occorre deventare capaci di pentirci sinceramente del male fatto alla terra, al mare, all’aria, agli animali

papa Francesco capovolge il mondo

di Ritanna Armeni
in “Rocca” n 23 del 20 novembre 2019

A un certo punto, più o meno agli inizi degli anni ottanta, in Europa nacquero i Verdi. Si chiamavano così i partiti ambientalisti che portarono per la prima volta sulla scena politica il problema ecologico. Il punto più importante – secondo gran parte dei nuovi partiti e movimenti – non era, come la sinistra fino allora aveva sostenuto, la questione sociale, la condizione dei poveri e degli sfruttati ma quella ambientale, la rovina del pianeta conseguenza dell’industrializzazione e dello sviluppo. I Verdi ebbero un certo seguito in molti paesi europei e conquistarono soprattutto una parte consistente della borghesia. Nel nord Europa, ma anche in Italia, dopo anni d’ideali «estremi» dei movimenti studenteschi e operai, portarono in politica un volto moderato capace di coinvolgere parti della società non interessate al cambiamento sociale e, tuttavia, preoccupate che l’inquinamento, la disattenzione alle biodiversità, le emissioni nocive potessero danneggiare la vita, la salute, la sicurezza il benessere. In un certo senso – anche se non sempre nello stesso modo – la questione ambientale si collocò «contro» la questione sociale. O perlomeno, separata e distante da questa.

Ho ripensato a quegli anni leggendo il libro di Francesco Nostra madre terra. Edito dalla «Libreria editrice vaticana», raccoglie gli scritti ecologici, i discorsi, le omelie del pontefice e anche parti dell’enciclica «Laudato si’». Ha una prefazione del patriarca ecumenico Bartolomeo. Ho avuto l’impressione, come spesso capita con Francesco, che le sue parole capovolgessero il mondo, o meglio lo rimettessero sulle gambe, dando allo sguardo la giusta prospettiva. Francesco ci dice che le parole a difesa dell’ambiente non mettono al riparo dalle grandi e dolorose questioni sociali che travagliano il pianeta, non nascondono le contraddizioni. La rovina dell’ambiente e lo sfruttamento dell’essere umano sono due facce della stessa brutta medaglia, non si può risolvere la prima senza affrontare e risolvere anche la seconda. «Uno dei pericoli del nostro tempo, di fronte alla grave minaccia per la vita sul pianeta causata dalla crisi ecologica è quella di non leggere questo fenomeno come l’aspetto di una crisi globale, ma di limitarci a cercare delle pur necessarie e indispensabili soluzioni puramente ambientali », dice il pontefice. Il punto, insomma, non è l’abolizione della caccia, la raccolta differenziata o il traffico metropolitano. E tante altre singole misure. O meglio non è solo questo. L’ambiente non si salva cercando soluzioni limitate, ma cercando di cambiarlo e quindi di cambiare il rapporto fra gli uomini e noi stessi e il nostro sguardo sul mondo. Con una rivoluzione, si sarebbe detto in altri tempi. In effetti, quello che Francesco propone non è niente di meno. L’inquinamento, i cambiamenti climatici, la desertificazione, le migrazioni ambientali, il consumo insostenibile delle risorse del pianeta, l’acidificazione degli oceani, la riduzione della biodiversità scrive «sono aspetti inseparabili della equità sociale: della crescente concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochissimi e delle cosiddette società del benessere, delle folli spese militari, della cultura dello scarto…». Combatterli, salvare l’ambiente, e con esso gli uomini e le donne che lo abitano, significa innanzitutto cambiare la cultura dominante «quella che respiriamo, le letture, gli incontri, lo svago, i media» che è «fondata sul possesso: di cose, di successo, di visibilità, di potere». Francesco, citando Giovanni Paolo II, parla di «strutture di peccato» che dominano, dirigono le nostre menti e portano al disprezzo per il creato, alla noncuranza per i doni che ci sono stati elargiti, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nostra madre terra è un volume agile, svelto, moderno, senza la solennità del testo sacro, e la pesantezza del libro teorico ma pervaso da una spiritualità radicale, generosa e ottimista. Francesco non fa parte dei predicatori di disastri, tragedie e calamità. La speranza, il buonumore, la fiducia permangono comunque in un volume che pure accusa e denuncia.
Perché – dice il pontefice – proprio quanto sta avvenendo, proprio i segnali del disastro umano e ambientale possono fornirci l’opportunità di scoprirci «davvero una sola famiglia, la famiglia umana». È possibile? È possibile credere alle parole del papa mentre ogni giorno si assiste allo scempio di «madre terra», al dolore di tanti uomini e di tante donne, alla noncuranza colpevole dei potenti? Non sappiamo. Per Francesco è possibile. È ancora possibile la consapevolezza, quindi il pentimento e il perdono. «Sarebbe bello, dice, che diventassimo capaci di chiedere perdono agli esclusi; allora diventeremo capaci di pentirci sinceramente anche del male fatto alla terra, al mare, all’aria, agli animali…». Sì sarebbe bello. La speranza del pontefice diventa condivisibile quando si osserva la consapevolezza piena e priva di compromessi di tanti giovani che vedono in pericolo il loro futuro insieme a quello del pianeta e che non sono più disponibili e lasciarsi irretire dalle sirene del consumo. Anche per loro la lotta per l’ambiente non è disgiunta da quella contro lo sfruttamento. In questi ultimi anni hanno molto seminato. Hanno costretto il mondo degli adulti a porsi delle domande e fare più di un esame di coscienza. «Ce n’est qu’un debut» si diceva in anni ormai lontani. Le parole del papa ci dicono che si può continuare sulla giusta strada. Il cammino, dice, «consiste nel ripensare il nostro futuro a partire dalle relazioni: gli uomini e le donne del nostro tempo hanno tanta sete di autenticità, di rivedere sinceramente i criteri di vita, di ripuntare su ciò che vale, ristrutturando l’esistenza e la cultura»

fede e\o religione – un libro interessante

«spogliare la fede dalla religione»

un libro di Paolo Cugini

 da: Adista Notizie n° 40 del 23/11/2019

di Luca Kocci 

Liberarsi dalla religione per abbracciare la fede e incontrare Dio. È quello che ha fatto Gesù, «desacralizzando la religione» e «distruggendo il tempio», simbolo del potere sacerdotale. Ed è quello che devono continuare a fare i credenti cristiani oggi, per poter «dire Dio nell’epoca del cambiamento».

È la tesi che Paolo Cugini, prete di Reggio Emilia con una lunga esperienza di frontiera in Brasile e in Italia, ha espresso nel bel libro pubblicato dalle Edizioni dehoniane di Bologna

(Visioni postcristiane. Dire Dio e la religione nell’epoca del cambiamento, postfazione di Piergiorgio Paterlini, Edb, pp. 172, 16€; il libro può essere acquistato presso Adista: tel. 06/6868692; e-mail: abbonamenti@adista.it)

Un volume che, ricorda Paterlini, richiama alla memoria un libro all’epoca dirompente, pubblicato dalla laica Feltrinelli nel 1976 e scritto da Sandro Vesce, prete operaio e poi psicanalista: Per un cristianesimo non religioso. Ma che fa anche un passo avanti. «Di cosa stiamo parlando alla fine?», si chiede Paterlini, a proposito del testo di Cugini. Di «spogliare la fede dalla religione, e in questo senso “purificarla”, renderla essenziale, farle perdere accessori e orpelli e divagazioni ed equivoci perché sia più chiaro il nocciolo, il nocciolo identitario si direbbe oggi, perché sia più netto e visibile ciò che è costitutivo della fede cristiana».
Ed è quello che fa Cugini, attraverso cinque «visioni»: «Visioni bibliche sul presepio» (alcuni temi: «Maria la donna del no»; «Nasce Gesù, ovvero la desacralizzazione della religione»); «Pensare e capire la diversità» («La verità, questa sconosciuta»; «I divergenti salveranno il mondo»); «Visioni sull’educazione» («La distanza tra Vangelo e cristianesimo»; «Indottrinati: della distruzione delle giovani anime»); «Il dramma della religione atea» («La fuga nel sacro»; «Decostruire la religione per incontrare Dio»); «Visioni prospettiche sulla Chiesa» («La Chiesa ha davvero ancora bisogno di preti?»; «La profezia dell’ordine sacro femminile»; «Vogliono solo vivere. Riflessione sui cristiani lgbt»).
Si tratta di visioni che sparigliano e che consentono di recuperare l’essenza del cristianesimo in una società e in una cultura occidentale che si stanno secolarizzando sempre più in fretta. Dal canto proprio, invece, spiega Cugini, «l’incapacità cronica dell’istituzione ecclesiale di capire il cambiamento sta creando lo spazio per tutti quei movimenti tradizionalisti che si aggrappano al nulla pur di mantenere in piedi ciò che ormai è crollato al suolo. E così, mentre ci sarebbe bisogno di porre le basi per un nuovo cammino ecclesiale e spirituale, nell’oggi di questa fase così delicata sono i movimenti di tipo fondamentalista a trovare spazio e ad alzare la voce nella Chiesa».
È stato questo il cammino di Gesù. «Sino all’arrivo di Gesù c’era una distinzione ben precisa tra sacro e profano», spiega Cugini. La sua nascita in una mangiatoia «rappresenta la distruzione del sacro, la distruzione di ogni tipo di distanza e di separazione tra sacro e profano». Allora «non abbiamo più bisogno di sacralizzare gli spazi religiosi, perché la sacralizzazione è stata un processo della religione ancestrale spesso e volentieri manipolata da chi gestiva il potere religioso»; perché Dio, essendosi umanizzato in Gesù, «ha dato a tutti l’accesso al divino, ha tolto il dominio religioso di qualcuno, per donarsi a tutti e a tutte»; e perché «Gesù è venuto per distruggere il Tempio, quel luogo che nel tempo è divenuto simbolo di disuguaglianza e ingiustizie sociali». È questo l’obiettivo del cammino cristiano: «Uscire dalla religione negativa, dalla religione che fa male, dalla religione del Tempio che, invece di essere stimolo per l’uguaglianza, diviene spazio per ogni forma d’ingiustizia e discriminazione». Ed è questo anche il cammino che dovrebbero realizzare le comunità cristiane: «Abbandonare le forme eccessive di sacralizzazione religiosa per dare spazio a forme di accoglienza, segno della misericordia di Dio manifestatasi nel suo Figlio Gesù». Un «cammino divergente» che dovrebbe essere il compito della Chiesa tutta in questa epoca postcristiana: «Aiutare gli uomini e le donne a liberarsi delle fandonie della religione, a offrire strumenti affinché ognuno possa toccare con mano l’amore di Dio, la sua giustizia, la sua libertà».
È ottimista Cugini, che considera un «dono del Signore» l’opportunità di vivere «in questo tempo di cambiamento epocale, perché i cristiani avranno la possibilità di vivere il Vangelo in un modo più autentico e profondo rispetto a prima», perché «l’essere cristiano, discepolo e discepola del Signore, sarà sempre di più una scelta personale, più che una necessità sociale». E «mentre le città occidentali piene zeppe di monumenti ecclesiali diventeranno mete turistiche per ammirare un passato glorioso, noi, i cristiani, avremo modo di sperimentare la bellezza della vita evangelica rimanendo sotto i riflettori dello sguardo amoroso del Padre».

cinque milioni di poveri assoluti in Italia

il dramma del rapporto Caritas

in Italia 5 milioni di poveri assoluti

La povertà in Italia, nonostante quanto strillato da Di Maio nel settembre 2018, quando l’allora vice premier disse di averla “abolita”, attanaglia un milione e 800mila famiglie (il 7% dei nuclei familiari) per un totale di oltre 5 milioni di individui (l’8,4% della popolazione). I dati emergono dal report 2019 della Caritas Povertà ed esclusione sociale reso noto in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri.

L’INCIDENZA DELLA POVERTA’ AL SUD 

Rispetto al 2017 i dati sono praticamente stabili: all’epoca infatti l’incidenza si attestava al 6,9% per le famiglie e all’8,4% per gli individui. Considerando invece il trend dal 2007 ad oggi, il numero dei poveri ha registrato un incremento del 181% (+121% sulle famiglie). Il dato peggiore arriva dal Mezzogiorno: nel Sud e nelle Isole l’incidenza della povertà assoluta sugli individui raggiunge rispettivamente l’11,1% e il 12,0% a fronte di valori molto più contenuti registrati nel Centro (6,6%) e nel Nord (6,8%).

I WORKING POOR 

A preoccupare sono i numeri dei cosiddetti “working poor”, aumentati nel corso del 2018. Cresce infatti la situazione di criticità delle famiglie il cui capofamiglia è impiegato come operaio o assimilato: tra queste risulta povero in termini assoluti il 12,3% del totale. Altro allarme arriva dal confronto tra le famiglie di operai di oggi e quelle antecedenti al 2008, in dieci anni infatti l’incidenza della povertà assoluta è aumentata del 624%, passando dall’1,7% del 2007 al 12,3% di oggi.

I DISOCCUPATI 

Come pronosticatile tra i disoccupati la povertà assoluta arriva oggi al 27,6%. Ad incidere sulla situazione dei disoccupati sono il livello di istruzione, l’ampiezza del nucleo familiare e l’eventuale presenza di figli minori, lo stato di disoccupazione e, in caso di occupazione, il tipo di lavoro svolto.

L’ITALIA IN EUROPA 

Il Belpaese è la sesta nazione a maggior rischio di povertà d’Europa (27,3%), dopo Bulgaria (32,8%), Romania (32,5%), Grecia (31,8%), Lettonia (28,4%) e Lituania (28,3%). Dietro di noi c’è la Spagna (26,1%) 

preoccupante l’odio e il razzismo sul web

oltre la metà degli italiani giustifica gli atti razzisti

l’odio in crescita specialmente sul web

 

Il dato è il risultato di un’indagine di Swg. Anche Vox, l’Osservatorio sui diritti, ha analizzato lo scenario dell’odio in Italia, concentrandosi sul web: “L’anonimato e il senso di impunità sono un elemento che scatena gli haters. Ma il trend in crescita è evidente. L’odio contro i migranti registra un +15,1% rispetto all’anno scorso e sul totale dei tweet il 66,7% sono di odio”.

di Annalisa Girardi

“Se il 45% degli italiani è contro ogni atto di razzismo, il 55% in qualche modo, anche con molti distinguo, alla fine li giustifica. Non si può dire che il razzismo sia in crescita, ma i dati illustrano una diminuzione, un affievolimento degli anticorpi”

con queste parole Enzo Risso, direttore scientifico di Swg commenta il risultato dell’indagine dell’Istituto triestino, per cui oltre la metà degli italiani giustifica il razzismo. Anche Vox, l’Osservatorio Italiano sui diritti, ha analizzato questa tendenza sul web, in particolare su Twitter.

La co-fondatrice della piattaforma, la giornalista Silvia Brena, ha spiegato al Corriere della Sera che

“i tweet sugli stranieri sono al 32% xenofobi, quelli islamofobici sono il 15% mentre il 10% sono antisemiti”

Brena ha sottolineato inoltre che questi “dati sono in crescita costante”. E ha aggiunto:

“Solo 4 anni fa, all’inizio delle nostre ricerche, i tweet antisemiti erano l’1%. Si sono decuplicati in 10 anni”.

I social sono i mezzi in cui il sentimento razzista si fa più visibile:

“L’anonimato e il senso di impunità sono un elemento che scatena gli haters. Ma il trend in crescita è evidente. L’odio contro i migranti registra un +15,1% rispetto all’anno scorso e sul totale dei tweet il 66,7% sono di odio. L’intolleranza contro gli ebrei quest’anno sale del 6,4%. Ma il 76,1% del totale dei tweet sugli ebrei sono di odio. Così come in aumento sono i tweet contro i musulmani, +7,4% dei tweet con un totale di 74,1% di odio di tutti i tweet che riguardano i fedeli al Corano”,

ha proseguito la giornalista.

Vox ha anche analizzatto la mappa dell’odio, mettendo in evidenza quali sono le città in cui questo è più diffuso: al vertice troviamo Roma, seguita da Milano, Napoli, Torino e Firenze. La maggioranza degli haters contro i migranti, secondo quanto rilevato dalla piattaforma, si troverebbero a Milano, mentre l’odio verso i musulmani è più diffuso a Bologna, Torino, Milano e Venezia. L’antisemitismo è invece più concentrato a Roma.

“Alla lunga i messaggi degli odiatori legittimano pure l’azione di chi odia”

ha concluso Vox.

continua su: https://www.fanpage.it/politica/oltre-la-meta-degli-italiani-giustifica-gli-atti-razzisti-lodio-in-crescita-specialmente-sul-web/
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contro papa Francesco un nuovo furioso attacco per una nuova ‘chiesa contro’

ripudio della dialettica

madrina della “chiesa contro”

Newsletter n. 170 del 15 novembre 2019

Care Amiche ed Amici,

c’è di nuovo un furioso attacco al Papa accusato ora da “cento studiosi” di idolatria a causa della liturgia che ha ospitato i segni della devozione india durante il Sinodo per l’Amazzonia. Questo nuovo attacco al Papa non è che la continuazione dell’offensiva cominciata nell’estate del 2016 con una lettera accusatoria indirizzata ai cardinali e patriarchi della Chiesa cattolica orientale, ripresa il 16 luglio 2017 con la cosiddetta “Correctio filialis” e proseguita con la lettera ai vescovi e alla Chiesa del 30 aprile 2019, cose di cui si può trovare notizia nel sito chiesadituttichiesadeipoveri.it sotto il titolo: “La santa eresia di cui è accusato Francesco” e nella newsletter dell’11 maggio 2019: “Mirabile eresia”.

Si tratta di una campagna che non sembra godere di molta vitalità e accusa ormai la sua usura dato che a condurla sono sempre gli stessi e dicono le stesse cose, anche se in un’escalation che passa dalla “correzione filiale” alla denuncia di eresia, alla richiesta di dimissioni, all’anatema per idolatria. Dunque non vale tanto la pena fermarsi su quest’ultima aggressione, quanto chiedersi qual è la vera contrapposizione che spinge una minoranza ecclesiale a rifiutare il magistero e la pastorale di papa Francesco. Ci sembra che essa consista nel fatto che si vuole ripristinare una “Chiesa contro”, rovesciando il modello della “Chiesa per”, che è poi il modello dell’“essere per gli altri” del Vangelo, irreversibilmente adottato da papa Francesco. E diciamo “irreversibilmente” perché volere una “Chiesa contro”, quale la rivendicano i cattolici e gli atei devoti della destra americana e non solo, significa non volere nessuna Chiesa, perché una Chiesa contro gli Indios, contro gli immigrati, contro i poveri, contro le donne, contro i divorziati, contro i “comunisti”, contro i protestanti, contro i musulmani, contro i maledetti dagli uomini e benedetti da Dio non sarebbe più possibile, finirebbe in una setta irrisoria. Che magari avrebbe ancora con sé “i cento studiosi” schierati oggi contro papa Francesco, ma non più il popolo di Dio.

Allora forse vale la pena capire meglio la novità di Bergoglio e perché essa è così crocefissa e difficile, tanto che egli non smette di chiedere di pregare per lui. Bergoglio, gesuita, come risulta dalla preziosa sua “biografia intellettuale” scritta da Massimo Borghesi (perché ci sono studiosi e studiosi!), viene dalla dialettica, cioè da una lettura “dialettica degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola”,  e in genere di tutta la spiritualità ignaziana, appresa alla scuola del gesuita francese Gaston Fessard.  Una dialettica certo non hegeliana, bensì risolta nella Trascendenza e nella Chiesa. Ma tutta la storia umana, da Eraclito fino a Hitler, è dominata dalla dialettica. Per il filosofo greco il gene della guerra, “polemos”, era “il padre e principio di tutte le cose, di tutte re”, gli uni svelando come dei, gli altri come uomini, gli uni facendo schiavi, gli altri liberi; e questa dialettica conflittuale, dominando tutto il corso storico, è giunta ultimamente, ai nostri giorni, a preconizzare la fine, perfino fisica, del mondo. Ed ecco che il gesuita divenuto papa Francesco porta la Chiesa fuori della dialettica, la fa non signora ma serva (lava i piedi a tutti, all’Europa, alle donne, ai musulmani), la fa sorella delle altre Chiese e altre fedi, la fa madre della fraternità umana, nunzia dell’“armonia delle diversità”, non solo di colore, di razza, di sesso, di lingua, ma anche di religione, tutte frutto “di una sapiente volontà divina con la quale Dio ha creato gli esseri umani”, come dice il documento cristiano-islamico di Abu Dhabi, e la fa testimone dello scambio, e non della contraddizione, tra grazia e libertà. Ma ancora di più con la sua incessante tessitura dell’unità umana, papa Francesco spinge il mondo ad uscire dalla legge ferina della dialettica (amico-nemico, sommersi e salvati, uomini e donne, cittadini e stranieri, identità collettive e minoranze, “prima noi” e “fuori loro”) per assumere la veste nuziale dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’eguaglianza e dell’amore. Che sia questo ripudio della dialettica, strumento del potere, altare dei contrari, assieme al ripudio della guerra che già abbiamo costituzionalizzato, il cambiamento d’epoca che abbiamo intravisto e stiamo aspettando?

Sul sito riproponiamo l’appello di Adolfo Perez Esquivel in difesa del Papa, “Amore in azione” e il documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana. Pubblichiamo inoltre la catechesi di papa Francesco sugli Atti degli apostoli a proposito di Priscilla e Aquila “gli sposi ebrei che celebrano l’eucarestia”, e un manifesto-appello promosso dal chirurgo bolognese Francesco Capizzi per una vera realizzazione, da parte della politica e delle Istituzioni, del diritto alla salute, che è il diritto non solo a recuperarla, ma soprattutto a non perderla.

la destra ecclesiale dà dell’idolatra a papa Francesco

la destra ecclesiale torna alla carica: il papa è un idolatra

la destra ecclesiale torna alla carica

“il papa è un idolatra”

 da: Adista Notizie n° 40 del 23/11/2019

L’ennesimo manifesto contro papa Francesco è la “Protesta di cento studiosi contro i recenti atti sacrileghi di Papa Francesco” (12/11, www.contrarecentiasacrilegia.org/it). Fra i cento studiosi, annota l’agenzia Corrispondenza Romana che l’ha diffuso in Italia, il moralista John F. McCarthy, il teologo Brian W. Harrison, lo storico Roberto de Mattei, il ricercatore John Lamont, il filosofo del diritto Paolo Pasqualucci, il medievalista Claudio Pierantoni, il patrologo John Rist, il filosofo Josef Seifert, lo storico Henry Sire, la principessa Gloria Thurn und Taxis, il filosofo Giovanni Turco, lo studioso Jose Antonio Ureta e John-Henry Westen, cofondatore del sito LifeSiteNews.

La denuncia dei firmatari, riassume l’agenzia, riguarda l’«atto di adorazione della dea pagana Pachamama nei Giardini Vaticani» che avrebbe compiuto il papa il 4 ottobre, e il fatto che «il 7 ottobre l’idolo è stato posto di fronte all’altare maggiore di San Pietro e poi portato in processione nella Sala del Sinodo». Nel tentativo di accreditare maggiormente l’accusa, il documento ricorda che «queste cerimonie» sono state condannate come idolatriche o sacrileghe dal card. Walter Brandmüller, dal card. Raymond Burke, dal card. Gerhard Müller, dal card. Jorge Urosa Savino, dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, da mons. Athanasius Schneider, da mons. José Luis Azcona Hermoso, da mons. Rudolf Voderholzer e da mons. Marian Eleganti. Nessuno di questi, però, ha sottoscritto la “Protesta” in questione.

Francesco, idolatra sistematico!

La quale protesta non riguarda solo la «partecipazione all’idolatria», perché questa «è stata preceduta dalla dichiarazione intitolata “Documento sulla Fraternità Umana”, firmata da Papa Francesco e Ahmad Al-Tayyeb, il Grande Imam della Moschea di Al-Azhar, il 4 Febbraio 2019». In essa si afferma – argomenta il documento – che «Il pluralismo e la diversità di religione, colore, sesso, razza e linguaggio sono voluti da Dio nella Sua saggezza, attraverso la quale ha creato gli esseri umani. Questa saggezza divina è la fonte da cui discende il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi». Ne deriva, secondo il manifesto dei cento studiosi, una rivelazione: «Il coinvolgimento di Papa Francesco nelle cerimonie idolatriche indica che egli intendeva dare a questa affermazione un senso eterodosso, il quale consente che l’adorazione pagana di idoli venga considerata un bene voluto da Dio in senso positivo».

“Penitenziagite!”

Perciò gli studiosi chiedono a papa Francesco, ma «rispettosamente», «di pentirsi pubblicamente e senza ambiguità, di questi peccati oggettivamente gravi e di tutte le trasgressioni pubbliche che ha commesso contro Dio e la vera religione, e di riparare a questi oltraggi»; e chiedono «a tutti i vescovi della Chiesa cattolica di rivolgere una correzione fraterna a Papa Francesco per questi scandali, e di ammonire i loro greggi che, in base a quanto affermato dall’insegnamento della fede cattolica divinamente rivelato, se seguiranno l’attuale Papa nell’offesa contro il Primo Comandamento, rischiano la dannazione eterna».

“Che impudenza!”

Una risposta semi-ufficiale alle accusa mosse dai “cento studiosi” è giunta a stretto giro di posta dall’Osservatore Romano, che il 13 novembre pubblica un articolo di mons. Felipe Arizmendi, vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas (Messico), intitolato: “Se la creazione è manifestazione dell’amore di Dio. È una divinità la Pachamama?”. Senza mezzi termini, Arizmendi scrive: «È una grande impudenza condannare il Papa come idolatra, perché non lo è stato né lo sarà mai. Al termine della cerimonia nei giardini vaticani, gli hanno chiesto una parola e lui si è limitato a pregare con il Padrenostro. Non c’è altro Dio all’infuori del nostro Padre celeste». Non c’è stata nessuna «idolatria», nessuna «adorazione della “madre terra” e di altre “divinità”. Non c’è stato niente di tutto ciò. Non sono dee; non c’è stato alcun culto idolatrico. Sono simboli di realtà ed esperienze amazzoniche, con motivazioni non solo culturali, ma anche religiose, ma non di adorazione, perché questa si deve solo a Dio».

«E per dissipare ogni dubbio sull’atteggiamento del Papa», aggiunge fra l’altro, «basta ricordare ciò che ha scritto nella Laudato si’: “Quando ci si rende conto del riflesso di Dio in tutto ciò che esiste, il cuore sperimenta il desiderio di adorare il Signore per tutte le sue creature e insieme ad esse (…)”. Questo non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità. E nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità” (n. 90)».

«Come dice Gesù», è la chiusa dell’articolo del vescovo messicano, «non dobbiamo giudicare né condannare come idolatria ciò che non lo è. Dobbiamo conoscere più a fondo le culture originarie. Ed è nostro compito condividere il Vangelo di Gesù, che ci libera da idolatrie, laddove ci fossero».

Lo scisma: a chi giova?

È dunque patente che ci sia divisione nella Chiesa, perciò non è ipotesi inverosimile l’evento di uno scisma. Il 12 settembre scorso, sull’aereo che lo riportava a casa proveniente dal Madagascar, papa Francesco minimizzò questo rischio: «C’è sempre l’opzione scismatica nella Chiesa, sempre. Ma è una delle opzioni che il Signore lascia alla libertà umana. Io non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano». È tornato sull’argomento il teologo amico del papa, Carlos M. Galli, docente a Buenos Aires presso la Pontificia Università Cattolica dell’Argentina. In un’intervista rilasciata all’agenzia Efe – nel contesto del congresso internazionale organizzato a Barcellona dall’Ateneo dell’Università Sant Pacià per analizzare i contributi del Papa alla teologia e alla cura pastorale della Chiesa (v. Adista online, 8/11) – ha riconosciuto che lo scisma è «possibile» ad opera di settori conservatori europei e nordamericani. Settori non solo interni alla Chiesa: da tempo, ha sottolineato, potenti settori economici e politici «stanno manifestando una forte opposizione al papa, perché sono infastiditi dal suo pronunciamento pubblico su temi quali l’accoglienza dei migranti, la povertà, il dialogo finalizzato alla pace». La celebrazione, lo scorso ottobre, del Sinodo per l’Amazzonia, secondo il teologo, «ha accentuato» il rifiuto dei settori più tradizionalisti della Chiesa cattolica alle politiche di papa Francesco.

ai poveri, giudicati parassiti, non si perdona neanche la loro povertà – messaggio per la giornata mondiale dei poveri

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

III GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
17 novembre 2019

La speranza dei poveri non sarà mai delusa

1. «La speranza dei poveri non sarà mai delusa» (Sal 9,19). Le parole del Salmo manifestano una incredibile attualità. Esprimono una verità profonda che la fede riesce a imprimere soprattutto nel cuore dei più poveri: restituire la speranza perduta dinanzi alle ingiustizie, sofferenze e precarietà della vita.

Il Salmista descrive la condizione del povero e l’arroganza di chi lo opprime (cfr 10, 1-10). Invoca il giudizio di Dio perché sia restituita giustizia e superata l’iniquità (cfr 10, 14-15). Sembra che nelle sue parole ritorni la domanda che si rincorre nel corso dei secoli fino ai nostri giorni: come può Dio tollerare questa disparità? Come può permettere che il povero venga umiliato, senza intervenire in suo aiuto? Perché consente che chi opprime abbia vita felice mentre il suo comportamento andrebbe condannato proprio dinanzi alla sofferenza del povero?

Nel momento della composizione di questo Salmo si era in presenza di un grande sviluppo economico che, come spesso accade, giunse anche a produrre forti squilibri sociali. La sperequazione generò un numeroso gruppo di indigenti, la cui condizione appariva ancor più drammatica se confrontata con la ricchezza raggiunta da pochi privilegiati. L’autore sacro, osservando questa situazione, dipinge un quadro tanto realistico quanto veritiero.

Era il tempo in cui gente arrogante e senza alcun senso di Dio dava la caccia ai poveri per impossessarsi perfino del poco che avevano e ridurli in schiavitù. Non è molto diverso oggi. La crisi economica non ha impedito a numerosi gruppi di persone un arricchimento che spesso appare tanto più anomalo quanto più nelle strade delle nostre città tocchiamo con mano l’ingente numero di poveri a cui manca il necessario e che a volte sono vessati e sfruttati. Tornano alla mente le parole dell’Apocalisse: «Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» (Ap 3,17). Passano i secoli ma la condizione di ricchi e poveri permane immutata, come se l’esperienza della storia non insegnasse nulla. Le parole del Salmo, dunque, non riguardano il passato, ma il nostro presente posto dinanzi al giudizio di Dio.

2. Anche oggi dobbiamo elencare molte forme di nuove schiavitù a cui sono sottoposti milioni di uomini, donne, giovani e bambini.

Incontriamo ogni giorno famiglie costrette a lasciare la loro terra per cercare forme di sussistenza altrove; orfani che hanno perso i genitori o che sono stati violentemente separati da loro per un brutale sfruttamento; giovani alla ricerca di una realizzazione professionale ai quali viene impedito l’accesso al lavoro per politiche economiche miopi; vittime di tante forme di violenza, dalla prostituzione alla droga, e umiliate nel loro intimo. Come dimenticare, inoltre, i milioni di immigrati vittime di tanti interessi nascosti, spesso strumentalizzati per uso politico, a cui sono negate la solidarietà e l’uguaglianza? E tante persone senzatetto ed emarginate che si aggirano per le strade delle nostre città?

Quante volte vediamo i poveri nelle discariche a raccogliere il frutto dello scarto e del superfluo, per trovare qualcosa di cui nutrirsi o vestirsi! Diventati loro stessi parte di una discarica umana sono trattati da rifiuti, senza che alcun senso di colpa investa quanti sono complici di questo scandalo. Giudicati spesso parassiti della società, ai poveri non si perdona neppure la loro povertà. Il giudizio è sempre all’erta. Non possono permettersi di essere timidi o scoraggiati, sono percepiti come minacciosi o incapaci, solo perché poveri.

Dramma nel dramma, non è consentito loro di vedere la fine del tunnel della miseria. Si è giunti perfino a teorizzare e realizzare un’architettura ostile in modo da sbarazzarsi della loro presenza anche nelle strade, ultimi luoghi di accoglienza. Vagano da una parte all’altra della città, sperando di ottenere un lavoro, una casa, un affetto… Ogni eventuale possibilità offerta, diventa uno spiraglio di luce; eppure, anche là dove dovrebbe registrarsi almeno la giustizia, spesso si infierisce su di loro con la violenza del sopruso. Sono costretti a ore infinite sotto il sole cocente per raccogliere i frutti della stagione, ma sono ricompensati con una paga irrisoria; non hanno sicurezza sul lavoro né condizioni umane che permettano di sentirsi uguali agli altri. Non esiste per loro cassa integrazione, indennità, nemmeno la possibilità di ammalarsi.

Il Salmista descrive con crudo realismo l’atteggiamento dei ricchi che depredano i poveri: “Stanno in agguato per ghermire il povero…attirandolo nella rete” (cfr Sal 10,9). È come se per loro si trattasse di una battuta di caccia, dove i poveri sono braccati, presi e resi schiavi. In una condizione come questa il cuore di tanti si chiude, e il desiderio di diventare invisibili prende il sopravvento. Insomma, riconosciamo una moltitudine di poveri spesso trattati con retorica e sopportati con fastidio. Diventano come trasparenti e la loro voce non ha più forza né consistenza nella società. Uomini e donne sempre più estranei tra le nostre case e marginalizzati tra i nostri quartieri.

3. Il contesto che il Salmo descrive si colora di tristezza, per l’ingiustizia, la sofferenza e l’amarezza che colpisce i poveri. Nonostante questo, offre una bella definizione del povero. Egli è colui che “confida nel Signore” (cfr v. 11), perché ha la certezza di non essere mai abbandonato. Il povero, nella Scrittura, è l’uomo della fiducia! L’autore sacro offre anche il motivo di tale fiducia: egli “conosce il suo Signore” (cfribid.), e nel linguaggio biblico questo “conoscere” indica un rapporto personale di affetto e di amore.

Siamo dinanzi a una descrizione davvero impressionante che non ci aspetteremmo mai. Ciò, tuttavia, non fa che esprimere la grandezza di Dio quando si trova dinanzi a un povero. La sua forza creatrice supera ogni aspettativa umana e si rende concreta nel “ricordo” che egli ha di quella persona concreta (cfr v. 13). È proprio questa confidenza nel Signore, questa certezza di non essere abbandonato, che richiama alla speranza. Il povero sa che Dio non lo può abbandonare; perciò vive sempre alla presenza di quel Dio che si ricorda di lui. Il suo aiuto si estende oltre la condizione attuale di sofferenza per delineare un cammino di liberazione che trasforma il cuore, perché lo sostiene nel più profondo.

4. È un ritornello permanente delle Sacre Scritture la descrizione dell’agire di Dio in favore dei poveri. Egli è colui che “ascolta”, “interviene”, “protegge”, “difende”, “riscatta”, “salva”… Insomma, un povero non potrà mai trovare Dio indifferente o silenzioso dinanzi alla sua preghiera. Dio è colui che rende giustizia e non dimentica (cfr Sal 40,18; 70,6); anzi, è per lui un rifugio e non manca di venire in suo aiuto (cfr Sal 10,14).

Si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre. Il “giorno del Signore”, come descritto dai profeti (cfr Am 5,18; Is 2-5; Gl 1-3), distruggerà le barriere create tra Paesi e sostituirà l’arroganza di pochi con la solidarietà di tanti. La condizione di emarginazione in cui sono vessati milioni di persone non potrà durare ancora a lungo. Il loro grido aumenta e abbraccia la terra intera. Come scriveva Don Primo Mazzolari: «Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, il mondo salta».

5. Non è mai possibile eludere il pressante richiamo che la Sacra Scrittura affida ai poveri. Dovunque si volga lo sguardo, la Parola di Dio indica che i poveri sono quanti non hanno il necessario per vivere perché dipendono dagli altri. Sono l’oppresso, l’umile, colui che è prostrato a terra. Eppure, dinanzi a questa innumerevole schiera di indigenti, Gesù non ha avuto timore di identificarsi con ciascuno di essi: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Sfuggire da questa identificazione equivale a mistificare il Vangelo e annacquare la rivelazione. Il Dio che Gesù ha voluto rivelare è questo: un Padre generoso, misericordioso, inesauribile nella sua bontà e grazia, che dona speranza soprattutto a quanti sono delusi e privi di futuro.

Come non evidenziare che le Beatitudini, con le quali Gesù ha inaugurato la predicazione del regno di Dio, si aprono con questa espressione: «Beati voi, poveri» (Lc 6,20)? Il senso di questo annuncio paradossale è che proprio ai poveri appartiene il Regno di Dio, perché sono nella condizione di riceverlo. Quanti poveri incontriamo ogni giorno! Sembra a volte che il passare del tempo e le conquiste di civiltà aumentino il loro numero piuttosto che diminuirlo. Passano i secoli, e quella beatitudine evangelica appare sempre più paradossale; i poveri sono sempre più poveri, e oggi lo sono ancora di più. Eppure Gesù, che ha inaugurato il suo Regno ponendo i poveri al centro, vuole dirci proprio questo: Lui ha inaugurato, ma ha affidato a noi, suoi discepoli, il compito di portarlo avanti, con la responsabilità di dare speranza ai poveri. È necessario, soprattutto in un periodo come il nostro, rianimare la speranza e restituire fiducia. È un programma che la comunità cristiana non può sottovalutare. Ne va della credibilità del nostro annuncio e della testimonianza dei cristiani.

6. Nella vicinanza ai poveri, la Chiesa scopre di essere un popolo che, sparso tra tante nazioni, ha la vocazione di non far sentire nessuno straniero o escluso, perché tutti coinvolge in un comune cammino di salvezza. La condizione dei poveri obbliga a non prendere alcuna distanza dal Corpo del Signore che soffre in loro. Siamo chiamati, piuttosto, a toccare la sua carne per comprometterci in prima persona in un servizio che è autentica evangelizzazione. La promozione anche sociale dei poveri non è un impegno esterno all’annuncio del Vangelo, al contrario, manifesta il realismo della fede cristiana e la sua validità storica. L’amore che dà vita alla fede in Gesù non permette ai suoi discepoli di rinchiudersi in un individualismo asfissiante, nascosto in segmenti di intimità spirituale, senza alcun influsso sulla vita sociale (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 183).

Recentemente abbiamo pianto la morte di un grande apostolo dei poveri, Jean Vanier, che con la sua dedizione ha aperto nuove vie alla condivisione promozionale con le persone emarginate. Jean Vanier ha ricevuto da Dio il dono di dedicare tutta la sua vita ai fratelli con gravi disabilità che spesso la società tende ad escludere. È stato un “santo della porta accanto” alla nostra; con il suo entusiasmo ha saputo raccogliere intorno a sé tanti giovani, uomini e donne, che con impegno quotidiano hanno dato amore e restituito il sorriso a tante persone deboli e fragili offrendo loro una vera “arca” di salvezza contro l’emarginazione e la solitudine. Questa sua testimonianza ha cambiato la vita di tante persone e ha aiutato il mondo a guardare con occhi diversi alle persone più fragili e deboli. Il grido dei poveri è stato ascoltato e ha prodotto una speranza incrollabile, creando segni visibili e tangibili di un amore concreto che fino ad oggi possiamo toccare con mano.

7. «L’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via» (ibid., 195) è una scelta prioritaria che i discepoli di Cristo sono chiamati a perseguire per non tradire la credibilità della Chiesa e donare speranza fattiva a tanti indifesi. La carità cristiana trova in essi la sua verifica, perché chi compatisce le loro sofferenze con l’amore di Cristo riceve forza e conferisce vigore all’annuncio del Vangelo.

L’impegno dei cristiani, in occasione di questa Giornata Mondiale e soprattutto nella vita ordinaria di ogni giorno, non consiste solo in iniziative di assistenza che, pur lodevoli e necessarie, devono mirare ad accrescere in ognuno l’attenzione piena che è dovuta ad ogni persona che si trova nel disagio. «Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione» (ibid., 199) per i poveri nella ricerca del loro vero bene. Non è facile essere testimoni della speranza cristiana nel contesto della cultura consumistica e dello scarto, sempre tesa ad accrescere un benessere superficiale ed effimero. È necessario un cambiamento di mentalità per riscoprire l’essenziale e dare corpo e incisività all’annuncio del regno di Dio.

La speranza si comunica anche attraverso la consolazione, che si attua accompagnando i poveri non per qualche momento carico di entusiasmo, ma con un impegno che continua nel tempo. I poveri acquistano speranza vera non quando ci vedono gratificati per aver concesso loro un po’ del nostro tempo, ma quando riconoscono nel nostro sacrificio un atto di amore gratuito che non cerca ricompensa.

8. A tanti volontari, ai quali va spesso il merito di aver intuito per primi l’importanza di questa attenzione ai poveri, chiedo di crescere nella loro dedizione. Cari fratelli e sorelle, vi esorto a cercare in ogni povero che incontrate ciò di cui ha veramente bisogno; a non fermarvi alla prima necessità materiale, ma a scoprire la bontà che si nasconde nel loro cuore, facendovi attenti alla loro cultura e ai loro modi di esprimersi, per poter iniziare un vero dialogo fraterno. Mettiamo da parte le divisioni che provengono da visioni ideologiche o politiche, fissiamo lo sguardo sull’essenziale che non ha bisogno di tante parole, ma di uno sguardo di amore e di una mano tesa. Non dimenticate mai che «la peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale» (ibid., 200).

I poveri prima di tutto hanno bisogno di Dio, del suo amore reso visibile da persone sante che vivono accanto a loro, le quali nella semplicità della loro vita esprimono e fanno emergere la forza dell’amore cristiano. Dio si serve di tante strade e di infiniti strumenti per raggiungere il cuore delle persone. Certo, i poveri si avvicinano a noi anche perché stiamo distribuendo loro il cibo, ma ciò di cui hanno veramente bisogno va oltre il piatto caldo o il panino che offriamo. I poveri hanno bisogno delle nostre mani per essere risollevati, dei nostri cuori per sentire di nuovo il calore dell’affetto, della nostra presenza per superare la solitudine. Hanno bisogno di amore, semplicemente.

9. A volte basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere,  ascoltare. Per un giorno lasciamo in disparte le statistiche; i poveri non sono numeri a cui appellarsi per vantare opere e progetti. I poveri sono persone a cui andare incontro: sono giovani e anziani soli da invitare a casa per condividere il pasto; uomini, donne e bambini che attendono una parola amica. I poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo.

Agli occhi del mondo appare irragionevole pensare che la povertà e l’indigenza possano avere una forza salvifica; eppure, è quanto insegna l’Apostolo quando dice: «Non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1 Cor 1,26-29). Con gli occhi umani non si riesce a vedere questa forza salvifica; con gli occhi della fede, invece, la si vede all’opera e la si sperimenta in prima persona. Nel cuore del Popolo di Dio in cammino pulsa questa forza salvifica che non esclude nessuno e tutti coinvolge in un reale pellegrinaggio di conversione per riconoscere i poveri e amarli.

10. Il Signore non abbandona chi lo cerca e quanti lo invocano; «non dimentica il grido dei poveri» (Sal 9,13), perché le sue orecchie sono attente alla loro voce. La speranza del povero sfida le varie condizioni di morte, perché egli sa di essere particolarmente amato da Dio e così vince sulla sofferenza e l’esclusione. La sua condizione di povertà non gli toglie la dignità che ha ricevuto dal Creatore; egli vive nella certezza che gli sarà restituita pienamente da Dio stesso, il quale non è indifferente alla sorte dei suoi figli più deboli, al contrario, vede i loro affanni e dolori e li prende nelle sue mani, e dà loro forza e coraggio (cfr Sal 10,14). La speranza del povero si fa forte della certezza di essere accolto dal Signore, di trovare in lui giustizia vera, di essere rafforzato nel cuore per continuare ad amare (cfr Sal 10,17).

La condizione che è posta ai discepoli del Signore Gesù, per essere coerenti evangelizzatori, è di seminare segni tangibili di speranza. A tutte le comunità cristiane e a quanti sentono l’esigenza di portare speranza e conforto ai poveri, chiedo di impegnarsi perché questa Giornata Mondiale possa rafforzare in tanti la volontà di collaborare fattivamente affinché nessuno si senta privo della vicinanza e della solidarietà. Ci accompagnino le parole del profeta che annuncia un futuro diverso: «Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia» (Ml 3,20).

Dal Vaticano, 13 giugno 2019

Memoria liturgica di S. Antonio di Padova

Francesco

radici bibliche del razzismo? l’analisi del biblista Maggi

nella bibbia le radici profonde del razzismo?

la riflessione di Alberto Maggi

“Si trovano nella Bibbia le radici profonde del razzismo, pianta venefica che intossica gli uomini generando persone che, chiuse nel proprio angusto confine mentale, si sentono minacciate da tutto ciò che è più ampio, diverso

 Costoro ritengono di essere superiori nei confronti di chi non appartiene al loro mondo, alla loro cultura, mentre in realtà sono razzisti proprio perché intimamente si sentono inferiori e per questo odiano l’altro, come espresso brillantemente in un aforisma da André Gide: “Meno è intelligente il bianco, più gli sembra che sia stupido il negro”

Le origini del razzismo si trovano nelle primissime pagine della Sacra Scrittura, nel Libro della Genesi, dove si narra di Noè e dei suoi tre figli Sem, Cam, e Iafet, e della loro discendenza che si sparpagliò per la terra, dividendosi in aree geografiche ben distinte. Di questi tre figli, due, Sem e Iafet furono benedetti dal padre, mentre il terzo, Cam, fu maledetto. L’autore sacro racconta che Noè, piantata una vigna, bevve il vino, si ubriacò e si spogliò, restando completamente nudo nella sua tenda. Cam, vista la nudità del genitore andò a raccontarlo ai suoi fratelli, che si premurarono di ricoprire il loro padre. Quando Noè smaltì la sbornia, saputo quanto Cam aveva fatto, irritato, ne maledì il figlio, Canaan, rendendolo per sempre schiavo dei suoi fratelli: “Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli” (Gen 9,18-27).

È evidente che l’autore non intendeva redarre una cronaca degli avvenimenti, né riportare un fatto storico, ma presentare in luce negativa i legittimi abitanti della terra di Canaan, che gli israeliti avevano occupato, sentendosi in questo legittimati dal volere divino. Eppure da questa fragile narrazione nacque la giustificazione della schiavitù e della segregazione razziale, dell’apartheid, tenacemente difesa proprio da confessioni cristiane di matrice evangelica riformata, per le quali tutto quel che è scritto nella Bibbia è indiscutibilmente Parola di Dio, e come tale eterna e immutabile. Ma senza una scala di gerarchia del valore dei testi sacri, e senza la distinzione tra quel che è l’intento teologico dell’autore, i generi letterari e l’ambiente culturale nel quale si è espresso, si rischia di attribuire a Dio ogni efferatezza compiuta dagli uomini. Sicché per secoli si è creduto che la Sacra Scrittura giustificasse la superiorità di alcune popolazioni sulle altre, per questo ritenute inferiori, e ciò fu sostenuto fino la fine degli anni ’80 in Sud Africa, per giustificare l’apartheid, che venne finalmente smantellata non tanto grazie ai politici ma ai teologi che hanno alla fine compreso la mancanza di un qualsiasi appiglio nei sacri testi. La Chiesa riformata olandese, la principale confessione sudafricana, arrivò a comprendere che la Bibbia non è un manuale politico, e pertanto non se ne possono dedurre modelli politici. E la segregazione razziale, fondata sui testi sacri, da credo indiscutibile si rivelò essere un’eresia teologica. Ma ormai il danno era stato fatto.

Ci si può chiedere come sia stato possibile tutto questo, come si sia potuto usare la Parola di Dio per causare sofferenza anziché alleviarla, uccidere anziché comunicare vita. La storia delle chiese è costellata da crimini perpetrati in nome di Dio, della sua volontà espressa nella Bibbia, basta solo pensare alle migliaia di  donne torturate e bruciate perché considerate streghe, poiché era scritto: “Non lascerai vivere colei che pratica la magia” (Es 22,17). Se si inorridisce nel veder come in passato si siano fatte soffrire tante persone in nome della presunta volontà di Dio, c’è da chiedersi se forse anche oggi, nella Chiesa, non s’impongano pesi impossibili da portare “perché c’è scritto nella Bibbia”.

La Sacra scrittura non va solo letta, ma interpretata, altrimenti la Parola, anziché trasmettere vita, rischia di comunicare solo morte “perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita” (2 Cor 3,6). Per questo Gesù ai suoi discepoli non si è limitato a leggere i testi sacri, così come erano, ma li interpretava (“E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò [lett. interpretò] loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”, Lc 24,27). Gesù insegna che la Scrittura va interpretata con il medesimo Spirito che l’ha ispirata: l’amore incondizionato del Creatore per le sue creature (Lc 6,35). Quando ciò non avviene il testo resta come nascosto (“quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato”, 2 Cor 3,14). Il Cristo è pertanto la chiave di spiegazione della Scrittura, e il criterio interpretativo offerto da Gesù è che tutto quel che concorre al bene, alla libertà, alla felicità dell’uomo viene da Dio, quel che limita o si oppone al bene dell’uomo in nessuna maniera ha origine divina. Per questo, con Gesù non trova alcuna giustificazione il razzismo, la segregazione, l’esclusione, le chiusure. Anche al suo tempo c’era lo slogan “prima noi!”, sbandierato da quelli che presumevano essere un popolo preferito, ma Gesù risponde con un “tutti insieme” (Mt 15,27). L’amore del Padre non si riversa sugli aventi diritto, i privilegiati, ma su chi ha bisogno, pagani compresi. E Gesù ha rischiato il linciaggio per testimoniare questo amore quando, nella sinagoga di Nazaret, ha ricordato come in occasione di una grande carestia l’azione del Signore non si rivolse al popolo eletto, ma sui pagani, perché lui guarda chi ha più bisogno e non chi vanta più diritti (Lc 4,25-27). Gesù ha dato la sua vita per gli “uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5,9; 7,9). Il vangelo è un messaggio universale per tutta l’umanità. Quel che divide, separa, emargina non viene mai da Dio, perché come scrive Paolo, “Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti” (Col 3,10; Gal 3,28).
Questo amore universale fece fatica a essere compreso dai seguaci di Gesù; pensavano anch’essi di essere una casta eletta (“si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo”, At 11,47), e a malincuore dovettero costatare che “anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!” (At 11,18). Anche l’ostinato Pietro, che resisteva tenacemente all’invito del Signore di accogliere i pagani, arroccandosi sulla separazione razziale (“Voi sapete che a un giudeo non è lecito aver contatti e recarsi da stranieri”), accolse finalmente Cornelio, centurione romano, con queste liberanti parole: “ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo” (At 10,28). Pietro pensava di dover convertire i pagani, ma è stato un pagano che ha convertito lui, facendogli comprendere la buona notizia del suo Signore.

Pertanto, l’unica razza presente nei vangeli è quella delle vipere, serpenti velenosi, immagine delle pie persone, degli “scribi e farisei ipocriti” tanto devoti con Dio quanto disinteressati al bene degli uomini, ai quali va il severo rimprovero del Signore: “Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della geènna?” (Mt 23,33).

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere.
Maggi ha pubblicato diversi libri, tra cui: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vitaRoba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede)Parabole come pietreLa follia di Dio e Versetti pericolosi, L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi Due in condotta.

Qui tutti gli articoli scritti da Alberto Maggi per ilLibraio.it.

il rischio di banalizzare il male quotidiano del razzismo

il razzismo quotidiano

se è normale dire “negro”

di Luigi Manconi

Una delle più futili sciocchezze che si sentono in giro si manifesta nella falsa ingenuità della domanda: ma perché non posso chiamare negro un negro?

L’ ultimo a esercitarsi in questo classico dilemma della semantica è stato Luca Castellini, capo riconosciuto degli ultrà del Verona. Ma è stato preceduto da numerosi giornalisti e intellettuali della destra che trovano in quell’interrogativo il gusto civettuolo di una presunzione di anticonformismo (d’altra parte, viviamo in tempi in cui a dirsi fuori dal coro sono i più gregari tra i coristi). I più sofisticati, si fa per dire, tra quei giornalisti e quegli intellettuali, precisano pomposamente: «Li abbiamo sentiti, nei film americani, i negri chiamarsi l’un l’altro nigger . E poi, al gay pride, si appellano tra loro checca o finocchia».

Ma, santa pazienza, come non comprendere che all’interno di una comunità, piccola o grande, quelle denominazioni esprimono reciproco affetto e confidenza condivisa, mentre — se utilizzate all’esterno — segnalano ostilità e disprezzo?

D’altra parte, sono i diretti interessati a patirne l’uso malevolo e a chiederne l’interdizione. Tutte le lotte per l’emancipazione hanno avuto come preliminare posta in gioco il diritto a nominarsi, a darsi il proprio nome e a decidere come essere chiamati dagli altri. È un processo lungo, e dunque, non stupisce nemmeno che — come ancora sottolineano gli intellettuali di destra, per così dire sofisticati — nelle traduzioni dei libri americani di 70 anni fa compaia il termine negro (il racconto autobiografico Ragazzo Negro di Richard Wright e il ricorso allo stesso termine nella traduzione italiana de Il Buio oltre la Siepe ).

Le culture e i linguaggi cambiano e maturano e diventano, o dovrebbero diventare, più rispettosi delle minoranze e anche, sì, delle loro suscettibilità. Non c’entra nulla il politically correct :

c’entra quel minimo di intelligenza e di civiltà che può agevolare la convivenza e disinnescare i conflitti tra diversi.

Ma il nostro ultrà-semiologo ha altro da dire. Intanto, sulla controversa questione dello ius soli e dello ius culturae (che ovviamente qui non c’entra, perché il giocatore del Brescia è figlio adottivo di genitori italiani): «Balotelli ha la cittadinanza italiana, ma non è del tutto italiano». E poi, l’affondo: «Mi viene a prendere la “Commissione Segre”, perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?».

Attenzione: non sentite qui l’eco fedele di gran parte dei commenti critici nei confronti dell’istituzione di quell’organismo contro l’antisemitismo e il razzismo, promosso dalla senatrice a vita Liliana Segre? Non è lo stesso ragionamento, proprio lo stesso, di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini e di molti esponenti di Forza Italia, quando denunciano la “Commissione Segre”, quasi fosse un tribunale liberticida contro le idee irregolari? Gli oppositori hanno volutamente confuso le finalità di un organismo che ha funzioni di documentazione, ricerca, testimonianza e discussione su quei fenomeni con il ruolo di una commissione d’inchiesta che ha, invece, funzioni inquirenti e che dispone degli stessi poteri della magistratura ordinaria. Ma questo episodio, in apparenza poco rilevante, la dice lunga sulla questione del razzismo. Va chiarito subito, e una volta per tutte, che l’Italia non è un Paese razzista. Certo, cresce il numero dei razzisti e degli atti di razzismo, ma ciò non è in alcun modo sufficiente perché si faccia ricorso a quell’etichetta. E già quella domanda (l’Italia è un paese razzista? Macerata è una città razzista?), oltre a essere scema, è profondamente errata e contiene una qualche tonalità razzistica: perché tende ad attribuire a un’intera comunità nazionale o locale i comportamenti di un gruppo, o anche di molti gruppi, o di minoranze magari aggressive o atteggiamenti di connivenza da parte di alcuni settori di popolazione.

Insomma, è il cortocircuito tra i discorsi irresponsabili di una quota consistente della classe politica e il senso comune di una collettività, sottoposta a continui stress e percorsa da angosce profonde, a costituire la vera insidia. E a rappresentare un incentivo per una tensione quotidiana che si riversa su chi è, allo stesso tempo, il più prossimo e il più diverso. Questo è ciò che accade all’interno delle fasce più deboli della società, dove, più e prima che il razzismo — e sarebbe un errore chiamarlo così — si diffonde la xenofobia: alla lettera la paura, la diffidenza, l’ostilità verso lo sconosciuto e l’ignoto.

È questo che produce un’intolleranza minuta e ordinaria, fatta di soperchierie che colpiscono nella stessa misura stranieri emarginati e italiani vulnerabili (l’episodio di Chioggia è solo l’ultimo di una lunga serie).

E se tutto questo non deve ancora indurci a definire razzista l’Italia, sarebbe assai pernicioso sottovalutarlo. E l’attenzione va indirizzata innanzitutto su ciò che ne rappresenta la radice culturale e di senso comune. Ascoltiamo ancora l’ultrà-semiologo Castellini: «Prendiamo in giro il giocatore pelato, quello con i capelli lunghi, il giocatore meridionale e il giocatore di colore, ma non lo facciamo con istinti politici o razzisti». Qui, non abbiamo solo l’eco, bensì una vera e propria parafrasi di quanto detto qualche settimana fa da Salvini: «Se uno odia il prossimo per il colore della pelle, per la squadra di calcio, per la religione….se uno dice crepa, è grave a prescindere, sia che lo dice a un cristiano, a un ebreo, a un buddhista, ad un valdese, a un protestante, ad un Hare Krishna, a un islamico. Non c’è l’insulto più grave, e l’insulto meno grave. Se uno aggredisce una persona, può aggredire un uomo, una donna, un bianco, un nero, un giallo, un fucsia, è un delinquente». In queste parole c’è — nitidissimo — una sorta di Manifesto della Banalizzazione della Storia. Qui tutto è uguale a tutto: l’antisemitismo e l’odio per la squadra avversaria. Non esistono le grandi tragedie storiche, e non esistono vittime e carnefici, dal momento che il tifoso ultrà di una squadra può essere, a distanza di poche settimane, e a campi invertiti, l’aggressore o l’aggredito. Il fine di una simile operazione è l’azzeramento delle responsabilità dei regimi e delle ideologie, ma anche dei despoti e dei dittatori (non troppo diversi, per l’ostilità che suscitano, da arbitri incompetenti o corrotti): e l’appiattimento dei drammi individuali e collettivi, mortificati a tenzoni e giochi di ruolo. Ma quando la storia viene ridotta a un presente indistinto, amorale e fantasmatico, è la comunità degli uomini che inizia ad andare in rovina.

in morte di Eugenio Melandri … una bella pagina del quotidiano ‘il manifesto’

«hai fatto bene!»

di Luca Kocci
in “il manifesto” del 29 ottobre 2019

Quando il 19 ottobre 2018 Eugenio Melandri va a Roma ad incontrare il papa per la messa a Santa Marta e gli riassume brevemente la propria vita di missionario, pacifista e comunista, «Francesco – racconta lo stesso Melandri – mi prende una mano, me la stringe forte e mi sorride. Poi mi dice: hai fatto bene!».

Melandri è ancora sospeso a divinis e non può esercitare il ministero sacerdotale. Il provvedimento gli era stato comminato dal Vaticano trent’anni prima quando, dopo essere stato allontanato dalla direzione di Missione Oggi, il mensile dei saveriani che aveva trasformato in un periodico fortemente impegnato sui temi della pace e del disarmo, nel giugno 1989 era stato eletto europarlamentare con Democrazia proletaria, violando il Codice di diritto canonico («è fatto divieto ai chierici di assumere uffici pubblici, che comportano una partecipazione all’esercizio del potere civile»; «non abbiano parte attiva nei partiti politici») e venendo punito con la sospensione a divinis. Quell’«hai fatto bene» di Francesco, però, non poteva restare senza conseguenze. Così poche settimane fa – ma con un ritardo di almeno un paio di decenni –, la Congregazione vaticana per il clero annulla la sospensione: Melandri viene riammesso all’esercizio del ministero sacerdotale e incardinato nella diocesi di Bologna guidata dal cardinal Matteo Zuppi. Una «riabilitazione» che, durante il pontificato di Bergoglio, ha riguardato anche altri preti, in passato giudicati troppo di sinistra: sia viventi, come il nicaraguense sandinista Ernesto Cardenal, sia già morti, come Primo Mazzolari e Lorenzo Milani.

La scorsa settimana, il 20 ottobre, Melandri torna a celebrare l’eucaristia, insieme ai confratelli amici e «compagni» di una vita («compagno è una bellissima parola, significa spezzare e condividere il pane», ha detto durante la messa), quella generazione «post-sessantottina» di preti impegnati per la giustizia e la pace dalla seconda metà degli anni ‘80:

Albino Bizzotto (dei Beati i costruttori di pace, con cui nel 1992 ha partecipato alla marcia per la pace a Sarajevo assediata),

Tonio Dell’Olio (già coordinatore nazionale di Pax Christi, poi responsabile internazionale di Libera, ora alla Pro Civitate Christiana di Assisi),

Renato Sacco (coordinatore nazionale di Pax Christi),

il vescovo Giorgio Biguzzi, animatore della campagna contro i bambini soldato in Sierra Leone.

Giusto una settimana prima di morire, nella mattinata del 27 ottobre, a causa di un tumore, che ha affrontato con forza, condividendo senza reticenze sul suo profilo Facebook tutti i momenti di sofferenza, di speranza e di gioia – come appunto l’incontro con papa Francesco e la riabilitazione canonica – e senza mai rinunciare ad intervenire sull’attualità politica, dalle leggi contro i migranti volute dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, alla recente aggressione turca contro i curdi.

Nato a Brisighella (Ra) nel 1948, nel 1974 Melandri entra nei missionari saveriani. Dal 1980 al 1988 dirige Missione Oggi, dalle cui colonne conduce importanti battaglie contro lo scandalo della cooperazione internazionale e per il disarmo, attirando su di sé le ire del governo e della Dc che, con la complicità del Vaticano e dei vertici dei saveriani, riescono a farlo allontanare dalla rivista. Si impegna in politica (europarlamentare di Dp, poi con Rifondazione comunista), nel sociale (con Dino Frisullo fonda Senzaconfine), per la pace e il disarmo.

Questa mattina l’addio ad Eugenio Melandri: i funerali si svolgeranno alle ore 11, presso la casa dei saveriani di San Pietro in Vincoli (Ra), in via monsignor Bertaccini.

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