il sinodo secondo p. Alberto Maggi

chiesa, omosessuali e coppie di fatto

il sinodo secondo p. Alberto Maggi

 Alberto Maggi     p. Maggi

Alberto Maggi analizza i temi scottanti che si stanno discutendo all’interno del Sinodo e suggerisce un ritorno alle fondamenta della religione cattolica perché

“l’iniziativa è ottima, sempre che le gerarchie ecclesiastiche riconoscano con tutta umiltà e sincerità di non essere competenti in materia…”


Nel Sinodo in corso la Chiesa di papa Francesco vuole trattare importanti temi riguardanti la famiglia. L’iniziativa è ottima, sempre che le gerarchie ecclesiastiche riconoscano con tutta umiltà e sincerità di non essere competenti in materia. Una Chiesa dove ci sono voluti due millenni per ammettere che nel matrimonio oltre la procreazione dei figli è importante anche il mutuo amore dei coniugi (Gaudium et Spes 50), dovrebbe con tutta umiltà tacere su temi verso i quali non ha ricevuto alcun mandato dal Cristo e che, quando li ha voluti trattare, ha causato tremendi danni. Seguendo le indicazioni di papa Francesco, di vedere la Chiesa come un ospedale da campo, si spera che i Padri sinodali seguano il cuore e il buon senso, canali preferiti dallo Spirito santo, e adoperino l’unico linguaggio universalmente riconosciuto, quello dell’amore misericordioso.

Per questo i Padri dovrebbero tornare alle sorgenti cristalline della Scrittura, troppo spesso ignorata o strumentalizzata per essere di supporto a strampalate dottrine tanto assurde quanto disumane (come quella di imporre ai divorziati risposati di vivere come fratello e sorella). La conversione della Chiesa al Vangelo di Gesù farebbe emergere che il problema, così aspramente dibattuto, della comunione da concedere ai divorziati risposati, semplicemente non esiste. La difficoltà non riguarda infatti il secondo matrimonio, ma il significato stesso dell’eucaristia. Nei vangeli appare chiaramente che l’eucaristia non è un premio concesso a quanti lo meritano, ma un dono per i bisogni delle persone: meriti non tutti li possono avere, ma tutti sono bisognosi. Gesù ha cercato di far comprendere ai duri teologi del suo tempo che la medicina e il medico sono per i malati e non per i sani, e che non occorre purificarsi per accogliere il Signore, ma è accoglierlo nella propria vita quel che purifica.

Altro tema scottante, finora sempre evitato, è quello delle unioni omosessuali. Su questo argomento era più logico e comprensibile l’atteggiamento della Chiesa pre-conciliare: gli omosessuali erano tutti peccatori e quando morivano finivano all’inferno per omnia sæcula sæculorum. Le cose si sono complicate con la morale post-conciliare: no, non sono peccatori per il fatto di essere omosessuali, ma per il manifestarlo (come dire a una pianta che può crescere, ma non può fiorire). La soluzione? Anche in questo caso la castità (gira e rigira si finisce sempre lì, sui genitali). La castità, scelta che la Chiesa riconosce essere un carisma, ovvero un dono del Signore per quanti liberamente e volontariamente la scelgono, diventa un obbligo imposto. Il rifiuto dell’omosessualità si basa sul fatto che nella Bibbia si legge che Dio maschio e femmina li creò (Gen 1,27). Nessuno mette in dubbio quest’ asserzione: gli omosessuali non sono un altro sesso, bensì maschi e femmine che orientano la propria affettività su persone dello stesso sesso. I mali della società non sono causati da chi si ama, ma da chi si detesta.

L’AUTORE

maggi Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

che cosa può fare a questo punto il papa …

una proposta per il Sinodo

le indicazioni del teologo José Maria Castillo

 All’inizio del Sinodo della Famiglia, crescono e salgono di tono nella Chiesa le voci allarmate che parlano di “scisma bianco”, “scisma rosso” (Jorge Costadoat). O chi, come è il caso del cardinale Kasper, arriva ad insinuare che stiamo entrando in uno “scisma pratico”, ossia (se ho capito bene) uno scisma che nessuno formula in teoria, ma che nella pratica quotidiana della vita funziona dividendo i cattolici e spaccando la Chiesa. 

Per questo, ora più che mai, è il momento di chiedersi: cosa può fare il papa in questa questione, poiché le cose stanno così?

Castillo

Come è logico, si dovrà aspettare e vedere come si svolgerà il Sinodo e soprattutto dovremo sapere quello che, dopo il Sinodo, dice e decide il papa. Ma è proprio per questo, per segnalare quello che, secondo la mia modesta opinione, considero come la cosa più opportuna che il papa potrebbe – e forse dovrebbe – fare nella situazione che stiamo vivendo nella Chiesa in questo momento. Per questo oso presentare la proposta seguente.
Prima di tutto, considero che è fondamentale avere molto chiaro il fatto che sul tema della famiglia non siamo di fronte ad una questione di Fede. Per la semplice ragione che, se pensiamo e parliamo della famiglia a partire dalla Fede dogmatica professata dalla Chiesa, non esiste alcuna definizione dogmatica nel Magistero della Chiesa su questa problematica. 
E, se qualcuno trova un documento magisteriale definitorio sul modello di famiglia o persino sull’indissolubilità del matrimonio, lo dica. 
Inoltre, i testi biblici di Mt 19,1-9 e di Mc 10,1-12, ampiamente studiati e discussi dall’esegesi meglio documentata, hanno dimostrato abbondantemente che non si riferiscono alla problematica attuale se il matrimonio sia o no indissolubile. In questi testi, Gesú si oppone al diritto unilaterale che (secondo Dt 24,1), aveva l’uomo per ripudiare la donna, soprattutto se faceva tale cosa “per qualsiasi motivo” (Mt 19,3). Questo indica chiaramente che Gesú non si riferisce all’indissolubilità del matrimonio, ma al diritto unilaterale dell’uomo nei confronti della donna che, secondo la legge di Mosé, non aveva questo diritto. Una mancanza di protezione della donna, che si aggravava a causa degli insegnamenti della scuola di rabbi Hillel, che arrivava a permettere il ripudio della sposa “per qualsiasi motivo” (Mt 19, 3).
D’altra parte, il fatto che per secoli si erano conservate tra i cristiani alcune pratiche ed alcune determinate abitudini su questa questione, non è (né può essere) un argomento determinante per obbligare il papa a conservare, in maniera irrevocabile, alcuni determinati usi o pratiche, per quanto queste pratiche e questi costumi si considerino inamovibili e per quanto rispettabili siano le persone che hanno la pretesa di conservare un determinato modello di famiglia. 
Coloro che affermano che la Chiesa non può in nessun caso ammettere il divorzio, dimostrano un’ignoranza incomprensibile, poiché, nel dire questo, ignorano che la Chiesa per secoli ha ammesso il divorzio in determinati casi. 
Per esempio, nella risposta che il papa Gregorio II, nell’anno 726, invió al vescovo san Bonifacio (PL 89, 525). Così come nella risposta del papa Innocenzo I a Probo (PL 20, 602-603). Dottrina che fu raccolta nel Decretum Gratiani nel secolo XI (R. Metz – J. Schlick, “Matrimonio y divorcio”, Salamanca 1974, 102-103; M. Sotomayor, “Tradición de la Iglesia con respecto al divorcio. Notas históricas”: Proyección 28 (1981) 55). 
Stando cosí le cose, la cosa più ragionevole che si possa suggerire in questo momento, è che il papa debba sentirsi libero per prendere una decisone pastorale che aiuti la Chiesa intera e nel suo insieme a far maturare la dottrina teologica da seguire. E, soprattutto, la pratica pastorale che si deve adottare, almeno finché le cose non si vedano con più chiarezza e precisione. 
Detto ciò e ammesso il confronto che di fatto esiste nella Chiesa su questo problema, mi pare che la cosa più ragionevole da suggerire al papa sarebbe – al momento, almeno – di lasciare i pastori ed i fedeli nella Chiesa nella libertà di procedere secondo la propria coscienza. In maniera tale che nessuno si senta, né possa sentirsi con il diritto ed il dovere di imporre il proprio punto di vista in una questione sulla quale non esiste un insegnamento biblico, né una dottrina magisteriale che lo possano imporre a partire dalla Fede. Così come non esiste nella storia della Chiesa un insegnamento o una pratica uniforme, chiara e ferma con riferimento alla difesa dell’indissolubilità del matrimonio, come ora hanno la pretesa di imporre alcuni vescovi ed altre cariche ecclesiastiche. 
Siamo, quindi, di fronte ad una questione sulla quale sappiamo che esiste un notevole pluralismo tra i credenti in Gesù Cristo, in maniera tale che, esistendo tale pluralismo, il papa non potrebbe prendere la decisione di pronunciare una definizione dogmatica su di un tema sul quale la “Fede della Chiesa” non è uniforme e non ha le condizioni necessarie per il pronunciamento di una definizione dogmatica, come è stato detto nella definizione dell’infallibilità pontificia del concilio Vaticano I (DH 3074) e nella precisazione che su questo punto capitale ha fatto il Vaticano II (LG n. 25).
 
(*) traduzione dallo spagnolo di Lorenzo Tommaselli

parola di vescovo vecchio e pur giovanissimo, dall’animo dei ‘puri di cuore’, peccato che non sia chiamato al sinodo!

monsignor Casale: «l’omosessualità è ricchezza»

l’amore gay «non è peccato» Proibirlo «è un errore»

anche se Charamsa «ha sbagliato»

l’arcivescovo di Foggia Casale a L43 su Sinodo, sesso e orgasmi

di

papa Francesco ha chiesto ai vescovi, riuniti a Roma per il Sinodo sulla famiglia, di parlare con sincerità, schiettezza e onestà
Monsignor Giuseppe Casale, arcivescovo emerito di Foggia, non se lo è lasciato ripetere due volte
Lettera43.it lo ha raggiunto a Vallo della Lucania, in provincia di Salerno, dove si è trasferito da qualche tempo

«LA SESSUALITÀ È LA BELLEZZA DI DIO IN NOI»

sessualità, omosessualità, celibato, comunione ai divorziati risposati, il coming out di Krzysztof Charamsa: monsignor Casale, classe 1923, laureato in teologia, ha risposto su tutto con freschezza e lucidità: «Le dico volentieri come la penso e mi auguro che le cose che le dirò possano diffondersi. Perché bisogna creare una mentalità nuova in un mondo cattolico chiuso, retrogrado, che commette tante porcherie quando ruba e quando imbroglia, e poi diventa ‘di naso fine’ quando si entra nel campo della sessualità, che è la bellezza di Dio in noi»

 

  • Monsignor Giuseppe Casale

 

DOMANDA. Come considera l’atteggiamento di papa Francesco rispetto all’accoglienza delle coppie omosessuali da parte della Chiesa?
RISPOSTA. L’atteggiamento del papa è stato molto chiaro. Ha dato dei segnali, pur senza entrare specificatamente nel merito della questione. E ha lasciato al Sinodo la libertà di esaminare il tema, sia a ottobre 2014 sia adesso.
D. Francesco è un riformatore, ma il tema appare particolarmente delicato.
R. Direi che è uno dei più delicati, perché una gran parte del mondo cattolico, dei vescovi e dei preti, non riesce a concepire una sessualità staccata dalla genitalità.
D. Cosa intende?
R. Il Concilio Vaticano II aveva già aperto la strada, dicendo che il fine primario del matrimonio non è la generazione. C’è un fine unico del matrimonio, che è il completamento delle due persone, da cui nasce la generazione.
D. Sta dicendo che il fine del matrimonio non è la procreazione?
R. Dico che la genitalità entra nel complesso della vita matrimoniale, ma non la esaurisce. Si tratta di un concetto che purtroppo non è penetrato nel mondo cattolico. Buona parte di esso è rimasta ferma all’amore genitale, non riesce a concepire l’amore come una relazione interpersonale più vasta, più aperta all’incontro. Ci sono tanti matrimoni senza figli e sono matrimoni validi. Questa concezione di una sessualità unidirezionale, che vede la genitalità come il suo scopo, è una mentalità che non si riesce a superare.
D. Il ragionamento che lei fa vale anche per l’omosessualità?
R. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, per l’esattezza ai paragrafi 2358 e 2359, l’omosessualità non è indicata come un male, come un peccato, bensì come una realtà che bisogna accettare. Però, allo stesso tempo, è considerata una tendenza che non va esercitata. Il Catechismo è rimasto fermo su questa posizione e secondo me qui c’è una contraddizione evidente.
D. In cosa consiste?
R. Nel dire che l’omosessualità è una situazione che riguarda molte persone, che bisogna rispettarla, ma che gli omosessuali sono chiamati alla castità. Se non si tratta di una malattia, se siamo d’accordo che non è un peccato, perché chi non è chiamato per sua scelta al celibato o alla castità deve essere obbligato a evitare l’esercizio della sua sessualità? La sessualità non è solo genitale, finalizzata alla procreazione. È fatta di relazioni, di amicizie, di amplessi. Lo spettro della sessualità è molto più ampio di chi lo riduce solo alla genitalità.
D. Secondo lei, su questo punto, come la pensa davvero papa Francesco?
R. Papa Francesco non vuole procedere con un diktat. Non vuole ripetere, in senso opposto, l’esempio di Paolo VI, che con l’enciclica Humanae Vitae condannò la contraccezione. Un esempio lampante, perché quel diktat, di fatto, è stato ignorato dal mondo cattolico. Il papa non vuole procedere allo stesso modo. Piuttosto, vuole muovere il Sinodo verso una posizione aperta, che non venga assunta come un’imposizione.
D. Quanto forti sono le resistenze all’interno della Chiesa?
R. Se osserviamo lo svolgimento del Sinodo straordinario notiamo chiaramente come l’iniziale apertura dell’Instrumentum laboris, e poi i contenuti della Relatio post disceptationem, abbiano creato un vero e proprio scompiglio.
D. Cosa è accaduto?
R. L’Instrumentum, cioè il documento di partenza, affermava al paragrafo 117 la necessità di approfondire il senso antropologico e teologico della sessualità umana e delle differenze sessuali tra uomo e donna. Già questo apriva la discussione. Poi è seguito un fatto nuovo. La Relatio post disceptationem, ai paragrafi 50 e 51, affermava che le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. E ci si domandava se la Chiesa fosse in grado di accoglierle, garantendo loro spazio e fraternità. Ma il documento andava anche oltre.
D. Cioè?
R. Affermava in maniera ancora più impegnativa che occorreva elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica che integrassero la dimensione sessuale. Tutto questo, nella Relatio conclusiva, è caduto. Siamo tornati alla vecchia posizione. L’omosessualità è una tendenza che si riscontra in alcune persone, non è un peccato, non è una malattia, però non si può esercitare. Si è tornati alla posizione del Catechismo, secondo cui chi è omosessuale deve essere casto.

Il coming out di Charamsa? Una scelta non positiva

D. Cosa prevede che deciderà, adesso, il Sinodo ordinario?
R. Prevedo un’uscita morbida, che non risolverà il problema, ma in sostanza dirà: «È una questione da approfondire, lasciamo aperto l’approfondimento». Purtroppo, nel mondo cattolico, quando si parla di omosessualità in molti reagiscono male. L’omosessualità viene vista come il diavolo.
D. Che cos’è invece l’omosessualità, secondo lei?
R. Un diverso orientamento sessuale che mette in evidenza un rapporto affettivo, di stima, tendenzialmente duraturo nel tempo. Un rapporto che consente di affrontare in comune i problemi della vita e che spesso riesce a non cadere in quella sessualità esasperata che oggi colpisce tanti matrimoni eterosessuali, che purtroppo falliscono.
D. Ma il mondo cattolico è pronto per una concezione del genere?
R. Vedo l’apertura di orizzonti nuovi per una sessualità relazionale, che esalti la bellezza di un rapporto fra due persone – anche due maschi o due femmine – che vivono insieme e mettono insieme le loro scelte, i loro problemi. La Chiesa non deve mettere il naso tra le lenzuola delle persone. Lasciamo che le persone vivano la loro sessualità come credono, nell’affetto, nello scambio di un abbraccio, di un bacio, di quello che vogliono. Anche questo è sessualità.
D. È immaginabile una legittimazione dell’omosessualità da parte dei padri sinodali?
R. Mi auguro che al Sinodo prevalga una linea media, che almeno apra delle prospettive, ma non credo che i vescovi arriveranno a legittimare l’omosessualità. Anche se al Sinodo straordinario si è manifestata una forte corrente in tal senso.
D. Sono possibili dei passi in avanti?
R. Per me sarebbe una ricchezza se la Chiesa riuscisse ad acquisire le positività dell’omosessualità in una visione più ampia e più completa della sessualità. Mi auguro che sotto la guida sapiente del papa, con la luce dello Spirito Santo, si possa fare qualche passo avanti per uscire dalla terribile contraddizione in cui si trova oggi la dottrina cattolica. 
D. Il cardinale Kasper ha dichiarato che «gay si nasce». È d’accordo?
R. Non è che gay si nasce, gay si diventa, anche. È un fatto psicologico, sociologico, culturale, ambientale. Non tutto dipende dalla biologia. L’omosessualità è una realtà che secondo me fa parte della ricchezza della sessualità umana, che va aperta all’incontro relazionale e va liberata dalla schiavitù del legame con la genitalità, che diventa talvolta brutale e addirittura controproducente.
D. È favorevole alla comunione per i divorziati risposati?
R. Sono favorevole alla riammissione dopo un itinerario penitenziale. Quando ci sono dei figli, una nuova famiglia, dire che un divorziato è in stato di peccato per me è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Ho incontrato molte persone che piangevano per la loro situazione, perché non potevano accostarsi all’eucarestia, che è un sacramento costitutivo del cammino penitenziale dell’uomo. Privare un cristiano dell’eucarestia significa privarlo di tutta la sua ricchezza.
D. Cosa pensa del coming out di monsignor Charamsa?
R. Fare coming out alla vigilia del Sinodo, secondo me, non è stata una scelta positiva. È evidente la volontà di sfruttare il momento. E poi monsignor Charamsa, come prete, era tenuto a osservare il celibato. Lo aveva scelto e quindi, indipendentemente dal suo orientamento, non avrebbe potuto vivere una vita sessuale normale. Detto questo, io non giudico la persona. Dico solo che si è presentato come un prete che ha mancato a un impegno che aveva assunto, mi auguro io, liberamente.
D. Monsignor Charamsa ha sostenuto che l’astinenza totale dalla vita d’amore sia disumana. Non è quello che pensa anche lei?
R. C’è una differenza. Io penso che sia sbagliato vietare la sessualità a chi può legittimamente esercitarla. Vale a dire, a un omosessuale che non ha promesso il celibato, che non ha fatto voto di castità, e che oggi se volesse potrebbe sposarsi.
D. In Italia, per la verità, non potrebbe.
R. Oggi non è consentito, ma speriamo che si arrivi a dare una legittimazione civile alle unioni omosessuali. E chissà, magari più in là… non dico un sacramento, ma almeno una benedizione del Signore, a due persone dello stesso sesso che vogliono stare insieme, che si vogliono bene e vogliono vivere insieme con stabilità. Mi auguro che la Chiesa arrivi a invocare la benedizione di Dio su due omosessuali che vogliono stare insieme e vivere una vita di dedizione reciproca. Questo tirerebbe fuori dalla clandestinità tante persone, forse anche tanti preti che vivono il celibato di malavoglia e chiederebbero di essere liberati dal peso che grava sulla loro coscienza.
D. Nella sua esperienza di vescovo, le è mai capitato di raccogliere la confessione di un prete omosessuale?
R. Sì, ci sono stati alcuni casi. Io ho cercato di aiutare i sacerdoti che si sono confidati con me a recuperare con pazienza la fedeltà al celibato. La situazione del resto non era compromessa, si trattava di sbandate che possono capitare. D’altra parte, oggi si pone il problema: l’omosessuale può essere accolto come prete? Attualmente la Chiesa risponde di no. Anche su questo, però, noi vescovi dovremmo riflettere.
D. In che senso?
R. La castità riguarda in maniera analoga eterosessuali e omosessuali. Il giovane che vuole diventare prete, indipendentemente dall’orientamento sessuale, deve avere la forza, il coraggio, l’aiuto di Dio per vivere la castità. Un impegno che noi vescovi dovremmo esaminare attentamente, con l’aiuto di psicologi e pedagogisti, per valutare se il soggetto è in condizione di assumerlo oppure no.
D. Il celibato per i preti, quindi, rimane un punto fermo anche per lei?
R. Il celibato è un dono e una norma giuridica, ma va ripensato e va vissuto in un clima nuovo, un clima di comunità. Perché un prete solo è un prete che vive di stanchezza, di inquietudine, di solitudine. Dovrebbe vivere in una comunità lieta, fatta non solo di altri preti, ma di uomini e donne insieme. Il prete dovrebbe saper vivere con le famiglie, aprirsi all’amore, avere anche lui degli affetti e delle amicizie, perché non si può chiudere il cuore. Un prete con il cuore chiuso non è capace di fare il padre, di comprendere e accogliere gli altri. Chi ha il cuore duro non sa far altro che sentenziare, e manda via la gente. Diventa una persona anchilosata, incapace di capire gli altri.
D. Quante sono nella Chiesa le persone che condividono i suoi orientamenti?
R. Credo siano in molti, però è necessario che queste idee emergano non come forme di rifiuto di una tradizione millenaria, ma come forme di arricchimento. Occorre conservare quello che c’è di bello nel celibato, ma aprirlo contemporaneamente alla condivisione, alla vita in comune. Infine, a mio parere, sarebbe necessario spostare la scelta del celibato a un’età più matura. C’è un’età in cui i sentimenti e i sensi scoppiano: bisogna superarla per poter dire un ‘sì’ a occhi aperti e con il cuore sereno.

 

verso nuovi paradigmi nella comprensione della sessualità

Omosessualità e Sinodo 2015

psicoanalisi e teologia in dialogo verso nuovi paradigmi

Beatrice Brogliato e Damiano Migliorini [1] autori del libro L’amore omosessuale. Saggi di psicoanalisi, teologia e pastorale. In dialogo per una nuova sintesi ( Cittadella, Assisi 2014) fanno questa belle puntualizzazione su Micromega:

1. Una stagione culturale nuova

La stagione culturale aperta dal Sinodo Straordinario dell’ottobre 2014 non può che condurci a esplorare nuovamente la realtà dell’omosessualità, sulla quale pesano ancora fraintendimenti e posizioni contrapposte. La Relatio post disceptationem ha dato slancio a questo momento di ascolto e di parresia, laddove si spinge a considerare che «il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner [omosessuali]» (n. 52). Aperture che, come sappiamo, sono state poi ridimensionate nella Relatio Synodi. Tuttavia, ciò che è emerso nel dibattito sinodale – i numeri nelle votazioni finali lasciano a intendere la pluralità delle posizioni emerse nella discussione tra i vescovi – ha continuato a dare i suoi frutti. In questa fase inter-sinodale, infatti, teologi, vescovi, sacerdoti[2] e Conferenze Episcopali[3] si sono espressi con più libertà, mostrando come le posizioni interne alla Chiesa siano molto variegate. Con prese di posizione anche piuttosto dure, da parte di esponenti di rilievo della cultura cattolica: posizioni che – inutile nasconderlo – lasciano un po’ di amaro in bocca per il loro stile.

Indagini demoscopiche, del resto, confermano che la situazione è la stessa anche tra i fedeli[4]. Non da ultima, anche la società civile ha mandato alla Chiesa dei segnali piuttosto forti, dato che il numero di Stati in cui il riconoscimento delle relazioni d’amore omosessuali è ufficiale si sta progressivamente allargando (ricordiamo le recenti approvazioni in Slovenia ed Estonia). La vittoria del sì nel referendum della “cattolica” Irlanda ha solo certificato quel che era chiaro da tempo: si è creata una distanza notevole tra la maggioranza dei cattolici e le indicazioni (ufficiali) della Chiesa in materia di morale sessuale.

Questa «rivoluzione sociale», ha affermato l’arcivescovo Martin, chiede anche alla Chiesa e alle sue istituzioni culturali di «fare i conti con la realtà»[5]. Per farlo, però, sono necessari dei paradigmi nuovi: bisogna cercare di capire quali sono le convinzioni profonde delle nuove generazioni, che le muovono a dissentire così profondamente dalla dottrina ufficiale. La richiesta del riconoscimento di un ‘amore forte’, del totale dono di sé per un’altra persona, non sembra avere a che fare con l’individualismo, e sembra poter essere un fattore di coesione sociale, di promozione umana, di sana libertà, anche se non contribuisce a generare biologicamente un figlio. La distanza culturale tra la Chiesa e i suoi fedeli (non solo i più giovani), forse, sta proprio qui. Senza dimenticare, come già ci hanno suggerito molti saggi di storia[6], che nelle fasi storiche di tolleranza – non di relativismo – le ragioni filosofiche e teologiche di chi si oppone al riconoscimento dell’amore omosessuale perdono di efficacia, perché esse traggono buona parte della loro forza dall’intolleranza generalizzata e dai pregiudizi consolidati.

La Chiesa quindi, sostenuta dalla novità «metodologica» introdotta da papa Francesco, è spinta a interrogarsi in modo nuovo, sforzandosi di comprendere le ragioni di chi vede nell’amore omosessuale una forma lecita di affettività, realizzante, umana, promuovente anche l’amore eterosessuale nella sua forma cristiana. In accordo, non in contrapposizione; a sostegno, non come pericolosa minaccia. In questo cammino di ascolto, di fondamentale importanza è la disponibilità a lasciarsi provocare da una realtà evidente per molti: tra persone dello stesso sesso vi può essere un’autentica relazione d’amore. È proprio il considerare «amore» l’esperienza affettiva delle persone omosessuali, infatti, il cuore del problema in teologia, la prospettiva con cui può essere affrontato, e allo stesso tempo la chiave di volta di una possibile soluzione alle varie impasse, quelle teoretiche e quelle pastorali.

Perché, dunque, un cattolico dovrebbe spingersi a chiamarlo amore? Può farlo, sia dal punto di vista scientifico, sia da quello etico-teologico?

2. Indicazioni dalla psicoanalisi

La psicoanalisi è la scienza che, più di ogni altra, può contribuire a rispondere a questi interrogativi. Un’analisi scientifica priva di pregiudizi metodologici, epistemici e sociali mostra che l’amore omosessuale può essere una forma di relazione affettiva sana e umanizzante. L’amore omosessuale non è immaturo, né narcisistico (l’omosessuale non ritira gli investimenti libidici dagli oggetti, bensì ama l’altro nella sua interezza); le persone omosessuali non sono più promiscue o psicologicamente instabili delle persone eterosessuali. Vi possono essere delle difficoltà contingenti – dovute a fattori ambientali e sociali[7] – che tuttavia non sono determinate dall’omosessualità stessa della persona.

La formazione dell’orientamento omosessuale – inteso come fenomeno psichico e insieme di desideri e affetti – è molto precoce e determinata da elementi soggettivi primitivi a cui non abbiamo accesso immediato. Ciò significa, innanzitutto, che dell’omosessualità non si possa individuare una vera e propria causa, e tantomeno una colpa (dei genitori, della famiglia, dell’ambiente). Vi è un tale complesso intreccio di elementi – dalla possibile predisposizione genetica, a tutti i fattori ambientali, psicologici e relazionali che ne determinano l’espressione – da escludere la possibilità di risalire a una concatenazione causale univoca, né come teoria generale, né nell’applicazione al singolo caso. Tutte le presunte ‘teorie eziologiche’ (genetiche, ormonali, anatomiche, psicologiche) hanno infatti mostrato, nel tempo, la loro insufficienza[8].

L’orientamento omosessuale, e il mondo degli affetti e dell’erotismo che ne deriva, implica un’uscita dall’Edipo, non presenta particolari disturbi di personalità o forme perverse di vivere la propria sessualità[9]. Al netto di ciò, la plausibilità terapeutica e teorica delle ‘teorie riparative’ risulta del tutto compromessa, com’è stato ampiamente dimostrato[10].

La sofferenza che le persone omosessuali sono spesso costrette a vivere, quindi, non è necessariamente legata a particolari disturbi psichici o di personalità, a traumi, ad abusi; non nasce da famiglie conflittuali o da disturbi fisici di varia natura. Queste persone soffrono perché sono sole, chiuse, timorose di vivere pienamente e liberamente le relazioni sociali. Tale ritiro non è determinato da una loro ‘difettosa’ struttura psichica, ma è determinato dal forte pregiudizio sociale, che queste persone fanno proprio (è il fenomeno dello stigma – o pregiudizio – sociale interiorizzato) e nelle quali s’identificano, autodenigrandosi. Tale processo di interiorizzazione e, quindi, di identificazione avviene perché, durante lo sviluppo dell’identità di genere, tutti noi abbiamo bisogno di modelli sociali di riferimento. Nella fase adolescenziale, quando iniziamo a comprendere chi siamo, qual è il nostro orientamento sessuale, abbiamo bisogno di modelli stabili e precisi. Per tutti noi, quindi, è essenziale avere delle linee guida che la società ci può e ci deve dare. Perciò, piuttosto del nulla, assorbiamo modelli negativi, se sono gli unici punti di riferimento. Molte ragazze e ragazzi omosessuali che iniziano a vivere questo vero e proprio sconquasso, conducono una lotta interiore in completa solitudine[11]. Nella ricerca di modelli in cui identificarsi, trovano soltanto pregiudizi: valutazioni degradanti, parcellizzanti la loro persona, spesso legate solo al sesso e non all’interezza dell’individuo.

Piuttosto del vuoto identitario, interiorizzano questi modelli negativi. Spesso, il ragazzo o la ragazza omosessuale entra, quindi, in un circolo vizioso, dando credito ai pregiudizi sociali, iniziando ad avere comportamenti svalorizzanti. Ecco perché la rimozione del pregiudizio – che oggi è identificata, a torto o a ragione, con la locuzione «lotta all’omofobia» – è urgentissima e necessaria. Quando le persone sono accolte nella loro interezza, arrivano a vivere in maggiore armonia con se stessi, iniziando ad amarsi e a valorizzare l’interezza della loro persona. Lo sviluppo di un’immagine di sé positiva prelude all’affermazione positiva di sé. È una questione di autostima, non di orgoglio. Quando l’omosessuale riconosce il proprio valore, intraprende la strada del ‘venir fuori’, e le relazioni affettive fanno parte di questa affermazione, poiché l’identità omosessuale si completa in esse, in quanto promuoventi un’immagine di sé positiva. Da questo punto di vista, è incomprensibile la richiesta fatta agli omosessuali di vivere la propria affettività nel nascondimento o nell’astinenza perpetua: per una persona omosessuale ciò corrisponde a un’incarcerazione, alla negazione di ciò che di più bello può avere nella vita.

Le\i giovani omosessuali hanno poi bisogno di un modello positivo: dobbiamo parlare loro di amore, di fedeltà, di progetto di coppia, di dono, da realizzare a partire da ciò che sono, e rivolti a colui o colei che sentono essere il compimento del loro desiderio affettivo.

Un discorso sobrio, sereno e scientifico sull’omosessualità, infine, implica una presa di distanza dai contrapposti estremismi circa il gender. Premesso che una «teoria del gender» (al singolare) non esiste[12], è sempre più urgente sottolineare come gli assunti principali delle teorie sul genere – anche delle più moderate, che potrebbero ottenere positiva accoglienza nella Chiesa[13] – riguardino i ruoli di genere (e, solo in rari casi, l’identità di genere[14]) e non l’orientamento sessuale. Le persone omosessuali vivono in armonia la loro identità di genere, perché il loro sesso psichico coincide con il sesso biologico: l’omosessuale femmina, per capirci, si sente pienamente femmina, non desidera avere un corpo maschile. Dal momento che l’essere omosessuali non genera e non è d’impedimento alle capacità di giudizio, sociali, lavorative (adattamento e funzionamento), possiamo desumere che la persona omosessuale esce positivamente dall’Edipo. L’Edipo non “riesce” solo quando “produce” eterosessuali, ma quando “produce” persone capaci di positive relazioni sociali, affettive, intellettuali. Se l’Edipo è riuscito, dunque, si è risolta positivamente anche la relazione della persona omosessuale con l’altro sesso: le persone omosessuali non sono né misogine, né misandrogine. Anzi, proprio le profondissime relazioni di amicizia delle persone omosessuali con le persone di sesso opposto mostrano come l’accettazione della differenza sessuale avvenga in loro in un modo diverso, ma che non la nega affatto: al contrario, queste amicizie attestano come vi possa essere una relazione uomo-donna straordinaria – complice, di rispetto assoluto – anche laddove manchi l’attrazione sessuale.

Riconoscere il valore dell’amore omosessuale, dunque, non ha nulla a che vedere con la negazione della differenza sessuale, né con l’imposizione di una rivoluzione circa i ruoli di genere. Educare al rispetto di questo amore – parlarne, anche con i giovani, nelle sedi istituzionali e religiose – è un atto dovuto. Se poi vi fossero delle degenerazioni, è giusto segnalarle, ma senza generare dannose caccie alle streghe, complottismi[15], o demonizzare qualsiasi forma di educazione al rispetto della diversità. Iniziare a rimuovere alcuni stereotipi è indispensabile – siano essi riguardanti gli omosessuali o gli eterosessuali (troppo spesso schiacciati da alcuni stereotipi di genere) – e creare una cultura del rispetto e dell’accoglienza è fondamentale, e non può essere sacrificato sull’altare delle contrapposizioni ideologiche.

3. Prospettive teologiche

La teologia e le istituzioni religiose, dal canto loro, possono cooperare a questo processo di umanizzazione delle relazioni e di rimozione delle sofferenze. Purché abbiano la lucidità di andare al cuore pulsante della propria dottrina, sapendo trasmettere ciò che vi è di essenziale. La Chiesa afferma che perché una relazione affettiva si possa chiamare ‘amore’ sono necessarie la reciprocità, la passione, il rispetto, la magnanimità, la fedeltà, la donazione altruistica, la solidarietà, nonché il sacrificio.

Le caratteristiche elencate sono riscontrabili anche in una coppia omosessuale. I sacerdoti e i teologi spesso non ne sono consapevoli, perché è raro che giungano a contatto con coppie omosessuali che vivono il «per sempre» in senso cristiano. Eppure esistono. Certo, è precisamente compito di queste coppie di testimoniare alla Chiesa la loro esistenza, dare prova che esiste questo luogo teologico in cui si manifesta la grazia dell’amore di Dio. Ma è anche compito della Chiesa di cercarle, avere uno sguardo attento, che non allontani queste realtà cercandovi per forza qualcosa di perverso. E sarebbe dovere dei sacerdoti educare la coppia a vivere quelle caratteristiche, esattamente come le insegnerebbero alle coppie eterosessuali, che spesso giungono a implementarle solo al termine di un lungo percorso di maturazione umana e di fede.

Negli atti sessuali compiuti da una coppia omosessuale sono però assenti la finalità procreativa e la complementarietà (entrambe in senso biologico-riproduttivo), ed è ciò a costituire per la Chiesa il punto ermeneutico più critico. Dalla mancanza di queste caratteristiche fondamentali dell’oggettività della sessualità, nasce la parola ‘disordine’, o meglio la locuzione ‘oggettivo disordine morale’[16] con cui il magistero ordinario della Chiesa indica sinteticamente gli atti sessuali delle persone che vivono una relazione d’amore omosessuale.

La domanda che la Chiesa si è posta, in vista del Sinodo, è se tali categorie si possano aggiornare senza negarle o snaturarle, per implementare una pastorale più efficace e coerente. Non vi è, crediamo, una risposta univoca a questo interrogativo. Tuttavia, alcune proposte teologiche[17] sembrano mostrare che un’analisi più approfondita può portare a elaborare significati di ‘fecondità’ e ‘complementarietà’ più ampi e complessi, più inclusivi. Ampiezza che non è una forma di annacquamento o capovolgimento. Nelle stesse affermazioni della Chiesa è riscontrabile questa pluralità di significati, soprattutto quando si applicano alle situazioni umane in cui non vi è procreazione biologica (lo stato celibatario o verginale, o quello delle coppie sterili). Certo, l’allargamento del campo semantico di questi termini implica un complesso lavoro di ermeneutica della Scrittura, della Tradizione e della dottrina della legge morale naturale[18], che passa anche per l’indagine antropologica.

Tuttavia, proprio quest’ultima può riuscire a scorgere che riconoscere come leciti gli atti compiuti nel contesto di un amore omosessuale non significa mettere in discussione l’antropologia cristiana circa la differenziazione sessuale, ma solo prendere in considerazione il fatto che il riconoscimento dell’alterità sessuale – e di ogni alterità – non passa solo per la dinamica di attrazione sessuale. Il simbolismo sessuale coniugale eterosessuale presente nel testo biblico è sicuramente paradigmatico, ma non esclude che vi possano essere altre forme di relazione sessuale buone. La Bibbia conosce varie forme di alterità, e definisce l’uomo come l’essere capace di relazione e comunione tra alterità (nucleo antropologico fondamentale); tra queste vi è anche l’alterità sessuale, il riconoscimento della quale è essenziale per la persona, ma che non si attua solo nel desiderio carnale. Da questo punto di vista, il riconoscimento della liceità dell’amore omosessuale è il frutto maturo dell’antropologica personalista cattolica (prima che s’infilasse nelle strettoie argomentative dell’unità-duale[19]).

Se così fosse, riconoscendo le differenze e le somiglianze tra amore omosessuale e amore eterosessuale, è possibile – rimanendo nelle categorie già fissate e senza rinnegare del tutto una Tradizione – interpretare il termine ‘disordine’ in un’accezione positiva. Il disordine potrebbe essere, in alcuni casi, un ordine diverso, un ordine (il bene possibile) che nella nostra contemporaneità abbiamo iniziato a scoprire, e del quale dobbiamo cogliere gli aspetti postivi, facendoli prevalere e risplendere. Nell’amore omosessuale – e negli atti sessuali che ne derivano – si possono esprimere e realizzare alcuni beni fondamentali della persona, che lo rendono ordinabile a Dio secondo l’ordine naturale che gli è proprio. La necessità della presenza del fine unitivo in un atto sessuale, allora, è ciò che a pieno titolo rientra nelle norme universali della legge morale naturale, rispettandone le caratteristiche formali. E questa è precisamente la razionalità (oggettività) dell’amore che deve guidare il nostro agire.

Certo, proponendo di valorizzare anche gli atti sessuali in cui la procreatività biologica è preclusa[20] – negando cioè che vi sia sempre un’inscindibilità dei sensi unitivo e procreativo – ci si spinge a riconsiderare alcuni assunti della dottrina oggi in vigore[21]. Ha quindi ragione mons. Robinson quando sostiene che «Non c’è possibilità di cambiamento per l’insegnamento della Chiesa Cattolica riguardo agli atti omosessuali, a meno che e non prima che ci sia un cambiamento nel suo insegnamento riguardo gli atti eterosessuali»[22]. Il che corrisponde a chiedersi se nell’antropologia metafisica (biblica e tomistica) cattolica vi sia spazio per riconsiderare le finalità proprie dell’atto sessuale[23]. Personalmente riteniamo che vi sia, ma il discorso ci porterebbe lontano, fino a considerare i confini di un possibile ripensamento del magistero ordinario[24]. Non è un segreto, del resto, che lo ‘scisma sommerso’ tra dottrina e comportamento dei fedeli – quella distanza culturale di cui parlavamo all’inizio – trova alcune sue radici proprio in certe formulazioni dell’Humanae Vitae. Riconoscerlo apertamente – fosse anche per ribadire con più convinzione ciò che in quell’enciclica è stato affermato – è una forma positiva di autoconsapevolezza per la Chiesa, che su di essa potrà formulare le proprie strategie pastorali future.

Un cammino non facile, che può suscitare spaesamento e rifiuti, ma che la realtà c’impone di prendere almeno in considerazione. Dal nostro umile punto di vista, crediamo fortemente che gli spazi per l’aggiornamento ci siano, e si siano già formati proprio a partire da alcune problematiche legate alle coppie eterosessuali e la vita consacrata. Un’ipotesi è quella d’ampliare il campo semantico del termine ‘procreativo’, fino a includere alcune forme di fecondità spirituale che promanano direttamente dal significato unitivo. La vita di coppia è già feconda nel suo darsi, perché il dono di sé per l’altro – che si manifesta anche nel concreto degli atti sessuali – crea qualcosa di nuovo, fa entrare le persone in una nuova vita, genera valore aggiunto: il noi emerge dall’io-tu come qualcosa di nuovo e stupendo. In questo ampliamento non vi è alcun cedimento all’edonismo o all’individualismo, giacché si propongono anche alla coppia omosessuale gli stessi alti ed esigenti appelli alla castità coniugale. È un aggiornamento possibile che, tuttavia, è stato sovraccaricato d’importanza simbolica (circa la morale e le posizioni di egemonia culturale e sociale), rendendolo di fatto quasi impraticabile. E ciò a discapito della vita delle persone.

Ecco allora che aprirsi al mondo, in questo contesto, non significa acquisirne automaticamente le istanze. Sappiamo che il cristianesimo – sia nei testi del Vangelo, sia nella Tradizione – spinge sempre a superare le logiche del mondo, verso un orizzonte di senso più ampio, dove l’umano sfiora il divino. Aprirsi con fiducia – nello stile di papa Francesco e nel modello di sinodalità sognato nel Vaticano II e concretizzatosi nella discussione franca e libera di questo Sinodo – significa accettare di porsi in ascolto, senza demonizzare ciò che proviene ‘dal mondo’, ma sapendone riconoscere le dinamiche positive, portarle a compimento, depurarle da ciò che vi è di inumano, senza rinunciare al cuore della propria tradizione, ma allo stesso tempo senza porsi anacronisticamente fuori dalla realtà.

Questo è il compito della dottrina che si traduce in pastorale: proporre anche alle persone omosessuali che vivono una relazione d’amore con persone dello stesso sesso i caratteri fondamentali della spiritualità cristiana sulla sessualità. Ci sono delle intuizioni basilari – nella morale sessuale cattolica – che fanno parte di una saggezza laica e cristiana che costituisce l’oggettività della sessualità, e che pertanto non possono essere negate, seppur mediate dalla consapevolezza della gradualità d’ogni percorso di maturazione morale. Ad esempio l’idea che l’atto sessuale debba essere espressione del livello relazionale del rapporto e frutto di uno sguardo casto (nucleo dell’idea di castità coniugale).

Proporre queste indicazioni significa inserirsi in un percorso storico ormai avviato e irreversibile – quello del riconoscimento dell’integralità umana delle persone omosessuali e del loro amore di coppia – sapendolo governare, invece di opporvisi tenacemente; significa far primeggiare il bene che si esprime in questo percorso, senza doversi scusare tra qualche anno per non averlo saputo riconoscere.

Certo, resta aperta la questione di quale sia il modo migliore – sia a livello sacramentale sia a livello giuridico – per attuare concretamente questo riconoscimento[25]. E qui entra in gioco la creatività umana, che però non può usare paraventi linguistici che possono solo, alla lunga, risultare ipocriti.

In questo Sinodo forse la Chiesa non potrà procedere a un aggiornamento dottrinale sostanziale. Tuttavia, ha di fronte a sé molte opzioni per compiere qualche passo in avanti. Potrebbe, ad esempio, invitare i teologi, i vescovi e i laici a intraprendere un libero cammino di approfondimento di alcuni termini, della Tradizione e dell’esegesi; consentendo di sperimentare nuove ipotesi pastorali alle singole Conferenze Episcopali, le quali si trovano a confronto con sensibilità sociali, spirituali e culturali molto diverse, nelle differenti aeree del pianeta in cui si trovano a operare.

NOTE

[1] Autori del libro L’amore omosessuale. Saggi di psicoanalisi, teologia e pastorale. In dialogo per una nuova sintesi, Cittadella, Assisi 2014.

[2] L’Association of U.S. Catholic priests ha inviato al Sinodo i risultati della consultazione di oltre 500 sacerdoti americani, attraverso una lettera che chiede forti innovazioni su tutti i temi affrontati dal Sinodo (cf. Adista Notizie 16 (2015), file originale in inglese scaricabile qui: http://www.uscatholicpriests.org/). Si sono pronunciati per delle aperture, anche se con sfumature differenti, il vescovo Johan Bonny, mons. Domenico Mogavero (intervista su Vatican Insider del 14\10\2014), il vescovo Juan Vicente Cordoba, il cardinale Reinhard Marx, il vescovo Bruno Forte (intervista su Vatican Insider del 13\10\2014), il vescovo Raul Vera, mons. Geoffrey Robinson, mons. Luigi Bettazzi.

[3] Hanno fatto scalpore le posizioni d’avanguardia dei fedeli svizzeri, sintetizzate nel documento «Rapporto della Chiesa cattolica in Svizzera sugli interrogativi sollevati nei Lineamenta in preparazione al Sinodo ordinario dei Vescovi 2015 a Roma» inviato dalla loro Conferenza Episcopale (si può trovare qui: http://www.ivescovi.ch/documenti /comunicati/dibattiti-presinodali- in-svizzera), e quelle dei fedeli tedeschi: «La maggioranza si aspetta dalla Chiesa una valutazione più differenziata basata sulla teologia morale, che tenga conto delle esperienze pastorali e delle conoscenze scientifiche. Quasi tutti i cattolici accettano rapporti omosessuali se i partner vivono valori come amore, fedeltà, responsabilità reciproca e affidabilità» (La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo, risposta della Conferenza Episcopale Tedesca, tradotta in http://www.viandanti.org).

[4] Secondo il Public Religion Research Institute (PRRI), circa il 60% dei cattolici americani approverebbero il matrimonio gay (Attitudes on Same-sex Marriage by Religious Affiliation and Denominational Family, consultabile in http://publicreligion.org/2015/04/). Anche i dati, certamente più modesti, dai noi raccolti nelle parrocchie del vicentino circa l’accettazione positiva della realtà omosessuale, sembrano indicare un risultato analogo (cf. D. Migliorini, I fedeli cattolici e l’omosessualità: un’indagine in parrocchia, in http://vaticaninsider.lastampa.it/, 9/02/2015).

[5] «Nozze gay, l’arcivescovo di Dublino: “La Chiesa faccia i conti con la realtà”», articolo in ‘www.repubblica.it’ del 24/05/2015. L’interpretazione del dato e della direzione che deve prendere questa necessaria ‘riflessione’ è stata diversa all’interno della Chiesa, come testimoniano le differenti affermazioni del card. Parolin e del card. Kasper (entrambe in Corriere della Sera del 27/05/2015, p. 6).

[6] Ricordiamo l’insuperata opera di J. Boswell, Cristianesimo, tolleranza, omosessualità, Leonardo, Milano 1989; a cui si possono aggiungere, per una prima ricognizione: E. Cantarella, Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, BUR, Milano 2010; M. P. Faggioni, L’atteggiamento e la prassi della Chiesa in epoca medievale e moderna sull’omosessualità, in Gregorianum 91 (2010) 3; L. Crompton, Homosexuality and civilization, Harvard University Press 2006; recentissima l’uscita di G. Dall’Orto, Tutta un’altra storia. L’omosessualità dall’antichità al secondo dopoguerra, Il Saggiatore, 2015.

[7] Per un’introduzione ad alcune questioni sociologiche, tra cui la genesi e il significato del termine omofobia: L. Trappolin, Per una sociologia dell’omosessualità, Carocci, Roma 2009; C. Bertone, Le omosessualità, Carocci, Roma 2001; G. Herdt, Omosessualità, in Enciclopedia delle scienze sociali, vol. 6, Roma 1996; A. Sullivan, Praticamente normali, Mondadori, Milano 1996; M. Graglia, Omofobia. Strumenti di analisi e di intervento, Carocci, Roma 2012; S. Argentieri, A qualcuno piace uguale, Einaudi, Torino 2010.

[8] M. L. Di Pietro, Il processo di sessualizzazione della persona. Il dato biologico, in Aa.Vv., Amare nella differenza, Cantagalli-Libreria Editrice Vaticana, 2012, pp. 133-143.

[9] American Psychological Association, Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation (2009), in www.apa.org.

[10] Oltre al documento dell’Apa, ricordiamo il dettagliato volume P. Rigliano – J. Ciliberto – F. Ferrari, Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità, Cortina, Milano 2012; M. Graglia, Psicoterapia e omosessualità, Carocci, Roma 2009; V. Lingiardi – N. Nardelli, Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche gay bisessuali, Cortina, Milano 2014.

[11] M. Palomba, Essere e vivere la diversità, Kappa, Roma 1999.

[12] Solo all’interno del femminismo si possono riscontrare posizioni essenzialiste, decostruzioniste (tra cui le teorie queer), della differenza sessuale, e postmoderniste (o teoria delle differenze locali). Cf. E. Ruspini, Identità di genere, Carocci, Roma 2009, pp. 57-61.

[13] G. Piana, Sesso o gender. Davvero alternativi?, in Rocca 8 (2015), pp. 30-32; Aa.Vv., Identità di genere. Pensare la differenza tra scienze, filosofia e teologia, EDB, Bologna 2015; C. Simonelli, Teologia, differenza e gender: un dibattito aperto, in Studia Patavina 62 (2015), pp. 73-88; Per una panoramica sui gender studies rimandiamo a B. Gelli, Psicologia delle differenze di genere, Franco Angeli, 2014; R.W. Connell, Questioni di genere, Il Mulino, 2011; S. Zanardo, Gender e differenza sessuale. Un dibattito in corso, in Aggiornamenti Sociali 5 (2014).

[14] Sono i casi in cui si manifesta una disforia di genere, cioè i casi di transessualità. Secondo la teoria più accreditata, sono casi in cui la persona – per un’alterazione ormonale nelle prime fasi di vita – si trova con un corpo non corrispondente al sesso biologico del cervello. Non hanno, evidentemente, nulla a che vedere con l’omosessualità. Inoltre, non vi sono evidenze scientifiche che mostrano come un’eventuale maggiore flessibilità nei ruoli di genere possa generare più casi di omosessualità o di transessualismo.

[15] «La sociologia individua il ‘complottismo’ come il tentativo, per definizione minoritario, di conservare in diversi campi del sapere umano – ma principalmente la storia e la scienza – elementi della rejected knowledge (conoscenza scartata), cioè le ipotesi che la comunità accademica nella sua vasta maggioranza, dopo averle esaminate, ha respinto come spiegazioni false o inadeguate della realtà. Il complottista s’immagina che il rigetto della teoria cui è affezionato non sia avvenuto perché, seguendo i suoi normali e consueti modi di funzionamento, la comunità accademica è riuscita a ‘falsificarla’, nel senso di provarla come falsa, ma perché la maggioranza degli accademici – nonché dei media che riportano le loro conclusioni, e delle istituzioni politiche, professionali e religiose che ne tengono conto – partecipa a un vasto complotto dietro cui si celano ‘sette’ misteriose ma potentissime» (M. Introvigne, Nuove mitologie religiose, in Treccani, online su treccani.it).

[16] V. Tombolato, Omosessualità. Un oggettivo disordine morale?, Alberto Brigo, Rovigo 2008.

[17] Ricordiamo i più significativi, dall’apripista J. McNeil, La chiesa e l’omosessualità, Mondadori, Milano 1979, a: M. Vidal, Omosessualità, scienza e coscienza, Cittadella, Assisi 1983; X. Thevenot, Omosessualità maschile e morale cristiana, Leumann-Elledici, Torino 1991; J. Gafo, Omosessualità, un dibattito aperto, Cittadella, Assisi 2000; E. Chiavacci, Omosessualità. Cercare ancora, in Vivens Homo 11 (2000) pp. 423-457; J. Gramick – R. Nugent, Anime gay. Gli omosessuali e la chiesa cattolica, Ed. Riuniti, Roma 2003; J. Alison, Fede oltre il risentimento. Coscienza cattolica e coscienza gay: risorse per il dibattito, Transeuropa, Massa 2007; G. Piana, Omosessualità. Una proposta etica, Cittadella, Assisi 2010; P. Rigliano, Gesù e le persone omosessuali, La Meridiana, Molfetta 2014; P. Gamberini, Coppie omosessuali. Vivere, sentire e pensare da credenti, in Il Regno-attualità 2 (2015) pp. 129-136. Sul fronte pastorale, ricordiamo il numero 30 (1996) della rivista Presbyteri (contributi di L. Lorenzetti e L. Rossi). Rimandiamo anche alla raccolta di saggi in Concilium 1\2008 (Le omosessualità) e in CredereOggi 116\2000 (Persone omosessuali).

[18] Una legge imprescindibile, che tuttavia non può essere banalizzata. Rimandiamo al nostro testo, B. Brogliato – D. Migliorini, L’amore omosessuale. Saggi di psicoanalisi, teologia e pastorale. In dialogo per una nuova sintesi, Cittadella, Assisi 2014, pp. 223-255.

[19] Riscontrabili, ad esempio in A. Scola, Il mistero nuziale. Uomo-donna, Marcianum Press, Venezia 2014.

[20] Come avviene nelle coppie sterili, oppure accettando l’atto sessuale nei periodi infecondi. Tali atti, infatti, pur mantenendo la ‘forma generativa’ hanno un’intrinseca intenzionalità contraccettiva.

[21] Quelli, com’è noto, codificati nell’Humanae Vitae.

[22] Omosessualità: occorre una nuova morale sessuale, intervento di Geoffrey James Robinson, vescovo emerito della diocesi cattolica di Sidney, tenuto alla conferenza Le strade dell’amore, riportato da L’Indice del Sinodo (http://ilregno-blog.blogspot.it/2015/02/omosessualita-occorre-una-nuova-morale.html).

[23] In qualche modo, si tratta finalmente d’integrare nella riflessione antropologica la nozione di orientamento sessuale (sconosciuta alla tradizione cattolica più antica); è quest’ultima, infatti, a spingere a riconsiderare l’insegnamento sugli atti sessuali – come sostenuto da Robinson – poiché implica di ripensare la forma stessa (l’ordine) impressa da Dio negli atti sessuali derivanti da orientamenti diversi.

[24] Forse, per affrontare con più serenità le scelte dottrinali impegnative, sarebbe utile riscoprire alcune riflessioni – profonde e non poco provocatorie – di K. Rahner, raccolte nei Nuovi saggi, Paoline 1975, pp. 60-63, 362-379 e 405-422 (Discussioni attorno al magistero ecclesiastico).

[25] Se si debba trattare di un’equiparazione tout court al matrimonio oppure no. Per onestà nel procedere argomentativo, sarebbe importante, nei dibattiti su questa questione, cercare di tenere separate problematiche diverse, che necessitano di categorie differenti, come ad esempio la questione delle adozioni o dell’utero in affitto. Riconoscere la bontà dell’amore omosessuale non implica necessariamente queste ultime; sebbene siano frequentemente associate (soprattutto a livello giuridico), sarebbe opportuno distinguerle.

(2 ottobre 2015)

contraddizioni della nostra chiesa

 ‘chiesa contraddittoria, assolve gli omicidi ma non i divorziati risposati!’

intervista al biblista Maggi

 

 

<la chiesa  assolve gli omicidi, ma non i divorziati risposati!>.

Il biblista Alberto Maggi affida a un’esclamazione il suo più totale disappunto per quella che considera <una lampante contraddizione> nell’insegnamento del popolo di Dio. Con il pensiero rivolto a Cristo, <che più che unire sfascia le famiglie>, pur se non è solito discorrere del Sinodo, il religioso dei Servi di Maria accetta di buon grado di rispondere ad alcune domande sull’assise ormai alle porte. <Non mi attendo molto dal Sinodo>, ma, in quest’anno di Giubileo della misericordia indetto dal Papa, <spero in gesti concreti a favore dei risposati, dei preti uxorati e degli omosessuali>. Tre categorie <umiliate ed emarginate dalla Chiesa>.  

fra’ Maggi, quanto l’appassiona il dibattito pre sinodale?                                  

<Non più di tanto. I cambiamenti nella Chiesa vengono sempre dalla base e non dai vertici. I mutamenti sono rifiutati, ostacolati e contrastati dalle gerarchie. Poi, dopo un lungo lasso di tempo, vengono accolti… Quando ormai è troppo tardi>.

Al Sinodo quali cambiamenti potrebbero passare?                                                

<In ogni situazione, in ogni controversia, bisogna tenere presente il comportamento di Cristo: lui, tutte le volte che si è trovato a dover scegliere tra l’obbedienza alla Legge divina e il bene concreto dell’uomo, senza esitare ha sempre scelto quest’ultimo. Facendo il bene dell’uomo si è certi di fare anche quello di Dio>.

Un principio pìù sulla carta che nei fatti? 

<Troppo spesso per l’onore di Dio si è disonorato l’uomo e per il bene di Dio si è causata sofferenza agli uomini>.

In una recente intervista sul Sinodo, Francesco ha parlato di attese <eccessive>. Condivide?  

<Se lo dice il Papa… Lui conosce bene l’ambiente, sente sulla pelle le resistenze curiali al suo impegno per un cambiamento evangelico, ogni giorno si trova di fronte a muri di gomma e a veri e propri dispetti>.

Che tra il Pontefice e parte della Curia non corra buon sangue è risaputo.

<Proprio per questo Bergoglio va sostenuto e non lasciato solo, perché la sola cosa che frena i suoi avversari, come ai tempi di Gesù i sommi sacerdoti, è che ‘temevano la folla…’>.

Dal punto di vista biblico, quale è il filo rosso che unisce Antico e Nuovo Testamento sulla famiglia?

<Non c’è alcuna continuità e il messaggio di Gesù è il meno adatto per sostenere la famiglia patriarcale. Cristo più che unire le famiglie le sfascia…>.

Ovvero?

<Lui viene da una triste esperienza e da brutti rapporti con i suoi che lo hanno creduto pazzo e hanno tentato di rapirlo. Giovanni nel suo Vangelo non esita a scrivere che neanche i fratelli credevano in lui. E Gesù invita a liberarsi, per causa sua e del Vangelo, anche dai vincoli familiari più stretti quali quelli tra marito e moglie, genitori e figli>.

Quali sono le principali discrepanze che evidenzia fra l’insegnamento attuale della Chiesa sulla famiglia e quanto trasmette la Bibbia?

<Non credo che la Chiesa abbia l’autorità di mettere il naso nelle faccende familiari. Una Chiesa, che ha impiegato ben duemila anni per ammettere che nel matrimonio è importante anche l’amore dei coniugi oltre che la procreazione dei figli, sarebbe bene che tacesse su questioni per le quali non ha ricevuto alcun mandato dal Cristo>.

Nessun mandato? Vuole dire che quello di ottobre sarà un Sinodo illegittimo?

<La legittimità la dona lo Spirito Santo. Tanto più gli orientamenti, le scelte e le decisioni del Sinodo saranno all’insegna di una profonda umanità tanto più in queste si manifesterà il divino che alimenta e mantiene in vita la Chiesa>.

Intanto, sui mezzi di comunicazione il dibattito pre sinodale è tutto concentrato sul nodo dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Come se lo spiega?

<Perché è lampante la contraddizione di una Chiesa che rivendica giustamente il mandato del Cristo di poter perdonare i peccati, ma poi è incapace di concedere il perdono a chi, fallito il primo matrimonio, tenta una nuova unione. La Chiesa assolve gli omicidi ma non i divorziati risposati! Spero che in questo anno della misericordia ci siano gesti concreti a favore di tre categorie di persone umiliate ed emarginate dalla Chiesa: i preti sposati, gli omosessuali, i divorziati. Non è solo una questione di misericordia ma di giustizia>.
                                                                                                                            Giovanni Panettiere

quasi 600 preti americani chiedono aperture su gay e divorziati

 

gay e divorziati risposati

572 preti americani chiedono aperture

matrimonio-gay-675

 È da pochi giorni scaduto il termine per la consegna delle risposte al questionario voluto dal Vaticano in vista del Sinodo ordinario di ottobre, ed entro l’estate – quando sarà pubblicato l’Instrumentum laboris – sapremo se e come hanno influito sul documento di lavoro gli interventi di quanti tra vescovi, congregazioni religiose, comunità e singoli fedeli, in questi mesi hanno voluto dire la loro in materia di famiglia, accogliendo l’invito della Segreteria Generale del Sinodo (v. Adista Notizie nn. 1, 6 e 13/15; Adista Documenti n. 8/15; Adista Segni nuovi nn. 1, 9, 11, 13 e 15/15).

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Se lo scorso mese ben 500 preti inglesi sono scesi in campo – con una lettera pubblicata sul settimanale Catholic Herald (v. Adista Notizie n. 13/15) – per esprimere l’auspicio che il Sinodo produca «una proclamazione chiara e ferma» a sostegno della dottrina della Chiesa sul matrimonio, il 10 aprile scorso altrettanti, ma a partire dall’altra sponda dell’Oceano, hanno fatto lo stesso, dando corpo però a una serie di suggerimenti che vanno nella direzione opposta a quella auspicata oltre Manica. Il documento diffuso dall’Association of U.S. Catholic priests (Auscp) raccoglie le risposte pervenute da 572 sacerdoti statunitensi (428 membri dell’associazione – che conta nel suo complesso più di mille aderenti – e 144 esterni) cui è stato chiesto, oltre che di rispondere alle 46 domande del questionario, di ordinarle per importanza.

Il primo posto se l’è conquistato la domanda n. 20 – «Come aiutare a capire che nessuno è escluso dalla misericordia di Dio e come esprimere questa verità nell’azione pastorale della Chiesa verso le famiglie, in particolare quelle ferite e fragili?» – nel rispondere alla quale i preti Usa preannunciano il tenore di tutto il documento: «Non presumendo che chi è nella Chiesa sia nella ragione e chi ne è al di fuori sia nel torto»; «accogliendo anziché rifiutando e discriminando i cattolici divorziati risposati e omosessuali»; «rispettando il primato della coscienza in caso di dilemmi morali», vi si legge tra le altre cose.

Al secondo posto i 572 piazzano la domanda sulla questione ritenuta più delicata, quella relativa alla pastorale rivolta alle famiglie che hanno al loro interno persone con «tendenza omosessuale». Per i preti Usa la comunità cristiana può assolvere a questo compito «offendo una teologia della sessualità nuova e sana»; «apprezzando il valore delle unioni civili gay»; riconsiderando l’idea che il sesso sia legato per forza alla procreazione; trattando gli omosessuali come sorelle e fratelli «con lo stesso desiderio di amore, impegno e cura dei bambini»; «usando una terminologia moderna», per esempio, suggeriscono, utilizzando “orientamento omosessuale” al posto di “tendenze omosessuali”. I sacerdoti sono ancora più netti nel rispondere alla domanda relativa a come «prendersi cura delle persone in tali situazioni alla luce del Vangelo»: «Istituendo un rito specifico per le unioni dello stesso sesso», è uno dei suggerimenti forniti, corredato dall’invito a «mettere in discussione l’assunto per cui Dio desidera solo l’unione uomo-donna» in risposta alla domanda seguente («Come proporre loro le esigenze della volontà di Dio sulla loro situazione?»). 

Altrettanto nette le risposte relative alla pastorale sacramentale nei riguardi dei divorziati risposati, come lasciava prevedere il primo blocco di risposte: i 572 suggeriscono infatti, tra le altre cose, di riammetterli all’eucarestia, «nutrimento per vivere vite fedeli e di amore da parte di coppie in un nuovo matrimonio».

I preti Usa suggeriscono poi di «prendere coscienza del fatto che il dogma della Chiesa in materia di matrimonio e famiglia è troppo rigido», consigliando addirittura di «imparare dai protestanti che fanno un lavoro migliore nell’applicare i valori scritturistici alla famiglia»; di «favorire un grande coinvolgimento dei laici nella catechesi e nel ministero»; di «assicurarsi che coloro che vengono ordinati capiscano che non per questo sono automaticamente qualificati per l’attività pastorale relativa al matrimonio»; di far comprendere ai ministri che coppie e famiglie in serie difficoltà devono essere affidate a specialisti; di «ordinare uomini sposati al sacerdozio e donne sposate al diaconato: potrebbero meglio esercitare il ministero con le famiglie»; di «non cercare di incasellare relazioni amorose e feconde nel modello dottrinale della Chiesa».

«Dio dalle nostre vite non si aspetta la perfezione», è uno dei commenti raccolti dall’Auscp e proposto in calce al documento insieme ad altri. «Noi viviamo con i nostri punti di forza e di debolezza. Facciamo degli errori. La grazia è la misericordia di Dio che ci circonda, con il perdono e la forza di muoverci in una direzione che ci avvicina a Dio. Dobbiamo incoraggiare questo movimento, piuttosto che punire le persone che non raggiungono la perfezione!». (ingrid colanicchia su Adista)

 

il vescovo Bettazzi e le nuove sfide che la chiesa deve affrontare

«comunione ai divorziati e gay, la chiesa affronti le nuove sfide»

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Mons. Bettazzi

mons. Bettazzi

intervista con mons. Bettazzi: «Con Francesco torna lo spirito del Concilio»

Bruno Quaranta

 

il peccato per cui la Chiesa deve chiedere specialmente misericordia? Non aver attuato pienamente il Concilio Vaticano II, scegliendo di essere Chiesa dei poveri e Chiesa comunione a tutti i livelli. Il peccato che “segna” in particolare l’uomo d’oggi? L’indifferenza di fronte ai grandi valori (a cominciare da quello religioso)».

 

meditando sull’Anno Santo prossimo venturo con Luigi Bettazzi nel verde Canavese. Dal 1966 al 1999 vescovo di Ivrea, il novantunenne monsignore, fra i pastori che non sdegnano, anzi, l’odore delle pecore (dagli operai olivettiani agli obiettori di coscienza), già frettolosamente, mediaticamente, soprannominato «il vescovo rosso», ha infine trovato conforto – se mai abbisognasse di conforto -nelle parole di Francesco: «Privilegiare i poveri non vuol dire  essere comunisti».

Papa Francesco ha già creato diversi cardinali ultraottantenni. Potrebbe ricevere anche lei la porpora.

«Non sono una figura così di rilievo. E comunque: Loris Capovilla, il segretario di Roncalli, è diventato cardinale a novantasette anni, sono ancora giovane…».

 

Torino è fra le sorprese dell’ultimo Concistoro…

«La mancata berretta cardinalizia è motivo di riflessione, certo. Ma non dimentichiamo che il Papa mira a segnalare situazioni peculiari, come nel caso di Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, che accolse Francesco a Lampedusa».

 

È pur vero che Torino è la città della Sindone.

«Sì, forse la prossima ostensione autorizzava l’attesa della porpora».

 

Per lei la Sindone è un’icona o una reliquia?

«E’ anche reliquia. Secondo Odifreddi è falsa perché non si è riusciti finora a spiegarla scientificamente. Per me è l’esatto contrario: ciò che non è spiegabile, implica un intervento al di là della scienza».

 

La Sindone icona e reliquia del Dolore. La carneficina tunisina come quella parigina (Charlie Ebdo) sollecita un quesito: l’Occidente decristianizzato potrà arginare il fondamentalismo islamico?

«La secolarizzazione del cristianesimo ha un sicuro risvolto positivo: ci ha consentito di arrivare alla democrazia. Vi è chi ha definito la Carta dei diritti dell’uomo il vangelo secondo l’Onu, un ventaglio di principi evangelici laicamente espressi. L’auspicio è che il mondo musulmano compia il medesimo cammino».

 

Papa Francesco: ha avuto occasione di incontrarlo?

«Un paio di volte, a Santa Marta. Una volta concelebrando con lui. Mi sono presentato: “Sono un superstite del Concilio”. Mi ha iniettato fiducia: “Un testimone”».

 

Quale Papa sente più affine?

«Giovanni XXIII, tale la sua umanità. Luciani mi invitò a non turbare la fede della gente. Giovanni Paolo II mi bacchettò: “Si fa presto a scrivere una lettera a Berlinguer, quando non si è vissuto sotto i comunisti”».

 

Lei testimone del Concilio, accanto a Lercaro di cui fu ausiliare.

«L’11 ottobre 1963 pronunciai l’intervento in favore della collegialità. In idem sentire, di lì a poco, Joseph Ratzinger, teologo del cardinal Frings».

 

Ma il dopo Vaticano non si caratterizza per la collegialità mancata?

«Purtroppo. Francesco vi sta rimediando grazie ai cardinali che ha voluto al suo fianco. Le remore non sono poche, né lievi: il Vaticano è il governo, il Concilio è il parlamento, i governi, notoriamente, soffrono i parlamenti».

 

Sarebbe favorevole a un Vaticano III?

«Come lo intendeva il cardinal Martini. Una serie di sessioni tematiche, che durino un mese: la bioetica, il sesso, la collegialità…Francesco, con il Sinodo in due tempi, si avvicina a Martini».

 

Il Sinodo che si esprimerà, fra l’altro, sulla comunione ai divorziati risposati e sulla condizione omosessuale.

«La comunione: vi sono cristiani ortodossi che, appellandosi al Concilio di Nicea, ammettono persino un secondo matrimonio, nel segno beninteso della sobrietà. L’omosessualità: la questione del sesso va studiata, emancipandosi dai neoplatonici che facevano coincidere sesso e decadenza dello spirito. Perché non espressione dello spirito umano? È noto che mi pronunciai in favore dei Dico, il riconoscimento delle unioni civili».

 

Torniamo al Concilio, al gruppo bolognese: Lercaro, Dossetti, lei. E Giuseppe Alberigo, storico del Vaticano II. Quando morì, sette anni fa, la curia felsinea (cardinal Caffarra) non le permise di presiedere la celebrazione eucaristica. Poté solo concelebrare. Quali le colpe di Alberigo?

«La sua lettura del Concilio: non l’umanità per la Chiesa, ma la Chiesa per l’umanità; non il laicato per la gerarchia, ma la gerarchia per il laicato».

 

Dossetti, un padre costituente. Jemolo rimproverò a Montini di non averlo nominato arcivescovo.

«Montini era un diplomatico, di respiro moroteo. Dossetti lo allarmava».

 

Jemolo avrebbe voluto vedere vescovo un’anima irrequieta come don Milani, magari a capo della pastorale per gli immigrati.

«Distinguerei tra i pastori e i profeti».

 

Francesco ha scandalizzato i cattolici «medi» sostenendo che «il proselitismo è una solenne sciocchezza».

«Francesco è latino-americano. Nel suo bagaglio storico ci sono i nostri antenati che, traversato l’Oceano, non lesinavano l’aut-aut agli indigeni: o diventavano cristiani o venivano eliminati. Le religione è, sia, un affare di coscienza. Cito il Concilio: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio”».

i cattolici lgbt: le loro attese dal sinodo

 

I cattolici LGBT italiani inviano al Sinodo dei Vescovi le loro proposte per una pastorale inclusiva

dal sito gionata

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Dopo un lavoro di redazione collettiva durato circa sei mesi è stato ufficialmente spedito  alla segreteria del Sinodo dei Vescovi e a tutti i partecipanti italiani al sinodo stesso, il documento di proposte predisposto da omosessuali e transessuali italiani cattolici, riuniti sotto il Comitato Organizzatore del 3° Forum Italiano Cristiani LGBT.
Il documento vuole essere il primo contributo formalizzato al Sinodo dagli omosessuali e transessuali cattolici italiani, per far sentire la loro testimonianza, contribuire fattivamente ai lavori del Sinodo, animati da un’inedita voglia di partecipazione.
Il documento è integralmente disponibile (in ITALIANO ed anche in traduzione INGLESE) all’indirizzo http://www.forumcristianilgbt.it/index.php/home/gruppi-di-lavoro/proposte-sinodo, ed è articolato in 7 capitoli (più una premessa e delle conclusioni) che idealmente ripercorrono il percorso di vita di una persona omosessuale e i suoi rapporti con la Chiesa e le comunità di fede di riferimento: Scoprirsi omosessuali, Un figlio omosessuale, Innamorarsi, Vita di coppia, Genitori omosessuali, Contrasto all’omofobia, Persone transessuali. Ogni capitolo si conclude con le speranze sgorgate dai cuori e dalle penne del gruppo di redazione.
Una sintesi del documento, focalizzata sulle speranze, sarà pubblicamente letta al termine della conferenza teologica internazionale “Le strade dell’amore, per una pastorale con le persone omosessuali e transessuali” che avrà luogo a Roma il 3 ottobre.

Gli estensori del documento hanno dichiarato: “Le nostre proposte mirano a promuovere una cultura ecclesiale inclusiva e rispettosa della diversità di orientamento sessuale, a partire dalla formazione degli educatori (sacerdoti, catechisti, insegnanti di religione e, ovviamente, genitori) e dall’attenzione educativa e pastorale nei confronti delle persone omosessuali e transessuali che non dovrebbero essere trattati differentemente rispetto a chiunque altro, anche in riferimento al desiderio di affettività e alla conseguente apertura alle relazioni di coppia, in un quadro di fedeltà e sostegno reciproco.
Questo documento contiene la voce di tante persone, tante vite, tanti pensieri, tante speranze, tante energie, tanti desideri che, per la prima volta, si sono trovati riuniti per scrivere, produrre, proporre al Sinodo, in ottica collaborativa e partecipativa.
Ci rivolgiamo a tutti i partecipanti al Sinodo straordinario affinché prendano in carico queste speranze, raggiungano la consapevolezza della verità, della bellezza, e spesso anche della fragilità, delle vite e delle realtà di tante persone che da mesi stanno lavorando per passare dall’attesa alla partecipazione.”

la grande attesa del sinodo

Il sinodo sulla famiglia sta per aprirsi tra forti aspettative e dubbi sullo svolgimento

di Dennis Coday
(in “ncronline.org” del 26 settembre 2014)

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La prima importante iniziativa del pontificato di papa Francesco si aprirà il 5 ottobre a Roma, quando Francesco riunirà il Sinodo dei vescovi per discutere sulla vita familiare nella società contemporanea. Il tema è “le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, e i membri del sinodo saranno interrogati sulle nuove vie da trovare per migliorare l’applicazione pastorale degli insegnamenti della chiesa, i modi di spiegarlo, e i modi per aiutare i cattolici a viverlo. Il Sinodo proseguirà fino al 15 ottobre. L’interesse e le aspettative per questo sinodo sono state molto forti, in parte a causa dell’inchiesta basata sul questionario di 39 domande inviato l’anno scorso dal Vaticano ai vescovi di tutto il mondo e alle loro conferenze episcopali. Una lettera dal segretariato del sinodo chiedeva ai vescovi di consultare “immediatamente” e “il più ampiamente possibile” i fedeli nelle loro diocesi e parrocchie su temi come la contraccezione, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, il divorzio e altri argomenti riguardanti la vita familiare. L’intenzione era quella di ottenere una consultazione importante a livello locale. Lo svolgimento molto differenziato della consultazione causò grande stupore tra molti laici cattolici, cosa per cui molti si chiesero se il sinodo sarebbe stato un mero laboratorio di discussione tra vescovi. Gli osservatori vaticani mettono in risalto tre aspetti che potrebbero rendere questo sinodo diverso da quelli precedenti. Innanzitutto, ci si aspetta che Francesco partecipi attivamente come presidente del sinodo. L’argomento è stato scelto esplicitamente da Francesco. Lo ha promosso fin dal primo incontro con il segretariato del sinodo tre mesi dopo la sua elezione e ne ha fatto un punto chiave della sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium (“La gioia del vangelo”) lo scorso novembre. La necessità di un aiuto misericordioso alle famiglie in difficili circostanze è un tema frequente delle sue omelie e dei suoi interventi. Quando Giovanni Paolo II era presente alle assemblee sinodali, leggeva e pregava col suo breviario. Papa Benedetto XVI era un osservatore silenzioso. Francesco, invece, agli incontri è solito rivolgersi agli oratori con domande, battute e commenti. In secondo luogo, il segretariato del sinodo sta cercando di strutturare gli interventi in maniera da incoraggiare la discussione. Gli interventi formali devono essere presentati per iscritto prima dell’inizio del sinodo. Per la prima metà del sinodo, i partecipanti devono limitarsi ad interventi di quattro minuti e sono invitati a toccare un solo punto. Sono inoltre invitati a rispondere ad altri interventi. Questi brevi discorsi sono pensati per stimolare la discussione nelle sessioni in piccoli gruppi che costituiscono la seconda metà del sinodo e dovranno essere il cuore dell’incontro. Lo stile dell’incontro dei vescovi segue il modello che Francesco era solito proporre fin dal tempo in cui era membro della Conferenza episcopale latinoamericana, specialmente quando diresse un’assemblea generale ad Aparecida, in Brasile, nel 2007. Infine, il sinodo non deve portare a conclusioni né a fare proposte. Deve discutere sulle esperienze delle famiglie attuali. Invece di un’esortazione, ci si aspetta che il sinodo produca un resoconto delle discussioni che sarà inviato alle diocesi in tutto il mondo in preparazione di un altro sinodo il prossimo anno. Qualsiasi cambiamento nelle pratiche della Chiesa su matrimonio e vita familiare non sarà introdotto ora, ma nel prossimo anno. Il Vaticano ha pubblicato la lista dei partecipanti al sinodo il 9 settembre. La lista comprende 250 persone, compresi i membri votanti e gli esperti e gli uditori non votanti. I membri votanti comprendono 114 rappresentanze delle conferenze episcopali nazionali, 13 capi delle chiese cattoliche orientali e 25 capi delle congregazioni e dei consigli vaticani.

Udienza Generale del mercoledì di Papa Francesco

Il papa ha  nominato 26 padri sinodali. Quasi tutti sono europei, 14 sono cardinali. Tra gli esperti e gli uditori non votanti vi sono 14 coppie sposate, la maggior parte delle quali svolgono incarichi all’interno della Chiesa, nei ministeri della vita familiare o come canonisti o esperti di teologia morale. Una suora irlandese è l’unica donna religiosa invitata al sinodo. Le regole del sinodo permettono all’Unione dei Superiori Generali, il gruppo che rappresenta la leadership delle congregazioni religiose maschili in tutto il mondo, di inviare tre delegati, mentre il corrispettivo femminile, l’Unione internazionale delle Superiore Generali, non è rappresentata. Annunciando la lista dei partecipanti in Vaticano, il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi nominato da Francesco, affermava che “l’aggiornamento della istituzione del sinodo” rientrava nella “dinamica di rinnovamento della Chiesa ordinato da Francesco”. “Questo progetto… sviluppa un modo nuovo e rinnovato, con azioni concrete”, disse Baldisseri. Data la lista dei partecipanti, tuttavia, alcuni sono stati in difficoltà nel trovare “un modo nuovo e rinnovato”. Il gruppo riformatore irlandese di Noi Siamo Chiesa si è dichiarato “estremamente deluso” della lista dei partecipanti. “È spettacolare e vergognoso che non sia presente neppure una persona cattolica irlandese sposata per parlare delle esperienze vissute in famiglia e per consigliare il sinodo che è incaricato specificamente di offrire soluzioni alle gravi sfide che si trovano ad affrontare le famiglie nel nostro mondo contemporaneo”, ha detto il portavoce del gruppo, Brendan Butler, in una dichiarazione il 16 settembre. Nell’aprile scorso, Noi Siamo Chiesa irlandese aveva scritto all’ufficio di Baldisseri suggerendo Mary McAleese, ex presidente irlandese, e la teologa laica Gina Menzies “come qualificate e idonee rappresentanti irlandesi al sinodo”. Butler ha dichiarato che l’ufficio del sinodo non ha risposto alla loro richiesta. Sul sito online di NCR, il giorno successivo all’annuncio di Baldisseri, il gesuita Thomas Reese aveva definito la lista dei partecipanti “una delusione per coloro che speravano nella riforma della Curia e per coloro che speravano che i laici sarebbero stati ascoltati al sinodo”. L’attuale legge canonica riguardante i sinodi stabilisce che “vi partecipano anche i capi degli uffici della Curia romana”, ma Reese nota che tale legge permette al papa di nominare ulteriori vescovi e osservatori laici e presbiteri. “La partecipazione al sinodo di membri della curia rischia di non far percepire che essi dovrebbero essere lì a servizio, non come persone che definiscono la linea”, scriveva Reese. “Potrebbero partecipare al sinodo come “staff”, ma non come membri con diritto di voto. In massima parte, dovrebbero essere osservatori e non persone con diritto di parola. Hanno tutto il resto dell’anno per consigliare il papa. Questo è il momento in cui spetta ai vescovi provenienti dal resto del mondo esprimere le loro opinioni. Se Francesco e il Consiglio dei cardinali non intendono cambiare la composizione del Sinodo dei vescovi, è difficile credere che vogliano realmente “sistemare” la Curia romana. Reese si poneva domande anche sulle nomine dei 38 uditori. “Molti osservatori sono dipendenti della Chiesa cattolica o capi di organizzazioni cattoliche…  è difficile sostenere che rappresentino tutti i cattolici. Certamente non li rappresentano alcuni che pensano che la pianificazione familiare naturale sia il grande regalo della Chiesa ai laici. E coloro che sono dipendenti della Chiesa potrebbero temere di perdere il posto di lavoro se dicessero la verità”. Mentre la lista dei partecipanti è densa di membri della curia e di altre persone riluttanti ad allontanarsi dall’insegnamento tradizionale della chiesa sulla famiglia, Robert Mickens, da lungo tempo osservatore vaticano, fa notare che Francesco ha anche nominato degli alleati per un approccio nuovo, in particolare l’arcivescovo Victor Emanuel Fernandez, rettore della Pontificia Università Cattolica d’Argentina, e il cardinale tedesco Walter Kasper. Francesco ha nominato vescovo il teologo Fernandez, cinquantaduenne, in uno dei suoi primi atti da papa. “È ben noto che Fernandez è stato il principale estensore dell’esortazione apostolica del papa”, dice Mickens. Il documento era un invito ad un approccio misericordioso verso le persone
che vivono situazioni matrimoniali irregolari, come altre che vengono considerate al di fuori delle regole previste dagli insegnamenti morali della Chiesa. “Il vescovo argentino dovrebbe essere un alleato chiave per il papa nel suo sforzo di introdurre una risposta e una prassi di misericordia per i divorziati risposati cattolici”, ha detto Mickens. Nel frattempo, Kasper viene visto come il teologo di Francesco. Francesco lo designò a pronunciare il discorso di apertura al concistoro dello scorso febbraio, e Kasper sfruttò l’opportunità per argomentare a favore di una maggiore apertura verso i divorziati risposati cattolici. Da allora, Kasper ha compiuto effettivamente un “tour di promozione” della sua idea in tutto il mondo. L’idea di Kasper è stata ben accolta da molti vescovi. Padri sinodali dalla Germania, dall’Austria e dal Belgio sono disposti a puntare ad una maggiore apertura verso le famiglie in situazioni “irregolari”. Ma Kasper ha anche incontrato un’agguerrita resistenza. Proprio a pochi giorni dall’inizio del sinodo, cinque cardinali – compreso Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e Raymond Burke, prefetto della Segnatura Apostolica – hanno insieme scritto un libro in cui difendono la dottrina della Chiesa su divorzio e successivo matrimonio. Permanere nella verità di Cristo: matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica” sarà pubblicato negli USA da Ignatius Press. Questi cardinali saranno al sinodo. “Questo dovrebbe rendere più dinamica l’atmosfera dell’incontro”, ha detto Mickens. Se Francesco può dominare queste discussioni lo dobbiamo ancora vedere. Mickens spera che la gente non si precipiti a dare giudizi. Francesco ha detto più di una volta che vuole sviluppare il Sinodo dei vescovi come una delle componenti importanti della governance della chiesa universale. Ma si tratta in gran parte di “un lavoro in corso d’opera, ancora alle prime battute”, ha detto Mickens.

la famiglia in radiografia in vista del sinodo straordinario

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in vista del sinodo straordinario dell’autunno prossimo sui problemi e le nuove modalità di fare famiglia oggi, in ambito cattolico si intensifica la riflessione e la discussione su tali problematiche

con la pubblicazione dell’ ‘instrumentum laboris’ che serve da base di discussione su tali problematiche la stampa registra appunto tale ulteriore intensità di riflessione e discussione: qui di seguito (con l’aiuto insostituibile del sito ‘finesettimana’) il link a una parte degli articoli apparsi un questi giorni:

 

Dai gay ai divorziati la svolta dei vescovi “Basta  condanne” di Paolo Rodari in la Repubblica del 27 giugno 2014

La difficile realtà delle coppie di fatto, i divorziati risposati e il nodo dei sacramenti, la denuncia del femminicidio e della pedofilia, la questione dell’omosessualità con il «no» al matrimonio gay ma la richiesta di maggiore attenzione pastorale alle coppie dello stesso sesso. Il coraggio delle ragazze madri e lo snellimento delle procedure per la nullità matrimoniale, la contraccezione e la difficoltà del popolo di Dio a seguire l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI. C’è tutto questo nell’ Instrumentum Laboris,
La dottrina ecclesiastica è lontana dalla famiglia nelle forme in cui oggi è conosciuta”. È la stessa Chiesa ad ammettere questa distanza definita “preoccupante” all’interno dell’ Instrumentum Laboris, documento preparatorio in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia voluto da Papa Francesco, in programma in Vaticano dal 5 al 19 ottobre.
La «rivoluzione» di Francesco a proposito di morale sessuale, famiglia, matrimonio è soprattutto di approccio, stile, metodo. È in termini di attenzione, sensibilità, vicinanza senza pregiudizi che dal Vaticano spira aria fresca e nuova.
Di là dai singoli punti, l’essenziale lo dice l’arcivescovo Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo, quando parla di «una Chiesa accogliente, in uscita» e di un documento che esprime «rigore e onestà nel non chiudere gli occhi di fronte ad alcun problema, per quanto inquietante o scomodo possa sembrare»…
“L’Instrumentum laboris, la traccia che orienterà il dibattito e che è stata presentata ieri mattina in Vaticano, offre una fotografia allarmante di quanto poco conosciuto sia l’insegnamento cattolico in fatto di morale sessuale, soprattutto in Europa e America… (ndr.: forse anche il magistero conosce troppo poco il modo di pensare di vivere di molti credenti)
L’impianto complessivo, pur privo dei toni definitivi di altri documenti vaticani emanati durante i pontificati di Wojtyla e Ratzinger, ribadisce la visione tradizionale della famiglia cattolica: fondata sul matrimonio fra uomo e donna e aperta alla procreazione. Ma all’interno di questo quadro che ovviamente non poteva essere smentito, si notano aperture e sforzi di comprensione delle nuove situazioni.

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