Il papa sdogana l’islam, ma l’islam sdogana la chiesa? – un auspicio

papa Francesco sdogana i musulmani

da infedeli a fratelli

Ottocento anni fa, durante le Crociate, tra sangue e spade, si levò forte la voce di San Francesco anche “contro” la Chiesa che quelle guerre capeggiava. Oggi sono le diplomazie e i gesti di Francesco Papa, che si reca nel cuore dell’Islam, a sottolineare l’importanza del dialogo, della fraternità e della pace fra i popoli.

La posta in gioco è altissima: parla a nuora perché suocera intenda. In tutto l’Islam il vero problema è il riconoscimento delle comunità cristiane e la costruzione dei luoghi di culto. È la loro possibilità di “vivere” allo scoperto manifestando liberamente la propria fede senza timore.

Ad Abu Dhabi tutto il mondo musulmano guarda con attenzione le parole e i gesti di Bergoglio. Ma anche i cristiani osservano con altrettanta attenzione quello che sta avvenendo.

La strada intrapresa dall’Argentino ricalca quella che Francesco d’Assisi segnò 800 anni fa: allora “infedeli” oggi fratelli.

Il Papa sdogana l’Islam, ma l’Islam sdogana la Chiesa? E’ l’auspicio e il punto di domanda di questo viaggio apostolico. Bergoglio lo ha fatto sin dall’inizio: “un fratello da voi per costruire sentieri di pace“. È questa la posta in gioco e lo si fa con le parole attribuite a san Francesco: fa di me uno strumento della tua pace.

Parole che affondano le loro radici nel testo della Regola non Bollata che allora la Chiesa non volle approvare:

Perciò tutti quei frati che per divina ispirazione vorranno andare tra i saraceni e altri infedeli… I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1 Pt2, 13) e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio…”.

Parole dettate dall’assisiate dopo il viaggio a Damietta nel 1219, senza se e senza ma.

L’esortazione “Né liti né dispute” è fondamentale in quanto il Santo auspicava che i frati si distinguessero dai crociati in armi. Non la ricerca di uno scontro, ma la costruzione di un terreno comune e umano su cui far nascere un’amicizia.

Le immagini che arrivano oggi da Abu Dhabi: il Grande Imam di Al-Azhar, Mohamed Ahmed al-Tayeb, il principe ereditario lo sceicco Mohammed Bin Zayed al Nahyan, e Papa Francesco che camminano mano nella mano rimarranno nella storia.

Immagini che siglano l’amicizia invocata da Francesco d’Assisi 800 anni fa. Le linee guida di allora diventano gli atteggiamenti di oggi. Non la strada dell’imposizione ma quella della condivisione.

una bella riflessione sull’Islam di C. M.Martini


Card. Carlo Maria Martini 

Noi e l’Islam. Un testo, prima ancora una riflessione, che il Cardinal Martini poneva all’attenzione della comunità cristiana e civile di Milano nel 1990. Visto quanto scrive e il modo in cui lo propone direi profetico. Un uomo e un pastore capace di farsi interrogare e interpellare da quanto sta accadendo nella società con grande lucidità e con grande coraggio, non eludendo le domande più difficili e spinose, e leggerlo alla luce della Parola. Profetico e dunque attuale perchè pone interrogativi e linee di riflessione su aspetti fondamentali che molto dicono anche a noi oggi.


Indice

  • Dal Libro della Genesi (21, 13-20
  • Premessa
  • Chi siamo “noi” e chi è “l’islam”
  • I valori storici dell’islam
  • L’islam in Europa
  • L’atteggiamento della Chiesa e il dialogo
  • Annunciare il Vangelo di Gesù
  • Conclusione

Dal Libro della Genesi (21, 13-20):

In quel tempo Dio disse ad Abramo: “Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole”. Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta  l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: “Non voglio veder morire il fanciullo!”. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che
hai Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove di trova. Alzati, prendi il  fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione”. Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo. E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco.


PREMESSA

Il racconto che abbiamo ascoltato, tratto dal più antico libro della Scrittura, il libro della Genesi, ci parla di un figlio di Abramo che non fu capostipite del popolo ebraico, come lo sarebbe stato Isacco, ma a cui ugualmente sono
state riservate alcune benedizioni di Dio. “Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole” promette Dio ad Abramo. E infine nel racconto si dice: “Dio fu con il fanciullo“.  Le reali vicende di questo Ismaele e dei suoi figli rimangono oscure nella storia del secondo e primo millennio avanti Cristo, ma è chiaro che il riferimento biblico va ad alcune tribù beduine abitanti intorno alla Penisola Arabica. Da tali tribù doveva nascere molti secoli dopo Maometto, il profeta dell’islam.
Oggi, in un momento in cui il mondo arabo ha assunto una straordinaria rilevanza sulla scena internazionale e in parte anche nel nostro paese, non possiamo dimenticare questa antica benedizione che mostra la paterna provvidenza di Dio per tutti i suoi figli. Ed è di questo che vorrei parlarvi oggi, festa di sant’Ambrogio, in quello spirito di attenzione agli eventi della città che hanno caratterizzato la vita del nostro patrono. Esprimerò qualche riflessione non sul fenomeno dell’islam in generale, ma su quanto ci tocca
oggi a Milano e nel contesto europeo, a seguito delle nuove forme di presenza dell’islam tra noi. Ho scelto come titolo preciso di questa conversazione Noi e l’islam.

CHI SIAMO “NOI” E CHI E’ “L’ISLAM”

Per noi intendo anzitutto il noi della comunità ecclesiale, della diocesi di Milano e, in seconda istanza, anche il noi della comunità civile cittadina, provinciale e regionale. Certamente il problema posto dall’islam in Europa è molto più vasto. Abbiamo avuto occasione di dirlo l’anno scorso, in questa stessa sede, parlando dell’accoglienza ai terzomondiali. La presenza di numerosi gruppi etnici di fede musulmana nei nostri paesi europei  comporta anzitutto una serie di problemi riguardanti la prima accoglienza e assistenza, la casa, il lavoro. Uno sforzo che impegna tutti; e le comunità cristiane della nostra diocesi hanno dato prova questo anno di grande spirito di solidarietà. Tale compito di prima sistemazione in accordo con le leggi vigenti riguarda in primo luogo la comunità civile, sia pure in collaborazione con le forze di volontariato. Ma è evidente che tutti noi, comunità civile ed ecclesiale, non potremo limitarci in avvenire ai provvedimenti sopraindicati. Nasceranno via via nuovi problemi riguardanti la riunione delle famiglie, la situazione sociale e giuridica dei nuovi immigrati, la loro integrazione sociale mediante una conoscenza più approfondita della lingua, il problema scolastico dei figli, i problemi dei diritti civili, etc.
Non entro direttamente in tali temi perché ho avuto modo di parlarne in diverse occasioni. Vorrei solo richiamare qui, prima di abbordare il tema più specifico, un punto che mi è sembrato finora poco atteso e cioè la necessità di insistere su un processo di “integrazione“, che è ben diverso da una semplice accoglienza e da una qualunque sistemazione. Integrazione comporta l’educazione dei nuovi venuti a inserirsi armonicamente nel tessuto della nazione ospitante, ad accettare le leggi e gli usi fondamentali, a non esigere dal punto di vista legislativo trattamenti privilegiati che tenderebbero di fatto a ghettizzarli e a farne potenziali focolai di tensioni e violenze. Finora l’emergenza ha un po’ chiuso gli occhi su questo grave problema. In proposito, il recente documento della Commissione Giustizia e Pace della CEI dice: “Non va dimenticata la necessità di regole e tempi adeguati per l’assimilazione di questa nuova forma di convivenza, perché
l’accoglienza senza regole non si trasformi in dolorosi conflitti” (Uomini di culture diverse, dal conflitto alla solidarietà, 25 marzo 1990, n. 33). E’ necessario in particolare far comprendere a quei nuovi immigrati che provenissero da paesi dove le norme civili sono regolate dalla sola religione e dove religione e stato formano un’unità indissolubile, che nei nostri paesi i rapporti tra lo stato e le organizzazioni religiose sono profondamente diversi. Se le minoranze religiose hanno tra noi quelle libertà e diritti che spettano a tutti i cittadini, senza eccezione, non ci si può invece appellare, ad esempio, ai principi della legge islamica (sciariaa) per esigere spazi e prerogative giuridiche specifiche. Occorre perciò elaborare un cammino verso l’integrazione multirazziale che tenga conto di una reale integrabilità di diversi gruppi etnici. Perché si abbia una società integrata è necessario assicurare l’accettazione e la possibilità di assimilazione di almeno un nucleo minimo di valori che costituiscono la base di una cultura, come ad esempio i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e il principio giuridico dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Ci sono infatti popoli ed etnie che hanno una storia e una cultura molto diverse dalle nostre e di cui ci si può domandare se intendano nello stesso senso i diritti umani e anche la nozione di legge. Ciò vale a fortiori dove si verificano fenomeni che genericamente chiamiamo col nome di integralismi o fondamentalismi, che tendono a creare comunità separate e che si ritengono superiori alle altre. Ma questo è un problema che nel suo insieme riguarda la comunità civile e la causa della pacifica convivenza tra
le etnie ed io mi limito a richiamarlo. Connesso a questo è però il problema della possibilità anche di un dialogo interreligioso senza il quale sembra difficile assicurare una tranquillità sociale. Ora questo dialogo è possibile? Vi sono pronti i musulmani? Vi siamo pronti noi cristiani? Come vedete, si passa a poco a poco dai problemi che toccano la comunità civile nel suo insieme a quelli più propriamente religiosi, che consistono sostanzialmente, per noi cristiani, nella necessità di valutare e capire a fondo l’islam oggi e nel disporci al massimo di accoglienza e di dialogo possibile, senza per questo rinunciare ad alcun valore autentico, anzi approfondendo il senso del Vangelo. Si tratta in sostanza di rispondere a domande come queste:

a. Che cosa dobbiamo pensare oggi noi cristiani dell’islam come religione?
b. L’islam in Europa sarà anch’esso secolarizzato, entrando quindi in una nuova fase della sua acculturazione europea?
c. Quale dialogo e in genere quale rapporto sul piano religioso è possibile oggi in Europa tra cristianesimo e islam?
d. La Chiesa dovrà rinunciare a offrire il Vangelo ai seguaci dell’islam?
Islam significa etimologicamente “sottomissione” e in special modo sottomissione a Dio e a quella rivelazione che egli ha fatto di sé. Noi intendiamo qui per islam l’insieme di tutte le credenze e pratiche che si richiamano a Maometto e al Corano, ben consci della complessità di un simile macrocosmo e delle sue molteplici ramificazioni nei secoli. In generale possiamo dire che i “pilastri” dell’islam, accettati da tutti i musulmani, sono: il riconoscere un Dio solo, creatore, misericordioso e giudice universale, e Maometto come suo profeta definitivo; la preghiera cinque volte al giorno; il digiuno di ramadàn; l’imposta per i poveri; il pellegrinaggio alla Mecca una volta in vita; il gihàd interiore, cioè lo sforzo e il combattimento per Dio, da intendersi anzitutto come mobilitazione contro le proprie passioni per una vita giusta e la lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia; l’impegno a conformarsi nel privato e nel pubblico a quel modo di vivere chiamato sciariaa, basato sul Corano, seguendo il quale è possibile fare la volontà di Dio in ogni aspetto della vita: religioso, personale, familiare, economico, politico. Di qui si vede come l’islam è una religione in cui l’aspetto sociale e civile ha una fondamentale importanza. Anche se i musulmani nel mondo sono oggi diversi per origine etnica e correnti religiose interne e sono cittadini di diversi stati indipendenti, rimane però vero che la fede musulmana è di per se stessa un universalismo che oltrepassa le frontiere e rimane sensibile a grandi appelli al ritorno alle origini, così come avviene oggi nei movimenti fondamentalisti. Se non è facile parlare di islam in generale, in conseguenza della storia molto complessa e ricca di questa religione; più difficile ancora è definire il fenomeno dell’islam tra noi, dell’islam in Europa. Troppo recente infatti è il suo nuovo tipo di presenza nell’Europa occidentale ed è difficile persino stabilirne le misure quantitative. I musulmani nella grande Europa sono circa 23 milioni. Il paese che ne ha la più alta percentuale è senza dubbio l’Unione delle Repubbliche Sovietiche. Seguono la Francia con 2 milioni e mezzo, la Germania ex Federale con 1.700.000, l’Inghilterra
con 1 milione. Per l’Italia si parla di cifre, tra regolari e clandestini, che vanno da 180.000 a 300.000 unità, ma probabilmente il numero è oggi più alto. Paesi molto più piccoli di noi rilevano una presenza proporzionalmente assai più elevata, come l’Olanda che ne ha 300.000 o il Belgio che ne ha 250.000. La presenza tra noi non è quindi numericamente molto rilevante, ma si è fatta vistosa negli ultimi anni, anche perché il loro arrivo in Italia ha coinciso con una ripresa delle correnti più integraliste. E’ forse la percezione di questo aspetto che sta creando tra noi un certo disagio e malessere, suscitando alcune delle domande alle quali tenterò di rispondere.

In quanto comunità cristiana, quali sono i principi a cui ci richiamiamo in questa materia? Possiamo rifarci per brevità a due tipi di testi. Anzitutto a quelli del Concilio Vaticano II, che ha parlato dei musulmani soprattutto in due luoghi. Al n.16 della Lumen Gentium si dice che “il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore e, tra questi, in particolare i musulmani, i quali professano di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giudizio finale“. Nel decreto Nostra Ætate sulle relazioni della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane si dice in generale che “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni” e “considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere quei precetti e quelle dottrine che non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini“. In particolare afferma di guardare con stima ai musulmani che “cercano di sottomettersi con tutto il core ai decreti di Dio anche nascosti, come si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce” (n.2). E a proposito dei “dissensi e inimicizie che sono sorti nel corso dei secoli tra cristiani e musulmani“, il Concilio “esorta tutti a dimenticare il passato e ad esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (n. 3). Il Concilio ha avuto dunque cura di richiamare elementi comuni a cristiani e musulmani. Per questo è anche significativo che esso abbia omesso altri temi importanti per l’islam. Non vengono menzionati dai testi conciliari né Maometto, né il Corano, né l’islam inteso come essenziale nesso comunitario tra i credenti, né il pellegrinaggio alla Mecca, né la sciariaa. Viene menzionata la comune ascendenza abramitica, ma non Gesù, che nell’islam è presente e però è assai lontano da come lo vede il cristianesimo. Per i musulmani Gesù, il figlio di Maria Vergine – e la figura di Maria è venerata presso i musulmani -, non è né profeta definitivo, né il Figlio di Dio e neppure è morto realmente sulla croce. Manca così la dimensione vera e propria della redenzione. Ai testi conciliari che già indicano, malgrado le omissioni sopra notate, con quale rispetto, con quale apertura di spirito e prontezza di dialogo deve procedere un cristiano nel riflettere sull’islam, possiamo ancora aggiungere un testo di Giovanni Paolo II che potrà fugare anche i dubbi di quanti temono che mediante la frequentazione e il dialogo con l’islam venga meno la chiarezza della fede cattolica. Dice Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis al n. 11: “Il Concilio ecumenico [Vaticano II] ha dato un impulso fondamentale per formare l’autocoscienza della Chiesa, offrendoci in modo tanto adeguato e competente la visione dell’orbe terrestre come di una “mappa” di varie religioni”. Il Concilio “è pieno di profonda stima per i grandi valori spirituali, anzi, per il primato di ciò che è spirituale e trova nella vita dell’umanità la sua espressione nella religione e, inoltre, nella moralità, con diretti riflessi su tutta la cultura. Per l’apertura data dal Concilio Vaticano II, la Chiesa e tutti i cristiani hanno potuto raggiungere una coscienza più completa del mistero di Cristo, “mistero nascosto da secoli” in Dio, per essere rivelato nel tempo, nell’uomo Gesù Cristo e per rivelarsi continuamente in ogni tempo”. Giovanni Paolo II non vede dunque opposizione, anzi convergenza, tra l’attenzione al dialogo interreligioso e l’accresciuta coscienza della propria fede. E’ con questo spirito e con questa fiducia che cerchiamo di rispondere alle domande che ci siamo posti all’inizio.

3. I VALORI STORICI DELL’ISLAM

Che cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? Che cosa significa esso per  un cristiano dal punto di vista della storia della salvezza e  dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perché Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religioni storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana, un ramo staccato dall’unico e identico albero? Che senso può avere nel piano divino il sorgere di una religione in certo modo così vicina al cristianesimo come mai nessun’altra religione storica e insieme così combattiva, così capace di conquista, tanto che alcuni temono che essa possa, con la forza della sua testimonianza, fare molti proseliti in un’Europa infiacchita e senza valori?
A questa domanda così complessa non è facile dare una risposta semplice che, tuttavia, è in parte anticipata da quanto abbiamo riferito del Vaticano II. Si tratta di una fede che, avendo grandi valori religiosi e morali, ha certamente aiutato centinaia di milioni di uomini a rendere a Dio un culto onesto e sincero e, insieme, a praticare la giustizia. Quello della giustizia è infatti uno dei valori più fortemente affermati dall’islam: “O voi che  credete, praticate la giustizia – dice il Corano nella Sura IV – praticatela con costanza, in testimonianza di fedeltà a Dio, anche a scapito vostro, o di  vostro padre, o di vostra madre, o dei vostri parenti, sia che si tratti di un ricco o di un povero perché Dio ha priorità su ambedue” (versetto 135). In un mondo occidentale che perde il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli a un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia ci fa comprendere i valori storici che l’islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società.

4. L’ISLAM IN EUROPA

Una seconda domanda: ci sarà una secolarizzazione per l’islam in Europa? La domanda è legittima se si pensa al difficile percorso del cristianesimo nell’alveo della modernità negli ultimi tre secoli. Il confronto tra pensiero moderno razionale, scientifico e tecnico, tendente all’analisi e alla  distinzione dei ruoli e delle competenze e la tradizione cristiana uscita dal mondo unitario medievale, ha segnato un cammino faticoso di cui solo il  Concilio Vaticano II ha potuto consacrare alcuni risultati armonicamente  raggiunti, pur se non ancora del tutto recepiti. Va emergendo però sempre  più chiaramente che la fede in un Dio fatto uomo ed entrato nelle vicende  umane è una forza che permette di cogliere anche nel divenire economico,  sociale e culturale, i segni della presenza di Dio e quindi il senso positivo di  un cammino di fede nell’ambito della modernità. Non è pensabile che  l’islam in Europa non si trovi prima o poi ad affrontare una simile sfida.  Sappiamo anzi che, dalla fine della prima guerra mondiale fino ad oggi, vi  sono state molte proposte, tendenze, partiti, soluzioni secondo le quali il  mondo musulmano, nelle sue diverse ramificazioni, etnie e territori, ha  preso coscienza dell’avvento dell’era della tecnica e delle esigenze di  razionalità che essa comporta. Bisogna dire però che fino ad ora la fede nei  grandi “pilastri” dell’islam non sembra aver avvertito in maniera preoccupante la scossa derivante dai principi della modernità. Prevalgono  in questo momento le tendenze fondamentaliste, che cercano di appropriarsi dei risultati tecnici, ma staccandoli dalle loro premesse  culturali occidentali con la volontà di risolvere, nella linea della tradizione  antica, tutti i problemi politici e sociali per mezzo della religione. Non si  ammette quindi separazione tra religione e stato, tra religione e politica, e nell’interpretazione letterale del Corano vengono cercati tutti i principî per la risposta agli interrogativi contemporanei, anche sociali ed economici. E’ difficile prevedere che cosa potrà avvenire in un futuro più remoto e non è  il caso di indulgere a ipotesi azzardate. Sembra corretto, nel quadro dell’atteggiamento di rispetto che prima abbiamo richiamato, auspicare e aiutare affinché il trapasso necessario ad una assunzione non puramente materiale delle agevolazioni tecniche che vengono dall’occidente sia  accompagnato da uno sforzo serio di riflessione storico-critica sulle proprie  fonti religiose e teologiche cercando “quell’armonia tra la visione filosofica  del mondo e la legge rivelata” (cf. L. Gardet, L’islam e i cristiani, Roma 1988,  p. 114), che era già presente in alcuni dei filosofi arabi conosciuti e utilizzati  a san Tommaso. Dobbiamo adoperarci affinché i musulmani  riescano a chiarire e a cogliere il significato e il valore della distinzione tra  religione e società, fede e civiltà, islam politico e fede musulmana,  mostrando che si possano vivere le esigenze di una religiosità personale e  comunitaria in una società democratica e laica dove il pluralismo religioso  viene rispettato e dove si stabilisce un clima di mutuo rispetto, di accoglienza e di dialogo.


5. L’ATTEGGIAMENTO DELLA CHIESA E IL DIALOGO

Alla luce di quanto fin qui detto, quale dialogo è possibile oggi e quale deve  essere l’atteggiamento della nostra Chiesa a questo proposito? Mi pare  opportuna una distinzione tra dialogo interreligioso in generale e dialogo  tra singoli credenti. Il primo è quello che si svolge a livelli più ufficiali, tra  rappresentanti religiosi di ambo le parti. Esso ha le sue regole indicate nel  Vaticano II e poi in documenti come le norme edite dal Segretariato per il  Dialogo Interreligioso (in particolare L’atteggiamento della Chiesa di fronte  ai seguaci di altre religioni, 1984). Da noi a Milano esiste la Commissione  diocesana per l’Ecumenismo e il Dialogo; in questo senso lavora anche la Segreteria per gli Esteri ed è stato creato recentemente un Centro Ambrosiano di Documentazione per le Religioni, con attenzione speciale  per il mondo musulmano. Sono pure da menzionare le presenze di istituti  missionari come il PIME che hanno ormai una lunga tradizione di  conoscenza e di dialogo con queste realtà. Tale dialogo è riservato piuttosto  ai competenti.

Vorrei spendere una parola per quel dialogo che si svolge a  livello quotidiano a contatto con i musulmani che incontriamo oggi sempre  più frequentemente. Va tenuto presente il fatto che non sempre la singola  persona incarna e rappresenta tutte le caratteristiche che astrattamente  designano un credente di quella religione. Come avviene per i cristiani, così anche per i musulmani non tutti aderiscono in pratica e con piena  coscienza ai precetti e alle dottrine prescritte e ciò probabilmente anche a causa dello scarso retroterra culturale di molti immigrati di recente. Il  problema non è tanto di fare grandi discussioni teologiche, ma anzitutto di cercare di capire quali sono i valori che realmente una persona incarna nel suo vissuto per considerarli con attenzione e rispetto. Si potranno trovare,  non di rado, molte più consonanze pratiche di quanto non avvenga in una  disputa teologica. Ciò vale soprattutto per i valori vissuti della giustizia e della solidarietà. Tuttavia questa considerazione individuale deve sempre  tener conto delle dinamiche di gruppo. Infatti l’islam non è solo fede personale, bensì realtà comunitaria molto compatta e una parola d’ordine  lanciata da qualche voce autorevole al momento opportuno può  ricompattare e ricondurre a unità serrata anche i soggettivismi o i  sincretismi religiosi vissuti da un singolo individuo. Per quanto riguarda  più in generale l’atteggiamento della nostra Chiesa e le attitudini che si  raccomandano a tutti i nostri cristiani, vorrei richiamare brevemente  l’attenzione su alcuni punti che derivano dai principi sopra esposti:

  1. Occorre accogliere motivando cristianamente il perché della nostra accoglienza, dicendolo in una lingua “comprensibile“, che è più spesso quella dei fatti e della carità, dando ai musulmani il senso dello  spessore religioso che pervade la nostra accoglienza.
  2. Occorre ricercare insieme un obiettivo comune di tolleranza e di  mutua accettazione. Non mancano per questo testi anche nel Corano.  Dobbiamo sfatare a poco a poco il pregiudizio in essi radicato che i  non musulmani sono di fatto non credenti. Solo quando ci  riconosceremo nel comune solco della fede di Abramo potremo  parlarci con più distensione, superando i pregiudizi.
  3. Dobbiamo far cogliere loro che anche noi cristiani siamo critici verso  il consumismo europeo, l’indifferentismo e il degrado morale che c’è  tra noi; far vedere che prendiamo le distanze da tutto ciò. Data la loro  abitudine a veder legate religione e società e anche in forza delle  esperienze storiche delle crociate, essi tendono a identificare l’occidente col cristianesimo e a comprendere sotto una sola condanna i vizi dell’occidente e le colpe dei cristiani. Bisogna far comprendere che siamo solidali con loro nella proclamazione di un Dio Signore dell’universo, nella condanna del male e nella promozione della giustizia.
  4. Il dialogo con i musulmani sarà in particolare per noi un’occasione per riflettere sulla loro forte esperienza religiosa che tutto finalizza  alla riconsegna a Dio di un mondo a lui sottomesso. In questo, il nostro giusto senso della laicità dovrà guardarsi dall’essere vissuto come una  separazione o addirittura opposizione tra il cammino dell’uomo e  quello del cristiano.

    Vi sarebbe da dire una parola più specifica per le nostre comunità e in particolare per i presbiteri che le presiedono. Vi  sono due posizioni errate da evitare e una posizione corretta da  promuovere. Prima posizione errata: la noncuranza del fenomeno. Il limitarsi a pensare all’islam come a una costellazione remota che ci sfiora soltanto di passaggio o che ci tocca per problemi di assistenza, ma che non avrà impatto culturale e religioso nelle nostre comunità.  Da tale posizione si scivola facilmente a sentimenti di disagio e quasi  di rifiuto o di intolleranza. Seconda posizione errata: lo zelo  disinformato. Si fa di ogni erba un fascio, si propugna l’uguaglianza di  tutte le fedi senza rispettarle nella loro specificità, si offrono  indiscriminatamente spazi di preghiera o addirittura luoghi di culto senza aver prima ponderato che cosa significhi questo per un corretto  rapporto interreligioso. Al riguardo saranno necessarie norme precise e rigorose, anche per evitare di essere fraintesi. La posizione corretta  è lo sforzo serio di conoscenza, la ricerca di strumenti e l’interrogazione di persone competenti. Penso, in particolare, ai casi molto difficili e spesso fallimentari dei matrimoni misti. Esistono  ormai nell’ambito della diocesi persone di riferimento, corsi e  specialisti che sono a disposizione. Un supplemento di cultura e di conoscenza in questo campo sarà necessario in avvenire, in  particolare per i preti. Come è chiaro in quanto abbiamo detto, pensiamo fermamente che il tempo delle lotte di conquista da una  parte e delle crociate dall’altra debba considerarsi come finito. Noi  auspichiamo rapporti di uguaglianza e fraternità e insistiamo e  insisteremo perché a tali rapporti si conformi anche il costume e il  diritto vigente nei paesi musulmani riguardo ai cristiani, perché si  abbia una giusta reciprocità. Conosciamo i problemi giuridici e teologici che i nostri fratelli dell’islam hanno nei loro paesi per  riconoscere alle comunità cristiane minoritarie i diritti che da noi  sono riconosciuti alle minoranze, ma non possiamo pensare che tali problemi non possano essere risolti affidandosi a quella conduzione  divina della storia che è vanto dell’islam aver sempre accettato in  mezzo a tante dolorose vicissitudini. Il nostro atteggiamento vuole in  ogni caso ispirarsi a quello di san Francesco d’Assisi che scriveva nella sua Regola, al capitolo XVI: Di coloro che vanno tra i saraceni: “I frati che vanno tra i saraceni col permesso del loro ministro e servo possono ordinare i rapporti spirituali in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti e dispute, ma siano soggetti ad ogni  creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la Parola di Dio e tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che hanno consegnato e abbandonato il loro corpo al Signore nostro Gesù Cristo e  che per suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili“. Nessuna contesa dunque, nessun uso della forza;  esposizione sincera e a tempo opportuno di ciò che credono;  accettazione anche di disagi e sofferenze per amore di Cristo.


6. ANNUNCIARE IL VANGELO DI GESU’

Una quarta e ultima domanda: può la Chiesa rinunciare ad annunciare il  Vangelo ai musulmani? Occorre fare anzitutto una distinzione. Altro è infatti l’annuncio, altro è il dialogo. Il dialogo parte dai punti comuni, si sforza di allargarli cercando ulteriori consonanze, tende all’azione comune sui campi in cui è possibile subito una collaborazione, come sui temi della pace, della solidarietà e della giustizia. L’annuncio è la proposta semplice e disarmata di ciò che appare più caro ai propri occhi, di ciò che non si può  imporre né barattare con alcunché, di ciò che costituisce il tesoro a cui si vorrebbe che tutti attingessero per la loro gioia. Per il cristiano il tesoro più caro è la croce, è il mistero di un Dio che si dona nel suo Figlio fino ad assumere su di sé il nostro male e quello del mondo perché noi ne usciamo  fuori. Non sempre questo annuncio può essere fatto in modo esplicito,  soprattutto nelle società chiuse e intolleranti. E’ un caso oggi non infrequente in alcuni paesi. Ma pure nei paesi cosiddetti liberi ci si scontra  talora con chiusure mentali così forti da costituire quasi una barriera.  Allora la proposta assume la forma della testimonianza quotidiana,  semplice e spontanea, e quella della carità e anche del dono della vita, fino  al martirio. E’ il principio sopra ricordato di san Francesco. Con questa  distinzione riprendiamo dunque la nostra ultima domanda: può la Chiesa  cattolica rinunciare a proporre il Vangelo a chi ancora non lo possiede? Certamente no, come ai musulmani non viene chiesto di rinunciare al loro  desiderio di allargare la umma, la comunità dei credenti. Ciò che conterà  sarà lo stile, il modo, cioè quelle caratteristiche di rispetto e di amore, quello stile di attenzione e di desiderio di comunicare la gioia nella pace che è proprio di chi accetta le Beatitudini. Questo stile non è senza riscontri anche nel mondo dell’islam. Si legge infatti nel Corano: “Chiama gli uomini alla Via del Signore, con saggi ammonimenti e buoni, e discuti con loro nel modo migliore… pazienta e sappi che il tuo pazientare è solo possibile in Dio… perciocché Dio è con coloro che lo temono, con coloro che fanno del bene” (XVI, 125-127). Raggiungeremo così tutti anche quell’atteggiamento  missionario che ha caratterizzato il ministero di Ambrogio in mezzo ai  pagani del suo tempo.

Francesco d’Assisi e il Sultano

7. CONCLUSIONE

Maometto nasce due secoli dopo il tempo di sant’Ambrogio e non vi è quindi nell’opera del santo nulla che si riferisca direttamente al nostro tema, ma è interessante notare che la comunità di Ambrogio era una comunità religiosamente minoritaria. Due terzi della popolazione che in quel tempo abitava nella zona di Milano non era cristiana. Eppure “sembra che a Milano non esistesse un ministero organizzato per l’evangelizzazione dei pagani. Nel De officiis ministrorum Ambrogio non dà alcuna istruzione ai chierici per il lavoro di conversione dei pagani” (cf. V. Monachino, S. Ambrogio e la cura pastoralea Milano nel secolo IV, Milano 1973, p. 48). La via ordinaria per la quale essi venivano a conoscenza del cristianesimo era la frequenza libera alla predicazione, aperta a tutti, i colloqui con il vescovo, come nel caso di Agostino, e specialmente il contatto con i cristiani  e la loro condotta esemplare. Ambrogio poneva la sua cura nel far progredire la comunità cristiana come tale; per mezzo di essa, e non con un ministero organizzato, avveniva l’influsso sui pagani. Non dunque un proselitismo invadente, bensì l’immagine di una comunità plasmata dal Vangelo e dall’Eucaristia, zelante nella carità, libera e serena nel suo impegno civile quotidiano, coraggiosa nelle prove, sempre piena di  speranza. E’ questa la nostra forza principale oggi, in un mondo secolarizzato, e questa forza è quella delle origini, quella della Chiesa di  sant’Ambrogio e della Chiesa dei giorni nostri.


Card. Carlo Maria Martini
Milano – 6 dicembre 1990

tratto da www.chiesadimilano.it

la lettera della comunità musulmana a papa Francesco

Bologna

la comunità islamica scrive al papa

“condividiamo le sue posizioni e condanniamo ogni violenza”

lettera al Pontefice in occasione della visita nel capoluogo emiliano:
«Ci riconosciamo tutti figli di un padre, siamo in prima linea per contrastare il male di questi tempi bui»
salvatore cernuzio
bologna

prima la condanna di «ogni forma di violenza», poi la garanzia di un forte impegno per «contrastarla con tutti i mezzi a nostra disposizione», insieme al rifiuto di «ogni forma di strumentalizzazione religiosa» che «fomenti odio, razzismo» e anche «islamofobia».

La storica Comunità islamica di Bologna, radicata da decenni nel territorio, scrive a Papa Francesco in occasione della visita nel capoluogo emiliano per ribadire la vicinanza di vedute riguardo a tematiche come pace, giovani, creato, lotta al terrorismo e la volontà di proseguire insieme per far sì che possa tornare la luce in questi «tempi bui» agitati da intolleranza, diffidenza, razzismo.   

«Santità, ci riconosciamo tutti figli di un padre, Abramo, che ci ha insegnato il valore della fiducia, della pazienza e dell’amore»,

afferma la Comunità musulmana bolognese nella missiva consegnata al Pontefice dal portavoce Yassine Lafram al termine dell’Angelus in Piazza Maggiore e riportata dai media locali.

«Seguiamo con interesse e attenzione il suo operato – si legge – e non possiamo che condividere posizioni come quelle da Lei espresse sul tema della povertà e dell’accoglienza, e sulla necessità di una riforma sociale, oltre che di una difesa dell’ambiente che implichi una riforma radicale nell’approccio al rapporto tra uomo e Creato».  

I musulmani di Bologna dicono di sentire come proprio «il dovere di sostenere i giovani dando loro spazio e opportunità», come pure «il dovere di contribuire a una riforma sulla legge della cittadinanza e il diritto di vivere ciascuno la propria fede nella pratica quotidiana». 

In tal senso si ribadisce nella lettera l’apprezzamento per «il percorso intrapreso sulla via del dialogo interreligioso» che ha permesso di «instaurare ottimi rapporti con le comunità religiose della città, in primis con la Chiesa locale», nella persona dell’arcivescovo Matteo Zuppi. «Lo facciamo convinti della necessità di costruire ponti per permettere a tutti di ascoltare ed essere ascoltati». 

«Mai come oggi – afferma la Comunità islamica – è necessaria una forte operazione culturale che spinga le persone a cercare nell’altro se stessi, perché l’incontro con l’Altro, tanto temuto da molti, è uno sforzo per cercare risposte alle domande spesso celate nel profondo di ognuno. Domande che, se non trovano risposte, diventano terreno fertile per sentimenti come la paura, la diffidenza e – in casi estremi – anche la violenza».  

Da qui l’invito ad una più approfondita conoscenza reciproca «come miglior via di pace» per questi «tempi bui come quelli che stiamo vivendo» in cui «l’intolleranza cresce». «Vogliamo metterci in prima linea per contrastare questi mali nati dal deprezzamento del valore della vita e da una concezione del mondo che mette al centro delle priorità il denaro, tralasciando ogni etica e morale», recita la lettera.

E si conclude con una promessa: «Come musulmani, vogliamo lavorare per contrastare ogni forma di mistificazione del vero significato dell’Islam, la religione del saluto che augura la pace. Il tradimento del messaggio divino e profetico è inaccettabile».

anche per l’islam l’essenza di Dio è perdono e misericordia – un altro modo di guardare all’islam

perché l’essenza di Allah è nel perdono

di Pietro Citati
in “la Repubblica” del 10 luglio 2017

 

In nessuna religione, mai, l’unicità di Dio ha avuto un ruolo così intenso, violento ed esasperato come nell’Islam. “Non vi è divinità all’infuori di Dio”: vale a dire; “non vi è nulla che esiste all’infuori di Dio”. Come dice al-Ghazali (1058-1110), all’inizio del “Rinnovamento delle scienze religiose” (“Scritti scelti”, a cura di Laura Veccia Vaglieri e Roberto Rubinacci, Utet),

“nella sua essenza egli è Uno senza socio, Singolo senza simile, Signore senza oppositore, Solo senza rivali, Eterno senza un prima, Perpetuo senza un principio, Perenne senza un ultimo, Sempiterno senza fine, Sussistente senza cessazione, Continuo senza interruzione”. Allah è “il Primo e l’Ultimo, il Manifesto e l’Occulto”, dice il Corano. Non è un corpo con una forma, né una sostanza con limite e misura. Non è simile a cosa alcuna: misure non lo limitano, né lo contengono spazi. Egli è: non lo circoscrivono lati: non lo racchiudono terre né cieli; è seduto sul Trono senza contatto, assestamento, insediamento, dimora, spostamento. Egli non abita in cosa alcuna, né alcuna cosa abita in lui: è troppo elevato perché lo possano contenere luoghi, troppo puro perché lo possano limitare tempi; anzi Egli era prima di creare tempi e luoghi. Egli è l’Unico che non ha contrari, il Signore che non ha opposti, il Ricco che non ha bisogno, il Potente che fa ciò che vuole, il Sussistente, il Dominatore delle cose inerti, degli animali e delle piante, Colui che ha la grazia, la maestà, lo splendore e la perfezione. Se un uomo è rinchiuso nell’inferno, basta che egli conosca l’unicità di Dio perché lasci l’inferno. Come disse Maometto: “Chiunque dice: ‘non vi è Iddio se non Iddio, entrerà in Paradiso’”.

Nel suo bel libro L’esoterismo islamico (Adelphi), Alberto Ventura esplora Allah, senza cessare di paragonarlo alle figure divine nella Qabbalah, nel Tao, nella cultura indiana e in pseudo-Dionigi l’Areopagita.

Non possiamo che implorare Allah:

“O Dio, dice al-Ghazali, ti chiedo una grazia totale, una protezione continua, una misericordia completa, un’esistenza felice: ti chiedo beneficio perfetto e favore completo, generosità dolcissima, bontà affabile. O Dio sii con noi e non contro di noi. Attua largamente le nostre speranze, congiungi i nostri mattini e le nostre sere, versa in gran copia il tuo perdono sulle nostre colpe, accordaci il favore di correggere i nostri difetti, o Potente, o Perdonatore, o Generoso, o Sapiente, o Onnipotente. O Primo dei primi, o Ultimo degli ultimi, o più Misericordioso della misericordia”.

Al-Ghazali insegue tutti gli aspetti di Dio. Allah è oltre ogni nome e attributo, oltre ogni condizione e relazione, oltre tutte le apparenze e gli occultamenti, oltre ogni palesarsi e nascondersi, oltre ogni congiungimento e separazione, oltre tutte le contemplazioni e le intuizioni, oltre ogni cosa pensata e immaginata. Egli è oltre l’oltre, e poi oltre l’oltre, e poi ancora oltre l’oltre. Egli è il Principio infinito, incondizionato e immortale, che non può venire racchiuso entro i confini della ragione umana. È l’essere e il non-essere, il manifestato e il non manifestato, il suono e il silenzio. La sua immagine più adeguata è una notte tenebrosissima, nella quale non si può scorgere nulla di determinato e preciso. Allah non somiglia a niente: nessuna cosa gli somiglia; la sua mano non somiglia alle altre mani, né la sua penna alle altre penne, né la sua parola alle altre parole, né la sua scrittura alle altre scritture. Eppure somiglia al mondo e all’uomo e il mondo e l’uomo gli assomigliano: “se non ci fossero le somiglianze, l’uomo non potrebbe elevarsi dalla conoscenza di sé stesso alla conoscenza del creatore”. Allah determina tutte le cose. Non avviene, nel mondo inferiore e in quello superiore, batter di ciglio, balenar di pensiero, subitaneo volgere di sguardo, se non per decreto, potere e volontà di Dio. Da lui proviene il male e il bene, l’utilità e il danno, l’Islam e la miscredenza, la conoscenza e la sconoscenza, il successo e la perdita, il vero e il falso, l’obbedienza e la disobbedienza, il politeismo e la fede. Anche il male – insiste al-Ghazali – e gli atti di ribellione umana non accadono per volontà di Satana ma di Dio. A volte egli proibisce ciò che vuole, e ordina ciò che non vuole. Non ha scopi, mentre gli uomini hanno scopi precisi. Desidera ciò che desidera senza alcun timore; e decide e fa quello che vuole, senza timore. Se ti fa perire, egli ha già fatto perire un numero infinito di tuoi simili e non ha smesso di tormentarli. “Sorveglia i tuoi respiri e i tuoi sguardi – dice al-Ghazali – e sta bene attento a non distrarti da Dio un solo istante”. A volte egli ci protegge da ogni tribolazione e malattia: ma egli non ha mai, in nessun momento, obblighi verso di noi o verso il mondo, di cui non ha assolutamente bisogno. Come diceva Ali Bakr, la nostra assoluta incapacità di comprendere Dio è il nostro modo supremo di comprenderlo: sapere che noi siamo esclusi da lui è la nostra vera vicinanza. “Lode a colui che ha stabilito per le creature una via alla sua comprensione attraverso l’incapacità di comprenderlo”. Quando Dio entra nel cuore umano, la luce vi risplende, il petto si allarga, scopriamo il mistero del mondo, la grazia della misericordia cancella il velo dell’errore, e brilla in noi la realtà delle cose divine. Il cuore ripete il nome di Dio, fino a quando la lingua lo pronuncia incessantemente, senza essere comandata. Da principio è un rapido baleno che non permane, poi ritorna, si ritira, passa, ritorna. Tuttavia nemmeno in questo istante esiste in al-Ghazali quella identificazione con Dio, che altri mistici islamici (come al-Hal- laj) esperimentano e di cui parlano inebriati. Al-Ghazali preferisce parlare di annientamento dell’uomo: anzi di annientamento dell’annientamento, “perché il fedele si è annientato rispetto a sé stesso, e si è annientato rispetto al proprio annientamento: in quello stato egli è incosciente di sé stesso e incosciente della propria incoscienza”. Rispetto al Principio supremo, ogni elemento della realtà, se viene considerato in sé e per sé, è quasi insignificante, quasi illusorio, quasi un puro nulla. Ma al tempo stesso esso è significante perché è capace di riflettere l’Assoluto increato. Allora il molteplice manifesta l’essenza, e il passaggio dal molteplice all’uno e dall’uno al molteplice è istantaneo. Così il mare, dice Ibn Arabi, si moltiplica nella forma delle onde, pur rimanendo sé stesso. Dio è altro rispetto alle cose: ma non così altro da escludere ogni somiglianza; dunque è insieme altro e simile. Se qualcuno dicesse: “non conosco che Dio eccelso” direbbe la verità; ma se dicesse “non conosco Dio eccelso”, direbbe ugualmente il vero. Questa – sottolinea Alberto Ventura – è la profonda doppiezza, ambiguità e ricchezza della vita e della cultura islamica. Quando l’intelletto umano è libero dagli inganni della fantasia e dell’immaginazione, esso può vedere le cose come sono. È quella che al-Ghazali chiama la condizione profetica: nella quale rifulgono le tavole dell’invisibile, le leggi dell’Altra vita, le conoscenze su Dio che vanno oltre la portata dello spirito intellettivo. Dio dunque si può vedere. Ci sono persone che vedono le cose tramite lui, e altre che vedono le cose e tramite le cose vedono lui. I primi hanno una visione diretta di Dio: i secondi lo deducono dalle sue opere; i primi appartengono alla categoria dei giusti, i secondi a quella dei sapienti. Talvolta Dio si manifesta così intensamente e in modo così esorbitante, che viene occultato. Come dice il Corano, Dio è nascosto dietro settanta (o settecento o settemila) veli di luce e di tenebra: se egli li rimuovesse, il suo sublime splendore brucerebbe chiunque sia giunto vicino a lui con lo sguardo. Dio si nasconde dietro sé stesso. La sua luce è il suo velo. Secondo una tradizione raccontata dal Al-Ghazali, Dio ha detto: “Se il mio servo commette un peccato grande come la terra, io lo accolgo con un perdono grande come la terra”. Quando l’uomo pecca, l’angelo tiene sollevata la penna per sei ore: se l’uomo si pente e chiede perdono, l’angelo non registra il peccato a suo carico; se continua a peccare, registra il suo peccato soltanto come una cattiva azione. Dio non si stanca di perdonare finché il suo servo non si stanca di chieder perdono. Se il fedele si propone una buona azione, l’angelo la segna prima che egli l’abbia compiuta e, se la compie, gliene vengono registrate dieci. Quindi Dio la moltiplica fino a settecento volte. Allah perdona soprattutto i grandi peccatori. Come dice Maometto: “Io ho la facoltà di intercedere per i grandi peccatori. Credi forse che userei questa facoltà per gli uomini obbedienti e timorati? No, essa riguarda soltanto gli insozzati dalla mente confusa”. Ibrahim, figlio di un emiro della Battriana, racconta: “Mentre una volta giravo intorno alla Ka’ba, in una notte piovigginosa e scura, mi fermai presso la porta e dissi: ‘mio Signore preservami dal peccato, affinché mai io mi ribelli a Te’. Una voce proveniente dalla Ka’ba mi sussurrò: ‘O Ibrahim mi chiedi di preservarti dal peccato e tutti i miei servi mi chiedono questo. Se io preservassi te e loro dal peccato, su cosa riverserei la mia grazia e chi perdonerei?’”.

Il perdono di Dio: sia per gli islamici sia per i cristiani, questa è
l’essenza della rivelazione di Allah.

non esiste la minaccia Islam – i nemici sono altri

l’Islam non è una minaccia

il vero nemico da battere,

le strategie del Signori della Paura,

il ruolo dei cristiani

intervista con lo storico fiorentino Franco Cardini

Islam e Occidente

cristina uguccioni    

Questa Europa «stanca e invecchiata» (come l’ha definita papa Francesco), minata da una pervasiva dissoluzione del legame sociale, insidiata da un dilagante individualismo autoreferenziale e governata dalla religione globale del denaro (fenomeno decisivo per comprenderne le dinamiche), da alcuni decenni si trova alle prese con l’Islam. È un termine, questo, rispetto al quale nessun europeo si sente ormai estraneo e intorno al quale si accendono discussioni pubbliche che spesso assumono toni scomposti, persino violenti. E tratti molto superficiali. In questo passaggio d’epoca urgono riflessioni pensate e pacate, conoscenze storiche e religiose corrette, analisi accurate, capacità di visione, cuore saldo nella compassione (indispensabile affinché ogni comunità umana resti “comunità” e “umana”): un lavoro non frettoloso, che si mostri in grado di far fronte con intelligenza e sensibilità ai molti mutamenti in atto e agli interrogativi che si levano nella società europea.

Sull’Islam abbiamo rivolto alcune domande allo storico Franco Cardini, autore del volume di recente pubblicazione

“L’islam è una minaccia? [Falso!]” (Laterza)

Già docente di Storia medioevale all’Università di Firenze e in altri atenei europei ed extraeuropei, Cardini attualmente è membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e professore emerito dell’Istituto di Scienze Umane e Sociali annesso alla Scuola Normale Superiore.

 

Può illustrare brevemente la tesi centrale del suo volume?

«L’Islam è una religione che conta oltre un miliardo e mezzo di fedeli ed è quindi la seconda religione più diffusa al mondo, dato che i cristiani ammontano a poco più di due miliardi. I musulmani nella stragrande maggioranza sono insediati tra l’Africa occidentale e il Sud-est asiatico (nel senso della longitudine) e tra Caucaso, Asia centrale e Corno d’Africa (in quello della latitudine). Essi fanno parte, nella quasi totalità, di quell’85-90% del genere umano che, secondo i dati più recenti diffusi dall’ONU, vive gestendo appena il 10-15% delle ricchezze mondiali. E qui sta il punto. A mio giudizio nella nostra epoca il vero nemico da battere non è l’Islam (che oggi è realtà polimorfa e in cammino per superare alcune contraddizioni) e neppure la sua tragica e brutale deformazione, il fondamentalismo islamico (che, ovviamente, va contrastato).

Il vero nemico, il verme che sta corrompendo la terra è l’ingiusta ripartizione delle ricchezze del pianeta, l’assurdo, osceno squilibrio di una umanità divisa tra pochi ricchi e una sterminata moltitudine di poveri. Papa Francesco non perde occasione di ricordarcelo: l’Enciclica Laudato si’, sotto questo profilo, è esemplare. La nostra economia uccide e occorre perseguire la giustizia, che non consiste solo in una equa distribuzione delle risorse ma passa attraverso un mutamento radicale di valori e stili di vita. E, aggiungo, attraverso, ad esempio, il rispetto del diritto internazionale».

A cosa si riferisce in particolare?

«Mi riferisco a quel comma importantissimo e sempre disatteso secondo il quale le ricchezze del suolo e del sottosuolo di una determinata area appartengono a coloro che lì sono insediati. Da quando, mezzo millennio orsono, è iniziato il colonialismo e quindi la globalizzazione (perché essa è iniziata allora) questo principio è stato costantemente violato. Ora siamo arrivati alla fase del redde rationem e l’imponente afflusso di migranti nel ricco Occidente ne è una delle espressioni più vistose. Il nemico da battere, lo ripeto, è questo ingiusto sistema economico: esso ha innegabilmente reso prospero l’Occidente, ma ha generato uno squilibrio che è ormai improscrastinabile curare, anche nel nostro stesso interesse. Invece, in Occidente, ci siamo concentrati di volta in volta su altri nemici che ci hanno distratto da quello più feroce: dapprima, tutto il male del mondo era causato dal nazismo e dal fascismo, poi, caduti quei regimi, tutte le colpe furono dell’Unione Sovietica e del comunismo; finito l’impero sovietico e il tramontato il comunismo, ora si è passati al fondamentalismo islamico (fingendo di non sapere che è stato tenuto a battesimo dalle potenze occidentali) e, più in generale, all’Islam.

Che l’Islam sia una minaccia sta ormai diventando un dogma laico, diffuso dai Signori della Paura, i quali – per fini economici, ma anche in vista di vantaggi politici ed elettorali – sfruttano le insicurezze e i timori delle persone istigando all’odio. I loro metodi vanno smascherati».

Nel volume lei afferma che al fine di far apparire effettivo, vero, reale, irrefutabile alla luce della ragione questo dogma laico «si tende a rivestirlo di prove o di qualcosa che loro somiglia». Può illustrare come avviene questo processo?

«Le tecniche di questi Signori paiono ispirate al romanzo “Il montaggio” di Vladimir Volkoff: si spigola fra i fatti di cronaca mettendo in fila eventi orribili, snocciolando uno dopo l’altro nomi, fatti, date così da dare l’impressione che i musulmani siano ovunque e sempre una minaccia. Ogni fatto di cronaca nera, anche minimo, il cui protagonista è un musulmano, viene ingigantito e proposto a modello. Si passa quindi senza scrupolo alcuno dalla presentazione analitica e casistica, fondata magari su un numero circoscritto di episodi, a un’indebita generalizzazione sulla base di una arbitraria selezione degli eventi proposti come esemplari: si descrive un albero ma lo si presenta come fosse uno qualunque di una foresta di centomila alberi tutti uguali. E così non si riconoscono, consapevolmente e colpevolmente, le migliaia di casi di onesti musulmani che vivono pacificamente nelle nostre città e che stanno cercando (concediamo del tempo) o hanno già trovato il modo di essere bravi musulmani non solo in Europa, ma d’Europa. Queste migliaia di persone inappuntabili non fanno notizia, si parla pochissimo di loro. Eppure esistono! Così come esistono, ma sono quasi del tutto trascurati, i molti pronunciamenti, incontri, documenti in cui i musulmani condannano apertamente l’uso della violenza in nome di Dio e prendono le distanze dal terrorismo. I mass media hanno una responsabilità enorme. La disinformazione genera squilibri gravi che danneggiano la democrazia».

Europa e Islam sono nemici da sempre: questa è una delle affermazioni che circolano con maggior insistenza; ma, lei afferma, non è fondata.

«Persino non pochi libri di storia in uso nelle nostre scuole sostengono questa tesi. È falsa. Quello compreso tra il 1200 e il 1500, pur segnato da numerose guerre, è stato uno dei periodi più gloriosi della civiltà europea. È stato il tempo delle grandi cattedrali, della nascita delle università, di importantissime acquisizioni scientifiche, di uno straordinario sviluppo dell’arte. Tutto ciò avvenne grazie a una grande floridezza economica che, nata sotto l’impulso operoso dei comuni, delle repubbliche marinare, delle città mercantili europee, fu determinata in gran parte dai costanti, intensi traffici con il vicino Oriente musulmano».

In questo contesto, che rilevanza ebbero le crociate?

«L’immensa ricchezza duecentesca dell’area mediterranea fu dovuta al commercio tra i paesi cristiani e musulmani e questo fenomeno macroscopico, quasi del tutto ignorato da molti media e da non pochi insegnanti, è ben più rilevante delle crociate che si possono considerare punture di spillo. L’Islam, nel suo complesso, non si è veramente reso conto di quanto era accaduto sino all’Ottocento, tanto che non esisteva neppure un termine arabo per definire le crociate. Nell’Ottocento i musulmani utilizzarono un neologismo (“hurub as-salibyya”, “guerre della croce”) quando dovettero tradurre i testi scolastici che le potenze coloniali imponevano di adottare. Le crociate – considerate come difesa contro un Islam aggressivo e sanguinario – vennero usate dagli occidentali quasi come antefatto giustificativo del loro dominio, ossia per dare giustificazione morale al colonialismo. Giova però ricordare che la prima grande espansione musulmana, iniziata nel VII secolo – contrariamente a quanto molti credono – si verificò con pochissima violenza (come ho diffusamente spiegato nel mio libro): i popoli si lasciarono conquistare, l’Islam ebbe vita facile nella sua espansione a causa della debolezza dell’impero persiano e di quello bizantino il quale, pur glorioso, a quell’epoca era in forte crisi. Bisogna inoltre rammentare che talora i cristiani imposero il proprio credo con la spada: si pensi a Carlo Magno o all’Ordine Teutonico dell’Europa nordorientale del medioevo. In conclusione, chi sostiene che Europa e Islam siano da sempre nemici e che ciò sia sempre avvenuto per colpa totale o prevalente dell’Islam mostra di conoscere assai poco la storia».

Che ha molto da insegnare.

«Certo, se si accetta di ascoltarla. Ai cristiani, ai musulmani, agli uomini di buona volontà la storia fornisce il modello di tempi nei quali la convivenza era non solo possibile ma anche franca e cordiale: si pensi ad esempio all’impero mongolo o al sultanato di al-Akbar nell’India moghul tra XVI e XVII secolo. Ma i modelli storici restano lettera morta se non si afferma la volontà di seguirne i suggerimenti, di far vivere il seme che essi hanno piantato. Questa è, a mio avviso, la sostanza della sfida odierna».

In questo passaggio d’epoca, quale dovrebbe essere a suo giudizio il compito dei cristiani?

«Le imponenti migrazioni degli ultimi anni stanno creando in moltissimi italiani ed europei un forte senso di disagio e insicurezza: sottovalutarlo e non farsene carico sarebbe un errore. Ma sarebbe ancor più sbagliato alimentarlo. Papa Francesco ci sta dando l’esempio, sia distinguendo la fede islamica dal terrorismo fondamentalista, sia incoraggiando tutti a costruire vita buona con le disperate genti che giungono in Europa, anche con quelle musulmane. Penso che un cristiano dovrebbe sentire in modo speciale il dovere di aiutare chi è più vulnerabile e abbia anche il dovere di andare controcorrente affermando con un po’ di coraggio civile, se occorre, alcune verità scomode rispetto al mainstream attuale.

Non possiamo nascondere che vi sono obiettive difficoltà teoriche e concettuali nel dialogo tra cristiani e musulmani che non si possono aggirare né in nome dell’ottimismo del cuore, né in quello della retorica irenistico-ecumenica. Tuttavia il dialogo prosegue in modo proficuo e, nella pratica, nella vita di tutti i giorni, la convivenza pacifica si rivela possibile e infatti esiste. La Chiesa, con parole e opere concrete, sta indicando a tutti la strada con grande chiarezza. L’edificazione di legami buoni nella quotidianità passa attraverso un lavoro artigianale: e il primo mattone è la comprensione reciproca, che è arte difficile. L’immigrato musulmano fa paura, ma se quel volto anonimo comincia ad avere un nome, se scopriamo che anche lui, come noi, ha figli da mandare a scuola, genitori da accudire, problemi di salute, sogni e preoccupazioni, allora le cose possono iniziare a cambiare. Certo, bisogna impegnarsi. Penso che nella quotidianità i cristiani debbano continuare a promuovere e favorire buone pratiche di incontro e integrazione, costruendo dalla base ciò che le istituzioni, in larga misura, paiono esitanti a progettare. È quanto anch’io cerco di fare».

Vuole illustrare il suo impegno?

«Nel piccolo paese dove vivo, Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, sono giunte alcune famiglie senegalesi, una trentina di persone inclusi bambini e anziani. Il loro arrivo ha scatenato molte proteste: da parte mia, insieme ad alcuni amici, ho voluto conoscere le ragioni di tutti e sto cercando di organizzare incontri tra i residenti e i migranti affinché si conoscano, coinvolgendo in quest’opera il parroco, il sindaco e altri rappresentanti delle istituzioni. Mi sono rivolto per questo al presidente della Regione, che conosco: per rispetto dell’autorità costituita, aspetto un suo cenno prima di procedere in modo che quanto riusciremo a fare appaia come un atto che ha la legittimazione istituzionale e non solo come un gesto frutto della buona volontà di qualche privato cittadino.

In Italia sono moltissime le persone che stanno lavorando per costruire buona convivenza, ma quest’opera sarebbe più efficace se fosse maggiormente e più organicamente sostenuta dalle istituzioni locali e nazionali. I sindaci, ad esempio, dovrebbero promuovere periodici momenti di incontro tra italiani e migranti appena giunti, avvalendosi di mediatori culturali che facciano da interprete. E invece, in molti casi, si limitano a protestare per “l’invasione”».

burkini sì, burkini no, un polverone inutile?

il problema esisteburkini3

probabilmente i casi di uso del burkini come costume da bagno sulle nostre spiagge italiane ma anche di altri paesi non sono molte, per cui numericamente il clamore mediatico e le reazioni politiche sono da considerare esagerate o sproporzionate ai casi realmente verificatesi, e tuttavia il problema esiste e ha forti radici culturali che non si cambiano con alcuni divieti o minacciando multe o carcereburkini2

 Come dice M. Marzano (cfe articolo nel link qui sotto) “Il problema allora, nel caso del burkini, non è tanto la libertà o meno della donna di vestirsi come meglio crede. Su questo siamo (o dovremmo) essere tutti d’accordo. Il problema sono le condizioni di esercizio della libertà delle donne musulmane. Cosa le spinge o meno a coprirsi? La paura del giudizio o delle sanzioni da parte dei familiari? I precetti religiosi? Il desiderio di opporsi ai valori occidentali? Il pudore? Certo, la libertà individuale è sempre sacra. Ma non ha ragione anche Lacordaire quando, nel XIX secolo, ci ricorda che “tra il forte e il debole è la libertà che opprime e la legge che affranca”?”burkini

qui sotto una piccola rassegna stampa tratta dalla sempre interessante e  benemerita pagina di ‘finesettimana’:

 

Bikini, burkini e senso del pudore di Michela Marzano in la Repubblica  del 19 agosto 2016

compatibilità

Il problema allora, nel caso del burkini, non è tanto la libertà o meno della donna di vestirsi come meglio crede. Su questo siamo (o dovremmo) essere tutti d’accordo. Il problema sono le condizioni di esercizio della libertà delle donne musulmane.
Il lungo percorso per la liberazione di Renzo Guolo in la Repubblica del 19 agosto 2016
Chiunque conosca la cultura islamica sa che le donne sono impegnate da tempo nell’erodere i divieti e le forme di controllo sociale maschile sulla loro vita. Anche il diffondersi del burkini fa parte di questo complicato, e lungo, percorso, molto più post- ideologico di quanto si pensi

Libertà non è il burkini di Giuliana Sgrena in il manifesto del 19 agosto 2016

Garantire, anche per legge, la parità, vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni subite soprattutto nel mondo musulmano “Sostenere la «libertà» di portare il burkini vuol dire ignorare la condizione delle donne musulmane.
Laicità che assomiglia al fondamentalismo di Bia Sarasini in il manifesto del 19 agosto 2016
Vietarlo non aiuta le musulmane e la via del compromesso può ridurre il danno. Meglio fare il bagno o andare alle Olimpiadi che restare a casa “Sono i divieti che creano distanze, barriere, abissi. Perché impedire che lo sguardo reciproco conduca al libero pensiero, alle libere scelte?”
La perseveranza femminile e la «retorica occidentale» intervista a Layla M. Ammar a cura di Alessandra Pigliaru in il manifesto del 19 agosto 2016
“Personalmente sono ottimista e fiduciosa che possa essere proprio la perseveranza femminile (laica o anche religiosa), che esprime la forza delle donne, a superare le barriere che la logica maschile impone. Non è un problema religioso ma tutto politico.”

“è urgente svecchiare la religione musulmana dalle ambiguità legate al passato”

noi musulmani ipocriti

Daesh ci rappresenta

Kamel Abderrahmani

la sharia “inventata” dagli ulema e insegnata nelle scuole coraniche è la stessa che viene praticata dai militanti dello Stato islamico. La “giurisprudenza religiosa, sorta più di 10 secoli fa” ha “incatenato e arrugginito il nostro cervello e quello dei nostri figli”. È urgente svecchiare la religione musulmana dalle ambiguità legate al passato. La coraggiosa denuncia di un giovane studente musulmano algerino

Dopo ogni strage ad opera di Daesh o di qualche terrorista islamico, si apre sempre il balletto delle responsabilità. Mentre fra gli occidentali si accusa in blocco la religione dei musulmani, nel mondo islamico si cerca di allontanare ogni legame fra la violenza e la religione musulmana dicendo subito: “Questo non è l’islam”. È avvenuto lo stesso in questi giorni, dopo le stragi di Istanbul, Baghdad e Dhaka, rivendicate in modo più o meno ufficiale dallo Stato islamico. Proprio dopo questi massacri, ci è giunta questa piccola riflessione da parte di un giovane studente algerino (musulmano) di 27 anni, che vive in Francia. Egli accusa di ipocrisia molto mondo islamico che da una parte dice di rifiutare l’operato di Daesh e dall’altra sogna di applicare nel mondo la sharia. Il giovane autore sottolinea soprattutto la necessità per i musulmani di operare una riforma e una modernizzazione della fede, abbandonando quegli elementi legati al passato storico della comunità islamica e (purtroppo) diffusa e “predicata nelle nostre moschee e insegnata nelle nostre scuole”.

Daesh, noi e il clero [musulmano]!

Oggi ho deciso di prendere posizione per difendere lo Stato islamico davanti a tutti coloro che dicono che esso non rappresenta la sharia. Daesh non è ipocrita. Esso è franco, diretto e vero.

Come osiamo dire che Daesh non rappresenta la sharia? Una sharia inventata dai nostri “ulema”, predicata nelle nostre moschee e insegnata nelle nostre scuole? E oggi questa stessa sharia è perfettamente applicata sul terreno proprio dallo Stato islamico.

[Essa] è il risultato delle nostre idee e della nostra giurisprudenza religiosa, sorta più di 10 secoli fa. Guardiamo come l’istituzione clericale ha incatenato e arrugginito il nostro cervello e quello dei nostri figli. Guardiamo come essa ha scomunicato luci [intellettuali] quali Averroé, Ibn Sina [Avicenna], Arkoun, … la lista è lunga.

Noi vogliamo un califfato simile a quello del profeta come ben lo descrivono i nostri libri e i nostri imam nelle loro prediche. È un’utopia insegnata da secoli!

Smettiamola col denunciare questo Stato e smettiamola di offenderlo. Non è facile sbarazzarci di esso perché è il figlio legittimo della nostra giurisprudenza. E infine, se abbiamo davvero questa intenzione, sbarazziamoci della nostra sharia e della nostra giurisprudenza che gli hanno dato vita. Questa sharia non è quella di Dio, ma quella del diavolo. Finiamola col darle un carattere sacro!

E soprattutto, non cerchiamo di accusare il Mossad, la Cina, e gli altri “miscredenti”! Dieci secoli fa essi non esistevano. Non è la mano straniera che ha promulgato leggi diaboliche come l’amputazione delle mani per i ladri (v. foto)! Non siamo ingiusti, non è il Mossad che ha fatto passare la lapidazione dell’adultera come una legge divina! Non è la Cia che ha inventato l’esecuzione dell’apostata…. ma sono i nostri “shouyoukhs” [dottori coranici] e la loro giurisprudenza da quattro soldi.

Se oggi gli Stati Uniti ci aiutano a realizzare il nostro sogno (lo Stato “diabolico”), per loro interessi, noi dobbiamo ringraziarli perché è un obbiettivo della nostra giurisprudenza. Dobbiamo anche applaudire i coraggiosi membri di Daesh. Essi non sono ipocriti come noi. Essi applicano alla lettera le raccomandazioni dei dottori coranici.

La nostra posizione è davvero contraddittoria, confusa, disonesta, ipocrita. Noi condividiamo la stessa sharia con Daesh, ma purtroppo non la assumiamo e continuiamo a dire che Daesh non ci rappresenta! È davvero strano!

Non vogliamo l’instaurazione di un califfato?

Non vogliamo instaurare la nostra sharia?

Se la risposta è “sì”, non abbiamo che due scelte. O noi raggiungiamo e facciamo alleanza con Daesh, e la smettiamo di recitare la commedia, o riformiamo la nostra visione dell’islam e la spolveriamo di tutto il vecchiume, ossia della sharia e della giurisprudenza inventata dagli ulema! Dobbiamo decidere prima che sia troppo tardi.

è possibile un ripensamento a fondo dell’Islam?

Islam

religione e laicità

di Michele Martelli

un Islam europeo non può che nascere da un confronto aperto e spregiudicato, questo sì «senza se e senza ma», con la moderna cultura europea. Quindi con la laicità. Il che implica la necessità dell’avvio (o della ripresa) sia di un processo di reinterpretazione del Corano sia di un dibattito pubblico sul suo rapporto con la laicità

«L’Isis non è l’Islam e l’Islam non è l’Isis», «il Corano è un libro di pace», «l’Islam è religione di pace»: questi e simili gli slogan principali dei manifestanti islamici nelle piazze di Roma e Milano. Simile il messaggio trasmesso dalle coraggiose orazioni dei rappresentanti della comunità islamica di Venezia alla cerimonia laica dei funerali di Valeria Solesin. Questo anche il contenuto essenziale dei numerosi interventi e interviste di fedeli e imam italiani in vari programmi radio, nei talk show televisivi e sui maggiori quotidiani nazionali. Dunque una dissociazione netta, precisa, inequivocabile, dai terroristi jihadisti del Bataclan emissari dell’Isis, a smentita della campagna mediatica dei nostrani islamofobi fallaciani, che di tutt’erba fanno un fascio.

La condanna pubblica del terrorismo da parte delle comunità islamiche italiane dopo le stragi di Parigi sono il sintomo di una svolta decisiva nella storia dell’Islam in Occidente. Forse si sta assistendo in Italia ad un’efficace strategia di isolamento degli stragisti («Not in my name», lo slogan più diffuso), ma forse anche ad un tentativo di ripensare a fondo l’Islam per adattarlo alle democrazie europee, per europeizzarlo.

Ma un Islam europeo non può che nascere da un confronto aperto e spregiudicato, questo sì «senza se e senza ma», con la moderna cultura europea. Quindi con la laicità. Il che implica la necessità dell’avvio (o della ripresa) sia di un processo di reinterpretazione del Corano sia di un dibattito pubblico sul suo rapporto con la laicità.

A) L’Islam religione di pace? Il Corano libro di pace? Sì, ma purtroppo anche il contrario. Innanzitutto una questione metodologica: può osare, chi non è né arabo né islamico né credente, leggere criticamente e in una buona traduzione il Corano, ritenuto dai fedeli un libro sacro dettato da Allah a Muhammad per tramite dell’Arcangelo Gabriele nell’arabo coreiscita, ritenuto a sua volta la lingua di Dio?

Io penso di sì. Altrimenti perché tante traduzioni in tante lingue del mondo, tra cui quelle occidentali, tra cui quella italiana (tra le varie edizioni italiane del Corano, quella fatta dal dirigente dell’Ucoii Hamza Roberto Piccardo è stata riconosciuta come «traduzione ufficiale» dall’Arabia Saudita, custode dell’ortodossia salafita).

Del resto, poiché solo il 10 per cento dei musulmani (ne sono 1 milione e 600 mila nel mondo) conosce l’arabo, del Corano sono state fatte traduzioni più o meno ufficiali in varie e numerose lingue nazionali. Deassolutizzando di fatto la stessa sacralità del testo, adattato alle diverse culture nazionali. E prefigurando, paradossalmente, non uno, ma molti Islam. Come è avvenuto sin dalle origini nell’Islam arabo, ben presto dilaniato dal conflitto tra sunnismo e sciismo.

Dunque l’Islam predica solo la pace? No. Proviamo a rifarci al concetto di Jihad. Nel Corano, che, come tutti i testi religiosi, è complesso, prismatico, il concetto, che equivale a «sforzo sulla via di Allah», ha, come è noto, almeno tre significati: a) di sforzo interiore, fatto di meditazione e preghiera, di lotta con se stesso per la purificazione dal peccato (Sura 25, v. 52); b) di guerra di difesa («Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono», Sura 2, v. 190); c) infine di guerra di espansione dell’Islam contro gli infedeli («Uccidete gli idolatri dovunque li troviate, prendeteli, circondateli, appostateli ovunque in imboscate», Sura 9, v. 5): da qui la divisione (nella tradizione giuridica musulmana) del mondo in due parti contrapposte: Dar al-Islam, o «dimora dell’Islam», e Dar al-Harb, o «dimora della guerra», quella degli infedeli, miscredenti e idolatri da conquistare e assoggettare con la spada.

In tutti e tre i sensi il profeta promette la santificazione e il paradiso dopo la morte. Se nel primo senso la teologia del Jihad contempla e incoraggia il rapporto diretto interiore, spirituale del fedele con Allah, nel secondo (difficile stabilire sempre, in una guerra armata, la difesa dall’aggressione) e soprattutto nel terzo autorizza l’espansionismo religioso, politico e militare, e quindi la «missione» dell’islamizzazione del mondo, che ha caratterizzato nei secoli prima la storia araba dei Califfi (=successori, vicari, luogotenenti di Muhammad), poi quella turca dell’Impero ottomano. Non si appellano al Jihad, pur in parte distorcendolo (nel Corano c’è sì la figura del martire combattente, ma non quella del terrorista suicida), sia i criminali drogati jihadisti delle stragi di Parigi sia Al-Baghdadi, appeso al folle sogno della rinascita del Califfato? Una Guerra santa che vede oggi contrapporsi nel Medio Oriente musulmano, in Libia, Siria, Yemen e Iraq, con armi, attentati terroristici e bombardamenti indiscriminati, in nome dello stesso dio unico Allah e dello stesso libro sacro, Stati comunità e tribù sunnite e sciite, in una complicata guerra politico-religiosa, che dura ininterrotta da decenni, almeno dalla nascita dell’Iran khomeinista nel 1979?

«Not in my name» dovrebbe significare per i musulmani d’Italia anche l’inizio (o la ripresa) di una lettura storico-critica del Corano, per dissociarsi dalla Teologia politica del Jihad che oggi più che mai ha assunto, in vari paesi e continenti, l’aspetto di una vera e propria Teologia del Terrore. So bene che il processo di storicizzazione, reinterpretazione e relativizzazione dei testi sacri riguarda anche, e tuttora, gli altri due monoteismi ebraico e cristiano. Ma questo non è una scusante per nessuno.

B) L’Islam e la laicità. In che cosa consiste la laicità delle moderne democrazie? In due principî fondamentali e complementari, a cui l’Islam arabo ed extraeuropeo è rimasto quasi ovunque estraneo e/o ostile: a) la separazione tra Stato e religione; b) l’uguaglianza dei diritti umani e civili. Se l’Islam è religione di Stato, unica o privilegiata che sia, è evidente che chi non è musulmano (l’altrimenti credente o il non credente) o non gode della cittadinanza o è un cittadino di serie b; e perciò o è privo di diritti o i suoi diritti sono limitati e ristretti.

Il Corano non è solo un libro di preghiera, ma contiene (al pari della Bibbia ebraica) una minuta precettistica sull’intera vita del credente, privata e civile, da cui è nata la sharia, ossia la tradizione giuridica musulmana presunta interprete della Legge di Dio. La Carta araba dei diritti dell’uomo (che sanciva l’uguaglianza dei cittadini, la libertà di pensiero, coscienza e religione, la parità uomo-donna, ecc.), sottoscritta dalla Lega araba nel 2004 e modellata sulla Dichiarazione del 1948 dell’Onu, è rimasta pressoché lettera morta, mera dichiarazione di intenti. Perché? Perché incompatibile con molti aspetti, regole, divieti e prescrizioni della sharia (che prevede l’inferiorità della donna, la lapidazione dell’adultera, la pena di morte per l’apostasia e la blasfemia, la condanna dell’omosessualità, l’esclusione e la repressione del pensiero critico, ecc.).

Molti credenti dell’Islam d’Italia, compresi imam e altre autorità religiose, hanno in questi giorni affermato pubblicamente di essere e sentirsi senza contraddizione musulmani e cittadini laici, rispettosi della Costituzione. Mi chiedo se ciò sia possibile senza dissociarsi dalla lettura, interpretazione e applicazione acritica (e talvolta distorsiva) del Corano e della sharia, che è tipica dell’estremismo terroristico, ma anche dell’integralismo religioso premoderno di tanta parte del mondo musulmano.

lo sguardo di Dio sull’islam visto da occhi cristiani … impopolarmente, soprattutto oggi!

l’Islam nel disegno di Dio: sguardi cristiani

in occasione dell’appuntamento annuale dedicato al dialogo cristiano-islamico e all’indomani del 50mo anniversario della dichiarazione conciliare “Nostra aetate” sulle religioni non cristiane, “L’Osservatore Romano” pubblica la lectio magistralis del padre Maurice Borrmans per la laurea honoris causa in Missiologia conferita dalla Pontificia università Urbaniana in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Nato nel 1925, francese, membro della Società dei missionari d’Africa, studioso di diritto islamico e spiritualità musulmana, padre Borrmans è stato a lungo docente presso l’Urbaniana e il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica (Pisai) nonché consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso:

Boormans

 ‘lectio magistralis’ di Maurice Boormans

Di fronte all’emergenza della religione musulmana all’inizio del secolo 7° e alla sua affermazione politica nel corso della storia, i credenti cristiani si sono sentiti sfidati nella loro fede e invitati a dare una valutazione teologica nei riguardi di questa nuova religione. Padre Jean-Marie Gaudeul, professore al Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica (Pisai) di Roma, ha riassunto la lunga storia di questi sguardi incrociati tra discepoli di Gesù e fedeli del Corano in due volumi dal titolo provocatorio, Disputes? ou Rencontres?, nel 1998, precisando come L’Islam et le christianisme au fil des siècles hanno visto sia i cristiani sia i musulmani valutare diversamente il loro confronto spirituale. Prima di lui, padre Youakim Moubarac, maronita libanese, aveva consacrato a Parigi le sue Recherches sur la pensée chrétienne et l’Islam studiandone, in un primo tempo, il contenuto Des origines à la prise de Constantinople e poi l’espressione dettagliata Dans les temps modernes et à l’époque contemporaine, seguendola secolo per secolo fino ai testi innovatori del concilio Vaticano ii. È proprio partendo dalle sue conclusioni che conviene tentare la presente riflessione teologica, dato che vi si parla successivamente di «lacune», di «acquisizioni» e di «nuova problematica».

Dopo aver riconosciuto alcune «lacune» del suo testo, Moubarac passa alle «acquisizioni» e ne precisa «le più significative»: «Appare oramai certo che sia la politica della Santa Sede sia la dotttrina della Chiesa cattolica sembrano chiare sui rapporti islamo-cristiani». Un certoconsensus riunisce tutti i cristiani attorno a «due gruppi di dati». Il primo sta nell’«ampia concordanza della coscienza cristiana sull’islam in quanto “religione della natura”, che merita rispetto, a parte alcune debolezze sulla morale della famiglia o della società». Per quanto riguarda il secondo dato, «sembra che il giudizio cristiano sia più positivo sulla mistica musulmana. In breve, si può dire che il giudizio cristiano ha concesso alla mistica musulmana quello che ha rifiutato all’islam. Fatto significativo, dato che l’islam sedicente tradizionale ha rifiutato la propria mistica. Di qui il problema fondamentale: nel dare un suo giudizio sull’islam, il cristianesimo si vede costretto a fare una scelta: quale islam prendere in considerazione? Diciamolo allora: se il giudizio cristiano non si è ancora pronunciato nei riguardi dell’islam, è anche perché l’islam è sempre in tensione con se stesso, non ha ancora definito la sua vera natura».

Per quanto riguarda la «nuova problematica», Moubarac intende fare suo l’approccio spirituale di padre Jean de Menasce, domenicano, e del cardinale Charles Journet. Per il primo, appare chiaro che «l’islam deve essere collocato tra le eresie», per cui Moubarac può dire che «si ritorna così alla prima pagina del pensiero cristiano di fronte all’islam, quella proprio di san Giovanni Damasceno», come aveva già interpretato Charles Journet. Moubarac si riferisce «a un testo inedito del 1967» in cui il cardinale Journet esprimeva questo giudizio teologico: «Il messaggio di Maometto, tesoro supremo dell’islam, è la “rivelazione soprannaturale” del Dio unico e trascendente fatta ad Abramo, aperta (per Abramo) al mistero della Trinità e dell’Incarnazione redentrice, ma bloccata al momento dello sbaglio di Israele, e ricevuta da Maometto, in virtù di un errore involontario, come antitrinitaria e anticristiana; donde la terribile e duratura ambiguità di questo messaggio».

Per il cardinale, Dio non potrebbe mai essere ritenuto responsabile di questo «tragico malinteso», tanto più che quasi subito egli aggiunge questa «preziosa osservazione»: «Basterà da parte di Dio mandare un raggio della sua luce per aprire, dare vita, far sbocciare la nozione del Dio unico e trascendente, mutilata nell’islam (e in Israele) nella nozione di un Dio d’amore che i sûfi (e i hassidim) hanno presentito, riscoperto e anche proclamato».

Su questa linea Moubarac precisa la sua «nuova problematica», appoggiandosi su una frase conclusiva del cardinale: «Una sola certezza ci rimane nella nostra ignoranza: Dio sa quello che permette». Padre Moubarac ha esplicitato tutto questo, nel 1976, in un suo articolo La pensée chrétienne et l’islam. Principales acquisitions et problématique nouvelle della rivista Concilium alla quale affidava i suoi «interrogativi», sulle «esigenze e le difficoltà del dialogo». Distinguendo opportunatamente tra «approccio teologico e sensibilità religiosa», egli faceva osservare «la preminenza del contemplativo, che integra l’esistenziale e redime o compensa tanto il politico quanto il teologico». Ma confessava, sulle orme di Roger Arnaldez, che il dialogo islamo-cristiano si rivela difficile, eppure ineluttabile, e riconosceva che le idee di Louis Massignon e la loro apertura dovevano essere precisate. Nelle intuizioni profetiche di quest’ultimo, infatti, alcuni vorrebbero vedere un primo giudizio di stampo teologico.

Louis Massignon ha rinnovato lo sguardo dei cristiani sull’islam. Si potrebbe sintetizzare il suo ricco e articolato pensiero nello sguardo d’insieme che egli scrive in una lettera del 1958: «Nella storia dell’umanità, abbiamo tre periodi religiosi: lo stato di natura, ferita dal peccato di Adamo, corrispondente all’epoca patriarcale; lo stato legale, che comincia al Decalogo del Sinai; lo stato evangelico, che comincia con Cristo e alla Pentecoste. È assurdo discutere con un ebreo credente, come se fosse arrivato allo stato evangelico: è ancora sottomesso alla Legge del timore; similmente, è assurdo discutere con un musulmano come se fosse arrivato sia allo stato legale sia allo stato evangelico». Egli conclude così: «L’islam è ancora allo stato patriarcale, al tempo di Abramo». Secondo Massignon, dunque, l’islam sembrerebbe essere «una religione naturale ravvivata da una rivelazione profetica», in quanto prende in prestito dalla tradizione giudeo-cristiana la parte principale del suo vocabolario e alcuni elementi semplificati del suo insegnamento.

Alcuni hanno pensato possibile concludere da questo «abramismo» di Louis Massignon che l’islam sarebbe una via parallela di salvezza per i musulmani, data la sua origine dalla benedizione di Abramo a favore di Ismaele, che l’abiliterebbe a partecipare a un disegno divino positivo a tale scopo. Padre Georges Anawati, in una conferenza del 1985, distingue tre correnti cattoliche d’interpretazione teologica dell’islam: «Una “corrente minimalista”, soprattutto preconciliare, la quale vede nell’islam soltanto gli aspetti che contraddicono i dogmi cristiani. Questa corrente è diventata piuttosto anacronistica. Una “corrente massimalista”, la quale riconosce, in un modo o nell’altro, il profetismo di Muhammad e il carattere rivelato del Corano. Le basi di tale interpretazione sono fragili, tanto dal punto di vista storico quanto da quello esegetico e teologico. La maggioranza degli “islamizzanti” cattolici preferiscono seguire una “via media”. Pur dimostrando molta simpatia verso i musulmani e una grande apertura al dialogo, questa via tiene conto delle divergenze radicali che separano le due religioni».

Così scrivendo, padre Anawati faceva sua la medesima domanda di padre Moubarac: «Quale islam il cristianesimo viene chiamato a riconoscere?». L’islam coranico e la sua pratica ortodossa, o l’islam della saggezza filosofica e dell’etica umanizzante, o l’islam del sufismo e della devozione delle confraternite? L’approccio teologico di questi tre tipi di islam deve essere differenziato, a meno che ci si accontenti di quanto essi hanno in comune per quanto riguarda il credo, i riti e la morale. Sembra che questo sia stato l’approccio globale della dichiarazione conciliare Nostra aetate.

Per chiarirne il contenuto è necessario fare riferimento ai documenti promulgati negli anni successivi dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, dalla Commissione teologica internazionale e dalla Congregazione per la dottrina della fede. Se l’insieme di questi documenti sembra rappresentare il patrimonio comune di coloro che sono oggi impegnati nel dialogo islamo-cristiano, qualunque sia la loro corrente di appartenenza, è anche vero che la posizione minimalista, massimalista o mediana, dipende in gran parte dalle premesse della scelta che i loro membri fanno tra le varie ipotesi scientifiche sulle origini dell’islam nelle sue dimensioni religiose, culturali e politiche.

Alcuni, che possiamo annoverare nella schiera dei “minimalisti”, contestano l’esistenza stessa della dichiarazione conciliare Nostra aetate o alcune delle sue affermazioni ritenute troppo avanzate e compromettenti, contestando la presunta vicinanza dei valori e mettendo in guardia i cristiani “sprovveduti” da affermazioni ambigue, dato che le medesime parole hanno significati diversi nel cristianesimo e nell’islam. Sulla stessa linea viene messa in dubbio l’affermazione di Lumen gentium 16, dove si dice che i musulmani adorano «con noi» l’unico Dio. Con differenze più o meno accentuate fanno dunque parte di questa corrente Alain Besançon, Edouard-Marie Gallez, François Jourdan, Dominique e Marie-Thérèse Urvoy e Annie Laurent.

Al contrario dei “minimalisti”, alcuni pensatori impegnati nel dialogo in corso, intendono concludere dai testi del magistero cattolico, interpretati univocamente e letteralmente, che tutte le religioni storiche appartengono allo stesso disegno di salvezza e che l’islam si rivela molto vicino al cristianesimo per tanti aspetti. Essi, che possiamo classificare come “massimalisti”, sono propensi a considerare le credenze e le esperienze dei cristiani e dei musulmani come simili, finendo per riconoscere la missione profetica di Muhammad e il carattere rivelato del Corano. Tra questi, sempre con le dovute sfumature di pensiero e di tendenza, potremmo annoverare padre Paolo Dall’Oglio, Charles Ledit, Denise Masson, padre Giulio Basetti-Sani e, in particolare per Lumen gentium 16, Gerhard Gäde.

Potrebbe essere in parte annoverato in questa tendenza anche il Gruppo di ricerche islamo-cristiano (Gric), benché esso partecipi a pieno titolo anche della “via media”. In uno dei libri pubblicati da questo gruppo, il padre Robert Caspar, che fu professore presso il Pisai, insiste sul criterio della «fecondità del messaggio proposto agli uomini: “Si valuta l’albero dai suoi frutti”, ciò che potremmo chiamare i suoi frutti di santità». Orbene, la fecondità del messaggio coranico si manifesta nel passare di molti popoli dal politeismo al monoteismo e nelle avventure metafisiche o sovrannaturali dei mistici e dei santi dell’islam. Per tutti questi motivi, si stima che il cristiano «può legittimamente riconoscere nel Corano una Scrittura che esprime una Parola di Dio», ma «rendendo conto di questo fenomeno a partire dalla propria fede».

Padre Caspar riassume le sue riflessioni specificando quali sono i tre approcci all’islam possibili per i discepoli di Gesù Cristo. C’è l’approccio “esistenziale”: «Esso consiste nel vivere concretamente la contraddizione, senza potere, per il momento, superarla, in una visione più allargata». C’è l’approccio “classico” che si attiene alla distinzione fatta dalla teologia scolastica tra «due tipi di rivelazioni o profezie: quella che fa “conoscere la verità divina” e quella che ha soltanto per fine di “dirigere gli atti umani”». C’è in terzo luogo un “allargamento della rivelazione come storia e come significato”, allargamento che può prendere due forme: quello del ricordare la nostra Rivelazione e quello del riconoscere un’altra espressione della Parola di Dio.

Nel primo caso, il cristiano potrebbe dire con padre Claude Geffré che «l’islam è per me un richiamo profetico alla confessione della fede iniziale d’Israele: “Adorerai un solo Dio”. La rivelazione coranica mi invita a rileggere la rivelazione biblica che trova il suo compimento in Gesù Cristo sottolineando l’assolutezza del Dio unico e preservandomi da ogni peccato di idolatria. Non dico che il Corano sia “la” Parola di Dio, ma accetto di dire che nel Corano ci sia “una” confessione di fede nel Dio che mi riguarda come cristiano e che mi invita quindi a considerare Muhammad come un autentico testimone del Dio in cui io credo. Nel secondo caso, si tratta di riconoscere nel Corano un’altra espressione della Parola di Dio». Ma come? Le spiegazioni proposte da padre Caspar non sono del tutto soddisfacenti perché anche se offrono prospettive utili, riaffermano comunque le divergenze fondamentali tra cristianesimo e islam sul mistero di Dio e sul suo atto creatore.

La “via media” sembra finora essere quella scelta da Giovanni xxiii, Paolo vi, Giovanni Paolo ii, Benedetto xvi e Francesco nel loro insegnamento solenne e nel loro ministero pastorale. Ed è anche quella di molte persone impegnate istituzionalmente nel dialogo islamo-cristiano. Basta rileggere le encicliche, i discorsi e i messaggi dei primi e le pubblicazioni, le riviste e le dichiarazioni dei secondi. È proprio secondo questa “via media” che furono fatte le prime ricerche del Segretariato per i non cristiani e quindi redatti i suoi primi Orientamenti per un dialogo tra cristiani e musulmani nel 1969 prima che questi ultimi fossero aggiornati nel 1981. Che si tratti dei responsabili o dei loro collaboratori, tutti riconoscono realisticamente le differenze profonde, quasi abissali, tra cristianesimo e islam, sia che si parli dello «scontro delle teologie», come spiega padre Emilio Platti, sia che si vada a esplorare quanto concludono le scienze delle religioni sul carattere irrimediabilmente diverso, nell’islam e nel cristianesimo, della teologia, dell’antropologia e della sociologia.

Si ritorna quindi ai primi due approcci proposti da padre Caspar stesso: l’esistenziale e il classico, in uno spirito di apertura comprensiva nei riguardi del Corano, considerato come viatico di valori spirituali per i musulmani. Non rappresenta forse per loro un ricco patrimonio religioso per rispondere alle domande esistenziali che ogni uomo si pone sul suo destino personale? L’islam nella sua triplice dimensione di legge, di sapienza e di mistica non ha finito di sfidare la riflessione cristiana, la quale non può accontentarsi di rispondervi con affermazioni dogmatiche o valutazioni storiche.

I “profeti” del dialogo e i loro attori attuali si interrogano ancora sulla validità dell’islam per i suoi seguaci. È stato il caso di Massignon e di Moubarac come quello di Caspar e di Anawati, e di tanti altri. Roger Arnaldez, consapevole del ricco apporto umanistico dell’islam classico e della sua anchilosi interpretativa alle soglie del mondo moderno, prendeva atto delle «divergenze profonde tra islam e cristianesimo», poiché il Dio dell’islam si presenta come «trascendenza di comandamenti» e il Dio dei cristiani come «trascendenza di amore». Padre Jean-Muhammed Abd-al-Jalil riconosceva che «l’islam (è) la religione che, su alcuni punti, sembra vicina al cristianesimo più dell’ebraismo ma in realtà è anche la più opposta ai misteri cristiani». Di Louis Gardet, filosofo cristiano delle culture, Arnaldez diceva che «i suoi giudizi sull’islam avevano un carattere dialettico: volontariamente favorevoli e senza restrizione alcuna quando si trattava di opporsi a opinioni false o parziali sulla religione di Muhammad, ma critici, nel senso filosofico della parola, ogni volta che si doveva mettere in evidenza la sua grande differenza dal cristianesimo».

Infine, padre Jacques Jomier concludeva i suoi lavori dicendo: «La differenza proviene dall’insegnamento dei rispettivi testi sacri. Mentre l’islam vuole essere il restauro della religione patriarcale, sempre valida e rifiuta ogni tipo di monoteismo diverso dal suo, il cristianesimo insegna che c’è stato un progresso nella rivelazione, movimento spirituale che raggiungerà il suo vertice con Cristo. Non sarebbe forse più giusto dire che Dio, nel Corano, è fondamentalmente il Dio della teologia naturale? Per misericordia, egli ha preso l’iniziativa di guidare l’uomo nella sua debolezza, e di mostrargli come controllare le sue passioni per compiere il bene ed evitare il male. Il Corano non accetta che Dio abbia chiamato l’uomo a un livello superiore a quello della teologia naturale».

Si potrebbe osservare che esiste, paradossalmente, una strana sintonia tra le opinioni della “via media” e quanto è stato detto dai 38 «rappresentanti dell’islam» dell’Accademia di Amman nella loro Lettera aperta a Benedetto xvi, il 16 ottobre 2006. Essi, infatti, specificano che «non si deve rimproverare a Muhammad di non aver apportato “niente di fondamentalmente nuovo” poiché la sua missione era soltanto di ripetere e ricordare il messaggio primordiale del patto adamico». Tale autopresentazione dell’islam come religione primordiale corrisponde abbastanza bene alla comprensione che i cristiani della “via media” si fanno della religione dei musulmani.

L’approccio cristiano all’islam che abbiamo tentato di presentare nella varietà degli accostamenti che vanno dai minimalisti ai massimalisti, esprime l’aspetto migliore di quanto hanno prodotto i pensatori e i teologi impegnati nel dialogo islamo-cristiano. Molti di loro si riconoscerebbero volentieri nella “via media” seguita da padre Anawati e da coloro che furono, dopo di lui, gli attori di questo dialogo.

Si distinguono in particolare coloro le cui testimonianze sono raggruppate in un libro dal titolo significativo Christian Lives Given to the Study of Islam, pubblicato nel 2012. Tutti, con Massignon e Moubarac, vedono nell’islam una “religione naturale”, che corrisponde alla virtù morale naturale di giustizia, la quale prende il nome di religione quando tratta dei rapporti di giustizia tra la creatura e il Creatore. Per di più, si tratta di un monoteismo che riprende, in modo diverso, il messaggio essenziale del Dio unico e trascendente della tradizione giudeo-cristiana. La meditazione del cardinale Journet permette di apprezzarne tutto il valore e nello stesso tempo i limiti, come ostacoli alla piena rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Se questa «religione naturale» viene detta «ravvivata da una rivelazione profetica», come diceva Massignon, ciò non significa che l’islam sia parte integrante della «rivelazione biblica».

Ma cosa pensare allora di Muhammad e del Corano? Gli storici si pongono tuttora molti interrogativi sul Profeta dell’islam, la sua personalità, la sua sincerità e la sua autenticità, e alcuni teologi accetterebbero di attribuirgli un certo carisma, intellettuale o pratico. D’altra parte il Corano si esprime in un linguaggio biblico che sembra farne una parafrasi dei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, soprattutto nella loro parte sapienziale. Di conseguenza, un certo patrimonio di vita spirituale viene offerto per esser trasmesso, così “ravvivato”, a coloro che vi aderiscono in buona fede e con cuore sincero. Ed ecco qui aprirsi lo spazio offerto ai teologi per pronunciarsi in modo più o meno positivo sulle chances che l’islam offre ai musulmani di tutte le sensibilità, di rispondere alle sollecitazioni interiori dello Spirito Santo in vista della salvezza, che viene loro assicurata in e da Gesù Cristo.

Si tratta di un approccio che non potrebbe essere accusato o sospettato di sincretismo o di relativismo. Padre Moubarac stesso lo confessava in un’intervista del 26 novembre 1971: «Non credo che, nell’ottica di qualsiasi religione, si possa parlare di “due” rivelazioni; la rivelazione, se c’è rivelazione, non può che essere unica, come il disegno di Dio sul mondo è unico. Da cui la pretesa di tutte le grandi religioni all’universalità e quindi la missione cattolica della Chiesa per radunare l’umanità nell’obbedienza al Vangelo». È proprio in questa prospettiva che bisogna rileggere i testi del Vaticano ii (Lumen gentium, 16 e Nostra aetate, 3) e quelli del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, aggiungendovi il discorso di Giovanni Paolo ii a Casablanca, del 19 agosto 1985. Tra l’altro egli diceva: «Noi, cristiani e musulmani, dobbiamo riconoscere con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e renderne grazie a Dio. Cristiani e musulmani, generalmente, ci siamo malcompresi, e qualche volta, in passato, ci siamo opposti e anche persi in polemiche e in guerre. Io credo che Dio c’inviti oggi, a cambiare le nostre vecchie abitudini. Dobbiamo rispettarci e anche stimolarci gli uni gli altri nelle opere di bene sul cammino di Dio».

l’Islam ci minaccia?

Islam, una minaccia per l’Europa?

 

   Franco Cardini (autore del volume Europa e Islam nella serie Fare l’Europa diretta da Jacques Le Goff)
Cardini
 
 
 
  commenta alcune affermazioni ispirate a interventi pubblici di chi ritiene l’Islam una minaccia per l’Europa, dopo gli attentati del 7 gennaio a Parigi.
 

 

 

1. Ancora una volta il cuore della civiltà occidentale è colpito dal terrorismo islamico. Possiamo ragionarci su quanto vogliamo ma sta di fatto che, se non tutti gli islamici sono terroristi, oggi e ormai da molto tempo tutti i terroristi sono islamici.

Per la verità in tutto il mondo si stanno segnalando attentati terroristici gravi o leggeri di varia matrice: quindi l’affermazione è in sé inesatta. Se poi mettiamo in discussione la nozione ufficiale e ristretta di terrorismo, la cosa cambia del tutto aspetto. Colpire con aerei o con droni oppure bombardare per rappresaglia unilateralmente valutata e decisa obiettivi isolati o centri urbani praticamente indifesi (salvo poi parlare delle vittime dicendo che “si facevano scudi umani” dei bambini: come si fa a farsi scudi umani quando si è vittime di un bombardamento?) è a sua volta terrorismo in senso proprio, in quanto azione violenta atta a spargere terrore”.
2. La distinzione tra Islam moderato e Islam fondamentalista è un’invenzione occidentale: la verità è che i musulmani ci considerano infedeli e come tali nutrono nei nostri confronti un atteggiamento ostile. Non è un caso se nel corso della storia Cristianità e Islam tante volte sono venuti alle armi.

Cristianità e Islam, finché c’è stata una Cristianità (vale a dire una società che anche sotto il profilo civile, giuridico, culturale si ispirava a principi cristiani come tali riconosciuti), e quindi un Occidente moderno e laico, e Islam, sono appunto “tante volte venuti alle armi” (sempre meno di quanto non abbiano fatto i cristiani e/o gli europei fra loro). Ma più spesso hanno allacciato rapporti economici, commerciali, diplomatici, culturali. Quanto alla distinzione tra “moderati” e “fondamentalisti”, è vero: è occidentale e arbitraria (tanto è vero che l’Occidente mostra di considerare in pratica moderati anche gli emiri della penisola arabica, che religiosamente parlando tali non sono ma tali vengono dichiarati ad honorem in quanto alleati e partner economici). In realtà l’Islam è una realtà immensa, quasi un miliardo e mezzo di persone, che non conosce istituzioni religioso-giuridiche normative (cioè vere e proprie “Chiese”) universalmente e concordemente tali considerate, ma che si organizza come un insieme di gruppi, sodalizi, scuole giuridiche, organizzazioni caritative, sette mistico-religiose ecc.; esso non ha né un centro né un possibile profilo gerarchico al suo interno. Quindi, quando ci si rivolge ad esso, ogni gruppo va studiato come una realtà a se stante, più o meno come accade per le sette cristiane protestanti (salvo le grandi Chiese riformate).
3. È vero che anche il mondo occidentale ha conosciuto l’intolleranza religiosa e la sovrapposizione tra religione e autorità statale: ma noi siamo usciti da tempo dal medioevo e abbiamo separato politica e religione. L’Islam invece vive ancora sotto la legge coranica, e da questo medioevo non sembra avere alcuna intenzione di uscire.

Il medioevo è una dimensione della storia solo occidentale e per giunta convenzionalmente elaborata: non è una fase necessaria che la storia di tutte le società umane debba forzatamente attraversare. Esso è stato “inventato” da umanisti tre-quattrocenteschi convinti che si potesse tornare a quella che a loro avviso era la “perfezione” della civiltà romana, raggiunta nell’età augustea, e che a separarla da loro ci fosse solo la palude di un “tempo-di-mezzo” impregnato di barbarie e di fanatismo. A rigore, “medioevo” non è nemmeno una definizione: è una non-definizione, se non un’antidefinizione. L’Occidente moderno, che lo ha inventato e ha al tempo stesso inventato se stesso, deve far attenzione a non ricaderci: ammesso (e assolutamente non concesso) che ciò, in termini propri, sia un vero problema storico. Le società musulmane sono strutturate in altro modo e non hanno mai scelto una distinzione netta e definitiva tra sfera religiosa e sfera civile e giuridica: il che, nella realtà storica e contrariamente a quel che noi pensiamo, ha però significato molto spesso, fino a tempi recentissimi, un prevalere della politica sulla religione. Il più grande sultano ottomano del Cinquecento, che noi conosciamo come Solimano “il Magnifico”, nel mondo musulmano è noto come ‘al-Qanuni’, il restauratore del Canon di Giustiniano (non della shar’ia).

4. Come minimo dovremmo far valere la legge della reciprocità: perché consentiamo a tante moschee di essere costruite e operare nel nostro territorio, diventando spesso centrali dell’odio senza chiedere ai paesi islamici di farci costruire altrettante Chiese cattoliche?

Una condizione giuridica indefettibile, per consentir l’applicazione del principio della reciprocità, è che essa venga esercitata tra soggetti suscettibili di porsi su un piano e un livello di omogeneità: ad esempio due stati, o due imprese, o due soggetti che esercitino la stessa attività. È ovvio che ‘Occidente’ e ‘Islam’ non sono due realtà omogenee né paragonabili, oltre a corrispondere entrambi a concetti largamente generici, all’interno dei quali si muove una molteplicità di valori, di istituzioni, di modi concreti di vivere e di pensare. Tra chi dovrebbe quindi esercitarsi tale reciprocità? Per esempio tra due stati? L’Italia, che è un paese laico per quanto abitato da una maggioranza di cittadini che si dicono o che vengono sociologicamente considerati cattolici, potrebbe ad esempio avviare una seria procedura istituzionale e diplomatica tesa a ottenere la reciprocità nell’apertura di luoghi di culto cattolico con ciascun paese musulmano. Ma con quale? Con l’Egitto, o la Giordania, o la Turchia, che hanno già comunità cristiane fiorenti e rispettate (anche se di questi tempi la sicurezza è purtroppo sempre pericolante)? O con l’Iraq e la Siria, dove tali comunità erano sicure prima che, per colpa degli occidentali, tutto si scompigliasse? O con gli emirati arabi, dove i cristiani sono pochissimi e i regimi emirali seguono la shar’ia ma sono alleati e partner commerciali e sicuri dei nostri governi i quali non hanno affatto voglia di crear problemi a tale armonia per motivi religiosi, né avrebbero – come governi appunto “laici” – il diritto di farlo? E se i nostri governi laici lo facessero, come la metteremmo con i cittadini non-credenti, o ebrei, o buddhisti, che magari potrebbero protestare per tale trattamento di riguardo accordato ai cristiani e che non li riguarda? E ancora, ammettendo che il nostro governo – facendosi indebitamente paladino della libertà della Chiesa – insistesse presso il re dell’Arabia saudita per l’apertura di chiese sul suo territorio, e ne ricevesse un rifiuto, dovrebbe per questo chiudere le moschee italiane impedendo di pregare anche a quei musulmani che non sono sudditi sauditi? Comunque lo si voglia affrontare, quest’argomento della “reciprocità” è giuridicamente, diplomaticamente e politicamente impraticabile. A livello morale, poi, è addirittura spregevole: se noi occidentali siamo sicuri dei nostri fondamenti etici che poggiano sulla tolleranza di lockiana e voltairiana memoria, non possiamo certo deflettere dai nostri convincimenti con l’alibi che gli altri non seguono i nostri princìpi. Io, come occidentale che crede fermamente nella tolleranza, mi rifiuto di obbedire a un emiro: come invece farei di fatto, se venissi meno ad essa con l’alibi che egli non intende accedervi e mi adeguassi quindi a lui.

5. C’è poco da fare, siamo in guerra. Dall’11 settembre a oggi, da New York a Parigi, le organizzazioni terroristiche, che siano Al Qaeda o Isis, fanno viaggiare il loro fanatismo sulla canna dei kalashnikov. Possiamo continuare a contrapporre a questa violenza una patetica idea di dialogo?

C’è poco da fare, siamo in guerra. Lo siamo forse dal 1918, quando le potenze vittoriose della prima guerra mondiale ingannarono il mondo arabo, al quale avevano promesso unità e libertà in un regime che si sarebbe rapidamente occidentalizzato, quello dello sceriffo della Mecca Hussein che aveva sollevato gli arabi contro il sultano di Istanbul (nonostante egli fosse anche califfo) e che era un sincero liberale e ammiratore soprattutto di Sua Maestà Britannica: inglesi e francesi gli avevano promesso una ‘Grande Arabia Libera’ e invece si spartirono il mondo arabo sottomettendolo al regime die mandati. Certo, siamo in guerra: da quando con l’alibi della cattura di Bin Laden senza prove autentiche delle sue responsabilità nei fatti dell’11 settembre gli USA e i loro complici hanno aggredito nel 2001 l’Afghanistan (allora governato da quei talebani che gli statunitensi stessi avevano introdotto in Afghanistan dall’Arabia saudita e dallo Yemen ai tempi della guerra contro l’occupazione sovietica), e da quando nel 2003 hanno aggredito l’Iraq di Saddam Hussein sventolando la balla delle “armi segrete di distruzione di massa”, che ora stanno di nuovo montando contro la Siria. Siamo in guerra da quando nel 2011 francesi e britannici hanno sostenuto, finanziato e armato gli oppositori di Gheddafi in Libia e di Assad in Siria pur sapendo bene che tra loro c’erano gruppi fondamentalisti (e ora Hollande ha la faccia di bronzo di sventolare il “pericolo fondamentalista”, che egli ha contribuito ad accrescere). Siamo in guerra da quando le lobby multinazionali in combutta con i governi occidentali e le classi dirigenti corrotte locali hanno cominciato a spogliare l’Africa di tutte le sue ricchezze provocando la disperata reazione di persone che hanno finito per accedere ai ranghi di organizzazioni fanatiche come il Boko Haram. Solo che, in tutti questi fatti, mi sfugge qualcosa che la domanda ha affermato: quale sarebbe la “patetica idea di dialogo” che l’Occidente starebbe portando avanti? Quella delle aggressioni militari o quella delle spoliazioni messe in atto dalle multinazionali?

6. Consentire a milioni di immigrati di entrare sul nostro territorio vuol dire far passare di fronte ai nostri occhi il cavallo di Troia del fanatismo islamico: la nostra cultura democratica e cristiana ci impedisce di chiudere le frontiere di fronte ai perseguitati politici e agli affamati; ma dovremmo ridurre drasticamente il numero di chi viene accolto e controllare ogni persona che arriva da un paese islamico accertandoci del suo atteggiamento verso le nostre società.

Temo che, nel consigliarci l’accoglienza, la nostra cultura democratica e cristiana c’entri poco. C’entra, invece, il fatto che finché servono come manodopera a buon mercato, magari al nero, quegli immigranti sono ben accetti. E c’entra quello che il sistema di spoliazione sistematica delle risorse soprattutto del continente africano, messo in atto dalle nostre lobby con l’appoggio dei governi sia nostri sia locali (questi ultimi da esse del resto messi in piedi, appoggiati e foraggiati), ha da tempo ridotto il continente africano alla miseria e alla disperazione, come ben sanno i nostri missionari e i nostri operatori umanitari. Stiamo proseguendo sulla via dello “scambio asimmetrico”, già inaugurato del nascente colonialismo nel XVI secolo: non importiamo da loro manodopera e materie prime al prezzo che stabiliamo noi, esportiamo alla loro volta prodotti finiti e “valori immateriali”, come la Libertà e i Diritti Umani, sempre al prezzo che stabiliamo noi. E, con questa premessa, poi ci meravigliamo della “guerra asimmetrica”? Ma siamo davvero sicuri di lasciar loro altra scelta, se non l’alternativa tra affogare nel Canale di Sicilia o prendere le armi?
7. A chi obietta che molti terroristi sono cittadini europei perché figli di immigrati nati in Europa la risposta sta in una forte stretta sulla sicurezza: sappiamo dove i ragazzi islamici si incontrano, che siano moschee o quartieri interi, e dove nascono i centri di indottrinamento alla violenza. Dobbiamo rafforzare i controlli di polizia e la presenza militare in quei territori. I buoni musulmani non avranno nulla da temere.

Bene: ammettiamo pure di conoscere davvero i centri di reclutamento dei terroristi e di addestramento alla violenza: allora il gioco è fatto. Basta chiuderli ed arrestarne i responsabili. Ma se abbiamo solo indizi e sospetti, allora la “stretta di sicurezza” è necessaria, ma insufficiente. Da sola, la “stretta di sicurezza”, a parte i costi e le difficoltà organizzative e pratiche (siamo davvero sicuri di conoscerli, i centri ‘dove nascono i centri di indottrinamento e di violenza’? Siamo certi che le moschee siano tutte e sempre tali? Ne abbiamo le prove? Se fossimo nei loro panni, accetteremmo pacificamente di venir sorvegliati durante le nostre attività religiose e culturali sulla base di un pregiudizio, salvi i casi di illegalità comprovate?) contribuirebbe a creare nuove ostilità e si risolverebbe in un potente aiuto alla propaganda terroristica, vale a dire che conseguirebbe esattamente gli effetti contrari rispetto a quelli che vogliamo. Per evitare ciò, bisogna accompagnare la “stretta di sicurezza” a un’organica e capillare politica dell’accoglienza: e qui in primo piano entrano le scuole, i sodalizi culturali e assistenziali a tutti i livelli, le iniziative che creino occasioni d’incontro e si scambio. C’è un modo sicuro per odiare la cultura dell’Altro: ignorarla e ritenerla quindi pregiudizialmente inferiore o pericolosa. E c’è un modo sicuro per amarla e ammirarla: imparare a conoscerla. Io non sono né un arabista né un islamista, ma ho qualche esperienza orientalista sul piano storico-antropologico: in quanto cattolico, non ho mai amato tanto la tradizione cattolica come ho fatto da quando ho imparato ad apprezzare quello che ad esempio la teologia musulmana dice, scrive e pensa sulla Vergine Maria.

8. Oltre alle misure di sicurezza dobbiamo rilanciare con forza la nostra identità europea, fondata sulle nostre tradizioni, sulla nostra civiltà greco-romana, sulle radici cristiane della nostra libertà. Solo attraverso una rinnovata fiducia in noi stessi potremo farci rispettare anche dagli altri.

Certo: ma bisogna agire con la ferma consapevolezza che non v’è identità che non sia imperfetta e dotata di una sua dinamica interna, che non v’è tradizione che non debba qualcosa nella sua genesi alle tradizioni altrui. Le nostre radici sono ellenistico-romene (le definirei così piuttosto che propriamente greco-romane, poiché la cultura ellenica entrata in Roma fra IV e II sec. A.C. era già fortemente passata attraverso la sintesi ellenistica da essa attingendo a molteplici valori culturali “orientali” (cioè soprattutto egizi, caldei, siromesopotamici, persiani). Poi, con il cristianesimo, giunsero gli influssi ebraici, neoplatonici, gnostici. Poi ecco il contributo dei popoli “barbari”: gli illirici, i celti, i galli, i germani, gli arabo-musulmani. La coscienza della relatività delle differenze e dell’abbondanza delle analogie e delle somiglianze tra la nostra cultura e quelle altrui non potrà che accrescere il senso di vicinanza e facilitare dialogo e convivenza.