occhio non vede, cuore non sente …

i dispersi che il mondo non vede: migliaia di corpi palestinesi sotto le
macerie

di Eman Abu Zayed
in “il manifesto” del 26 novembre 2025

Terra rimossa Israele blocca i macchinari necessari al recupero, le famiglie sospese in un’attesa insopportabile. L’impotenza dei soccorritori, costretti a scavare a mani nude o con mezzi rudimentali

Dalla fase iniziale della guerra a Gaza, i dati del ministero della sanità indicano che oltre 7mila
persone sono presumibilmente sepolte sotto le macerie. Tra queste, circa 3.600 famiglie hanno
denunciato la scomparsa dei propri cari, una tragedia umana immensa che va ben oltre le cifre
ufficiali delle vittime.

IN MEZZO A QUESTI numeri dolorosi, porto anch’io una parte di questa tragedia. La famiglia di
mio padre è tra i dispersi sotto le macerie fin dai primi mesi della guerra. Dieci persone, tra cui
bambini, sono ancora lì, senza che abbiamo potuto salutarli. A oggi non abbiamo potuto garantir
loro una sepoltura dignitosa, né pregare su di loro; non esiste una tomba da visitare, né un luogo che
possa alleviare il peso di questa perdita. Attendere per mesi un segno, una notizia, un indizio, è un
dolore che non appare in nessuna statistica, ma che abita la vita di chiunque abbia qualcuno ancora
sotto le macerie.
Le squadre di soccorso a Gaza lavorano in una delle condizioni umanitarie più difficili al mondo.
Per raggiungere i dispersi servono macchinari pesanti per sollevare e rimuovere le macerie, ma la
maggior parte di queste attrezzature non è disponibile o è fuori uso a causa dei bombardamenti,
della mancanza di carburante e dell’assenza di pezzi di ricambio.
Molti edifici sono crollati uno sull’altro, creando strati enormi di cemento impossibili da penetrare
con strumenti rudimentali. Inoltre, le zone di ricerca vengono spesso bombardate, costringendo i
soccorritori a fermarsi o a ritirarsi per proteggere la propria vita. Il recupero dei dispersi
estremamente difficile e lento lascia migliaia di famiglie in un’attesa estenuante.
In una breve conversazione con Mohammed al-Madhoun, uno dei soccorritori, la stanchezza nella
sua voce era evidente ancora prima delle parole. Mi ha raccontato che la parte più difficile non è
solo il peso delle macerie, ma il peso del momento stesso: quando sentono la voce di un bambino
che chiede aiuto da sotto il cemento e non hanno gli strumenti adeguati per raggiungerlo
rapidamente.

MOLTE OPERAZIONI vengono svolte a mani nude o con attrezzi semplicissimi, del tutto
insufficienti rispetto alla portata della catastrofe, e nonostante ciò continuano a tentare, un passo
dopo l’altro. Mohammed mi ha parlato delle ore passate con i colleghi nelle zone bombardate,
muovendosi pur sapendo che ogni istante potrebbe essere l’ultimo. Eppure si dirigono sempre verso
i luoghi dove si pensa possano esserci dei bambini, convinti che salvare anche una sola vita valga
ogni rischio.
Mi ha descritto i suoi compagni come persone che «entrano nei siti come se entrassero nelle loro
case», senza pensare ad altro che a raggiungere quella voce, quel respiro nascosto tra le macerie. Si
sono mobilitati sforzi straordinari per recuperare i resti di ventotto israeliani, mentre migliaia di
palestinesi rimangono sotto le macerie senza squadre di soccorso, senza mezzi, senza il minimo
interesse globale. Questo divario non riflette solo un pregiudizio politico, ma un’idea gerarchica del
valore umano, in cui la vita di alcuni riceve priorità assoluta mentre altre vengono lasciate a un
destino silenzioso, percepito solo dalle loro famiglie.
Un’ingiustizia che colpisce profondamente la psiche delle persone, costrette a vivere tra perdita e
incertezza, private perfino del diritto basilare di seppellire i propri cari, come se la loro morte non
meriti riconoscimento né compassione. Lasciare migliaia di vittime sotto le macerie non è un
destino inevitabile, ma il risultato diretto dell’assenza di giustizia e della decisione del mondo di
voltarsi dall’altra parte rispetto alla sofferenza di un popolo che chiede soltanto dignità.

C’È UN BISOGNO urgente di meccanismi umanitari indipendenti e di un intervento internazionale
che ponga fine a questa disuguaglianza e che restituisca ai morti il loro diritto a essere ritrovati,
identificati e sepolti con dignità. Restituire dignità ai morti è il primo passo per restituirla ai vivi e
per costruire una memoria fondata non sulla rimozione, ma sul riconoscimento e sulla giustizia

il commento al vangelo della domenica

LA ROTTA

il commento di E. Ronchi al vangelo della ventritreesima  domenica del tempo ordinario

Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:« Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Fede vera ed essenziale è procedere al buio galleggiando nella tempesta, come possiamo, come sappiamo. Certi che una riva c’è, approdo ad ogni naufragio.

Folle esultanti lo seguivano nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Gesù però non si esalta: voi mi seguite, ma essere miei discepoli è tutta un’altra cosa.

Il maestro li prende sul serio, con parole serie:

Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può seguirmi.

Sette oggetti d’amore sono la mappa del nostro tesoro, la rotta della nostra felicità. Ma chi può dire tra noi: io amo te, Gesù, più di mio figlio e di mia madre?

Nel testamento don Milani si rivolge così ai ragazzi di Barbiana: “Caro Michele, cari ragazzi, ho voluto più bene a
 voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste
 sottigliezze”.

Quando vedremo il volto di Dio, comprenderemo d’averlo sempre conosciuto, lui faceva parte di tutte le nostre innocenti esperienze d’amore terreno.

Il discorso di Gesù gira attorno al verbo amare di più.

Ami i tuoi cari? Fallo più teneramente che puoi, ma ricorda che non sono l’alfa e l’omega, non cadere nell’idolatria della famiglia, invece allarga il tuo cuore oltre lo steccato di casa.

Chi è così legato ai rapporti familiari da non essere libero, fa un grave danno prima di tutto a se stesso.

Amerai Dio “con tutto il cuore” significa non avrai un cuore doppio ma semplice, unificato, senza inganni.

Tutto il cuore: nella bibbia la totalità del cuore non è l’esclusività.

Amerai Dio con tutto il cuore, ma allo stesso tempo anche il tuo prossimo. Li amerai senza mezzi termini, perché gli amori a metà sono la negazione dell’amore.

Poi Gesù alza il tiro: Chi non porta la propria croce… non può…

Quale croce? Dio non riceve gloria dalla sofferenza di nessuno, anche Gesù ne avrebbe volentieri fatto a meno. Dio non è per la sofferenza, ma per l’amore. Solo che amare costa, è passione e patimento insieme: “là dove metti il tuo cuore troverai anche le tue spine”.

Se uno non rinuncia a tutto…

Parole pericolose, che a capirle bene si rivelano bellissime: non lasciarti risucchiare dalle cose; impara non ad avere di più, ma ad amare bene.

Un uomo vale quanto vale il suo cuore, e non quanto il suo conto in banca. Questo è vangelo. Tu possiedi solo ciò che hai donato, quello nessuno mai te lo porterà via. Invece, tutto ciò che avrai trattenuto finirà per possedere te: tutto ciò che non serve pesa (Madre Teresa di Calcutta).

Hemingway ne Il vecchio e il mare racconta di un vecchio marinaio che parte con una barca nuova, poi arriva la tempesta e deve buttare in mare tutto, pezzo dopo pezzo.

Alla fine gli rimane solo una piccola tavola rotta, che galleggia. Ecco, se penso alla fede non trovo immagine più incisiva di questa.

Fede vera ed essenziale è chiudere gli occhi e procedere al buio (S. Giovanni della Croce), galleggiando nella tempesta, come possiamo, come sappiamo. Certi che una riva c’è, approdo ad ogni naufragio.

tomate tiempo…

tomate tiempovietato calpestare i sogni

prenditi tempo per pensare perché questo è la fossa del potere

prenditi tempo per gridare perché questo è il segreto del potere perpetuo

prenditi tempo per leggere perché questo è la base della saggezza

prenditi tempo per pregare perché questo è il maggior potere sulla terra

prenditi tempo per amare ed essere amato perché questo è il privilegio dato da Dio

prenditi tempo per essere amabile perché questo è il cammino della felicità

prenditi tempo per ridere perché il riso è la musica dell’anima

prenditi tempo per dare perché il giorno è troppo corto per essere egoista

              dall’Uruguay

la vera negazione di Dio

gattini con farfalle

esiste una negazione di Dio che è la vera professione di fede nel Dio della vita: è quella che rifiuta immagini idolatriche di Dio, immagini che legittimano pratiche di morte. Negare l’immagine di Dio, quando questo dio legittima poteri autoritari e violenti, non è ateismo, è fede nel Dio della vita. Ogni volta che la bibbia viene usata per schiacciare il debole, per sancire inferiorità, discriminare, negare, escludere … essa viene negata come Parola di Dio

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