occorreva una giornata così per metterci di fronte la nostra vergogna

il 3 ottobre sarà Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione

Importante l’istituzione di una Giornata della memoria per le vittime dell’immigrazione, ma non basta. Ora normativa che renda possibile per tutti coloro che fuggono da morte e disperazione, il diritto all’accoglienza e il sostegno per poter ricominciare

Antonella Napoli

La Giornata della memoria delle vittime dell’immigrazione è legge. Con il voto in Senato, pressoché unanime fatta eccezione per il prevedibile ‘no’ della Lega, la Repubblica italiana ha riconosciuto il 3 ottobre quale data simbolo per conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria. Prima di tutto per ricordare la tragedia del 3 ottobre del 2013, uno dei giorni più bui nella storia delle migrazioni. Quel giorno morirono 366 persone, annegate dopo il naufragio di un barcone al largo di Lampedusa. E nell’ultimo anno le vittime accertate nel Mediterraneo sono state almeno 4200. Uomini, donne, bambini… Ognuno con un nome, un volto. Con sogni e desideri, debolezze e paure. Accomunati da un solo elemento, la tragedia che si consuma giorno dopo giorno a largo delle nostre coste i cui fondali sono disseminati di barconi affondati con il loro carico di disperazione ma anche per il peso della responsabilità di chi su quelle carrette del mare ce li ha spinti quei disperati perché altre vie di fuga dalle crisi umanitarie, dalle guerre, dalla povertà assoluta che vessano milioni di persone non ce ne sono. Oggi sarà più difficile ignorare queste realtà, una Giornata della memoria ci ‘ancora’ alle nostre responsabilità. Certo è più facile piangere che accogliere le migliaia, le centinaia di migliaia, di profughi che arrivano alla ricerca di un futuro in Europa, quell’Europa che stenta a superare egoismi e divisioni.
E’ giusto, doveroso, ricordare le vittime ma, prima di ogni cosa, serve agire. Eppure nonostante l’impegno di pochi in tanti continuano a osteggiare qualsiasi iniziativa comune che possa portare alla condivisione del carico di disperazione che si riversa sulle nostre terre. Ogni volta che arriva un barcone in Italia, che riesca ad approdare o che affondi in mare aperto lasciando l’incombenza alla nostra Guardia Costiera di recuperarne i naufraghi, c’è chi storce il naso e grida allo scandalo dei rifugiati accolti indiscriminatamente nel nostro Paese come negli altri Stati europei. Visti da molti come ‘pesi morti’ che lo Stato si ‘accolla’ a scapito dei tanti italiani in difficoltà, non vengono considerati per quello che sono: dei disperati che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo su imbarcazioni fatiscenti e pericolose, sempre stracolme, perché non hanno alternative.
Sapete quanti immigrati arrivati nel 2015, e cito statistiche pubblicate dal Ministero dell’Interno, hanno finora ottenuto lo status di rifugiati in Italia?
Solo il 50% dei richiedenti asilo (circa 2.800 persone) ha ottenuto il riconoscimento di qualche forma di protezione e non tutti viene attribuita, come prevede l’ordinamento italiano, anche la ‘protezione sussidiaria’, che viene concessa solo a coloro per i quali sussistono ‘fondati motivi di ritenere che, se ritornassero nel Paesi dal quali provengono correrebbero un rischio effettivo di subire un grave danno’.
La maggior parte dei profughi può però contare esclusivamente sull’accoglimento e la protezione umanitaria (ovvero il permesso di soggiorno per motivi umanitari), concessa nel caso,sussistano gravi motivi, come guerre o crisi di altra natura.
Il numero di rifugiati accolti dall’Italia appare ancor più modesto se comparato a quello di altri paesi europei e del resto del mondo
Secondo i dati dell’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite) in Italia sono circa 50mila e ogni anno vengono presentate dalle 30mila alle 40mila richieste di asilo.
Il trend registrato in tutta Europa dagli anni ‘90 ad oggi, ovvero l’aumento di domande a causa di nuovi conflitti e violazioni dei diritti umani, si è verificato anche in Italia.
Gli ultimi dati forniti da UNHCR rilevano che “a titolo di comparazione la Germania accoglie circa 580mila rifugiati ed il Regno Unito circa 290mila, mentre i Paesi Bassi e la Francia ne ospitano rispettivamente 80mila e 160mila. In Danimarca, Paesi Bassi e Svezia i rifugiati tra i 4,2 e gli 8,5 ogni 1.000 abitanti, in Germania oltre 7, nel Regno Unito quasi 5, mentre in Italia appena 0,7, ovvero 1 ogni 1.500 abitanti”.
La legislazione del nostro Paese non facilita (volutamente?) l’incremento del numero di rifugiati. E la domanda sorge spontanea: come è possibile che l’Italia, a fronte di un’emergenza così pressante non abbia nel proprio ordinamento una normativa organica sull’accoglienza?
La disciplina dello status di rifugiato, pur essendo stata concepita a tal fine, non è mai risultata coincidente con il diritto di asilo. È frammentaria e incompleta, essendo contenuta in diversi strumenti che si sono sovrapposti nel tempo senza mai ricevere una revisione organica.

E il punto, dunque, è proprio questo. Se l’importante successo di oggi, l’istituzione di una giornata della memoria per le vittime dell’immigrazione, è senza dubbio un punto fermo, una vittoria per quanti si impegnano quotidianamente nell’assistenza ai profughi, come il Comitato 3 ottobre promotore della legge, la vera battaglia, quella che dobbiamo affrontare con ancor più vigore e determinazione è proprio il raggiungimento di una normativa che renda possibile per tutti coloro che fuggono da morte e disperazione, il diritto all’accoglienza e il sostegno per poter ricominciare. Riappropriarsi di un futuro, della propria vita.

 

una giornata contro la disumanità


Giornata dei Migranti 2016: contro falsità e chiusure antievangeliche

giornata dei Migranti 2016

contro falsità e chiusure antievangeliche

Tratto da: Adista Notizie n° 29 del 05/09/2015

“Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”

sarà il tema della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016, che si celebrerà il prossimo 17 gennaio e che è stata creata nel 1915, quando da noi la situazione – pur sempre drammatica – era capovolta e ad emigrare erano gli italiani.

La notizia del titolo scelto da papa Francesco, pubblicata lo scorso 20 agosto sul sito del Vaticano, è stata poi accompagnata da un comunicato del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, che inquadra l’evento nell’ambito del Giubileo straordinario – Anno della Misericordia (dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016) – indetto dallo stesso Francesco con la Bolla Misericordiae Vultus dell’11 aprile scorso.

Alto è il rischio che, nell’attuale convulso dibattito, si dimentichi «la drammatica situazione di tanti uomini e donne, costretti ad abbandonare le proprie terre», per questo il comunicato sottolinea con forza che quella dei profughi è «una realtà che ci deve interpellare» e rilancia le parole del papa contenute nella Bolla: «Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto». L’invito pressante del papa è dunque a «spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo».

Ma c’è dell’altro. Il Dicastero riflette sulle risposte messe in campo di fronte ad un fenomeno tanto drammatico e richiama il popolo di Dio al dovere evangelico di annunciare la liberazione agli oppressi: tra le opere di misericordia c’è anche «quella di accogliere i forestieri. E questo senza dimenticare che Cristo stesso è presente tra i “più piccoli”, e che alla fine della vita saremmo giudicati dalla nostra risposta d’amore».

Tra le altre cose, in coda al comunicato, il Pontificio Consiglio invita tutte le comunità cristiane a sensibilizzarsi sul tema e a celebrare la Giornata mondiale vicino ai nuovi venuti; propone che l’evento principale del Giubileo coincida con il 17 gennaio, così da rafforzare il messaggio sull’accoglienza; invoca infine un’attenzione verso i migranti quotidiana e concreta.

Chiamati a liberare

Ma in questo travagliato agosto di evangelico c’è stato ben poco. E anzi, con i muri di Ungheria e Macedonia, le “guerre” di confine tra Italia e Francia o tra Francia e Inghilterra, le ferme dichiarazioni di chiusura di molti premier europei, fino ad arrivare alle sempre colorite esternazioni leghiste di casa nostra, le risposte del mondo politico e dei cittadini europei sono parse ben poco ispirate ai valori cui sovente hanno richiamato Francesco e la Chiesa europea.

«Io credo che sia normale avere paura», è il commento, a margine della pubblicazione del tema della Giornata 2016, rilasciato a Radio Vaticana dal presidente del Dicastero per i Migranti, card. Antonio Maria Vegliò. Consapevole che la paura è «nella natura umana», il cardinale ribadisce però che i muri non hanno senso e che le misure estreme non vanno mai bene: «Bloccare tutti, mandare via tutti, rompere trattati internazionali, per difendere la propria identità nazionale, non è ragionevole». E qui entra in gioco il ruolo della Chiesa, aggiunge Vegliò: «La Chiesa in fondo ci aiuta a non dimenticare che Gesù è presente tra i più piccoli, tra i più sofferenti, tra quelli che hanno più bisogno degli altri. La Chiesa, essendo discepola di Gesù, è chiamata a liberare, ad annunziare la liberazione di quanti sono prigionieri delle schiavitù della società moderna». Ma la Chiesa ha anche il compito di sollecitare il mondo politico e le istituzioni internazionali a mettere in campo politiche coraggiose e lungimiranti. Un esempio su tutti: queste persone arrivano in Europa perché scappano da povertà e soprattutto da guerre. Ma «le guerre si fanno con le armi». E, conclude Vegliò, «chi sono quelli che vendono le armi? Sono in genere i Paesi ricchi», che oggi fanno di tutto per chiudere le porte alle vittime delle loro economie.

Onestà intellettuale

Il 24 agosto, in un approfondimento per l’agenzia Sir, anche p. Giulio Albanese – missionario comboniano, giornalista, fondatore dell’agenzia missionaria Misna, collaboratore di Avvenire – è tornato sul tema proposto dal papa. Molti cittadini europei «manifestano grande insofferenza di fronte all’acuirsi del fenomeno migratorio». Si tratta di una sfida, sottolinea il missionario, «rispetto alla quale vi è un forte condizionamento da parte di chi specula, manipolando le coscienze e seminando zizzania», diffondendo falsità e pregiudizi, al fine di vedere accresciuto il proprio consenso mediatico o elettorale. «È un problema di onestà intellettuale», accusa Albanese, ricordando che «sono decenni, soprattutto nel nostro Paese, che passiamo da un’emergenza all’altra, tutte segnate da fibrillazioni ansiogene»: prima i marocchini, poi gli albanesi, poi i rumeni, e così via. Per questo motivo, commenta ancora Albanese, il papa «invita le nostre comunità ad operare un sano discernimento, interpretando uno dei più significativi “segni dei tempi” della nostra storia, quello della mobilità umana, alla luce del Vangelo».

In calce al commento, il comboniano aggiunge un preciso richiamo: «Quanto pesa nel nostro discettare, spesso a vanvera, la miseria di quei popoli, quasi mai mediatizzati, ai quali abbiamo imposto oneri a non finire affinché l’azione predatoria nei confronti delle loro risorse passasse indisturbata? Poco importa che l’oggetto del contenzioso siano minerali pregiati o fonti energetiche, la verità scomoda, che molti vorrebbero davvero non trapelasse, è che il nostro mondo civilizzato (o presunto tale) continua ad imporre il primato del business sul sacrosanto valore della persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio». E questo – conclude Albanese puntando il dito contro i “Salvini” di turno che amano accusare il papa e gli ecclesiastici di scarso senso della realtà – «non è chiacchiericcio intriso di “buonismo”, ma Vangelo».

* Recinzione in “difesa” del confine tra Spagna e Marocco a Melilla. Fotografia di Ongayo, tratta dal sito Wikimedia Commons. Licenza e immagine originale

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