papa Francesco contro i ‘preti zitelloni’

“se una congregazione perde i suoi averi, io dico: grazie Dio”

«La vita consacrata inizia a corrompersi dalla mancanza di povertà»
no ai preti «zitelloni» e carrieristi
«una peste»

papa Francesco incontra il clero di Bologna nella cattedrale di San Pietro

domenico agasso jr
inviato a bologna

«La vita consacrata inizia a corrompersi dalla mancanza di povertà». Papa Francesco lo afferma nella cattedrale bolognese di San Pietro, incontrando, in questa giornata di visita nel capoluogo dell’Emilia Romagna, sacerdoti, religiosi, seminaristi e diaconi locali. «Se una congregazione perde i suoi averi, io dico “Grazie Signore”».  

È presente anche monsignor Bettazzi, testimone storico del Concilio Vaticano II , vescovo emerito di Ivrea, bolognese di origini materne; a Bologna è stato ordinato prete ed è tornato a viverci in questi anni. Francesco e Bettazzi scherzano insieme per qualche istante prima del discorso papale. E l’arcivescovo di Bologna monsignor Matteo Maria Zuppi lo citerà nel suo saluto introduttivo a Francesco. Esordisce il Papa: «È una consolazione stare con quelli che portano avanti l’apostolato della Chiesa; i religiosi cercano di dare testimonianza di anti-mondanità».

Al Pontefice vengono poste due domande: una sulla fraternità tra sacerdoti, l’altra sulla «psicologia della sopravvivenza»; a entrambe risponde senza testi scritti, tranne qualche appunto che prende anche mentre parla lui stesso. Afferma il Papa: «A volte, scherzando tra religiosi diocesani e non, i religiosi dicono: “Io sono dell’ordine fondato dal santo tale…”; ma qual è il centro della spiritualità del presbitero? – si domanda il Papa – La diocesaneità». Essere presbiteri è «una esperienza di appartenenza, si appartiene a un corpo che è la diocesaneità». Questo «significa che tu», prete, religioso, «non sei un libero», non ci sono figure di «libero», come nel calcio. Invece «sei un uomo che appartiene a un corpo, che è la diocesaneità, il corpo presbiterale». Tutto ciò «lo dimentichiamo tante volte, diventando singoli, troppo soli, col pericolo di divenire infecondi o con qualche nervosismo, per non dire che si diventa nevrotici, un po’ zitelloni».

Un prete «solo che non ha rapporto con il corpo presbiterale, mah», dice con amarezza. Dunque è importante «far crescere il senso della diocesaneità, che ha anche una dimensione di sinodalità col vescovo». Il corpo diocesano «ha una forza speciale, deve andare avanti sempre con la trasparenza, la virtù della trasparenza, il coraggio di parlare, di dire tutto». E anche con «il coraggio della pazienza, di sopportare gli altri. È necessario».

Sul coraggio di parlare chiaro e sull’opposta comodità di non esporsi, racconta: «Mi ricordo quando ero studente di Filosofia, e un vecchio gesuita furbacchione mi diceva: “Se vuoi sopravvivere nella vita religiosa, pensa chiaro, ma parla oscuro”». Aneddoto che suscita un forte sorriso tra i presenti in Cattedrale. Francesco osserva come sia «triste quando un pastore non ha orizzonte del popolo di Dio, non sa che cosa fare»; ed è «molto triste quando le chiese rimangono chiuse, quando si vede una scheda nella porta: “Aperta da tale ora a tale ora”, per il resto del tempo non c’è nessuno, le confessioni solo per poche ore. Ma questo non è un ufficio, è il posto dove si viene a onorare il Signore, e se il fedele trova la porta la chiusa come può fare?». A volte «pensa alle chiese sulle strade popolose, che restano chiuse: qualche parroco ha fatto esperienza di aprirle, sempre con un confessore disponibile: e il confessore non finisce di confessare», talmente arriva gente, perché «sempre la porta è aperta», e la luce del confessionale resta sempre accesa.

Poi il Vescovo di Roma parla di «due vizi che ci sono dappertutto». Uno è «pensare il servizio presbiterale come carriera ecclesiastica». Francesco si riferisce agli «arrampicatori»: essi sono una «peste, non presbiterio. Gli “arrampicatori”, che sempre hanno le unghie sporche, perché sempre vogliono andare su. Un arrampicatore è capace di creare tante discordie in seno al corpo presbiterale: pensa alla carriera, “adesso mi danno questa parrocchia, poi me ne daranno una più grande”, e se il vescovo non gliene dà una abbastanza importante, si arrabbia: “A me tocca…” a te non tocca niente!», esclama. Poi aggiunge: «Gli arrampicatori fanno tanto male, perché sono in comunità ma pensano solo ad andare avanti loro».

L’altro vizio: «Il chiacchiericcio: “Si dice, hai visto”, e così la fama del fratello prete finisce sporcata, si rovina. “Grazie a Dio che non sono come quello”, questa è musica del chiacchiericcio». Il carrierismo e il chiacchiericcio sono due vizi del «clericalismo», afferma Francesco. Invece, un pastore è chiamato al «buon rapporto col popolo di Dio, a cui deve stare davanti per indicare il cammino»; deve stargli «in mezzo per aiutare» soprattutto «nelle opere di carità; dietro per guardare come va».

Credere nella «“psicologia della sopravvivenza” – prosegue – significa aspettare la carrozza funebre, che porta il nostro istituto» alla chiusura. Credere alla psicologia della sopravvivenza conduce «al cimitero». Si tratta di «pessimismo, e non è da uomini e donne di fede, non è atteggiamento evangelico, ma di sconfitta». E mentre magari «aspettiamo la carrozza, ci arrangiamo come possiamo, e prendiamo dei soldi per essere al sicuro. Questo porta a mancanza di povertà». La psicologia della sopravvivenza è «cercare la sicurezza nei soldi; si ragiona, si sente a volte: “Nel nostro istituto siamo vecchie e non ci sono vocazioni ma abbiamo dei beni per assicurarci la fine”, e questa è la strada più adatta per portarci alla morte». La sicurezza «nella vita consacrata non la dà l’abbondanza dei soldi, ma viene da un’altra parte», da Dio. Alcune congregazioni «che diminuiscono mentre i suoi beni crescono, con religiosi attaccati ai soldi come sicurezza: ecco la psicologia della sopravvivenz a».

Il problema «non è tanto la castità o l’obbedienza, ma nella povertà. La vita consacrata inizia a corrompersi dalla mancanza di povertà». Sant’Ignazio di Loyola «chiamava la povertà madre e muro nella vita religiosa: madre che genera e muro che difende dalla mondanità». Senza questo atteggiamento volto alla povertà e al disinteresse, non si «scommette nella speranza divina». I soldi «sono la rovina della vita consacrata». Ma Dio è buono, «perché quando una congregazione inizia a incassare, manda un economo che distrugge tutto». Rivela il Papa, sorridendo: «Quando sento che una congregazione perde i suoi averi, io dico “Grazie Signore».

Il Papa esorta ad «un esame di coscienza sulla povertà, sia personale che dell’istituto». Sulla mancanza di vocazioni, bisogna «chiedere al Signore: “Che cosa succede nel mio istituto? Perché manca quella fecondità? Perché i giovani non sentono entusiasmo per il carisma del mio istituto? Perché ha perso la capacità di chiamare?». Per Francesco, il «cuore» del problema è «la povertà». Di qui un incoraggiamento: «La vita consacrata è uno schiaffo alla mondanità spirituale. Andate avanti».

il degrado di Napoli non è colpa dei rom – parola dei parroci di Miano

Miano
parroci invitano a superare gli stereotipi sui rom    versione testuale
“Il degrado a Miano non lo porteranno i rom, ma ha cause fortemente radicate in una criminalità organizzata che ha occupato, poi gestito, spazi vuoti”
Lo scrivono, in una nota inviata al Sir, i parroci di Miano (diocesi di Napoli), don Francesco Minervino, padre Lillo Di Rosa, don Salvatore Cinque, fra Gerardo Ciufo, padre Carlo De Angelis, dopo la decisione delle autorità competenti di sistemare dei rom “profughi” dall’incendiato campo di Scampia nell’ex caserma Boscariello a Miano e la protesta da parte di alcuni cittadini. “La gente del nostro quartiere è brava gente solidale e accogliente verso tutti e particolarmente verso coloro che sono in stato di disagio – sottolineano i parroci -. A Miano il degrado ha una storia antica fatta di non gestione, non soluzioni, rimandi. Questo intossica la convivenza e si arriva paradossalmente a prendersela con il più debole. Come in tutte le situazioni che non si affrontano, si accumula delusione e la delusione ha un prezzo: diventano tutti più elettrici, offensivi, difensivi. Ci sono situazioni che durano da anni e che la politica non risolve, distratta e troppo assente”. Di fronte “alle molteplici emergenze del nostro territorio, la Chiesa oggi si sente sotto pressione, perché chiamata a fare da ‘supplente’ in diverse emergenze. La Chiesa è accanto ai poveri, ma non ha il potere di sradicare la povertà. Alle politiche sociali, quando mancano o sono carenti, non è possibile rispondere in termini di supplenza”, evidenziano i sacerdoti. “Come normali cittadini e ancor più come cattolici siamo tenuti a superare e a far superare stereotipi e slogan che non fanno altro che diffondere pregiudizi e soprattutto non bisogna soffiare sul fuoco dell’odio razziale. Dobbiamo essere convinti che ogni essere umano, come ogni vita umana, merita sempre e comunque rispetto, anche chi questo rispetto sembra non meritarlo o volerlo. Può sembrare per alcuni un limite, ma segna la civiltà di un popolo”.
 

i preti in tenda per la quaresima si raccontano

la tenda, i poveri e noi

quaresima 2016
la tenda sul sagrato di Ambivere

preti in tenda

In Quaresima noi sacerdoti abiteremo una tenda allestita sul sagrato della Chiesa di Ambivere. Un po’ di cibo. Acqua da bere. Un bagno per lavarci. Un materasso per dormire. E’ più di quanto molti esseri umani possono permettersi. Naturalmente non sarà facile. Abituati ad avere più del necessario, il semplice necessario sembrerà insufficiente.

Questa decisione nasce dalla presa di coscienza che il prezzo del nostro benessere è la riduzione in miseria di altri esseri umani. E’ facilmente dimostrabile: se dovessimo garantire a tutti gli uomini il tenore di vita europeo o americano avremmo bisogno di cinque pianeti. Ma siccome ne abbiamo soltanto uno, noi occidentali ci siamo presi da un secolo a questa parte il diritto di mettere le mani sulle risorse naturali dell’altra parte del mondo e di saccheggiarle a piacimento. Per evitare intralci abbiamo poi lavorato assiduamente per impedire che in quei paesi crescessero democrazia, autonomia economica e diritti umani. Ecco perché i paesi poveri continuano a restare poveri. Se Europa e Stati Uniti dovessero pagare equamente le risorse prelevate dal terzo mondo, i prezzi in casa nostra crescerebbero e dovremmo rinunciare a buona parte delle nostre abitudini consumistiche. Il costo della vita qui da noi è alto ma costerebbe ancora di più se i paesi poveri potessero mettere al centro della loro economia i loro bisogni invece che i nostri. Per questa ragione nessuno in occidente sembra prendere sul serio una prospettiva del genere.
Ecco dunque la nostra decisione: staremo in una tenda per dire che non siamo disposti ad accettare un sistema che procura benessere a noi provocando sofferenza a qualcun altro. Si tratta di un segno temporaneo, fino a Pasqua. Poi si vedrà. In ogni caso bisognerà mettere a punto stili di vita coerenti con questa intuizione. Intanto con questo gesto vogliamo dire che riconosciamo le nostre responsabilità di fronte alla povertà del mondo. E che si può essere felici anche con meno. Ma le ragioni della nostra scelta non finiscono qua. Se avete un po’ di pazienza cerchiamo di spiegarlo.
tende di rifugiati in Siria stretti nel morso del gelo invernale
L’insaziabilità delle nazioni europee e degli Stati Uniti non ha trovato freno neppure tra gli anni ’50 e ’80 del secolo scorso, quando la cultura dei diritti umani era riuscita ad appassionare ampi settori dell’opinione pubblica e del mondo accademico e culturale. In quegli anni era più difficile condurre guerre in santa pace senza avere alle costole qualche attivista che gridasse in difesa dei diritti umani. Le cose poi hanno cominciato a cambiare. In peggio. Negli ultimi trent’anni la ricchezza e il potere politico si sono concentrati a tal punto nelle mani di pochi gruppi finanziari che questi sono stati in grado di mandare intenzionalmente a rotoli interi scomparti dell’economia mondiale con l’intento di trarre profitto dalla loro rovina. Hanno ingenerato così la crisi senza che nessun governo o organismo internazionale abbia mosso un dito per impedirlo. Proprio la crisi economica è stata l’ultimo atto di una commedia nella quale l’occidente ingordo cadeva vittima di se stesso. La povertà ha cominciato così a riguardare non soltanto il terzo mondo ma anche porzioni significative di popolazione europea e americana. La crisi economica voluta dalle lobby finanziarie con la complicità degli organismi internazionali di controllo e di governo, ha messo sul lastrico famiglie, ha mandato in fallimento aziende, ha provocato disoccupazione, ha generato precariato, indebitamento e sfruttamento lavorativo, ha spento la fiducia, ha rubato il futuro ai giovani e la pensione ai lavoratori. Il capitalismo selvaggio che fino ad allora aveva dissanguato il terzo mondo, scatenava ora la sua offensiva sulle economie occidentali. Per i poveri del terzo mondo le cose non cambiavano. Vittime erano. Vittime restavano. Le cose sono cambiate invece per la classe media di casa nostra che si è vista ridurre drasticamente il potere d’acquisto e le garanzie previdenziali e assistenzia
li. Non è stato difficile per i veri responsabili della crisi mondiale dirottare la rabbia diffusa della nostra gente contro i migranti. E’ bastato descriverli come invasori intenzionati a rubare il lavoro e a cambiare le nostre tradizioni. E la gente ha abboccato prendendosela col nemico sbagliato. Per distogliere l’attenzione dalle loro catastrofiche politiche economiche ed estere, i nostri governi (Stati Uniti in testa) hanno sempre scaricato la colpa su qualche nemico esterno. Tempo addietro avrebbero dato la colpa all’Unione Sovietica. Ma dopo la caduta del Muro di Berlino era necessario trovare qualcun altro. La scelta cadde sul mondo arabo islamico. Le ragioni sono storiche. Le potenze vincitrici della prima guerra mondiale (Francia e Inghilterra in particolare) si erano letteralmente divise a tavolino il Medio Oriente e il Nord Africa instaurando un regime coloniale teso principalmente a sfruttare economicamente quei territori e favorendo l’ascesa di regimi collaborazionisti. La scelta di permettere l’insediamento violento di Israele espellendo i palestinesi dalla loro terra natale, lasciando al contempo inattuate le risoluzioni ONU che nel corso dei decenni hanno ripetutamente condannato il sedicente stato ebraico è coerente con questa scelta colonizzatrice. L’ingerenza massiccia nel controllo dell’area mediorientale è venuta alla luce ogni volta che emergevano aspiranti leader ribelli alla sottomissione imposta dall’Occidente e dal suo avamposto Israele. La politica americana ha sempre cercato dapprima di comprare l’obbedienza di questi leader. Quando la compravendita non ha funzionato, l’America non ha mai esitato ad abbattere questi leader mediante colpi di Stato e aggressioni militari sempre sulla base di pretesti, a volte del tutto inventati. Nella più totale indifferenza dell’Europa.

migranti siariani
E’ successo in Iran all’inizio degli anni ’50; è successo con Saddam Ussein in Iraq. E’ successo con Gheddafi in Libia; sta succedendo adesso con Assad in Siria (senza successo); è successo con il presidente Morsi in Egitto non gradito a Israele; è successo perfino nella nostra Europa con il colpo di Stato architettato dai servizi segreti americani in Ucraina neppure due anni fa per deporre il presidente legittimo Yanukovich (colpevole di essere amico dei russi) e insediare il fascista Porosenko, amico degli americani. La necessità sempre più frequente degli Stati Uniti e alleati di ricorrere apertamente alle armi per costringere i popoli all’obbedienza, dimostra che l’impero americano (e alleati) è diventato più debole economicamente e politicamente. La sua leadership ha cominciato a traballare allorchè nuovi soggetti economici hanno fatto capolino: India, Cina, Brasile. E ora di nuovo la rediviva Russia. Il lento declino avrebbe dovuto consigliare agli strateghi d’oltreoceano e a quelli nostrani di modificare le proprie politiche economiche e militari, rinunciando ad esempio a una quota di poteri e privilegi, favorendo una distribuzione più equa delle ricchezze e promuovendo realmente la democrazia.  Invece nulla di tutto questo. Americani e soci hanno deciso di usare un pugno di ferro ancora più duro per schiacciare chiunque avesse osato modificare la gerarchia del mondo. Si spiega così la decisione all’inizio degli anni ’90 di dare una lezione al vecchio alleato e dittatore Saddam, reo di usare la sua dittatura contro gli interessi americani invece che in loro favore. Saddam in fondo voleva emulare la politica conquistatrice dell’occidente. Il problema si sarebbe potuto risolvere con altri mezzi. Un’ampia rete di movimenti manifestò in quei mesi contro l’intervento militare. Bandiere colorate
apparvero sui municipi, sui campanili, alle finestre della case, nelle scuole. Ma i nostri governi europei ascoltarono gli strateghi e i comandi statunitensi e vollero compatti la guerra. Una coalizione di 34 paesi guidati dagli Stati Uniti sotto l’egida dell’ONU muoveva guerra alI’Iraq riducendolo a brandelli e uccidendo in sette mesi decine di migliaia di persone inermi. Prima o poi doveva succedere che il costante sfruttamento da parte occidentale delle risorse altrui, la repressione delle aspirazioni democratiche insieme al finanziamento della corruzione e del terrorismo insieme ai bombardamenti avrebbe moltiplicato i focolai di guerra, diffuso le cellule cancerogene della violenza e dell’estremismo di stampo laico o religioso oltre che rendere la vita impossibile alle popolazioni di quelle terre. La Guerra del Golfo fu il detonatore di questa spirale di distruzione che è ancora in corso. Da allora il conflitto è andato allargandosi all’intero Medio Oriente ed è stato ricorso continuo ai bombardamenti, crescita abnorme delle vittime civili, diffusione di cellule terroristiche filo-occidentali e anti-occidentali e fuga impazzita di milioni di persone dalla morte. La crisi economica, la migrazione e il terrorismo sono frutti delle insane politiche occidentali. Eppure vengono usate in Europa come argomenti per convincere l’opinione pubblica a incrementare invece di ridurre la politica muscolare della NATO e a rinunciare alla “patetica” difesa dei diritti umani. Per quanto le responsabilità dei nostri paesi siano clamorose e le vittime di questa guerra siano soprattutto bambini, nessuno sdegno pacifista percorre più le strade d’Europa, a meno che i morti siano europei, americani o israeliani. I civili europei ammazzati meritano cortei. Quelli medio orientali no.
L’Europa che negli anni ’90 aveva preso le difese dei neri in Sudafrica non c’è più.  Cos’è successo da ridurci in questo stato? La propaganda occidentale ha utilizzato la crisi e il terrorismo per alimentare la paura e ridurre al silenzio la critica interna. Poche, anzi pochissime sono le voci che si alzano contro la corsa europea agli armamenti e gli interventi militari, contro i massacri di civili in Medio Oriente, a Gaza e in Africa, contro le complicità degli stati nel traffico degli esseri umani. Poche sono le voci indignate per la chiusura delle frontiere, contro le politiche coloniali, contro l’ingerenza politico-militare dell’occidente sempre travestita da intervento umanitario. Pochissime le voci contro l’oppressione israelo-americana dei palestinesi, contro il vassallaggio europeo nei confronti dell’America. L’indifferenza dell’opinione pubblica è assordante. La gente d’Europa e d’America preferisce non conoscere. Preferisce credere che se i nostri governi bombardano hanno sicuramente buone ragioni. E che il terrorismo è una buona ragione per bombardare. Il risultato di queste buone ragioni sono paesaggi rasi al suolo da cui spuntano come spettri rovine di edifici a ricordare che un tempo sorgevano città. Degli abitanti nessuna traccia: uccisi sotto i bombardamenti, giustiziati, morti di fame e sete, sotto assedio per anni, venduti, comprati e rivenduti. Chi ha potuto si è messo in fuga affrontando odissee inenarrabili, tallonato da paramilitari, eserciti allo sbando, milizie straniere, mercenari al soldo di gruppi contrapposti. Chi ha innescato tutto questo? A chi interessa che tutto questo continui? E soprattutto: a chi interessa veramente saperlo?  Sono state le cattive politiche occidentali il brodo di coltura che ha permesso alla corruzione dei paesi
arabi di prosperare, alla rivalità storica tra le fazioni religiose di acutizzarsi e all’estremismo islamico di trovare pretesti. La società “civile”, gli intellettuali e i mass-media occidentali non possono nascondere o minimizzare questa responsabilità. E neppure sono autorizzati a confondere le vittime con i carnefici. In uno stato di diritto le garanzie di un processo equo vengono date a tutti,  anche agli assassini, ai ladri, ai violentatori. Che cosa autorizza l’Europa a chiudere le porte in faccia a gente che fugge da guerre che l’Europa stessa ha contribuito a innescare? Com’è possibile lasciare che le persone continuino ad annegare senza che l’Europa decida uno straccio di corridoio umanitario a cui protezione sì che servirebbe impiegare l’esercito?! La verità è che l’Europa è avida. Vuole le ricchezze dei poveri, non i poveri. Ferma i profughi alle frontiere mentre da più di un secolo le oltrepassa per spadroneggiare in casa loro. La verità è che l’Europa non vuole più sottoscrivere i diritti universali dell’uomo a cominciare dall’articolo 1: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Nell’Europa di oggi, “essere umani” non soddisfa i requisiti minimi. Ciò che serve in Europa in ordine di importanza per ottenere riconoscimento è possedere capitali ed essere cittadini. Nessuna via preferenziale a chi fugge dalle guerre. Lo status di rifugiato viene rilasciato soltanto ad un prezzo altissimo: essere riusciti a scampare ai bombardamenti, essere sopravvissuti alle torture, ai rapimenti e alle onde del mare. Nessun riconoscimento è dato a chi proviene da regioni impoverite da un sistema globale ingiusto e ha rischiato la vita per trovare dignità. Questa è l’Europa: pronta ad amputare uno dei capisaldi della propria migliore tradizione umanistica (i diritti
dell’uomo) piuttosto che cedere quegli stessi diritti ai poveri che essa stessa ha contribuito a creare. L’Europa delle istituzioni scarica sulla buona volontà di molti cittadini volontari europei il compito di salvare le apparenze riservando un pò di umanità a chi raggiunge sfinito le sue coste. Evita però di fare ciò che le spetta: rivedere le politiche economiche e la politica estera a partire dai diritti dell’uomo e dei popoli. Sicchè I poveri vengono assistiti per un pò. Dopodichè vengono abbandonati al loro destino. O rispediti indietro o abbandonati nella giungla europea del traffico di esseri umani, dello sfruttamento lavorativo, della clandestinità. I poveri speravano che l’Europa fosse un luogo dove l’umanità venisse prima della cittadinanza, prima del benessere, prima delle differenze religiose, prima di ogni altra cosa. Si sbagliavano. Il pensiero diffuso è che la loro situazione non dipenda da noi; che abbiamo già i nostri grattacapi e che in fondo i poveri siano la causa del proprio male. Al pari dei singoli paesi europei, anche i diversi settori dell’amministrazione statale scaricano sugli altri la responsabilità adducendo confusione normativa, paventando rischi di terrorismo e brandendo contro i poveri la croniche insufficienze dell’assistenza ai cittadini italiani. Proprio così: usando i poveri di casa nostra contro i poveri alla nostra porta. A cominciare dalle regioni fino ad arrivare a moltissime amministrazioni comunali la risposta è sempre la stessa: per loro non c’è posto. Le parrocchie e i cristiani bergamaschi non si stanno comportando meglio. Ci pensi la Caritas, dicono. Neppure l’invito dell’amatissimo papa Francesco riesce a scuoterli.
Noi sacerdoti non possiamo rovesciare le sorti dei poveri. Però possiamo stare dalla loro parte. Possiamo protestare e progettare azioni concrete nonviolente a favore della Verità e della Giustizia. Cominceremo a stare in una  tenda perché se migliaia di esseri umani possono essere abbandonati per anni nella nostra Europa in tendopoli improvvisate, fangose, senza servizi  (andate a Calais in Francia per vedere e credere) perchè mai noi, che siamo esseri umani come loro, dovremmo abitare in una casa? Noi pensiamo di non essere più umani dei poveri perché ci debba essere concesso qualcosa di più…sapendo oltretutto che loro hanno di meno anche per colpa nostra. Se loro non hanno diritto a una casa allora questo diritto non l’abbiamo neppure noi. Non ci sembra un grande affare perdere l’umanità comune che ci lega ai poveri per godere del privilegio della cittadinanza. Essere cittadini è un onore. Ma se deve venire prima della nostra comune umanità allora vi rinunciamo volentieri. Nella tenda sarete i benvenuti I sacerdoti delle comunità di Ambivere, Mapello e Valtrighe

l’esultanza di p. Agostino per i preti in tenda ma …

p. agostino

 

Il vangelo di oggi parla anche di tende che Pietro vuole fare..xe è  bello stare a contemplare la gloria e la bellezza della trasfigurazione in cima al monte. A me in questi giorni è venuta in mente un’altra tenda, quella innalzata ai piedi della montagna, ad Ambivere nel Bergamasco..Proprio vicino al mio paese. Quattro parroci hanno scelto di vivere in tenda, tutta la Quaresima per ricordare la vergogna della non accoglienza verso i migranti da parte del paese Italia.
Bel gesto (anche coraggioso perché a pochi km da Pontida) che profuma di Vangelo, provoca e illumina le coscienze di tutti e delle comunità  cristiane. C’è  un modo di vivere la fede “sotto la tenda”, che sa di privilegio, di fuga..ma c’è  la tenda innalzata nella storia che sa di compassione e desiderio di giustizia verso i poveri.
Grazie a questi sacerdoti ho capito che la trasfigurazione è invito ad immergerci nelle vicende della storia..E che Dio non si offendera’ se i nostri abiti non odorano di incenso, ma puzzano un pochino dall’odore dei poveri.

 

 

 

preti nella tenda: “Noi come i migranti”. Ma il paese li ignora

da PAOLO BERIZZI

  Il tetto è un telo di plastica blu. Siccome fa freddo e c’è vento l’hanno ancorato con le corde a dei blocchi di pietra appoggiati sul sagrato della chiesa, qui, di fronte alla domus pacis che sarebbe l’oratorio di Ambivere. “Prego! Ma non filmate l’interno, per favore”, chiede il prete. Dentro la tenda – un gazebo rettangolare – ci sono: quattro materassi con coperte e sacchi a pelo; tre torce elettriche e un piccolo crocefisso di legno; una stufetta, quattro sedie e un tavolo con sopra una copia del Vangelo, bottiglie d’acqua, frutta essicata, un termos e un pc, strumento indispensabile per “poter continuare a organizzare l’attività pastorale “. Perché è vero che per dare l’esempio di come vivono o sopravvivono i migranti, e per scuotere il torpore delle coscienze di chi si volta dall’altra parte, i quattro sacerdoti abiteranno qui dentro 45 giorni, fino a Pasqua, in strada, davanti alla chiesa di San Zenone; ma in tutto questo andranno anche avanti a fare il loro lavoro. Un “lavoro di collegamento “, ti spiega il prete, uno del gruppo. Implora di non essere citato, “perché – e questo profilo basso è una delle cose più belle di un’iniziativa interessante anche in quanto scarica di ogni retorica pauperista – abbiamo deciso di non rilasciare interviste…”.
Ambivere, duemila abitanti tra l’imbocco della valle San Martino e l’Isola bergamasca. Il pratone leghista di Pontida a tre minuti di macchina; in serata comizio di Salvini a Palazzago, sei chilometri e 700 passi dalla tenda dei preti “migranti”. Il loro slogan? “Ero straniero e mi avete ospitato a casa vostra” (Vangelo di Matteo). Si parte da lì e lì si ritorna. La condizione di chi arriva da lontano e vive senza una casa. Una tenda per rappresentarla plasticamente. Sono passati nove giorni, era il mercoledì delle ceneri: l’inizio della Quaresima. I quattro sacerdoti – don Emanuele Personeni, don Gianluca De Ciantis, don Andrea Testa, don Alessandro Nava; parrocchie di Ambivere, Mapello e Valtrighe – hanno tirato su il gazebo dopo aver vergato una lettera che è un duro atto d’accusa: contro l’indifferenza, il potere politico e economico, l’espansionismo e lo sfruttamento dell’Occidente che ha ridotto in condizioni di disperazione i popoli svantaggiati, oggi in fuga verso i nostri Paesi. Ambivere, dunque. Scrivono i religiosi: “In Quaresima abiteremo una tenda. Un po’ di cibo. Acqua da bere. Un bagno per lavarci. Un materasso per dormire. È più di quanto molti esseri umani possono permettersi. Naturalmente non sarà facile. Abituati ad avere più del necessario, il necessario sembrerà insufficiente”. Non sarà un caso, o forse sì, che il paese è davvero a un tiro di schioppo da quella Pontida luogo iconico del leghismo pre e post migrazioni. Del “padroni a casa nostra” e dell'”aiutiamoli a casa loro “, gli slogan protezionisti sentiti in questi anni di sbandierata intolleranza. Che è diffusa. Sentite Emy, una signora di Mapello di passaggio davanti alla chiesa, quando le chiedi se apprezza l’iniziativa dei sacerdoti: “Contenti loro… Io penserei prima agli italiani, i preti chissà perchéli critica – e taglia in dialetto – “i pensa adoma ai stranieri”, pensano solo agli stranieri” . Le fa eco Carlo Sangalli, studio dentistico su via Papa Giovanni XIII: “Preoccupiamoci dei nostri, poi semmai anche di loro” .
“Noi” e “loro”. Noi che potremmo accogliere, loro che scappano dalla guerra e dalla miseria. Bastano quattro preti accampati, e il paese si divide. Gianni Rottoli si affaccia alla tenda, è arrivato da Bonate Sopra, vuole capire: “Complimenti. È un messaggio forte, pieno di significato ” . Il sacerdote, berretta di lana e maglioncione, non importa se è il parroco di Ambivere o quello della vicina Mapello, gli stringe la mano: “Torni a trovarci quando vuole, noi fino a Pasqua siamo qui” . Questa sera si farà vedere anche Nasser, egiziano. Porterà delle pizze perché le sforna (è titolare della pizzeria “Le Piramidi2”, proprio dietro la chiesa). “Io vivo qui da 15 anni, sono stato accolto bene. Ma tanti altri vengono lasciati al loro destino”. Senza un tetto, senza una minestra. “Lavoriamo sui migranti da anni” , racconta il sacerdote a Adriana Panseri, incuriosita dal capanno bianco sul sagrato. “A Mapello ne ospitiamo cinque. Vorremmo che ogni paese e ogni diocesi lo facessero” . E invece? Invece “si usano i poveri di casa nostra contro i poveri alla nostra porta. A cominciare – recita la lettera – dalle Regioni fino a arrivare a molte amministrazioni comunali, la risposta è sempre la stessa: per loro non c’e posto”. Nemmeno in tenda, oggi. Solo quattro materassi. Di più non ce ne stanno.

quattro preti di Bergamo solidarizzano coi profughi

quaresima in tenda per quattro preti

“fare di più per i profughi”

di | 13 febbraio 2016
Bergamo, Quaresima in tenda per quattro preti: “Fare di più per i profughi”
 

lettera-denuncia di quattro sacerdoti del Bergamasco per spiegare ai loro parrocchiani e non solo la scelta di vivere questi quaranta giorni sulla strada

“In Quaresima noi sacerdoti abiteremo in una tenda allestita sul sagrato della chiesa di Ambivere. Un po’ di cibo. Acqua da bere. Un bagno per lavarci. Un materasso per dormire. E’ più di quanto molti essere umani possono permettersi”

 Inizia così la lettera-denuncia che don Gianluca De Ciantis, don Andrea Testa, don Alessandro Nava e don Emanuele Personeni hanno scritto per spiegare ai loro parrocchiani e non solo, la scelta di vivere questi quaranta giorni sulla strada.

I quattro preti della diocesi di Bergamo hanno deciso di non tacere di fronte ai numeri che testimoniano una scarsa accoglienza dei richiedenti asilo: “I poveri – scrivono i sacerdoti nella missiva – speravano che l’Europa fosse un luogo dove l’umanità venisse prima della cittadinanza, prima del benessere, prima delle differenze religiose, prima di ogni altra cosa. Si sbagliavano. Il pensiero diffuso è che la loro situazione non dipenda da noi che abbiamo già i nostri grattacapi. Al pari dei singoli Paesi europei, anche i diversi settori dell’amministrazione statale scaricano sugli altri la responsabilità adducendo confusione normativa, paventando rischi di terrorismo e brandendo contro i poveri le croniche insufficienze dell’assistenza ai cittadini italiani”.

Parole dure anche contro la propria diocesi: “Si usano i poveri di casa nostra contro i poveri alla nostra porta. A cominciare dalle Regioni fino ad arrivare a moltissime amministrazioni comunali la risposta è sempre la stessa: per loro non c’è posto. Le parrocchie e i cristiani bergamaschi non si stanno comportando meglio. Ci pensi la Caritas, dicono. Neppure l’invito dell’amatissimo Papa Francesco riesce a scuoterli. Noi sacerdoti non possiamo rovesciare le sorti dei poveri. Però possiamo stare dalla loro parte”.

Una denuncia che va alla pari con i numeri. Da un mese la Caritas nazionale ha lanciato l’iniziativa “Rifugiato a casa mia” ma su 26mila parrocchie in Italia solo 181 hanno aderito mettendo a disposizione 1060 posti: “Il progetto prevede – spiegano i vertici della Caritas – l’accoglienza di singoli o di nuclei familiari per sei mesi, attivando in famiglie, comunità e territori tutto quanto può fare integrazione”.

A dar ragione ai sacerdoti bergamaschi sembrano essere proprio i dati: secondo la Commissione nazionale asilo, lo scorso anno 79.000 persone lo hanno richiesto in Italia. Di questi 23.000 sono stati accolti nelle diocesi italiane: uno su quattro dei richiedenti asilo ha trovato casa in una struttura ecclesiale, arrivando addirittura a uno su due in regioni come la Lombardia e la Basilicata o uno su tre in Piemonte. Solo a Roma città (334 parrocchie) sono accolti circa 170 migranti, neanche uno per campanile. A Milano (1.000 parrocchie) sono a disposizione 400 posti letto e nell’arcidiocesi bolognese si arriva a circa 30 posti letto.

I buoni esempi non mancano: don Enrico D’Ambrosio a Cenate (Bergamo) a dicembre scorso ha aperto le porte della sua canonica per accogliere cinque giovani africani così come in Toscana la cooperativa fondata da don Armando Zappolini si prepara ad accogliere i nuovi profughi in arrivo a primavera. L’invito dei quattro sacerdoti bergamaschi è a fare di più: “Stiamo in una tenda per dire che non siamo disposti ad accettare un sistema che procura benessere a noi provocando sofferenza a qualcun altro. Si tratta di un segno temporaneo, fino a Pasqua. Poi si vedrà”.

 

preti contro

I preti contro discarica di Poiatica: ‘Cloaca nauseante. Noi preoccupati per la salute’

La lettera è stata indirizzata dai parroci dell’Appennino reggiano ai rappresentanti della politica e alle associazioni: “Non si possono solo seppellire i morti senza farsi domande”. La multiutility Iran ha chiesto l’allargamento dell’area destinata ai rifiuti di altri 500mila metri cubi. La risposta dell’Asl: “Nessun decesso sospetto o dato rilevante di tumori maligni nella zona”

I preti contro discarica di Poiatica: ‘Cloaca nauseante. Noi preoccupati per la salute’

 

Porcheria, cloaca nauseante, buco nero. Le parole non sono tenere e arrivano dai parroci dell’appennino reggiano, che alcuni giorni fa hanno deciso di schierarsi apertamente contro la discarica di Poiatica

Dopo mesi di dibattito e una manifestazione di piazza organizzata dai comitati cittadini, i sacerdoti hanno preso carta e penna per scrivere una lettera aperta alla politica e alle associazioni. “A Poiatica da ormai 20 anni si seppelliscono montagne di rifiuti”, si legge nell’appello dei preti della valle. “Che cosa potrà produrre in negativo e sulla salute umana tanta porcheria?”. E ancora: ”Noi parroci della valle notiamo con sofferenza la nascita di bambini con patologie gravi e soprattutto morti per malattie cancerogene in età giovanile. Far finta di non vedere per malafede o ignoranza è imperdonabile”.

La questione è nota tra i comuni dell’Appennino reggiano e riguarda l’ampliamento della discarica di Poiatica, con la creazione del sesto e ultimo lotto. Il sito si trova in una vallata ricavata da una ex cava di argilla, circondata dal fiume Secchia e all’interno del territorio del comune di Carpineti, in provincia di Reggio Emilia. È classificata come discarica di prima categoria, quindi può smaltire rifiuti solidi urbani e speciali non pericolosi. Gestita dalla multiservizi Iren Ambiente, ha una capacità di 937mila metri cubi e accoglie due milioni di tonnellate.

Oggi si sta riempiendo il quinto lotto, ma in ballo c’è un progetto di Iren, depositato in Provincia, che prevede l’allargamento con altri 500mila metri cubi. Il Comune di Carpineti ha già dato parere favorevole, ma a patto che si limiti al minimo l’impatto ambientale e che tutta la zona sia messa in sicurezza. L’ultima parola però spetta alla Regione, che entro poche settimane dovrebbe esprimersi attraverso il piano regionale di gestione dei rifiuti.

Intanto, il fronte del no alla discarica incassa l’appoggio delle parrocchie di un gruppo di frazioni e comuni disseminati sull’appenino, tra cui Toano, Cavola, Valestra e Bebbio. La lettera è firmata da Raimondo Zanelli, William Neviani, Graziano Gigli. Nel testo i tre sacerdoti non usano il guanto di velluto: “Questa valle sta diventando la valle dei rifiuti”, scrivono. “Abbiamo portato via la terra, il verde, le persone per portare rifiuti e inquinamento. Poiatica è diventata una nauseante cloaca, un buco nero, infinito”.

E ancora: “Chi visita la discarica sente un olezzo insopportabile con miasmi pungenti. Se contassimo i camion che sono entrati e usciti in 20 anni faremmo una fila da circuire il mondo. Chi sa quanto è grande il business di ‘monnezza’ e quali interessi ci stanno dietro? Se per frane o terremoti scoppiasse l’involucro di Poiatica, riversandosi nel fiume Secchia, quale disastro ecologico di avvelenamento ci sarebbe?”.

Le loro voci si uniscono a quelle del comitato di Carpineti ”Fermare la discarica“, che da mesi chiede la chiusura definitiva del sito, la sua gestione post mortem e indagini sulle eventuali ripercussioni sulla salute dei residenti. “C’è un discorso relativo ai rischi sulla salute: vogliamo sapere se ci sono delle correlazioni tra la discarica e l’insorgere di allergie e patologie respiratorie”, spiega Valentina Barozzi, un’esponente del gruppo. “E poi c’è un discorso di leggi e amministrazione: che senso ha allargare una discarica mentre l’Europa ci chiede di eliminarle e mentre in regione aumenta la raccolta differenziata?”.

E mentre il gruppo di maggioranza in comune Insieme per Carpineti assicura che “il completamento del sesto lotto coinciderà con la chiusura definitiva della discarica”, l’Asl di Reggio Emilia nega qualsiasi pericolo per la salute. “L’analisi dell’incidenza dei tumori maligni e della mortalità infantile nei residenti del comune di Toano e del comune di Carpineti e il relativo confronto con i dati della provincia di Reggio Emilia non hanno messo in evidenza nessun eccesso di rischio, tantomeno attribuibile a una eventuale esposizione ambientale”, si legge in un comunicato diffuso dopo la pubblicazione dell’appello dei parroci. “Non si vuole sottovalutare il disagio dovuto ai cattivi odori segnalati dalla popolazione locale, ma si vuole precisare che, per quanto noto a oggi, non esiste una correlazione certa tra le emanazioni prodotte da sostanze organiche trattate meccanicamente e biologicamente e lo sviluppo di malattie organiche”.

Porcheria, cloaca nauseante, buco nero. Le parole non sono tenere e arrivano dai parroci dell’appennino reggiano, che alcuni giorni fa hanno deciso di schierarsi apertamente contro la discarica di Poiatica

questo il resoconto di  ne ‘il Fattoquotidiano’ del 12 gennaio 2014:

Dopo mesi di dibattito e una manifestazione di piazza organizzata dai comitati cittadini, i sacerdoti hanno preso carta e penna per scrivere una lettera aperta alla politica e alle associazioni. “A Poiatica da ormai 20 anni si seppelliscono montagne di rifiuti”, si legge nell’appello dei preti della valle. “Che cosa potrà produrre in negativo e sulla salute umana tanta porcheria?”. E ancora: ”Noi parroci della valle notiamo con sofferenza la nascita di bambini con patologie gravi e soprattutto morti per malattie cancerogene in età giovanile. Far finta di non vedere per malafede o ignoranza è imperdonabile”.

La questione è nota tra i comuni dell’Appennino reggiano e riguarda l’ampliamento della discarica di Poiatica, con la creazione del sesto e ultimo lotto. Il sito si trova in una vallata ricavata da una ex cava di argilla, circondata dal fiume Secchia e all’interno del territorio del comune di Carpineti, in provincia di Reggio Emilia. È classificata come discarica di prima categoria, quindi può smaltire rifiuti solidi urbani e speciali non pericolosi. Gestita dalla multiservizi Iren Ambiente, ha una capacità di 937mila metri cubi e accoglie due milioni di tonnellate.

Oggi si sta riempiendo il quinto lotto, ma in ballo c’è un progetto di Iren, depositato in Provincia, che prevede l’allargamento con altri 500mila metri cubi. Il Comune di Carpineti ha già dato parere favorevole, ma a patto che si limiti al minimo l’impatto ambientale e che tutta la zona sia messa in sicurezza. L’ultima parola però spetta alla Regione, che entro poche settimane dovrebbe esprimersi attraverso il piano regionale di gestione dei rifiuti.

Intanto, il fronte del no alla discarica incassa l’appoggio delle parrocchie di un gruppo di frazioni e comuni disseminati sull’appenino, tra cui Toano, Cavola, Valestra e Bebbio. La lettera è firmata da Raimondo Zanelli, William Neviani, Graziano Gigli. Nel testo i tre sacerdoti non usano il guanto di velluto: “Questa valle sta diventando la valle dei rifiuti”, scrivono. “Abbiamo portato via la terra, il verde, le persone per portare rifiuti e inquinamento. Poiatica è diventata una nauseante cloaca, un buco nero, infinito”.

E ancora: “Chi visita la discarica sente un olezzo insopportabile con miasmi pungenti. Se contassimo i camion che sono entrati e usciti in 20 anni faremmo una fila da circuire il mondo. Chi sa quanto è grande il business di ‘monnezza’ e quali interessi ci stanno dietro? Se per frane o terremoti scoppiasse l’involucro di Poiatica, riversandosi nel fiume Secchia, quale disastro ecologico di avvelenamento ci sarebbe?”.

Le loro voci si uniscono a quelle del comitato di Carpineti ”Fermare la discarica“, che da mesi chiede la chiusura definitiva del sito, la sua gestione post mortem e indagini sulle eventuali ripercussioni sulla salute dei residenti. “C’è un discorso relativo ai rischi sulla salute: vogliamo sapere se ci sono delle correlazioni tra la discarica e l’insorgere di allergie e patologie respiratorie”, spiega Valentina Barozzi, un’esponente del gruppo. “E poi c’è un discorso di leggi e amministrazione: che senso ha allargare una discarica mentre l’Europa ci chiede di eliminarle e mentre in regione aumenta la raccolta differenziata?”.

E mentre il gruppo di maggioranza in comune Insieme per Carpineti assicura che “il completamento del sesto lotto coinciderà con la chiusura definitiva della discarica”, l’Asl di Reggio Emilia nega qualsiasi pericolo per la salute. “L’analisi dell’incidenza dei tumori maligni e della mortalità infantile nei residenti del comune di Toano e del comune di Carpineti e il relativo confronto con i dati della provincia di Reggio Emilia non hanno messo in evidenza nessun eccesso di rischio, tantomeno attribuibile a una eventuale esposizione ambientale”, si legge in un comunicato diffuso dopo la pubblicazione dell’appello dei parroci. “Non si vuole sottovalutare il disagio dovuto ai cattivi odori segnalati dalla popolazione locale, ma si vuole precisare che, per quanto noto a oggi, non esiste una correlazione certa tra le emanazioni prodotte da sostanze organiche trattate meccanicamente e biologicamente e lo sviluppo di malattie organiche”.

 

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