il capitalismo non può essere democratico

l’economia che produce ferite

le parole nette di papa Francesco

«Le strutture economiche sacrificano vite umane per utili maggiori»

papa Francesco

da Altranarrazione

Capitalismo finanziario

Strutture di peccato

La disuguaglianza sociale nel capitalismo finanziario non è un elemento accidentale o temporaneo ma strutturale. Dovendo garantire un extra-benessere a pochi non può tollerare forme di redistribuzione della c.d. ricchezza. È un sistema economico incompatibile con la democrazia: ne impedisce le dinamiche basilari. Dove c’è il capitalismo, al di là delle denominazioni, vige di fatto l’oligarchia. L’1% è in grado di soggiogare il 99% attraverso un uso smaliziato della forza e l’aiuto fondamentale degli intermedi: di coloro cioè che non appartengono all’1% ma sono pronti a tutto pur di raccogliere le briciole che cadono da quel tavolo. Allora li vedi sostenere le tesi della tecnocrazia europea, della finanza e dei globalizzatori dello sfruttamento. Li vedi tristemente al servizio dell’iniquità, attori non protagonisti di una squallida commedia. Il 99% può indignarsi, ne ha facoltà, ma con calma: nei luoghi, nei modi e nei tempi concessi dal potere. L’importante è che dopo lo sfogo  ritorni velocemente alla catena di montaggio.

testo di papa Francesco:

Le ferite che provoca il sistema economico che ha al centro il dio denaro, e che a volte agisce con la brutalità dei ladri della parabola [del samaritano], sono state criminalmente ignorate. Nella società globalizzata, esiste uno stile elegante di guardare dall’altro lato, che si pratica ricorrentemente: sotto le spoglie del politicamente corretto o le mode ideologiche, si guarda chi soffre senza toccarlo, lo si trasmette in diretta, addirittura si adotta un discorso in apparenza tollerante e pieno di eufemismi, ma non si fa nulla di sistematico per curare le ferite sociali e neppure per affrontare le strutture che lasciano tanti esseri umani per strada. Questo atteggiamento ipocrita, tanto diverso da quello del samaritano, manifesta l’assenza di una vera conversione e di un vero impegno con l’umanità. Si tratta di una truffa morale, che, prima o poi, viene alla luce, come un miraggio che si dilegua. I feriti stanno lì, sono una realtà. La disoccupazione è reale, la corruzione è reale, la crisi d’identità è reale, lo svuotamento delle democrazie è reale. La cancrena di un sistema non si può mascherare in eterno, perché prima o poi il fetore si sente e, quando non si può più negare, nasce dal potere stesso che ha generato quello stato di cose la manipolazione della paura, dell’insicurezza, della protesta, persino della giusta indignazione della gente, che trasferisce la responsabilità di tutti i mali a un “non prossimo”.

(Papa Francesco, Messaggio in occasione dell’incontro dei movimenti popolari a Modesto, California, 16-19 febbraio 2017)

cos’è che rende la nostra terra un inferno

comunità o inferno

«La comunità cristiana è sulla strada di Cristo solo quando si prende cura dei poveri, degli affamati, degli afflitti e lotta contro coloro o contro le situazioni che sono all’origine di tali squilibri»

(Ortensio da Spinetoli)

L’opposizione evangelica è tra amare/servire Dio o amare/servire il denaro-potere, e non tra credenti e atei. L’ateismo, tra l’altro, ha aspetti provvidenziali perché purifica il cristianesimo dalle sue ipocrisie, lo aiuta ad essere più autentico, e cioè radicale. Ne evidenzia gli aspetti ridicoli, e ne demolisce le sovrastrutture escogitate dall’uomo ‘religioso’: il fariseo di tutti i tempi che separa la dottrina dalla Persona, le norme dalla coscienza e dal cammino personale, la pedagogia dalla compassione. L’ateismo nasce, anche, per la cattiva testimonianza dei cristiani, per la loro incoerenza ed ottusità ragionieristica, non certo per contrastare direttamente il Vangelo. D’altronde un ateo che persegue, senza saperlo, la giustizia del Regno può essere molto più vicino a Dio di un cattolico (della domenica) che partecipa, sbrigativamente, all’eucaristia, in attesa di raggiungere la vera “celebrazione” festiva: la partita dei suoi eroi milionari. E parafrasando il testo evangelico di Marco (1) si potrebbe immaginare così:

«I parrocchiani dissero a Gesù: “Maestro abbiamo visto uno che dava dei soldi a un senzatetto in nome della Carità e glielo abbiamo sconsigliato, perché non apparteneva ai gruppi parrocchiali e non conosceva le procedure di aiuto decise dal consiglio pastorale”. Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un gesto gratuito e che subito dopo possa disprezzarmi. Chi non è contro l’Amore è per l’Amore».

Ciò che si oppone davvero a Cristo è il non-amore e non certo l’ateismo che è ricerca, critica, possibilità. L’ateismo di per sé non uccide nessuno, non danneggia, non umilia, mentre amare/servire il denaro-potere, (attualmente strutturato nell’organizzazione socio-economica denominata capitalismo (2)), sì. Eccome. L’altro, infatti, viene spersonalizzato, non più riconosciuto.  Esiste la manodopera (braccia meccaniche a forma d’uomo), l’impiegato (digitatore su pc) il manager (referente del Padrone). Mansioni e funzioni prima di storie, aspirazioni, bisogni: quindi la devastazione dell’umanità per garantire il profitto. La maternità di una donna viene insultata considerandola un costo, la giovane età sfruttata e raggirata, l’anzianità umiliata. E poi abbiamo produzioni, esportazioni, vendite, prima dell’ecologia, della bellezza, della giustizia tra generazioni (3): quindi la devastazione della terra per garantire il profitto. L’accesso all’acqua potabile garantito solo ai ricchi, le risorse energetiche sottratte ad altri popoli, il mancato riconoscimento del debito ecologico. In tale quadro, il borghese (colui che rappresenta o appoggia il capitalismo) (4) non potrà mai essere cristiano (colui che ama/serve Cristo), nonostante tutte le tecniche di autoconvincimento e tutte le rassicurazioni di quella parte del clero che si impegna nella sua assistenza spirituale, preferendolo al povero. Convertirsi perché il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino (5) significa in questi tempi: convertirsi dalle logiche del Capitale ed incamminarsi verso la gratuità, la condivisione e la solidarietà. Il tempo è compiuto perché Cristo agisce nella storia. Il Regno di Dio è vicino perché è già operante, potenzialmente realizzabile, anche se qui non completamente. Dipende dalla nostra libertà, dalle nostre scelte: se costruire una comunità (il Regno) o l’inferno (il mercato) e continuare a sprofondarci.

(1) Cfr. Vangelo di Marco 9, 38-40

(2) Cfr. «Imperialismo, colonialismo e capitalismo meritano nel mio ‘credo’ lo stesso anatema» (Pedro Casaldáliga, Credo nella giustizia e nella speranza, Quaderni Asal 27, Associazione per gli Studi e la documentazione dei problemi socio-religiosi dell’America Latina, Roma 1976, p. 193)

(3) Cfr. Papa Francesco, Enciclica Laudato Si’ 137-162

(4) Cfr. «…Voglio assicurarvi almeno la mia preghiera. Perché il vostro cammino di formazione sia improntato alla più trasparente autenticità evangelica, e vi manteniate lontani dal compromesso, e rifuggiate dall’ambiguità, e non scendiate a patti con l’anima borghese accovacciata davanti alla porta». (Don Tonino Bello, Lettera ai seminaristi 21/1/1990, in Tonino Bello, Servi inutili a tempo pieno. Testimoni gioiosi per evangelizzare il mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano)), p. 112

(5) Vangelo di Marco 1,15

il capitalismo si avvantaggia se restiamo infantili ma … consumatori

perché il capitalismo ci preferisce infantili, capricciosi e precari

Diego Fusaro

il tentativo è rendere la società per sempre giovane, cioè dedita al consumo senza autorità e al ribellismo verso le forme mature dell’eticità borghese

consumismo-ansa

La forma repressiva del capitalismo dialettico si è da tempo capovolta in quella permissiva del capitalismo assoluto: il suddito diventa consumatore la cui libertà si estende senza limiti fin dove si estende la sua capacità di acquisto. Alla morte di Dio segue, dunque, l’avvento non già dell’Oltreuomo profetizzato da Nietzsche, bensì del consumatore senza identità e senza spessore. Questi, a differenza dell’uomo maturo in grado di dire di no, deve essere permanentemente nella condizione del ragazzo immaturo, in balìa di desideri ai quali può soltanto cedere e ai quali, come Pinocchio nel Paese dei Balocchi, non è in grado di porre fine.

Il sistema della finanza planetaria e flessibile è, per sua natura, giovanilistico non solo perché nega la possibilità delle forme mature dell’eticità e vive di quella precarietà che caratterizza fisiologicamente la fase giovanile. Accanto a questi motivi, vi è anche il collegamento tra consumismo e giovinezza, ossia la propensione degli individui di età giovane all’acquisto incontrollato di merci, alla flessibilità degli stili di vita, al godimento disinibito, al ribellismo verso le norme stabili.

A differenza dell’uomo maturo borghese, progettuale e stabilizzato nelle forme di esistenza alle quali ha scelto di consegnarsi, l’eterno giovane post-borghese e ultra-capitalistico vive l’eterno presente instabile e non stabilizzabile dell’adolescenza perpetua estesa a ogni età dell’esistenza, centrata sul godimento aprospettico, aprogettuale e senza differimenti del life is now. La vita cessa di essere concepita e vissuta come un progetto fondato sulla stabilizzazione delle sue forme: prende a essere intesa come successione rettilinea e puntiforme di istanti sconnessi ed episodici, autonomi e tutti volti in senso esclusivo alla massimizzazione aprospettica del momento.

Il giovane si riconferma, così, il soggetto ideale per l’adesione al modello consumistico americano-centrico, per il nichilismo anarco-consumistico delle moltitudini eternamente giovani, instabili, anglofone e immature. Ed è per questa ragione che la tendenza del capitalismo flessibile coincide con l’infantilizzazione del mondo della vita, ossia con il tentativo di rendere la società permanente giovane, cioè dedita al consumo senza autorità e al ribellismo verso le forme mature dell’eticità borghese (negate realmente dalla logica del capitale e avversate ideologicamente dai giovani).

Il capitalismo flessibile e precario è, per sua stessa natura, giovanilistico. Esalta il giovane, perché esso – senza diritti e senza maturità, senza stabilità e biologicamente precario e in fieri – è il suo soggetto antropologico privilegiato; e questo non solo per via della scarsa compatibilità delle fasce non giovani con la nuova logica flessibile (da cui il sempre ribadito invito che la tirannia della pubblicità rivolge anche ai non giovani a vivere come se lo fossero), ma anche in ragione del fatto che il nuovo assetto della produzione e del consumo coarta l’intero “parco umano” a vivere alla stregua dei giovani, ossia in forme provvisorie, precarie e mai mature, perennemente in attesa di un assestamento sempre differito. Il capitalismo flessibile ci vuole tutti eternamente giovani, perché, a prescindere dall’età, permanentemente immaturi e non stabilizzati, disposti ad accettare di buon grado le forme coattive della precarietà e del mondo della vita deeticizzato.

D’altro canto, se oggi si è considerati “diversamente giovani” fino a cinquant’anni, è perché si è idealmente precari fino al termine della propria attività lavorativa, sia nella vita sociale sia in quella affettiva, incapaci cioè di stabilizzare la propria esistenza nelle tradizionali forme dell’etica borghese e proletaria, ormai superata dal nuovo modo della produzione flessibile, post-borghese e post-proletario.

L’imperativo del tutto e subito

La maturità borghese dell’età adulta con possibile coscienza infelice è stata sostituita dall’immaturità post-borghese con incoscienza felice dell’età giovanile. La capacità di progettare futuri stabilizzando l’esistenza mediante le forme della vita etica e mediante l’intreccio ragionato di legge e desiderio quale si esprime nell’austero imperativo categorico kantiano, ha ceduto il passo al presentismo assoluto e aprospettico della fase odierna del finanz-capitalismo. In essa, l’instabilità come cifra dell’esistenza, con la sua strutturale impossibilità di sedimentarsi in forme fisse, non permette la progettazione dell’avvenire. Impone, come unico imperativo, quello sadiano del godimento immediato e senza misura, autistico e tutto proiettato nell’hic et nunc di un presente pensato, pur nella sua instabilità, come sola dimensione temporale disponibile.

In questo scenario di deeticizzazione in atto e di precarizzazione forzata del lavoro e delle esistenze, i giovani costituiscono indubbiamente il nucleo di un progetto – silenzioso quanto violento – di mutazione antropologica orientato a trasformarli nel nuovo soggetto assoggettato al paradigma della società capitalistica planetaria.

 

“il capitalismo è disumano, produce scarti umani e li vuole nascondere” – parola di papa Francesco


 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO “ECONOMIA DI COMUNIONE”
PROMOSSO DAL MOVIMENTO DEI FOCOLARI

Aula Paolo VI
Sabato, 4 febbraio 2017

 

sono lieto di accogliervi come rappresentanti di un progetto al quale sono da tempo sinceramente interessato. A ciascuno di voi rivolgo il mio saluto cordiale, e ringrazio in particolare il coordinatore, Prof. Luigino Bruni, per le sue cortesi parole. E ringrazio anche per le testimonianze

Economia e comunione  Due parole che la cultura attuale tiene ben separate e spesso considera opposte. Due parole che voi invece avete unito, raccogliendo l’invito che venticinque anni fa vi rivolse Chiara Lubich, in Brasile, quando, di fronte allo scandalo della diseguaglianza nella città di San Paolo, chiese agli imprenditori di diventare agenti di comunione. Invitandovi ad essere creativi, competenti, ma non solo questo. L’imprenditore da voi è visto come agente di comunione. Nell’immettere dentro l’economia il germe buono della comunione, avete iniziato un profondo cambiamento nel modo di vedere e vivere l’impresa. L’impresa non solo può non distruggere la comunione tra le persone, ma può edificarla, può promuoverla. Con la vostra vita mostrate che economia e comunione diventano più belle quando sono una accanto all’altra. Più bella l’economia, certamente, ma più bella anche la comunione, perché la comunione spirituale dei cuori è ancora più piena quando diventa comunione di beni, di talenti, di profitti.

Pensando al vostro impegno, vorrei dirvi oggi tre cose:

La prima riguarda il denaro.

È molto importante che al centro dell’economia di comunione ci sia la comunione dei vostri utili. L’economia di comunione è anche comunione dei profitti, espressione della comunione della vita. Molte volte ho parlato del denaro come idolo. La Bibbia ce lo dice in diversi modi. Non a caso la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio (cfr 2,13-21). Non si può comprendere il nuovo Regno portato da Gesù se non ci si libera dagli idoli, di cui uno dei più potenti è il denaro. Come dunque poter essere dei mercanti che Gesù non scaccia? Il denaro è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine. L’avarizia, che non a caso è un vizio capitale, è peccato di idolatria perché l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire. E’ stato Gesù, proprio Lui, a dare categoria di “signore” al denaro: “Nessuno può servire due signori, due padroni”. Sono due: Dio o il denaro, l’anti-Dio, l’idolo. Questo l’ha detto Gesù. Allo stesso livello di opzione. Pensate a questo.

Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto. La “dea fortuna” è sempre più la nuova divinità di una certa finanza e di tutto quel sistema dell’azzardo che sta distruggendo milioni di famiglie del mondo, e che voi giustamente contrastate. Questo culto idolatrico è un surrogato della vita eterna. I singoli prodotti (le auto, i telefoni…) invecchiano e si consumano, ma se ho il denaro o il credito posso acquistarne immediatamente altri, illudendomi di vincere la morte.

Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica con la comunione. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone! E non dimenticare anche quell’alta filosofia e quell’alta teologia che faceva dire alle nostre nonne: “Il diavolo entra dalle tasche”. Non dimenticare questo!

La seconda cosa che voglio dirvi riguarda la povertà, un tema centrale nel vostro movimento.

Oggi si attuano molteplici iniziative, pubbliche e private, per combattere la povertà. E tutto ciò, da una parte, è una crescita in umanità. Nella Bibbia i poveri, gli orfani, le vedove, gli “scarti” della società di quei tempi, erano aiutati con la decima e la spigolatura del grano. Ma la gran parte del popolo restava povero, quegli aiuti non erano sufficienti a sfamare e a curare tutti. Gli “scarti” della società restavano molti. Oggi abbiamo inventato altri modi per curare, sfamare, istruire i poveri, e alcuni dei semi della Bibbia sono fioriti in istituzioni più efficaci di quelle antiche. La ragione delle tasse sta anche in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che, prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso.

Ma – e questo non lo si dirà mai abbastanza – il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. Una grave forma di povertà di una civiltà è non riuscire a vedere più i suoi poveri, che prima vengono scartati e poi nascosti.

Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!

L’economia di comunione, se vuole essere fedele al suo carisma, non deve soltanto curare le vittime, ma costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più. Finché l’economia produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora realizzata, la festa della fraternità universale non è piena.

Bisogna allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. Certo, quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione di fraternità. So che voi cercate di farlo da 25 anni. Ma occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime. Un imprenditore che è solo buon samaritano fa metà del suo dovere: cura le vittime di oggi, ma non riduce quelle di domani. Per la comunione occorre imitare il Padre misericordioso della parabola del figlio prodigo e attendere a casa i figli, i lavoratori e collaboratori che hanno sbagliato, e lì abbracciarli e fare festa con e per loro – e non farsi bloccare dalla meritocrazia invocata dal figlio maggiore e da tanti, che in nome del merito negano la misericordia. Un imprenditore di comunione è chiamato a fare di tutto perché anche quelli che sbagliano e lasciano la sua casa, possano sperare in un lavoro e in un reddito dignitoso, e non ritrovarsi a mangiare con i porci. Nessun figlio, nessun uomo, neanche il più ribelle, merita le ghiande.

Infine, la terza cosa riguarda il futuro.

Questi 25 anni della vostra storia dicono che la comunione e l’impresa possono stare e crescere insieme. Un’esperienza che per ora è limitata ad un piccolo numero di imprese, piccolissimo se confrontato al grande capitale del mondo. Ma i cambiamenti nell’ordine dello spirito e quindi della vita non sono legati ai grandi numeri. Il piccolo gregge, la lampada, una moneta, un agnello, una perla, il sale, il lievito: sono queste le immagini del Regno che incontriamo nei Vangeli. E i profeti ci hanno annunciato la nuova epoca di salvezza indicandoci il segno di un bambino, l’Emmanuele, e parlandoci di un “resto” fedele, un piccolo gruppo.

Non occorre essere in molti per cambiare la nostra vita: basta che il sale e il lievito non si snaturino. Il grande lavoro da svolgere è cercare di non perdere il “principio attivo” che li anima: il sale non fa il suo mestiere crescendo in quantità, anzi, troppo sale rende la pasta salata, ma salvando la sua “anima”, cioè la sua qualità. Tutte le volte che le persone, i popoli e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri. Salviamo la nostra economia, restando semplicemente sale e lievito: un lavoro difficile, perché tutto decade con il passare del tempo. Come fare per non perdere il principio attivo, l’ “enzima” della comunione?

Quando non c’erano i frigoriferi, per conservare il lievito madre del pane si donava alla vicina un po’ della propria pasta lievitata, e quando dovevano fare di nuovo il pane ricevevano un pugno di pasta lievitata da quella donna o da un’altra che lo aveva ricevuto a sua volta. È la reciprocità. La comunione non è solo divisione ma anche moltiplicazione dei beni, creazione di nuovo pane, di nuovi beni, di nuovo Bene con la maiuscola. Il principio vivo del Vangelo resta attivo solo se lo doniamo, perché è amore, e l’amore è attivo quando amiamo, non quando scriviamo romanzi o quando guardiamo telenovele. Se invece lo teniamo gelosamente tutto e solo per noi, ammuffisce e muore. E il Vangelo può ammuffirsi. L’economia di comunione avrà futuro se la donerete a tutti e non resterà solo dentro la vostra “casa”. Donatela a tutti, e prima ai poveri e ai giovani, che sono quelli che più ne hanno bisogno e sanno far fruttificare il dono ricevuto! Per avere vita in abbondanza occorre imparare a donare: non solo i profitti delle imprese, ma voi stessi. Il primo dono dell’imprenditore è la propria persona: il vostro denaro, seppure importante, è troppo poco. Il denaro non salva se non è accompagnato dal dono della persona. L’economia di oggi, i poveri, i giovani hanno bisogno prima di tutto della vostra anima, della vostra fraternità rispettosa e umile, della vostra voglia di vivere e solo dopo del vostro denaro.

Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Invece, anche solo cinque pani e due pesci possono sfamare le folle se sono la condivisione di tutta la nostra vita. Nella logica del Vangelo, se non si dona tutto non si dona mai abbastanza.

Queste cose voi le fate già. Ma potete condividere di più i profitti per combattere l’idolatria, cambiare le strutture per prevenire la creazione delle vittime e degli scarti; donare di più il vostro lievito per lievitare il pane di molti. Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione.

Vi auguro di continuare sulla vostra strada, con coraggio, umiltà e gioia. «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Dio ama i vostri profitti e talenti donati con gioia. Lo fate già; potete farlo ancora di più.

Vi auguro di continuare ad essere seme, sale e lievito di un’altra economia: l’economia del Regno, dove i ricchi sanno condividere le loro ricchezze, e i poveri sono chiamati beati. Grazie.

l’ultratradizionalismo cattolico e i fanatici dell’iperliberismo economico i grandi nemici di papa Francesco

nella chiesa cresce il malumore per il “papa eretico”

dai cattolici tradizionalisti ai movimenti in difesa della famiglia, si diffonde l’opposizione alle nuove idee di Papa Bergoglio, accusato addirittura di non  essere cattolico

Papa

Le truppe ultra-tradizionaliste non hanno retto: il Papa venuto dalla fine del mondo non gli piace, non gli è mai piaciuto per la verità, solo che ora il brusio di fondo, il malcontento che si sentiva come un rumore in lontananza, è esploso. Il Papa non è cattolico, accusano, è quasi un eretico anzi; si avvicinano così alle classiche posizioni sedevantiste dei lefebrviani, la Fraternità di San Pio X che resta, per molti di loro, un punto di riferimento. Il punto di non ritorno è stato il sinodo sulla famiglia, anzi i due sinodi: a lungo l’ala conservatrice più intransigente ha coltivato l’obiettivo di mandare a monte il progetto riformista del Papa che metteva fuorigioco la dottrina concepita come ideologia: chi è in regola è dentro tutti gli altri fuori, altro che misericordia, altro che amore di Dio, altro che accoglienza: porte chiuse e non e ne parli più.

Su questa linea si asserragliava l’integralismo duro e puro che aveva più di una diramazione rosso porpora nei sacri palazzi, anche se certo i cardinali integralisti non usavano il linguaggio aggressivo e feroce di certi gruppi e siti internet. D’altro canto uno dei padri sinodali, l’arcivescovo Tomash Peta, di Astana (Kazakhstan), appartenente alla corrente più intransigente, è andato fino in fondo e ha detto senza giri di parole – riprendendo una celebre espressione di Paolo VI – che il «fumo di Satana» è entrato in Vaticano con il sinodo e «precisamente attraverso la proposta di ammettere alla sacra comunione chi è divorziato e vive in una nuova unione civile; l’affermazione che la convivenza è un’unione che può avere in se stessa alcuni valori; l’apertura all’omosessualità come qualcosa dato per normale».

A lungo l’ala conservatrice più intransigente ha coltivato l’obiettivo di mandare a monte il progetto riformista del Papa che metteva fuorigioco la dottrina concepita come ideologia: chi è in regola è dentro tutti gli altri fuori, altro che misericordia, altro che amore di Dio, altro che accoglienza: porte chiuse e non e ne parli più

Non meraviglia più di tanto allora che nel sottobosco del web, di gruppi e associazioni fondamentaliste, il Papa diventi una specie di anticristo, un diavolo che si è infiltrato al vertice della Chiesa cattolica; ambienti marginali dai quali trapela però un clima pesante, una pericolosa aggressività mal repressa. Non va dimenticato, tuttavia, che se l’estremismo religioso cattolico ce l’ha con Bergoglio, i primi a dargli del “comunista” sono stati i fanatici dell’iperliberismo economico a stelle e strisce, i capi del Tea Party, le falangi repubblicane aderenti al cristianesimo evangelico in salsa fondamentalista, quello della “bible belt” che si saldavano agli ideologi di Wall street: il Papa si occupasse di anime, il capitalismo finanziario in crisi di questi anni turbolenti, non poteva essere toccato, tanto meno era compito del vescovo di Roma parlare di diritti sociali.

In ogni caso se un’opposizione coerente al Papa non riesce a prender forma, e appare anzi piuttosto frastagliata e divisa, gruppi e sensibilità diverse convergono però in un malumore crescente contro Francesco e i suoi collaboratori. Solo che questo sommovimento ha dovuto fare i conto con l’immenso consenso che accompagnava il Papa argentino, da Manila a Rio de Janeiro, dove interi popoli cattolici, folle di “scartati”, di marginali, ritrovavano una guida e un riferimento in un mondo regolato dal potere di una economia che non aveva – negli slums filippni e brasiliani – un volto umano.

Del resto è lungo l’elenco delle cose che hanno fatto sobbalzare i gruppi tradizionalisti: dalla critica alla finanza mondiale al San Francesco ecologico, dall’attacco alla corruzione nella Chiesa alla richiesta di pastori “col puzzo di pecora” – in grado cioè di stare in mezzo al popolo – alla scomunica ai mafiosi diretta anche e forse soprattutto ai tanti silenzi interni di preti e vescovi conniventi, dalla riforma delle finanze vaticane al depotenziamento della corte pontificia. E poi c’è stata la sconfessione di ogni criterio gerarchico nelle nomine cardinalizie: la scelta non premiava più diocesi potenti e carriere costruite per arrivare a quello zucchetto rosso, ma uomini di Chiesa che abitano i luoghi complessi di un mondo reale: dalla Birmania alla lontana Tonga, da Motevideo ad Agrigento.

Se un’opposizione coerente al Papa non riesce a prender forma, e appare anzi piuttosto frastagliata e divisa, gruppi e sensibilità diverse convergono però in un malumore crescente contro Francesco e i suoi collaboratori

L’enciclica sull’ambiente, inoltre, ha mobilitato intorno al Papa mondi che prima guardavano solo con diffidenza alla Santa Sede, ma in modo particolare ha avvicinato al vertice della Chiesa dopo molto tempo una miriade di organizzazioni cattoliche che dal Brasile, all’Africa, all’Australia, hanno combattuto col Vangelo in mano battaglie non di rado disperate per difendere territori depredati e comunità umane fatte a pezzi. Così è lo stesso papa Francesco ha descrivere il modello di Chiesa che ha in mente come una piramide rovesciata, dove il popolo di Dio – secondo la definizione del Concilio Vaticano II – è il protagonista e non più il porporato di Curia con il codice di diritto canonico fra le mani.

Infine è arrivato il tema più grosso, la famiglia, dove Bergoglio ha dato indicazione, senza cambiare la dottrina, di aprire le porte a tutti: divorziati, conviventi, madri single, omosessuali. Non un’assenza di regole, ma il ritorno al fondamento della fede cristiana, il perdono e l’accoglienza. E su questo si è aperta una battaglia culturale cruciale nella Chiesa.

Il sinodo è diventato allora il momento nel quale i vari oppositori interni hanno provato a riunificare le forze per fare muro contro il Papa, per bloccarne il disegno. Ma certo cardinali come Gerhard Muller, prefetto della dottrina della fede, e Angelo Scola, arcivescovo di Milano, pure in dissenso, non potevano approvare un progetto di ‘guerra civile’ interna come quello scatenato dai circoli più oltranzisti, per altro le voci più oltranziste e forse finivano col danneggiare l’ala meno irruenta dei conservatori. Fiorivano intanto gli interventi del professor Roberto De Mattei, della Fondazione Lepanto, o quelli di Antonio Socci, commentatore cattolico tradizionalista, che evocava paragoni storici per parlare di eresia latente e di Papa in definitiva non cattolico o quasi.

È lo stesso papa Francesco ha descrivere il modello di Chiesa che ha in mente come una piramide rovesciata, dove il popolo di Dio – secondo la definizione del Concilio Vaticano II – è il protagonista e non più il porporato di Curia con il codice di diritto canonico fra le mani

Forze più organizzate, come la lobby ultra-tradizionalista “Voice of the family”, attaccavano le posizioni “aperturiste” presenti nel sinodo mentre accoglieva e pubblicava in bella evidenza il comunicato del Superiore dei lefebvriani, monsignor Bernard Fellay, che a proposito del testo finale del sinodo affermava: “Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni, e soprattutto delle brecce aperte nella disciplina nel nome di una misericordia pastorale relativista. L’impressione generale che si ricava da questo testo è quella di una confusione che non mancherà di essere sfruttata in un senso contrario all’insegnamento costante della Chiesa”. A canto a questi si muoveva anche il gruppo “Tradizione famiglia proprietà”, fondato in America Latina alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da Plinio de Correa de Oliveira, e poi diffusosi in varie parti del mondo; il movimento entrò in conflitto con la conferenza episcopale brasiliana a causa del suo fondamentalismo estremista.

Alla rete di “Voice of the Family”, aderisce anche “Famiglia domani”, l’organizzazione italiana che ha indetto da qualche anno la marcia per la vita nella quale si ritrovano i settori integralisti del cattolicesimo italiano e che incontra il consenso di gruppi politici di estrema destra come “Forza Nuova”. In Curia le posizioni oltranziste sono state rappresentate in primo luogo da un cardinale americano, Raymond Leo Burke, fautore della messa preconciliare; e all’interno dello stesso sinodo una personalità come il cardinale Carlo Caffarra, ormai ex arcivescovo di Bologna, ha dato voce, insieme ad altri, alla fazione più intransigente. C’è poi un livello di discussione più articolato, quello promosso da settori del cattolicesimo conservatore d’Oltreoceano, che non gradiscono la dottrina sociale declinata dal papa e dai suoi sostenitori, giudicata troppo sensibile ai temi della giustizia sociale.

La lobby ultra-tradizionalista “Voice of the family” attaccava le posizioni “aperturiste” presenti nel sinodo mentre accoglieva e pubblicava in bella evidenza il comunicato del Superiore dei lefebvriani, monsignor Bernard Fellay, che affermava: “Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni”

D’ora in avanti, insomma, il cammino si fa più aspro per il Papa, come dimostra la vicenda grottesca della falsa malattia diffusa a poche ore dalla conclusione del sinodo. dietro le quinte s’intuisce un lavorìo che fa leva sulla suggestione del caos, sul disordine interno che avrebbe suscitato l’azione riformatrice di Bergoglio. Del resto non c’è rivoluzione che non crea conflitti, e questo il Papa lo sa bene. Così il prossimo sinodo, potrebbe avere per tema – lo ha ipotizzato il cardinale Oscar rodriguez Maradiaga, vicino al pontefice – il decentramento della Chiesa, ovvero il potenziamento del ruolo delle conferenze episcopali nazionali, delle singole diocesi, dei sinodi continentali. Una Chiesa in grado di discutere di tutto dunque, in cui il Papa sarebbe il garante dell’unità; in un progetto simile c’è certo poco spazio per i diktat della curia vaticana.

E poi – a sinodo appena concluso – sono arrivate due nomine importanti di vescovi in Italia, a Bologna e Palermo, città chiave per la chiesa italianam alla cui guida Francesco ha chiamato due pastori, nell’accezione bergogliana del termine: monsignor Matteo Zuppi, già vescovo ausiliare di Roma, e Corrado Lorefice, parroco e studioso. Da ultimo il Papa ha dato una stoccata indiretta ma ben assestata ai suoi detrattori parlando di Monsignor Oscar Arnulfo Romero, il vescovo assassinato da gruppi armati di estrema destra in Salvador nel 1980 e divenuto un simbolo della lotta evangelica contro l’oppressione dei più poveri. Il suo martirio, ha detto il Papa, è proseguito anche dopo la morte: «Una volta morto – ero giovane sacerdote e ne fui testimone – fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche da parte di suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Non parlo per aver sentito dire. Ho ascoltato queste cose». Insomma Bergoglio comincia a levarsi qualche sassolino dalle scarpe e si prepara intanto al Giubileo della misericordia.

L. Boff e la sconfitta ‘naturale’ del capitalismo

Leonardo Boff: “Il capitalismo sarà sconfitto dalla Natura”

vBoff L.i è un fatto innegabile e desolante: il capitalismo come modo di produzione e la sua ideologia politica, il neoliberismo, si sono infiltrati a livello globale in modo tanto consistente che sembra non ci possa essere nessuna alternativa reale.

Infatti, ha occupato tutti gli spazi ed ha allineato quasi tutti i paesi verso i suoi interessi globali.

Da quando la società è diventata società di mercato e tutto è indirizzato al guadagno, perfino le cose più sacre – come gli organi umani, l’acqua e la capacità di impollinare i fiori – gli Stati, almeno la maggioranza, sono costretti a gestire una macroeconomia integrata a livello globale e non servire al bene comune del proprio popolo.

Il socialismo democratico nella sua versione avanzata di ecosocialismo è un’opzione teorica importante, ma con poca base sociale mondiale che lo implementi. La tesi di Rosa Luxemburg, nel suo libro “Riforma o Rivoluzione”, che “la teoria del collasso del capitalismo è nel cuore del socialismo scientifico”, non si è materializzata. E il socialismo è crollato.

La furia di accumulazione capitalistica ha raggiunto i livelli più alti della sua storia. Praticamente l’1% della popolazione più ricca del mondo controlla circa il 90% di tutta la ricchezza. 85 opulenti, secondo l’ONG Oxfam Intermon, possedevano nel 2014 gli stessi soldi di 3,5 miliardi  di poveri nel mondo. Il grado di irrazionalità e anche di disumanità parlano da soli. Viviamo in tempi di barbarie esplicite.

Finora le crisi congiunturali del sistema si sono verificate nelle economie periferiche, ma dalla crisi del 2007/2008 la crisi è esplosa nel cuore dei paesi centrali, negli Stati Uniti ed in Europa. Tutto sembra indicare che non è una crisi congiunturale, sempre superabile, ma questa volta è una crisi sistemica, che pone fine alla capacità di riproduzione del capitalismo.

Le vie di uscita che cercano i paesi che egemonizzano il processo globale sono sempre dello stesso tipo: non cambiano mai. Ossia, continuare con lo sfruttamento illimitato dei beni e dei servizi naturali, orientati da una unità di misura chiaramente materiale (e materialista) come il PIL. E guai a quei paesi in cui il PIL diminuisce.

Questa crescita peggiora ulteriormente lo stato della Terra. Il prezzo dei tentativi di riproduzione del sistema è quello che i loro corifei chiamano “esternalità” (quelle che non entrano nella contabilità degli affari).

Queste sono principalmente due: un’ingiustizia sociale degradante con alti livelli di disoccupazione e crescente disuguaglianza; e un’ingiustizia ecologica minacciosa, con il degrado di interi ecosistemi, erosione della biodiversità (la scomparsa di 30-100 mila specie di esseri viventi ogni anno, secondo i dati del biologo E. Wilson), l’aumento del riscaldamento globale, la scarsità di acqua potabile e la insostenibilità generale del sistema-vita e del sistema-Terra.

Questi due aspetti stanno mettendo in ginocchio il sistema capitalista. Se si volesse universalizzare il benessere offerto dai paesi ricchi, avremmo bisogno di almeno tre Terre uguali a quelle che abbiamo, il che è ovviamente impossibile. Il livello di sfruttamento dei “regali della natura”, come chiamano i popoli indigeni andini i beni ed i servizi della natura, è tale che nel settembre passato è successo “il giorno del sovraccarico della Terra” (the Earth Overshoot Day). In altre parole, la Terra non ha più ormai la capacità, in sé, di soddisfare le richieste umane. C’è bisogno di un anno e mezzo per sostituire quello che le viene sottratto in un anno.

E’ diventato insostenibilepericolosamente. O freniamo la voracità di accumulazione della ricchezza, per permetterle alla terra di riposare e ricostituirsi, o dobbiamo prepararci al peggio. Dato che si tratta di un super-Ente vivo (Gaia), limitato, con carenza di beni e servizi ed ora malato, ma che unisce sempre tutti i fattori che garantiscono le basi fisiche, chimiche ed ecologiche per la riproduzione della vita, questo processo di eccessivo degrado può generare un collasso ecologico e sociale di proporzioni dantesche.

La conseguenza sarebbe che la Terra sconfiggerebbe definitivamente il sistema del capitale, incapace di riprodursi con la sua cultura materialista  di consumo illimitato e individualista. Quello che non abbiamo raggiunto storicamente con processi alternativi (era lo scopo del socialismo), lo otterranno la natura e la Terra. Essa, infatti, si libererà di una cellula tumorale che minaccia con metastasi tutto il corpo di Gaia.

Nel frattempo, il nostro compito è all’interno del sistema, allargando le breccie, esplorando tutte le sue contraddizioni per garantire in particolare ai più umili della Terra gli elementi essenziali per la sopravvivenza: cibo, lavoro, alloggio, educazione, servizi di base e un po’di tempo libero. Questo è quello che si sta facendo in Brasile e in molti altri paesi. Dal male tirar fuori il minimo necessario per la continuità della vita e della civiltà. E poi, pregare e prepararsi al peggio…

di Leonardo Boff

la favola bella …

La favola del postcapitalismo

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di LELIO DEMICHELIS

Il nesso tecnologia/capitalismo è tornato recentemente alla ribalta, interpretato in termini ottimistici, nel fortunato libro di Paul Mason, “Postcapitalism” (che a breve uscirà anche in Italia). L’errore è pensare che la tecnologia abbia il potere di liberarci dal capitalismo. È piuttosto il contrario: è la tecnologia che permette al capitalismo di sopravvivere ai suoi problemi.

E’ arrivato un nuovo profeta che promette un postcapitalismo meraviglioso, umano, collaborativo, intellettuale, gratuito. Un postcapitalismo che sta nascendo dal capitalismo stesso e che, come il proletariato di Marx cancellerà questo capitalismo e ci porterà gioia, felicità, condivisione libera, la liberazione dalla fatica, eccetera eccetera. Perché si compia il passaggio al postcapitalismo basta confidare nella potenza rivoluzionaria e salvifica delle nuove tecnologie, confidare nel loro potere liberatorio e liberante nonché libertario, nella loro capacità di diffondere nuovi modi di lavorare e di consumare liberando il tempo dal lavoro e permettendo a noi mortali attività in rete finalmente libere e quindi non capitalistiche. Basta credere che il web sia la nuova fabbrica e che svolga la stessa funzione delle fabbriche del XIX° secolo e che il suo proletariato digitale, diverso da quello industriale perché più informato e più connesso, possa abbattere questo capitalismo.

Tutto bello e affascinante. Dimenticando però che se il vecchio proletariato – che era classe in sé ma anche per sé avendo una propria coscienza di classe capace di fare contrasto al capitalismo – è stato ormai in-corporato nel (è parte del corpo politico e culturale del) sistema capitalista, si è progressivamente sciolto nel capitalismo e ne condivide l’egemonia, questo proletariato digitale è nato invece già antropologicamente capitalista, non ha alcuna idea di una possibile alternativa, ha assunto in sé l’imperativo della propria integrazione nel sistema (il dover essere connessi) e pur essendo forse ancora classe in sé (mai così tanti lavoratori precari, della falsa conoscenza, della sharing economy, taylorizzati e fordizzati in rete o uberizzati ovunque) non è classe per sé né potrà mai esserlo perché incapace di una coscienza comune e di una progettualità politica alternativa (perché è ormai convinto che: non ci sono alternative) in quanto ciascun componente di questo metaforico proletariato digitale è stato ormai separato, isolato dagli altri e messo in competizione con gli altri. Difficile immaginare la realizzazione di un postcapitalismo se ormai l’essenza della stessa società è il capitalismo più la tecnica. Difficile immaginare un’alternativa se ogni giorno il sistema ci educa ad essere capitalisti, se la rete stessa è oggi diventata puro capitalismo (in versione non 2.0 ma 0.0).

Eppure oggi circola questa nuova versione aggiornata – da Paul Mason, autore di quel Postcapitalismo che sta occupando le pagine di media pronti a dare voce ai tecno-entusiasti sempre e comunque e mai abbastanza – della vecchia favola del postcapitalismo che verrà. In realtà, leggendo Mason – che pure offre proposte decisamente interessanti e intriganti, come un mondo senza mercato, i banchieri centrali eletti democraticamente, il potere nelle mani della società civile, un reddito di cittadinanza, l’azzeramento (o quasi) del tempo di lavoro, la produzione di macchine beni e servizi a costi marginali nulli – sembra di fare un salto indietro nel tempo, a quando la rete era agli inizi ma già dimostrava la sua sconfinata potenza nel produrre retoriche per sé e per la sua accettazione di massa; a quando la rete era soprattutto una macchina capace di generare uno sconfinato e inarrestabile storytelling capace di abbattere ogni pensiero critico, ogni analisi razionale, ogni anticonformismo tecnologico; a quando la rete si trasformava da mezzo di comunicazione in mezzo di connessione di ciascuno nella rete, in modi simili alla vecchia catena di montaggio anche se globali e virtuali.

Leggere Mason fa l’effetto di un tempo che si è bloccato alle promesse della new economy degli anni ’90 del secolo scorso (che favoleggiava di fine dei fastidiosi cicli economici, prometteva la liberazione dalla fatica e un lavoro immateriale e intellettuale per tutti), alla fine del lavoro (1995) e all’era dell’accesso (2000) di Rifkin, alla wikinomics di Tapscott e Williams (2007), al punkcapitalismo di Matt Mason (2009), passando per l’Howard Rheingold della rete che ci rende intelligenti (2012), al Rifkin (ancora) della società a costo marginale zero (2014), ovvero all’internet delle cose, all’ascesa del commons collaborativo e quindi dell’eclissi del capitalismo. Senza dimenticare Negri e Hardt del Comune (2010). Per non citare che alcuni dei componenti di questo variegato mondo di profeti, di guru del post, abili nell’immaginare il nuovo regno di Dio-tecnica in terra, ma incapaci di fare preliminarmente una doverosa e foucaultiana archeologia dei poteri e dei saperi dominanti nelle società tecno-capitaliste. Quindi, incapaci di vedere come la soluzione da loro proposta per arrivare al postcapitalismo – più tecnologia che, da sola permetterebbe condivisione e libera circolazione delle idee – sia in contraddizione con l’essere la tecnologia ormai strettamente integrata al capitalismo (sono una cosa sola), la tecnologia permettendo al capitalismo di sopravvivere alle sue contraddizioni, il capitalismo essendo la benzina che permette alle nuove tecnologie di essere ciò che sono. Paradossale è dunque immaginare che quella tecnologia che sostiene il capitalismo e che lo ha reso globale (e globale e totalitaria la sua evangelizzazione) e che si serve del capitalismo per accrescere se stessa, possa giocare contro se stessa liberando se stessa (e gli uoimini) dal capitalismo che la sostiene.

Curioso: le ideologie o le religioni secolari del ‘900, che credevamo morte, sono in realtà più vive che mai e producono incessantemente nuove favole collettive, nuovi tecno-fideismi/tecno-integralismi che si offrono per dare un senso a un mondo apparentemente senza senso perché liquido, in realtà pesantissimo di connessioni obbligatorie, di incessanti pedagogie di adattamento non solo al mercato quanto alle nuove tecnologie. Che come le nuove tecnologie di vent’anni fa ci affascinano e ci promettono molto e continuamente cediamo alla loro richiesta di fede. Sanno di non avere mantenuto le promesse (meno lavoro, meno fatica, più libertà) e provano a rinnovare la promessa, chiedendoci di recitare nuovamente il loro Credo.

Ma cosa scrive Paul Mason, giornalista economico di simpatie laburiste, autore di libri di successo e ora di questo Postcapitalism, in uscita in traduzione italiana nei prossimi mesi? Che il capitalismo finanziario di questi ultimi anni – erede di quello industriale e di quello mercantile – avrebbe i giorni contati, posto che i mutamenti portati dalla rivoluzione informatica determinerebbero una modifica sostanziale dei modi di produzione e di consumo, metterebbero in discussione il sistema basato sulla legge della domanda e dell’offerta, della proprietà e dello scambio e lascerebbero progressivamente spazio ad una economia basata su tempo libero, attività in rete e gratuità.

Scrive Mason: «La tecnologia ha creato una nuova via d’uscita. Quello che resta della vecchia sinistra – e di tutte le forze che ne sono state influenzate – si trova di fronte a una scelta: imboccare questa strada o morire. Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo postcapitalismo».

Questo processo sarebbe già iniziato, grazie a tre grandi cambiamenti:

1) le nuove tecnologie «hanno ridotto il bisogno di lavoro, rendendo meno netto il confine tra lavoro e tempo libero e meno stringente il rapporto tra lavoro e salario». Vero, ma questo non ha liberato il lavoro, semmai lo ha reso indistinguibile dalla vita (quindi siamo meno liberi), ha moltiplicato ritmi e intensità del lavorare e ha favorito forme di lavoro e di sfruttamento (quasi) senza retribuzione mentre, cancellando la distinzione tra vita e lavoro (effetto diretto delle nuove tecnologie) ha prodotto una società a mobilitazione tecno-economica totale e permanente;

2) l’informazione «sta erodendo la capacità del mercato di determinare i prezzi in modo corretto. I mercati si basano sulla scarsità, mentre l’informazione è abbondante. Il meccanismo di difesa del sistema è formare monopoli – le grandi multinazionali tecnologiche di oggi – su una scala che non ha precedenti negli ultimi duecento anni. Ma questo non può durare (…) perché contrasta con il bisogno fondamentale dell’umanità di usare le idee liberamente». Assolutamente falso: il mercato sa benissimo come determinare i prezzi in modo corretto (per i propri profitti), grazie a delocalizzazioni, precarizzazione, sfruttamento, espropriazione della conoscenza altrui e condivisa, taylorismo digitale e rete e usa proprio le nuove tecnologie per farlo, come è altrettanto falso credere che l’informazione e la conoscenza siano abbondanti (siamo piuttosto in una società della semplificazione, non della conoscenza), la conoscenza e l’informazione sono sempre meno libere e sempre più controllate dai motori di ricerca, oltre ad essere fonte (Big Data) di alti profitti per pochi, mentre monopoli sempre più grandi sono sempre più grandi proprio perché noi permettiamo loro di esserlo sempre di più e perché è nella natura di un capitalismo non controllato;

3) stiamo assistendo «a una crescita spontanea della produzione condivisa: nascono beni, servizi e organizzazioni che non rispondono più ai principi del mercato e della gerarchia manageriale»; ma anche questo è falso, ormai il mercato è ovunque e in ogni relazione umana (il neoliberismo vive in ognuno di noi come una consolidata disciplina dentro una consolidata biopolitica), il lavoro è sempre più merce e sempre più sfruttato – a meno di considerare produzione condivisa la sharing economy, l’uberizzazione del lavoro, il dover essere imprenditori di se stessi. Certo, ancora Mason: «Quasi inosservati, nelle nicchie e negli angoli più nascosti del sistema di mercato, interi settori economici stanno cominciando a prendere un’altra strada. Monete parallele, banche del tempo, cooperative e spazi autogestiti sono spuntati come funghi», ma in verità sono anni che ci raccontiamo questa bella storia e ciò che è nascosto e inosservato resta nascosto o ai margini, non riesce a scalfire la potenza di fuoco del tecno-capitalismo, oppure si fa parte del sistema come le banane del commercio equo e solidale al supermercato. Intanto i beni comuni vengono aggirati dalle logiche di mercato (come in Italia per l’acqua, nonostante il referendum) e la sharing economy è comunque sotto forma di impresa e agisce secondo il mercato, socializzandolo.

Mason si rifà a Marx e al suo Frammento sulle macchine, all’idea di un intelletto generale, «una sorta di mente collettiva collegata attraverso la conoscenza sociale, in cui ogni progresso va a beneficio di tutti. In breve, Marx immaginava qualcosa di molto simile all’economia dell’informazione in cui viviamo oggi. E aggiunge che la sua venuta farà saltare in aria il capitalismo». Ma è evidente – dovrebbe essere evidente – che l’intelletto generale di Marx non è qualcosa di simile all’economia dell’informazione e soprattutto non farà saltare in aria il capitalismo proprio perché l’economia dell’informazione e della conoscenza è basata anch’essa sulla suddivisione/individualizzazione del lavoro e poi sulla sua integrazione/totalizzazione in qualcosa che è sempre e comunque alienato dal lavoratore stesso e alienante il lavoratore, sia esso uberizzato o lavoratore della conoscenza e dell’informazione.

Ci vuole ben altro, allora, per uscire dal tecno-capitalismo. Occorre una destrutturazione di tutti i meccanismi eteronomi e anti-democratici di messa al lavoro degli uomini (mercato e tecnica); una liberazione dai vincoli di connessione (di rete e mercato) e di alienazione; un anticonformismo digitale;  una laicizzazione della società contro l’integralismo religioso del tecno-capitalismo; una separazione netta (ma decisa dagli uomini, non dalle macchine posto che la loro logica è quella dell’uso esaustivo del tempo e della produttività da accrescere sempre e comunque), tra tempi di vita e tempi di lavoro. Ma occorre soprattutto una riconsiderazione radicale (un rovesciamento) dei rapporti tra economia (che deve tornare ad essere un mezzo) esocietà (che deve tornare ad essere il fine).

Bibliografia essenziale

Demichelis L. (2015), La religione tecno-capitalista, Mimesis, Milano.

Formenti C. (2011), Felici e sfruttati, Egea, Milano.

Hardt. M.- Negri A. (2010), Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano.

Ippolita (2014), La Rete è libera e democratica. Falso!, Laterza, Roma-Bari.

Mason M. (2009), Punkcapitalismo, Feltrinelli, Milano.

Mason P., Postcapitalismo (in uscita da il Saggiatore nel 2016)

Morozov E. (2014), Internet non salverà il mondo, Mondadori, Milano.

Rampini  F. (2014), Rete padrona, Feltrinelli, Milano.

Rheingold  H. (2013), Perché la rete ci rende intelligenti, Cortina, Milano.

Rifkin J. (1995), La fine del lavoro, Baldini&Castoldi, Milano.

Rifkin J. (2000), L’era dell’accesso, Mondadori, Milano.

Rifkin J. (2014), La società a costo marginale zero, Mondadori, Milano.

Tapscott  D. (2011), Net generation, FrancoAngeli, Milano.

Tapscott D. – Williams A. D. (2007), Wikinomics, Rizzoli-Etas, Milano.

(8 ottobre 2015)

i guasti del liberismo sfrenato

 

aspettate a dire che ha vinto Mangiafuoco

   il punto di vista di Francesco GesualdiGesualdi

D’accordo, per adesso ha la meglio lui, che smista burattini di qua e di là, a suo piacimento. Gioca dettando le regole, ma non è detto che quelle stesse regole, prima o poi, non gli si ritorcano contro. «Reddito di cittadinanza, nuovi indicatori di benessere: tutto utile, tutto opportuno. A patto che ci si decida a cambiare mentalità», avverte Francesco Gesualdi, che l’arte del bastian contrario l’ha imparata più di mezzo secolo fa a Barbiana, alla scuola di don Lorenzo Milani. «Pensate con la vostra testa, ci diceva», è la sintesi proposta da Gesualdi, che quella lezione non l’ha mai dimenticata. Fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, in provincia di Pisa, torna adesso in libreria con un saggio come al solito battagliero e informatissimo, programmaticamente intitolato Risorsa umana (San Paolo, pagine 206, euro 14,50). Un’occhiata al sottotitolo, “L’economia della pietra scartata”, aiuta a chiarire ulteriormente gli obiettivi di una riflessione che si colloca, non a caso, in piena consonanza con il pontificato di Francesco. «Papa Bergoglio viene dall’America Latina – sottolinea Gesualdi – e conosce bene i guasti prodotti dal liberismo sfrenato. E sa qual è il vero guaio? Che questo modello di economia non si accontenta di essere rimasto il solo presente sulla scena mondiale, ma pretende di essere l’unico possibile. Come se non ci fosse alternativa alla legge del più forte. Mangiafuoco è senza avversari, ma non per questo siamo obbligati a pensare che il suo comportamento sia bello e giusto». Di certo per qualcuno è pericoloso. «No, è pericoloso per tutti. Su questo elemento occorre insistere, anche se in effetti basterebbe guardarsi intorno per accorgersene. Nessuno è al riparo da una logica così spietata. Ognuno di noi può essere scartato, messo fuori circolazione, ridotto in un angolo. Vale per gli operai, vale per i manager. Qui non siamo più al conflitto tra lavoratori e capitale. La minaccia adesso riguarda l’ambiente naturale e, di conseguenza, la sopravvivenza della vita sulla terra». La lotta di classe non è più quella di una volta? «Tutto cambia, persino le periferie si sono spostate. Città contro campagna, Nord contro Sud sono contrapposizioni che ormai valgono fino a un certo punto. La vera contrapposizione, oggi, è tra chi detiene il potere (a livello politico, economico, militare, mediatico) e chi al contrario ne è privo. A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che il capitalismo stesso è diviso al suo interno. Le multinazionali, per fare l’esempio più evidente, perseguono interessi del tutto estranei e, in definitiva, contrari a quelli delle piccole e medie imprese. E la finanza, nel frattempo, gioca la partita per conto suo. È il tutto contro tutti, come il duello finale nell’arena dei gladiatori». Ma ci sarà pure una via d’uscita. «Riportare l’uomo al centro, tracciando le coordinate di una nuova geografia. Anziché puntare sulla scala globale, ragionare a partire dalla prossimità, dal territorio. Ci sono almeno due motivi per cui una scelta del genere va considerata prioritaria. La questione ambientale, in primo luogo: avvicinare la produzione al consumo significa, tra l’altro, ridurre i problemi legati al trasporto, contrastare il predominio della chimica nel settore agricolo, promuovere una logica di autoproduzione. Il secondo aspetto, strettamente connesso, va nella direzione dello sviluppo sociale. La storia, anche recente, dimostra come i fenomeni di sfruttamento assumano proporzioni terribili nel momento in cui il produttore non è più destinatario del proprio prodotto. Non si tratta di ragionare in termini di autarchia o, peggio, di protezionismo, quanto piuttosto di instaurare collaborazioni efficaci, impostate anche su criteri di contiguità territoriale. Una rete globale di realtà locali è l’unica maniera efficace per regolare i flussi migratori, altrimenti destinati a diventare sempre più
inarrestabili e selvaggi». Centralità della persona significa anche centralità dei bisogni? «Certamente. Ma come atto preliminare bisogna avere il coraggio di riconoscere che i bisogni non sono tutti uguali. Avere necessità dell’acqua non è come avere voglia di una cravatta alla moda. Prima viene l’area della sicurezza, intesa come accesso a una minima inclusione occupazionale. Dopo di che si passa all’area che chiamerei della comunità associata, dove l’iniziativa del singolo va di pari passo con la condivisione delle risorse fondamentali: l’aria, il cibo, l’alloggio, l’istruzione. Solo a questo punto subentrano i desideri legati alla persona, che costituiscono invece il fulcro del liberismo globale. Ma questo è un atteggiamento ideologico, non troppo diverso da quello che, qualche decennio fa, veniva giustamente condannato nei regimi comunisti. Ora l’ideologia ha mutato di segno, ma è più viva che mai. E molto suscettibile, purtroppo, molto restia a lasciarsi mettere in discussione».

“siamo schiavi dl marketing e della pubblicità che ci rendono infelici”

Latouche: "L'economia ha fallito, il capitalismo è guerra, la globalizzazione violenza"

per Serge Latouche l’economia ha fallito, il capitalismo è guerra e la globalizzazione violenza

il teorico della decrescita felice interviene al Bergamo Festival: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio”. E poi critica l’Expo: “E’ la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori. Serve un passo indietro, siamo ossessionati dall’accumulo e dai numeri”
di GIULIANO BALESTRERI
  

Di più: la decrescita felice è una delle strade che portano alla pace. E Latouche ne parlerà il 12 maggio al Bergamo Festival (dall’8 al 24 maggio) dedicato al tema “Fare la pace”, anche attraverso l’economia. L’economista francese, in particolare, si concentrerà sulla critica alle dinamiche del capitalismo forzato che allarga la distanza fra chi riesce a mantenere il potere economico e chi ne viene escluso. Ecco perché, secondo Latouche, la decrescita sarebbe garanzia e compensazione di una qualità della vita umana da poter estendere a tutti. Anche per questo “considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l’ossessione della misura fa parte dell’economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio”.

Abbiamo sempre pensato che la pace passasse per la crescita e che le recessioni non facessero altro che acuire i conflitti. Lei, invece, ribalta l’assioma.
Fa tutto parte del dibattito. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d’oro, tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un’intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell’accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti.

Una guerra?
Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. E’ una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto. Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali.

Un cambio rotta radicale. Sapersi accontentare, essere felici con quello che si ha non è certo nel dna di una società improntata sulla concorrenza. 
E’ evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che siano anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l’obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dalla stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell’importanza che ha realmente.

I consumatori però possono trarre beneficio dallo concorrenza.
Benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall’agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c’è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

Come si fa la pace?
Dobbiamo decolonizzare la nostra mente dall’invenzione dell’economia. Dobbiamo ricordare come siamo stati economicizzati. Abbiamo iniziato noi occidentali, fin dai tempi di Aristotele, creando una religione che distrugge le felicità. Dobbiamo essere noi, adesso, a invertire la rotta. Il progetto economico, capitalista è nato nel Medioevo, ma la sua forza è esplosa con la rivoluzione industriale e la capacità di fare denaro con il denaro. Eppure lo stesso Aristotele aveva capito che così si sarebbe distrutta la società. Ci sono voluti secoli per cancellare la società pre economica, ci vorranno secoli per tornare indietro.

Oggi preferisce definirsi filosofo, ma lei nasce come economista.
Sì, perché ho perso la fede nell’economia. Ho capito che si tratta di una menzogna, l’ho capito in Laos dove la gente vive felice senza avere una vera economia perché quella serva solo a distruggere l’equilibrio. E’ una religione occidentale che ci rende infelici.

Eppure ai vertici della politica gli economisti sono molti.
E infatti hanno una visione molto corta della realtà. Mario Monti, per esempio, non mi è piaciuto; Enrico Letta, invece, sì: ha una visione più aperta, è pronto alla scambio. Io mi sono allontanato dalla politica politicante, anche perché il progetto della decrescita non è politico, ma sociale. Per avere successo ha bisogno soprattutto di un movimento dal basso come quello neozapatista in Chiapas che poi si è diffuso anche in Ecuador e in Bolivia. Ma ci sono esempi anche in Europa: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna si avvicinano alla strada. Insomma vedo molto passi in avanti.

A proposito, Bergamo è vicina a Milano. Potrebbe essere un’occasione per visitare l’Expo.
Non mi interessa. Non è una vera esposizione dei produttori, è una fiera per le multinazionali come Coca Cola. Mi sarebbe piaciuto se l’avesse fatto il mio amico Carlo Petrini. Si poteva fare un evento come Terra Madre: vado sempre a Torino al Salone del Gusto, ma questo no, non mi interessa. E’ il trionfo della globalizzazione, non si parla della produzione. E poi non si parla di  alimentazione: noi, per esempio, mangiamo troppa carne. Troppa e di cattiva qualità. Ci facciamo male alla salute. Dovremmo riscoprire la dieta meditterranea. Però, nonostante tutto, sul fronte dell’alimentazione vedo progressi. Basti pensare al successo del movimento Slow Food.

M. Novak durissimo contro papa Francesco

 papa-francesco

su ‘il sussidiario.net’ M. Borghesi pubblica queste interessanti note sulle reazioni estremamente negative che il conservatorismo americano, soprattutto il liberista M. Novak, ha avuto nei confronti di papa Francesco per le sue dichiarazioni contro il capitalismo che impoverisce e uccide:

lo  schiaffo di Francesco ai catto-capitalisti

Papa Francesco Si tratta di rilievi al sistema
capitalista che, secondo Novak, non possono essere accolti. «Da Max Weber in
poi, il pensiero sociale cattolico è stato accusato di essere la causa della
povertà in molte nazioni cattoliche. E proprio su questo versante papa Francesco
inavvertitamente rafforza le tesi di Weber».
Il risentimento di Novak è comprensibile. Assunto alla fama come il Weber
cattolico, colui che al posto de L’etica protestante e lo spirito del
capitalismo di Weber poneva l’etica “cattolica” come vero fondamento del
capitalismo “democratico”, si ritrova ora un Pontificato che diffida di quel
sistema che egli, da tempo, ha contribuito a legittimare e a sollevare da ogni
possibile accusa. Un punto, tra molti della Evangelii gaudium, è inaccettabile
per Novak: «la sua superficiale allusione alle teorie della “ricaduta
favorevole”». È la teoria del trickle-down che è al centro del modello
liberista. Come scrive il Papa nella sua Lettera: «In questo contesto, alcuni
ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che
ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per
sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non
è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella
bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati
del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad
aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per
potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una
globalizzazione dell’indifferenza» (Evangelii gaudium, 54). Una critica che non
è piaciuta a Novak. Soprattutto l’idea che il modello capitalista non sia
confermato dai fatti come fonte generalizzata di benessere. La risposta,
pungente, data la nazionalità del Papa, risiede nel fatto che in «Argentina e in
altri sistemi statici, privi di ogni meccanismo di mobilità sociale, questo
commento sarebbe comprensibile. Laddove invece, come in America, intere
generazioni dimostrano l’efficacia della mobilità sociale, l’affermazione del
Papa non corrisponde affatto al vero. La mobilità sociale promossa da alcuni
sistemi capitalistici rappresenta la realtà vissuta e sperimentata da una vasta
percentuale della popolazione americana e non già una “fiducia grossolana ed
ingenua”»..
La critica di Novak, cioè del più illustre catto-capitalista negli Usa,
dimostra, nel suo nervosismo, come la Evangelii gaudium abbia colpito nel segno.
Al punto che lo stesso Pontefice, nella intervista ad Andrea Tornielli per La
Stampa (Mai avere paura della tenerezza, 15 dicembre 2013), ha tenuto a
puntualizzare il punto controverso sollevato da Novak: «Nell’esortazione non c’è
nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da
un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto
accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta
favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero
mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale
nel mondo.

(ilsussidiario.net)

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