il silenzio intollerabile e la parola forte di A. Zanotelli

non possiamo restare in silenzio

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di Alex Zanotelli

L’anno 2016 ha visto trionfare la normalità della guerra, la Terza Guerra mondiale a pezzetti, come la chiama papa Francesco, una guerra spaventosa che ha il suo epicentro in Medio Oriente e ha mostrato tutta la sua ferocia, disumanità e orrore nell’assedio della città martire, Aleppo. Una guerra che attraversa anche l’intera zona saheliana dell’Africa, dalla Somalia al Sudan (Darfur e Montagne Nuba), dal Sud Sudan al Centrafrica, dalla Nigeria (Nord) alla Libia, dal Mali al Gambia. Senza dimenticare i massacri nel cuore dell’Africa, in Burundi e Congo. Siamo davanti a desolanti scenari di guerra che si estendono dallo Yemen all’Afghanistan, guerre combattute con armi sempre più sofisticate e a pagarne le spese sono sempre più i civili.

“Come è possibile questo? – si chiede papa Francesco – È possibile perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi che sembra essere tanto importante.”

È l’industria delle armi, fiorentissima oggi, a gioire di tutto questo. Secondo i dati dell’ Istituto Internazionale di Ricerca sulla pace, Sipri, a livello mondiale, investiamo quasi 5 miliardi di dollari al giorno in armi. A livello italiano, secondo l’istituto, ne spendiamo 64 milioni di euro al giorno. È un’industria fiorente quella italiana delle armi che esportiamo e vendiamo in tutto il mondo. In questo periodo abbiamo venduto bombe all’Arabia Saudita e al Qatar, che poi le hanno date a gruppi armati legati a Al-Qaeda come a Jabhat al–Nusra in Siria. E tutto questo nonostante la legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra e a paesi dove vengono violati i diritti umani. L’Italia ha esportato armi nel 2015 per un valore di oltre 7 miliardi di euro a tanti paesi che sono o in guerra o dove sono violati i diritti umani. Ma come fanno i nostri governi a parlare di legalità, quando agiscono in maniera così illegale? E’ la grande Bugia. “La violenza esiste solo con l’aiuto della Bugia”, diceva Don Berrigan, il gesuita nonviolento americano scomparso lo scorso anno. E’ passato il tempo in cui i buoni possono rimanere in silenzio.”

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Ed è proprio questo quello che mi sconcerta di più: il silenzio del movimento per la pace davanti a questi scenari di guerra. Non lo posso accettare. Dobbiamo scendere in piazza, urlare, gridare, protestare. Forse non riusciamo a parlare perché il movimento è frammentato. Allora mettiamoci insieme. La situazione è troppo grave. Per questo dobbiamo avere il coraggio di violare la legge, di farci arrestare, di andare in prigione. Questo sarebbe il dovere prima di tutto dei religiosi, dei preti, delle suore come i fratelli Berrigan e le suore domenicane negli Usa che si sono fatti anni di carcere nel loro impegno contro la ‘Bomba’.

E come cristiano mi fa ancora più male il silenzio dell’episcopato italiano e di larga parte delle comunità cristiane. Per fortuna c’è papa Francesco che parla chiaro. Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 Gennaio 2017) afferma che “essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza”. E prosegue:”La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati così importanti. I successi ottenuti da Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King contro la discriminazione razziale…”. Papa Francesco invita le comunità cristiane a perseguire questa strada della nonviolenza attiva, come la strada obbligata per i seguaci di Gesù. “Dite al mondo che non esiste più una guerra giusta – ha detto una suora domenicana irachena, Nazik Matty, durante il convegno sulla guerra e nonviolenza, promosso in Vaticano da Bergoglio – Lo dico da figlia della guerra”.

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Papa Francesco forse presto ci regalerà un’enciclica che potrebbe mettere la parola fine alla teologia della guerra giusta e indicare la nonviolenza attiva come la strada inventata da Gesù. È la strada che le comunità cristiane devono imboccare con lo stesso coraggio che hanno avuto Gandhi, Martin Luther King, Don Berrigan, Don Milani… Ma queste comunità dovranno avere la capacità di unirsi a tutte le altre realtà nonviolente creando un grande movimento popolare per la pace. Ma per arrivare a questo dobbiamo tutti essere disposti a pagare un alto prezzo. “Noi urliamo pace, pace, ma non c’è pace – diceva Don Berrigan – Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace. Non ci sono costruttori di pace perché fare pace è altrettanto costoso quanto fare guerra, almeno altrettanto esigente perché si paga con la prigione e la morte”.

A tutti i costruttori di Pace, l’augurio di cuore di un Buon anno, carico di frutti di pace.

morto l’inventore della bandiera ‘bandiera arcobaleno’ del pacifismo

morto a Milano il poeta Tonino Milite

tempi brutti per il pacifismo

 

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facile bersaglio


NONVIOLENZA
 

presidente nazionale del Movimento Nonviolento

Valpiana

uno degli effetti collaterali dell’allarme terrorismo, è certamente la bocciatura definitiva del pacifismo da parte di una fetta consistente dell’opinione pubblica. Se ne è fatto portavoce l’editorialista Antonio Polito: con i terroristi non si può dialogare, ci vogliono le armi.
non voglio fare il difensore d’ufficio, poiché è del tutto evidente che un certo pacifismo che si limita a sventolare bandiere arcobaleno e a convocare marce periodiche, rituali, sempre uguali a se stesse, è del tutto superato. Lo abbiamo detto noi stessi già qualche decennio fa, a partire da un convegno dal titolo esplicativo “Crescere dal pacifismo alla nonviolenza” .
che differenza c’è tra pacifismo e nonviolenza? La stessa che c’è tra chi ha paura di morire, e chi ha paura di uccidere: volere la pace (nel senso di voler essere lasciati in pace), o cercare la pace (nel senso di costruirla insieme agli altri). Il dibattito non è nuovo. Lo affrontarono già Gandhi, che distingueva tra nonviolenza del debole e nonviolenza del forte, e Aldo Capitini, che differenziava il “pacifismo relativo” dal “pacifismo integrale”. La nonviolenza dunque è una forza costruttiva per opporsi alla distruttività della guerra.

Il centro di questa discussione sta proprio nei due termini “guerra” e “forza”. Essere contro la guerra non significa escludere la forza. Infatti, la nonviolenza si basa proprio sull’uso della forza per combattere la violenza: la verità contro la menzogna, la legge dell’amore contro la legge della giungla. Se la nonviolenza assoluta non è ancora possibile, diceva Gandhi, cerchiamo almeno di raggiungere il minor grado possibile di violenza; e faceva l’esempio, attualissimo, di un cecchino che spara sulla folla. Per fermarlo (se necessario, abbatterlo) bisogna usare una forza che servirà ad evitare una violenza maggiore.

La nonviolenza insiste su due punti chiave: la correlazione tra mezzi e fini e l’efficacia dell’azione. Nel caso dei bombardamenti in Siria non si realizza nessuna delle due condizioni. Le bombe non fermano Daesh (anzi enfatizzano il fanatismo dello Stato Islamico) e colpiscono anche la popolazione civile innocente. La prova è nei fatti: dall’inizio della guerra con l’intervento in Iraq nel 2003, il terrorismo internazionale è aumentato. Perciò il mezzo-guerra non ottiene il fine-pace, e dunque non è efficace.

Le vicende in atto, quanto accaduto in Iraq, in Libia, e ora in Siria con l’avanzata di Isis, sono ben più complesse di un manicheo “o con le bombe o con i terroristi”. Certo, la neutralità o l’ignavia in questo caso sarebbero peccati di omissione, perché lascerebbero popolazioni intere come gli yazidi o i curdi alla mercé dell’esercito di un criminale come il sedicente Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, e dunque bisogna intervenire. Ma bisogna intervenire con strumenti che possano davvero fermare gli assassini, senza creare nuovi assassini.

La domanda di oggi è: bombardare Raqqa in Siria, serve a fermare i terroristi che tengono in scacco Parigi in Europa? La risposta è no. Da nonviolento, invece, sono favorevole ai bombardamenti sui pozzi di petrolio nei territori conquistati da Daesh, per tranciare la fonte di finanziamento del terrorismo: un sabotaggio. Non sarebbe una guerra, ma un’operazione militare, da fare sotto egida Onu, mirata a danneggiare economicamente i fuori legge, senza mirare a stroncare vite umane innocenti. Eppure in questi anni si è scelta una strategia diversa, con i bombardamenti sulle città. E nonostante tutta la potenza di fuoco a disposizione (America, Russia, Europa insieme) non si riesce a farla finita con qualche decina di migliaia di tagliagole. Come mai?

La convulsione storica che stiamo vivendo non è scoppiata improvvisamente, come un terremoto, ma è cresciuta per decenni, nei quali nulla si è fatto per evitarne l’esplosione, né per preparare una valida alternativa. È come trovarsi davanti ad un incendio devastatore senza aver mai fatto prevenzione e senza avere in mano neppure un secchio d’acqua per spegnerlo. Che si potrebbe fare? Nulla. Oggi le proposte della nonviolenza sembrano solo teoriche, perché per anni, per decenni, non hanno ottenuto nessun credito. Tutte le energie, tutti i finanziamenti, tutta la politica è stata indirizzata a preparare esclusivamente la macchina bellica, che infatti oggi è pronta e aggressiva, con portaerei, bombe, truppe, elicotteri, carri armati; tutto ben organizzato, costruito e finanziato in anni e anni. Ma non funziona! E dopo aver speso migliaia di miliardi nell’apparato tecnico-scientifico-militare e non aver mai investito nemmeno un euro nella preparazione nonviolenta, come si può chiedere agli amici della nonviolenza una possibile soluzione della tragedia in corso?

Come nonviolenti sappiamo ben vedere la differenza che c’è tra la guerra e un intervento armato, tra l’esercito e la polizia. Da anni siamo impegnati nella ricerca per la soluzione nonviolenta dei conflitti, sosteniamo il Tribunale Internazionale davanti al quale bisogna portare Bush, Blair e al-Baghdadi per crimini contro l’umanità, lavoriamo per l’istituzione di Corpi Civili di Pace, chiediamo di investire in intelligence, in diplomazia e favoriamo processi di pacificazione, riconciliazione, convivenza. Da sempre vogliamo la diminuzione dei bilanci militari e il sostegno finanziario alla creazione della Polizia Internazionale, che intervenga nei conflitti a tutela della parti lese, per disarmare l’aggressore. Contemporaneamente al sostegno di questi progetti, lavoriamo contro la preparazione della guerra, che è una forma di terrorismo su larga scala, per bloccare il commercio di armi e smantellare gli arsenali. È un lavoro, indispensabile e ineludibile, di prevenzione.

Mentana provoca il pacifismo: dove siete?

 

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Mentana :

“10 anni fa, piazze piene per l’Iraq. Oggi, per la Siria, solo San Pietro. Pacifisti, dove siete?

Può il papa fermare la guerra? Può la religione costruire la pace? Perché in Italia il monopolio della protesta contro le armi è passato ai cattolici? Domande pesanti. Intanto la religione, anzi le religioni. Scusate se parto da lontanissimo, da Abramo. La stragrande maggioranza di voi è di formazione cattolica, e Abramo l’ha conosciuto nell’ora di religione, o a catechismo. “Il primo patriarca cristiano”. Ma provate a chiedere chi sia Abramo per ciascuno del milione di musulmani presenti in Italia: “Il primo patriarca islamico”, risponderebbe sicuro uno dei tanti Ibrahim, che poi è la versione araba del nome Abramo. Se poi conoscete uno delle poche decine di migliaia di ebrei italiani saprete che per loro Abramo, “il primo patriarca israelita”, è stato il primo uomo sulla terra ad essere chiamato ebreo.

Le tre grandi religioni monoteiste, in nome delle quali si è combattuta la maggior parte delle guerre della storia, sono strettamente connesse da una comune sorgente e da mille intrecci virtuosi o sanguinosi, lungo l’arco che va da Ur dei Caldei (città natale di Abramo, a un pugno di chilometri da quella Nassiriya in cui dieci anni fa 19 italiani venero uccisi da un attentato) fino all’Egitto di Mosè, massimo profeta cristiano, ebraico e musulmano, quell’Egitto che ancor oggi vive nuove piaghe, anche nello scontro tra islamici e cristiani copti. In mezzo, come sempre, Gerusalemme, Israele. E la Siria, sull’orlo del baratro. La storia, il mito, il sacro si concentrano tutti lungo quei duemila chilometri tra il Nilo, il Giordano e l’Eufrate.

E’ questo l’intrico (non dico la Babele, perché anche quel luogo entra nella storia condivisa e contesa) che rende le tensioni mediorientali sempre diverse da tutte le altre vicende mondiali. E’ la miscela di presente, passato ed eterno che muove e paralizza masse e regnanti, fedeli e laici. Se non si ha presente tutto questo non si comprendono appieno l’ansia di questi giorni, le incertezze di Obama, il travaglio dell’Europa e soprattutto il ruolo forte che può giocare – a differenza di quanto accaduto in altre crisi planetarie del passato – il pacifismo religioso. Con le armi di dissuasione più antiche, la veglia, la preghiera, il digiuno, papa Francesco è riuscito a intercettare un desiderio di pace ma anche di spiritualità in antinomia alla guerra.

Principalmente il ricorso al digiuno, che ha un ruolo purificatore negli altri due monoteismi: il Ramadan islamico, un intero mese di astensione diurna totale, si è da poco concluso, e tra pochi giorni ricorre Kippur, il giorno ebraico dell’espiazione e appunto del digiuno assoluto. La religione cattolica ha lasciato cadere da tempo gran parte dei suoi precetti, già molto più blandi delle altre due fedi. Il recupero da parte di papa Bergoglio dell’astensione dal cibo come elemento di comunione e, in fondo, di protesta contro qualcosa che si ritiene sommamente ingiusto, la guerra, suona come nuovo e coinvolgente. Vincente non so. Ma so che ci sta provando, e che forse accarezza l’idea che solo gli strumenti della religione possano sciogliere un groviglio che è nato dall’odio religioso, dalla divaricazione tra discendenti della stessa progenie, dalla rivendicazione del “Dio vero”.

Si dirà: inutile ginnastica di preghiere, tentativo di riaggregare consensi al cattolicesimo cadente col pretesto di una buona causa, attenzione a una guerra a scapito delle altre. Si può dir tutto, per carità. In questi giorni tanti atei o agnostici l’hanno fatto, irridendo alla veglia e al digiuno, o ai tweet del papa, e ricordando immancabilmente i massacri delle Crociate. C’è però qualcosa che stona: dieci anni fa, alla vigilia della guerra d’Iraq, l’Italia intera fu pavesata di bandiere delle pace, con le piazza invase da manifestanti contrari al conflitto. Come oggi c’era l’America, l’Occidente diviso, un despota, e l’accusa di armi chimiche. Oggi quelle piazza sono desolatamente vuote, a differenza di Piazza San Pietro. Come lo spiegate, amici pacifisti a corrente alternata?

si allarga il fronte antiguerra per la pace

 

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Siria.

Si risveglia il fronte antiguerra

Dall’Egitto di Sissi all’Iran, passando per la Russia e l’America Latina, si moltiplicano le prese di posizione contro la guerra

L’Egitto contrario a ogni tipo di intervento in Siria
Il ministro egiziano degli affari esteri, Nabil Fahmy, certamente seguendo le istruzioni dategli dal generale Al Sissi, ha alzato i toni giovedì 29 agosto affermando che il suo paese si oppone con forza a ogni tipo di intervento militare contro la Siria, La differenza di toni rispetto all’epoca di Mubarak è radicale. E soprattutto rispetto all’era di Morsi che aveva dichiarato, due settimane prima di essere deposto, la “jihad contro la Siria”.

“L’Egitto non prenderà parte ad alcun attacco militare contro la Siria e vi si oppone con forza, conformemente alla sua posizione di principio contraria a ogni intervento militare straniero in questo paese”, ha sottolineato Fahmy in un comunicato.

Ha invitato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a fare “tutto il possibile per verificare i fatti (circa la presunta utilizzazione di armi chimiche) e ad assumere le misure adeguate nei confronti questo orrendo crimine”.

Il 20 luglio Fahmy aveva promesso di “riesaminare” le relazioni diplomatiche con la Siria, rotte in giugno dal deposto presidente Morsi.

Il nasseriano Sabbahi: “Un’aggressione contro l’Egitto comincia da un attacco contro la Siria”
Da parte sua, il capo del Movimento Popolare egiziano, Hamdeen Sabbahi, si è detto contrario a qualsiasi aggressione contro la Siria. “La storia prova che tutte le aggressioni contro l’Egitto cominciano con un attacco alla Siria” ha scritto martedì su Twitter. Sabbahi ha definito “barbara ogni aggressione contro il popolo siriano”, aggiungendo: “L’aggressione occidentale contro la Siria distrugge, non libera”.

Secondo Sabbahi, “è necessario che vi sia una presa di posizione del governo e popolare araba unita in difesa della nostra sicurezza regionale”.

Tamarrod chiede la chiusura del canale di Suez
Anche il movimento Tamarrod, protagonista delle lotte che hanno portato alla caduta del regime dei Fratelli Mussulmani, ha invitato l’Egitto a prendere una posizione ferma nei confronti di un eventuale attacco statunitense contro la Siria.
Il portavoce di Tamarrod, Hassan Chahine, ha chiesto la chiusura del Canale di Suez per impedire il passaggio delle cacciatorpediniere e delle navi da guerra destinate a colpire la Siria.

“Sostenere l’esercito siriano arabo è un dovere nazionale”, ha sottolineato. E ha aggiunto: “E’ giunto il momento che i popoli arabi si ribellino dopo che sono stati ormai smascherati i piani dell’ESL (Esercito Siriano Libero, una delle milizie dei “ribelli” siriani, finanziata e addestrata dall’Occidente, ndt) e dei suoi alleati terroristi, diretti a destabilizzare la patria araba tutta intera.

Tamarrod ha inoltre annunciato di volere al più presto lanciare una campagna che inviti i popoli arabi a boicottare le merci USA e di tutti gli altri paesi che parteciperanno all’attacco contro la Siria.

Diplomazia russa. Niente guerra contro la Siria, né oggi né domani
Secondo un diplomatico russo, citato dal quotidiano libanese al Akhbar, “non vi sarà guerra, né oggi né domani”, in quanto “l’amministrazione Obama ha deciso di perseguire tutte le istanze della legittimità internazionale prima di prendere la decisione unilaterale di agire contro la Siria”.

Il diplomatico russo, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, ha spiegato che “la prossima tappa sarà la riunione del Consiglio di Sicurezza. Una riunione che promette di essere burrascosa tra i cinque membri permanenti del Consiglio, e il cui esito già si conosce: tre voti contro due. Washington, Londra e Parigi contro noi e Pechino”. “Questa tappa da sola promette di durare una settimana. L’amministrazione Obama cerca infatti di guadagnare tempo, vuole che il Congresso gli accordi una autorizzazione a intraprendere un’azione militare unilaterale. Perché? Forse per dei calcoli politici interni. Vale a dire uno scambio di compromesso tra l’amministrazione Obama e i suoi oppositori. Per dire il vero, non vi è una politica estera statunitense. Tutto quanto accade nel mondo, per gli Stati Uniti costituisce un affare interno”.

E ha aggiunto: “Secondo le nostre informazioni, il Congresso USA non conta di risolvere la questione in questa o nella prossima settimana. Vi saranno quindi diversi giorni di attesa. E questa attesa non sarà improduttiva. Noi abbiamo, da Mosca, avviato una interlocuzione con gli Statunitensi. Il nostro ministro degli affari esteri Lavrov è in comunicazione permanente col suo omologo USA Kerry, sia telefonicamente che attraverso messaggi. E ciò con l’intento di evitare qualsiasi malinteso o mancanza di comunicazione. Lo stesso con gli Europei, ma a un ritmo meno intenso. Di qui l’abbassamento dei toni nelle dichiarazioni politiche di questo fine settimana. Ciò non significa peraltro che un attacco militare contro la Siria non sia più presente nell’agenda degli Stati uniti. Ma assistiamo, nel corso delle ultime ore, ad un abbassamento dei toni. E noi scommettiamo sulla prosecuzione di questa tendenza e contiamo di impegnarci in essa seriamente”.

Il diplomatico russo ha precisato che “l’annullamento della riunione di Le Haye, previsto in un primo momento per mercoledì 28 agosto, non ci ha per niente toccati. Questa riunione era riservata agli esperti che lavorano all’organizzazione di Ginevra 2. Il suo annullamento è la naturale risposta di Washington alle nostre posizioni relative alla armi chimiche e alla nostra determinazione a respingere le loro accuse che noi abbiamo invece rivolto ai loro alleati di Ghuta-Damasco. Occorre sapere che questo tipo di messaggi diplomatici è del tutto naturale nelle nostre relazioni”.

E ha sottolineato: “Noi non abbiamo alcuna fretta di organizzare la seconda Conferenza di Ginevra. Sono loro ad avere fretta. Da tempo tentano con ogni mezzo di fare avanzare le cose e guadagnare tempo. Noi pensiamo che un’altra data sarà prossimamente fissata. In effetti sono stati i media occidentali che si sono impuntati su un imminente raid USA il cui obiettivo sarebbe di accelerare Ginevra 2. In ogni caso noi, a Mosca, siamo persuasi che la seconda fase del dialogo siriano sarà possibile già questo autunno, addirittura tra ottobre e novembre”.

Interrogato sulla posizione russa nel caso di un attacco degli Stati Uniti contro la Siria, il diplomatico russo ha risposto: “Le parole di Lavrov circa il rifiuto della Russia a partecipare ad una guerra contro chicchessia sono dichiarazioni puramente diplomatiche. Si è trattato di una risposta diretta a una domanda posta nel corso di una conferenza stampa. In realtà le cose sono diverse. Vi sono circa 17.000 cittadini russi attualmente in Siria. Sono tecnici che lavorano in tutte le istituzioni statali siriane. Noi diciamo a tutto il mondo e ai nostri concittadini che Mosca è impegnata a garantire la loro protezione e la loro sicurezza fisica. Punto e basta!

Non vi saranno grandi operazione di evacuazione nelle prossime ore. L’ultima evacuazione in ordine di tempo ha riguardato un centinaio di famiglie che hanno preferito lasciare Damasco. Queste famiglie sono state rimpatriate da Beirut. I 17.000 Russi che sono rimasti a Damasco sono dei tecnici e noi contiamo di difenderli con tutti i mezzi possibili”.

Questa risposta da parte del diplomatico russo pone un’altra questione di natura militare, vale a dire quale sia l’equilibrio delle forze militari nel Mediterraneo, al largo della Siria.

E la risposta è: “La mobilitazione statunitense non è il risultato dell’attacco chimico di Ghuta. Secondo informazioni sicure e certe in nostro possesso, essa è cominciata un mese fa. Al contrario la nostra presenza militare nel Mediterraneo è da tutti conosciuta e si è rafforzata da circa due anni. Da quando voi avete scritto, il 29 novembre 2011, che la battaglia di Siria è diventata la battaglia di Russia”.

E le conclusioni: “In effetti tutte le opzioni sono possibili. Quanto accade oggi è comparabile alla crisi dei missili di Cuba. Il presidente Obama ammira John F. Kennedy, e Putin sembra l’erede del russo Kruscev. E dunque tutto è possibile. Ciò che è importante sapere è che noi pensiamo che in questa settimana non succederà niente…”

L’America Latina contro un intervento militare in Siria
La maggioranza dei paesi dell’America Latina si è pronunciata mercoledì contro un intervento militare in Siria, nel momento in cui gli Stati Uniti e alcuni dei loro alleati europei progettavano un attacco contro la Siria.

“Una aggressione contro la Siria avrebbe conseguenze estremamente gravi per il Medio oriente, una regione già teatro di disordini”, ha dichiarato in un comunicato il ministro cubano degli affari esteri.

“Costituirebbe una violazione flagrante dei principi fissati nella Carta delle Nazioni Unite e dal diritto internazionale e accrescerebbe i pericoli per la pace e la sicurezza internazionale”, ha commentato il ministro cubano.

Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha espresso “il ripudio di ogni ingerenza, a maggior ragione nella vicenda siriana”.

Il suo omologo boliviano, Evo Morales, ha anch’egli condannato le minacce di attacco. “Noi respingiamo, noi condanniamo” ogni intervento militare straniero in Siria, ha dichiarato dal Palazzo presidenziale di La Paz.

Morales ha menzionato le informazioni di stampa secondo le quali delle armi chimiche sarebbero state usate nei pressi di Damasco, non dal governo ma dai “ribelli”, allo scopo di provocare un intervento internazionale.

“Noi non accettiamo l’uso di agenti chimici che, secondo queste informazioni, sono usate da gruppi che destabilizzano la democrazia e il governo” siriano, ha dichiarato il presidente boliviano.

Il Brasile non sosterrà un intervento militare in Siria senza l’avallo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha dichiaro mercoledì ilnuovo ministro degli affari esteri, Luiz Alberto Figueiredo. A suo avviso, si tratterebbe di una violazione del diritto internazionale e della Carta dell’ONU.

Maduro ha evocato un collegamento tra i complotti per assassinarlo e l’intervento in Siria
Anche il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha condannato le minacce occidentali di attacco contro la Siria, nel corso di una visita a Tachira, nell’ovest del paese.

E ha affermato che le autorità venezuelane hanno sventato un complotto per assassinarlo in concomitanza degli attacchi occidentali contro la Siria.

Maduro ha ricordato l’arresto in Venezuela, annunciato lunedì dalle autorità, di due Colombiani che sarebbero coinvolti in questo progetto di assassinio. “Il piano era di eliminarmi durante l’attacco contro la Siria”, ha affermato.

“Il progetto degli Occidentali era di farli coincidere (temporalmente), proprio come avevano progettato nel 2002, quando un tentativo di colpo di Stato contro Chavez aveva preceduto l’aggressione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti”, hanno riferito i media venezuelani.

Il segretario generale dell’OEA “contrario” a un intervento in Siria
In questo ambito, il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), il cileno José Miguel Insulza, si è dichiarato mercoledì “profondamente contrario” ad un eventuale intervento militare in Siria.
“Sono profondamente contrario agli interventi militari. Non vi sono molti esempi al mondo di interventi di questi tipo che abbiano avuto effetti positivi”, ha dichiarato Insulza alla stampa.

Attacco alla Siria. Triplo messaggio iraniano agli Occidentali

I messaggi iraniani agli Occidentali non conoscono tregua. Quasi tutte le istanze politiche e militari della Repubblica islamica d’Iran sono impegnate a fondo per solidarizzare con la Siria, minacciata da un attacco occidentale.

Riassumendo, il nocciolo dei loro messaggi è che l’intervento occidentale non resterebbe senza risposta, e lascia intendere la possibilità di un intervento iraniano per aiutare il governo siriano.

Teheran privilegia una tripla equazione
Avverte tra l’altro che Israele non sarebbe risparmiata dalla risposta ad un eventuale attacco. Nella notte tra martedì e mercoledì, la Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano ha assicurato che “ogni missile USA che si abbatterà sulla Siria avrà per risposta un missile siriano su Tel Aviv”.

Stesso tono da parte del Capo di Stato Maggiore delle forze armate iraniane, il generale Hassan Firuzabadi che ha assicurato che le fiamme dell’eventuale aggressione militare contro la Siria bruceranno l’entità sionista. E da parte del comandante dei Guardiani della Rivoluzione, il generale Mohammad Ali Jaafari, secondo il quale “gli Israeliani devono sapere che lo scoppio di una guerra nella regione per iniziativa degli USA provocherà la prossima distruzione di Israele”.

Un secondo Vietnam
La seconda equazione divulgata dagli Iraniani è che la guerra contro la Siria sarà un secondo Vietnam per gli Statunitensi. “Gli Statunitensi, e nonostante la sceneggiata delle sconfitte che hanno accumulato in Iraq e in Afghanistan, perseverano ostinatamente su questa strada e potranno gustare ancor più l’amarezza delle loro prossime sconfitte, perché la Siria sarà il cimitero dei conquistatori, la sua guerra è più pericolosa di quella del Vietnam, essa sarà un nuovo Vietnam”, ha proseguito Jaafari.

Una dichiarazione simile e assai sulfurea è stata rilasciata dal Comandante dell’Unità AlQuds dei Guardiani della Rivoluzione, il generale Kassem Souleimani. “Il paese del Levante è il luogo della nostra ascensione al cielo, e sarà il cimitero degli Statunitensi”, ha detto a porte chiuse, prima che la dichiarazione fosse divulgata dai media iraniani. E ha assicurato che “ogni soldato USA che sbarcherà dal suo aereo o dalla sua nave dovrà portare la sua bara con sé”.

L’Iran interverrà

Queste prese di posizione sono venute a completare quelle della Guida Suprema, l’Imam Ali Khamenei, il quale ha assicurato che un attacco contro la Siria provocherà un incendio in tutta la regione, lasciando intendere che il suo paese non resterà inerte di fronte a ciò che accade in Siria. E che ha nelle mani tutti i piani e le opzioni da adottare in caso di attacco.
Si tratta di affermazioni di grande importanza, soprattutto quando è noto fino a qual punto Washington abbia interesse a tenere lontana Teheran.

Oltre all’influente politico Jeffrey Feltmann, Washington ha inviato nella capitale iraniana anche uno dei suoi alleati nella regione, il monarca dell’emirato dell’Oman, Sultane Kabouss. Secondo fonti iraniane che hanno seguito da vicino la visita di tre giorni svoltasi la settimana scorsa, quest’ultimo ha chiesto agli Iraniani di levare mano in Siria, in cambio di un riconoscimento USA dei diritti nucleari iraniani e di una sospensione delle sanzioni imposte contro la Repubblica Islamica d’Iran.

Contemporaneamente, Feltmann si è sforzato di far credere agli Iraniani che l’attacco occidentale (del quale ha rivelato la data per domenica prossima) sarebbe limitato, ponendo l’accento sul fatto che esso non ha come obiettivo l’eliminazione del regime, ma solo di indebolirlo per giungere a Ginevra 2 in modo da garantirne il successo.

Questi discorsi arabi e statunitensi non sembrano avere convinto gli Iraniani. Senza indugio, Teheran ha risposto a Feltmann che la Siria è una linea rossa, non può essere barattata con nessun altro dossier. Secondo Al Akhbar, gli ha anche spiegato che, anche se l’attacco sarà limitato, niente impedisce che la risposta non lo sia.

Giustamente Teheran evoca l’incendio di tutta la regione. E’ soprattutto il parere del comandante dei Guardiani della rivoluzione, secondo cui la guerra non si limiterà alla Siria, ma colpirà tutti gli istigatori della guerra e i loro protettori

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