il fondamentalismo è anche tra noi – intervista a Timothy Radcliffe

 “anche i populismi sono una forma di fondamentalismo”

 

intervista con il teologo e biblista Timothy Radcliffe
Timothy Radcliffe
Chi è attratto da un fondamentalismo non riesce a confrontarsi con la complessità della vita
È il pensiero di Timothy Radcliffe, teologo e biblista di Oxford, uno degli autori cattolici più letti al mondo, che al Salone internazionale del Libro di Torino ha riflettuto sul tema «Credere al tempo dei fondamentalismi», politici e religiosi. Tra i quali inserisce anche i populismi.

Padre, quali rischi portano?

«L’incapacità di dialogare con le persone che pensano in modo diverso. Questo può portare un individuo a rinchiudersi in una bolla mentale. E tutto ciò viene aggravato dai moderni mezzi di comunicazione: gli algoritmi ci spingono a essere in contatto con individui che condividono i nostri pregiudizi e paure».

Chi si fa attrarre?

«Coloro che hanno difficoltà a confrontarsi con le ambiguità, la ricchezza e la complessità della vita. E la crescita del populismo – che è una forma di fondamentalismo – attira chi si sente lasciato indietro».

Ci fa qualche esempio?

«Negli Usa a votare Trump sono state molte persone bianche escluse dalle élite che dominano la politica e i mass media. La stessa cosa è avvenuta con la Brexit in Gran Bretagna. I gilet gialli in Francia esprimono un desiderio di visibilità e dicono: “Guardatemi! Esisto!”. Questa rabbia di non essere presi in considerazione finisce con l’attirare anche i detenuti che si convertono all’islam e poi si arruolano nell’Isis».

Che ruolo ha il cristianesimo?

«Ha una risposta arguta e sottile al desiderio di identità, uno dei primi elementi efficaci del fondamentalismo. Se sei cattolico, sai chi sei. Appartieni a una comunità definita con le sue proprie tradizioni. Ma attenzione: ti viene anche insegnato che non sai pienamente chi sei. L’apostolo san Giovanni scrive: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”».

A livello laico quale atteggiamento serve?

«Riconoscere la rabbia e la frustrazione di chi si sente marginalizzato».

Basterebbe questo?

«No. Occorre anche smontare gli assunti di base di ogni forma di fondamentalismo, e avere la forza per sfidare ogni risposta populista alle sofferenze di chi è messo da parte».

Che cosa devono fare i cristiani?

«La Chiesa ha qualcosa di meraviglioso da offrire. Siamo parte di un’organizzazione locale, conosciamo il dolore della gente. Pensiamo a papa Francesco quando era arcivescovo di Buenos Aires: era immerso nella vita delle baraccopoli. Ma al contempo la Chiesa è anche l’istituzione più globale che esista, presente in ogni nazione. Per questo lo straniero è mio fratello. E Dio di solito visita le persone come uno straniero. Dobbiamo essere aperti alla presenza di Dio negli stranieri».

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione del 12 maggio 2019 del quotidiano La Stampa

il populismo ha la sua motivazione nell’ambito di una sinistra che non fa la sinistra

Habermas

il populismo cresce perché la sinistra non lotta più contro le diseguaglianze

la riflessione del filosofo tedesco

occorre dare una forma socialmente accettabile alla globalizzazione economica

Il filosofo tedesco Jurgen Habermas

il filosofo tedesco Jurgen Habermas

globalist 16 marzo 2017

Parole che andrebbero ascoltate e sulle quali meditare: “Come è stato possibile giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi?”. Un interrogativo posto dal filosofo tedesco Jurgen Habermas, in un’intervista a MicroMega: “Solo una marginalizzazione tematica potrebbe togliere l’acqua al mulino del populismo di destra”. “Ci si deve chiedere perché i partiti di sinistra non vogliano porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati”, ha affermato Habermas, secondo il quale “l’unica alternativa ragionevole” allo status quo del “capitalismo finanziario selvaggio” e al nazionalismo “è una cooperazione sovranazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica. L’Unione europea una volta mirava a questo, l’Unione politica europea potrebbe ancora esserlo”.

“I partiti che riservano attenzione al populismo di destra, piuttosto che disprezzarlo, non possono aspettarsi poi che sia la società civile a mettere al bando slogan e violenze di destra”, afferma. Nella sua analisi, si sofferma su quello che definisce “l’egomane Trump”, che “con la sua disastrosa campagna elettorale” ha portato alle estreme conseguenze “una polarizzazione che i repubblicani, a tavolino e in modo sempre più sfacciato, hanno alimentato fin dagli anni Novanta; lo ha fatto però in una forma tale da far sì che questo stesso movimento alla fine sfuggisse totalmente di mano al Grand Old Party, che è pur sempre il partito di Abraham Lincoln. Questa mobilitazione del risentimento ha espresso anche le tensioni sociali che attraversano una superpotenza politicamente ed economicamente in declino”.

i danni europei provocati dal pensare che la distinzione tra destra e sinistra sia superata

la maschera fascista dell’Europa

di Nadia Urbinati
in “la Repubblica” del 17 ottobre 2017

 

Dopo le elezioni tedesche, anche quelle austriache confermano le trasformazioni politiche in corso nel vecchio continente, la cui faccia sta decisamente prendendo una fisionomia di destra, e perfino nazi-fascista. Il populismo è lo stile e la strategia che le vecchie idee di destra (il razzismo, l’intolleranza, l’ideologia identitaria nazionalista, il mito maggioritarista e anti-egualitario) adottano per conquistare gli elettori moderati. I partiti di destra sono quelli che meglio usano questa strategia; ne hanno anzi bisogno per uscire dall’isolamento nel quale l’ideologia socialdemocratica li aveva condannati per decenni. Sebastian Kurz, alla guida del partito dei popolari, ha trasformato il suo partito in un movimento elastico, aggressivo sui social, attento all’immagine e capace di usare gli argomenti giusti: la paura dell’immigrazione, la preoccupazione per la precarietà occupazionale, l’erosione del benessere. L’Austria è tra i Paesi più ricchi d’Europa e con una popolazione residente straniera che sfiora il 15%. La campagna elettorale di Kurz è stata radicalmente personalistica (il suo nome ha dato il nome alla lista) e ossessivamente imbastita sulla paura, tanto da fare apparire l’Austria come un Paese straniero agli austriaci, sul baratro economico e con il rischio di avere una maggioranza religiosa islamica. La personalizzazione e la radicalizzazione del messaggio hanno fatto volare il suo partito. Altrettanto vincente la strategia del partito di estrema destra neo-nazista, detto della libertà, guidato da Heinz-Christian Strache che potrebbe essere alleato del partito di Kurz. La ricetta per il governo del Paese di questa ipotetica coalizione è un misto di protezionismo e liberismo: chiusura delle frontiere agli immigrati, difesa dell’identità culturale cattolica, sicurezza e taglio delle tasse. Liberisti e nazionalisti alleati. Il restyling dei due partiti di destra ha pagato, smussando il messaggio nazista e islamofobico e insistendo su una strategia che da qualche anno sta facendo proseliti a destra. La critica alla tecnocrazia di Bruxelles non porta più alla proposta di uscire dall’Unione. L’Europa va conquistata, non lasciata. Il populismo transnazionale di destra non propone il ritorno agli stati nazionali indipendenti, non ha nostalgie per un’Europa pre-Trattato di Roma. Comprende l’utilità dell’Unione e vuole però guidarla in conformità a quella che il leader ungherese Viktor Orbán (il primo ad aver lanciato la proposta di una destra populista transnazionale) ha definito come l’identità spirituale del continente: la cristianità. La secolarizzazione, soprattutto nella parte occidentale del continente, è un fatto difficilmente negabile. E quindi l’apppello alla cristianità ha poco a che fare con la spiritualità religiosa e molto con l’identità nazionale. Il populismo di destra è oggi un progetto identitario transnazionale. La storia del populismo è innestata nella storia della democrazia; una competizione con la democrazia costituzionale sulla rappresentanza e la rappresentazione del popolo, che nei Paesi europei è in effetti la nazione. La tendenza a identificare il popolo con un’entità organica omogenea è il motore che muove questa potente interpretazione della sovranità come sovranità di una parte, maggioritaria, contro un’altra, per umiliare l’opposizione e soprattutto le minoranze culturali. Le democrazie del dopoguerra hanno neutralizzato questa tendenza olistica articolando la cittadinanza nei partiti politici. E il dualismo destra/sinistra è stato un baluardo di protezione della battaglia politica dalle pulsioni identitarie, nazionaliste e fasciste. La fine di questa distinzione è oggi il problema; essa è stata favorita dalla sinistra stessa che, nel solco del blarismo ha sostenuto la desiderabilità di andare oltre la divisione destra/sinistra. Una iattura che ha preparato il terreno alla destra. L’uso di strategie comunicative populiste si dimostra vincente anche perché l’audience è informe e con deboli distinzioni idelogiche; facile da conquistare con messaggi generici, gentisti diremmo, ovvero basati sul buon senso e capaci di arrivare a tutti indistintamente. La caduta di partecipazione elettorale, che l’erosione della distinzione destra/ sinistra ha portato con sé, è un segnale preoccupante di cui purtroppo quel che resta della sinistra non si avvede. L’esercito elettorale di riserva è pronto, depoliticizzato abbastanza da essere catturato da messaggi populisti di destra, generici, e molto semplici.

Il caso austriaco, come quello tedesco di poche settimane fa, è quasi da manuale nel dimostrare quanto danno abbia fatto alla democrazia la convinzione che destra e sinistra appartengano al passato. Di questa insana idea si approfitta la destra, che da parte sua non ha mai messo quella distinzione in soffitta

la battaglia contro il populismo si vince solo ripartendo dagli ultimi

Jürgen Habermas

“il populismo? si vince tornando vicino agli ultimi”

Il filosofo tedesco intervistato su “MicroMega” invita la sinistra europea a ripartire riscoprendo le battaglie delle origini

 

Dopo il 1989 si è parlato di una “fine della storia” nella democrazia e nell’economia di mercato, oggi assistiamo a un nuovo fenomeno: l’emergere – da Putin ed Erdogan fino a Donald Trump – di forme di leadership populiste e autoritarie. È ormai evidente che una nuova “internazionale autoritaria” riesce a determinare sempre di più il discorso pubblico.

Aveva ragione allora il suo coetaneo Ralf Dahrendorf quando prevedeva un XXI secolo sotto il segno dell’autoritarismo? Si può o si deve già parlare di una svolta dei tempi?

“Quando, dopo la svolta dell’89-90, Fukuyama riprese lo slogan della “po – Dst-storia” – che originariamente era legato a un feroce conservatorismo – questa sua reinterpretazione del concetto dava espressione al miope trionfalismo di élite occidentali che si affidavano alla fede liberale nell’armonia prestabilita tra democrazia ed economia di mercato. Questi due elementi plasmano la dinamica della modernizzazione sociale, ma sono connessi a imperativi funzionali che tendono continuamente a entrare in conflitto. Solo grazie a uno Stato democratico degno di questo nome è stato possibile conseguire un equilibrio tra crescita capitalistica e partecipazione della popolazione alla crescita media di economie altamente produttive: una partecipazione, questa, che veniva accettata, anche se solo in parte, in quanto socialmente equa. Storicamente, tuttavia, questo bilanciamento, che solo può giustificare il nome di “democrazia capitalistica”, è stato più l’eccezione che la regola. Già solo per questo si capisce come l’idea che il “sogno americano” si potesse consolidare su scala globale non fosse che un’illusione. Oggi destano preoccupazione il nuovo disordine mondiale e l’impotenza degli Stati Uniti e dell’Europa di fronte ai crescenti conflitti internazionali, e logorano i nostri nervi la catastrofe umanitaria in Siria o nel Sudan del Sud e gli atti terroristici di matrice islamista. E tuttavia, nella costellazione evocata nella domanda, non riesco a scorgere una tendenza unitaria diretta verso un nuovo autoritarismo: solo diverse cause strutturali e molte casualità. L’elemento unificante è il nazionalismo, che nel frattempo però abbiamo anche a casa nostra. Anche prima di Putin ed Erdogan, la Russia e la Turchia non erano certo “democrazie ineccepibili”. Con una politica occidentale solo un po’ più accorta forse avremmo potuto impostare relazioni diverse con questi paesi: saremmo forse riusciti a rafforzare anche le forze liberali presenti nelle popolazioni di questi paesi”.

Non si sopravvalutano così retrospettivamente le possibilità che erano in mano all’Occidente?

“Chiaramente per l’Occidente, già solo a causa dei suoi interessi divergenti, non era facile confrontarsi, in modo razionale e nel momento opportuno, con le pretese geopolitiche della retrocessa superpotenza russa oppure con le aspettative di politica europea dell’irascibile governo turco. Molto diversa è invece la situazione per quanto riguarda l’egomane Trump, un caso significativo per l’intero Occidente. Con la sua disastrosa campagna elettorale Trump ha portato alle estreme conseguenze una polarizzazione che i repubblicani, a tavolino e in modo sempre più sfacciato, hanno alimentato fin dagli anni Novanta; lo ha fatto però in una forma tale da far sì che questo stesso movimento alla fine sfuggisse totalmente di mano al Grand Old Party, che è pur sempre il partito di Abraham Lincoln. Questa mobilitazione del risentimento ha espresso anche le tensioni sociali che attraversano una superpotenza politicamente ed economicamente in declino. Ciò che trovo inquietante, quindi, non è tanto il nuovo modello di un’internazionale autoritaria, a cui si faceva riferimento nella domanda, quanto la destabilizzazione politica in tutti i nostri paesi occidentali. Nel valutare il passo indietro degli Stati Uniti dal ruolo di gendarmi globali sempre pronti a intervenire, non dobbiamo perdere di vista qual è il contesto strutturale in cui ciò avviene, contesto che concerne anche l’Europa. La globalizzazione economica, messa in moto negli anni Settanta da Washington con la sua agenda politica neoliberista, ha avuto come conseguenza un declino relativo dell’Occidente su scala globale rispetto alla Cina e agli altri paesi Brics in ascesa. Le nostre società devono elaborare la percezione di questo declino globale e insieme a ciò la complessi- tà sempre più esplosiva della nostra vita quotidiana, connessa agli sviluppi tecnologici. Le reazioni nazionalistiche si rafforzano negli strati sociali che non traggono alcun beneficio – o non ne traggono abbastanza – dall’aumento del benessere medio delle nostre economie”.

Stiamo assistendo a una sorta di processo di irrazionalizzazione politica dell’Occidente? C’è una parte della sinistra che ormai si professa a favore di un populismo di sinistra come reazione al populismo di destra.

“Prima di reagire in modo puramente tattico bisogna sciogliere un enigma: come è stato possibile giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi?”.

Quale dovrebbe essere allora la risposta di sinistra alla sfida della destra?

“Ci si deve chiedere perché i partiti di sinistra non vogliono porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati. A mio avviso, infatti, l’unica alternativa ragionevole tanto allo status quo del capitalismo finanziario selvaggio quanto al programma del recupero di una presunta sovranità dello Stato nazionale, che in realtà è già erosa da tempo, è una cooperazione sovranazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica. L’Unione europea una volta mirava a questo – l’Unione politica europea potrebbe ancora esserlo”.

Oggi tuttavia sembra essere persino peggio del populismo di destra in sé il “pericolo di contagio” del populismo nel sistema dei partiti tradizionali, in tutta Europa.

“L’errore dei vecchi partiti consiste nel riconoscere il fronte che definisce il populismo di destra: ossia “Noi” contro il sistema. Solo una marginalizzazione tematica potrebbe togliere l’acqua al mulino del populismo di destra. Si dovrebbero quindi rendere di nuovo riconoscibili le opposizioni politiche, nonché la contrapposizione tra il cosmopolitismo di sinistra – “liberale” in senso culturale e politico – e il tanfo etnonazionalistico della critica di destra alla globalizzazione. In breve: la polarizzazione politica dovrebbe cristallizzarsi di nuovo tra i vecchi partiti attorno a opposizioni reali. I partiti che riservano attenzione al populismo di destra, piuttosto che disprezzarlo,  non possono aspettarsi poi che sia la società civile a mettere al bando slogan e violenze di destra”.

le iniziative di papa Francesco per fermare le destre populiste

la “lega” di Bergoglio

per fermare le destre populiste Francesco raduna i sindaci progressisti e “trasgressivi” d’Europa

rinasce mille anni dopo l’alleanza tra Comuni e Chiesa

di Pietro Schiavazzi
in “l’Huffington Post” del 12 dicembre 2016

Mentre i riflettori erano puntati sul Quirinale per le “consultazioni”, sul colle del Vaticano andava in scena un “consulto”, trascurato dai media ma destinato a lasciare un’impronta ben più incisiva nel futuro d’Europa: un’assemblea di 80 sindaci dalla A alla Z, da Amsterdam a Zurigo, che ha tolto il sonno per due giorni ai rispettivi ambasciatori, offrendo al mondo una immagine inedita, eversiva dei giardini papali, quale incantevole zona franca, dove tra le fronde si agita, e si organizza, la fronda nei confronti dell’Unione. Motivo che deve avere consigliato a Bergoglio – “forse qualcosa gli ha complicato la vita”, nelle parole del vescovo Sánchez Sorondo, regista dell’iniziativa – di non intervenire personalmente al raduno, che a tutti gli effetti configurava un parterre di voci libere sì ma pur sempre istituzionali, quindi autorevoli e alternative alle determinazioni dei governi centrali: quello che tecnicamente si chiama, senza se e senza ma, un incidente diplomatico. Ma ormai la frittata era fatta, e voluta, essendo stato il Pontefice a convocarli. Del resto l’Europa nasce così, dalle città e dalle cattedrali che si coalizzano in contrapposizione all’impero.

Dall’alleanza tra Chiesa e Comuni, che dieci secoli fa la fece uscire dal Medioevo e oggi cerca di scongiurarne il ritorno. “Le città che rappresentiamo esistevano prima degli stati”, esordisce il testo del Final Statement, mirando al sodo, con l’apertura di corridoi umanitari, sicuri, per coloro che fuggono dall’inferno dei vivi, e la chiusura dei paradisi fiscali, subito, per quanti si sottraggono al dovere di cittadini.

Davanti allo tsunami migratorio e all’onda elettorale che si alza, di rimbalzo, a sommergere il paesaggio politico, il pescatore di uomini ha gettato la rete, in sordina, e tirato a riva un embrione di classe dirigente, nella incubatrice cinquecentesca della Casina Pio IV, sede del summit, ospitato da Francesco tra specchi e stucchi, rinfreschi e affreschi, ninfei e fontane. Rifugio dorato e ultima spiaggia dell’umanesimo europeo, mentre il Mar Rosso dei sondaggi minaccia di chiudersi, una volta per tutte, sui governanti dell’Unione che fu. “Al giorno d’oggi mancano leader. L’Europa ha bisogno di leader, leader che vadano avanti…”, aveva detto il Papa in una intervista della vigilia, lanciando la campagna di reclutamento

. Così, nel recinto delle mura leonine, si sono materializzati all’istante i volti, stravolti, del socialismo e del liberalismo, segnati, scavati dall’Annus Horribilis 2016 e dal semestre, peggiore ancora, che va dal ritiro del Regno Unito dalla UE alla ritirata di Hollande dall’Eliseo, dal trionfo miliardario di Trump al tonfo referendario di Renzi. Al fine di arrestare il processo di decomposizione del fronte progressista e l’avanzata irrefrenabile dei movimenti populisti, che si stagliano vincenti all’orizzonte, la “lega” o “accozzaglia” di Bergoglio – per dirla con un recente neologismo – ha pescato in tutte le anime, moderne e antiche, del riformismo, declinandone i nomi al femminile e coniugandone i verbi, anche se irregolari. O trasgressivi. Come nel caso delle tre principali agit-prop del meeting, le sindache di Barcellona, Madrid e Parigi: la no-global anti-sfratti e anti-mutui Ada Colau, la giudice comunista, sostenuta da Podemos, Manuela Carmena e l’atea inveterata, volteriana, ispettrice del lavoro Anne Hidalgo. Ad esse si aggiungono, tra le altre, la banchiera liberal Hanna Beata Gronkeiwicz-Walz, da Varsavia, spina nel fianco dell’episcopato polacco per la sua linea dura nei confronti dei medici obiettori, e la cantante rock Corine Mauch, da Zurigo, prima donna gay a governare un grande città d’Europa. Una task-force di “pasionarie” che a breve potrebbe ritrovarsi, paradossalmente quanto  inopinatamente, a testimoniare l’esistenza, e la resistenza, dei valori cristiani nelle istituzioni del continente: l’opposizione di Sua Santità, in luogo di quella di Sua Maestà. Una sequenza di ritratti che, venendo alla sezione italiana della gallery, ha offerto un quadro altrettanto variegato della “sinistra”: quella nordica, espositiva e tecnocratica di Giuseppe Sala e quella orobica, televisiva e aristocratica di Giorgio Gori; quella rivoluzionaria, vesuviana, in focosa eruzione di Antonio De Magistris e quella universitaria, palermitana, in pensosa meditazione di Leoluca Orlando. Quella fiorentina, già finita, di Dario Nardella e quella capitolina, indefinita, di Virginia Raggi. Quella isolata, alla parmigiana di Federico Pizzarotti e quella isolana, lampedusana di Giusi Nicolini. Un cast di personaggi in cerca di autore, dal momento che il vecchio copione europeista del federalismo non tiene più e ha cessato da tempo di appassionare il pubblico, anzi lo spaventa non meno del finale di un film horror, al solo pensiero di una integrazione ancora più stretta. Per questo Bergoglio ha mollato gli ormeggi e varato una nuova proposta, operando uno strappo storico rispetto ai padri fondatori, da De Gasperi a Schuman, e agli stessi pontefici suoi predecessori, Wojtyla e Ratzinger, che avevano fatto dell’unità politica dell’Europa un dogma, una meta obbligata e un precetto accessorio del magistero. “Sana disunione” è la parola d’ordine, pronunciata in volo e al volo, conversando sull’aereo con i giornalisti e slacciando le cinture, all’indomani del referendum d’oltremanica. E ufficializzata, solennizzata nel convegno dei sindaci da Monsignor Sánchez Sorondo: “Non bisogna sanzionare la Gran Bretagna per la sua uscita dall’Unione Europea…Ciò significa pensare a una forma di Unione più creativa e feconda, finanche a una sana disunione”. Agli occhi di Bergoglio, la Brexit ha segnato una svolta irreversibile. Il monito a non penalizzare Londra, rivolto perentorio a Bruxelles, non costituisce solo un riconoscimento dei motivi congiunturali che hanno indotto gli inglesi a votare “Leave”, bensì scaturisce da un esame di coscienza strutturale: dalla necessità cioè di non ripetere uno storico, tragico errore, del quale i successori di Pietro fecero esperienza in prima persona, cinquecento anni fa, con esiti devastanti e tuttora insoluti. Una prospettiva che a Francesco deve avere ricordato lo scisma di Enrico VIII. Un contenzioso disciplinare sull’autorità sfuggito di mano e degenerato in eresia dottrinale sulla verità. Quello che potrebbe accadere adesso, rimettendo in discussione il movente comunitario e precipitando il continente indietro nel tempo, ai nazionalismi d’inizio Novecento: il modo peggiore per un Papa di celebrare il sessantesimo dei Trattati di Roma, il prossimo 25 marzo, in coincidenza con la festa dell’Annunciazione, benedicendo l’Unione mentre i popoli la maledicono. Di fronte al rischio di un divorzio, Bergoglio ammette dunque la nullità del primo matrimonio federalista, per vizio di forma e di consenso. Optando per l’Europa delle patrie al posto degli Stati Uniti d’Europa. Evidenziando i tratti nazionali anziché attenuandoli. E passando, sul piano del disegno costituzionale, al modello confederativo, più somigliante al Sud che al Nord America, come già scrivemmo in giugno. Al manifesto unionista di “Ventotene”, di Altiero Spinelli, subentra quello “confederato” e sudista di Lampedusa, quale frutto del connubio tra il Vaticano e le sindache. “Europa, i rifugiati sono nostri fratelli”: uno slogan che di questi tempi voterebbe al suicidio elettorale ogni forza politica se contestualmente non fosse accompagnato dalla constatazione che la UE, da sola, non può farcela e di conseguenza non indicasse:

a) la valvola di sicurezza di corridoi umanitari verso nazioni più capienti (l’Argentina, l’Australia, il Canada);

b) un piano Marshall a sostegno delle popolazioni allo stremo, d’Africa, Centroamerica e Medio Oriente, quale unica via d’uscita da una situazione insostenibile.

“Innalzare altri muri non fermerà i milioni di migranti in fuga…Solo la cooperazione internazionale per il raggiungimento della giustizia sociale può essere la soluzione.”

Urbi et Orbi: dalle città direttamente al mondo. Dall’incidente diplomatico al network politico. Senza la mediazione degli stati, di cui Francesco in fondo diffida, considerandoli autoreferenziali, malati di burocrazia, distanti dai problemi della gente. In tale cornice il summit dei sindaci  costituisce una sorta di Pontida del XXI secolo, dove Bergoglio, sulla scia di Alessandro III, ha provato a riappropriarsi del “leghismo”, convertendolo da localista in glocal, da fenomeno di egoismo sociale a sinonimo di solidarismo universale. Una lega delle città che nasce in Vaticano e che nella liaison con le Giovanne d’Arco, laicissime, di Parigi, Madrid e Barcellona non rinnova, sicuramente, il suo credo cattolico, ma ritrova, verosimilmente, il vessillo e sigillo papista.

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