il racconto di una storia infernale

Profughi, incinta di 9 mesi sul barcone. Storia di Salem: “Vi racconto l’inferno di Asmara”

di ZITA DAZZI

Il centro delle suore di San Siro ha accolto Salem, 20 anni, e sua figlia Bethlem che oggi ha 25 giorni. “Grazie per l’accoglienza, ma ora parto di nuovo, voglio raggiungere mio fratello in Inghilterra””Non pensavo a niente in mezzo alle onde. Non pensavo a mio marito, né a mia mamma, né alla mia casa, né al mio Paese, che non vedrò mai più. Pensavo solo che dovevo arrivare in Italia. Avevo nausea, e avevo paura, certo. Tenevo stretta la mano di mia nipote e gli occhi chiusi per non vedere. Poi a un certo punto abbiamo sentito delle voci in una lingua che non capivo, ho guardato davanti al nostro barcone e ho visto una nave grande, di ferro. Un uomo con le mani grandi mi ha messo un salvagente arancione e una coperta addosso. Poi non ricordo più niente. Non so dove ho partorito, non so chi mi ha aiutato. A un certo punto mi hanno dato in braccio Bethlem, mia figlia, il mio amore”.

Conosce poche parole di inglese e nessuna di italiano, Selam, che nel Duemila aveva cinque anni. E se anche capisce le domande, non ha tanta voglia di raccontare da dove viene e perché. “Paura”, è l’unico vocabolo che pronuncia bene. Ma a sua figlia Bethlem, 25 giorni di vita, continua a cantare una ninna nanna in tigrino, una nenia che scioglie il cuore anche a chi non capisce il significato della canzone.

Selam è arrivata col barcone dalla Libia a Lampedusa un mese fa, accompagnata da sua nipote di 15 anni. Senza marito, col suo pancione di nove mesi. E un pensiero fisso in testa, quello che l’ha tenuta in vita durante la traversata in mare, madonna profuga dei giorni nostri. “Vengo dall’inferno di Asmara, ma vado in Inghilterra da mio fratello”. È la frase che Selam ha detto alla volontaria Susy Iovieno all’hub della stazione Centrale, quando è arrivata con quel fagotto di stracci all’interno del quale celava la neonata. Ed è quello che continua a ripetere agli educatori di Casa Suraya, centro d’accoglienza della cooperativa Farsi Prossimo, in via Padre Salerio, San Siro.

Selam e Bethlem qui hanno una stanza tutta loro. Una camera con i letti puliti, il riscaldamento, il bagno, le coperte e i vestiti di ricambio. Qui c’è sempre una volontaria pronta a cullare la piccolina quando dorme Selam, ancora stanca dal parto e dai mesi di viaggio attraverso il deserto del nord Africa.

Nell’ex scuola a Lampugnano la ragazza e la bambina potrebbero stare a lungo. Ma quello scricciolo di mamma sembra determinata mentre parla seduta in mezzo al gruppo delle eritree ospiti della casa: “Devo andare, devo partire”. Aldayeb, il mediatore culturale somalo, le spiega nel dialetto delle loro terre d’origine che in Gran Bretagna “è molto difficile riuscire ad entrare. Fermati qui, ti conviene. È un viaggio lunghissimo, le frontiere sono chiuse, è inverno, dove vuoi andare con la tua neonata?”. Selam annuisce, i grandi occhi neri e liquidi delle donne eritree che hanno visto tanta guerra e tanto dolore da non commuoversi quasi più per niente. “E va bene, se non mi faranno entrare in Inghilterra, allora mi fermerò in Olanda. Ho altri parenti che abitano lì”.

Le suore hanno provato a farsi raccontare dove è nata la piccola e come ha fatto ad arrivare alla Stazione Centrale. Ma la riservatezza totale di cui gli eritrei si fanno scudo per non mettere in pericolo chi rimane in patria, impedisce di ricostruire chiaramente dove sia il padre della neonata. “La storia di Selam, non è diversa da quelle di tante ragazzine eritree. Scappano tutte per non farsi arruolare dall’esercito – spiega Annamaria Lodi, dirigente della cooperativa Farsi Prossimo – La leva è obbligatoria in Eritrea. Chi si rifiuta, finisce in carcere; chi si lascia prendere, non torna per anni. C’è una dittatura durissima: chi non muore di fame, muore di miseria. È questo che ha convinto Selam a scappare. Non ha nulla da perdere”. Bethlem intanto dorme tranquilla nella sua culla di vimini, senza chiedersi dove passerà il Natale.

700 bambini affogati in meno di un anno

 “nel 2015 raddoppiati i migranti morti: 700 sono bambini” 

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monsignor Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, ha esposto un quadro drammatico: “L’Europa che trova sempre risorse per bombardare, non trova risorse per salvare vittime innocenti

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di Davide Falcioni

parla di “strage silenziosa” monsignor Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, nell’esporre i numeri delle tragedie dell’immigrazione, che da mesi ormai si verificano con cadenza quotidiana a largo del Mar Mediterraneo, spesso nel silenzio più totale, nell’indifferenza quando non nell’odio. I morti del 2015 sono più che raddoppiati rispetto al 2014, passando da 1.600 a 3.200 e dimostrando che la commozione all’indomani della strage di Lampedusa non ha sortito, purtroppo, azioni positive. Impressionante il dato riguardante i bambini: in 700 hanno perso la vita in mare dall’inizio dell’anno.
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Il direttore della Fondazione Migrantes attacca il Vecchio Continente: “L’Europa che trova sempre risorse per bombardare, non trova risorse per salvare vittime innocenti. L’operazione Triton non ha saputo rafforzare il salvataggio in mare delle vite umane rispetto all’operazione italiana Mare Nostrum: una vergogna che pesa sulla coscienza europea. L’Europa sembra ora – a fronte della minaccia terroristica – giustificare i muri e la chiusura delle frontiere, oltre che il disimpegno nel creare canali umanitari che avrebbero potuto oltre che salvare vite umane, combattere il traffico degli esseri umani, una delle risorse del terrorismo”.

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La situazione, insomma, sembra peggiorare di giorno in giorno, con il dramma che i naufragi sembrano essere anche spariti dalle prime pagine dei giornali, relegati tra le notizie “varie ed eventuali”. Ciò, inevitabilmente, non ha contribuito a al miglioramento delle condizioni di accoglienza che, insiste Pelago, “sembra affidarsi ancora una volta a centri chiusi, gli ‘hotspots’, come dimostra il Centro di accoglienza di Lampedusa: più di 20mila persone arrivate al porto e trasferite nel Centro, chiuso ad ogni ingresso e uscite. La paura insieme alla convenienza sembra far ritornare indietro di anni il cammino di protezione internazionale costruito in Europa”.

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Ai numeri forniti dalla Fondazione Migrantes si aggiungono quelli dell’Unicef: secondo il “Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia” da gennaio 2015 876mila persone hanno raggiunto le coste europee, con una percentuale di donne e bambini in continua ascesa da qualche mese a questa parte: se a giugno rappresentavano il 27% degli arrivi a novembre la quota è salita al 52%: un profugo su due ormai è un minore o una donna. Ne consegue che anche il numero di vittime sale: solo a ottobre 90 bimbi sono deceduti nel Mare Egeo, il 20% dei quali aveva meno di 2 anni. Una situazione drammatica che rischia di aggravarsi nelle prossime settimane e mesi, con l’arrivo dell’inverno. Marie-Pierre Poirier, Coordinatore speciale UNICEF per la crisi dei Rifugiati e dei Migranti in Europa, ha dichiarato: “Finora l’inverno in Europa è stato relativamente mite, ma ora la stagione sta cambiando. La nostra più grande preoccupazione è che il clima invernale e le imprevedibili restrizioni alle frontiere lascino migliaia di bambini in un limbo, esposti al rischio di naufragi e di gravi malattie respiratorie. Purtroppo c’è carenza di abiti pesanti, sciarpe e calzini da bambino. I bambini migranti e rifugiati hanno sperimentato guerra, privazioni e disagi di ogni genere. Ora hanno bisogno di stabilità, protezione e assistenza”. Per questo, nel tentativo di fronteggiare l’emergenza, l’Unicef ha predisposto nei luoghi di sbarco punti di assistenza specializzati, incapaci però per il momento di fronteggiare le richieste di tutti: occorrerebbero 14 milioni di dollari per garantire continuità alle attività di assistenza ai bambini migranti e rifugiati, ma al momento la comunità internazionale ne ha sborsati solo 3. Parliamo di numeri insignificanti rispetto ai bilanci degli stati.

profughi sì e migranti no?

distinzione criminale

di Alesssandro Dal Lago
in “il manifesto” del 9 ottobre 2015

migranti

In un vecchio film di guerra, alcuni soldati in trincea discutono di pace. Il modo migliore per ottenerla — dice uno — è , in caso di controversie tra gli stati, obbligare re e capi di governo a salire con i guantoni sul ring e suonarsele di santa ragione finché uno non vince. La battuta mi è tornata in mente quando ho letto del piano segreto, elaborato dai ministri degli interni dell’Unione europea, per il rimpatrio di 400.000 migranti «economici». Giusto per dare un’idea a questi pensosi statisti di che cosa significhi migrare oggi si potrebbe, che so, portarli (a cominciare dall’ineffabile onorevole Alfano) in qualche paese del centro Africa e poi, con un po’ di dollari o Euro raccolti tra altri ministri e sotto-segretari, trasportarli in autobus in Libia, imbarcarli su un gommone , farli rischiare il naufragio e arrivare fradici e affamati a Lampedusa, rinchiuderli nel Cie e, dopo una detenzione di durata indefinita, riportarli al punto di partenza. E chiedere loro: la pensate come prima? Avete ancora voglia di distinguere tra profughi e migranti economici? Non sarebbe il caso di rivedere questa distinzione ipocrita, utile solo per manipolare opinioni pubbliche paranoiche e destrorse? In un sogno o in un film, in caso di risposta sbagliata si potrebbe ricominciare con loro daccapo…

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Quando Angela Merkel e il vice-cancelliere tedesco Gabriel hanno dichiarato, nello scorso agosto, di aprire le porte della Germania a 5 milioni di profughi, hanno realizzato un buon numero di obiettivi: rispondere a un’opinione pubblica tedesca complessivamente non insensibile agli Asylanten presenti e futuri, nonostante la rumorosa presenza del partito xenofobo Pegida e dei neo-nazisti, isolare le frange di estrema destra e, di fatto, assumere la guida politico-morale di un’Europa fragile, litigiosa e incerta sul da farsi in campo internazionale. Ovviamente, considerazioni demografiche e finanziarie, in un paese in cui non nascono più bambini, devono avere avuto il loro peso, ma sta di fatto che l’odiosa Germania della crisi greca è diventata la nobile Germania d’agosto, non offuscata nemmeno dalla crisi della Volkswagen. Ma tutto questo ha come contrappeso la distinzione tra profughi (vittime di guerra ecc.) e migranti economici, i quali affronterebbero deserti e mari, per non parlare di prigioni ungheresi e manganelli di mezza Europa, così, per sport o sete d’avventura, e non per sopravvivere o vivere meglio. Una distinzione insensata, che non riesce a mascherare l’assoluta mancanza di una strategia europea nei rapporti con gli altri mondi e con le persone che per qualsiasi ragione ne provengono. Una distinzione che serve a tacitare le strumentalizzazioni lepeniste, leghiste e di Grillo (che sul suo blog ha pubblicato tempo fa un encomio di Orbán). In termini puramente quantitativi, 3 milioni di migranti «economici» in dieci anni non cambierebbero in nulla l’assetto demografico di una Ue che conta oggi 500 milioni di abitanti distribuiti su 4 milioni di chilometri quadrati. Ma bisognerebbe cambiare metodo, emarginare sul serio gli Orban, i Salvini e Le Pen, impedire le stragi in mare, che continuano imperterrite alla faccia di Frontex, immaginare un’integrazione sociale decente per gli stranieri e disporre di una vera politica internazionale comune – invece che manganellare i migranti a Ventimiglia e Calais, moltiplicare i Cie e litigare in modo miserabile alle frontiere. Ed ecco perché i ministri degli Interni, riuniti da qualche parte a stilare piani segreti di espulsione lasciano filtrare cifre prive di qualsiasi senso (400.000, 300.000, nessuno, tutti?). Per coprire la loro mancanza di idee, che non siano lo sfruttamento della forza lavoro straniera e le preoccupazioni per le prossime elezioni. Nel frattempo, la ministra Pinotti e Matteo Renzi, che su queste materie non hanno mai nulla da dire, fanno scaldare i motori dei Tornado.

l’amore non tollera frontiere

l’amore oltre le frontiere

il bacio dei profughi in tenda

la ‘parresia’ di papa Francesco muove anche i vescovi più conservatori …

Venezia, l’affondo del patriarca:

“Chi non accoglie gli immigrati non può dirsi buon cristiano”

Francesco Moraglia: “Timori comprensibili se frutto di scarsa informazione. Non lo sono se frutto di chiusure pregiudiziali”

dopo Papa Francesco, anche monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, invita i suoi parroci all’accoglienza: “Tutti siamo chiamati in causa, personalmente e con le nostre comunità a fare la nostra parte.

“l’accoglienza diffusa è un modo per stemperare le difficoltà di ospitare chi scappa da Paesi che non solo impediscono condizioni di benessere, ma impediscono loro di poter vivere”

In un’intervista concessa a Repubblica, il patriarca se la prende con coloro che sono contrari all’immigrazione, affermando che questo non è un atteggiamento cristiano “perché il messaggio di Gesù è un messaggio di accoglienza. Per i cristiani l’altro rappresenta Cristo, e il nostro impegno è anche quello di accompagnare i fedeli a comprendere questa verità. L’apertura a Dio di esprime anche con l’accoglienza. Chi non crede ha lo stesso dilemma perché non può non riconoscere in queste persone un altro se stesso“.

Infine, una frecciatina alla Lega Nord, che “si è caratterizzata per espressioni molto forti, ma mi auguro che con il passare del tempo, nel rispetto dei cittadini e della legalità, vi sia disponibilità ad aprirsi all’accoglienza: è un problema reale che non può essere risolto solo con affermazioni drastiche“.

dedicato ad Aylan

Aylan negli infiniti mondi

 

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di Alessandro Ghebreigziabiher*

Io so una cosa.
So solo quella.
E mi basta.

So che esiste un mondo in cui un bambino di tre anni di nome Aylan viene trovato morto su una spiaggia.
Viene fotografato.
E l’orribile disegno fa il giro di quello stesso mondo.

So che ne esiste un altro dove il bambino non è affatto morto, semplicemente si riposa dopo spensierati tuffi e capriole tra le onde.
Fa il bagno vestito, ma perché aveva fretta di entrare in acqua e perché è un bambino anarchico ed eccentrico.
Come tutti i bambini dovrebbero essere.
In un altro mondo Aylan è svenuto perché ha mangiato poco, ultimamente.
Ma oggi ha mangiato ed è questo ciò che conta.
In un altro ancora il bimbo è ancora morto, ma poi risuscita subito, perché su quel pianeta la fine della vita è uno scherzo della natura.
E’ la vita stessa che non lo è, fortunati loro.

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In un altro mondo Aylan non è affatto un bambino ma un robot testato dagli scienziati per vedere cosa un giorno potrebbe accadere se i governi privilegeranno gli interessi economici a discapito dei diritti umani.
Test illuminante, in effetti.
In un mondo siamo tutti pazzi e in preda a continue allucinazioni.
Così ci capita di vedere cose assurde, da una giovane vita deceduta a soli tre anni su una spiaggia a milioni di bambini che rischiano di fare la stessa fine.
In un altro mondo Aylan è solo il personaggio di un film.
Drammatico, ciò è indubbio, pure troppo, e per alleggerire la pellicola al termine di quest’ultima vi è una sequenza dei vari errori compiuti durante le riprese, con il giovanissimo attore in seria difficoltà a smettere di ridere, piagnucolare o fare quel che cappero gli aggradi.
Di fare il bambino, insomma.
In un mondo il bambino sta sognando – questa non poteva mancare – sta sognando noi che guardiamo la sua foto, ma che in realtà siamo addormentati e stiamo facendo un incubo e poi ci svegliamo e ci troviamo tutti fradici su una spiaggia qualsiasi, con gli abiti impregnati di sale e sabbia, confusi, infreddoliti.
E felici.
Perché è stato solo un bellissimo incubo.

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In un altro mondo esiste la macchina del tempo e allora si torna tutti indietro fino all’esatto momento in cui è stata fatta la scelta che avrebbe portato alla morte di un bimbo di tre anni su una spiaggia e… e già, nessuno si senta escluso.
In un mondo esiste la magia degli occhi e se una foto la guardiamo in tanti e insieme pensiamo la stessa cosa e soprattutto crediamo alla magia possiamo riscrivere la storia.
Poi però non possiamo fotografarla di nuovo, ma possiamo raccontare come abbiamo rimesso le cose a posto.
Anzi, dobbiamo.
In un altro mondo Aylan sono io.
Solo che nessuno lo sa.
Se sono vivo o morto.
In un altro ancora sei tu che leggi queste parole.
Solo che nessuno lo sa.
Se tra poco morirai.
O meno.
In un mondo che preferisco tra tutti Aylan è vivo e sono morti tutti gli altri.
Ma siccome non gli va di stare da solo inventa noi.
E sono certo che ci dipingerà molto meglio di quel che siamo.
In tutti gli altri mondi.

Io so una cosa.
So solo quella.
Ma mi basta.
So che ci sono infiniti mondi, là fuori.
E sta a noi, tutti noi, decidere in quale vorremo vivere.
In futuro.

Fonte: Storie e Notizie n.1256

 

ancora stragi di migranti

Il naufragio senza fine dell’Unione europea

Non si fermano le stragi di migranti nel Mediterraneo. Colpa di politiche di accoglienza inefficaci

 

 

 naufragio
Se non fosse una tragedia ci sarebbe quasi da sbuffare: ancora? Di nuovo gli stessi argomenti? Ma quante volte ne abbiamo già parlato? Quante volte abbiamo già parlato dei migranti che affrontano sforzi inenarrabili per fuggire dai propri paesi in guerra e arrivare sulle sponde del Mediterraneo in cerca del “miracolo” di un barcone sfasciato sul quale vendere a caro prezzo ai trafficanti il sogno di una vita nuova in un luogo in pace? E quante volte abbiamo fatto la conta di quelli  che si è presi il mare, anche se sarebbe più esatto dire che se li è presi l’avidità di alcuni e l’indifferenza di altri? “Vergogna”, ha detto solo Papa Francesco quando nello scorso ottobre ebbe notizia dell’ennesimo naufragio: morirono 366 persone e ancora il mare sta restituendo altri corpi. Eppure la strage non si ferma: il 12 maggio un altro barcone è naufragato a un centinaio di miglia a sud di Lampedusa e i mezzi navali dell’operazione “Mare nostrum” che pattugliano la zona proprio per intercettare i natanti con il loro carico umano, sono riusciti a portare in salvo circa 200 persone mentre almeno 40 sono i morti accertati. Aleteia è andata ancora una volta a bussare al Centro Astalli per i rifugiati dei gesuiti, a Roma, e a interrogare il suo responsabile, p. Giovanni La Manna.
 
 
L’ennesima tragedia di migranti morti in mare: non era stato detto “mai più”?

La Manna: Il “mai più” lo devono realizzare quanti hanno la responsabilità di governare questo fenomeno. E’ veramente triste in queste ore assistere al rimpallo di responsabilità tra l’Unione europea e l’Italia. E’ preoccupante che la Commissione europea affermi di aver chiesto all’Italia “cosa fare”: non dovrebbe essere in grado di valutare il fenomeno in modo autonomo? Il 3 ottobre 2013, dopo la tragedia dei 366 immigrati morti al largo di Lampedusa, la Commissione si è recata sull’isola e cosa ha capito? Vedendo le salme di tutte quelle persone sul molo e nel capannone l’Unione europea quale opinione si è fatta di questo problema? Non si è posta la domanda su cosa fare per evitare queste tragedie? Non se lo è chiesto e per questo le tragedie si ripetono.

Cosa dovrebbe fare?

La Manna: L’Unione europea, piuttosto che perdersi in polemiche ed esprimere frasi fatte di cordoglio e commozione, deve agire con giustizia e dignità. L’unica strada degna che deve percorrere – sebbene sia già in ritardo – è quella della creazione di corridoi umanitari attraverso i quali far arrivare in sicurezza in Europa i profughi, specialmente quelli siriani, per poi distribuirli in modo equo tra i vari stati. I numeri che possono spaventare una nazione in difficoltà non possono spaventare l’Unione europea nel suo complesso. Solo così si possono sottrarre i profughi che scappano dai conflitti e dalle persecuzioni allo sfruttamento dei trafficanti. E’ tempo di agire. Basta morti in mare. “Mare nostrum” è uno strumento che riesce a salvare delle vite ma non tutte e sono evidenti i limiti di una operazione che pure è positiva.

Eppure qualcuno, proprio in questi giorni, ha definito “Mare nostrum” un’operazione “cretina”…

La Manna: Sono esternazioni che nemmeno voglio prendere in considerazione, frutto della povertà culturale e umana che stiamo vivendo. Un tempo ci si sarebbe vergognati di pensare ed affermare una cosa del genere.

L’idea dei canali umanitari è nuova?

La Manna: L’Unione europea prevede già dei programmi grazie ai quali dai campi profughi le persone vengono portate in salvo nei paesi che attivano questi programmi di reinsediamento. Però siamo ancora troppo timidi o impauriti o indifferenti. Occorre intensificarli. Tutti i Paesi europei riconoscono il diritto all’asilo politico ma come fanno le persone ad arrivare nei nostri paesi per esercitare il diritto che riconosciamo loro? Oggi l’unico strumento per sfuggire dal proprio paese per un siriano è affidarsi a un trafficante e sperare che, prima di affondare, il barcone incontri una delle navi di Mare nostrum. Si conta che in Libano ci siano un milione di siriani: quanto inciderebbe la loro presenza sui 500 milioni che costituiscono la popolazione europea? E’ triste che l’Europa non senta il peso di tante morti sulla coscienza. Forse sono troppo lontani.

Al Centro Astalli c’è stato un aumento dei profughi che chiedono aiuto?

La Manna: Sì ed è drammatico. Non c’è un sistema unitario e questo penalizza le persone che poi non trovando posto finiscono negli stabili occupati in città in condizioni indegne dal punto di vista della sicurezza e dell’igiene. In Italia c’è un sistema pensato per affrontare sempre il problema con un’ottica emergenziale: ricerca di posti per tre mesi e 30 euro al giorno. Che progettualità c’è in un’accoglienza del genere? In tre mesi una persona cosa può fare per inventarsi un futuro? Se invece, come noi richiediamo da sempre, il sistema di accoglienza fosse pensato con un’ottica progettuale si potrebbero porre da subito le condizioni per l’autonomia delle persone e una vera integrazione. Oggi, invece, si sprecano risorse senza costruire nulla.
  

sources: ALETEIA

Lettera dal fondale del Mediterraneo 

di Hamid Barole Abdu:

Cara mamma, ti scrivo da un acquario/ uno spazio infinito senza mormorio /dove tutti dormono sonni profondi/ come le mummie dei faraoni. /Qui il tempo non è scandito da notte e dì/ C’è tanta pace, è una vita da angeli/ un vero Paradiso nel fondale marino,/ si vive senza acqua e senza cibo/ non si lavora e non si fa alcuna attività/ ci si rilassa in eternità.
Cara mamma, ti chiedo scusa / quando me ne andai non dissi nulla / la partenza fu per me uno scherzo/ avrei voluto salutarti e darti tanti baci,/ farmi stringere dai tuoi abbracci/ come hai sempre fatto prima che io uscissi/ per andare a scuola o per giocare./ So che mi perdonerai/ nelle preghiere mi ricorderai.
Cara mamma, ho tanta voglia di scriverti,/ le mie avventure sono tante:/ era la prima volta che salpavo sul barcone/ con altri coetanei del quartiere./ Il mare era sereno con un bel sole/ l’alba silenziosa senza parole/ gabbiani sopra le nostre teste volavano /a modo loro ci auguravano buon viaggio./ Dopo alcuni giorni senza acqua né cibo/ con gli occhi sbarrati notte e giorno./ Il barcone in mezzo al mare/ il motore smise di funzionare./ Le nostre risate furono interrotte dal panico/ onde alte iniziarono a farci sollevare,/ e tutti coperti dal barcone rovesciato/ nessuno di noi sapeva nuotare/ e così fummo risucchiati in fondo al mare.
Cara mamma, ti ricordi quando ero bambino,/ una gran paura avevo dell’acqua/ persino nella bacinella non volevo lavarmi/
mi versavi l’acqua con i piedi inchiodati per terra.
Cara mamma, ti scrivo da qui: dal fondale abitato da gente di tutto il mondo/ piccoli, adulti e famiglie intere/ una grande comunità/ scheletri nel limbo in fondo al mare.
 
(lettera pubblicata sul sito web Combonifem)
 

 

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