l’omelia di Claude Dumas al C.C.I.T. 2019 in Croazia

 

 

 

 

CC1T – Trogir – 2019

OMELIA di Claude DUMAS

I discepoli sono là, su quella montagna, che ricorda tutte le montagne di cui parlano Gesù le Scritture, il monte Sinai, il discorso della montagna, la trasfigurazione…Sono là, e non appena appare, adorano …adorano ma…certi dubitano ! Questa piccola osservazione sottolinea discretamente la realtà della vita cristiana alla quale nessuno può sottrarsi : due sentimenti sempre mescolati/ fede e dubbio, certezza e incredulità , solida convinzione e inevitabile esitazione . Nel Nuovo Testamento, il dubbio non si manifesta mai presso i non credenti, ma sempre nella vita dei discepoli , come si manifesta spesso nella mia e anche probabilmente nella vostra .Non bisogna vergognarsene ; è l’inevitabile condizione del discepolo ; Ma è precisamente in questi momenti di grande fragilità in cui la fede e il dubbio insieme ci colgono, che il Signore ci aspetta ed è presente davanti a noi, non per accusarci e denunciare la nostra incostanza o i nostri vagabondaggi, ma per incontrarci. « Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo »…dei discepoli, non dei seguaci ! Non si tratta di reclutare , di irreggimentare ma di « battezzare ». Battezzare , è far nascere la vita, offrire a ciascuno la possibilità di vivere del Cristo come noi stessi vogliamo viverne… dei « discepoli » , cioè di permettere a altri di incontrare Gesù-Cristo come noi stessi lo incontriamo… cioè condividere con altri il loro impegno, al seguito di Cristo, a far avvenire la giustizia del Regno conformandosi all’insegnamento che hanno ricevuto da Gesù. Ricevendo il Battesimo « in nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo », i discepoli manifesteranno la loro comune appartenenza alla Chiesa di Cristo. «Andate, dunque e fate discepoli tutti i popoli » Questa missione trasmessa ai discepoli è anche la nostra. Qualunque sia la nostra vocazione particolare in seno alla Chiesa, siamo tutti chiamati a essere i testimoni del Cristo resuscitato, attraverso la nostra vita cristiana
La missione in ritorno del Cristo è adesso la nostra missione : far crescere la Chiesa ; Dobbiamo testimoniare quello che abbiamo ricevuto e oggi più che mai.


La missione che ci è affidata è di essere discepoli che fanno altri discepoli…uomini e donne che provano che l’insegnamento di Gesù trasfigura la nostra propria esistenza…uomini e dorme che sono capaci di rileggere le esperienze vissute e condivise per trarne profitto e continuare per questa ragione a far crescere il Regno cosa che si riassume finalmente in una sola legge, quella dell’amore.
La nostra parola e il nostro impegno, oggi nel seno della Chiesa e del CCIT, testimoniano una presenza d’amore a quelle e a quelli che oggi si sentono abbandonati. La nostra missione è di restituire la speranza di Pasqua ai crocifissi di oggi, a tutti quelli che sono umiliati, abbandonati, sforniti, sofferenti. Nessuno è escluso dall’amore di Dio .
Ma rassicuriamoci ; La nostra vocazione non va di pari con un obbligo di risultato perchè nessuno di noi domina gli effetti della parola di Dio che ci è domandato di annunciare . Solo Gesù ha il potere di toccare i cuori. Noi, suoi discepoli, diciamo semplicemente le parole e gli atti che una moltitudine di uomini e dorme hanno meditato da duemila anni e che hanno ricevuto come essendo la parola di Dio. L’hanno lasciata agire in loro per discernervi la chiamata a mettersi in cammino, a diventare testimoni di un amore che li supera, ad avventurarsi con la loro fede e i loro dubbi, le loro forze e le loro debolezze sul cammino del servizio e dell’annuncio del Vangelo. La Parola di Dio traccia in noi il cammino sul quale il Resuscitato, il Cristo vivente, ci conduce all’appuntamento che ci ha dato, questa mattina. Ci invia all’incontro con il mondo per manifestare il suo Regno di giustizia e di amore. Allora ,guardiamo ben salda nei nostri cuori la sua promessa che è certa : « Io sono con voi, lutti i giorni, fino alla fine del mondo. »

la testimonianza delle ‘piccole sorelle di Gesù’ al C.C.I.T. 2019 in Croazia

 

 

 

CCIT – Trogir – 2019

La “missione di ritorno” come principio di cambiamento

petites Soeurs de Jésus

Presentazione

Piccole sorelle di Gesù di tre nazionalità (libanese, belga, italiana), viviamo fra i Rom rumeni in una città del sud Italia. Si possono facilmente immaginare le differenze, l’incontro (gli scontri!) e l’insieme di culture che questa diversità rappresenta. La nostra prima missione non è, come si potrebbe credere, quella di vivere fra i Rom, ma piuttosto vivere insieme, in comunità al seguito di Gesù. Questa è l’essenza della nostra vita, il luogo in cui le nostre differenze si rivelano. È al contempo tesoro e sfida, energia che ci spinge, quasi sforzandoci, al cambiamento. Oggi vorremmo condividere qualcosa a proposito di questa dinamica interna, di questo cammino comunitario e fraterno.

La differenza vissuta nell’intimo della nostra comunità

In uno spazio ridottissimo, nel quale tutto è vissuto sotto lo sguardo le une delle altre, le occasioni di scontro reciproco non mancano. Basta chiedere ad una donna italiana, che ha l’abitudine di sciacquare le stoviglie all’acqua corrente, cosa ne pensi di una belga che invece le sciacqua nell’acqua stagnante. Nella migliore delle ipotesi giudicherà che le stoviglie non sono pulite (se non le capiterà addirittura di giudicare istantaneamente che la persona -vedi anche il suo popolo- è sporca). Di certo, comunque, non vorrà riporre nell’armadio le stoviglie sciacquate in quel modo. Per non parlare poi della libanese, che avrebbe addirittura aggiunto della varichina nell ‘acqua del lavaggio. Se per quest ‘ultima è un’usanza appresa fin dalla più tenera infanzia, per la belga che la guarda allibita questo “igienizzante” non è null’altro che un veleno, nocivo per l’essere umano e per l’ambiente. Questo piccolo esempio e altri simili -ne potremmo ripetere all’infinito in ambiti diversi (cucina, igiene personale, educazione…)- ci permettono di percepire quanto le differenze si incontrino, si scontrino e si urtino quotidianamente all’interno della nostra comunità.

Dinanzi alla differenza, il giudizio emerge assai spontaneo e permette di rassicurarci riportando l’elemento perturbante nell’ambito del conosciuto. Noi siamo nel giusto e l’altro si sbaglia: è lui, secondo i casi, scortese, sporco, ingiusto, maleducato… spesso neppure pensiamo possibile un altro sguardo sulla realtà. L’altro ci disturba, ci irrita, ci scandalizza. Pur giudicando la mia cultura di appartenenza di poco superiore a quella dell’altro, questo può diventare molto pericoloso per chi è diverso da me, perché giudichiamo sempre a partire dai nostri criteri. Spesso questi ci sembrano universali e, troppo spesso. ci dimentichiamo che vanno contestualizzati: ad ogni cultura, comunità, parrocchia, famiglia corrispondono linguaggi, percezioni, codici e limiti.

Come starci dentro quando siamo chiamate a vivere insieme la quotidianità? Aprirci al dialogo, lasciare che le nostre certezze si sgretolino, accettare di cambiare lo sguardo per andare incontro all’altro e provare, almeno, a comprendere da dove viene, accettare di non capire, abitare insieme il disaccordo, lasciar cadere i nostri giudizi e pregiudizi, ritrovare i nostri bisogni comuni al di là delle nostre espressioni differenti o addirittura contradditorie.

Parlare insieme è una delle garanzie donataci per evitare di restare intrappolate nella nostra unica visione del mondo e di prenderla come riferimento totalizzante. In effetti quando lascio il mio Paese, la mia cultura, posso illudermi di essermi lasciata dietro ciò che è mio e che solo questo abbia già necessariamente aperto in me uno spazio per incontrare l’altro. Succede poi che progressivamente, incontrando l’altro con l’altro io prenda consapevolezza di quanto, invece, sia”piena”, abitata da ciò che è “mio” (tutto quello che mi ha formato, le mie abitudini, la mia storia…). 

È un processo faticoso, che non lascia indenni (devo “perdere” qualcosa a partire dall’idea di possedere la verità, di sapere cos’è giusto, cosa è meglio fare o meno): è un cammino appassionante che schiude nuovi orizzonti, allarga il nostro modo di concepire il mondo, rimette in discussione quel che credevamo essere universale.

L’incontro con l’altro diverso da me conduce ad una certa rinuncia, ha un suo prezzo: è un percorso che mi chiede di lasciare ciò che mi appartiene, ciò che mi ha permesso di crescere e che, quindi, mi è prezioso.

Per esempio, in Libano, di consuetudine, si accoglie qualcuno con un vassoio di frutta. È segno di ospitalità offrire la frutta già sbucciata e tagliata così che l’ospite possa servirsi agilmente. Immaginate quindi la nostra sorella libanese che secondo la sua usanza, riproduce lo stesso modello qui in Italia. Percependo un certo disagio ne abbiamo parlato insieme. Che sorpresa scoprire che, ricevendo la frutta già sbucciata, le sue sorelle, piuttosto che sentirsi onorate si sentivano infantilizzate. Dal canto suo, è rimasta scandalizzata nel constatare che, quando accogliamo degli ospiti, noi serviamo la frutta in un vassoio e non insistiamo perché 1 ‘ospite si serva per primo. Come sapere, se nessuno non glielo spiega, che servirsi dà l’autorizzazione all’altro a fare lo stesso? Quante altre cose che, apparentemente, sembrano andar da sé e che, invece, possono trasformarsi in enigmi se non addirittura in muri di incomprensione?

La differenza vissuta in comunità e con quanti ci circondano

Questa stessa dinamica (differenze, giudizi, conversione dello sguardo, apertura di orizzonti) si può rintracciare su scala diversa con le persone che ci circondano. In effetti è all’interno di un popolo ancora diverso da noi che siamo chiamate a vivere le nostre differenze culturali e personali. E come un sigillo che conferma il nostro desiderio di lasciarci interpellare dall’altro e con l’altro: un incoraggiamento capace di aiutarci ad accogliere le nostre differenze interne.

Chissà perché non ho problemi nell’accettare l’ignoranza dei miei vicini o degli italiani quando mi chiedono se sono musulmana e come mi sono convertita, mentre invece il problema nasce quando a chiedermelo è una mia sorella che subito giudico come stupida. Che cosa avviene in me quando mi accorgo del mio meravigliarmi di fronte alle continue espressioni di fede che costellano il quotidiano dei nostri vicini, quando, invece, mal sopporto quando mia sorella finisce le sue frasi con un “come Dio vuole” e: “che Dio ti benedica” come segno di gratitudine per un servizio ricevuto? Se accetto che il mio vicino si esprima così, perché volere che mia sorella lo faccia diversamente?

La nostra vita comune è una palestra, un laboratorio in cui allenarci ad accogliere e lasciarci trasformare dalla differenza dell’altro. L’alterità dei nostri vicini (che spesso accetto più facilmente) mi aiuta ad accogliere la differenza con le mie sorelle; d’altra parte, la differenza fra noi mi aiuta ad accettare la differenza con i nostri vicini.
Non potrebbe essere così anche nelle nostre parrocchie, associazioni, famiglie? Ognuno potrebbe chiedersi: come accolgo i nostri diversi punti di vista circa la missione, il lavoro da svolgere… sono ostacoli o risorse?
Questo riguarda anche gli interrogativi più legati alla nostra presenza: l’opportunità di intervenire o meno in un conflitto al campo; la possibilità di un’uscita serale fra di noi e le possibili ripercussioni che questo potrebbe destare nella relazione con in nostri vicini; o ancora quanto sia opportuno partecipare o meno ai matrimoni di rom minorenni; fino a chiederci come reagire ad una menzogna che ci riguarda… interrogativi che sono occasioni in cui crescere nella conoscenza reciproca. Ciò richiede tempo, energie, ascolto e rispetto… nessuna di noi ne esce indenne: interrogativi e domande non si attraversano senza perdite e ferite, senza incomprensioni e riconciliazioni.

La differenza fattore di cambiamento

Il cambiamento non è, prima di tutto, un processo personale, come ci ricordano e ripetono psicologi e guide spirituali? La missione ha ancora senso se non comincia con il cambiare noi stessi?

Possiamo desiderare migliorare le sorti dell’altro, salvarlo, cambiarlo, senza fare, noi stessi per primi, esperienza di cosa significhi essere salvati, lasciarsi salvare, lasciarsi trasformare interiormente?

Se penso alla missione da questo punto di vista, essa ha immediatamente e prima di tutto delle conseguenze su di me. Tutto questo mi implica in prima persona e spesso è molto più impegnativo, e molto meno facile. Quando io stessa, pur cosciente dell’importanza, non riesco a cambiare alcuni dei miei comportamenti, quando io stessa resisto a quanto mi viene imposto dall’esterno, posso ancora permettermi di inveire contro colui-coloro che vengo ad aiutare e che fanno fatica ad accettare, ad accogliere il mio aiuto, a rispettare la struttura che dò??

Piuttosto che volere l’altro secondo i miei criteri, non mi rimane che accompagnarlo nel suo desiderio di cambiamento. Accompagnarsi diventa il luogo in cui può nascere il desiderio di cambiare insieme, d’inventare “qualcosa” di nuovo che né io né l’altro conosciamo ma che costruiremo insieme. Si tratta di vedere come prendiamo in con-siderazione la missione e, soprattutto, come ci lasciamo con-siderare da essa.

La missione ci trasforma trasformando il concetto stesso che abbiamo di missione. Non è forse quello che Gesù ha vissuto incontrando la donna sirofenicia (Mc 7,24-30)? Gesù stesso lascia che questo incontro lo converta, lo cambi. Un incontro totalmente altro (donna, pagana, appartenente ad un’altra cultura, madre). Gesù lasciandosi interpellare ne esce cambiato. L’incontro delle loro differenze dona una comprensione più piena (consapevole) della sua missione. Gli orizzonti si sono allargati o, almeno, i pre-concetti \ le pre-comprensioni sono ora meno rigide, c’è spazio per altro, c’è spazio per ciò che fin ll e fino ad allora non era mai stato de-siderato.

Umilmente, e sapendoci sempre in cammino, ciascuna di noi può affermare che ha almeno uno sguardo altro rispetto alle abitudini, tradizioni religiose e sociali… alle ricchezze culturali e ai punti deboli del proprio Paese. È ciò che ci racconta Rania rispetto alle modalità diverse che si hanno nel vivere il digiuno quaresimale. “Da noi il digiuno è piuttosto stretto, vicinissimo alla tradizione ortodossa: durante la quaresima non mangiamo né carne né tutto ciò che deriva dagli animali, è un cammino che ci viene offerto per avvicinarci alla Salvezza. Inizialmente ero scandalizzata nel constatare quanto in Italia si attribuisse poca importanza al digiuno. Non comprendevo. Con gli anni, ho cercato qualcuno che mi aiutasse a comprendere il senso del digiuno in occidente ed è così che, a poco a poco, sono entrata in questa modalità. Ho riscoperto che non posso “raggiungere” la Salvezza, ma che è questa a raggiungermi. Il digiuno non è che un mezzo: se intorno a me lo si vive, allora vi partecipo con gioia. Se, al contrario, non lo si pratica, preferisco mangiare con gli altri privilegiando la relazione, sapendo che non solo non sarà questo che mi impedirà di essere salvata, ma che questa può essere oggi la strada attraverso la quale lasciarmi raggiungere da essa. Ho così trovato una certa libertà rispetto alla tradizione, alle mie origini. Ora, anche in Libano, posso vivere il digiuno in maniera più libera e assumere le reazioni degli altri perché so profondamente che l’essenziale è nella mia relazione a Dio e agli altri qualunque sia il mezzo scelto”.

Concludiamo con una piccola storia che ben riassume questa nostra testimonianza. Dopo diversi anni di vita condivisa sotto la tenda, con i nomadi, una vicina musulmana ha detto alle piccole sorelle: “Ora siete diverse da quelle che eravate arrivando qui e anche noi siamo diversi. Noi e voi siamo diventati diversi e siamo cambiati. C’è un po’ di voi in noi e un po’ di noi in voi”

la relazione di Tomáš Halík al C.C.I.T. 2019 a Trogir in Croazia

Evangelizzazione: un incontro reciproco fra pellegrini

https://en.wikipedia.org/wiki/Tomáš_Halík

Il filosofo polacco Jósef Tischner1 inizia il suo saggio sulla fede in tempi di crisi con un racconto riguardante il conflitto tra un parroco e un artista, che aveva l’incarico di creare una pala d’altare per la nuova chiesa del santo fratel Albert Chmielowský.

Secondo le idee e le aspettative del parroco, nell’immagine, il santo fratel Alberto avrebbe dovuto tenere una pagnotta sopra le teste dei poveri e distribuire loro delle fette di pane. L’artista invece voleva dipingere il santo chinato davanti a un povero mentre dal povero avrebbe dovuto come trasparire la figura di Cristo.

Agli occhi dell’artista – ed è evidente che Tischner lo comprende e prova simpatia per lui – la rappresentazione del santo che si china verso il povero e gli dona il pane dall’alto e non sta davanti a lui, rivela il trionfalismo della Chiesa. Tischner (nel suo saggio) continua poi con una riflessione sul rapporto tra magistero e fede. Noi invece prendiamo un’altra direzione nell’interpretazione.

Entrambe le concezioni dell’immagine – fratel Albert, il santo, che distribuisce il pane ai poveri o fratel Albert, il santo, che scopre Cristo nei poveri che egli serve e proprio attraverso il servizio che presta – entrambe le concezioni rappresentano in effetti due modi di comprendere la Chiesa e il cristianesimo. Nel primo caso la Chiesa si autocomprende come proprietaria di Cristo, della verità e della fede, e per questo motivo può dare “dall’alto” ciò che già “le appartiene”. Questa modalità sembra essere logica: tu puoi distribuire solo ciò che possiedi, questa tuttavia è la “logica di questo mondo”. La “logica del regno di Dio” così come noi la leggiamo nel vangelo è qualcosa di diverso, è paradossale. Non si tratta solo del fatto che “a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto ciò che ha” ma si tratta di “chi non rinuncia a tutto ciò che ha non entrerà nel Regno di Dio”.

Una alternativa alla concezione della Chiesa come una Chiesa proprietaria, che possiede, è l’ideale di una Chiesa concepita come una “communio viatorum”, una comunità di pellegrini. È un cristianesimo che è un cammino, che deve continuamente riscoprire Cristo. Soprattutto quando i discepoli di Gesù, dopo l’annuncio e l’esempio del loro maestro, si mettono al servizio dei bisognosi, allora essi nei poveri incontrano Cristo. Loro lo scoprono proprio in quel povero, in quel nullatenente. Cristo viene proprio in quel “niente”. Niente, la povertà, il non possedere nulla, il non trattenere nulla – questo ci ricorda Meister Eckhardt – è quella porta attraverso la quale la pienezza viene nel mondo e che non assomiglia a nulla nel mondo.

Nel racconto del vangelo gli apostoli dopo la risurrezione, davanti alla tomba vuota sono stati invitati a ritornare nella loro patria, in Galilea. “Lì lo vedrete”. Oggi noi cristiani nella ricerca del Cristo vivente siamo chiamati a tornare a quelle forme del cristianesimo che spesso ricordano tombe vuote, “sepolcri e monumenti sepolcrali di Dio2”, siamo inviati al mondo dei bisognosi. Lì lo vedrete, lì lo incontrerete. Questa è la Galilea di oggi dove si può vivere il mistero della risurrezione e della vita nuova.

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Cristo, la verità, la fede, accadono (si realizzano) in quell’incontro, in quell’atto del donare, del servire, dell’uscire da se stessi – la Chiesa è nella situazione di colui che riceve solo se dà. In Cristo il donare e il ricevere sono strettamente indivisibili. Non si tratta solo del “tu non hai nulla che non abbia ricevuto” ma, ancora più radicalmente si tratta del “non hai altro che quello che hai donato”. Ricordiamoci dell’affermazione di Cristo a proposito del tesoro nel cielo.

Quando io parlo della “Chiesa possidente (proprietaria)” non penso alla proprietà della Chiesa che è stata spesso oggetto di critica nel corso storia, ovvero alla Chiesa ricca e potente, che possedeva molti beni materiali e che era strettamente legata al potere; tutto ciò per fortuna, in gran parte del mondo, fa parte di un passato che non ritorna. Io penso piuttosto alla ricchezza essenzialmente spirituale della Chiesa: la Chiesa “ha” il Vangelo, i sacramenti, i carismi, la successione apostolica, la dottrina, la conoscenza – essa ha Cristo, ha la verità…

Io non ho per nulla intenzione di negare questa pretesa alla Chiesa, al “Corpo mistico di Cristo”. Tuttavia è necessario chiedere: quale carattere ha questo possedere? E noi cristiani che rapporto abbiamo con questa ricchezza spirituale?

A volte mi viene in mente che noi non ci lasciamo istruire abbastanza dalla parabola dei talenti che sono stati assegnati (cfr Mt 25,14-30). A chi ha sotterrato con ansia tutto ciò che gli era stato dato, che non voleva distribuirlo, che neanche per un momento voleva rinunciare a ciò che gli era stato dato, che non voleva rischiare di perdere il talento, a questa persona fu infine tolta tutta questa sicurezza che aveva protetto con cura e gli fu tolta con umiliazione. Solo coloro che hanno donato, distribuito, quei valori che erano stati loro assegnati, che li hanno “investiti”, rischiando anche di perderli, solo questi hanno agito correttamente.

Non è che spesso la Chiesa assomiglia a quel giovane ricco, il quale si atteneva ai precetti, tuttavia non era in grado di rinunciare alla sua ricchezza, alle sue sicurezze? In molte parti del Vangelo, Gesù afferma che solo colui che ha rinunciato a tutto ciò che ha è libero per diventare un suo discepolo. Forse tutto questo riguarda non solo i beni materiali; anche la nostra ricchezza spirituale può essere una parte di quelle sicurezze alle quali noi dobbiamo rinunciare per essere liberi per un cammino ulteriore, liberi per la fede, liberi per la via del discepolato.

Sì, certamente, noi cristiani da secoli doniamo molto – attraverso l’insegnamento e la predicazione, il lavoro sociale e caritativo e attraverso tutto questo sicuramente diffondiamo il bene – tuttavia non è che spesso lo facciamo un po’ come quel fratello santo Albert nell’immaginazione del parroco, cioè dall’alto? Noi doniamo “del nostro superfluo”. Tuttavia agli occhi di Gesù trova grazia solo una povera vedova che dona prendendo dal poco che ha, dalla sua povertà.

Solo se noi saremo poveri riusciremo veramente a donare, saremo capaci di donare. Solo quando la nostra fede e le sue sicurezze saranno divenute così piccole, e poco appariscenti come un chicco di senape, allora noi riusciremo a portare a compimento i grandi doni di Dio3. La forza di Dio risalta innanzitutto nella debolezza umana; solo quando avremo il coraggio di ammettere le nostre debolezze e anche di accettarle, solo allora riusciremo ad aprire la porta all’azione della potenza di Dio (affinchè si manifesti l’effetto della potenza di Dio). Questo vale anche per le sicurezze teologiche: solo quando, come l’apostolo Paolo, riusciamo ad ammettere che la nostra conoscenza delle cose di Dio è solo parziale, come nei misteri, come in uno specchio, solo quando noi faremo questo la risposta a quei misteri si avvicinerà e lo specchio non sarà più cieco. Solo quando noi diventeremo consapevoli, con tutte le conseguenze, di essere in cammino e non già arrivati al traguardo, allora il nostro cammino non sarà più un girovagare in circolo, in un circolo vizioso, in un circolo diabolico, con un ripetersi senza uscita. Se il chicco di grano non muore non porta frutto.

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Papa Benedetto pronunciò, durante un viaggio nella Repubblica Ceca nel settembre 2009, delle parole meritevoli di attenzione: “Qui mi viene in mente la Parola che Gesù ha citato dal profeta Isaia, ovvero: il tempio di Gerusalemme dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56,7; Mc 11,17). /…/ Un luogo di preghiera per tutti i popoli, si pensava quindi ad un luogo di preghiera per uomini che conoscono Dio, per così dire, solo da lontano; si pensava a coloro che sono insoddisfatti dei loro dei, miti e riti, a coloro che sanno riconoscere ciò che è puro e ciò che è grandioso, anche se per loro Dio rimane il ‘Dio ignoto’ (At 17,23). Loro dovrebbero poter pregare il Dio sconosciuto e in questa maniera essere messi in contatto con il vero Dio, anche se nel buio. Io penso che la Chiesa dovrebbe costruire questa specie di ‘cortile dei gentili’ ancora oggi. Dovrebbe creare cioè un luogo dove possono sostare, trovare un appiglio (legame) quegli uomini che si rivolgono a Dio anche se non lo conoscono, anche se non hanno ancora trovato l’accesso al mistero, mistero di cui la vita interna della Chiesa è servitrice”.

Queste parole inizialmente mi hanno riempito di entusiasmo e di un sentimento di soddisfazione. È già da molto tempo che io vedo il senso del mio impegno complessivo nella Chiesa proprio in questo, nel creare uno spazio, un luogo per coloro che non si sentono a casa e che soprattutto non si sentono a casa nei banchi della chiesa e nelle definizioni ecclesiastiche e che, tuttavia, ciononostante possono percorrere con noi almeno una parte del cammino. Io sono profondamente convinto che la Chiesa, se non vuole diventare una setta, non deve preoccuparsi solo di coloro che “si identificano completamente con lei” ma dovrebbe anche fare spazio a coloro che non condividono completamente con lei il loro credo, la loro fede; fare spazio a coloro che cercano, a coloro che difendono in maniera gelosa “il proprio Dio” e che tengono le distanze dalla Chiesa, dalla prassi odierna e dalla “religione organizzata”. L’idea che la Chiesa ha bisogno di un certo contatto con le persone che credono a un “Dio ignoto” o con coloro che si orientano vagamente (confusamente) a “un qualche cosa” che “ci trascende”, questa idea è estremamente importante per il futuro della Chiesa e in un certo modo anche per il futuro di tutta la nostra civiltà.

Tuttavia dopo un certo tempo sono stato preso dal dubbio riguardo a quella metafora di Joseph Ratzinger. Non è che dietro questa metafora del “cortile dei gentili” si nasconde una certa concezione trionfalistica della Chiesa, simile a quella che Tischner e l’artista polacco sentivano che c’era dietro al progetto del parroco di fare un’immagine del santo fratello Albert che distribuiva il pane “dall’alto”? Non è che dietro a questa comparazione, sia pure in senso buono, della Chiesa con il tempio di Gerusalemme si nasconde qualcosa di molto pericoloso?

La Chiesa deve veramente assomigliare a quella costruzione altamente ambiziosa “dentro” la quale ha luogo l’azione sacra, a un grande santuario accuratamente sorvegliato, che è fisicamente diviso: riservato ai sacerdoti, anzitutto, poi agli uomini del popolo eletto, dopo ancora alle donne e alla fine ai “non circoncisi”? Non era proprio questo tipo di religione, rappresentata attraverso il tempio, oggetto della continua critica dei profeti e soprattutto di Gesù stesso? Non è stato proprio Gesù a dire, di quel tempio che fa gioire gli occhi dei devoti, che non rimarrà pietra su pietra (anche se proprio per queste dure parole egli pagò con la condanna a morte davanti al sinedrio)? E questa profezia di Gesù non si è già compiuta da molto tempo? Non ha già la “magnificenza di Dio” abbandonato il tempio? E non hanno proprio mostrato già Gesù, Paolo e l’autore della lettera agli Ebrei che non dobbiamo cercare più Dio nel tempio perché egli è definitivamente uscito dal tempio – e andato certamente molto oltre il cortile dei gentili? Non sottolinea il Vangelo che con la morte di Gesù “il velo del tempio si squarciò in due”?

La Chiesa, oggi, è in una situazione in cui si può permettere di aprire “il cortile dei gentili” o è piuttosto in una situazione in cui dovrebbe recarsi in maniera umile nei “cortili dei gentili” per tentare di rivolgere la parola ai “gentili/pagani” nella loro lingua, usando il loro linguaggio, come fece ad esempio Paolo nell’Areopago?

Non è solo il tempio di Gerusalemme a trovarsi oggi in rovina – così come aveva previsto la profezia di Gesù – bensì anche l’edificio del tempio del cristianesimo. Quella “civiltà cristiana” che brillava di oro ed era ben fortificata, in maniera tale che risvegliava una particolare ammirazione, giace oggi in rovina. D’altra parte negli odierni cortile dei gentili i banchetti dei venditori e dei commercianti sono assediati in maniera animata e vivace come nei tempi passati; c’è una grande quantità di “merce religiosa” disponibile rapidamente e a buon mercato. La domanda è grande e l’offerta svariata.

Non siamo oggi nella situazione che di quel “tempio” sublime, forma della religione cristiana, rimane solamente il “muro del pianto”?

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A mio parere, il secondo elemento rischioso di quella metafora del papa, è il mettere a confronto colui che è alla ricerca di religioso oggi, colui che adora “il dio sconosciuto”, con il pagano devoto del tempo di Gesù. Chi sono coloro per i quali oggi la chiesa dovrebbe aprire il “cortile dei gentili”?

Sono coloro che oggi venerano un “dio sconosciuto” i pagani devoti, come ai tempi in cui il tempio di Gerusalemme esisteva ancora e Paolo predicava ad Atene? O sono piuttosto gli ex cristiani e i “post-cristiani” (quindi i figli e i nati successivamente rispetto alla “cultura cristiana”) che la Chiesa di oggi non solo dovrebbe convincere di ciò di cui (anche se senza successo e in maniera vana) Paolo ha tentato di convincere i suoi ascoltatori nell’areopago? Ovvero convincerli che il “dio sconosciuto” che loro cercano e professano, a noi è ben conosciuto in Cristo, rivelatosi in tutta la sua pienezza sulla croce e nella risurrezione di Gesù di Nazaret e che loro possono incontrare ancora oggi nella Chiesa?

Il cristianesimo di oggi ha quei simpatizzanti come li aveva l’ebraismo ai tempi di Gesù? Chi sono, come bisogna chiamarli, come bisogna capirli, come bisogna comunicare con loro?

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Se noi vogliamo veramente rivolgerci a coloro che sono in ricerca, dovremmo evidentemente farlo non come coloro che in maniera generosa aprono “il cortile dei gentili” (perché loro stessi hanno il diritto di cittadinanza all’interno del santuario), non dovremmo farlo come coloro che davanti a loro si chinano (dall’alto in basso) come faceva il santo fratello Albert nella versione del parroco. Se vogliamo veramente incontrare coloro che sono effettivamente in ricerca in maniera credibile allora questo incontro deve essere un incontro reciproco tra pellegrini – non un incontro fra coloro che posseggono e coloro che stanno morendo di fame, fra coloro che sanno e coloro che cercano, fra coloro che sono già arrivati al traguardo e coloro che stanno ancora girovagando. Se noi consideriamo gli altri “fratelli separati”, riveliamo spesso di essere inconsapevolmente nel ruolo del vecchio fratello coraggioso e virtuoso – quindi in quel ruolo nei confronti del quale Gesù ci mette in guardia nella parabola del figliol prodigo (cfr. Lc 15,11-32).

Dei molti simboli e metafore bibliche la Chiesa, quando si definì nell’ultimo Concilio, ha messo in evidenza soprattutto l’immagine veterotestamentaria del “popolo di Dio in cammino”. Tuttavia i cristiani di oggi non sono solo una “comunità di pellegrini”. I cambiamenti incisivi del mondo di oggi relativizzano tutti i confini e costringono una grande quantità di persone da diverse parti della terra e con diverse visioni del mondo, a lasciare la loro casa e a varcare i confini delle loro tradizioni. La necessità di andare d’accordo e di evitare i conflitti noi l’abbiamo collegata fin dai tempi dell’illuminismo con la parola tolleranza; oggi dovremmo forse parlare di una “solidarietà tra pellegrini”.

Io suppongo che questa nostra solidarietà di cristiani possa implicare il fatto che noi rinunciamo al monopolio della conoscenza di Cristo – nel senso che rinunciamo a quella sicurezza a priori data dalla convinzione che noi abbiamo già conosciuto Cristo pienamente, che noi lo possediamo e per questo lo possiamo offrire agli altri. Dio è un mistero insondabile, inesauribile. La fede, la convinzione della Chiesa che Gesù Cristo è Dio, è “di essenza divina”, che è “uno con il Padre” e così via, mi porta ad essere persuaso che io non ho “a mia disposizione” Cristo in ogni momento della mia vita, cosa che mi porterebbe a pensare che non mi rimanga altro da scoprire ancora su di lui, che lui non sia più per me un mistero inesauribile, un invito a un nuovo incontro ed a una scoperta infinita.

Forse “il cortile dei gentili” può essere anche per noi il luogo dove possiamo scoprire Cristo in maniera più profonda e incontrarlo – e proprio negli altri. E questa via ci può portare ancora più avanti, al di là del “cortile dei gentili” che è circoscritto al tempio. Forse questa via ci porta dai veli squarciati del tempio e dalle tenebre del venerdì santo, verso Emmaus, dove ci cadono le bende dagli occhi e dove solo quando noi “spezziamo il pane” con gli altri si crea la situazione in cui “Cristo av-viene” (cioè si fa esperibile in mezzo a coloro che credono), la situazione in cui noi possiamo fare esperienza di lui, sia gli uni che gli altri (cfr. Lc 24,13-35). Sulla via verso Emmaus, Cristo compare nella forma di un “pellegrino sconosciuto”.

Scoprire Cristo negli altri – questa esortazione non riguarda solo i poveri che aspettano il nostro pane. Secondo il Vangelo di Matteo, Cristo nell’ultima cena svela la sua presenza incognita con queste parole: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e senzatetto e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). Cosa può significare l’esortazione, l’invito ad accogliere quelli che sono stranieri e senzatetto?

Forse ciò significa anche che l’altro, sia esso di “altra confessione”, sia un “pagano” o un “ateo”, per me non è un oggetto della mia missione al quale io posso dare Cristo e la fede come qualcosa che – a differenza di lui – “posseggo” già. Forse Cristo viene verso di me anche in colui che percorre altre vie rispetto alle mie, colui che per me è un “pellegrino straniero e sconosciuto”.

Per molti secoli i cristiani hanno ritenuto che ci fosse un’unica conversazione sensata e veramente auspicabile con un “pagano”: una conversazione che portava alla sua conversione, che lo conduceva alla soglia della Chiesa e che culminava nel dialogo di ammissione al percorso del catecumenato:

Cosa chiedi alla Chiesa di Dio?”.

La conoscenza di Cristo”.

E perché vuoi conoscere Cristo?”

Per diventare suo discepolo”.

Immaginiamoci per un momento uno scambio di ruoli: Ora sono gli altri, i “pagani”, a chiedere ai cristiani: Cosa volete da noi? E sono i cristiani che questa volta rispondono loro: “La conoscenza di Cristo”. “E perché volete conoscere Cristo?”. “Per diventare suoi discepoli”.

Senza dubbio la Chiesa è chiamata a predicare, a battezzare, a distribuire i sacramenti, a donare ciò che essa ha già ricevuto da Cristo. Contemporaneamente è tuttavia anche chiamata a cercare sempre Cristo, a cercarlo nell’altro, a incontrarlo come un pellegrino sconosciuto, a stupirsi della sua grandezza incessante e indicibile e della sua ricchezza inesauribile; questa ricchezza si cela in tante maniere così nascoste – noi dobbiamo continuamente diventare suoi discepoli.

***

Nel corso della storia, i cristiani hanno imparato a tenere le distanze dalle concezioni di Dio che sono umane, troppo umane; non è giunto il tempo di mettere in dubbio le concezioni e le immagini tramandate che i cristiani si fanno degli altri, di “coloro che credono in altro”?

Il Dio di cui narra la Bibbia trascende radicalmente le nostre concezioni e i nostri giudizi e amplia l’orizzonte del possibile al di là dei confini: “A Dio niente è impossibile”. Il giudizio universale, il giudizio di Dio, così come lo descrive Cristo, sarà il momento di una grande sorpresa. Solo allora Cristo ci mostrerà le molte forme in cui ci ha incontrati nell’altro, nello straniero. Saranno redenti coloro che gli sono venuti incontro anche se non lo hanno riconosciuto. Forse è proprio questo andare incontro allo straniero che rende possibile la reale conoscenza di Cristo.

Perché vuoi conoscere Cristo?” chiede il Vescovo a nome della Chiesa ai futuri catecumeni. “Per diventare suoi discepoli”, suona la risposta prescritta. Forse possiamo girare questo dialogo in maniera diversa. Noi diventiamo suoi discepoli se, nella relazione con l’altro, diventiamo prossimi, come egli stesso ci ha insegnato. Secondo l’esempio di Paolo, che divenne “giudeo con i giudei e greco con i greci”, diventiamo “tutto in tutti”. Se diventiamo discepoli in questa maniera allora sì che lo riconosceremo veramente e solo allora lo accoglieremo così come egli è.

Cristo è il pane che viene donato: se lo vogliamo incontrare dobbiamo essere contemporaneamente coloro che donano e coloro che ricevono. Noi riceviamo donando e doniamo rinunciando a ciò che possediamo, collocandoci umilmente fra i bisognosi, fra coloro che sono aperti ai doni e li accettano in maniera riconoscente.

(Questo studio è stato reso possibile attraverso il sostegno del progetto “Creatività e capacità di adattamento, presupposto per il successo dell’Europa in un mondo interconnesso”. Reg. Nr. CZ.02.1.01/0.0/0.0/16_019/0000734, finanziato dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale.) Versione rivista di un capitolo di Divadlo pro anděly (Prague, NLN 2010). Traduzione di Milena Brentari.

1 Tischner, J., Wiara w godzinie przełomu, in: ders., Ksiądz na manowcach, Krakow 1999. Jósef Tischner (1931-2000), era un noto filosofo polacco, sacerdote, e uno dei padri spirituali del movimento Solidarność.

2 Cfr. Nietzsche, F., La gaia scienza. Terzo libro 125. L’uomo folle.

3 Per approfondire cfr. Halík, T., Nachtgedanken eines Beichtvaters. Glaube in Zeiten der Ungewissheit, Freiburg 2012; (traduzione italiana: La notte del confessore. La fede cristiana in un tempo di incertezza, Paoline, Milano 2013).

il programma del C.C.I.T. 2019 a Trogir in Croazia

PROGRAMMA

Trogir 5-7 Avril 2019 ( I )

La missione di ritorno: sorgente di cambiamento

L’incontro vero cambia lo sguardo, la teologia, la pastorale, la cultura di colui che incontra e di colui che è incontrato: invito a un condivisione in reciprocità per le nostre comunità, le nostre chiese, le nostre società.

Venerdi 5 Aprile

Pomeriggio : Accoglienza

19 h Cena

20 h 30 Preghiera animata dalla Croazia: Rev Marijo KOPJAR (HR)

21 h ‘vino dell’amicizia ‘

Sabato 6 Aprile

8 h 30 Saluti da parte del gruppo della Croazia : Mons Josip MRZLJAK (HR)

Messaggio del Consiglio Pontificto Sr Alessandra(Vat)

Introduzione Claude DUMAS (F)

9 h 30 Discussione, scambi in carrefour

10 h 30-11h Pausa

11 h – 12h30 Conferenza : Tomas HALIK (CZ)

12h30 Pranzo

15 h 00 Intervento di 2 testimoni : Nathalie Gadéa (F) – Piccola sorelli di Gesus (I)

16 h 00 Pausa

16 h 30 -18h Discussione, scambi in carrefour

18 h 30 Eucaristia (HR)

19 h 30 Preparazione serata festiva

20 h Serata festiva

Domenica 7 Aprile

8 h 15-9h La situazione in Croazia . Prof.dr.sc Neven HRVATIĆ (HR)

Prof.Kristina ČAČIC (HR)

Informazioni- data e luogo del prossimo CCIT

9 h 00 -10 h Discussione, scambi in carrefour

10 h Pausa

10 h 30 Assemblea plenaria: resoconto dei  gruppi di discussione

Conclusione 

11 h 30 Eucaristia CCIT (omelia por Claude DUMAS (F).

12 h 30 Pranzo

13 h 45 Partenza per la visita turistica

ritorno in serata a Trogir

la chiesa missionaria tra i rom si ritrova col volto cambiato dai rom stessi – a Trogir il C.C.I.T. 2019

 

 

 

 

 

     IL C.C.I.T. 2019 IN CROAZIA

Si è svolto nei giorni scorsi, dal 5 al 7 aprile, a Trogir, in Croazia, nel grandioso e ospitale albergo Medena, il C.C.I.T. 1920 (Comitée Catholique International pour les Tziganes), che ha messo al centro dell’attenzione, riflessione e dialogo dei vari operatori pastorali tra il popolo rom provenienti da una quindicina dei paesi europei, avente come titolo:

“la missione di ritorno: sorgente di cambiamento”

nella consapevolezza (che si forma ogni giorno di più nell’incontro accogliente, , dialogico, ‘innamorato’ dell’alterità dell’ ‘altro’ che nella sua ‘diversità’ e ‘alterità’ arricchisce e ‘mette in crisi’ l’umanità dei due) che

“l’incontro vero cambia lo sguardo, la teologia, la pastorale, la cultura di colui che è incontrato”

e una vera ‘missionarietà’ verso il mondo dei rom è un forte

“invito a una condivisione in reciprocità per le nostre comunità, le nostre chiese, le nostre società”

Secondo il programma il pomeriggio del venerdì 4 aprile ci siamo ritrovati e accolti reciprocamente nella cena comune, nella preghiera animata dal gruppo pastorale della Croazia e dal consueto ‘vino dell’amicizia’.

La mattina del sabato 6 aprile, dopo il messaggio del Consiglio Pontificio nella persona del Card. Turkson e portatoci da suor Alessandra e l’Introduzione del presidente del C.C.I.T. il sacerdote rom Claude Dumas,

ha avuto luogo la conferenza del teologo, filosofo, sociologo Tomàs Halìk che ha delineato una profonda distinzione fra una chiesa che ‘distribuisce il pane ai poveri’ e una chiesa che ‘scopre Cristo nei poveri che serve e proprio attraverso il servizio che presta’, due modi radicalmente diversi di comprendere la chiesa e il cristianesimo, la missionarietà, la nostra stessa presenza tra i rom.

“Se noi vogliamo veramente rivolgerci a coloro che sono in ricerca, dovremmo evidentemente farlo non come coloro che in maniera generosa aprono ‘il cortile dei gentili’ (perché loro stessi hanno il diritto di cittadinanza all’interno del santuario), non dovremmo farlo come coloro che davanti a loro si chinano (dall’alto in basso) … Se vogliamo veramente incontrare coloro che sono effettivamente in ricerca in maniera credibile allora questo incontro deve essere un incontro reciproco tra pellegrini – non un incontro tra coloro che posseggono e coloro che stanno morendo di fame, fra coloro che sanno e coloro che cercano, fra coloro che sono già arrivati al traguardo e coloro che stanno ancora girovagando. Se noi consideriamo gli altri ‘fratelli separati’, riveliamo spesso di essere inconsapevolmente nel ruolo del vecchio fratello coraggioso e virtuoso – quindi in quel ruolo nei confronti del quale Gesù ci mette in guardia nella parabola del figliol prodigo (cfr. Lc 15, 11-32)”.

“Cristo è il pane che viene donato: se lo vogliamo incontrare dobbiamo essere contemporaneamente coloro che donano e coloro che ricevono. Noi riceviamo donando e doniamo rinunciando a ciò che possediamo, collocandoci umilmente fra i bisognosi, fra coloro che sono aperti ai doni e li accettano in maniera riconoscente”

Densa e stimolante, la relazione di Halìk è stata oggetto di dialogo, discussione, riflessiione e approfondimento nei diversi ‘gruppi di lavoro’ (Carrefour per gruppi linguistici).

Il pomeriggio del sabato ha visto l’apprezzabile testimonianza di Nathalie Gadéa e delle Piccole Sorelle di Gesù, la celebrazione eucaristica e la serata festiva che come da tradizione vede la messa in comune dei prodotti culinari più tipici e caratteristici dei vari luoghi di provenienza dei partecipanti con le immancabili musiche e danze rom.

 

 

La mattina della domenica 7 aprile ha avuto luogo la descrizione della ‘situazione in Croazia’ (una analisi della realtà sociale e religiosa della vita dei rom in Croazia) da parte dei professori Neven Hrvatì e Kristina Cacic

L’eucarestia con l’omelia del presidente Claude Dumas e il pranzo hanno chiuso il C.C,I,T, 2019 dandoci l’appuntamento in Italia per il C.C.I.T. 2020.

l’ ‘inammissibile “amnesia storica” a proposito dello sterminio di rom e sinti

l’olocausto di rom e sinti

Porrajoms

lo sterminio di cui non si parla

  Sull’olocausto di rom e sinti da parte del regime nazifascista è calata un’inammissibile “amnesia storica”. Ma 500 mila morti non si possono dimenticare

l’appello di Moni Ovadia e del rabbino Ariel Toaff affinché il Giorno della memoria venga dedicato anche alle vittime rom e sinti

500 mila morti praticamente dimenticati. Chi non conoscesse la parola porrajmos, non se ne faccia però una colpa: dell’olocausto dei popoli rom e sinti in Italia si parla ben poco. Ma è una mancanza grave, un’inammissibile “amnesia storica” a cui si deve porre riparo. In lingua romanes porrajmos significa infatti “devastazione” e indica lo sterminio delle minoranze rom e sinte da parte del regime nazifascista. La Shoah dei rom e dei sinti, per dirla in breve.

Una tragedia quasi rimossa, tant’è che quando nel 2000 venne istituito il Giorno della memoria per ricordare gli ebrei vittime della persecuzione, lo sterminio dei rom non venne nemmeno preso in considerazione. Per questo lo scorso ottobre l’artista Moni Ovadia e il rabbino Ariel Toaff hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: obiettivo, chiedere che la memoria del 27 gennaio venga dedicata anche al porrajmos.

Se tanti sanno infatti che Elvis Presley, Zatlan Ibrahimovic e le famiglie Togni e Orfei appartengono al popolo rom, pochissimi ricordano che dalla metà del dicembre 1942 rom e sinti di tutta Europa furono deportati nei campi di concentramento e sterminati alla pari di ebrei, omosessuali, persone con disabilità e dissidenti politici. «Mio padre, nato a Postumia, a cinque anni fu deportato nel campo di concentramento di Tossicia, in provincia di Teramo», dice Giorgio Bezzecchi, docente di Lingua e cultura romanì all’Università di Pavia e figlio di Goffredo Bezzecchi, sopravvissuto all’internamento.

Parlando a nome del padre Goffredo, 80 anni e provato prima dalle conseguenze dell’internamento sulla psiche e poi dalla malattia, nei giorni scorsi Bezzecchi è intervenuto davanti agli studenti dell’istituto Severi-Correnti di Milano. Con sé aveva la Targa d’Argento del Senato, assegnata al padre lo scorso aprile. «Per la prima volta abbiamo ricevuto un riconoscimento istituzionale per la persecuzione», ha fatto notare Bezzecchi. «In Slovenia avevo una grande famiglia ma oggi non ce l’ho più». I nonni e una zia di Goffredo furono infatti deportati e uccisi ad Auschwitz, il padre fu condotto a Birkenau e altri parenti internati nel campo di Agnone (Isernia). Uno degli zii nacque invece a Tossicia nel 1943 e «lo chiamarono Benito», ricorda amaro Bezzecchi.

In Italia i campi d’internamento disposti per gli “zingari” furono 50, da Vinchiaturo (Campobasso) a Perdasdefogu, in Sardegna, passando per Ferramonti (Cosenza). «Mio padre racconta che non avevano le scarpe. Faceva freddo, avevano ognuno un vestito e c’erano solo due coperte per tutti, anche quando nevicava. Avevano fame e soffriva per la clandestinità: nessuno li voleva e temevano di morire», riprende Bezzecchi. «Mio padre oggi è scosso dal disinteresse per chi muore nel Mediterraneo.  Io stesso sono molto preoccupato: mi spaventa il silenzio della società civile».

Oggi in Italia fra rom, sinti  e camminanti (un gruppo che vive nella Sicilia orientale, ndr) si parla 110-170 mila persone, pari alla popolazione della città di Mantova. «A Milano, dove vivo con la mia famiglia, spesso siamo stati additati come “un problema da sgomberare”… ma siamo 4 mila, di cui 2 mila minorenni, su un milione di residenti: non certo cifre da potersi considerare “un problema”», fa notare Bezzecchi.

Rom e sinti sono la più grande minoranza europea: tra i 10 e i 12 milioni distribuiti fra Italia, Spagna e Germania soprattutto. «Sono tutti cittadini europei. Si tratta di persone per lo più sedentarie, in Italia solo il 3 % dei rom, i circensi, pratica il nomadismo », spiega Carlo Scovino di Amnesty International. «Eppure è da più di 500 anni che queste persone subiscono forme più o meno esplicite di discriminazione, dal pregiudizio allo sterminio, passando per le classi speciali nella scuola pubblica e la richiesta di schedatura come negli anni Quaranta e nel 2008».

L’antiziganismo ha origini antichissime, che in Italia risalgono al 15° secolo. «La parola zingari viene dal greco atziganoi, che significa “persone senza Dio”. Arrivarono in Europa dall’India e dal Bangladesh nel 1300, subito indicati come un gruppo diverso, pericoloso e quindi da allontanare», spiega Ulderico Daniele, antropologo e docente all’Università degli Studi di Roma Tre. Fra gli stereotipi duri a morire, gli zingari ruberebbero i bambini e sarebbero, di default, ladri. «A dir la verità fino al 1973 è stata la civilissima Svizzera a strappare i “figli del vento” alle famiglie per rieducarli in istituto. E per quanto riguarda la delinquenza, i disonesti ci sono in tutte le popolazioni», chiude Scovino: «Non si tratta di beatificare i rom, ma oggi sembra che davanti alla legge cada il principio dell’uguaglianza».

rom e sinti e lo sterminio nazista

il Porajmos

lo sterminio nazista di rom e sinti, ci sia di lezione per l’oggi

di Annamaria Rivera

Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (rom, sinti e caminanti) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso Processo di Norimberga ai superstiti del Porajmos (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile.

Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcuni/e studiosi/e − in particolare il rom Ian Hancock, ottimo linguista ma anche strenuo attivista, nonché direttore del Romani Archives and Documentation Center, presso l’Università del Texas − sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri, se si comprendono coloro che perirono nel corso delle fucilazioni di massa in tutte le aree occupate dai nazisti, in particolare nei paesi baltici e balcanici, a opera non solo dei nazisti, ma anche dei collaborazionisti locali.

Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli eterni randagi privi di senso morale”, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del Manifesto della Razza.

Con le leggi per “la difesa della razza” e l’entrata in guerra dell’Italia, si passò rapidamente dalle pratiche di schedatura, detenzione ed espulsione a quelle di persecuzione e deportazione, preceduta dall’internamento in lager riservati agli “zingari”: ve ne furono nei comuni di Agnone, Berra, Bojano, Chieti, Fontecchio negli Abruzzi, Gonars, Prignano sulla Secchia, Torino di Sangro, Tossicia, ma anche nelle isole Tremiti…

Il regime hitleriano, com’è ben noto, portò alle estreme conseguenze l’antiziganismo, che era assai diffuso, anche in forma istituzionale, perfino nella democratica Repubblica di Weimar: per fare un solo esempio, nel 1929 un centro di studi e controllo su questa minoranza, fu rinominato e convertito in Ufficio centrale per la lotta contro la piaga zingara. Subito dopo l’avvento del Terzo Reich, nel 1933, fu promulgata la legge Per la prevenzione di progenie affetta da malattie ereditarie, che introdusse la pratica della sterilizzazione forzata anche per rom e sinti, perfino per donne incinte e ragazzi, con esiti in non pochi casi letali.

Nel 1935 si aggiunsero le leggi razziste di Norimberga, che privarono la minoranza romanì della nazionalità e di qualsiasi pur elementare diritto. Tre anni dopo, una circolare emanata da Heinrich Himmler faceva riferimento alla “soluzione finale della questione zingara” e ordinava la schedatura di tutti gli “zingari”, che fossero nomadi o stanziali.

Già a partire da dicembre del 1941 cinquemila “zingari”, provenienti dal ghetto di Łódź, furono gasati nel campo di sterminio di Chelmno, al pari degli ebrei. Infine, il 16 dicembre 1942, Himmler firmò l’ordine d’internamento dei rom e sinti tedeschi nello Zigeunerlager del campo di Auschwitz-Birkenau, un lager nel lager. Qui anche dei bambini “zingari”, oltre a quelli ebrei, sarebbero stati selezionati per essere sottoposti agli orrendi esperimenti pseudo-scientifici di Josef Mengele.

Nondimeno gli “zingari” vendettero assai cara la pelle. Furono loro gli attori dell’unico episodio di resistenza compiuto in un lager. Il 16 maggio del 1944, avuta notizia dello sterminio imminente, un folto gruppo d’internati nello Zigeunerlager, armato di pietre e bastoni, riuscì a tenere testa alle SS, tanto da ucciderne undici e ferirne un buon numero. La loro rivolta durerà ben tre mesi, fino alla “soluzione finale”. Lì furono in 19.300 a perdere la vita: 5.600 finirono gasati; 13.700 morirono per fame, per malattie, per gli esiti delle sperimentazioni compiute dall’Angelo della Morte.

Tuttora, specialmente in Italia, rom, sinti e caminanti, sbrigativamente chiamati “zingari”, costituiscono la minoranza più disprezzata e stigmatizzata, discriminata ed emarginata, addirittura segregata: sono, si potrebbe dire, le vittime strutturali del razzismo. Si tenga conto che l’ordinamento italiano non contempla alcuna norma che riconosca questa popolazione quale minoranza etnico-linguistica, in quanto tale titolare di diritti poiché tutelata, tra l’altro, dall’art. 6 della Costituzione repubblicana.

Si aggiunga che l’Italia è il solo Paese in Europa ad aver elevato a vero e proprio sistema i cosiddetti campi-nomadi: materializzazione perfetta della discriminazione nonché del pregiudizio che vuole che essi siano nomadi per natura e vocazione. Si tratta di un sistema di ghetti, per lo più degradati e collocati in periferie urbane estreme, esse stesse degradate, che viene organizzato e sostenuto pubblicamente allo scopo di segregare gli “zingari”, privandoli della possibilità di lavorare, partecipare alla vita italiana, avere contatti e rapporti con la società maggioritaria.

Il repertorio di pregiudizi, atti discriminatori, violazioni di diritti umani fondamentali, minacce e aggressioni ai danni di rom e sinti, fino all’incitamento al linciaggio da parte di alcuni soggetti istituzionali e rappresentanti di partiti politici, è talmente vasto che non basterebbero alcuni tomi a contenerlo. Fra le altre cose, eventi abituali nella vita dei rom e dei sinti sono le irruzioni nei “campi-nomadi” delle forze di polizia, condotte con metodi tanto brutali da somigliare a rastrellamenti, nonché gli sgomberi forzati, la sistematica distruzione dei loro insediamenti e delle loro cose, spesso seguita dalla deportazione.

In Italia da alcuni anni la politica istituzionale antizigana, basata su sgomberi e deportazioni, si compie attraverso la periodica decretazione dello stato di emergenza, una misura che dovrebbe essere riservata solo ai casi di gravi calamità naturali quali i terremoti. L’”emergenza-nomadi” è in sostanza una misura che assimila a una catastrofe la presenza di poche migliaia di “indesiderabili”: basta pensare che i rom presenti a Roma, città che s’illustra per questo genere di politica, sono poco più di 4.500 persone su 4.355.725 abitanti (dati del 2018), vale a dire circa lo 0,1 per cento della popolazione.

Pochi dati fanno risaltare, per contrasto, di quante dicerie e leggende si nutrano la discriminazione e segregazione dei rom, sinti e caminanti, a cominciare dal mito del nomadismo: l’80% dei cosiddetti zingari dopo il XVI secolo non si sono mai allontanati dal proprio paese europeo di residenza; in alcune regioni italiane essi sono stanziali almeno dal XV secolo.

Secondo dati del 2018, sarebbero tra le 110mila e le 170mila le persone che s’identificano come rom, sinti o caminanti. Di loro circa 70mila sono di nazionalità italiana, per lo più discendenti da famiglie giunte in Italia nel tardo Medioevo. Gli altri provengono in gran parte da paesi dell’Est-Europa, soprattutto dalla Romania, quindi in quanto tali “regolari” e inespellibili. Checché ne pensi Beppe Grillo, che già nel 2007 definiva “una bomba a tempo” i rom di nazionalità romena e proponeva d’interdire loro la libera circolazione nell’Ue, onde salvaguardare “i sacri confini della Patria”.

A vivere nei campi sono in 26mila, dei quali 10mila in campi non autorizzati. Più della metà di loro è costituita da bambini e ragazzi al di sotto dei 16 anni. La fame, il freddo, l’emarginazione, le malattie, i roghi, la discriminazione negano loro il diritto di invecchiare: solo il 2% raggiunge i 60 anni di età.

Eppure la gran parte di questa minoranza, come ho detto, è parte integrante della popolazione e della storia italiane. Per limitarci a un dato relativo alla storia contemporanea, basta dire che numerosi rom e sinti parteciparono alla Resistenza contro il nazifascismo. Fra i pochi dei quali conosciamo le biografie, si può citare il sinto piemontese Amilcare Debar, detto Taro, scomparso il 12 dicembre 2010. A soli diciassette anni Taro fu staffetta partigiana; poi, sfuggito fortunosamente alla fucilazione, divenne partigiano combattente nelle Langhe e militò, con il nome di “Corsaro”, nel battaglione “Dante di Nanni” della 48ma Brigata Garibaldi, al comando di Pompeo Colajanni. Rastrellato dai nazisti nel 1944, fu deportato a Mathausen e ad Auschwitz e liberato nel 1945.

Nel dopoguerra egli fu rappresentante del suo popolo alle Nazioni Unite a Ginevra.

Benché onorato e pluridecorato, Taro, al pari di altri rom e sinti sopravvissuti ai campi di sterminio, visse fino alla fine dei suoi giorni in un “campo-nomadi”. Nel 2008 (ministro dell’Interno Maroni) nel corso di una vasta campagna istituzionale mirante alla schedatura “etnica” di massa, con rilevamento delle impronte digitali, dei rom, sinti e caminanti presenti sul territorio italiano, compresi i bambini, furono schedati anche ex-deportati ed ex-internati nei lager fascisti e nazisti.

Oggi, niente di buono per loro c’è da aspettarsi dal governo fascio-stellato. Appena insediatosi, Matteo Salvini, annunciando un censimento “etnico” alla maniera di Maroni, ne sparò una delle sue: “Se gli stranieri irregolari vanno espulsi, i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”. Quanto alla famigerata legge sulla sicurezza, da lui fermamente voluta, rafforzando ed estendendo il “Daspo urbano” e altri dispositivi repressivi, essa ancor più espone la minoranza romaní a soprusi, discriminazioni, deportazioni.

l’evangelizzazione dei rom e sinti in Italia – il volume di L. Piasere

la chiesa nomade

per un’antropologia storica dell’evangelizzazione cattolica dei rom e sinti in Italia

“Cari zingari, cari nomadi, cari gitani, venuti da ogni parte d’Europa, a voi il nostro saluto.”

Con queste parole il 26 settembre 1965 papa Paolo VI inizia il suo discorso in un grande raduno che viene considerato oggi il punto di partenza per nuove strategie pastorali verso rom e sinti. Il libro analizza il modo in cui la Chiesa cattolica contribuisce alla metamorfosi dei “nomadi” nell’Italia (e in parte nell’Europa) della seconda metà del Novecento attraverso quelle nuove strategie pastorali. Si tratta di strategie che portarono decine di preti, suore e laici a vivere con i “nomadi” in nome della condivisione in Cristo, che svilupparono un’editoria cattolica rivolta ai “nomadi” o riguardante i “nomadi”, che favorirono la traduzione in romanes di testi ezvangelici e liturgici e che portarono agli onori degli altari, per la prima volta nella storia, un “nomade”. Ma le strategie pastorali non appaiono sempre omogenee e concordi all’interno della Chiesa, né nei rapporti con i “nomadi”, né nei rapporti con le autorità diocesane e parrocchiali. Partendo dalle esperienze etnografiche dell’autore, il volume analizza tali rapporti, tenendo in considerazione le storie di vita di singoli missionari e attivisti religiosi che hanno vissuto per decenni nei campi nomadi o nei quartieri rom della Penisola.

Leonardo Piasere è professore ordinario di Antropologia culturale all’Università di Verona. Specialista di studi rom, è stato direttore di diversi progetti di ricerca nazionali e internazionali. È autore di centinaia di pubblicazioni, molte delle quali tradotte all’estero.

la giornalista linciata sui social

 

ha denunciato le violenze contro una ladra rom, la giornalista Rai chiude Facebook per i troppi insulti

le violenze verbali subite dalla giornalista sono continuate anche su Internet, tanto da costringerla a chiudere il proprio account

 

Parole irripetibili. Sconcezze. Sessismo a go go e esaltazione della violenza. Non c’è da stupirsi che Giorgia Rombolà, la giornalista Rai che oggi è stata brutalmente aggredita verbalmente dai passeggeri della Metro A di Roma per aver difeso una donna rom, abbia deciso di chiudere il suo profilo facebook.

La Rombolà ha assistito a un tentato furto da parte della rom, che era già stata adocchiata e fermata dai vigilantes che la stavano trattenendo. Ma la vittima del tentato furto ha deciso che non siamo a Roma, nel 2018, ma nel Far West o in qualche villaggio medievale in cui vale la legge del taglione: se rubi, ho il diritto di pestarti a sangue. E così giù di botte, tirate di capelli, testa sbattuta contro il muro. Il tutto davanti alla figlia della donna, di circa 4 anni, che è caduta a terra senza che nessuno si preoccupasse di aiutarla.

La giornalista ha cercato di intervenire e per tutta risposta il suo viaggio in metro è stato costellato di insulti, che sono continuati su internet con questi toni.
Ad esempio sulla pagina del Primato Nazionale, testata di estrema destra legata a Casapound, ne sono comparsi molti, anche se i più sconci erano nel profilo della giornalista che è stato chiuso.

“Ringraziasse Dio che non abbiano preso a calci nel culo pure lei e con ceffoni sulla bocca che farebbe meglio a tenere chiusa. ignobile idiota”

“Per sostentarsi bisogna lavorare onestamente non rubare… capito buonista del cazzo….tanto la cessa non prende mezzi pubblici come tutti ma gira in macchinone” (al signore sfugge che il tutto è avvenuto in metro).

“Beh, poteva offrire il suo portafogli alla rom!
Continua a fare la bella addormentata, chissà, forse qualche principe rom, o africano ti sveglierà … non so in che modo ma ti sveglierà”

“E anche grazie a questi pseudo giornalisti che l’Italia sta andando a puttane … nel dubbio una passata l’avrei data anche a lei..”

Ovviamente, trattandosi di una donna, non sono mancati gli insulti sessisti, anche da parte di altre donne.

Siamo alla frutta: oltre a essere precipitati in un clima da Far West, ci siamo anche abituati a una violenza fisica e verbale che permea la nostra quotidianità. Essere pronti ad alzare le mani e la voce sembra essere diventata la normalità.

sempre più cattivi e sempre più razzisti … linciaggio di una rom per tentato furto

Roma

l’odio viaggia anche in metro

rom pestata davanti alla figlia per un tentato furto

La giovane aggredita brutalmente alla presenza della piccola. Il drammatico racconto della giornalista insultata dalla folla per aver cercato di fermare il pestaggio

di GABRIELE ISMAN

Roma sempre più cattiva e sempre più razzista

Capita così che alla fermata San Giovanni della Metro A una giovane rom tenti di rubare il portafoglio a un passeggero.
Con lei una bambina di 3-4 anni. Il furto viene sventato: come racconterà su Facebook Giorgia Rombolà, giornalista di Rai News 24,
“ne nasce un parapiglia, la bambina cade a terra, sbatte sul vagone. Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo alto mezzo metro più di lei, robusto (la vittima del tentato furto?) non basta. Vuole punirla. La picchia violentemente, anche in testa. Cerca di strapparla ai vigilantes tirandola per i capelli. Ha la meglio. La strattona fina a sbatterla contro il muro, due, tre, quattro volte.
La bimba piange, lui la scaraventa a terra”.
Rombolà interviene prima urlando all’uomo di non picchiare la ragazza, poi cercando di fermarla. I vigilantes poi riescono a portare via la rom, l’uomo robusto se ne va, ma a bordo del treno la giornalista si ritrova circondata.
“Un tizio che mi insulta dandomi anche della puttana dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (tra cui una straniera) dicono che così bisogna fare, che evidentemente a me non hanno mai rubato nulla.
Argomento che c’erano già i vigilantes, che non sono per l’impunità, ma per il rispetto, soprattutto davanti a una bambina. Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli”.Ancora Rombolà scrive:

“Un ragazzetto dice se c’ero io quante mazzate. Dicono così. Io litigo, ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini. E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo. Intorno a me, nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti. Mi guardo intorno, alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza.
Niente. Chi non mi insulta, appare divertito dal fuori programma o ha lo sguardo a terra. Mi hanno lasciato il posto, mi siedo impietrita. C’è un tizio che continua a insultarmi. Dice che è fiero di essere volgare. E dice che forse ci rivedremo, chissà, magari scendiamo alla stessa fermata”.

Il racconto sul social si conclude in modo amarissimo:

“Cammino verso casa, mi accorgo di avere paura, mi guardo le spalle. E scoppio a piangere. Perché finora questa ferocia l’avevo letta, questa Italia l’avevo raccontata. E questo, invece, è successo a me
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