in che mani siamo!

 

Trump, re d’Israele

di Raniero La Valle
in “Prima Loro” del 17 novembre 2025

 trascriviamo qui di seguito la lettera con cui Trump il 12 novembre scorso ha chiesto a Herzog la
grazia per Netanyahu, che è sotto accusa dei tribunali israeliani, perché essa dice più di molti
discorsi sull’attuale stato del mondo:

“Caro Signor Presidente Isaac Herzog,
È un onore per me scriverle in questo momento storico, poiché insieme abbiamo appena assicurato
una pace che è stata cercata per almeno 3.000 anni. La ringrazio, e ringrazio tutti gli israeliani,
ancora una volta per la vostra ospitalità gentile e calorosa, e affronto un tema chiave del mio
discorso alla Knesset.
Mentre il Grande Stato di Israele e l’incredibile Popolo Ebraico superano i tempi terribilmente
difficili degli ultimi tre anni, la invito a concedere piena grazia a Benjamin Netanyahu, che è stato
un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando Israele verso un
tempo di pace, che include il mio continuo lavoro con i principali leader del Medio Oriente per
aggiungere molti altri paesi agli Accordi di Abramo che stanno cambiando il mondo.
Il Primo Ministro Netanyahu si è mantenuto saldo per Israele di fronte a forti avversari e a
probabilità sfavorevoli, e la sua attenzione non può essere deviata inutilmente.
Pur rispettando assolutamente l’indipendenza del sistema giudiziario israeliano e le sue esigenze,
credo che questo “caso” contro Bibi, che ha combattuto al mio fianco per molto tempo, incluso
contro il nemico molto duro di Israele, l’Iran, sia una persecuzione politica e ingiustificata.
Isaac, abbiamo stabilito un grande rapporto, per il quale sono molto grato e onorato, e abbiamo
concordato fin da quando sono stato insediato a gennaio che l’attenzione deve concentrarsi
finalmente sul riportare a casa gli ostaggi e concludere l’accordo di pace.
Ora che abbiamo raggiunto questi successi senza precedenti, e stiamo tenendo Hamas sotto
controllo, è tempo di lasciare che Bibi unisca Israele concedendogli la grazia e ponendo fine alla
guerra legale una volta per tutte.
Grazie per la sua attenzione a questa questione.
Cordiali saluti,
Donald J. Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America.”

Questa lettera conferma, come avevamo scritto in un articolo per Rocca, poi non pubblicato, che il
piano di pace in 20 punti per Gaza lanciato da Trump in coppia con Netanyahu, aveva rivelato una
realtà gravida di molte implicazioni, e cioè che sta in America il vero governo dello Stato di Israele.
Si pensava fino ad allora che quella degli Stati Uniti fosse un’autorevole ma non determinante
influenza su Israele di un potente alleato: per esempio le raccomandazioni prudenziali di Biden
erano state disattese da Netanyahu dopo gli eventi del 7 ottobre. Ora invece si tratta di una vera e
propria sostituzione: Trump re d’Israele. Lo si era visto quando gli Stati Uniti, mettendosi al posto
di Israele bombardarono con i B-2 i siti nucleari iraniani, lo si è visto quando Trump ha deciso di
subentrare nel “lavoro” che Netanyahu non riusciva a finire a Gaza, pretendendo l’immediata resa
di Hamas senza nemmeno il disturbo di chiederglielo, per assumersi poi direttamente il governo di
Gaza o in alternativa per portare rapidamente a termine il genocidio e pervenire alla soluzione finale
della questione palestinese nel senso voluto da Israele; e lo si vede ora con la pretesa di una “piena
grazia a Benjamin Netanyahu”. Ma per quale reato? Per il banale reato, purtroppo frequente in
politica, di corruzione e profitto privato ossia, come dice Trump fuori onda, champagne e orologi?
Queste sono scemenze, questa è, scrive Trump, “una persecuzione politica e ingiustificata” ai danni
di uno che “è stato un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando
Israele verso un tempo di pace”, insieme con me “per aggiungere molti altri paesi agli Accordi di
Abramo che stanno cambiando il mondo”.
Ebbene, la grazia che mette fuori gioco le procedure giudiziarie (e che Herzog per decenza non
poteva non opporre a Trump) è la massima espressione della “sovranità” dei Capi di Stato che
secolarizzando un concetto teologico, come dice Carl Schmitt, fa sì che essi non rispondano a
nessuno ed esercitino un’onnipotenza, su vita e morte dei sudditi, pari a quella attribuita alla grazia
di Dio. Rivendicando questo potere Trump si propone perciò come il vero sovrano d’Israele, tale da
restaurare una pace che mancando a suo dire da 3000 anni è evidentemente quella del regno biblico
di David. Ma a questo punto non è più in gioco solo la pace per Israele, gli Emirati arabi e il Medio
Oriente: è in gioco il compito, di conserva con Netanyahu, di “cambiare il mondo”, di dargli un
governo finalmente felice. Ciò, nella cultura e nella tradizione di Israele, in cui Trump si inserisce
come la vera guida lungamente attesa, vuol dire la realizzazione delle promesse messianiche, della
“Geulah” o redenzione del mondo che finora i rabbini avevano asserito dover essere opera non
mondana, ma divina, a costo di fare della vita ebraica una “vita vissuta nel differimento”. È il
sionismo della destra religiosa che ha attuato questa “forzatura” messianica nello Stato di Israele; è
questa l’elezione ufficialmente recepita e sancita nella legge fondamentale di Israele del 2018, che
riserva Gerusalemme e tutta la Palestina al solo Israele ed esclude una cittadinanza statuale e
politica (l’ “autodeterminazione”) per qualsiasi altro popolo che non sia il popolo ebraico; è questo
il sionismo politico che si è fatto le ossa col terrorismo dell’Irgun di Begin e dell’Haganah e che
Netanyahu ha fatto proprio e celebrato presentandosi all’Assemblea dell’ONU il 27 settembre
dell’anno scorso attribuendosi lo stesso compito di Mosè al suo affacciarsi alla Terra promessa,
quello di lasciare alle generazioni future la benedizione o la maledizione: cosa che il Primo ministro
israeliano fece presentando alla sbigottita assemblea delle Nazioni Unite due mappe, una con i Paesi
benedetti e l’altra con i popoli maledetti, musulmani od arabi, dall’Iran alla Siria all’Iraq,
addossando così a Dio stesso un improbabile mandato di sterminio; ed è questo il Netanyahu che “si
è mantenuto saldo per Israele” lanciando l’IDF (l’esercito di Israele) nel “lavoro” dell’eliminazione
dei palestinesi a Gaza, chiamandola “operazione carri di Gedeone”, il mitico “giudice” e
condottiero di Israele che ridusse i Madianiti in suo potere, benché non con carri (sottinteso
“armati”) ma con trombe e fiaccole, finendo poi nell’idolatria.
Dunque Trump si colloca al termine della linea messianica, ma non del messianismo sacerdotale o
profetico o apocalittico, bensì del messianismo regale e davidico, che inaugura “un tempo di pace”,
propiziato da una guerra condotta dal “grande Stato di Israele” in modo “formidabile e decisivo”,
una guerra che è un genocidio, ed è anche il vero crimine di Netanyahu per il quale è indagato dalla
Corte Penale Internazionale.
La pretesa della grazia a Netanyahu giunge dunque da parte di Trump sulle ali di una vera e propria
apologia del genocidio. E questo è il “cambiamento del mondo”, che viene annunciato: esso sta nel
passare dal “mai più” che l’umanità intera aveva proclamato dopo lo sterminio degli Ebrei, degli
Zingari e degli altri reietti compiuto dal nazismo, alla reintegrazione, normalizzazione e
omologazione del genocidio come ormai assimilato alla guerra e all’eccidio, non più come “danno
collaterale” dello stesso popolo “nemico”.
Giunti a questo punto, può la politica distrarsi, e parlare d’altro

Raniero La Valle e la santificazione di Oscar Romero

san Romero d’America, pastore e martire nostro

di Raniero La Valle
in “www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” del 12 ottobre 2018

Care amiche ed amici, domenica 14 ottobre insieme a Paolo VI e a cinque altri nuovi santi, viene canonizzato da papa Francesco il vescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero. Di Paolo VI tutto si sa, ma Romero lo ricordano in pochi anche se la sua morte per mano di un potere omicida attraversò come una folgore il mondo e accese molti cuori e molte fedi. Ma la Chiesa romana che l’aveva redarguito in vita, lo aveva dimenticato in morte, tanto che David Maria Turoldo poté cantare così:

«“In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,// vi ordino: non uccidere!//Soldati, gettate le armi…” Chi ti ricorda ancora, //fratello Romero?//Ucciso infinite volte//dal loro piombo e dal nostro silenzio. Ucciso per tutti gli uccisi,//neppure uomo,//sacerdozio che tutte le vittime//riassumi e consacri. Ucciso perché fatto popolo//ucciso perché facevi//”cascare le braccia//ai poveri armati”,//più poveri degli stessi uccisi://per questo ancora e sempre ucciso. Romero, tu sarai sempre ucciso,//e mai ci sarà un Etiope//che supplichi qualcuno//ad avere pietà. Non ci sarà un potente, mai//che abbia pietà//di queste turbe, Signore?//nessuno che non venga ucciso? Sarà sempre così, Signore?»

E il poeta e vescovo del Brasile Pedro Casaldaliga cantò così:

«……Siamo nuovamente in piedi per dare testimonianza, San Romero d’America, pastore e martire nostro! Romero della pace quasi impossibile, in questa terra di guerra. Romero, rosso fiore della incolume Speranza di tutto il Continente. Povero glorioso pastore, assassinato a pagamento, a dollari, in valuta pregiata. Come Gesù, per ordine dell’Impero. Povero glorioso pastore, abbandonato dai suoi stessi fratelli di Pastorale e di Tavola (le curie non potevano comprendere Cristo). Ma era con te la massa dei poveri, in disperazione fedele, pascolo e anche gregge della tua profetica missione. Il popolo ti ha fatto santo. L’ora del tuo popolo ti ha consacrato nel Kairόs. I poveri ti hanno insegnato a leggere il vangelo….»

Per ricordare Romero pubblichiamo nel sito dei testi da due Veglie che nella Chiesa italiana furono da lui ispirate. La prima è la veglia pasquale del 4 aprile 2015 tenutasi a Caravaggio (Bergamo), nella piccola chiesa di San Bernardino, veglia che rievocava Oscar Romero e la sua rilettura pasquale degli eventi salvadoregni, assistito, come era stato, dalle amicizie liberatrici di Rutilio Grande e di Marianella Garcia Villas, martiri anch’essi della repressione nel Salvador. La seconda, su testi di padre David Maria Turoldo, fu tenuta nel 1982 presso l’aeroporto di Comiso in occasione di un Convegno nazionale della rivista “Bozze 82” sul tema: “Invece dei missili”, e fu ripetuta nel 2007 sul ciglio dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza dove avrebbero dovuto avere la loro base gli aerei per la deterrenza e la ritorsione nucleare. Nella sezione “convegni e assemblee” diamo notizia di una “memoria” che la comunità di San Paolo farà nel prossimo novembre dell’eredità di Giovanni Franzoni, “storia e profezia

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