i due bambini che ci fanno vergognare

il piccolo Mohammed e la foto della nostra follia

di Giulia Carcasi
in “Il Sole 24 Ore”

Abbiamo a disposizione tecnologie sempre più avanzate. Abbiamo video delle tragedie. Abbiamo audio, con dentro i rumori dell’inferno. Abbiamo microfoni già aperti per edizioni speciali e dibattiti. Eppure è l’immagine ferma e afona di una fotografia il linguaggio che meglio racconta la lucida follia dei nostri tempi: tutta la velocità convulsa di un tentativo di fuga è racchiusa nell’immobilità del corpo di un bambino.

Il bambino si chiamava Mohammed Shoahyet, aveva sedici mesi, apparteneva ai Rohingya, una minoranza musulmana perseguitata dai militari birmani. È stato trovato seminudo, senza vita, sulla sponda del fiume Naf. È morto, assieme al fratellino e alla madre, mentre cercavano di raggiungere il Bangladesh. Un altro bambino era stato trovato morto nel 2015 su una spiaggia, a Bodrum, in Turchia. Si chiamava Aylan Kurdi, aveva tre anni, era di etnia curda siriana. È annegato mentre cercava di salvarsi dalla guerra raggiungendo l’Europa.

Vediamo le foto e cerchiamo di archiviarle definendole montature, strumentalizzazioni. Ce la prendiamo con chi le ha scattate, con chi non ha afferrato un telo per coprire i due bambini, con chi non li ha allontanati dalla battigia e dagli sguardi. Ma quelle foto sono il monumento del fallimento della nostra società. Non sono i fotografi, è la società a lasciare scoperto chi dovrebbe tenere al riparo.

Esistono altre specie che uccidono così i propri cuccioli o nell’involuzione l’uomo ha conquistato anche questo vergognoso primato?

Una fotografia ruberà pure le anime, come si riteneva un tempo, ma l’insensatezza, l’incapacità e l’avidità dei governi stanno rubando i corpi. È davvero questione di razze, etnie, religioni? Se, all’istante, tutti ci convertissimo allo stesso credo, finirebbero i massacri? L’unica risposta che conosco l’ha data Pier Paolo Pasolini, mezzo secolo fa. Nel suo film “Uccellacci e Uccellini”, due frati vengono incaricati da San Francesco di predicare l’amore di Dio sia ai falchi sia ai passeri. I frati riescono a comunicare con gli uni e gli altri e li convertono alla stessa religione. Ma subito dopo un falco in picchiata uccide un passero e se ne ciba. Se guardo il mondo, oggi, non vedo una società divisa nelle tante particolareggiate fazioni che la cronaca individua. Vedo ancora soltanto due categorie: uccellacci e uccellini. Mi domando se riusciremo mai a essere, semplicemente, uccelli.aylan

due bambini sono il segno del nostro fallimento ma riusciranno a salvare le nostre coscienze?

con Aylan e Orman abbiamo fallito

di Niccolò Zancan
in “La Stampa” del 20 agosto 2016

Omran
Due bambini con i calzoncini corti sono il simbolo del nostro fallimento. Due bambini incredibilmente composti nel disastro del mondo. Aylan di tre anni su una spiaggia di Bodrum, le braccia lungo i fianchi, spinto indietro dal mare mentre cercava di scappare dalla guerra in Siria con la sua famiglia. E poi Omran, cinque anni, vittima della stessa guerra, seduto sul sedile di un’autoambulanza ad Aleppo con la faccia incrostata di sangue e gli occhi enormi. 2 settembre 2015, 18 agosto 2016. Due frammenti. La stessa storia.

Certe fotografie sbucano dal rumore di fondo e si impongono all’attenzione, diventano virali. Rimbalzano su ogni schermo del pianeta. Tutti devono vederle. Ma poi, dopo averle viste, condivise e commentate, dopo l’indignazione, cosa resta? Sarebbe sbagliato sostenere che quest’anno tutto sia rimasto uguale. Le cose possono anche peggiorare. Ed è quello che è successo. Secondo una stima sempre aggiornata per difetto, altri quattrocento bambini sono affogati nel Mediterraneo dopo Aylan, gli ultimi due ieri mattina.Aylan1

Erano su una piccola barca di legno carica di famiglie siriane. Essendo chiusa la rotta balcanica, erano passate dall’Egitto prima di pagare i trafficanti ed affidarsi al mare. Scappavano ancora dalla stessa guerra. Cercavano sempre di arrivare in Europa. Anche se nessuno vedrà quella fotografia, erano due bambine di 6 anni e di 5 mesi. La realtà ci lascia un passo indietro, sfugge continuamente. Mentre qualcuno su Twitter commentava la storia della famiglia di Omran scampato al bombardamento, altre bombe cadevano sulle case di Aleppo. Potevi imbatterti in un video in cui due medici tentavano di fare il massaggio cardiaco ad un ragazzino, steso sul pavimento dell’ospedale davanti ai suoi genitori. Puoi vedere tutto, ma non serve a niente. Anche la politica sta abdicando al suo ruolo.Aylan

Dopo Aylan c’era stato un profluvio di dichiarazioni. Ogni capo di Stato si era dichiarato sconvolto. Sembrava davvero che potesse cambiare qualcosa in Europa. Che la morte di un bambino in fuga da Kobane non fosse inutile, e quella foto simbolica potesse davvero incidere nella realtà. Invece è stato un progressivo sgretolarsi di parole ed intenzioni. Con l’incapacità di sentire il mondo profondamente, si è perso anche il potere di renderlo diverso. È stato l’anno del terrore moltiplicato in diretta, della morte esibita, della paura cavalcata, dell’emotività veloce, dell’assuefazione lenta. Nella quantità enorme di immagini che passano ogni secondo davanti ai nostri occhi, solo alcune ormai riescono ad imporsi all’attenzione. Sono immagini rare. Non spiegano la vita e neppure la morte, la mostrano. Questa è la loro forza. Sono drammatiche ma perfette, perché contengono l’orrore e l’innocenza nella stessa inquadratura. Come se avessero già al loro interno la risposta che serve. Eppure le fotografie di Aylan Kurdi e Omran Daqneesh forse salveranno le nostre coscienze, ma non stanno cambiando la Storia.

la ‘valanga’ Aylan …

“Aylan e il paradosso dell’autorità impotente”

piccolo

 

intervista a Christian Salmon a cura di Wanda Marra
in “il Fatto Quotidiano” del 12 settembre 2015

“L’emozione suscitata dalla foto di Aylan non si è tradotta solo in un picco di audience, ma in azione concreta: folle di persone hanno affiancato i rifugiati, reti di accoglienza sono nate spontaneamente per offrire alloggio, città si sono fatte  avanti per accoglierei rifugiati prima che i politici, Merkel in testa, iniziassero a cavalcare l’onda”

Christian Salmon, teorico dello storytelling, la vede così.

Anche se sottolinea i limiti di quest’emozione collettiva. La foto di Aylan ha fatto cambiare la politica europea? L’emozione suscitata non deve impedirci di pensare, ma l’impatto di quelle immagini non va nemmeno sottovalutato. Contrariamente ad altri avvenimenti choc come i terremoti che si traducono in alti indici di ascolto tv e in donazioni di denaro alle organizzazioni umanitarie, i governi lo hanno capito benissimo e hanno tentato di collegarsi al movimento spontaneo di solidarietà per non esserne travolti. Stiamo assistendo alla nascita d’una opinione pubblica europea favorita da due eventi: la crisi greca e la crisi dei rifugiati. Si è fatta strada la sensazione che le istituzioni europee assommano in sé i difetti dell’autoritarismo e dell’impotenza. In Italia c’è stata polemica sulla decisione di Renzi di far vedere quella foto a un comizio del Pd: quale è il limite tra strumentalità e uso legittimo della forza comunicativa di quell’immagine? Non so se è possibile distinguere tra “strumentalizzazione” e uso strategico di un ’immagine. In entrambi i casi ci muoviamo all’interno di una logica emozionale che ha l’effetto di mascherare e occultare le cause e le sfide della crisi dei rifugiati. L’azione politica si fonda sulla passione collettiva, la scelta democratica cede il passo alle emozioni attraverso l’interposizione dei media. Fin quando un’altra immagine non venga a cancellare quella del piccolo Aylan. Matteo Renzi agisce da uomo dell’era post-politica: appartiene alla generazione di coloro che privi di sovranità debbono, come Sisifo, spingere il masso con la sola forza della comunicazione. Ma questa impotenza è impossibile da cambiare? Il potere sovrano poggia su due pilastri: la moneta e il territorio. Si esercita attraverso la politica monetaria e il controllo delle frontiere. La Costruzione europea è di fatto un processo di decostruzione: i governi eletti sono stati privati delle leve dell’azione politica (Maastricht e Schengen) mentre le nuove istituzioni europee sono prive di rappresentatività. La crisi greca ha reso evidente questo paradosso. La spoliticizzazione della questione monetaria e dalla gestione delle frontiere, entrambe affidate a organismi burocratici, ha prodotto questa strana situazione di autoritarismo impotente. Autoritarismo con la Grecia, impotenza con i rifugiati. Inoltre questa realtà non solo ha contribuito a decostruire la sovranità degli Stati-nazione che la componevano, ma ha fatto emergere un nuovo “decisionismo”non democratico. Si tratta di un doppio fallimento. Come si può governare l’uso di quelle immagini? La differenza è tra il pensiero magico che crede di cambiare le cose agitando feticci e a colpi di bacchetta magica e una parola politica autenticamente efficace, quella dei grandi capi di Stato come De Gaulle o Mandela che hanno cambiato il paradigma politico del loro Paese grazie alla potenza del loro esempio e delle loro parole Quale è la funzione delle immagini nel cambio di “paradigma” politico? Le immagini da sole non cambiano nulla. Conta ciò che le porta e le attraversa. È il fuori campo, è l’immaginario collettivo che è all’opera nel modo in cui le guardiamo. Tanto la crisi greca quanto la crisi dei rifugiati sono crisi di grande portata che ci fanno avvertire confusamente che condizioneranno il nostro futuro comune. Le crisi portano con  sé immagini traumatizzanti,immagini di violenza insopportabile, ma anche di resistenza. Questi avvenimenti, il no al referendum greco del 5 luglio o la crisi dei rifugiati, sono quelli che Baudrillard definiva
“avvenimenti canaglia” (rogue events) che ostacolano la folle corsa di una “tecnostruttura” che ha perduto il controllo degli avvenimenti… Perciò tali avvenimenti sono anche un’occasione per cambiare il volto dell’Europa.

dedicato ad Aylan

Aylan negli infiniti mondi

 

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di Alessandro Ghebreigziabiher*

Io so una cosa.
So solo quella.
E mi basta.

So che esiste un mondo in cui un bambino di tre anni di nome Aylan viene trovato morto su una spiaggia.
Viene fotografato.
E l’orribile disegno fa il giro di quello stesso mondo.

So che ne esiste un altro dove il bambino non è affatto morto, semplicemente si riposa dopo spensierati tuffi e capriole tra le onde.
Fa il bagno vestito, ma perché aveva fretta di entrare in acqua e perché è un bambino anarchico ed eccentrico.
Come tutti i bambini dovrebbero essere.
In un altro mondo Aylan è svenuto perché ha mangiato poco, ultimamente.
Ma oggi ha mangiato ed è questo ciò che conta.
In un altro ancora il bimbo è ancora morto, ma poi risuscita subito, perché su quel pianeta la fine della vita è uno scherzo della natura.
E’ la vita stessa che non lo è, fortunati loro.

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In un altro mondo Aylan non è affatto un bambino ma un robot testato dagli scienziati per vedere cosa un giorno potrebbe accadere se i governi privilegeranno gli interessi economici a discapito dei diritti umani.
Test illuminante, in effetti.
In un mondo siamo tutti pazzi e in preda a continue allucinazioni.
Così ci capita di vedere cose assurde, da una giovane vita deceduta a soli tre anni su una spiaggia a milioni di bambini che rischiano di fare la stessa fine.
In un altro mondo Aylan è solo il personaggio di un film.
Drammatico, ciò è indubbio, pure troppo, e per alleggerire la pellicola al termine di quest’ultima vi è una sequenza dei vari errori compiuti durante le riprese, con il giovanissimo attore in seria difficoltà a smettere di ridere, piagnucolare o fare quel che cappero gli aggradi.
Di fare il bambino, insomma.
In un mondo il bambino sta sognando – questa non poteva mancare – sta sognando noi che guardiamo la sua foto, ma che in realtà siamo addormentati e stiamo facendo un incubo e poi ci svegliamo e ci troviamo tutti fradici su una spiaggia qualsiasi, con gli abiti impregnati di sale e sabbia, confusi, infreddoliti.
E felici.
Perché è stato solo un bellissimo incubo.

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In un altro mondo esiste la macchina del tempo e allora si torna tutti indietro fino all’esatto momento in cui è stata fatta la scelta che avrebbe portato alla morte di un bimbo di tre anni su una spiaggia e… e già, nessuno si senta escluso.
In un mondo esiste la magia degli occhi e se una foto la guardiamo in tanti e insieme pensiamo la stessa cosa e soprattutto crediamo alla magia possiamo riscrivere la storia.
Poi però non possiamo fotografarla di nuovo, ma possiamo raccontare come abbiamo rimesso le cose a posto.
Anzi, dobbiamo.
In un altro mondo Aylan sono io.
Solo che nessuno lo sa.
Se sono vivo o morto.
In un altro ancora sei tu che leggi queste parole.
Solo che nessuno lo sa.
Se tra poco morirai.
O meno.
In un mondo che preferisco tra tutti Aylan è vivo e sono morti tutti gli altri.
Ma siccome non gli va di stare da solo inventa noi.
E sono certo che ci dipingerà molto meglio di quel che siamo.
In tutti gli altri mondi.

Io so una cosa.
So solo quella.
Ma mi basta.
So che ci sono infiniti mondi, là fuori.
E sta a noi, tutti noi, decidere in quale vorremo vivere.
In futuro.

Fonte: Storie e Notizie n.1256