i primi tre anni di papa Francesco

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un “overview effect” del pontificato di Francesco

di Luis Badilla
in “ilsismografo.blogspot.it” del 4 gennaio 2016

“Overview effect” è la dicitura inglese utilizzata per descrivere lo stato d’animo e la percezione degli astronauti quando, sospesi a migliaia di chilometri al di fuori dall’atmosfera terrestre, possono vedere dall’esterno il pianeta e percepirlo nella sua interezza e unità organica e panoramica. L’espressione, coniata da Frank White (1987 – “The Panoramica Effect”) ha ovviamente un senso molto preciso: effetti percettivi nel singolo e dunque il concetto include emozioni, sentimenti, empatie ed elaborazioni personali. A quasi tre anni di distanza dal suo inizio forse è possibile un “overview effect” del pontificato di Francesco. A nostro avviso, provando a “planare” su 33 mesi di pontificato sono questi, elencati sotto, alcuni dei punti principali seppure non gli unici:

(1) La dottrina e la riforma

La Chiesa Cattolica transita – con Papa Francesco – all’interno di un tempo cruciale e di un percorso che potrebbero profilare le sue caratteristiche essenziali per i prossimi decenni. Papa Francesco ha avviato una graduale ma ferma riforma che, se portata fino a determinati punti di non-ritorno, farà del processo in corso un cambiamento epocale irreversibile. Per questo “programma” non esiste un modello o progetto bergogliano. L’orizzonte e i binari sono semplici: ritorno all’essenzialità, a Gesù e al suo Vangelo. Francesco lo ha detto con queste parole: “La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.” (Firenze, 10 novembre 2015). Ecco dunque la grande vera riforma di Papa Francesco e se non si percepisce globalmente nella sua totale interezza quest’orizzonte non è possibile capire il pontificato di Francesco; anzi, si rischia di prendere sentieri fuorvianti raccontando cose marginali e senza vera importanza, e soprattutto si rischia di confondere la forma con il fondo.

(2) La misericordia e l’umanesimo

L’anima di questo tentativo del Papa ha un solo nome e questo nome svela il suo spirito ultimo e integrale: la Misericordia del Padre, “che perdona tutto e sempre”. Francesco dice: “Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).” (Firenze, 10 novembre 2015).

(3) Le beatitudini e il samaritano

Per il Papa la credibilità dell’annuncio e del messaggio evangelici si trova solo nella coerenza tra vita e fede di ogni singolo cristiano, dal primo all’ultimo, di tutta la Chiesa, e non vi sono eccezioni, scorciatoie o alibi. Ogni cristiano, se autentico seppure peccatore – ma mai di cartapesta o da salotto – è chiamato a riflettere nella sua piccolezza, addirittura nel suo essere peccatore, il volto di Gesù. La vita del cristiano samaritano vero si realizza nelle Beatitudini e così, ognuno diventa discepolo e missionario. Il samaritano mette in pratica la volontà di Dio e solo così può risplendere la credibilità del Vangelo. In quest’ambito le Meditazioni mattutine del Papa a Santa Marta, le sue brevi omelie (che
qualcuno ha voluto declassare a pensieri del giorno), ormai sono un punto fermo del magistero di Francesco, del suo pontificato. La loro rilevanza determinante non può essere sottovalutata. Da Santa Marta il Papa dialoga con i fedeli, con ogni singolo cattolico ovunque si trovi.

(4) Famiglia luogo specifico dell’Uomo e della Chiesa

Papa Francesco, ormai è chiarissimo, considera la “famiglia”, in quanto luogo privilegiato dell’uomo e della Chiesa, il passaggio ineludibile di una nuova evangelizzazione. Concludendo il Sinodo ordinario sulla famiglia, Francesco sottolineò: “Anche attraverso la ricchezza della nostra diversità, che la sfida che abbiamo davanti è sempre la stessa: annunciare il Vangelo all’uomo di oggi, difendendo la famiglia da tutti gli attacchi ideologici e individualistici.” (24 ottobre 2015). Lo scorso 18 novembre Francesco sottolineò nel corso dell’Udienza generale: “Le famiglie cristiane facciano della loro soglia di casa un piccolo grande segno della Porta della misericordia e dell’accoglienza di Dio. E’ proprio così che la Chiesa dovrà essere riconosciuta, in ogni angolo della terra: come la custode di un Dio che bussa, come l’accoglienza di un Dio che non ti chiude la porta in faccia, con la scusa che non sei di casa.” “Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).” (Firenze, 10 novembre 2015).

(5) Vescovo di Roma in cammino con il suo popolo: contenuto e forma.

In molti lo hanno chiamato “stile Bergoglio” e tutto cominciò la sera de 13 marzo 2013, quando l’arcivescovo di Buenos Aires dalla Loggia Centrale della Basilica Vaticano si presentò così: “Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. (…) E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza.” Papa Francesco in questi 21 mesi ha proposto uno stile dell’esercizio del primato di Pietro, centrato nella semplicità evangelica più volte richiamata nei documenti del Concilio ma spesso snobbata perché scomoda alla chiesapotere. In questo caso lo stile è sostanza.

(6) I sentimenti di Gesù e il potere

Sempre a Firenze, nel novembre scorso, Papa Francesco, parlando a tutta la Chiesa e non solo a quella in Italia, ha voluto ribadire una sua esortazione: “Non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.” Poi, la seconda e ultima volta che in quest’allocuzione il Papa pronunciò la parola “potere” aggiunse: “Che Dio protegga la Chiesa (italiana) da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza.” Francesco è certo, sostenuto dalle evidenze della storia che il potere porta la “Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata”. A Firenze, il Santo Padre si domandò: “Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa?” Ecco la sua risposta: “Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme.”

(7) La sinodalità, dimensione costitutiva della Chiesa

Per Papa Francesco, “quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola Sinodo. Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica.” Così spiegò Papa Francesco il 17 ottobre, in occasione della Commemorazione del 50.mo dell’istituzione del Sinodo per decisione di Paolo VI, la sua convinzione sulla importanza determinante della sinodalità. Poi Francesco osservò: “Fin dall’inizio del mio ministero come Vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell’ultima assise conciliare. Per il Beato Paolo VI, il Sinodo dei Vescovi doveva riproporre l’immagine del Concilio ecumenico e rifletterne lo spirito e il metodo. Lo stesso Pontefice prospettava che l’organismo sinodale «col passare del tempo potrà essere maggiormente perfezionato».” Francesco ha detto a più riprese, e in diversi contesti, che “una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire»”, spiegando che si tratta di “un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese» (Ap 2,7).” Il Papa non si è limitato a prospettare un sentiero sottolineando, “proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”, ha voluto anche trarre le conseguenze in modo chiaro e trasparente onde evitare ambiguità e parole inutili. “Il primo livello di esercizio della sinodalità si realizza nelle Chiese particolari. (…) Il secondo livello è quello delle Province e delle Regioni Ecclesiastiche, dei Concili Particolari e in modo speciale delle Conferenze Episcopali. (…) L’ultimo livello è quello della Chiesa universale. Qui il Sinodo dei Vescovi, rappresentando l’episcopato cattolico, diventa espressione della collegialità episcopale all’interno di una Chiesa tutta sinodale. Due parole diverse: “collegialità episcopale” e “Chiesa tutta sinodale”. Esso manifesta la collegialitas affectiva, la quale può pure divenire in alcune circostanze “effettiva”, che congiunge i Vescovi fra loro e con il Papa nella sollecitudine per il Popolo di Dio”. In questo contesto Papa Francesco conclude: “Mentre ribadisco la necessità e l’urgenza di pensare a «una conversione del papato», volentieri ripeto le parole del mio predecessore il Papa Giovanni Paolo II: «Quale Vescovo di Roma so bene […] che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova».”

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