ladra di … sua figlia!

L’hanno accusata di aver rubato…sua figlia

Fatima

ma perché se una bimba rom è bionda e chiara di carnagione, deve per forza essere stata rubata? In molti purtroppo la pensano così, ma purtroppo solo quasi nei confronti degli zingari:

 Sabrina Milanovic ci racconta:

Voglio raccontare, brevemente, l’esperienza di una mamma rom che ha vissuto attimi di vera paura e di ansia quando l’hanno accusata di aver rubato Fatima…sua figlia!

Conosco Fatima (2 anni, nella foto) e sua mamma personalmente ed è proprio quest’ultima ad avermi dato l’input per parlare della sua storia e farla conoscere all’esterno.

Il tutto è successo al porto di Olbia sei mesi fa all’incirca. Le autorità portuali si sono allarmate dando della bugiarda alla ragazza riguardo la vera identità della bimba, che secondo loro era stata rubata dalla stessa.

Una volta fatti tutti gli accertamenti del caso si son dovuti ricredere…Ma che paura!

La stessa mamma con la sua bambina, dopo un po’ di tempo, si è ritrovata ad un supermercato. Una signora quasi incredula di vedere questa bimba bionda con una rom si è allarmata, ha chiamato i carabinieri e anche loro hanno dubitato del legame di sangue tra la donna e la piccola.

Fatti gli accertamenti dovuti, si son scusati.

Insomma, a volte le mamme rom hanno paura di uscire con i propri figli o affrontare un viaggio. E questo perché? Perché i loro figli sono semplicemente biondi.

In molti pensano che i rom rubino i bambini. Eppure è un falso mito, privo di ogni fondamento, come dimostrano anche recenti studi scientifici, come la ricerca “La zingara rapitrice“condotta dall’Università di Verona.

È vero: la maggior parte dei rom ha famiglie numerose. Ma è proprio per questo che io dico: ma con tutti i figli che già si hanno mica si va a rubare quelli degli altri!! O no?

Lo dico molto spesso alla gente che me lo chiede di persona. Sperando che un giorno, finalmente, di questi stereotipi non si parlerà davvero più!

ancora sul mito dei ‘rom che rubano i bambini’

Oltre al danno la beffa: la leggenda dei rom che rubano bambini e la realtà dei fatti

bimba bionda
“Rispetto a un minore non rom, un minore rom ha circa 60 possibilità in più di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, circa 50 possibilità in più che per lui venga aperta una procedura di adottabilità e quasi 40 possibilità in più di essere dichiarato effettivamente adottabile”
 “l’allontanamento del minore rischia di sostituirsi all’intervento sociale, esonerando l’istituzione dalle sue responsabilità e colmando la carenza di tutele sociali e civili con la tutela giudiziaria.”

Quello dei rom “ruba-bambini” è un vecchio stereotipo razzista ma ancora molto vivo nell’immaginario collettivo perché continuamente alimentato in tutto il mondo. Le notizie dei giorni passati, provenienti dalla Grecia e dall’Irlanda, ne sono un esempio. In entrambi i casi, il colore dei capelli delle minori trovate insieme alle famiglie rom è stato sufficiente per risvegliare la leggenda popolare, nonostante in nessuno di questi due casi si sia trattato di “furto di bambini”. Come sostiene Guido Barbujani, genetista dell’Università di Ferrara, “una bambina rom bionda è insolita, ma non più di uno svedese bruno come Ingemar Stenmark”. Di certo, la decisione di presa in carico di un minore da parte dei Servizi Sociali non può basarsi sul colore dei capelli.

In Italia – come dimostrato da uno studio del 2008 dell’Università di Verona – dal 1986 al 2007 non si è mai verificato un caso di presunto “rapimento” di bambini da parte dei rom. Se da una parte non c’è alcun dato a supporto della tesi dei “rom che rubano i bambini”, dall’altra esiste all’interno della comunità rom la percezione di una sistematica e legalizzata “sottrazione” di minori rom da parte della società maggioritaria, attraverso l’allontanamento degli stessi dalle proprie famiglie e le adozioni. Secondo la ricerca Mia madre era rom, realizzata dall’Associazione 21 Luglio in collaborazione con la Facoltà di antropologia culturale dell’Università di Verona, nel caso dei rom in emergenza abitativa, questo fenomeno aumenta in modo allarmante: “Rispetto a un minore non rom, un minore rom ha circa 60 possibilità in più di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, circa 50 possibilità in più che per lui venga aperta una procedura di adottabilità e quasi 40 possibilità in più di essere dichiarato effettivamente adottabile”.

Dalla ricerca emerge un altro dato preoccupante che riguarda la conoscenza lacunosa e un forte pregiudizio nei confronti dei rom da parte dei giudici e degli assistenti sociali, cioè delle figure professionali protagoniste dell’iter che porta alle adozioni. Infatti, la maggioranza delle dichiarazioni di queste figure professionali sono colme di stereotipi che vedono i rom come “persone dedite ad attività criminali, illecite, violente, all’accattonaggio e allo sfruttamento dei propri figli”. Inoltre, le condizioni materiali e abitative in cui vivono i rom, “riconosciute come pregiudizievoli per i minori, vengono imputate alla cultura rom e alla volontà dei genitori e raramente si riconosce il ruolo delle politiche sociali sull’indigenza e sul degrado abitativo in cui vivono molte famiglie rom”.

Da quasi venti anni, assistiamo a una vera schizofrenia istituzionale: da una parte, un’istituzione dello Stato applica politiche che portano alla segregazione dei rom, sgombrandoli e spostandoli fuori dalle zone abitate e dall’altra parte, un’altra istituzione giudica tali ambienti inadeguati per lo sviluppo psico-fisico del bambino. Considerando tale inadeguatezza come prerogativa della cultura rom e non come conseguenza delle politiche locali inadeguate e sistematicamente volte ad accentuare il disagio socio-economico dei rom, lo strumento di intervento diventa allora l’allontanamento del minore dalla propria famiglia. Come spiegano i ricercatori, “l’allontanamento del minore rischia di sostituirsi all’intervento sociale, esonerando l’istituzione dalle sue responsabilità e colmando la carenza di tutele sociali e civili con la tutela giudiziaria.”

La politica discriminatoria dei campi condiziona quindi anche il lavoro dei giudici e degli assistenti sociali: “la politica dei villaggi attrezzati avrebbe determinato e accelerato un dannoso processo di disgregazione famigliare in grado di spiegare molti casi di allontanamento dei minori rom. Non tutti i giudici distinguono la responsabilità genitoriale da quelle dello spazio abitativo e delle politiche sociali. L’allontanamento del minore dall’inadeguatezza dell’ambiente abitativo coincide con l’allontanamento dal contesto familiare che diventa inadeguato necessariamente”.

Campo rom via Triboniano

Vivere nei “campi nomadi” espone a una condizione di fragilità difficilmente colmabile dagli interventi dei Servizi Sociali e, di conseguenza, si interviene passando il compito alla magistratura. Nella ricerca, però, viene specificato che non si tratta di un comportamento discriminatorio da parte del Tribunale dei minori. La ragione dell’alta presenza di minori rom nelle sentenze del tribunale è dovuta al fatto che essi sono oggetto di maggiori segnalazioni rispetto ai propri coetanei. In percentuale, sono più i minori rom per cui si apre la procedura rispetto a quelli non rom. Significativo è il fatto che in quasi il 90% dei casi, i minori segnalati provengono dai “campi”, cioè dagli insediamenti istituzionalizzati.

Secondo la giurisprudenza italiana, il ruolo degli assistenti sociali nella tutela del diritto del minore di crescere all’interno della famiglia dovrebbe essere quello di intervenire sul disagio e sulle difficoltà materiali, rimuovendo gli ostacoli alla genitorialità. Soltanto dopo aver intrapreso la strada del sostegno e dell’aiuto si dovrebbe valutare l’inadeguatezza dell’ambiente familiare e decidere per l’affidamento a una famiglia diversa o a una comunità di tipo familiare.

La legge prevede che la prospettiva del benessere materiale in una nuova famiglia non è motivo sufficiente per separare un figlio dalla sua famiglia e che il legame familiare andrebbe tutelato nella misura in cui non lede lo sviluppo psico-fisico del bambino.

Quello che non si deve assolutamente perdere di vista è l’interesse del bambino. Di conseguenza, si deve valutare, in tutta onestà intellettuale e senza pregiudizi, tra le due alternative attualmente possibili: lasciare il minore con la propria famiglia (se affettivamente adeguata), anche se vive in una baracca, o in una casa con una famiglia adottiva?

la lunga storia letteraria del pregiudizio ‘rom ruba bambini’

rom ruba bambini

 

nei giorni scorsi diversi episodi sono stati il pretesto per mass media e social media per cavalcare di nuovo il pregiudizio del ‘rom ruba bambini’

a S. Bontempelli (su ‘il Corriere delle migrazioni’ del 25 novembre 2013) si deve questa bella e puntuale ricostruzione dell’origine di questa falsa leggenda, di un vero mito che vanta addirittura una lunga storia letteraria:

 

“i rom non rubano i partiti”

Quella della “zingara rapitrice” è una falsa leggenda, ormai lo sanno (quasi) tutti. Ma pochi conoscono l’origine di questo mito, che risale all’età moderna e ha una lunga storia letteraria.

A volte i fatti di cronaca sono molto istruttivi. A volte, non sempre. Il 19 ottobre scorso, a Farsala in Grecia, i poliziotti trovano una bambina bionda in un insediamento rom. E siccome i rom – così pensano gli agenti – non possono essere biondi, la bambina sarà stata senz’altro rubata. Parte la caccia ai “veri” genitori, che vengono rintracciati nel giro di pochi giorni: si tratta di una coppia di rom bulgari, anche loro tutt’altro che biondi. La bambina non è stata rubata, ma ceduta dalla famiglia di origine, che non poteva mantenerla.
Due giorni dopo, la polizia irlandese ferma una coppia di rom a Dublino e trattiene la loro piccola figlia, anche lei “troppo bionda per essere zingara”. Ma il caso si sgonfia subito: il test del Dna rivela che i due rom sono i genitori “naturali” della piccola.
Il 3 novembre, Il Messaggero riporta la notizia di una rom bulgara che avrebbe tentato di rapire un neonato a Roma. La presunta rapitrice verrebbe dai dintorni di Napoli, dal «campo nomadi di Striano». Bastano poche ore per capire che si tratta di una bufala: a seguito di una rapida verifica, l’Associazione 21 Luglio scopre che non esiste nessun «campo nomadi di Striano», mentre un articolo del giornale online Giornalettismo ridimensionava l’ipotesi del rapimento. La donna – che probabilmente non era rom – era in evidente stato confusionale, e la sua volontà di “sottrarre” il bambino è tutta da verificare.

I rom non rubano i bambini…
Tre episodi di rapimento, rivelatesi tre colossali bufale. Ancora una volta, la storia degli “zingari” che portano via i bambini si rivela per quello che è: una leggenda metropolitana.
Del resto, che i rom non rubino i neonati lo sanno tutti. O, almeno, tutte le persone serie e minimamente informate. Anche perché sul tema si è accumulata una corposa letteratura: dossier, reportage, rilevazioni statistiche, studi e ricerche sistematiche.
Ci sono per esempio i dati della Polizia di Stato sui minori scomparsi. In nessun caso si parla di bambini o adolescenti ritrovati presso famiglie rom o in “campi nomadi” (si veda qui, e per dati aggiornati al 2013 qui).
Poi ci sono inchieste giornalistiche ben fatte, reperibili anche in rete: come quella realizzata nel 2007 da Carmilla Online, dove si dimostrava che i numerosi episodi di presunto rapimento di minori erano delle bufale belle e buone. O come quella, più recente, di Elena Tebano per il Corriere, che arriva alle stesse conclusioni.
Infine, c’è la ricerca dell’antropologa fiorentina Sabrina Tosi Cambini, che ha analizzato tutti i casi di presunti rapimenti, seguendo sia le notizie diffuse dalla stampa che i verbali dei processi nelle aule di Tribunale. L’esito di questa meticolosa indagine è sempre il solito: nessuna donna rom ha mai rapito nessun bambino.

Le origini della leggenda: un mito letterario
Ma allora da dove nasce la bufala dei rom che portano via i bambini? Pochi sanno che si tratta di una storia vecchia di qualche secolo, e che può vantare un’origine “colta”, addirittura letteraria: i primi a parlare di “zingare rapitrici” sono stati infatti i commediografi italiani e spagnoli del Cinque-Seicento. Nell’arco di qualche decennio, la trama delle loro opere è diventata leggenda di senso comune: la finzione, potremmo dire, si è fatta realtà (o, per meglio dire, il racconto è divenuto cronaca e falsa notizia). Ma andiamo con ordine.
Tutto comincia nel 1544 a Venezia. Il luogo non è casuale, perché proprio in quegli anni la Serenissima avvia una dura politica di espulsioni, bandi e atti repressivi contro gli “zingari”. Mentre la gloriosa Repubblica si industria ad allontanare i rom, i veneziani frequentano il teatro, luogo di svago e di vita mondana: e come in un gioco di specchi, gli “zingari” cacciati dalla città fanno capolino sul palco.
Nel 1544 viene messa in scena La Zingana, una commedia di un certo Gigio Artemio Giancarli. Qui si racconta di una giovane rom che sottrae dalla culla un bambino, sostituendolo col proprio figlio: per quanto se ne sa, si tratta della prima traccia del mito della “zingara rapitrice”. Il successo della commedia oltrepassa i confini della Repubblica: nel giro di pochi anni un drammaturgo spagnolo, Lope de Rueda, scrive la Medora, che è nient’altro che una traduzione e un adattamento della Zingana di Giancarli. E attraverso Lope de Rueda, la leggenda della “zingara rapitrice” arriva a Cervantes (l’autore del Don Chisciotte), che ne fa l’oggetto di una delle sue “Novelle esemplari”, La Gitanilla.

Da opera letteraria a leggenda metropolitana
Insomma, la storia della “zingara rapitrice” nasce come trama di commedie, novelle e opere teatrali. Poi, nel giro di pochi decenni, oltrepassa l’ambito letterario: a Milano, agli inizi del Seicento, Federico Borromeo accusa i “cingari” di rapire i bambini cristiani, mentre in Spagna Juan de Quiñones, nel 1631, formula un’accusa simile in un virulento pamphlet che invoca l’espulsione dei “gitani”. I giochi sono fatti: la trama romanzesca si è trasformata in accusa reale, leggenda metropolitana e falsa notizia.
A cosa si deve questa metamorfosi? Sul punto, le ricerche storiche sono ancora agli inizi, e risposte sicure non esistono. Si possono però formulare alcune ipotesi. E, come punto di partenza, occorre ricordare che i rom non erano gli unici destinatari di questa infamante accusa: altri gruppi sociali, altre minoranze erano sospettate – negli stessi anni – di “rubare i bambini”.
C’erano per esempio gli ebrei, già allora discriminati e vittime di persecuzioni (perché l’antisemitismo, è bene ricordarlo, non nasce nel Novecento). Dei “giudei” si diceva sin dal medioevo che rapivano i piccoli cristiani per cibarsi del loro sangue a scopo rituale. Ovviamente non era vero, ma intere comunità ebraiche furono vittime di aggressioni, stragi, processi o condanne a morte.
Poi c’erano i vagabondi e i mendicanti, accusati spesso di rapire i bambini per portarli a chiedere l’elemosina. Piero Camporesi, storico e antropologo, racconta ad esempio la vicenda del «ritrovamento fortunoso da parte di una madre della figlia, rapitale due anni prima, mentre chiedeva l’elemosina in compagnia del suo rapitore davanti alle porte del santuario di Assisi; non solo rapita, ma resa ad arte macilenta e ulcerata sulle spalle per impietosire i fedeli».
Infine, il fenomeno dei rapimenti era diffuso nella pirateria barbaresca: corsari, avventurieri e pirati musulmani solcavano il Mediterraneo, e per guadagnare qualche soldo rapivano uomini, donne e bambini, chiedendo poi un riscatto per la loro liberazione.

Zingari, ebrei, mori, vagabondi
Ebrei, “mori” e vagabondi erano insomma protagonisti di episodi – veri, o più spesso presunti – di sottrazione di minori. Naturalmente, per capire quanto queste figure abbiano influito sull’immagine dei rom occorrerebbe compiere ricerche specifiche. Ma alcuni indizi ci segnalano che, nell’immaginario della prima età moderna, questi gruppi erano spesso confusi, o almeno accostati per similitudine.
La “zingana” della commedia del Giancarli, per esempio, parla un dialetto arabo: all’epoca si pensava che i rom fossero “egiziani”, cioè arabi, mentre la teoria dell’origine indiana si diffuse solo qualche secolo dopo. Lutero, dal canto suo, affermava che il “gergo” dei mendicanti (una specie di lingua segreta diffusa nei “bassifondi” della società) aveva origini ebraiche. Dei vagabondi si diceva che erano discendenti di Caino – e per questo condannati a vagare – mentre per gli “zingari” si ipotizzava una provenienza dalla figura biblica di Cam: ma nei testi dell’epoca Cam e Caino erano spesso confusi, e i rom erano trattati come semplici vagabondi.
Insomma, è come se il mito della “zingara rapitrice” fosse nato per una sorta di “osmosi” con analoghe leggende già diffuse a proposito di altri gruppi. Per dirla in altri termini, è come se lo stereotipo degli “zingari” avesse condensato, e mescolato, le caratteristiche proprie dei “marginali”: erranti come gli ebrei e i vagabondi, estranei e nemici come i “mori” musulmani.

Quando gli zingari eravamo noi
Nato in età moderna, il mito dei rom rapitori di bambini ha dimostrato una sorprendente longevità: ha attraversato i secoli, arrivando pressoché intatto fino ai nostri giorni. I titoli allarmistici dei giornali delle ultime settimane, i resoconti dei fatti di Farsala e di Dublino, sembrano riecheggiare le inquietudini dei commediografi veneziani del Cinquecento.
È difficile comprendere le ragioni di questa “longevità”. Certo è che il tema del “rapimento di bambini” è assai diffuso nel tempo e nello spazio: molti gruppi minoritari, molte comunità marginali e discriminate hanno prima o poi dovuto difendersi da questa infamante accusa, o da altre simili.
È capitato anche ai migranti italiani, nei decenni centrali dell’Ottocento. Dai villaggi rurali del Sud e dalle regioni appenniniche del centro-nord, intere famiglie contadine praticavano all’epoca forme di mobilità stagionale, legate ai mestieri girovaghi di musicante e suonatore. Nel XIX secolo, l’arpa dei “viggianesi” (Viggiano è un paese della Basilicata) e l’organetto dei liguri avevano risuonato nelle strade delle città europee, richiamando l’attenzione dei passanti su queste strane figure di musicisti straccioni.
I bambini che suonavano l’organetto in mezzo alla strada, si diceva, erano stati “venduti” dalle famiglie di origine a trafficanti senza scrupoli. Non erano proprio bambini rapiti, ma quasi: perché i loro genitori, poverissimi, erano spesso costretti a venderli per racimolare qualche soldo. «Il costume di mendicare di città in città col mezzo di fanciulli», scriveva la Società Italiana di Beneficenza di Parigi nel 1868, «ha dato origine ad un traffico che si pratica sotto gli occhi e colla tolleranza delle autorità»: una frase che riecheggia i peggiori stereotipi sugli “zingari”.
Traffico di bambini, mendicità aggressiva, offesa al decoro, furti e criminalità di strada furono i principali capi d’accusa contestati agli emigranti. E, come i rom di oggi, gli italiani di ieri subirono processi, espulsioni, condanne. Subirono, soprattutto, una degradazione della loro immagine pubblica: chi incontrava un italiano metteva mano al portafogli, per paura di subire dei furti. E nascondeva il proprio bambino.

Sergio Bontempelli

lo stereotipo ‘gli zingari rubano i bambini’ duro a morire

rapitrice

 

ci risiamo: ancora articoli strillati sulla classica zingara o nomade o rom che rapisce il bambino e fugge: così ieri il Messaggero intitolava e strillava:

Rapisce un neonato davanti alla madre

nomade arrestata a Ponte Mammolo

 

Chissà cosa si prova a essere strappati violentemente dallo sguardo della propria madre , a perdersi nel vuoto di un abbraccio di una sconosciuta che ti prende per una gamba, ti solleva, ti scuote stringendoti con violenza e corre verso l’ignoto di un’altra vita. Chissà quale traccia, profonda e dolorosa, rimarrà nella memoria di Marco (il nome è di fantasia), un neonato di 8 mesi che lunedì è riuscito a fuggire a un sequestro da parte di una nomade nel cuore delle viscere rumorose della metropolitana di Roma.
Stazione della linea B di Ponte Mammolo, estrema periferia della capitale: c’è una mamma che sta cullando il suo bambino. È appena scesa da un vagone della metropolitana, deve correre al capolinea dei pullman Cotral. Deve tornare a casa, in famiglia, affrontare un lungo viaggio verso Vicovaro. Lo ha già fatto tante volte, conosce a memoria quella stazione frequentata ogni giorno da migliaia di pendolari. Sa bene che troverà una panchina nella sala d’attesa dove può riposarsi, dove può cullare Marco prima di mettersi in viaggio. La mamma premurosa decide di cambiare il neonato. Ha una borsa con tutto l’occorrente, lo ha già fatto altre volte. Stende una copertina sulla panchina, intanto fuori piove e fa freddo. Deve sbrigarsi e inizia a cambiare amorevolmente Marco che sorride alla mamma, incrociando il suo sguardo si sente al sicuro.

LA VIOLENZA

All’improvviso un’ombra sovrasta il volto della mamma, un braccio afferra Marco per una gambetta, lo trascinava via velocemente dalla panchina, lo solleva e poi la corsa verso l’uscita. Mamma grida, chiede aiuto, Marco è ormai in braccio a una donna, una nomade di 25 anni, bulgara, che in pochi secondi è riuscita a portare via il neonato e si sta dirigendo verso l’uscita. In mezzo a tanti volti e sguardi, ci sono anche quelli di due ragazzine di 16 anni. Sono del vicino e difficile quartiere di San Basilio, trascorrono i pomeriggi in stazione insieme alla comitiva, vivendo quei cunicoli desolati animati da una pizzeria come un piccolo centro commerciale dove svagarsi. Le ragazzine assistono al sequestro, non ci pensano un secondo e corrono all’inseguimento della nomade. Riescono a bloccarla, a riprendere il bimbo e urlano, chiedono aiuto.

L’ARRESTO

Le guardie giurate dell’Italpol che stazionano nel box informazioni dell’Atac si precipitano verso le ragazzine e bloccano la nomade. «La mattina l’avevamo vista infastidire una signora con un passeggino e le avevamo chiesto di allontanarsi – raccontano gli agenti – poi abbiamo sentito le grida, siamo corsi e abbiamo subito bloccato la nomade». Gli addetti dell’Atac hanno prestato i primi soccorsi alla mamma, hanno cercato di tranquillizzarla: spaventata, sotto choc, la donna, italiana, trentenne, ha avuto bisogno delle cure del 118. «Aveva la pressione altissima, stava per svenire» raccontano i testimoni. «Marco, Marco» ha continuato a gridare stringendo tra le braccia il bimbo. Gli agenti hanno chiamato i carabinieri che hanno raccolto le testimonianze, la denuncia della mamma e portato la nomade nella stazione Tiburtino III. È stata arrestata con l’accusa di tentato sequestro di persona e portata nel carcere di Rebibbia. La nomade risiede in un campo nomadi a Striano, in provincia di Napoli. Girovagava da tempo nella stazione di Ponte Mammolo e nessuno avrebbe mai immaginato cosa volesse fare. Voleva portare via Marco in pieno giorno. Voleva che Marco finisse nella lunga lista di bimbi scomparsi e mai più ritrovati.

Nello studio condotto da Sabrina Tosi Cambini che va dal 1986 al 2007 il risultato principale è che in Italia non esiste nessun caso in cui viene commesso un rapimento di un bambino da parte di una persona rom. Nei tanti casi riportati dal…la stampa, e poi rivelatisi infondati, si ripete una medesima struttura concettuale così descritta dalla ricercatrice: “- Si tratta di “donne contro donne” ossia è la madre ad accusare la donna rom di aver tentato di prendere il bambini – La madre è una sorta di “madre coraggio”: difatti è la sua decisa reazione ad impedire l’azione criminosa – Glieventi accadono spesso in luoghi affollati –  Non ci sono testimoni del fatto tranne i diretti interessati” Anche nella storia riportata oggi riemergono, puntuali, i medesimi elementi…

 

giusta l’indignazione dell’ ‘Associazione 21 luglio’  che ha cercato di vederci un po’ più chiaro e dopo un minimo di verifica pone una chiara ed esplicita domanda al giornale in una ferma e severa dichiarazione:

 

Su quali basi Il Messaggero scrive che una donna rom ha tentato di rapire un bambino a Ponte Mammolo, Roma?

Ieri il quotidiano Il Messaggero.it diffondeva la notizia «Rapisce un neonato davanti alla madre, nomade arrestata a Ponte Mammolo». http://ilmessaggero.it/roma/cronaca/rapisce_neonato_davanti

_alla_madre_nomade_arrestata_a_ponte_mammolo/notizie/356305.shtml

 

La giornalista Laura Bogliolo (@Laura Bogliolo Messaggero) scriveva che «la donna, di nazionalità bulgara, risulta residente in un campo nomadi a #Striano, provincia di Napoli». http://ilmessaggero.it/roma/cronaca/ponte_mammolo_metropolitana_

neonato_mamma_rapimento_arresto/notizie/357690.shtml

Dai riscontri effettuati dall’Associazione 21 luglio risulta invece che a Striano, dove la donna sarebbe residente, non esiste alcun insediamento rom.

 

Essendo stato dunque verificato che nella cittadina campana non vi sono insediamenti rom, come sostiene la giornalista de Il Messaggero.it, l’Associazione 21 luglio si chiede su quali basi la cronista Laura Bogliolo abbia potuto affermare che la donna di nazionalità bulgara sia «nomade», come peraltro sottolineato nel titolo stesso dell’articolo.

 

Ecco come iniziava l’articolo di Laura Bogliolo: «Chissà cosa si prova a essere strappati violentemente dallo sguardo della propria madre , a perdersi nel vuoto di un abbraccio di una sconosciuta che ti prende per una gamba, ti solleva, ti scuote stringendoti con violenza e corre verso l’ignoto di un’altra vita. Chissà quale traccia, profonda e dolorosa, rimarrà nella memoria di Marco (il nome è di fantasia), un neonato di 8 mesi che lunedì è riuscito a fuggire a un sequestro da parte di una nomade nel cuore delle viscere rumorose della metropolitana di Roma».

 

La notizia, nel frattempo è riuscita a generalizzare allarmismo sociale nei confronti dell’intera comunità rom rispolverando nuovamente lo stereotipo dei “rom che rubano i bambini”.

Eppure, più che un atto criminale giustificato dalla connotazione etnica dell’autrice, come invece evidenziato, pur senza una previa verifica delle informazioni, dall’articolo de Il Messaggero.it, la notizia sembra un gesto compiuto da un qualunque individuo in stato confusionale, come sembra emergere da questo resoconto pubblicato da Giornalettismo: http://www.giornalettismo.com/archives/1214533/la-vera-storia-della-nomade-che-ruba-il-bambino-a-roma/

 

L’Associazione 21 luglio ricorda, ancora una volta, ai singoli giornalisti, così come all’Ordine dei giornalisti, alla Federazione Nazionale della Stampa e agli editori di:

  • rispettare e applicare le Linee guida per l’applicazione della Carta di Roma;·
  • dare voce ai cittadini rom e sinti, raccogliere le loro parole, interpellarli e ascoltarli come fonti.

 

tentato rapimento?

La nomade che tenta di rapire un bebè nella stazione della metro

 

 

rapimento-bebè-tuttacronaca

 

Nella stazione della metropolitana di Ponte Mammolo, nella periferia di Roma, una nomade bulgara avrebbe cercato di rapire un bimbo di appena otto mesi in pieno giorno, portandolo via alla madre che lo stava cambiando su una panchina della sala d’attesa in attesa della metro. Come riporta il Messaggero, la 25enne avrebbe trascinato via il piccolo correndo verso l’uscita venendo però fermata da alcuni ragazzi presenti allertati dalle richieste d’aiuto della madre. A quel punto sono intervenuti anche gli addetti della sicurezza che hanno chiamato i carabinieri. Sono anche stati prestati i primi soccorsi alla madre del bambino, in stato di shock. La nomade è stata arrestata con l’accusa di tentato sequestro di persona.

convegno: ‘mia madre era rom’

 

Presentato il rapporto “Mia madre era rom” sulle adozioni dei minori rom

Alcuni partecipanti del convegno "Mia madre era rom"

alcuni partecipanti del convegno “Mia madre era rom”

 

Le cronache degli ultimi giorni hanno riportato prepotentemente alla ribalta lo stereotipo infondato dei “rom che rubano i bambini”, generando un clima di isteria collettiva nei confronti dell’intera comunità rom. È in atto però un fenomeno inverso, rimasto finora ben lontano dall’enfasi mediatica: un flusso sistematico e istituzionalizzato di minori rom che vengono “strappati” alle proprie famiglie e affidati in adozione alle famiglie non rom.

Martedì 29 ottobre, presso la sede della Regione Lazio, a Roma, l’Associazione 21 luglio ha presentato il rapporto “Mia madre era rom”, che analizza il fenomeno delle adozioni dei minori rom nel Lazio e, in particolare, nella città di Roma. Qui, infatti, le comunità rom, con i loro figli, vivono in gravi condizioni di emergenza abitativa che sono la conseguenza delle politiche orientate all’esclusione sociale messe in atto dagli amministratori locali.

Alla presentazione del rapporto sono intervenuti l’Assessore alle Politiche Sociali della Regione Lazio Rita Visini, il Presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma Melita Cavallo, il Vicepresidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Lazio Edoardo Trulli e il mediatore sociale Vito Savasta, oltre alla ricercatrice dell’Associazione 21 luglio, e autrice della ricerca, Angela Tullio Cataldo.

Il rapporto

Dai dati della ricerca, emerge che un minore rom, rispetto a un suo coetaneo non rom, ha 60 probabilità in più di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni e circa 50 probabilità in più che per lui venga aperta una procedura di adottabilità. Tali numeri si traducono nel dato secondo il quale un bambino rom ha 40 probabilità in più di essere dichiarato adottabile rispetto a un bambino non rom.

Il rapporto, realizzato in collaborazione con la Facoltà di Antropologia culturale dell’Università di Verona, ha analizzato la presenza dei minori rom nelle storie che il Tribunale per i Minorenni di Roma ha affrontato dal 2006 al 2012. In questo arco di tempo, è stato segnalato al Tribunale per i Minorenni il 6% della popolazione rom minorenne, ovvero 1 minore rom su 17. La percentuale si abbassa drasticamente, allo 0,1%, per quanto riguarda i minori non rom, nel cui caso è stato oggetto di segnalazione 1 minore su 1000.

L’indagine ha poi portato alla luce come nello stesso periodo sia stata aperta una procedura di adottabilità per 1 minore rom su 20 e per 1 minore non rom su 1000. Di conseguenza, per 1 minore rom su 33 (il 3,1% della popolazione minorenne rom nel Lazio) è stata emessa una sentenza in via definitiva che ha dichiarato il bambino adottabile. Di contro, i minori non rom dichiarati adottabili nello stesso arco di tempo nel Lazio sono stati lo 0,08% della popolazione minorenne non rom, ovvero 1 minore su 1250.

Fondamentale, nell’iter che porta alle adozioni, è il ruolo di giudici, Pubblici Ministeri e assistenti sociali, i quali però, secondo quanto emerge dalle interviste condotte ai fini della ricerca, sembrano avere una conoscenza estremamente lacunosa e un forte pregiudizio nei confronti dei rom, per cui il degrado abitativo nel quale vive l’infanzia rom viene imputato alla stessa cultura rom e alla volontà dei genitori. Raramente, infatti, si riconosce l’impatto delle politiche sociali sull’indigenza e sul degrado abitativo in cui vivono molte famiglie rom.

La nota dell’Associazione 21 luglio

«Segregando i rom su base etnica nei cosiddetti “campi nomadi”, come da anni avviene a Roma e nel Lazio, le istituzioni locali prima condannano le comunità rom a vivere in situazioni di totale degrado e all’esclusione sociale, lavorativa e abitativa. E poi sottraggono loro i propri figli per proteggerli dal rischio di vivere in quel contesto inadeguato alla fruizione dei diritti dell’infanzia che gli stessi amministratori hanno creato», afferma l’Associazione 21 luglio.

In quest’ottica, allontanare il bambino rom dai propri genitori e affidarlo in adozione a una famiglia non rom diventano gli strumenti utilizzati dalle istituzioni per ripristinare l’uguaglianza dei diritti dell’infanzia rom rispetto a quella non rom. Un’uguaglianza che dovrebbe essere invece creata dalle politiche sociali e che non dovrebbe ledere il diritto del minore a essere cresciuto dai propri genitori.

«Rilanciando con veemenza e senza alcun accertamento dei fatti le notizie rivelatesi poi non vere delle due bimbe bionde “rapite” da rom in Grecia e in Irlanda, i media, in questi giorni, hanno irresponsabilmente riportato in auge lo stereotipo dei “rom che rubano i bambini”.

Non soltanto questo stereotipo, come dimostrato da uno studio del 2008 dell’Università di Verona intitolato “La zingara rapitrice” è del tutto infondato, ma, al contrario, sono proprio i minori rom a essere vittime di un processo di allontanamento sistematico e istituzionalizzato dalle proprie famiglie di appartenenza», conclude l’Associazione 21 luglio.

Le reazioni

Melita Cavallo, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma, si è mostrata molto critica nei confronti delle conclusioni a cui giunge il rapporto dell’Associazione 21 luglio: «I bimbi rom non possono vivere nelle condizioni nelle quali sono costretti oggigiorno. Per questo, sottrarli a certi contesti diventa un modo per ripristinare e tutelare i diritti dell’infanzia rom».

Dall’Assessore Visini è giunto invece l’impegno della Regione Lazio a modificare la legge regionale che istituisce i “campi nomadi”: «I campi sono dei ghetti che favoriscono la creazione di stereotipi e pregiudizi contro i rom e ne rendono impossibile l’inclusione sociale. Per questo devono essere aboliti. Come Regione, ci impegneremo anche a convocare un tavolo di concertazione sui rom al quale inviteremo le associazioni, tra cui la 21 luglio».

ancora si insiste sul pregiudizio del ‘rom ruba bambini’

bambino rom
è grave che le testate migliori, quelle che paiono le più ‘sensibili’ ai problemi dei più deboli ed esposti all’eclissi sociale e sensibili ai disagi vissuti dalle ‘minoranze’ più pregiudizialmente denigrate, continuino, come rai news 24, a cavalcare in chiave di audiens il pregiudizio del ‘rom ruba bambini’: giustissimo il grido di sdegno e di protesta di Agostino Rota Martir (facciamo in modo che questo sdegno arrivi a rai news 24):
Rai News 24 non demorde: i Rom rubano i bambini, questa è la loro convinzione e questo è quello che vuol far credere. Questa mattina manda in onda un servizio sulla tratta dei minori, sottratti ai loro genitori da un paese estero, anche con l’uso della forza. L’organizzazione coinvolta in questo brutale traffico, così viene detto nel servizio è ad opera di Ukraini, Italiani, Norvegesi,Tunisini..

Non si parla di Rom, ma le immagini trasmesse durante il servizio, mostrano quelle dei campi Rom, con l’intento di far credere e sostenere la solita leggenda metropolitana dei Rom rapitori di bambini e mantenere alta nell’opinione pubblica l’intolleranza verso i Rom. Eppure in questi giorni, in varie trasmissioni abbiamo avuto modo di sentire che la notizia dei rapimenti di bambini da parte dei Rom non è suffragata da alcuna prova. E’ la stessa Polizia di Stato ad affermarlo. Ma Rai News non ne è convinta e seguita a battere su questo tasto.
 
Rai News si vergogni e ripari a questa offesa!
Qualcuno avvisi Rai News che è stata smentita la notizia secondo la quale la bimba rom bionda trovata in un campo in Grecia..non è stata rapita, bensì consegnata gratuitamente dai genitori legittimi ad una coppia rom Greca.
 
Facciamo sentire il nostro sdegno per la pessima e fuordeviante informazione targata Rai.
 
Ciao Ago 
 
 

l’ennesimo flop del pregiudizio ‘zingaro ruba bambini’

bimba bionda

Grecia, ritrovata la madre di Maria: “regalata perché non potevo mantenerla”

sono bastati pochi giorni (come del resto anche tutte le altre volte che si è voluto cavalcare) per vedere smontato e miseramente smascherato il pregiudizio del ‘rom ruba bambini: nel frattempo però la m…a messa nel frullatore ha sporcato ancora di più l’immagine che da sempre sporchiamo, permettendoci nei loro confronti le ingiurie più fantasiose, e chi chiederà loro mai scusa in modo minimamente credibile? chi restituirà loro un briciolo di una ‘stima sociale’ (si fa per dire!) perduta da sempre?

Maria risulta non essere la figlia biologica dei genitori rom che la tenevano in casa

È una donna bulgara di 35 anni il genitore biologico della bambina bionda che viveva con i rom 

Rintracciata la vera madre della piccola Maria, la bambina di circa cinque anni bionda e con gli occhi verdi ritrovata la settimana scorsa in un campo rom nella Grecia centrale e risultata non essere figlia biologica dei coniugi che la tenevano in casa insieme con un’altra dozzina di ragazzini. Lo riferisce l’edizione online del quotidiano Kathimerini citando fonti giornalistiche bulgare. La madre biologica di Maria sarebbe Sasha Ruseva, 35 anni, di nazionalità bulgara.  

 

«Abbiamo lasciato la piccola Maria in Grecia perché non avevamo da mangiare, non avevamo lavoro e non potevamo curarci anche di lei. L’abbiamo regalata, l’abbiamo lasciata senza prendere un soldo». Così Sashka Russev, la mamma di Maria -la bimba ritrovata in un campo rom in Grecia, racconta all’agenzia bulgara Bgnes perché ha dovuto abbandonare sua figlia, dopo essere scoppiata in lacrime davanti alle immagini della bimba in televisione. «Avevo intenzione di tornare e di portare via con me la bambina, ma nel frattempo ho avuto altri due figli e quindi non ho potuto farlo», ha raccontato la donna all’emittente televisiva.  

 

Ha inoltre insistito molto sul fatto di non essere stata pagata dalle persone che hanno accolto la neonata in Grecia. La polizia della Bulgaria non ha voluto commentare la notizia.La famiglia Russev ha dieci bambini dei quali cinque sono albini e, secondo il cronista di Bgnes, assomigliano molto alla piccola Maria. Sashka e il marito Atanas sono stati interrogati dalla polizia di Nikolaevo. 

 vedi anche i due link qui sotto:

+ Grecia, una coppia rom incriminata per il rapimento della piccola Maria 

+ Maria, nei guai gli impiegati che hanno rilasciato il certificato di nascita