una lettera immaginaria della Madonna a Gesù Bambino per la sua nascita … e a noi

la lettera di “Maria” al Figlio, duemila anni dopo

una lettera immaginaria della Madonna a Gesù Bambino per la sua nascita e a noi

don Francesco Cosentino

 

Mi sembra ieri. Vibravi dentro di me e ancora non immaginavo nulla della splendida avventura in cui Dio mi stava trascinando. Un figlio ti cambia la vita per sempre, perché è il miracolo partorito dalle tue viscere. Ma, nel mio caso, fu sconvolgente.

Vivevo una specie di sogno celeste, con il tremore di chi era stata sorpresa da una luce che veniva dall’alto, ma doveva comunque fare i conti con le pentole della cucina e la roba da rassettare. E, nel frattempo, tu crescevi. In silenzio ti guardavo diventare uomo e lacrime di stupore e di gioia solcavano il mio viso, mentre dolcemente pronunciavo il tuo nome.

Non immaginavo ancora, che la luce che aveva squarciato le finestre della mia povera casa di Nazareth e spalancato le porte del mio cuore a Dio, sarebbe stata presto oscurato dall’incomprensione, dall’ostilità e dalla violenza degli uomini. Ma intanto crescevi. Aiutavi tuo padre nella bottega, giocavi con gli altri ragazzi, godevi spensierato dei semplici giorni del villaggio, ma, allo stesso tempo, a volte ti facevi serio e osservavi l’orizzonte. Avevi già nel cuore il desiderio di raggiungere tutti, di sanare le ferite, di rialzare i caduti, di piantare l’amore nelle viscere della storia. Figlio mio, ma in realtà figlio dell’umanità. Ben presto non più mio, ma pane per coloro che avevano fame.

Ecco, caro Figlio, anche oggi stai per nascere. Il tuo Natale, oggi, è diventato una festa di luci, un tripudio di colori e una melodia di nenie. Eppure, ancora una volta, ti troverà soprattutto chi saprà visitare la semplicità e la povertà della grotta, chi imparerà il ritmo del battito del tuo cuore proprio come ho fatto io appena ti ho sentito nel grembo, chi darà alla luce sogni di pace e di futuro, portando avanti quella promessa di liberazione di cui mi parlò l’Angelo quando mi annunciò la tua venuta.

È Natale, amati compagni di cammino. Dopo duemila anni, con il cuore di Madre, vorrei invitarvi a preparare bene la Sua venuta.

È Natale se vi spogliate della pretesa di farcela da soli e imparate a tendere la mani a questo Bambino. Se non avete paura di entrare anche voi nella grotta, dove a volte la fatica, la stanchezza, il buio vengono a sorprendervi e pare che non ci sia più nulla per cui valga la pena impegnarsi, mentre l’aurora di Dio sta già nascendo dentro di voi.

È Natale, se al di là di tutto, voi sapete ritrovare il senso vero della famiglia. Fermarsi, ascoltarsi, parlarsi. Ma anche abbracciarsi, con quel calore dell’amore di Dio per mettere in circolo la rivoluzione della tenerezza. Rompete i muri dell’egoismo, vincete le resistenze, superate quei silenzi mortali e, finalmente, datevi un abbraccio vero. Non importa se siete rotti, spezzati, piegati; non siete una famiglia perfetta quando la vostra casa, le situazioni di ogni giorno e il conto in banca sono a posto, ma quando avete il coraggio di amarvi sempre e di nuovo, e di sapervi stringere in un abbraccio.

È Natale se vi prendete cura della madri e delle donne, ancora fin troppo silenziate, maltrattate e violentate, mentre invece sono loro a generare la vita.

È Natale, se sapete accogliere il Bambino negli occhi di tutti i bambini. Ricordatevi del Vangelo: sono innocenti, sono angeli e guai a chi li scandalizza, li turba, li umilia, li ferisce.

È Natale se vi impegnate a cercare e trovare Dio non solo in questo freddo giorno di dicembre, ma nelle cose ordinarie di ogni giorno, nei luoghi che frequentate e nell’impegno del vostro lavoro, nei bilancio della vita che faticate a portare avanti. Perché voi lo sapete, per una strana scelta della Provvidenza Divina, questo Figlio è nato da una povera fanciulla di Nazareth, il più sperduto dei paesi. Se Dio ha fatto in me grandi cose, può farle anche in voi.

Lo accarezzavo sempre quando era Bambino. Fatelo anche voi in questo Natale, con atteggiamento materno: date alla luce il sogno di Dio, magari accarezzando chi è solo, chi è ammalato, chi è deluso, chi è triste, chi si è fermato.

Ogni volta che accogliete mio Figlio, il mio cuore si commuove come nel giorno dell’Annunciazione. Aprite il Vangelo, ascoltatelo e parlate con Lui. Nelle vostre case, in questo Natale, accendete una candela sul tavolo e sedetevi tutti attorno: mamme, papà, figli, nonni. E gustate la bellezza dell’amore di Dio nel silenzio del cuore e nello sguardo innamorato che voi sapete darvi.

Ve lo auguro, con cuore di Madre.

Lidia Maggi di fronte alla figura di Maria

Maria, la testimone più autorevole di Gesù per la sua capacità di penetrare la Parola

di Lidia Maggi
in “dialoghi” n.242 del giugno 2016 Lidia Maggi

Maria accompagna il credente in un itinerario di ascolto dove vengono, di volta in volta, fornite al discepolo le istruzioni per una fede consapevole. Una vera scuola di discepolato, che, mentre narra le vicende di Maria, dall’annuncio della nascita di Gesù all’oracolo di Simeone, offre a chi legge le chiavi per rimanere nella Parola
La chiamata di Maria

Quando Maria riceve la chiamata è ancora una bambina. Promessa sposa a Giuseppe, attende che il suo corpo fiorisca, fino a diventare donna, per poter passare dalla casa paterna a quella del suo futuro sposo. Maria vive in un contesto difficile, che vede il suo popolo piegato dal giogo dell’ occupazione romana. Probabilmente ascolta i lamenti della sua gente e anche lei, come molti in Israele, attende il Messia che verrà a liberare il suo popolo. Ma Dio sta per agire proprio attraverso di lei per cambiare le sorti della storia. L’angelo saluta Maria con parole importanti, che la turbano e la interpellano: «si domandava cosa volesse dire un tale saluto» (Lc 1,29). Maria vuole capire. Con lei impariamo che Dio non si aspetta da noi l’ubbidienza incondizionata. Troppe donne sono state piegate, ammutolite da una fede che asservisce senza liberare, che mette a tacere ogni dubbio e censura le domande. Dio non chiede una tale fede. Non l’ha pretesa dai grandi uomini come Mosè, Elia, o Abramo. Non la chiede a Maria, la quale discute il progetto divino; e nemmeno alle altre donne. La fede nel Dio che chiama richiede intelligenza e libertà. Il discepolo-tipo, Maria, desidera comprendere appieno prima di dare il proprio assenso. Si confronta, dunque, con Dio, domandandosi come potrà portare avanti un simile progetto: «Come possono avvenire queste cose?» (Lc 1,34). Sa che Dio, quando chiama, fa sul serio e, come i grandi prima di lei, oppone resistenza alla chiamata, riconoscendosi inadeguata. Dio risponde non tanto spiegandole «biologicamente» come rimarrà incinta. Non è questo che Maria chiede: la ragazzina sa già che da lì a poco si unirà al suo sposo. Lei chiede piuttosto a Dio che non la lasci sola e l’accompagni nel percorso che le prospetta.

Dio, infatti, promette di non perderla di vista nemmeno per un momento, di essere la sua ombra e camminare con lei: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo sarà la tua ombra» (Lc 1,35). Maria non è incredula, come Zaccaria o Sara: è sconcertata, perplessa, spaventata, ma non incredula. Sa di ascoltare una parola che non si limita ad annunciare fatti futuri ma chiama in causa la sua stessa esistenza e vuole arrivare ad aderire al progetto divino con un sì per la vita. Ecco perché le ultime parole di questa solenne conversazione non sono affidate all’angelo, ma alla sua risposta: «Eccomi, sono la serva del Signore»(Lc 1,38). Dopo essersi interrogata e aver discusso con Dio, Maria risponde positivamente alla chiamata, fino a benedire: «Dio faccia con me come tu hai detto» (Lc 1,38), ovvero: che la parola di Dio si avveri, che quanto Dio sogna diventi realtà in me.

Maria ed Elisabetta: una fede in relazione

 

Maria riceve dall’angelo la notizia che Elisabetta, una sua parente, è incinta. La vergine e la sterile si trovano a vivere sul proprio corpo i segni concreti di una storia gravida di salvezza. La giovane si mette in viaggio per incontrare Elisabetta. In lei c’è l’urgenza dell’araldo, del testimone chiamato ad annunciare il tempo della salvezza. Altri viaggi dovrà compiere Maria, obbedendo a leggi umane, come quella del censimento; ma qui è lei, nella sua piena libertà, a decidere di andare per far visita ad Elisabetta, proprio come l’angelo ha visitato lei. Attraverso la fatica e la fretta del viaggio di una ragazza gravida, vengono tracciati altri elementi dell’identità di Maria: l’ autonomia, il coraggio, l’intraprendenza. Anche questi sono attributi della fede, da riscoprire in ogni vocazione, in particolar modo per quella delle donne.

La fede di Maria non è un’esperienza privata.

Nella visita ad Elisabetta c’è l’esigenza di un riconoscimento comunitario che, prima di passare attraverso il Tempio con le sue forme istituzionali, ricerca il confronto delle donne. Insieme, queste vogliono capire meglio quegli eventi straordinari, così da ascoltare nell’altra la voce di Dio. La lingua di Elisabetta non è rimasta muta, come quella di Zaccaria; il suo cuore non è stato vinto dal pregiudizio e dall’incredulità, dubitando dello status della ragazza. Elisabetta accoglie Maria con parole forti, capaci di lenire ogni preoccupazione. Parole che incoraggiano, benedicono, rafforzano e confermano nella vocazione: «Benedetta sei tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43). Parole-abbraccio, che avvolgono di fiducia. Elisabetta accoglie Maria ed è solo a questo punto che la lingua di Maria si scioglie intonando una lode. Maria non ha cantato davanti al Signore dell’universo che è apparso nella sua casa: canta, invece, dopo l’abbraccio di una donna che l’accoglie e la riconosce. Adesso sa che non è più sola: non solo perché lo Spirito del Signore è su di lei, ma anche perché l’accompagnano la stima, l’affetto e la benedizione di un’amica, una mentore, una sorella, una madre spirituale. Donne di diverse generazioni si accolgono reciprocamente e mettono in comune la propria esperienza di fede. Elisabetta comunica ad una giovane vocazione fiducia e accoglienza. Riconosce e conferma la sua chiamata fino a spingerla a proclamare la Parola. Se nelle nostre chiese le giovani vocazioni faticano a trovare una propria collocazione, forse è anche dovuto alla nostra sfiducia nei loro confronti. Fatichiamo a riconoscere e ad incoraggiare nuove chiamate. La giovane Maria ci è maestra, con la sua fede libera e determinata. Accanto a lei c’è Elisabetta, che ci ricorda un ministero sottovalutato: la chiamata ad accogliere giovani fedi, piccole o maestose che siano, per aiutarle a crescere e non farle abortire nella sfiducia e nel disprezzo.

Una fede che proclama la Parola di Dio

Maria, alla fine, canta: un inno liturgico, dove le gesta di Dio sono magnificate dalla voce e dalla vita di questa giovane donna. Nel salmo la scopriamo «donna del sorriso», abitata da una fede gioiosa e appassionata. Maria intona una lode a Dio come fece prima di lei, nell’Esodo, l’altra Maria, col timpano ed il tamburello. Il contesto è solenne, come il linguaggio. Maria si sente autorizzata e incoraggiata da Elisabetta a proclamare la Parola, a proclamare le grandi meraviglie di Dio, in un contesto liturgico. La casa di Elisabetta è il primo cenacolo cristiano dove una giovane donna incinta predica la Parola. Maria è la prima predicatrice della Chiesa, un ministero che, in seguito, verrà destinato solo agli uomini: ma «all’inizio non era così»! Canta, Maria, perché sa di essere beata, come lo sono i poveri a cui Dio volge lo sguardo. È beata perché ha udito la voce di Dio e non ha indurito il suo cuore. È beata perché ha saputo rispondere con serietà al Signore ma anche perché la sua chiamata ha trovato accoglienza in un’amica. Ha imparato che la storia non è abbandonata a se stessa. Dio agisce attraverso piccoli come lei. La storia non è chiusa: Dio è in grado di riaprirla, quando ormai è troppo tardi e si mostra sterile e avvizzita, come il corpo di Elisabetta, come anche quando non è ancora giunto il tempo («l’ora mia non è ancora venuta»). Dio può anticipare l’ora, proprio come in Maria la quale, nonostante il corpo acerbo, si ritrova gravida di vita. Non è mai troppo tardi per Dio, come non è mai troppo presto…

Lasciarsi mettere a nudo dalla Parola

C’è ancora una cosa che, alla scuola di Maria, il discepolo dovrà imparare: su come si accoglie la Parola. Il racconto di Luca, dopo averci narrato la nascita del Messia e l’adorazione dei pastori, ed averci mostrato Maria quale «custode della Parola», prosegue nel tempio di Gerusalemme (Lc 2,22-36). Qui Maria, insieme a Giuseppe e al bambino, incontra Simeone e Anna e ascolta l’oracolo di Simeone rivolto al bambino e alla madre. Egli dice a Maria una frase spesso letta in chiave doloristica, come anticipazione della passione: «E a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Ma la spada che penetra fino in fondo, che taglia in due l’anima e che mette a nudo i cuori, è la Parola di Dio! È come se a un certo punto Dio dicesse a questa discepola che quel rovesciamento del mondo cantato nel «Magnificat» deve avvenire anche dentro di lei. Che, pur essendo la madre di Dio, non è una privilegiata, non è esentata dal fare un percorso di conversione, poiché anche nel suo cuore c’ è una parte alta e una parte bassa che devono essere ribaltate; e quella parola di giudizio, da lei annunciata nel Magnificat, le deve penetrare l’anima e mettere sottosopra il cuore. L’evangelista, dopo averci presentato in sintesi una teologia della Parola incarnata in Maria, dopo averci mostrato come questa agisca in lei fino a renderla discepola del Figlio, mette in scena anche i fallimenti, accomunando la figura di Maria a quella degli altri discepoli. E così, subito dopo gli eventi della nascita di Gesù e l’episodio nel Tempio, troviamo una Maria disorientata dal figlio dodicenne, incapace di comprenderne il comportamento: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io angosciati…» (Lc 2,48). Più avanti, la troviamo in difficoltà con la vita nomade di Gesù. Più volte lo cerca per riportarlo a casa (Lc 8,19). Questi fraintendimenti sono un tratto caratteristico della narrazione biblica. Lo sguardo ironico di chi è chiamato a seguire Dio con umiltà impedisce 1′ autocelebrazione. Israele, come anche in seguito i discepoli, si racconta a partire dai propri fallimenti. È l’incomprensione a delineare la figura del vero discepolo, che non si sente mai arrivato, che sperimenta lo scarto tra la chiamata e il proprio vissuto, così da riconoscere di avere ancora bisogno di essere formato e convertito. Proprio perché Maria non si è nascosta, ma si è lasciata mettere a nudo dalla Parola fino a diventare «discepola del Figlio», la incontreremo, dopo la risurrezione di Gesù, nel centro della comunità riunita in attesa dello Spirito (At 1).


Maria in Giovanni

Il vangelo di Giovanni non ci dà informazioni sugli eventi legati alla nascita di Gesù; ci racconta però il segno con cui Gesù inaugura la sua vita pubblica, durante un banchetto di nozze. Quando nel mezzo della festa viene meno il vino, Maria segnala al figlio quella mancanza. «Non hanno più vino»(Gv 2,3): sono le sue prime parole. Ricorderemo quelle più solenni che seguono: «Fate tutto quello che egli vi dirà» (2,5); ma prima ci sono quelle che dicono un’attenzione al mondo, una lettura sapienziale della realtà. Cosa manca? Qual è il bisogno, il desiderio della gente? La parola di Dio non salta questo sguardo storico, proprio perché si fa carne. E Maria ce lo ricorda. Quella di Dio non è prima di tutto parola di giudizio, ma di salvezza. Maria, infatti, non giudica, non dice: guarda che sprovveduti… Il suo è uno sguardo empatico sul mondo, soprattutto quando manca di qualcosa. Come è diverso lo sguardo di molti cristiani, così giudicante sul mondo, pronto a mandare fulmini («Vuoi che chiediamo che un fulmine venga perché non ti hanno accolto?»). Lo sguardo di Maria non è spietato. Ricerca, invece, il bene del mondo, senza rinfacciare. Non dice: «hai bisogno di me, perché altrimenti non ce la fai». Maria ci insegna che non basta ascoltare e fare la Parola: occorre anche uno stile evangelico, che passa attraverso uno sguardo empatico, misericordioso, di cura. Al centro della scena il mondo: la parola che Maria rivolge non è per i discepoli, ma per i servi che si muovono dietro alle quinte. «Fate tutto quello che vi dirà» è una parola che agisce anche fuori dalle chiese. Precedentemente, dicendo: «Non hanno più vino» (2,3), Maria esprime un’invocazione rivolta al figlio, affinché faccia qualcosa. Ma Gesù si irrigidisce: «Che c’è tra me e te o donna? L’ ora mia non è ancora giunta». Maria, nonostante il tono duro della risposta, non si chiude. Non ne fa ragione di scontro personale, reclamando per sé l’ autorità materna. Dice, invece, ai servi di fare tutto quello che lui dirà. E da lì a poco, Gesù agirà ed il vino torna a fluire. In questa storia Maria non è la protagonista, e tuttavia è lei il personaggio-chiave che sollecita Gesù a dare inizio al suo ministero salvifico. È lei che prende l’iniziativa, che esorta, che forza i tempi. È una donna autorevole, per niente servile; dice parole imperative, richiamando all’ascolto. Lei, come il Giovanni Battista, è l’indice puntato verso il Messia. Invita a mettere in pratica la sua parola. Per Maria, ascoltare la Parola significa sollecitare Dio ad agire, anche se non è ancora la sua ora; dunque, ad anticipare i tempi, trasformando la preghiera di Gesù, «Venga il tuo Regno», in passione di vita. Dio, del resto, non ha forse anticipato i tempi nel suo corpo rendendola gravida quando ancora era troppo presto? Perché allora la nostra preghiera non dovrebbe sollecitare Dio ad agire prima dell’ ora? Maria a Cana prega il figlio di agire; e Gesù, sollecitato da questa discepola, si ritrova, suo malgrado, ad anticipare i tempi. Tutto prende il via dall’insistenza di una discepola che ha saputo aprire
una breccia nei tempi di Dio per forzare il Regno. L’evangelo è per chi ha desideri, patisce la ristrettezza del mondo ricercandone la redenzione. Maria, che apparentemente sembra non ascoltare Gesù che le dice: «ma allora non capisci che la mia ora non è ancora venuta?», ci rivela che la Parola è complessa: è un «già» e un «non ancora». Gesù ha sottolineato il «non ancora» del Regno; c’è però anche un «già» a cui Maria si richiama, fiduciosa che «l’ora» è già in azione. Maria è discepola ma anche ermeneuta, interprete della Parola. Non è anche la funzione del discepolo di Gesù quella di riconoscere che il Regno non è ancora giunto e proprio per questo continua ad invocarlo? «Venga il tuo Regno». Quando questa preghiera prende corpo, liberata dall’abitudine e dal rito ripetitivo, il Regno si fa più vicino. La testimonianza di Maria, ricollocata nell’ evangelo, riacquista forza invitandoci a lasciarci fecondare dalla Parola che riapre ciò che è chiuso facendo nuova ogni cosa.
* Lidia Maggi, nata nel 1964, è pastora dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia. Molto impegnata nella divulgazione biblica e nel dialogo ecumenico ed interreligioso, ha pubblicato vari contributi su differenti periodici. Tra i suoi ultimi libri: Quando Dio si diverte. La Bibbia sotto le lenti dell’ironia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2008; Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, Claudiana, Torino 2009.20142; L’evangelo delle donne, Claudiana, Torino 2010. 20142; Elogio dell’amore imperfetto, Cittadella, Assisi 2010; (con L. Zoia) Amare oggi, Il Margine, Trento 2012; (con A. Reginato) Dire, fare, baciare… Il lettore e la Bibbia, Claudiana, Torino 2012; (con A. Reginato) Liberté, égalité, fraternitè. Il lettore, la storia e la Bibbia, Claudiana, Torino 2014; Giobbe, il dolore del mondo, Cittadella, Assisi 2014.