il grande peccato dell’indifferenza e della sottovalutazione

 

poi vennero a prendere anche noi

 

Prima di tutto vennero a dirci di lasciare affogare in mare i migranti e i disgraziati, così avremmo “combattuto i trafficanti di uomini”, e lasciammo fare, perché avevamo paura che ci togliessero il lavoro e costasse troppo mantenerli qui. A quelli di noi che insistevano con le “ideologie umanitarie” o ascoltavano quel pericoloso sovversivo comunista, il papa cattolico, ripetevano bruscamente: “E tu quanti ne ospiti a casa tua?”. E quelli, invece di rispondere “e tu quanti ne rimpatri coi tuoi soldi?”, tacevano, spaventati solo all’idea.

Poi vennero a dirci che il fascismo era morto e sepolto, e se c’erano gruppi che si radunavano nei cimiteri alzando il braccio, occupavano stabili, inneggiavano pubblicamente a dittatori criminali, picchiavano i giornalisti non c’era da preoccuparsi, ed eravamo esagerati, e noi tirammo un sospiro di sollievo, perché in realtà dei fascisti avevamo paura ed era più comodo pensare che no, non esistevano.

Poi vennero a dirci che “non esistevano più la destra e la sinistra”, e potevamo rilassarci, che il popolo lo avrebbero tutelato loro, quelli da sempre di destra alleati con quelli che obbedivano solo alla piattaforma privata d’un privato signore ispirato da un privato blog. E fummo contenti, perché mica lo capivamo bene, quali erano la destra e la sinistra, e sarebbe costata fatica, farlo davvero.

Poi schedarono gli scienziati, almeno quelli che non si erano dimessi dagli organismi pubblici, e non ci dispiacque, perché erano arroganti e boriosi, e ci ricordavano tutti i momenti che non è vero che uno vale uno, se uno è competente e l’altro no, e la scienza non è democratica, perché la curva delle epidemie o l’efficacia d’un farmaco non puoi stabilirli con una votazione online, e questo era duro da ammettere, perché molti di noi non avevano studiato e non avevano voglia di farlo.

Poi vennero a prendere anche noi, e non c’era rimasto nessuno a scrivere su un social #antifascistisempre e #facciamorete per proteggerci tutti assieme.

un’Europa dove riprendono paurosamente i pogrom contro rom ed ebrei

Kiev

pogrom neonazi contro i rom

allenamento per il seguito

Ucraina. Almeno sei gli attacchi registrati quest’anno. Tra le vittime anche una bambina di dieci anni uccisa

I fascisti del gruppo S-14, le sovvenzioni statali e le complicità vergognose.
-E altri miliardi senza rendiconti di democrazia dall’Unione europea.

problema irrisolto la destra estrema

Kiev, pogrom neonazi contro i rom, che prima di passare al bersaglio classico degli ebrei, scelgono un bersaglio più facilmente detestabile, i Rom, per allenamento e proselitismo. Lo denuncia la giornalista Halya Coynash sul portale Kharkiv Human Rights, che ci da anche nome ed indirizzo degli squadristi molto, troppo ben protetti. I «vigilantes» fascisti del ‘S-14’ che da mesi spadroneggiano per le vie delle città ucraine portando violenza e paura con l’avvallo silenzioso e quindi complice delle forze di sicurezza. Arroganza da impunità, con rivendicazioni pubbliche, ad esempio, del pogrom del 24 ottobre. Kiev, pogrom neonazi contro i rom, Il 24 ottobre, ma attorno c’è ben altro. Torniamo ad Halya Coynash, la giornalista, che a sostegno delle sue accuse a Human Rights, ha portato video e fotografie: «il 24 ottobre nell’area vicino alla stazione meridionale di Kiev un raid neonazista ha devastato un campo abitato da famiglie rom». La particolare gravità di questo assalto è che per la prima volta la polizia municipale non è restata solo ad osservare le gesta dei fascisti del gruppo S-14 ma ha attivamente partecipato all’azione, dando l’impressione -oramai, vedremo tra poco- molte conferme che i raid erano stato organizzati e coordinati. Dall’inizio dell’anno sono già 6 i casi noti di pogrom in Ucraina, uno dei quali terminato con l’uccisione di una bambina di soli 10 anni. Denunce pubbliche ma nessuna protesta dalla Ue. Anzi, quasi fossero premi meritati, piovono euro su Kiev. Con la Rada -il parlamento locale- che per una volta a grande maggioranza, decise di accettare il miliardo di euro di aiuti dall’Unione Europea. Spiccioli in realtà, visto che all’ascesa del governo di Petr Poroshenko, 2014, arrivò il maxi prestito di 17,5 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale, e l’anno dopo 1,8 miliardi di euro Ue, in cambio di promesse di democrazia. A oltre quattro anni dalla Maidan, l’Ucraina ha il problema irrisolto di un sottobosco di gruppi estremisti, filonazisti e xenofobi che non si limitano alle parole. A inquietare, è l’immobilismo di governo, polizia, politica di Kiev. Il disinteresse per una serie di crimini violenti che hanno come obiettivo minoranze ai margini della società. Un immobilismo che qualche volta rasenta la connivenza. È il caso del gruppo neonazista ‘C14’ che, secondo ‘Human rights protection group’, ha ricevuto soldi pubblici per «educazione patriottica». Circa 40mila euro con i quali il ministero della Gioventù ha finanziato iniziative «nazional-patriottiche» . La matrice neonazista di questo gruppuscolo non è in discussione. C in cirillico è S, iniziale di slova, слова, parole. C14 si rifà alle 14 parole di David Lane, leader defunto del gruppo suprematista americano The Order: «We must secure the existence of our people and a future for white children». È una formazione apparsa di recente, in parte come spin off di Svoboda, il partito estremista che svolse un ruolo di primo piano nelle occupazioni violente dei palazzi del potere nei giorni della Maidan. Ma che ha anche contatti stretti con la galassia dell’estrema destra nazionalista, da Pravyi Sektor al Natsionalyikorpus, al Karpatska Sich. Kiev, pogrom neonazi contro i rom Il realtà, da analisti non legati a politica e Stati, ben poco sul fronte e delle riforme democratiche promesse da Kiev è stato fatto. In Ucraina si parla ormai di miseria e degrado. Reddito medio annuo a parità di potere d’acquisto è di 2990 dollari, mentre -accusa diffusa- ‘le oligarchie dilapidano i prestiti internazionali’. Per protestare contro una situazione ogni giorno più insostenibile, la Federazione dei Sindacati Ucraini aveva organizzato il 23 ottobre scorso un grande sciopero nazionale e a tutt’oggi nel Donbass, la parte non separatista, i minatori restano a rotazione nei pozzi per protestare per il mancato pagamento dei salari da 4 mesi a questa parte.

NEONAZISTI CRESCONO

verso la giornata della memoria – nelle viscere di Dora, dove i sepolti vivi dovevano costruire le ‘V2’, missili teleguidati a lunga gittata

l’inferno nascosto di Dora, il lager nazista più segreto


in un documentario la storia delle gallerie nelle viscere dei monti Harz, dove 60mila internati lavorarono al progetto dei missili V2, senza vedere la luce per anni. Tra loro 1500 italiani

di Lucia Bellaspiga 

Una delle gallerie scavate con i picconi dove gli schiavi lavoravano e vivevano (Light History)

una delle gallerie scavate con i picconi dove gli schiavi lavoravano e vivevano

Ha il dolce nome di una donna, ma il suo ventre è sotto terra e partorisce solo uomini morti. Dora, quattro lettere che stanno per Deutsche Organisation Reichs Arbeit, il campo di lavori forzati più segreto e più duro dell’intera Germania nazista. Come tutti gli inferni, diramava i suoi gironi sotto terra, in mefitiche gallerie buie e gigantesche, dove 60mila internati tra l’agosto del 1943 e l’aprile del 1945 lavoravano e persino vivevano, senza mai rivedere la luce. «New York e Londra spariranno presto dalla faccia della terra», aveva promesso Himmler e il segreto era là sotto, nelle viscere di Dora, dove i sepolti vivi avrebbero costruito le ‘V2’, missili teleguidati a lunga gittata, un miracolo della scienza…

«Nessuno sapeva dell’esistenza di Mittelbau Dora, le persone sparivano nel nulla e nemmeno i familiari conoscevano la loro fine», racconta Raffella Cortese, autrice insieme a Mary Mirka Milo del documentario Inferno Mittelbau Dora, che Rai Storia manderà in onda il 27 gennaio alle 19 nella Giornata della Memoria. «E ancora oggi di Dora non si parla mai, sparita nell’oblio, cancellata dai libri di storia». Esperta in stragi fin dai tempi in cui ha firmato le puntate Rai di Mixer e La storia siamo noi, dalle Brigate Rosse ai Nar, da Piazza Fontana alla strage di Bologna, Cortese non poteva non lasciarsi attrarre dall’abisso nero di Dora.

Per oltre un anno le due autrici hanno scavato in archivi e ricordi, incontrato sopravvissuti: «A Mittelbau Dora i prigionieri arrivavano dagli altri campi, soprattutto da Buchenwald», sostituiti man mano che morivano. Erano in gran parte russi, polacchi e francesi, ma dopo l’8 settembre 1943 anche gli italiani divennero nemici e 1.500 nostri militari finirono internati a Dora come ‘oppositori politici’, contrassegnati con un triangolo rosso. Tra questi Guido Bianchedi, classe 1920, lucido protagonista del documentario. Soldato di leva, arrestato a Lubiana dai tedeschi, da Buchenwald fu presto deportato a Dora: «Una sera ci caricarono su un camion. Un’ora e mezza dopo aprirono la sponda posteriore e ci fecero scendere, c’era fango fino alle ginocchia…». Carne da macello destinata a scavare con picconi le gallerie per le mostruose V2, alte come un palazzo di cinque piani.

Era stato lo stesso Hitler a ordinare la ricollocazione sotterranea degli impianti di produzione, dopo i rovinosi bombardamenti degli Alleati, e la scelta del luogo era caduta sulle grotte dei monti Harz, nel cuore della Germania, mentre di Himmler era l’idea di usare i prigionieri dei campi di concentramento: «Era un lavoro massacrante e senza mai sosta. Nelle gallerie sempre più in profondo mancava ossigeno, fame e sete ci torturavano, sono riuscito a lavarmi dopo due anni, la testa brulicava di pidocchi fino a sanguinare. Laggiù, sempre al buio, anche vivevamo», se così si può dire. Uno dei tunnel conteneva i ‘letti’ a castello alti 9 metri e larghi 12, per diecimila schiavi. È il nipote di un altro internato, Mario Quadalti, a riassumere i racconti dell’omonimo zio, arruolato alpino a 21 anni e dopo l’8 settembre arrestato a Cuneo: «La fame era tale che là sotto si erano costruiti una bilancina per misurare le molliche che toccavano all’uno o all’altro».

A Mittelbau Dora non si faceva l’appello quotidiano per la conta, «tanto dove andavi?», spiega Bianchedi. Nemmeno i morti uscivano, accatastati nei tunnel. In uno o due mesi il fisico cedeva, o cedeva la mente: «Si cercava il modo per non impazzire – continua Bianchedi – io mi immaginavo un dialogo intimo con mio padre, che mi diceva sempre ‘Guido, abbi pazienza’ e io risorgevo. Era duro parlare con lui e non sentire la sua voce». La mente scientifica era l’ingegner Wernher von Braun, a 20 anni già genio della missilistica, a 25 a capo di diecimila tra scienziati, tecnici e operai. La V2 era la sua creatura, costosissima (l’equivalente di 300mila euro ciascun missile), l’asso nella manica dopo la sconfitta subìta a Stalingrado nel gennaio del ’43: ‘l’arma della vendetta’, la Vergeltung Waffe (da qui la V del nome). Tra tentativi di lancio, numerosi fallimenti e continue modifiche, all’inizio del ’44 erano già stati prodotti 5.000 missili e nel ventre di Dora le catene di montaggio si facevano più disumane. Nel settembre 1944 le V2 si schiantano davvero su Londra distruggendo la città e la psi- che dei suoi abitanti: è la prima volta che un bombardamento piomba dal cielo in assenza di aerei. Ma, come vedremo, è anche l’inizio dell’era spaziale…

Difficile immaginare lo sguardo allucinato di Bianchedi il 12 aprile 1945, quando nelle gallerie vide i fari di tre camionette, «Non era possibile! Si fermarono davanti a me e dissero ‘von Braun, von Braun’, volevano solo lui, poi uscirono di corsa». In superficie l’evacuazione era iniziata da giorni e l’umanità del sottosuolo manco lo sapeva. Come zombie, in 500 riemersero alla luce e furono curati dagli americani, ma per più di metà fu troppo tardi. Tra questi anche Mario Quadalti, morto il 18 maggio 1945. È ancora il nipote a mostrare la sua ultima lettera al comandante americano: «Chiedo a voi di far trasportare questo mio scheletrito corpo nella mia Patria, onde possa prima di dar l’addio a questa valle di lacrime baciare il bianco capo della mia piangente Mamma». Troppo tardi anche per questo: è tuttora sepolto fuori Dora. Il 12 maggio 1945 von Braun, con i suoi piani di costruzione delle V2, si consegna agli americani e con tutti i suoi ingegneri passa al servizio degli Usa, asilo garantito e crimini di guerra cancellati. Di Mittelbau Dora si ‘dimenticano’ anche i processi di Norimberga e nel 1969 l’uomo arriva sulla Luna spinto dal razzo Saturno 5: l’evoluzione della V2. «In quelle gallerie mi chiedevo solo: perché? Che male ho fatto io? Per conto di chi stavo scontando quelle pene? Sono pieno di domande e non ho risposte », sorride Guido Bianchedi nel documentario. È morto tre mesi fa, senza trovarle.

il nazismo si ripete – questa volta è europeo!

migranti morti di freddo sui confini chiusi dei Balcani

l’eliminazione invisibile: gelo, marce forzate nei boschi e deportazioni

Huffigton Post 
Migranti congelati o morti di gelo. Con la discesa brutale delle temperature e la chiusura della rotta balcanica la scorsa primavera, migliaia di migranti si ritrovano bloccati in Serbia, intere famiglie o minori non accompagnati, senza vestiti per il clima invernale. 7.000 profughi circa in Serbia secondo l’Unhcr, ma secondo stime delle organizzazioni locali circa 10.000, di cui 6.000 ospitati nelle strutture ufficiali e solo 3.140 adatti all’inverno; il resto dorme fuori in edifici abbandonnati di Belgrado o sui confini, alcuni persino nei boschi, a meno 20 di notte, e 30 cm di neve. I casi di ipotermia si sono drammaticamente moltiplicati, sette a Belgrado, trattati da MSF e Médecins du Monde a Belgrado, nelle sole ultime 24 ore, e quattro morti per assideramento nella sola prima settimana di gennaio sui confini bulgaro-turco e greco-macedone.