la ‘carta di responsabilità’ di oltre trenta sacerdoti e religiosi impegnati contro le mafie

vangelo e legalità

denuncia e misericordia

Antonio Maria Mira

“Siamo sacerdoti, religiosi e religiose impegnati da anni con le nostre comunità e i nostri gruppi a far incontrare le fatiche degli uomini con la tenerezza di Dio”. «Sentiamo la responsabilità di ribadire insieme le nostre scelte, e con le nostre comunità, come Maria, vogliamo impegnarci a riconoscere e a essere strumenti dell’azione misericordiosa e capovolgente di Dio che ‘ rovescia i potenti dai troni e rimanda a mani vuote i ricchi’ ( Lc 1,52-53), perché anche noi come il profeta Geremia nello scrutare questi orizzonti incerti, con gli occhi pieni di speranza vogliamo sussurrare al mondo: ‘ Vedo un ramo di mandorlo’ ( Ger 1,11)»

Sono la frase iniziale e quella finale della «Carta di responsabilità e impegno. Scelte evangeliche per un cammino di liberazione» firmata da oltre trenta sacerdoti e religiosi che collaborano con l’associazione Libera, guidata da don Luigi Ciotti. Sono parroci, vicari espiscopali, direttori di Caritas, animatori di comunità. Vengono dal Sud e dal Nord, portano esperienze di lotta alle mafie ma anche storie di perdono. Per tre giorni hanno pregato e riflettuto nel bellissimo monastero benedettino olivetano di San Magno a Fondi, terra fortemente inquinata dalle mafie, ristrutturato e affidato a don Francesco Fiorillo, parroco attivissimo, che ne ha fatto un luogo di spiritualità. Perfetto per l’annuale incontro dei preti di Libera, quest’anno dedicato a «Misericordia e verità si incontreranno».monastero

Tre giorni di approfondimenti accompagnati dall’arcivescovo di Gaeta, Luigi Vari, dall’economista Leonardo Becchetti, dalla teologa Enrichetta Cesarale, dal direttore de Il Regno, Gianfranco Brunelli, e di riflessioni su fondamentali documenti della Chiesa italiana come Educare alla legalità (1991) e Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno (2010). E soprattutto riflessioni personali di pastori, storie di incontri e di fatiche. Partendo da chi ha messo in pratica la giustizia e la misericordia. «Il giudice Rosario Livatino aiutava le mogli di chi mandava in carcere. Rigido nell’applicare la legge ma pronto alla misericordia. Anche noi non abbiamo fatto sconti a nessuno ma anche immaginando percorsi di aiuto», ricorda don Luigi Ciotti. Così don Marcello Cozzi di Potenza racconta il suo cammino al fianco di tanti collaboratori di giustizia. «L’arma vincente contro le mafie è la ‘confisca’ del bene più prezioso, i loro uomini. Dobbiamo continuare a scommettere sempre di più su questo». Lo pensa anche per don Pino Demasi, parroco di Polistena (Rc): «La grande scommessa è la confisca dei loro affetti. Nel lavoro precedente abbiamo diviso buoni e cattivi, ora vanno raccontate storie di riscatto. Conciliare la chiara scomunica dei mafiosi pronunciata da papa Francesco con la misericordia. Tra Caino e Abele non c’è soluzione di continuità. Contribuisco a mandarli in carcere ma poi da lì mi scrivono di aiutare le loro famiglie».monastero1

Storie ed esperienze che diventano poi gli impegni della «Carta di Fondi» (il testo integrale della carta di Fondi è online sul sito di Avvenire). «Con lo stile di Maria, da figli del Risorto, insieme alle nostre comunità ci impegniamo a non tacere dinanzi alle ingiustizie e a ogni tipo di illegalità, a camminare al fianco delle vittime innocenti delle mafie e di quanti subiscono violenze e sopraffazioni, condividendo il loro dolore e la loro richiesta di giustizia e di verità, a contrastare ogni forma di corruzione perché cancro della civiltà e della democrazia, ad accompagnare il cammino di coloro che intendono pentirsi del male compiuto distinguendo il peccato dal peccatore». Impegni forti che si collegano alle forti parole del Papa. «Ci sentiamo sollecitati – si legge nell’introduzione della Carta – dal Magistero e dall’azione di papa Francesco a favore degli ultimi e degli emarginati, consapevoli che il momento attuale, portatore di grandi e profondi mutamenti, chiedendo la fatica della conversione, genera un diffuso clima di sospetto e spesso di chiusura e di indifferenza di fronte alla vita».

Non è un documento da ‘primi della classe’. E infatti, si legge ancora, «siamo certi che questi impegni già caratterizzano ogni credente radicato nel Vangelo e che tanti altri fratelli e sorelle, sacerdoti, religiosi e laici vogliano sottoscriverli insieme a noi». Non chiudendo le porte neanche ai mafiosi. «Serve un bagno di umiltà che non vuol dire fare silenzio – sottolinea il padovano don Giorgio De Checchi –. È annuncio di vita non all’acqua di rose, che riconosce limiti e fragilità, che il peccato ci appartiene ma l’amore ci redime».

«Dobbiamo distinguere, dire che il male è male, che la mafia è struttura di peccato ma volgendo lo sguardo a chi lo compie, salvando la sua humanitas », riflette don Ennio Stamile, responsabile calabrese di Libera e a lungo coordinatore delle Caritas regionali. Impegni concreti. Così don Ciotti ricorda come «in grande silenzio stiamo seguendo centinaia di ragazzi, ‘picciotti’, manovalanza dei mafiosi. Opportunità e incontri che spesso hanno cambiato la loro vita». Ma anche, aggiunge, «tante donne che vogliono rompere gli schemi mafiosi». Già tante parrocchie le stanno accogliendo ma, insiste don Luigi, «serve una norma, una ‘terza via’ per persone che non hanno commesso crimini, che vogliono iniziare una nuova vita e hanno bisogno di essere aiutate, anche cambiando nome per salvarle».

Richieste concrete e impegni anche di vita ecclesiale, contenuti nella Carta, «a evitare qualunque forma di religiosità ritualistica e alienante che deturpa il volto paterno di Dio, a vivere ogni manifestazione di pietà popolare nella logica della semplicità e della radicalità evangelica affinché non si trasformino in esaltazione di personaggi potenti e boss mafiosi, e in mortificazione di poveri ed ultimi». Un evidente riferimento ai noti casi di ‘inchini’ ai mafiosi durante le processioni e all’infiltrazione delle cosche nelle feste patronali.monastero2

Vengono poi altri impegni che si collegano direttamente al magistero di papa Francesco. Sul tema dell’immigrazione, «a realizzare luoghi nei quali trovino accoglienza uomini e donne senza nessun pregiudizio di tipo religioso, etnico e sociale, a vivere la misericordia come risposta a ogni tipo di violenza e come accoglienza agli ultimi, ai poveri, agli emarginati e ai migranti». Quello sull’ambiente, «a promuovere e ad affermare i princìpi di una cultura di ecologia integrale, a sentirci parte integrante dell’ambiente perché ogni aggressione a esso venga vissuta come una ferita inferta a ciascuno di noi, a denunciare ogni tipo di connivenza anche istituzionale che favorisce il degrado ambientale agevolando gli affari delle ecomafie». E poi ancora il rapporto con la politica «per non cadere nelle maglie di facili strumentalizzazioni», la promozione di «un’informazione che cerchi sempre la verità e tuteli gli ultimi», la denuncia di «quella finanza che uccide i poveri e crea disuguaglianze sociali su scala planetaria», orientando «le risorse economiche sempre verso il bene comune».

Centrale resta la Misericordia. «Il volto di Caino va rialzato’, dice il cosentino don Tommaso Scicchitano. Ricordando sempre, come sottolinea il friulano don Pierluigi Di Piazza, «che umiltà non è abbassare la testa ma riconoscere i propri limiti: non si abbassa la testa davanti ai soprusi». Pronti ad aprire le braccia al peccatore. Come don Giorgio Pisano, parroco di Portici, che celebra l’Eucaristia nella zona mercatale, «luogo di vita ma anche di profonda ingiustizia e illegalità», dove sta provando a far incontrare le famiglie degli assassini e quelle delle vittime.

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la maggior parte dei preti si salva … parola del CNR

i sacerdoti?

esperti in umanità

 Giacomo Gambassi

I sacerdoti? Sono più organizzati, socievoli, disponibili, modesti ed estroversi di chi non è consacrato. Non solo. Hanno una stabilità emotiva di gran lunga superiore alla media dei laici, siano essi credenti o non credenti. Insomma, donarsi completamente al Signore dicendo il proprio “eccomi” è sinonimo di un benessere psicologico che fa quasi invidia. Niente a che vedere con immagini distorte (talora veicolate dai mezzi di comunicazione) che vogliono il prete come un uomo “meno uomo”, segnato da rinunce e privazioni.

A confermare che il presbitero è un “fratello” «esperto in umanità», secondo la celebre definizione di Paolo VI sulla Chiesa, è la scienza. O, per essere precisi, uno studio del Centro nazionale delle ricerche (Cnr) sulla personalità dei sacerdoti.

«Per la prima volta sono stati analizzati i profili caratteriali dei preti confrontandoli con quelli dei fedeli ma anche con quelli di non credenti o agnostici », spiega l’ideatore e coordinatore del lavoro, Antonio Cerasa, docente di psicologia della comunicazione all’Università di Catanzaro. In tutto sono stati coinvolti 200 presbiteri italiani (in gran parte secolari ma anche regolari) insieme con 300 praticanti e 200 “indifferenti”.

I risultati dell’indagine, curata dall’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr di Catanzaro, sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Personality and Individual Differences.

Il gruppo di ricerca ha impiegato uno dei test più accreditati per la valutazione della personalità. Cinque sono stati i fattori presi in esame: la stabilità emotiva, l’estroversione, l’amicalità, l’apertura mentale e la coscienziosità. Cinque dimensioni in cui i sacerdoti spiccano. «La coscienziosità che indica affidabilità, puntualità, capacità di auto-organizzarsi, un tratto già considerato uno dei pilastri del profilo del credente, si conferma alto nei fedeli laici e risulta alto anche nei sacerdoti», afferma il ricercatore del Cnr. Per quanto riguarda l’amicalità – fattore con cui si intende la capacità di essere empatici, modesti, sensibili, altruisti e fiduciosi – «finora poco studiata nei ministri del culto in genere, è emerso che tutte le persone credenti hanno un elevato punteggio, ma risulta significativamente maggiore nei sacerdoti rispetto ai laici», sottolinea Cerasa.
Guardando all’affettività e all’estroversione, «si nota chiaramente nei sacerdoti la bassa impulsività e lo scarso desiderio di andare alla ricerca di nuove sensazioni», continua l’esperto. Infine, scandagliando l’apertura mentale, il Cnr ha scoperto che «sia i fedeli laici sia i sacerdoti mostrano una chiara tendenza ad approfondire ciò che è già conosciuto, piuttosto che a esplorare nuovi ambiti di conoscenza. E, per ciò che attiene ai valori, tendono ad affidarsi a un’autorità riconosciuta all’interno della comunità». Il fattore R, ossia religioso, tempra in maniera pressoché identica sia l’indole dei sacerdoti ordinati, sia quella dei religiosi. Non vengono alla luce sostanziali differenze nella personalità del clero secolare e in quella del clero regolare, tranne che per un elemento: chi appartiene a una congregazione ha una minore predisposizione ad auto-organizzarsi. E forse ciò si spiega con la vita comunitaria che in molti casi è parte del carisma di un ordine religioso.

Negli scorsi anni numerose ricerche, soprattutto nei Paesi anglosassoni, avevano dimostrano come la religiosità giochi un ruolo positivo sulla psicologia umana. Chi crede ha un’aspettativa di vita più lunga, minori disturbi depressivi e una ridotta dipendenza dal fumo e dall’alcol, avevano evidenziato molteplici indagini. «Recentemente – osserva Cerasa – alcuni ricercatori hanno ipotizzato che questa tendenza all’equilibrio psicofisico sia in parte legata anche all’attitudine caratteriale della persona. I primi studi eseguiti sui gruppi di credenti laici hanno confermato questa ipotesi, ma un’indagine diretta sui ministri della Chiesa non era stata compiuta». Ci ha pensato un pool di studiosi della Penisola a colmare il vuoto. «La nostra ricerca conferma alcune caratteristiche di coloro che vivono un’esperienza di fede – conclude il coordinatore – ma soprattutto rivela tratti peculiari dei sacerdoti che non erano mai stati portati alla luce prima. Nell’ambito ecclesiale qualcuno sostiene che le nostre conclusioni non siano una novità. In realtà abbiamo mostrato il volto più personale dei preti».

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il posto dei sacerdoti per papa Francesco

“I sacerdoti scelgano di stare con gli scartati e gli oppressi

“Siamo talora ciechi per spiritualità light e mondanità virtuale”

“Come sacerdoti, – ha detto – noi ci identifichiamo con quel popolo scartato, che il Signore salva, e ci ricordiamo che ci sono moltitudini innumerevoli di persone povere, ignoranti, prigioniere, che si trovano in quella situazione perché altri li opprimono. Ma ricordiamo anche che ognuno di noi sa in quale misura tante volte siamo ciechi, privi della bella luce della fede, non perché non abbiamo a portata di mano il Vangelo, ma per un eccesso di teologie complicate”.
“Sentiamo – ha proseguito papa Francesco – che la nostra anima se ne va assetata di spiritualità, ma non per mancanza di Acqua Viva, che beviamo solo a sorsi, ma per un eccesso di spiritualità ‘frizzanti’, di spiritualità ‘light’. Ci sentiamo anche prigionieri, non circondati, come tanti popoli, da invalicabili mura di pietra o da recinzioni di acciaio, ma da una mondanità virtuale che si apre e si chiude con un semplice click”.mendicante1
“Siamo oppressi, – ha proseguito – ma non da minacce e spintoni, come tanta povera gente, ma dal fascino di mille proposte di consumo che non possiamo scrollarci di dosso per camminare, liberi, sui sentieri che ci conducono all’amore dei nostri fratelli, al gregge del Signore, alle pecorelle che attendono la voce dei loro pastori”.croce
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