italiana.

Sono quasi 5 milioni gli italiani all’estero, circa 110mila se ne sono andati soltanto nell’ultimo anno; dal 2006 al 2016 la mobilità italiana è aumentata del 54,9% passando da poco più di 3 milioni di iscritti all’Aire (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) a oltre 4,8 milioni.

Entrano in Italia meno persone di quante se ne vanno. Cosa significa?

“È uno dei segnali più importanti e misconosciuti della crisi economica e sociale dell’Italia. Numericamente gli immigrati non sostituiscono gli emigranti. L’Italia non è più attrattiva. I mass media si occupano di quelli che arrivano, ma non di chi se ne va. C’è una drammatica perdita di attrazione dell’Italia, soprattutto verso le nuove generazioni. Lo dimostrano i dati. Se noi guardiamo ai numeri di questo rapporto, dietro i quali ci sono delle persone, ci accorgiamo che queste ultime hanno in comune innanzitutto l’età: per il 50% sono giovani, per il 20% anziani. Molti sono senza lavoro e vivono la solitudine del cammino. Provengono dal sud Italia, dal sud Europa, dal sud del mondo anche se sono in ascesa le partenze da Veneto e Lombardia».

Quali sono gli altri indicatori di questa diminuita attrattività dell’Italia?

«Da anni si registra un costante calo di studenti stranieri iscritti nelle università italiane. L’Italia è al penultimo posto in Europa. Peggio dell’Italia solo la Grecia. Nel dopoguerra cinque milioni di italiani sono emigrati in Germania, ma poi ne sono tornati quattro milioni e mezzo perché nell’Italia dei decenni successivi trovarono quelle nuove opportunità che invece mancano oggi. Senza queste opportunità chi se ne va oggi dall’Italia, non tornerà domani».

Millennials in fuga?

«Esiste un mondo giovanile in movimento da intercettare. La cittadinanza premia i giovani in cammino, che cercano opportunità lavorative. In Italia il 39,6% è disoccupato e le università italiane sono tra le ultime nelle classifiche europee». In che modo la politica può correre ai ripari? «Va cambiata politica economica e sociale. L’Italia di oggi soffre di emorragia di talenti: i giovani migliori e più preparati se ne vanno e il Paese è incapace ad attrarne di nuovi. Il 75% della popolazione è convinto che l’emigrazione giovanile sia solo un impoverimento per la cultura italiana e non piuttosto utile per il confronto con altre culture. Bisogna rileggere la geografia urbana, che sta cambiando. Occorre investire in innovazione e cultura per rendere attrattiva l’Italia rispetto all’estero».