il commento al vangelo della festa dell’Assunta

Il Transito di Maria da questo mondo al Padre
15 agosto 2020
Assunzione della Beata Vergine Maria

Lc 1,39-56

il commento al vangelo della festa dell’Assunta (15 agosto 2020):
di Enzo Bianchi fondatore di Bose

ENZO BIANCHI

Al cuore dell’estate, nel giorno di Ferragosto, la chiesa ci chiama a celebrare la festa forse più popolare tra quelle in onore della Vergine Maria: l’Assunzione, il Transito di Maria da questo mondo al Padre.

Fin dai primi secoli i cristiani hanno percepito che in Maria – colei che aveva generato il Risorto e, a nome della creazione intera, aveva accolto il Dio fatto uomo – era prefigurata la meta che attende ogni vivente: l’assunzione dell’umano, di tutto l’umano, in Dio. Maria è icona e personalità corporativa del popolo dei credenti perché è la figlia di Sion (cf. Sof 3,14.17), l’Israele santo da cui è nato il Messia, ed è anche la chiesa, la comunità cristiana che genera figli al Signore sotto la croce (cf. Gv 19,25-27). Per questo l’autore dell’Apocalisse l’ha contemplata come donna vestita di sole, coronata dalle dodici stelle delle tribù di Israele, partoriente il Messia (cf. Ap 12,1-2), ma anche come madre della discendenza di Gesù, la chiesa (cf. Ap 12,17). Così, la prima creatura a entrare con tutta se stessa nello spazio e nel tempo del Creatore non poteva che essere colei che aveva acconsentito all’irrompere del divino nell’umano: spazio vitale donato dalla terra al cielo, la Vergine-Madre, definita «beata» già da Elisabetta nel loro umanissimo incontro, diviene germe e primizia di una creazione trasfigurata.

Maria è creduta dalla chiesa essere ormai al di là della morte e del giudizio, in quella dimensione altra dell’esistenza che sappiamo chiamare solo «cielo». E in questo termine non c’è contrapposizione ma, piuttosto, abbraccio con la terra: chi può infatti dire, guardando dentro e intorno a sé oppure scrutando l’orizzonte, dove finisce la terra e dove inizia il cielo? È terra solo la zolla dissodata o non lo è anche la crosta che indurisce il nostro cuore? Ed è cielo solo la volta stellata e non il soffio vitale che ci abita? Così Maria, assunta in Dio, resta infinitamente umana, Madre per sempre, rivolta verso la terra, attenta alle sofferenze degli uomini e delle donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, presente al loro peregrinare sovente incerto. Sì, per l’Oriente come per l’Occidente cristiano la Dormizione-Assunzione di Maria è un segno delle «realtà ultime», di ciò che accadrà alla fine dei tempi, un segno della pienezza cui l’umanità anela: in lei intuiamo la glorificazione che attende il cosmo intero, quando finalmente «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28) e in tutto. Maria è la porzione di umanità già redenta, figura di quella «terra promessa» cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo: ecco perché un inno della chiesa ortodossa serba la canta quale «terra del cielo», terra da cui noi come lei siamo tratti (cf. Gen 2,7), ma terra redenta, trasfigurata grazie alle energie dello Spirito santo, terra ormai in Dio per sempre.

Questa «speranza per tutti» è quella che la liturgia ha sempre cercato di cantare in questa festa, facendo uso del linguaggio e delle immagini di cui disponeva: forse oggi alcune espressioni liturgiche e alcune rappresentazioni iconografiche ci possono apparire inadeguate, ma l’anelito che volevano esprimere rimane lo stesso anche ai nostri giorni e anche nel frastuono del Ferragosto. Noi amiamo questa nostra terra, eppure essa ci sta stretta; ci preoccupiamo del nostro corpo, eppure sentiamo di essere più grandi della nostra fisicità; lottiamo nel tempo, eppure percepiamo che la nostra verità supera il tempo; godiamo dell’amicizia e dell’amore, eppure ne avvertiamo i limiti e ne temiamo la caducità. Forse è proprio di questa possibilità di «pensare in grande» che è pegno per noi un’umile donna di Nazareth, divenuta, per dono di Dio, Madre del Signore, terra del cielo.

Sì, il corpo di Maria trasportato verso la Luce fonte e meta di ogni luce non riguarda più la devozione di alcuni fedeli, ma la sorte ultima del creato intero assunto nella vita di Dio: è la carne stessa della terra che, trasfigurata, diviene eucaristia, ringraziamento – quello che la Vergine ha saputo elevare a Dio nel Magnificat –, diviene abbraccio con il cielo.




«non è neri contro bianchi, è tutti contro i razzisti» – la potenza di una fotografia

la potenza di una foto quando l’uomo aiuta l’uomo

portare sulle spalle uno che sta dimostrando contro di te, perché è rimasto ferito. L’icona più bella del ‘sopportare’, del portare il peso dell’altro, dell’essere umano

di Caterina Soffici
in “La Stampa” del 15 giugno 2020


Una fotografia, talvolta, è più potente di qualsiasi parola. Questo è uno di quei casi.
Questa immagine è stata scattata a Londra, vicino a Trafalgar Square, dove gli attivisti di Black
Lives Matter, che sfilano per chiedere il rispetto dei diritti dei neri, vengono attaccati dai
manifestanti dell’estrema destra, che rivendicano la supremazia dell’uomo bianco.
Nell’agone di questi giorni concitati, da quando George Floyd è stato ucciso sotto il ginocchio del
poliziotto bianco, il colore della pelle sembra essere il motore che ha mosso il mondo, il vortice
intorno al quale tutto ha ruotato. Bianchi contro neri, neri contro bianchi, tafferugli con gli agenti
della polizia, tutti contro le statue, tutti contro tutti.
Questa foto sembra fermare il tempo e rimettere un valore al centro della scena: non è il bianco
contro il nero o viceversa, ma l’uomo che aiuta l’uomo, a prescindere dal colore della pelle. Eppure,
paradossalmente è proprio il colore della pelle dei due che ne fa una foto simbolo: il gigante nero si
fa largo tra la folla, si carica sulle spalle il razzista ferito e lo porta in salvo.
Questa fotografia ferma il tempo e scrive una parola che avevamo dimenticato: umanità. Pietà per
l’altro uomo, anche se sulla carta è il mio nemico. Indulgenza. Fratellanza. Tolleranza. Parole che
paiono dimenticate, e che pure sono l’essenza stessa del nostro essere umani, ciò che distingue
l’uomo dal mostro.
Nello sguardo del gigante nero, che poi si scoprirà risponde al nome di Patrick Hutchinson ed è un
personal trainer, c’è la determinazione di chi sa di fare la cosa giusta. Non ha il mantello del
supereroe, non è superman, è semplicemente un uomo che fa il suo dovere. Anche se l’altro è dalla
parte sbagliata e lui sa di essere dalla parte giusta, perché è lì per recriminare i propri diritti violati,
per protestare perché la comunità nera è tra quelle più colpite dal virus in termini di morti e che lo
sarà in termini di crisi economica, non ci pensa due volte: sgomita nella ressa e si espone per
recuperare l’uomo a terra che rischia di essere schiacciato, quindi lo deposita ai piedi della polizia.
Poteva abbandonarlo al suo destino. Occhio per occhio, dente per dente. Ma Patrick Hutchinson non
è un Maramaldo, non sferra il colpo finale all’uomo morto. E’ il cavaliere valoroso. Il suo gesto
richiama le gesta dell’eroe nell’iconografia classica.
Questo è ciò che dice la foto. E già basterebbe.
In serata Patrick Hutchinson aggiungerà una didascalia all’immagine che già fa il giro dei social
media e diventa virale. Sono le sue parole: «Oggi abbiamo salvato una vita». E sotto l’hashtag
#BlackLivesMatter aggiunge: «Non è neri contro bianchi, è tutti contro i razzisti». Poi aggiunge, in
una intervista all’emittente televisiva Channel Four: «Se gli altri tre agenti di polizia che stavano in
piedi quando George Floyd è stato assassinato avessero pensato di intervenire e di impedire al loro
collega di fare quello che stava facendo, George Floyd oggi sarebbe ancora vivo. Voglio solo
l’uguaglianza per tutti noi. Al momento, la bilancia non è in equilibrio, voglio che le cose siano
giuste per i miei figli e i miei nipoti».
Queste parole completano il messaggio. Ma la foto parlava già da sola.




la vita è un continuo ricominciare – sapremo ricominciare in modo nuovo?

ricominciare diversi da prima

di Enzo Bianchi

in “la Repubblica” del 4 maggio 2020

Sono nato alla fine di un’epoca, quella segnata dal fascismo, mentre cadevano le bombe sulle città del nord Italia; un’epoca a cui ne sarebbe presto seguita un’altra ben diversa, di ricostruzione. Per questo il verbo “ricominciare” è entrato a far parte non solo del mio vocabolario, ma è divenuto un’esigenza della mia vita interiore e sociale.
Ho scoperto presto che Gregorio di Nissa (IV secolo) definiva la vita cristiana un continuo ricominciare: un «andare di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine».

Ricominciare è una dinamica decisiva nella nostra vita. Di più, in questi giorni di passaggio a una nuova fase in rapporto al coronavirus, ricominciare è diventato un imperativo. Va fatto presto, con urgenza, da parte di tutti e di ciascuno. Ma questa fretta e questa voracità di un nuovo tempo mi interrogano, rendendomi diffidente. Non mi pare infatti che tale desiderio sia sorretto da una reale consapevolezza del fatto che ricominciare significa tralasciare comportamenti e stili, reinventarli. Significa impegnarsi nel discernimento di ciò che è nocivo per la nostra convivenza.

L’impressione è che tutti dicano: “Vogliamo ricominciare”, ma in realtà lo identifichino con un ritorno a prima dell’epidemia.
In un mondo malato credevamo di essere sani e, se non abbiamo contratto il virus oppure ne siamo guariti, pensiamo di poter essere sani in un mondo sempre malato. Secondo Enrico Quarantelli e la “sociologia dei disastri”, più grave è la crisi, migliori diventano le persone. Gli esseri umani, sotto l’urto della sventura, mostrano inattese capacità solidali e una certa attenzione al bene comune.

In verità, l’esperienza storica non ci assicura questo esito. Anzi, ci fa constatare che, se da parte di alcuni soggetti coinvolti nella sventura emerge una certa bontà, in altri crescono l’egolatria, la rabbia e la cattiveria sociale. Basterebbe peraltro guardare allo spettacolo fornito da alcuni politici in questi giorni. Nell’ora in cui si dovrebbe sentire il peso della parola “insieme” e si dovrebbe far prevalere la logica del “noi”, continua e anzi peggiora la delegittimazione reciproca. “L’un contro l’altro armati”: questo sembra lo stile assunto in un’ora in cui poveri, anziani e persone fragili sono vittime non solo di un virus ma, ben di più, di un assetto sociale che non tiene conto di loro.

Sono convinto che finché le ragioni economiche saranno più importanti di quelle della fraternità; finché il profitto conterà più delle perdite umane; finché le logiche di bassa politica prevarranno, non ci sarà possibilità di ricominciare. Ricominciare richiede una conversione, un cambiamento. Se non si diventa consapevoli della negatività di certi comportamenti, la corsa a un nuovo inizio rischia di essere uno slogan ingannevole, per indurre a continuare come prima. Lo ha ben espresso in una recente intervista Serge Latouche: «Spero che qualcosa possa cambiare, ma temo che ritorneremo al business as usual ».

fonte: sito di Bose




il commento al vangelo della domenica

 

Chi è felice?

il commento di E. Bianchi al vangelo della IV domenica del tempo Ordinario (anno A)  ( 2 febbraio 2020):

Mt 5,1-12

 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

(testo dell’evangeliario di Bose)

 

La chiesa ci chiama oggi a meditare sulle beatitudini pronunciate da Gesù in apertura del suo «discorso della montagna» (Mt 5,1-7,27).

Abituati come siamo ad ascoltare queste parole, a considerarle un testo poetico o un «manifesto» morale, abbiamo purtroppo dimenticato che le beatitudini sono «linguaggio della croce» (1Cor 1,18), capace di confondere ogni saggezza umana (cf. 1Cor 1,19-25)! A chi considera la realtà quotidiana del nostro mondo sorge infatti spontaneo chiedersi come sia possibile proclamare beati, felici quanti sono poveri, quanti piangono, quanti sono perseguitati… Eppure le beatitudini sono uscite dalla bocca di Gesù in una cultura e in una società simile alla nostra, dove vigeva la legge della forza, dove ciò che contava era la ricchezza, dove la violenza era a servizio del potere. Occorre dunque ribadire che, ieri come oggi, le beatitudini sono e restano scandalose; e siccome colui che le ha vissute in pienezza è proprio colui che le ha pronunciate, Gesù, il quale per la sua narrazione di Dio è finito in croce, allora le beatitudini appartengono allo «scandalo della croce» (Gal 5,11).

Quando leggiamo queste acclamazioni non possiamo restare indifferenti: o le rigettiamo come utopiche, impossibili da realizzare, oppure dobbiamo accoglierle quale pungolo che mette in discussione la nostra fede, la nostra sequela del Signore Gesù e la nostra gioia e felicità nel vivere il Vangelo, dunque nella nostra esistenza umana. Sappiamo bene che la felicità deriva dall’avere un senso nella propria vita, dal possedere un preciso orientamento, dal conoscere una ragione per cui vale la pena vivere e addirittura dare la vita. Ebbene, le beatitudini ci indicano questa ragione e consentono a noi cristiani di dare un senso alla vita, all’operare dell’uomo: Gesù proclama beati quanti vivono alcuni comportamenti in grado di facilitare il cammino verso la piena comunione con Dio, comportamenti che vanno assunti nel cuore e messi in pratica tanto nel contenuto quanto nello stile. E lo fa con l’autorevolezza di chi vive ciò che chiede agli altri, di chi è affidabile perché fa ciò che dice!

Essere poveri nello spirito, ben prima di definire un rapporto con i beni, significa aderire alla realtà. Guai a pensare che la beatitudine sulla povertà riguardi solo la relazione con i beni: no, la povertà dello spirito e la purezza di cuore indicano che uno è libero nel cuore a tal punto da sentirsi povero ed è così povero nel cuore da sentirsi libero di accettare la propria realtà, libero anche di accettare le umiliazioni e di sottomettersi agli altri. Essere capaci di piangere significa piangere non per ragioni psicologiche o affettive, bensì versare lacrime che sgorgano da un cuore toccato dalla propria e altrui miseria. Assumere in profondità la mitezza significa esercitarsi a rinunciare alla violenza in ogni sua forma: spesso infatti la peggior aggressività si cela dietro atteggiamenti falsamente miti, dietro sorrisi carichi di un odio mortifero… Avere fame e sete che regnino la giustizia e la verità significa desiderare che i rapporti con gli altri siano retti da giustizia e da verità, non dai nostri sentimenti. Praticare la misericordia e fare azioni di pace significa dimenticare il male che gli altri ci hanno fatto, sforzandoci di perdonarli. Essere perseguitati per amore di Gesù significa avere una prova concreta che si segue davvero il Signore delle nostre vite, colui che ha detto: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).

Chi si trova in queste situazioni, chi lotta per assumere questi atteggiamenti, ascoltando le parole di Gesù può conoscere che l’azione di Dio è a suo favore e così sperimentare davvero la beatitudine: una gioia profonda e a caro prezzo, una gioia animata dalla comunione con il Signore, una gioia che niente e nessuno potrà rapirci (cf. Gv 16,23).




il commento al vangelo della domenica

 

«Vi farò diventare pescatori di uomini»

il commento di E. Bianchi al vangelo della terza domenica del tempo Ordinario (anno A)   (26 gennaio 2020):

Mt 4,12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato consegnato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territoriodi Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
(testo dell’evangeliario di Bose)

Ascoltiamo oggi la narrazione dell’inizio del ministero pubblico di Gesù secondo l’evangelista Matteo.

Come già in Marco, questo inizio avviene dopo il battesimo ricevuto da Gesù al Giordano (cf. Mt 3,13-17) e le tentazioni da lui affrontate vittoriosamente nel deserto (cf. Mt 4,1-11). In particolare, Gesù incomincia la propria attività di rabbi e profeta «dopo aver saputo che Giovanni il Battezzatore era stato arrestato»: allora egli si ritira in Galilea, la regione da cui proveniva e dalla quale si era allontanato per raggiungere Giovanni in Giudea. Qui medita sull’evento della cattura del suo maestro e comprende che è venuta l’ora di dare inizio al suo ministero pubblico perché è compiuto “il tempo della legge e dei profeti” (cf. Mt 11,11-14). Con grande intelligenza spirituale Matteo legge la scelta di Gesù di recarsi «a Cafarnao, nel territorio di Zabulon e di Neftali, Galilea delle genti» – nomi che evocavano esilio e dispersione – come compimento delle parole di Isaia: «il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quanti dimoravano nell’ombra della morte una luce si è levata» (Is 9,1). Sì, la salvezza di quelle terre intravista dal profeta comincia a realizzarsi con la presenza e l’attività di Gesù proprio in quella terra di confine abitata da ebrei e pagani, Gesù si mostra come «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9)!

Subito Gesù comincia a predicare dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli si è avvicinato». È lo stesso annuncio già fatto da Giovanni (cf. Mt 3,2), a riprova della volontà di Gesù di continuare la missione del Precursore. Anche Gesù chiama alla conversione, ossia a ricominciare, a fare ritorno a Dio mediante un concreto cambiamento di mentalità e di azioni. Nelle sue parole l’accento è però posto soprattutto sull’affermazione «il regno dei cieli si è avvicinato» perché il Regno è ormai presente in lui, l’uomo su cui Dio regna in modo pieno e unico. Ecco la buona notizia per eccellenza, fonte della nostra possibile conversione: siamo chiamati ad accogliere l’azione che Dio ha compiuto in Gesù, la cui vita è vangelo, è buona notizia di salvezza per tutti gli uomini. Se ci lasciamo coinvolgere nell’esistenza di Gesù e predisponiamo tutto per aderire ad essa, anche la nostra esistenza potrà essere rinnovata, perché anche su di noi regnerà Dio. Dicevano i rabbini al tempo di Gesù: «È il popolo che fa regnare il re, e non il re che fa regnare se stesso»; occorre dunque convertirsi a Dio per permettere a Dio di regnare su di noi: così «viene» il Regno di Dio!

E questo è quanto accade su alcuni credenti, i primi che accolgono il vangelo di Gesù e si mettono alla sua sequela. Mentre Gesù cammina lungo il mare di Galilea, fissa il suo sguardo carico di amore preveniente su due coppie di fratelli – Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni – intenti al loro mestiere di pescatori. A loro Gesù rivolge la parola autorevole: «Seguitemi!», accompagnando questo invito a una promessa di fecondità: «Vi farò diventare pescatori di uomini». Ecco il modo concreto in cui il Regno si fa vicino a queste persone e la luce del Messia Gesù le illumina, dando loro la forza di «lasciare tutto per seguire lui». Il racconto insiste sul fatto che i primi quattro discepoli obbediscono «subito» alla chiamata di Gesù: questa risposta immediata ha le sue radici nell’efficacia della parola di Gesù; nello stesso tempo, essa è segno del fatto che in lui il Regno ha fatto irruzione nella storia e ormai «il tempo è compiuto» (Mc 1,15), «si è fatto breve» (1Cor 7,29).

Questi uomini che nella libertà e per amore di Gesù decidono di abbandonare la famiglia e la professione per vivere con lui, saranno poi chiamati a rinnovare quotidianamente la loro risposta, cioè a perseverare. Certo, lungo il cammino della sequela spesso non comprenderanno Gesù, non saranno all’altezza delle esigenze da lui poste, e giungeranno fino ad abbandonarlo; ma la sua promessa è più forte delle loro infedeltà, e così dopo l’alba di Pasqua essi saranno capaci di annunciare la luce di Cristo risorto a tutti gli uomini. Questa è la buona notizia che è giunta fino a noi, eco di quella parola di Gesù che può dare senso a ogni nostro giorno: «Io sono la luce del mondo: chi mi segue non camminerà nella tenebra, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).




il commento al vangelo della domenica

 

📖 “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”

il commento di E. Bianchi al vangelo della trentunesima domenica del tempo ordinario (3 novembre 2019):

Lc 19,1-10

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. 1Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Oggi il vangelo ci narra l’incontro tra Gesù e Zaccheo. È un testo che raccoglie in sé nel frammento numerosi fili che attraversano la trama complessiva del vangelo secondo Luca. Gesù è sulla via che dalla Galilea sale verso Gerusalemme, la meta del viaggio da lui intrapreso con grande decisione (cf. Lc 9,51). Una tappa di questo viaggio è la città di Gerico, zona di confine della provincia romana della Giudea. Mentre Gesù sta attraversando Gerico, entra in scena un altro personaggio. Egli è “un uomo”, questa la sua qualità primaria: l’evangelista la evidenzia subito, per chiarire ciò che il protagonista principale del racconto, Gesù, vede in lui. Gesù sa andare oltre l’opinione comune, è capace di sentire in grande, di vedere in profondità: vede un uomo dove gli altri vedono solo un delinquente, coglie in ogni suo interlocutore la condizione di essere umano, senza alcuna prevenzione. Il suo nome è Zakkaj, che significa “puro, innocente”: ironia della sorte oppure un altro particolare che ci dice tra le righe ciò che solo Gesù sa vedere in lui? Quanto al suo mestiere, non è solo un pubblicano, ma un “capo dei pubblicani”, l’emblema per eccellenza del pubblico peccatore, arricchitosi grazie a un’ingiusta condotta.

Zaccheo è consapevole di essere peccatore, di non avere meriti da vantare. Non può affermare, come un altro ricco: “Ho osservato i comandamenti fin dalla giovinezza” (cf. Lc 18,21). Umiliato da questa condizione di disprezzato da tutti, ha nel cuore un grande desiderio di conoscere il profeta e maestro Gesù, nella speranza che l’incontro con lui possa cambiare qualcosa nella sua vita. Lo mostra il suo comportamento: “Cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura”. Anche noi, come lui, andiamo a Gesù e lo cerchiamo non in un’inesistente perfezione, in uno splendore candido e luccicante, ma con i nostri propri limiti, le nostre particolarissime tare e oscurità. O accettiamo di andarci in questo modo, oppure, mentre sogniamo di farci belli per accoglierlo, la vita ci scorre alle spalle senza che ce ne rendiamo conto e così manchiamo inesorabilmente l’ora decisiva dell’incontro con il Signore!

Certo, occorrono desiderio, passione per Gesù, in modo da assumere con intelligenza questi limiti e poter portare anche quelli a lui. Tale passione traspare dal comportamento di Zaccheo: “Corse avanti precedendo Gesù e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché stava per passare di là”. Quest’uomo passa avanti a Gesù: è un unicum nei vangeli, dove il discepolo sta sempre dietro a Gesù (cf. Lc 7,38; 9,23; 14,27), alla sua sequela. Tale gesto apparentemente sfrontato narra in modo icastico la verità di una parola paradossale di Gesù: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). Per raggiungere il suo scopo, inoltre, Zaccheo non esita a rendersi ridicolo agli occhi altrui. Si immagini la scena: un uomo noto, che ha un certo potere, il quale si arrampica su un albero… Ed ecco un improvviso ribaltamento: “Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo, lo vide e gli parlò”. Zaccheo desidera vedere e scopre di essere visto da Gesù: in questo incrocio c’è tutto il senso della vita cristiana. Noi vogliamo vedere Gesù, ma è lui che ci vede, ci ama in anticipo, ci chiama e ci offre la vita in abbondanza. D’altra parte, se è vero che l’iniziativa è di Gesù ed è gratuita, si innesta però su una disponibilità dell’uomo, a cui spetta la responsabilità di predisporre tutto all’entrata di Gesù nella sua vita: se Zaccheo quel giorno non fosse salito sull’albero, per Gesù sarebbe rimasto un anonimo in mezzo alla folla!

Qui è necessario sostare pazientemente sulle parole di Gesù. Certo, nella realtà la scena deve essersi svolta con una fretta dettata dall’urgenza del momento. Ma nel narrare questo episodio Luca dosa sapientemente le parole, per permettere al lettore di ogni tempo di comprendere il valore paradigmatico di questo incontro: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo rimanere, dimorare a casa tua”.

“Zaccheo”: Gesù lo chiama con il suo nome proprio.
“Scendi”. È come se gli dicesse: “Torna a terra, aderisci alla terra: lo straordinario ti è servito per un momento, ma ora fa ritorno alla tua condizione quotidiana!”.
“Subito, in fretta”: non c’è tempo da perdere, l’occasione è da afferrare senza indugio!
“Oggi”: non ieri né domani. Parola chiave in Luca, dalla nascita di Gesù quando gli angeli annunciano ai pastori: “Oggi, nella città di David, è nato per voi un Salvatore” (Lc 2,11); all’inizio della sua attività pubblica, quando nella sinagoga di Nazaret pronuncia quella brevissima omelia: “Oggi questa Scrittura si compie nei vostri orecchi” (Lc 4,21); poi alcune altre volte, fino all’ora della croce, quando Gesù dice al “buon ladrone”: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Sempre noi incontriamo Gesù oggi!
“Devo, è necessario”: altra parola chiave (deî, che compare per ben 18 volte in questo vangelo, da Lc 2,49 fino a Lc 24,44). Esprime il modo in cui Gesù, nella sua piena libertà, va incontro alla necessitas umana e divina della passione, compiendo la volontà di salvezza di Dio per tutti gli uomini.
“Rimanere, dimorare” (non semplicemente “fermarmi”), come avviene per il Risorto con i discepoli di Emmuas (cf. Lc 24,29).
“A casa tua”: entrare nella casa di un altro significa condividere con lui l’intimità; nello specifico, essendo Zaccheo un peccatore pubblico, questo auto-invito di Gesù significa compromettersi in modo scandaloso con il suo peccato.

Esaminate nel loro insieme, queste parole di Gesù mostrano anche una grande delicatezza. Gesù non dice: “Scendi subito perché voglio convertirti”, oppure, come forse avrebbe fatto il Battista: “Convertiti, fai frutti degni di conversione (cf. Lc 3,8), poi scendi e vedremo il da farsi”. No, chiede a Zaccheo di essere suo ospite. Ovvero, si fa bisognoso, si “spoglia” per entrare in dialogo con lui, parla il suo linguaggio, quello di chi era abituato a dare banchetti e ad accogliere persone in casa propria per fare affari. E qui sta per compiere l’affare della sua vita!

E così siamo giunti non solo al centro del nostro testo, ma al cuore di una verità che, se ci crediamo davvero, può cambiare la nostra vita: non è la conversione che causa il perdono da parte di Dio, di Gesù, ma è il perdono che può suscitare la conversione! Si pensi alla parabola del Padre prodigo d’amore (cf. Lc 15,11-32): il figlio minore, trovandosi in difficoltà, si era preparato il discorso di circostanza, ma le sue parole gli muoiono in bocca quando vede il padre che, “mentre è ancora lontano, lo vede, è preso da viscerale compassione, gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia” (cf. Lc 15,20). È in questo momento che è convertito, non in base a un suo programma di conversione! Con il suo comportamento Gesù rivela un volto di Dio che ci offre gratuitamente il suo perdono: se lo accogliamo, potremo anche convertirci, non viceversa!

Lo dimostra la reazione di Zaccheo, che “scende in fretta e lo accoglie pieno di gioia”, gioia che è un tratto caratteristico della vita del discepolo di Gesù (cf. Lc 6,23; 8,13, ecc.). Con questa annotazione il testo potrebbe concludersi: nel mistero del faccia a faccia tra Gesù e Zaccheo si compirà la salvezza per la vita di quest’uomo. Ma ecco che, come spesso è accaduto a Gesù, i benpensanti non sopportano la sua libertà e non tollerano che egli si rivolga di preferenza ai peccatori manifesti, narrando così il desiderio di Dio di “salvare tutti gli umani” (cf. 1Tm 2,4), a partire da quelli additati come “perduti” (cf. Lc 15,6.9.24.32). Più volte nel vangelo secondo Luca Gesù è disprezzato dagli uomini religiosi, che mormorano per il suo sedere a tavola con i peccatori (cf. Lc 5,30; 15,1-2). Nel nostro brano si registra addirittura una condanna generalizzata: “Tutti mormoravano: ‘È entrato in casa di un peccatore!’”. Resta sempre la possibilità di uno sguardo cattivo, che continua a vedere in Zaccheo solo il peccatore e in Gesù solo un falso maestro…

La prima reazione a queste voci di condanna è di Zaccheo, che sta in piedi, nella sua bassa statura, e parla con risolutezza. Gesù non ha detto nulla a Zaccheo sulla sua ingiusta condotta di capo dei pubblicani, ma la fiducia accordatagli da questo rabbi gli è sufficiente per comprendere che deve cambiare radicalmente. Zaccheo allora, restituito alla sua soggettività, parla rivolto a Gesù, che chiama “Signore” (grande confessione di fede!), senza curarsi dei falsi giusti che li accusano. Costoro peccano nel loro cuore e con il loro occhio cattivo; lui si impegna a compiere un gesto concreto che riguarda le sue ricchezze, e soprattutto riguarda gli altri, i destinatari del suo peccato: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”, ben oltre il dovuto secondo la Legge. Il gesto di quest’uomo è all’insegna della giustizia e della condivisione: questo il modo di impiegare le ricchezze per un discepolo di Gesù.

A questo punto Gesù, rivolto al solo Zaccheo, fa un commento articolato in due momenti. Prima dice: “Oggi la salvezza è avvenuta in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo”, cioè non solo un uomo, ma anche un membro della comunità di fede, un figlio suscitato dalle pietre del peccato (cf. Lc 3,8). E come si manifesta la salvezza, come avviene la storia di salvezza? Nella salvezza delle storie di coloro che Gesù incontra. Sì, l’accoglienza della salvezza è ormai direttamente accoglienza di Cristo stesso, è esperienza di chi incontra Gesù, mette in lui la sua fiducia e si lascia da lui salvare.

Lo esprime bene il commento finale: “Il Figlio dell’uomo” – ossia Gesù stesso che parla di sé in terza persona, prendendo una misteriosa distanza da sé – “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. È una parola che ne ricorda altre di Gesù: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Lc 5,32); o la conclusione della parabola già citata: “Bisognava fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32). Di più, è un detto straordinario, che ricapitola e rilancia in avanti questo brano, illuminando la nostra vita quotidiana. Ci dice infatti che, come è entrata quel giorno nella vita e nella casa di Zaccheo, così la salvezza portata dal Signore Gesù può entrare ogni giorno, ogni oggi, nelle nostre vite. Il Signore ci chiede solo di aprire il nostro cuore all’annuncio che ha la forza di convertire le nostre vite: egli “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”, è venuto a offrirci di vivere con lui, anzi di venire lui a dimorare in noi. Davvero ciascuno di noi dovrebbe confessare: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io” (1Tm 1,15)!

Il suo cercarci e il suo salvarci sono la nostra indicibile gioia, la fonte della nostra possibile conversione. Anche quando ci sentiamo perduti, mai dobbiamo disperare dell’amore misericordioso del Signore Gesù, più tenace di ogni nostro peccato, più profondo di ogni nostro abisso: con lui la salvezza è la possibilità di ricominciare a camminare veramente liberi sulle strade della vita. Ciò che è accaduto quel giorno a Zaccheo, può accadere anche a noi, oggi, grazie all’incontro con Gesù. Questo oggi è sempre di nuovo possibile: niente e nessuno può opporsi al perdono di Dio in Gesù Cristo, che ci consente di ricominciare ogni giorno.
fonte: Monastero di Bose




il commento al vangelo della domenica


📖 “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”
il commento di E. Bianchi al vangelo della ventinovesima domenica del tempo ordinario (20 ottobre 2019):
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi»». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Nel vangelo secondo Luca Gesù aveva già dato un insegnamento sulla preghiera attraverso la consegna ai discepoli del Padre nostro (cf. Lc 11,1-4) e una parabola, poi commentata, sulla necessità di insistere nella preghiera, chiedendo e bussando presso Dio, che sempre concede lo Spirito santo, cioè la cosa buona tra le cose buone, quella più necessaria ai credenti (cf. Lc 11,5-13). Al capitolo 18 c’è una ripresa di questo insegnamento, attraverso la parabola parallela a quella dell’amico importuno: la parabola del giudice iniquo e della vedova insistente.

È necessario pregare sempre, dice Gesù. Ma cosa significa pregare sempre? E ancora, dobbiamo chiedercelo: com’è possibile? Evadere queste domande significa per il credente rimuovere una verità elementare: la preghiera è un’azione difficile, faticosa, per questo è molto comune, anche tra i credenti maturi e convinti, essere vinti dalla difficoltà del pregare, dallo scoraggiamento, dalla constatazione di non essere esauditi secondo i desideri, dalle vicissitudini della vita. Oggi poi la domanda non è solo: “come pregare?”, ma anche: “perché pregare?”. Viviamo in una cultura nella quale scienza e tecnica ci fanno credere che noi umani siamo capaci di tutto, che dobbiamo sempre cercare un’efficacia immediata, che l’autonomia dataci da Dio nel vivere nel mondo ci esime dal rivolgerci a lui. E va anche riconosciuto che a volte in molti credenti la preghiera sembra solo il frutto di un’indomabile angoscia, una chiacchiera con Dio, un verbalizzare sentimenti generati dalle nostre profondità, devozione e pietà in cerca di garanzia e di meriti per se stessi. C’è una preghiera diffusa che è brutta e falsa preghiera: non la preghiera cristiana, quella secondo la volontà di Dio, quella che Dio gradisce.

E allora, al di là delle difficoltà naturali che sovente denunciamo – mancanza di tempo, velocità della vita quotidiana, distrazioni, aridità spirituale –, cosa possiamo imparare dal Vangelo riguardo alla preghiera? Innanzitutto, va sempre ribadito che la preghiera cristiana si accende, nasce dall’ascolto della voce del Signore che ci parla. Come “la fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), così anche la preghiera, che è nient’altro che l’eloquenza della fede (cf. Gc 5,15). Per pregare in modo cristiano, e non come fanno i pagani (cf. Mt 6,7), cioè le altre vie religiose umane, occorre ascoltare, occorre lasciarsi aprire gli orecchi dal Signore che parla e accogliere la sua Parola: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1Sam 3,9). Non c’è preghiera più alta ed essenziale dell’ascolto del Signore, della sua volontà, del suo amore che mai deve essere meritato.

Una volta avvenuto l’ascolto, la preghiera può diventare un pensare davanti a Dio e con Dio, un’invocazione del suo amore, una manifestazione di lode, adorazione, confessione nei suoi confronti. La preghiera cambia in ciascuno di noi a seconda dell’età, del cammino spirituale percorso, delle situazioni nelle quali viviamo. Ci sono tanti modi di pregare quanti sono i soggetti oranti. E guai a chi pretende di giudicare la preghiera di un altro: il sacerdote Eli giudicava la preghiera di Anna nella dimora di Dio come il borbottio di un’ubriaca, mentre quella era preghiera gradita a Dio e da lui ascoltata (cf. 1Sam 1,9-18)! Dunque veramente la preghiera personale è “secretum meum mihi”, e la preghiera liturgica deve ispirarla, ordinarla, illuminarla e renderla sempre più evangelica, come Gesù Cristo l’ha normata.

Quando così avviene, la preghiera deve essere solo insistente, perseverante, non venire meno, perché sia che viva del pensare di fronte a Dio o con Gesù Cristo, sia che si manifesti come lode o ringraziamento, sia che assuma la forma dell’intercessione per gli umani, è sempre dialogo, comunicazione con Dio, apertura e accoglienza della sua presenza, tempo e spazio in cui lo Spirito di Dio che è vita ispira, consola e sostiene. Ecco perché pregare sempre! Non si tratta di ripetere costantemente formule o riti (sarebbe impossibile farlo continuamente), ma di pensare e compiere tutto alla presenza di Dio, ascoltando la sua voce e confessando la fede in lui. Per questo l’Apostolo Paolo nelle sue lettere più volte e con diverse espressioni ripete il comandamento: “Pregate ininterrottamente” (1Ts 5,17); “Siate perseveranti nella preghiera” (Rm 12,12); “In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito” (Ef 6,18); “Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie” (Col 4,2). Ciò significa restare sempre in comunione con il Signore, nel sentire la sua presenza, nell’invocarlo nel proprio cuore e accanto a sé, nell’offrirgli il corpo, cioè la concreta vita umana, come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (cf. Rm 12,1).

Ed ecco allora la parabola. C’è una vedova (categoria che, insieme all’orfano e al povero, esprime secondo la Bibbia la condizione di chi è senza difesa, oppresso) che chiede a un giudice di farle giustizia, di liberarla dalla sua ingiusta oppressione. Ma quel giudice, dice Gesù, “non teme Dio né ha rispetto per gli umani”. È dunque un cattivo giudice, che mai avrebbe esercitato la giustizia a favore di quella donna; eppure a un certo momento, vinto dalla sua insistenza e per non essere più tormentato da lei, decide di esaudirla. Lo fa nella sua logica egoistica, per non essere più disturbato. Al termine di questa breve parabola, Gesù se ne fa esegeta e con autorevolezza pone una domanda ai suoi ascoltatori: “Se accade così sulla terra da parte di un giudice al quale non importa né la giustizia umana né la Legge di Dio, Dio che è giudice giusto non ascolterà forse le suppliche e le grida dei chiamati da lui a essere suo popolo, sua comunità e assemblea in alleanza con lui? Tarderà forse a intervenire?”.

Con queste parole Gesù conferma la fede dei credenti in lui e tenta di placare la loro ansia e i loro dubbi sull’esercizio della giustizia da parte di Dio. La comunità di Luca, infatti, ma ancora oggi le nostre comunità, faticano a credere che Dio è il difensore dei poveri e degli oppressi. L’ingiustizia continua a regnare e nonostante le preghiere e le grida nulla sembra cambiare. Ma Gesù, con la sua forza profetica, assicura: “Dio farà loro giustizia in fretta!”. Il giudizio di Dio ci sarà, verrà su tutti come suo improvviso intervento e arriverà in fretta, nella fretta escatologica, anche se a noi umani sembra tardare. “Ai tuoi occhi, o Dio, mille anni sono come ieri”, canta il salmo (90,4), ed è vero che per noi umani non è come per Dio, ma attendiamo quel giorno che, sebbene sembri indugiare, verrà in fretta, senza tardare (cf. Ab 2,3; Eb 10,37; 2Pt 3,9). Dunque la perseveranza nel pregare ha i suoi effetti, non è inutile, e occorre sempre ricordare che Dio è un giudice giusto che esercita il giudizio in un modo che per ora non conosciamo. Siamo miopi e ciechi quando cerchiamo di vedere l’azione di Dio nel mondo, e soprattutto l’azione di Dio sugli altri…

Ma per Gesù la preghiera è l’altra faccia della medaglia della fede perché, come si è detto, nasce dalla fede ed è eloquenza della fede. Per questo segue un’ultima domanda, non retorica, che indica l’inquietudine di Gesù circa l’avventura della fede nel mondo: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Domanda che inquieta anche noi, che a volte abbiamo l’impressione di essere gli ultimi cristiani sulla terra e temiamo che la nostra fede venga meno. Nulla è garantito, nulla è assicurato, e purtroppo ci sono cristiani convinti che la chiesa resterà sempre presente nella storia. Ma chi lo assicura, se neanche la fede è assicurata? Dio non abbandona certo la sua chiesa, ma questa può diventare non-chiesa, fino a diminuire, scomparire e dissolversi nella mondanità, magari religiosa, senza più essere comunità di Gesù Cristo il Signore. La chiamata di Dio è sempre fedele, ma i cristiani possono diventare increduli, la chiesa può rinnegare il Signore.

Quando leggiamo il nostro oggi, possiamo forse non denunciare la morte della fede come fiducia, adesione, fede nell’umanità e nel futuro, prima ancora che nel Dio vivente? E se viene a mancare la fiducia negli altri che vediamo, come potremo coltivare una fiducia nell’Altro, nel Dio che non vediamo (cf. 1Gv 4,20)? La mancanza di fede è la ragione profonda di molte patologie dei credenti e la tentazione di abbandonare la fede è quotidiana e presente nei nostri cuori. Non ci resta dunque che rinnovare la fede, con la speranza nella venuta di Gesù, Figlio dell’uomo, Giudice giusto, e con l’amore fraterno vissuto attingendo all’amore di Gesù, amore fedele fino alla fine (cf. Gv 13,1), per tutti gli umani.

fonte: Monastero di Bose




E. Bianchi invita alla insurrezione contro la cattiveria e la barbarie

“è tempo di un insurrezione delle coscienze”

intervista a Enzo Bianchi

di Maria Laura Giovagnini

pubblicato su 
“Io Donna”
14 settembre 2019
Sopra una quercia c’era un vecchio gufo. Più sapeva e più taceva, più taceva e più sapeva».
Scolpita sulla pietra, la frase accoglie chi arriva a Bose, la comunità di monaci e monache di chiese cristiane diverse in provincia di Biella diventata un centro di spiritualità di livello internazionale.
«Parole di saggezza popolare che ho scoperto in Puglia – in una casa abbandonata in mezzo alla campagna – e ho fatto copiare: è nel silenzio che la parola diviene autorevole e intelligente, sennò è chiacchiera» spiega Enzo Bianchi, che ha fondato il monastero nel 1965.
Però ai nostri tempi si addice di più una presa di posizione. «È l’ora di un’insurrezione delle coscienze. Dobbiamo assumerci responsabilità, impegnarci in una concreta resistenza alla cattiveria, al disprezzo, altrimenti la barbarie andrà al potere. La storia ci insegna che la violenza verbale può diventare violenza fisica» spiega lui, che aggiunge: «Qui mi chiamano Enzo, in giro c’è chi mi chiama fratel Enzo o padre Enzo… Dipende da cosa sentono in me». E certo non si sottrae, come dimostrano i suoi impegni pubblici di settembre , dove parlerà di umanità, di luce e tenebre…
Già, che significa “restare umani” oggi?
Significa coltivare la fraternità, la mitezza, l’accettazione della diversità, la cura e l’aiuto, il perdono e la misericordia. Ogni persona – di qualunque sesso, etnia, religione – è davvero mio fratello o mia sorella. Abbiamo la stessa dignità e gli stessi diritti, dobbiamo esser rispettati nella rispettiva unicità. All’interno della visione cristiana, l’uomo per eccellenza è proprio Gesù: la sua figura è lo specifico della nostra religione rispetto alle altre. “Dio” è una parola assolutamente insufficiente, si presta a connotazioni molto differenti.
Da cosa ha origine questo rischio di barbarie?
La crisi economica ha portato a un’invidia, a una guerra fra poveri, che ha fatto aumentare la diffidenza. Poi la paura è stata fomentata anche per ragioni politiche, utilitaristiche e ha incattivito tanta gente che fino a qualche anno fa si sarebbe vergognata di certe espressioni, di certi atteggiamenti.
Lei invoca spesso la “sapienza del cuore”. In epoche storiche tanto complesse, non sarà assolutamente insufficiente?
Il cuore deve sempre essere accompagnato dalla ragione, che ci dà la possibilità di discernere, pesare il bene e il male e deve quindi avere il primato: cosa sarebbe la religione senza l’uso della ragione? Solo emozione che potrebbe infiammarsi fino all’intolleranza, al fanatismo .
Come si spiega che tanti cattolici siano attratti da politici razzisti o ultra nazionalisti?
Con la schizofrenia tra religiosità e Vangelo, assai più attestata di quanto si possa immaginare. Una volta c’erano da una parte gli atei e da una parte i religiosi. Oggi fra i religiosi ci sono quelli che seguono il Vangelo e quelli che chiamo “cristiani del campanile”. Il Vangelo divide, non unisce affatto. I peccati commessi per debolezza vengono perdonati (bisogna accoglierli senza disprezzare se stessi o essere coperti di imbarazzo), ma non quelli per malvagità.
Magari si sarebbe più convincenti suggerendo qualche vantaggio egoistico del “restare umani”…
Una certa gioia, serenità di fondo. Da anziano (ormai ho 76 anni), guardando al mio passato, capisco che ciò che conta è l’aver amato e l’essere stato amato. Tutto il resto sfiorisce.
Ecco, il vero senso della vita è: amare ed essere amati. L’unica cosa che ci salva.
Sta venendo meno la speranza nell’aiuto divino, non le pare?
Sì, ma perché c’è meno speranza nell’aiuto umano. Se non si riesce ad aver fiducia, a credere in chi si vede, come si può sperare in un Dio invisibile? Però, se manca la speranza, l’esistenza diventa solo un duro mestiere senza possibilità di felicità.
Mestiere durissimo, pensando a tutto il dolore che ci tocca.
Il dolore resta un enigma pure per il cristiano, che può limitarsi a dire: finché siamo qui su questa terra insieme, cerchiamo di vivere quella gioia e quella pienezza che ci è consentita pur con le contraddizioni della malattia, del male e della morte. Non si tratta di dare un significato alla sofferenza, bensì di dare significato alla vita persino quando si soffre.
A proposito di terra, a Bose c’è un’altra iscrizione che colpisce: «Dio perdona sempre, gli uomini talvolta perdonano, la terra si vendica e non perdona mai…
…e conclude: «Ama la terra come te stesso». È nostra madre, da cui Dio ci ha creati, dobbiamo rispettarla e renderla addirittura più bella.
Non a caso lei è fedele da sempre all’orto fuori dalla sua cella.
Un orto fu persino il regalo (originalissimo) chiesto a 11 anni per l’ammissione alle scuole medie…
Non solo l’orto… Amo il bosco (sono nato nel verde del Monferrato), amo la tavola, gli amici, la compagnia e tutto questo lo vivo nella mia fede cristiana ma senza dissociazione tra le due cose, anzi: l’una potenzia l’altra. Sovente la spiritualità oppone anima a carne, cielo a terra… Noi siamo l’insieme, non possiamo dimenticare una delle dimensioni.
Da dove le arriva questa visione “concreta”?
Sono per carattere aderente alla realtà e, probabilmente, per vicende personali: mia madre è morta quando avevo otto anni, sono rimasto con mio padre in una condizione di povertà e precarietà… Quel che mi ha sempre sorretto è stato sentire il Vangelo come una stella polare che poteva guidarmi. La fede cristiana è stata il dono più grande di mamma, molto religiosa.
Però non si è mai identificato nella chiesa di Roma, ha mantenuto apertura e curiosità
Credo sia il risultato di aver avuto una madre cattolica e un padre comunista che mi ripeteva: «Enzo resta libero, gira, ascolta tutti, incontra tutti. Fa’ la fame ma compra libri!» Non ho mai considerato nessuno nemico o avversario. Ho avuto la fortuna di conoscere, giovanissimo, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora. Sono stato segnato dall’incontro con Frère Roger, il priore di Taizé. Ho passato mesi alla periferia di Rouen con l’abbé Pierre, facendomi straccione con lui e con i suoi ultimi… Mi considero privilegiato.
E adesso, lo stato d’animo?
Fondamentalmente sereno, benché la vecchiaia spaventi.
Proprio stamattina ho visitato un coetaneo con l’Alzheimer e sono rimasto turbato: perdere l’autosufficienza è il timore più profondo. E poi c’è la paura della morte, parte integrante della nostra identità umana. Ci sembra ingiusta, ci interroghiamo sul dopo… Questo rende fragili. In compenso, dalla vecchiaia sto imparando la pazienza. Con me stesso e con gli altri.
Qualche rimpianto?
Il rimpianto è una tentazione, ma non ne soffro. Se arriva, so spegnerlo presto.



il commento al vangelo della domenica


la tavola, luogo di finzione o di comunione? 
il commento di E. Bianchi al vangelo della domenica ventiduesima del tempo ordinario (1 settembre 2019):

 

Lc 14,7-14

In quel tempo, Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: «Cedigli il posto!». Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: «Amico, vieni più avanti!». Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
12Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Sempre durante il viaggio verso Gerusalemme Gesù è avvertito che Erode vuole ucciderlo, quindi è invitato a fuggire. Ma egli non scappa, anzi manda a dirgli che ciò che deve fare lo fa con parrhesía, con franchezza, obbedendo alla volontà del Padre, fino a quando porterà a compimento la sua opera (cf. Lc 13,31-33). Per Gesù Erode è solo una “volpe”, un impuro che egli durante la passione non degnerà neppure di uno sguardo, rimanendo muto davanti a lui, senza rispondere alle sue domande (cf. Lc 23,8-9).

Gesù non fugge, ma compie il suo cammino incurante delle minacce di Erode, e in giorno di sabato, invitato a pranzo da uno dei capi dei farisei, accetta di entrare nella sua casa. Gesù era diventato un rabbi molto noto ed era dunque frequentemente invitato, spesso dopo la sua predicazione in sinagoga, alla tavola di qualche notabile (cf. Lc 7,36; 11,37). Questo capo della sinagoga e gli altri scribi e farisei che invitavano Gesù volevano forse onorarlo? Volevano discutere con lui a proposito dell’interpretazione della Legge? Volevano esaminarlo, metterlo alla prova (cf. Lc 10,25)? Luca annota che, nel caso presente, stavano a osservare il suo comportamento.

Ed ecco che davanti a Gesù c’è un uomo malato di idropisia (cf. Lc 14,2), dunque – secondo l’opinione religiosa del tempo – qualcuno colpito da Dio a causa di un grave peccato commesso, relativo alla sessualità. È sabato, il giorno del Signore, giorno della vita piena, del trionfo della vita sulla malattia e sulla morte: Gesù sente dunque in sé il bisogno di liberare quest’uomo da una malattia invalidante e infamante. Egli sa che sarà contestato, perché agli occhi dei dottori della Legge e dei farisei, quella da lui compiuta apparirà come un’operazione medica, vietata di sabato. Pone dunque una domanda ai suoi interlocutori, costringendoli a uscire allo scoperto: “È lecito o no curare di sabato?” (Lc 14,3). Ma costoro non rispondono, e allora Gesù prende per mano quel malato, lo guarisce e lo congeda (cf. Lc 14,4). Di fronte a questo gesto e alla successiva domanda, ecco calare ancora un silenzio imbarazzato (cf. Lc 14,5-6).

Solo Gesù, sempre attento e vigilante su ciò che gli accade intorno, prende di nuovo la parola. Vede che gli invitati a tavola cercano il primo posto, come sempre, il posto di chi viene onorato dal padrone, quello riservato a chi è ragguardevole, importante. Succede così ancora oggi, nei banchetti solenni: in attesa che il pasto abbia inizio, i presenti sbirciano dove sia il posto dell’invitante e con occhio vorace individuano la sedia più vicina a lui, lanciandosi su di essa come su di una preda. Per questo in certi pranzi o l’invitante indica i posti da prendere a tavola oppure essi sono segnalati da cartoncini posti accanto al piatto…

Vista questa situazione, Gesù dà un insegnamento che mette in guardia dal protagonismo e dall’esibizionismo di chi cerca i primi posti. Lo fa attraverso una parabola, che leggiamo ancora una volta, parafrasandola. Quando tu, lettore del vangelo, sei invitato a un banchetto, a una festa, non puntare a occupare il primo posto, cioè non crederti un ospite importante e più degno di altri di stare accanto a chi ha convocato la festa, perché in tal caso rischi di essere chiamato a lasciare il posto a un altro invitato più degno di te. È questione di modestia, di non avere un super-io che ti acceca e ti fa credere di valere più di altri. Sarebbe vergognoso che tu fossi costretto a retrocedere davanti a tutti, facendo così emergere la tua indegnità, la pretesa della tua importanza. Resta invece modesto, vicino agli ultimi posti, non sopravvalutarti, e allora forse accadrà che chi ti ha invitato venga a dirti: “Amico, vieni più avanti, più vicino a me!”. Così apparirà a tutti i commensali la tua reale importanza agli occhi del padrone di casa.

Certo, queste parole di Gesù rischiano di essere intese come un invito a una falsa umiltà, quella di chi si serve anche della scelta dell’ultimo posto a tavola, desiderando nel suo cuore di essere fatto avanzare e così di essere esaltato davanti a tutti. Ma l’intenzione di Gesù, attraverso questa parabola, è quella espressa nel suo detto conclusivo: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Sì, solo chi viene umiliato può essere realmente umile: guai invece a fingere umiltà in vista dell’esaltazione! Qui più che mai si tratta di impedire a noi stessi di adottare strategie o tattiche. È come se Gesù dicesse a ciascuno di noi: “Sta’ in fondo con modestia, senza atteggiamenti di piccolezza forzata, e soprattutto non desiderare ciò che non dipende da te”.

Semplicità, discrezione, disinteresse devono far parte dello stile di un uomo, di un cristiano, e solo così la festa potrà essere vissuta in modo autentico e non come una scena, un’occasione di apparire. Ciò che uno “è”, non va temuto; ciò che non è, anche se accade, è solo scena. Solo chi si umilia sarà esaltato, chi invece cerca di essere umile e appare tale senza essere umiliato, è semplicemente perverso, creatore di una scena che passa (cf. 1Cor 7,31). La festa si può vivere restando al proprio posto e non cercando di rubarlo agli altri. E ciò vale in qualsiasi comunità: stare al proprio posto senza ambire a posti più alti, senza cercare posti tenuti dagli altri, può essere faticoso ma è secondo “il pensiero di Gesù”, è evangelico e contribuisce alla vera costruzione della comunità. Ognuno dunque stia al proprio posto, valutando se stesso secondo la grazia e i doni ricevuti dal Signore (cf. Rm 12,3-6a), perché chi si sopravvaluta cadrà da più in alto, in modo disastroso per sé e per gli altri. Cristo resta l’esempio di questa umiltà, lui che, venuto tra di noi, ha preso l’ultimo posto, davvero l’ultimo, che nessuno potrà rapirgli!

Poi Luca aggiunge un’altra esortazione di Gesù, non più sugli invitati, ma su chi invita a un pasto, a un banchetto: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché non si sentano costretti a ricambiare l’invito”. Triste constatazione questa di Gesù, capace di far emergere il ragionamento di molti che, senza consapevolezza, dicono: “Siccome ci hanno invitati da loro, adesso tocca a noi”, secondo una logica dello scambio utilitaristico che nega ogni gratuità. Diciamo la verità: anche oggi, anzi oggi più che in passato, avviene proprio così, e non siamo più capaci di gratuità, invitare gli altri a casa nostra, perché l’idolo della reciprocità e dell’interesse ci domina. Purtroppo invitiamo qualcuno calcolando quante volte siamo stati a nostra volta invitati da lui, e solo per ragioni che ci assicurano un interesse e un tornaconto.

Gesù invece ci avverte: il pranzo o la cena di festa sono tali solo quando sono offerti gratuitamente, senza attendersi un contraccambio. Per questo, soprattutto nella comunità cristiana, occorre apprestare la tavola invitando quelli che nessuno invita perché non possono ricambiare, anche quando invitarli non procura onore o decoro. Poveri, storpi, zoppi, ciechi, stranieri, bisognosi (tutte categorie di persone che al tempo di Gesù erano escluse dal tempio, ritenute indegne e colpite da ignominia) devono poter accedere alla nostra tavola; se ne sono esclusi, la nostra non è una tavola secondo il Vangelo, che chiede la condivisione del cibo, l’accoglienza di chi è povero e ultimo, scartato dalla società. La beatitudine che Gesù riserva colui che vita e ospita è destinata alle persone capaci di gratuità: a quelli che, non ricevendo ricompensa ora dagli invitati, la riceveranno da Dio stesso!

E non si dimentichi che i pranzi aperti ai poveri, ai mendicanti d’amore, ai peccatori, sono quelli a cui partecipava Gesù e che egli ha imbandito nella sua vita. Anche l’eucaristia che celebriamo, se è aperta solo a quelli che si sentono degni e giusti, mentre esclude i poveri e i peccatori perdonati, non è l’eucaristia di Cristo, ma una “nostra” eucaristia: un banchetto religioso ma mondano, non secondo la logica del Vangelo! Sì, il banchetto eucaristico è imbandito dal Signore, il quale chiama tutti, anche quelli che si reputano indegni, perché non è il peccato che si oppone alla salvezza ma il ritenersi “degni”, muniti di una giustizia personale: questo impedisce la comunione con Dio e con i fratelli e le sorelle.




il commento al vangelo della domenica


la tavola del Signore è sempre tavola per l’affamato 
il commento di E. Bianchi al vangelo della domenica del ‘corpus domini’ (23 giugno 2019):

Lc 9,11b-17

In quel tempo, Gesù accolse le folle e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Dopo la festa della Triunità di Dio, celebriamo oggi un’altra festa “dogmatica”, sorta a difesa della dottrina, per ricordare la verità dell’eucaristia voluta da Gesù come memoriale nella vita della chiesa fino alla sua venuta gloriosa. Ogni domenica celebriamo l’eucaristia, ma la chiesa ci chiede anche di confessare e adorare questo mistero inesauribile in un giorno particolare (il giovedì della II settimana dopo Pentecoste per la chiesa universale, la II domenica dopo Pentecoste in Italia). Facciamo dunque obbedienza e commentiamo mediante un’esegesi liturgica il brano evangelico proposto dal Messale italiano.

Il cosiddetto racconto della “moltiplicazione dei pani” è attestato per ben sei volte nei vangeli (due in Marco e in Matteo, una in Luca e in Giovanni), il che ci dice come quell’evento fosse ritenuto di particolare importanza nella vita di Gesù. Nel vangelo secondo Luca, Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare la venuta del regno di Dio e a guarire i malati (cf. Lc 9,2), mostrando che la missione affidatagli da Dio con la discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,21-22), rivelata nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4,18-19), era da lui estesa anche alla sua comunità. Compiuta questa missione, i discepoli fanno ritorno da Gesù e gli raccontano la loro esperienza, quanto cioè avevano fatto e detto in obbedienza al suo comando.

Gesù allora li prende con sé, portandoli in disparte per un ritiro, in un luogo vicino alla città di Betsaida (cf. Lc 9,10). Ma le folle, saputo dove Gesù si era ritirato, lo seguono ostinatamente (cf. Lc 9,11a). Ed ecco che Gesù le accoglie: aveva cercato un luogo di silenzio, solitudine e riposo per i discepoli tornati dalla missione e per sé, ma di fronte a quella gente che lo cerca, che viene a lui e lo segue, Gesù con grande capacità di misericordia la accoglie. È lo stile di Gesù, stile ospitale, stile che non allontana né dichiara estraneo nessuno. Queste persone vogliono ascoltarlo, sentono che egli può dare loro fiducia e liberarle, guarirle dai loro mali e dai pesi che gravano sulle loro vite, e Gesù senza risparmiarsi annuncia loro il regno di Dio, le cura e le guarisce. Questa è la sua vita, la vita di un servo di Dio, di un annunciatore di una parola affidagli da Dio.

Giunge però la sera, il sole tramonta, la luce declina, e i Dodici discepoli entrano in ansia. Dicono dunque a Gesù: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta!”. La loro richiesta è all’insegna della saggezza umana, nasce da uno sguardo realistico, eppure Gesù non approva quella possibilità razionale, ma chiede loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Con questo comando li esorta a entrare nella dinamica della fede, che è avere fiducia, mettere in movimento quella fiducia che è presente in ogni cuore e che Gesù sa ravvivare. Ma i discepoli non comprendono e insistono nel porre di fronte a Gesù la loro povertà: hanno solo cinque pani e due pesci, un cibo sufficiente solo per loro!

Ecco allora che Gesù prende l’iniziativa: ordina di far sedere tutta quella gente ad aiuola, a gruppi di cinquanta, perché non si tratta solo di sfamarsi, ma di vivere un banchetto, una vera e propria cena, nell’ora in cui il sole tramonta. Poi davanti a tutti prende i pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, come azione di preghiera al Padre, benedice Dio e spezza i pani, presentandoli ai discepoli perché li servano, come a tavola, a quella gente. È un banchetto, il cibo è abbondante e viene condiviso da tutti. Quelli che conoscevano la profezia di Israele, si accorgono che è accaduto un prodigio che già il profeta Eliseo aveva fatto in tempo di carestia, nutrendo il popolo affamato a partire dalla condivisione di pochi pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44). Lo stesso compie Gesù, e dopo il suo gesto avanza una quantità di cibo ancora maggiore: dodici ceste. Nel cuore dei discepoli e di alcuni dei presenti sorge così la convinzione che Gesù è profeta ben più di Elia e di Eliseo, è profeta anche più di Mosè, che nel deserto aveva dato da mangiare manna al popolo uscito dall’Egitto (cf. Es 16).

Ma qui viene spontaneo chiedersi: cosa significa questo evento? Normalmente si parla di “moltiplicazione” dei pani, ma nel racconto non c’è questo termine. Dunque? Dovremmo dire che c’è stata condivisione del pane, c’è stato lo spezzare il pane, e questo gesto è fonte di cibo abbondante per tutti. In tal modo comprendiamo come ci sia qui una prefigurazione di ciò che Gesù farà a Gerusalemme la sera dell’ultima cena: “Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me’” (Lc 22,19). Lo stesso gesto è ripetuto da Gesù risorto sulla strada verso Emmaus, di fronte ai due discepoli. Anche in quel caso, al declinare del giorno, invitato dai due a restare con loro (cf. Lc 24,29), “quando fu a tavola, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,30). Tre episodi che recano lo stesso messaggio: le folle, la gente, il mondo ha fame del regno di Dio, e Gesù, che ne è il messaggero e lo incarna, sazia questa fame con la condivisione del cibo, con lo spezzare il suo corpo, la sua vita, offerta a tutti.

Ecco il mistero eucaristico nella sua essenza: non lasciamoci abbagliare da tante e varie dottrine eucaristiche, ma accogliamo il mistero nella sua semplicità. Cristo si dà a noi ed è cibo abbondante per tutti; una volta spezzato (sulla croce), si dà alla chiesa, a noi, a tutti coloro che lo cercano e tentano di seguirlo, a tutti quelli che hanno fame e sete della sua parola e desiderano condividere la sua vita. Se è vero che la dinamica dello spezzare il pane e del condividerlo trova nella celebrazione della cena eucaristica, nella liturgia santissima, un adempimento, essa però è anche paradigma di condivisione del nostro cibo materiale, il pane di ogni giorno. L’eucaristia non è solo banchetto del cielo, tavola del corpo e del sangue del Signore, ma vuole essere magistero per le nostre tavole quotidiane, dove il cibo è abbondante ma non è condiviso con quanti hanno fame e ne sono privi. Per questo, se alla nostra eucaristia non partecipano i poveri, se non c’è condivisione del cibo con chi non ne ha, allora anche la celebrazione eucaristica è vuota, perché le manca l’essenziale. Non è più la cena del Signore, bensì una scena rituale che soddisfa le anime dei devoti, ma in profondità è una grave menomazione del segno voluto da Gesù per la sua chiesa! La tavola del corpo del Signore sempre dev’essere tavola della parola del Signore e, insieme, tavola della condivisione con i bisognosi.

Con la condivisone dei pani e dei pesci insieme alle folle Gesù inaugura un nuovo spazio relazionale tra gli umani: quello della comunione nella differenza, perché le differenze non sono abolite ma affermate senza che, d’altra parte, ne patisca la relazione segnata da fraternità, solidarietà, condivisione. Sì, dobbiamo confessarlo: nella chiesa si è persa quest’intelligenza eucaristica propria dei primi cristiani e dei padri della chiesa, vi è stato un divorzio tra la messa come rito e la condivisione del pane con i poveri! E se nel mondo esiste la fame, se i poveri sono accanto a noi e l’eucaristia non ha per loro conseguenze concrete, allora la nostra eucaristia appare solo scena religiosa e – come direbbe Paolo – “il nostro non è più un mangiare la cena del Signore” (cf. 1Cor 11,20).

Proprio davanti all’eucaristia cantiamo l’inno che afferma: “Et antiquum documentum novo cedat ritui” (“l’antico rito ceda il posto alla nuova liturgia”), ma in realtà restiamo ingabbiati nei riti e non riusciamo a celebrare il “rito cristiano”, “il culto secondo la Parola” (loghikè latreía: Rm 12,1), che è offerta in sacrificio dei nostri corpi a Dio attraverso il servizio dei poveri e l’amore fraterno vissuto “fino all’estremo” (Gv 13,1).