tutti a tappare la bocca a Francesca Albanese

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l’ultima voce per la Palestina

di Raniero La Valle
in “Prima Loro” del 12 febbraio 2026

La richiesta ufficiale formulata dal governo francese di revocare all’ambasciatrice Francesca
Albanese il ruolo di relatrice speciale dell’ONU per il popolo palestinese è di una gravità
sconsiderata perché vuol dire togliere al popolo palestinese l’ultimo filo di voce che ancora ne
raccontava l’esistenza sulla terra.
Non crediamo che l’ONU, ovvero le potenze che la gestiscono, arriveranno a tale nefandezza dopo
che l’ONU ha visto ignorate e contradette innumerevoli sue pronunzie e prescrizioni per la
soluzione della questione palestinese, dopo essere stata accusata da Netanyahu di essere una palude
dell’antisemitismo e dopo aver assistito senza intervenire e fare alcunché per fermare il genocidio
del popolo palestinese a Gaza. Tuttavia la richiesta francese, alla quale pare che anche l’Italia non si
opponga, è uno scandalo che denuncia ancora una volta la decadenza di questa Europa che si
prepara a spaccarsi sempre di più, non solo nel conflitto contro la Russia, ma anche nella nuova
contrapposizione tra Francia e Germania, ora anche legata dall’”asse” con Roma.
L’accusa alla relatrice speciale Albanese è quella di denunciare il genocidio in corso contro il
popolo palestinese. Tutti, però, ormai riconoscono che, si usi o no la parola, tale genocidio è in atto
e proprio in questi giorni esso è confermato dallo stesso Netanyahu, che è andato a Washington oltre
che per sbrigare la pratica con l’Iran, per firmare la propria adesione e il proprio ingresso nel Board
voluto e presieduto da Trump, per avviare la grandiosa speculazione edilizia su Gaza e trasformare
Gaza da un cumulo di macerie, di morti e di tragicamente sopravvissuti, in un paradiso di letizie e in
un paradiso fiscale. Ma Netanyahu è andato a Washington anche per avanzare un’istanza di
indiscutibile coerenza, e dice a Trump: “non possiamo avviare questa meravigliosa operazione
mediterranea se prima non mi lasci finire il lavoro della soppressione degli abitanti palestinesi”,
adempimento finale a cui l’esercito israeliano si è già preparato. Pertanto, che un relatore dell’ONU
sulla Palestina giri gli occhi da un’altra parte e non parli di tale genocidio, è impossibile a pensarsi e
a credersi.
Dunque non per questo l’Albanese dovrebbe essere rimossa. Ma perché nel denunciare che chi fa
questo non è solo un nemico del popolo palestinese, ma è anche un nemico dell’umanità farebbe
una professione di antisemitismo, metterebbe in causa la fede di Israele e tutto il popolo ebraico
anche fuori di Israele. Ma la stessa coerenza per cui si ammette che non si può ricostruire Gaza se
prima non lo si ripulisce della presenza dei suoi attuali abitanti, dovrebbe far riconoscere anche alla
Francia che non è colpa di Francesca Albanese se l’autore di questo genocidio è il governo dello
Stato di Israele e se lo Stato di Israele è oggi quale è governato, rappresentato e teorizzato dinnanzi
a tutto il mondo da un capo politico, di religione ebraica che alla definitiva realizzazione della sua
idea di che cosa siano l’ebraismo, lo Stato di Israele e la soluzione definitiva della questione
palestinese (con l’assoluta esclusione dei due Stati) ha fatto la ragione non solo della sua carriera
politica, ma di tutta la sua vita.
Il problema sta dunque nel fatto che il soggetto che rivendica queste azioni si presenta esso stesso
come la vera e tendenzialmente intera espressione della tradizione di Israele, della sua fede e del
popolo ebraico anche della diaspora.
È chiaro che tutto questo l’Occidente lo capisce poco perché è ormai secolarizzato, si crede laico e
pensa d’istinto che una cosa è la politica e un’altra la religione, che una cosa è lo Stato e altra cosa
sono la Sinagoga e la Chiesa, che una cosa è lo Stato di Tel Aviv (col suo nome nobilissimo: Israele)
e un’altra cosa sono l’esercito di Israele, i Servizi Segreti di Israele, il governo di Israele e i progetti
di Israele per il futuro del Medio Oriente e di quella parte del mondo che esso include nell’area
della “Benedizione”.
Però l’Occidente potrebbe, se non vuole giudicare da sé, semplicemente ascoltare quello che lo
Stato di Israele, versione Netanyahu, dice di se stesso e che ha detto proprio in quella sede
dell’ONU da cui oggi dovrebbe essere rigettata la relatrice speciale della Palestina.
Nell’ultimo discorso fatto da Netanyahu all’assemblea generale dell’ONU il 27 settembre 2024, il
premier israeliano aveva annunciato la sua decisione di combattere fino alla “vittoria totale”,
affermando che non c’è nessun posto in Iran, ma nemmeno in Medio Oriente, che non possa cadere
sotto i colpi dell’esercito di Israele e aveva presentato la carta del mondo divisa in due mappe, una
della “Benedizione” e un’altra della “Maledizione” a seconda del rapporto di ciascuna di queste due
parti con Israele. E, ancora più importante, aveva rivendicato il fondamento indiscutibile di questa
pretesa di predominio che risalirebbe a migliaia di anni fa, e deriva da una lettura fondamentalista,
integralista, letterale della Bibbia di fronte a cui l’Occidente che ormai ignora queste categorie e
non sa leggere la Bibbia è disarmato e non può entrare in dialogo con i suoi assertori.
In quella occasione Netanyahu, rivolgendosi agli iraniani, li aveva chiamati il “popolo persiano”,
quello di Ciro, accomunandolo al popolo ebraico, come due popoli che hanno millenni di storia alle
spalle; aveva invocato il precedente biblico di Mosè, ripetendo ciò che aveva detto l’anno
precedente nella stessa sede delle Nazioni Unite, e cioè che “ci troviamo di fronte alla stessa scelta
senza tempo che Mosè pose al popolo di Israele migliaia di anni fa quando stavamo per entrare
nella Terra Promessa. Mosè ci disse che le nostre azioni avrebbero determinato se avremmo lasciato
in eredita alle generazioni future una benedizione o una maledizione”. E aveva citato a testimone re
Salomone, e Samuele che aveva proclamato: “l’eternità di Israele non vacillerà”, e aveva detto che
“Israele ha sempre eseguito il comando di Mosè”, che “l’antica promessa è stata sempre
mantenuta”. Si tratta di una interpretazione mondana e politica del messianismo ebraico certo
presente nel sionismo, ma contestata dai più avvertiti intellettuali e rabbini ebrei e che è penetrata
anche al di fuori del mondo ebraico fino a ispirare un certo messianismo americano che ora in
Trump non si sa più dove vada.
Sono temi difficili e tutti da approfondire, ma oggi la selvaggia politica che ci sta investendo ci
costringe a uno sforzo di comprensione fuori dell’ordinario

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cose che non ti aspetteresti … ma possono succedere

un ex detenuto alla guida delle carceri

di Concita De Gregorio
in “la Repubblica” del 7 febbraio 2026

Cose che possono succedere. Mentre da noi si vara il decreto sicurezza, il fermo preventivo sui manifestanti, lo scudo penale per gli agenti, le osservazioni del Quirinale, i dubbi di costituzionalità.
Ecco, intanto a New York il nuovo sindaco Zohran Mamdani nomina un ex detenuto alla guida del sistema penitenziario della città. Si chiama Stanley Richards. Negli anni Ottanta fu condannato a 9 anni per rapina.
Ne ho letto su Rivistastudio, che rimanda attraverso dei link a cosa ne scrive la stampa americana.
Riporto: «Ha scontato quattro anni e mezzo in carcere, due dei quali a Rikers Island, il più grande
penitenziario dello Stato di New York. Dopo la scarcerazione, nel 1991, ha seguito un percorso di
reinserimento che lo ha portato a diventare una delle voci più influenti nel dibattito sulla riforma
delle carceri. Negli ultimi anni ha lavorato come consulente e attivista diventando presidente della
Fortune Society (una delle più grandi organizzazioni senza scopo di lucro statunitensi che si
occupano di ex detenuti), occupandosi di alternative alla detenzione, condizioni di vita dei detenuti
e programmi di rientro nella società.
Il sindaco Mamdani lo ha nominato direttore del New York City Department of Correction, che
gestisce le carceri cittadine. È una figura che fa da controllore e garante: sarà responsabile della
sicurezza e delle operazioni quotidiane all’interno delle carceri ma anche della riabilitazione dei
detenuti e del rispetto delle norme federali e statali sulle condizioni di detenzione. La nomina arriva
in un momento molto difficile per il sistema carcerario newyorchese e in particolare per Rikers
Island, dove si è registrato un numero preoccupante di morti di detenuti — quattordici, negli ultimi
mesi — durante la carcerazione. Richards è dunque chiamato a ridurre la violenza negli istituti,
migliorare le condizioni di detenzione e ripensare il ruolo del carcere all’interno delle politiche di
sicurezza urbana». Niente, solo questo. Ve lo volevo dire

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per una chiesa di tutti

 

“tutti, tutti, tutti”

il nuovo arcivescovo di New York indica una Chiesa
di ponti e dialogo

di Camillo Barone
in “www.ncronline.org” del 5 febbraio 2026 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’arcivescovo designato Ronald Hicks ha delineato una scelta pastorale radicata nella semplicità,
plasmata dall’evangelizzazione, attenta agli immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di
una chiesa missionaria che si apra verso l’esterno.
L’arcivescovo designato Ronald Hicks si è fermato davanti ai murales all’ingresso della Cattedrale
di San Patrizio a New York che raffigurano Santa Francesca Cabrini, Dorothy Day, i primi
soccorritori dell’11 settembre e gli immigrati del passato e del presente, e ha visto in essi un riflesso
sia della sua storia personale che della storia di New York.
“Mi ha ricordato la mia famiglia di immigrati che è venuta qui dalla Germania, dall’Irlanda e dalla
Polonia, e mi ha anche ricordato le persone che ho incontrato durante il mio lavoro missionario in
America Latina”, ha detto Hicks. “Mi ha ricordato che le persone continuano a guardare a quella
porta dorata come fonte di speranza e opportunità qui negli Stati Uniti”.
Il nuovo arcivescovo, che diventerà l’undicesimo leader dell’arcidiocesi di New York, ha
approfittato della conferenza stampa pre-insediamento del 5 febbraio per indicare il tono pastorale
che spera di imprimere: radicato nella semplicità, plasmato dall’evangelizzazione, attento agli
immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di una chiesa missionaria che si apra verso
l’esterno.
Il 18 dicembre Papa Leone XIV ha nominato Hicks, 58 anni, successore del cardinale Timothy
Dolan, le cui dimissioni sono state accettate dopo che questi ha raggiunto l’età pensionabile
obbligatoria di 75 anni nel febbraio 2025.
Hicks ha affermato che i giorni che precedono e seguono il suo insediamento sono intesi
innanzitutto come momenti di preghiera non di autopromozione. Stasera (5 febbraio) l’arcidiocesi
celebrerà i vespri e domani (6 febbraio) Hicks sarà ufficialmente insediato come arcivescovo
durante una messa che dovrebbe attirare più di 2.000 persone, tra cui circa 90 vescovi, sette
cardinali e circa 400 preti.
“Stasera non è il momento di fissare un programma o di promuovere la mia visione, ma è il
momento di chiedere la benedizione di Dio nella preghiera e di farlo insieme”, ha detto. Durante la
messa di insediamento, intende sottolineare la gratitudine e la missione della Chiesa, facendo
ripetutamente riferimento a Papa Leone XIV e promettendo di collaborare con la sua visione.
Hicks ha descritto questa missione in termini chiaramente orientati verso l’esterno. “Parlerò
semplicemente di essere una Chiesa composta da discepoli missionari che vogliono andare e fare
discepoli, e anche trasmettere la nostra fede alle generazioni future”, ha affermato. “Parleremo di
una Chiesa che costruisce ponti, va nelle periferie, si impegna nel mondo e vive la sua missione:
una Chiesa missionaria”.
Le liturgie stesse rifletteranno questa visione e includeranno elementi bilingui. Facendo riferimento
a trent’anni di presbiterato in cui la comunità ispanica è stata al centro del suo ministero, Hicks ha
affermato che intenzionalmente predica in parte in spagnolo.
“Voglio comunicare al mondo che la comunità ispanica è molto importante nella vita della Chiesa
cattolica, ed è anche un modo per mostrare il mio rispetto e il mio amore per la comunità latina
riconoscendo la sua dignità”, ha affermato.
La prima lettura alla Messa di insediamento di Hicks sarà proclamata da Samuel Jimenez Correas,
un orfano salvadoregno immigrato a Chicago, che Hicks ha incontrato durante i suoi cinque anni di
lavoro come missionario in El Salvador dal 2005 al 2010.
Hicks ha anche sottolineato la varietà delle persone che saranno presenti alle celebrazioni. Accanto
al clero cattolico e ai laici ci saranno rappresentanti di altre tradizioni religiose, del governo, del
mondo degli affari, del lavoro, dell’istruzione, delle organizzazioni non-profit, dei soccorritori di
pronto intervento e delle arti.
“In altre parole, chi ci sarà? Tutti. Tutti”, ha detto. “Per citare Papa Francesco, quando diceva: chi ci
sarà, todos, todos, todos. Questo è positivo, perché New York è un luogo dove vive e si sente a casa
il mondo intero, e la Chiesa cattolica è universale, riunisce e coinvolge tutti”.
Alla domanda del National Catholic Reporter sul suo messaggio agli immigrati cattolici, le cui voci
faticano a farsi sentire a livello nazionale, Hicks ha inquadrato la sua risposta nella dottrina sociale
cattolica.
“La mia risposta deriva da una chiara comprensione, nella Chiesa cattolica e nella nostra giustizia
sociale, di cosa sia la dignità umana”, ha affermato. “Il mio messaggio è: come ci trattiamo con
rispetto? Come possiamo semplicemente vederci come fratelli e sorelle e usare questo come
fondamento per tutto?”.
Hicks ha anche parlato di colmare il divario tra ricchi e poveri in una città caratterizzata da forti
contrasti.
“Penso che questo sia il potere di Gesù. Egli ama, conosce e si rivolge a tutti, a tutti, e vuole che
tutti siano salvati”, ha affermato.
Proveniente dalla diocesi di Joliet, nell’Illinois, dove vivono poco più di 500.000 cattolici, Hicks ha
riconosciuto la portata e la visibilità globale di New York, definendola di influenza nazionale e
internazionale. Ha affermato di essere consapevole che la sua voce ora arriva ben oltre i confini di
una diocesi, anche attraverso la messa televisiva nazionale delle 10:15 della domenica nella
Cattedrale di San Patrizio.
Secondo il suo sito web, l’arcidiocesi di New York conta circa 2,5 milioni di cattolici in circa 300
parrocchie.
Nonostante la visibilità e le esigenze amministrative del ruolo, Hicks ha affermato di non
considerarsi in primo luogo un dirigente.
“Non voglio essere visto solo come l’amministratore delegato o il presidente di un gruppo”, ha
detto. “Sono stato chiamato qui per essere un pastore e, come pastore, il mio desiderio è quello di
essere un buon pastore”.
Mentre si prepara ad assumere la cattedra e ad iniziare formalmente il suo ministero, Hicks ha
descritto la sua visione in una sola parola: “provvidenza”. Ha affermato di confidare che Dio lo
abbia preparato per questo momento e che il suo compito ora sia quello di arrendersi, fidarsi e
seguire.
“Voglio solo fidarmi di Lui, seguirLo e continuare a farlo”, ha affermato

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ci manca la profezia di papa Francesco

quanto ci manchi, Francesco!

di José Manuel Vidal
in “Religión Digital” del 9 febbraio 2026

Papa Francesco è stato, prima di tutto, un profeta: qualcuno che ha osato dire ad alta voce ciò che
milioni di coscienze intuivano silenziosamente.
La sua morte non ha solo chiuso un pontificato; ha aperto un buco nero di autorità morale in un
mondo che da allora sembra più caotico, più brutale e più schiavo dei Trump di turno.
Oggi, guardando indietro, inizia ad imporsi una scomoda certezza: non siamo riusciti ad apprezzare
appieno il privilegio di essere stati contemporanei del papa dei poveri e della primavera della
Chiesa.
Il papa che ci chiedeva costantemente di pregare per lui, perché sapeva di essere il bersaglio
principale dei «fiori del male».
Ora sappiamo che Bannon ed Epstein volevano abbatterlo.
Un profeta con nome e volto
Francesco ha avuto qualcosa che non si può comprare né fabbricare: carisma e autorità morale
riconosciuta anche dai suoi detrattori.
Proprio perché la sua parola raggiungeva gli emarginati, i ricchi e i potenti si sono sentiti in dovere
di reagire: lo hanno accusato di essere eretico, marxista, ingenuo e pericoloso, perché il suo Vangelo
sociale metteva a nudo l’oscenità di molte strutture economiche e politiche e di un «capitalismo che
uccide», come ripeteva spesso.
Questo rifiuto è stato, paradossalmente, la prova migliore che la sua voce toccava i veri nervi
scoperti di un mondo in mano agli Epuloni di turno.
Per questo, dal mondo oscuro della costellazione MAGA (che ora subiamo in tutta la sua brutalità),
volevano la sua testa ed hanno manovrato per ottenerla.
Senza riuscirci, perché il potere della preghiera è più grande di loro.
Allo stesso tempo la immensa maggioranza silenziosa – credenti, agnostici, gente di strada – lo ha
riconosciuto come un punto di riferimento diverso: qualcuno che parlava chiaro sui migranti, sui
poveri, sugli anziani, sugli emarginati e sui giovani senza futuro, senza ricorrere a tecnicismi o a
comode neutralità.
E lo faceva con parole semplici e gesti concreti che tutti comprendevamo, senza bisogno di
intermediari.
Molti di noi, durante il suo pontificato, ci siamo sentiti orgogliosi di «avere» un papa così, anche
coloro che non condividevano tutte le sue impostazioni, perché incarnava qualcosa di raro: la
coerenza tra ciò che diceva e come viveva.
Un vuoto morale che diventa più evidente nel tempo
Da quando quest’uomo di Dio ci ha lasciato, il mondo ha avuto le convulsioni e non è più stato lo
stesso.
Non perché Francesco sia stato un supereroe capace di fermare guerre o abbattere muri con
un’omelia, ma perché all’improvviso è scomparsa una voce che organizzava, con autorità globale,
la difesa dei più deboli.
E questa lacuna si avverte in ogni conflitto in cui mancano parole chiare, in ogni deriva autoritaria
senza una denuncia che risuoni a livello globale, in ogni crisi climatica in cui l’economia torna ad
imporsi senza una «Laudato si’» che scomodi tutti.
Ciò che resta è uno strano silenzio: le istituzioni continuano a parlare, i comunicati si moltiplicano, i
discorsi si susseguono, ma manca questo misto di parrhesía e di tenerezza, di denuncia e di
consolazione, con cui Francesco si rivolgeva allo stesso modo a presidenti ed a raccoglitori di
cartone.
Quanto abbiamo bisogno oggi di qualcuno che, senza paura, ripeta che «questa economia uccide»,
che «nessuno si salva da solo», che la guerra è sempre un fallimento assoluto della politica e
dell’umanità.
Il migliore di noi: memoria e responsabilità
«Il migliore essere umano di tutti» è, ovviamente, un’iperbole affettiva, ma dice qualcosa di
vero: per molti Francesco ha incarnato il meglio della nostra capacità di umanità condivisa. Per
questo il lutto non è solo ecclesiale; è di civiltà.
Andandosene, ci ha costretto a porci una domanda scomoda: chi occupa ora questo posto di autorità
morale globale, trasversale, scomoda per tutti e vicina agli ultimi?
Leone XIV, il suo successore, è forse l’unico che può farlo.
Ma ha bisogno di tempo per consolidare la sua posizione a livello mondiale e diventare, come il suo
predecessore, un punto di riferimento globale.
E per farlo, deve vincere la potentissima macchina mediatica nordamericana, nelle mani degli
alleati del MAGA, che sta cercando con tutti i mezzi di «mettere a tacere» i messaggi del primo
papa americano.
Col passare del tempo, la memoria si sedimenta: la schiuma delle polemiche si diluisce e resta la
sostanza di un pontificato che, con le sue luci e ombre, ha riaperto finestre, ha riabilitato la
misericordia come categoria centrale, ha posto i poveri al centro del discorso e ha ricordato che la
Chiesa non è una dogana, ma un ospedale da campo.
Il tempo ci sta facendo comprendere la grandezza del privilegio: aver respirato la stessa epoca
storica del papa dei poveri e della primavera ecclesiale.
Non solo nostalgia: ereditare la sua audacia
Dire «non smetteremo mai di sentire la sua mancanza» non può consistere solo in una malinconica
consegna.
Il modo migliore per onorare la sua memoria non è imbalsamarla, ma tradurre la sua intuizione
profetica in contesti concreti: alzare la voce di fronte alla crudeltà verso i migranti, disarmare
discorsi di odio, smascherare pseudo-vangeli neoliberisti (come quello del vicepresidente
statunitense J.D. Vance) e sostenere le comunità che continuano a vivere il Vangelo sul campo.
Se Francesco è stato un profeta dotato di carisma, di una personalità straordinaria e di una
riconosciuta autorità morale, la domanda che lascia come testamento è semplice e impegnativa:
siamo disposti ad assumerci, anche su piccola scala, il costo di questa stessa profezia?
Sentire la sua mancanza è inevitabile. Trasformare quest’assenza in una scusa per il cinismo sarebbe
tradirlo.
Forse l’unico modo adulto di superare il lutto consiste in qualcosa di semplice e difficile come
questo: quando manca la sua voce per difendere i popoli più deboli, chiederci cosa direbbe lui… e
avere il coraggio, anche se la nostra voce trema, di dirlo noi stessi.
E chiedere a Leone XIV di ricaricare le batterie della parrhesía e di diventare cassa di risonanza del
Vangelo della misericordia. E anche di denunciare il tentativo di «abbattere» il suo amato
predecessore.
__________________________________________________
Articolo pubblicato il 9.2.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommasell

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il commento al vangelo della domenica

GENTE CHE ACCAREZZA LA VITA
Mt 5,13-16
il commento di E. Ronchi al vangelo della quinta domenica del tempo ordinario
Che meraviglia il Vangelo!
Voi siete un giacimento di sale, di luce e di sapore. Sale, dono del mare e del sole. Luce, figlia primogenita della creazione, che dona bellezza alle cose, addizione di gusto e di senso.
Gesù non è venuto a portare un nuovo sistema di pensiero, il suo è irradiamento di luce, spargimento di sale, contagio di fuoco e di gusto.
Ma il sale è anche un simbolo spirituale: Voi discepoli, come il sale, avete il compito di far emergere dai vostri oceani interiori, che ci minacciano e al contempo ci generano, una forza, un bene, un gusto che sono già lì in voi, che chiedono solo di innalzarsi alla luce.
Deve esserci qualcosa di sacro nel sale se lo incontriamo nel mare, nel pane, nei riti dell’ospitalità, nelle lacrime.
Voi siete il sale, cioè quello che impedisce alla storia di corrompersi. Siete un’intensificazione del gusto del vivere. Voi siete la luce, cioè quella che misura il tempo, che scaccia le paure.
Mi conosco bene, non sono né luce né sale. Eppure il Vangelo mi incalza: Non fermarti alla superficie di te e al ruvido dell’argilla di cui sei fatto; cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore, e troverai una lucerna accesa e una manciata di sapore cristallino.
Voi siete luce. Gesù lo annuncia alla mia anima bambina, si fida di quella parte di me che sa ancora incantarsi e accendersi.
Se il sale resta chiuso nel suo barattolo, non serve a niente, la sua vocazione è disperdersi nel cibo. La luce non illumina se stessa, ma le cose su cui si posa, e non torna indietro alla sua sorgente. Allo stesso modo: «Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, e non partecipo all’esistenza degli altri, posso essere privo di peccati, e tuttavia vivo in una condizione di peccato» (G. Vannucci).
Osserva l’umiltà del sale e della luce. Non attirano l’attenzione su di sé, non si mettono al centro. Non hanno lo scopo di perpetuare se stessi, ma di valorizzare l’altro. E così è la Chiesa: non è un fine, ma un mezzo per rendere migliore la vita delle persone.
Osservo la luce: non fa violenza, ma accarezza le cose, le avvolge e con il suo tocco ne fa emergere i colori e la bellezza. I cristiani sono rabdomanti delle stesse cose nelle persone! Fanno emergere il bello e il buono, il dono dell’intelligenza, dei talenti, della fame di giustizia.
Fanno come il Signore, che vede nelle sue creature la luce prima del buio, la primavera dentro l’inverno, il santo prima del peccatore, l’invisibile dentro il visibile.
Così noi, “quelli del Vangelo”, siamo gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello; nei nostri occhi deve splendere la venerazione per ogni vivente. «Ecco io carezzo la vita, perché profuma di te» (Rumî).
Accarezzi la vita, e sulle mani ti resta il profumo di Dio.
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il nostro mare sempre più grande cimitero per la nostra irresponsabilità

mille morti in mare

e voi parlate solo di sicurezza nei cortei?

di Luca Casarini
in “l’Unità” del 4 febbraio 2026

Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di
quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un
kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza.
Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna
passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria. Tocca scavalcarli, e
allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata,
coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando
sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi.
No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare. Il
ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. È sulla sua auto blindata, corre veloce.
Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia
abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della
capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di
mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. È atteso nel Palazzo, per il decreto
sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani.
Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E
colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”. La
violenza, la violenza. In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato,
avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è
per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza.
Non fa rumore, non ci sono né video né telecamere. È una morte che scivola via, sul fondo,
portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti
che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome. Non avranno una lapide, ma un
numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle
politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.
I giorni che vanno dal 14 al 21 gennaio, noi li ricorderemo come quelli della “settimana di sangue”.
È anche quella del ciclone “Harry”, che oltre a devastare le coste di Calabria e Sicilia, ha
imperversato per almeno due giorni su tutto il Mediterraneo. Nonostante gli allarmi meteo, tra le 15
e le 25 barche piene fino a oltre cinquanta persone ognuna, sono state fatte partire dalla costa
orientale della Tunisia, dalle parti di Sfax. Chi le ha fatte partire? 5 di queste sicuramente un
trafficante soprannominato “Mauritania”, ma è chiaro che una partenza così massiccia non può
avvenire senza l’accordo con i militari che normalmente pattugliano quell’area.
Sono pagati dall’Italia e dall’Unione Europea per farlo, per respingere, deportare o far naufragare le
barche di migranti subsahariani che tentano di scappare da quella che è diventata un’altra Libia. Gli
accordi stipulati con l’autocrate Saied, servono a questo in tema di immigrazione.
Questa la ricostruzione che Refugees in Libia e Mediterranea Saving Humans ha reso pubblica:
Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il
coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista
Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta
raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa
orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone:
rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa
380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato
segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR.
Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa
la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette
metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole,
le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle
condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.
Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale di un’Autorità marittima europea.
Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le
immagini ( https:// www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/) che documentano il salvataggio di
Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a
bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si
è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal
mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi
galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno
altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.
La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche
per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si
trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun
intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte dai Refugees tra le comunità
presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante.
Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini
con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un
allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri.
Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni
ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che
sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.
Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto
cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al
chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono
partite sette imbarcazioni.
Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di
un anno disperse in mare. oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel
nulla.
Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti
vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati
verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati.
Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e
che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione,
senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino.
Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche
autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti.
Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta
disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Il 30 gennaio il corpo
di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e
soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa.
Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di
quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che
centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati.
Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il
“lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze
dalle coste di Sfax? “Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans il
silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare
non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche
migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali
provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà.
Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme ai Rifugiati da
Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa
tragedia di inaudite proporzioni

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il commento al vangelo della domenica

BEATI SAPORI DI VITA
il commento di E. Ronchi al vangelo della quarta domenica del tempo ordinario
Mt 5,1-12
Davanti a questo vangelo provo sempre il desiderio del silenzio.
Vangelo stravolgente, che continua a sfuggirmi, un contromano totale rispetto alla logica del mondo. In chiesa ci crediamo, ma appena usciti ci accorgiamo che è il manifesto più stordente che si possa immaginare.
Eppure le beatitudini sono nostre amiche, perché non dettano nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che se uno si fa carico della felicità di altri, il Padre si prende sulle spalle la sua.
Ci sento dentro un sapore di vita, il segreto per stare bene.
La prima cosa che mi colpisce è: Beati. Dio si allea con la gioia degli uomini, e con una proposta spiazzante srotola otto sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno gli occhi bambini, i disarmati, quelli che sono coraggiosi perché inermi.
Ma il punto di svolta, lo snodo sintattico delle frasi è quel ‘perché’; perché è loro il regno e possederanno la terra, perché vedranno Dio.
I poveri non sono beati perché poveri, ma perché solo guardando il mondo con gli occhi degli ultimi trovi la strada per un futuro buono comune.
Beati i poveri in spirito dice Matteo: beato chi ha scelto per un motivo grande di spezzare il suo pane con gli altri; chi ha scelto, in nome dell’umano, la vita sobria e solidale, perché tutti abbiano il necessario.
Perché solo il pane “nostro” è pane di Dio.
‘Beati’ è la parola che apre l’intero salterio: Beato l’uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta.
Dio conosce solo uomini in cammino. Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri, i diritti dei deboli non sono diritti deboli. Il mondo non appartiene a chi lo rende migliore e non a chi lo compra o lo conquista. I potenti non sono beati semplicemente perché non hanno sentieri divini nel cuore.
Mi azzardo a immaginare gli occhi e le mani di Gesù oggi, la sua voce.
Lui, che era il vento della storia, verso dove ci spingerebbe? Siamo come una barca in rada, con le vele afflosciate, annusiamo il vento. E in queste pagine senti alzarsi il vento dello spirito, senti un richiamo, un grido, un urlo, che giunge a noi, compagni a riva, perché diventiamo soci di sconfinamenti, vivendo il sogno dell’azzardo. Non è ora di tirare i remi in barca.
È ora che si ricominci. Con piccole cose, e molta convinzione.
Dio non è imparziale, la sua logica ha un debole per i deboli, ha scelto ciò che nel mondo è povero e malato per cambiarlo radicalmente, per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia, e raccolti di pace.
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i migranti – milioni di disperati senza diritti – una riflessione del vescovo Perego

un diritto negato

di Gian Carlo Perego 

in “Vita Pastorale” del febbrai2026

Purtroppo, a fronte della crescita delle persone in fuga, il diritto alla protezione internazionale ha
subìto un indebolimento grave, fino anche alla negazione nei Paesi dell’Occidente che ne erano
finora i garanti: Stati Uniti ed Europa

Il Rapporto Migrantes 2025 sul “Diritto d’asilo” è aperto dalle parole di papa Leone in un videomessaggio
agli abitanti di Lampedusa: «Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma
rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare. Invece no: la
storia è devastata dai prepotenti, ma è salvata dagli umili, dai giusti e dai martiri». Ingiustizia, dolore,
prepotenza, accompagnate da «crisi permanenti e responsabilità rimosse» sulla tutela del diritto d’asilo e
dalla riduzione di aiuti sembrano camminare insieme ai richiedenti asilo, ai profughi, ai rifugiati che, l’anno
scorso, sono cresciuti ancora: oltre 123 milioni di persone in fuga, in maggioranza sfollati interni (73,5
milioni), 8 milioni e mezzo di richiedenti asilo, 43 milioni di rifugiati (cresciuti di quasi 12 milioni per le
vicende palestinesi). Venezuela, Siria e Afghanistan sono i Paesi con il maggior numero di rifugiati, a cui si
aggiungono l’Ucraina con oltre 5 milioni di rifugiati e il Sud Sudan con 2 milioni e mezzo.
Cosa alimenta il cammino di chi chiede la protezione internazionale? Guerre, violenze diffuse, cre
scente numero di morti (+27%) e situazioni di crisi restano la causa principale della fuga dalle
proprie case. Sono 31 le guerre in corso e 23 le crisi sparse in tutto il mondo, che interessano in
particolare l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente. La guerra è tornata a essere presente nell’area europea
con il conflitto tra Ucraina e Russia e le tensioni in Kosovo, a Cipro e in Georgia.
Oltre che dalle guerre si fugge anche da persecuzioni, violazioni dei diritti umani, sfruttamento e
schiavitù in 91 Paesi con regimi autoritari, che superano come numero i Paesi democratici (88). Le
donne in Afghanistan continuano a essere escluse dalla vita pubblica e in Iran subiscono continue
violenze, come in alcuni Paesi le leggi criminalizzano le persone di diverso orientamento sessuale
(Ghana, Malawi, Uganda… e anche in Bulgaria). Anche la libertà religiosa è sistematicamente
negata in vari Paesi, con gravi violazioni in Afghanistan, Cina, Eritrea, India, Nigeria, Pakistan,
Russia. Crisi climatiche crescenti (siccità, desertificazione…) e disastri ambientali mettono in fuga
45 milioni di persone soprattutto negli Usa, nelle Filippine, in India, in Cina, in Bangladesh.
Purtroppo, a fronte della crescita delle persone in fuga, il diritto alla protezione internazionale ha
subìto un indebolimento grave, fmo anche alla negazione nei Paesi dell’Occidente che ne erano
fmora i garanti: Stati Uniti ed Europa.
Il Rapporto analizza gli effetti al confine con il Messico e negli Stati Uniti delle politiche di Trump sulla
popolazione in cerca o in attesa di asilo, oltre che sui lavoratori temporanei latinoamericani. A metà set
tembre 2025, l’amministrazione Trump — che in campagna elettorale aveva promesso di chiudere il confine
meridionale con un muro di confine e fare la più grande espulsione di stranieri dagli Usa — ha emanato
almeno dodici ordini esecutivi collegati alla migrazione, con un ingente investimento di risorse, quattro volte
superiori alla spesa annuale per l’immigrazione. I provvedimenti mirano a limitare le tutele alle frontiere e in
materia di asilo, a ridurre i programmi umanitari, a diminuire i finanziamenti destinati al sistema di
rifugiati e richiedenti asilo: quasi uno smantellamento del sistema asilo.
Si è assistito nei mesi scorsi a retate, alla moltiplicazione di centri di detenzione per migranti, a
divieti di viaggio (con la cancellazione di visti), a espulsioni verso Paesi terzi. Una vera e propria
caccia al migrante, che ha generato paura e fermi di persone migranti che non avevano fatto
violazioni o infrazioni minime, generando anche gravi ripercussioni sulle famiglie, sul lavoro, sulla
realtà sociale, sull’economia, sul sistema educativo, sulla partecipazione alla vita pubblica, anche
religiosa, dei migranti, ma anche sul benessere pubblico dei cittadini.
Le azioni contro i migranti si sono sommate a un linguaggio e a una retorica disumanizzante,
condita da falsità, che hanno alimentato la loro criminalizzazione, creando una divisione sociale.
Azioni accompagnate dalla diminuzione degli aiuti per la cooperazione allo sviluppo e all’aumento
delle spese militari.
La Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha reagito ricordando che occorre trovare un equilibrio tra i
diritti degli individui alla sicurezza e alla dignità, il dovere degli Stati a proteggere il bene comune e la sicu
rezza, e l’obbligo di garantire che le leggi e le politiche siano umane e promuovano la solidarietà. Principi,
questi, che valgono anche per le leggi e le pratiche in materia di migrazione. Al tempo stesso, le comunità
cristiane, i gruppi religiosi, preti e vescovi hanno iniziato una testimonianza alternativa, che consiste nell’ac
compagnare le persone ai tribunali dell’immigrazione, a visitare gli immigrati nei centri di detenzione e a
opporsi alle azioni di contrasto che violano la dignità umana. La Chiesa negli Stati Uniti ha sviluppato,
inoltre, risposte pastorali all’incertezza e alla paura che molte comunità di immigrati stanno vivendo. Papa
Francesco, in una sua lettera, ha sostenuto l’atteggiamento e le ho. scelte della Chiesa americana.
La politica di Trump ha condizionato la politica europea. Anche l’Europa considera una priorità la
difesa e la competitività che ha un riflesso nella politica migratoria con la tendenza ad accrescere
l’esternalizzazione del controllo delle migrazioni e i rimpatri, guardando anche al modello Albania (in
realtà fallimentare), promosso dall’Italia. Anche in Europa si tende a ridurre la spesa umanitaria, la
protezione umanitaria, con l’escamotage dei cosiddetti “Paesi sicuri”, l’accelerazione dell’esame delle
domande d’asilo e la crescita dei rigetti, mediamente del 50% rispetto al numero delle domande (in Italia è al
64%).
Il Patto sulla migrazione e sull’asilo, che entrerà in vigore nel giugno di quest’anno — pesanti le
critiche di Caritas europea, degli Organismi ecclesiali impegnati nell’accompagnamento dei
migranti e richiedenti asilo, del Tavolo asilo in Italia… — sarà, purtroppo, un grave segnale di un
“indebolimento democratico” nella politica migratoria europea

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i rom e la giornata della ‘memoria’ – una riflessione di Dijana Pavlovic

non dite “mai più lo sterminio”

la memoria non è acqua passata

di Dijana Pavlovic

in “l’Unità” del 27 gennaio 2026

Ogni anno, il 27 gennaio, scrivo più o meno le stesse cose. Racconto il Porrajmos, chiedo che venga
riconosciuto, ricordo che il genocidio dei rom è stato rimosso dalla memoria pubblica europea,
sottolineo che questa rimozione ha conseguenze concrete: oggi la discriminazione, la violenza e
l’esclusione contro i rom sono strutturali, istituzionali, normalizzate. E ogni anno mi chiedo se tutto
questo produca davvero qualche risultato reale.
N on sono tra quelli che dicono che non ha senso ricordare, al contrario. Ma bisogna essere ciechi
per non vedere che, mentre ricordiamo, il mondo va chiaramente in una direzione opposta. La
violenza aumenta, si consolida. È diventata linguaggio politico legittimo, pratica istituzionale,
consenso elettorale. È sempre più forte, visibile, accettata e persino rivendicata.
Sentiamo ripetere la formula: “ricordare perché non si ripeta mai più”. Ma cosa significa,
concretamente? Se per “non si ripeta” intendiamo che non si ripeta nelle stesse identiche forme
storiche, allora è ovvio: nessun evento della storia si ripete mai in modo identico. Se invece
intendiamo che non si ripeta nella sostanza, cioè nella logica di disumanizzazione, distruzione
collettiva, annientamento sistematico, allora il problema è evidente. Stiamo ricordando mentre sta
accadendo di nuovo.
Uno degli argomenti più frequenti è che il 27 gennaio “riguarda quel genocidio, in quel contesto
storico”, e che quindi si può parlare solo della Shoah e dei prigionieri politici, come previsto dalla
legge che istituisce il Giorno della Memoria. In alcuni contesti minori, e nonostante la legge non lo
preveda – e si guardi bene dal prevederlo – si ricorda anche il Porrajmos, pur essendo stato
realizzato con modalità identiche alla Shoah.
Ma parlare di ciò che succede oggi, per esempio a Gaza, sarebbe una provocazione, una forzatura,
una strumentalizzazione.
Questo però solleva una domanda: se la memoria può parlare solo del passato e non può nominare il
presente, a cosa serve davvero? Se ricordiamo solo ciò che è già concluso, ciò che è ormai
irreversibile, ciò su cui non possiamo più intervenire, allora la memoria è sterile e inutile. Serve a
onorare i morti, certo, ed è giusto. Ma non serve più a proteggere i vivi.
Nei luoghi della memoria colpiscono sempre le liste di nomi.
Migliaia, decine di migliaia, incisi sulle pareti. Leggerli è fisicamente faticoso. È una fatica che ha
senso: ogni nome restituisce l’idea che non si tratta di numeri, ma di persone. Di vite singole,
concrete, interrotte.
Pochi mesi fa è stato pubblicato un libro: I nomi della memoria del genocidio a Gaza. Contiene i
primi 58.383 nomi raccolti in 647 giorni. Se per ogni nome ci prendessimo solo dieci secondi –
dieci secondi per riconoscere che stiamo pronunciando il nome di una persona reale – ci vorrebbero
quasi sette giorni per leggerli tutti.
Sette giorni in cui, nel frattempo, continuano a morire altre persone.
Il paradosso è questo: il Giorno della Memoria nasce per dire “mai più”, ma funziona ormai
soprattutto come strumento di separazione tra passato e presente.
Serve a dire: quello è successo allora, lì; questo che accade oggi è un’altra cosa. Come se il
problema non fosse la logica che attraversa gli eventi, ma solo la loro collocazione storica.
Forse non basta ricordare. Forse non basta nominare i morti se non siamo in grado di riconoscere i
meccanismi che producono nuovi morti. È una memoria che ha smesso di svolgere la sua funzione
principale.
E allora, perdonatemi, perdonateci, non vogliamo offendere nessuno, oggi sì, ricordiamo i nostri
morti in silenzio. E proviamo a urlare i nomi di quelli di oggi, anche se qualcuno non vuole sentir

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il commento al vangelo della domenica

E’ QUI. IN ALTO SILENZIO E CON PICCOLE COSE
il commento di E. Ronchi al vangelo della terza domenica del tempo ordinario
Mt 4, 12-23
Due luoghi opposti fanno da fondale a questo Vangelo: il deserto aspro di Macheronte e il lago sereno della verde Galilea.
Giovanni è in carcere ma la Parola non è imprigionata, e vola sulle frontiere.
“Gesù andò ad abitare a Cafarnao, presso il mare”.
Il lago di Galilea è il suo l’orizzonte geografico preferito, questo orizzonte d’acqua ispira in Lui scelte, parabole, miracoli, riti, parole come nascere dall’acqua e dallo Spirito; metafore: “vi farò pescatori di uomini”. L’acqua contiene un intero vocabolario di salvezza.
Gesù andò ad abitare nella Galilea delle genti, terra di frontiera, attraversata da ogni esercito e da tutti i mercanti, ponte naturale verso il mondo. Inizia dalla periferia d’Israele e non da Gerusalemme, perché per una legge sociologica universale il centro conserva e i margini innovano.
E inizia su rive che sanno di vento, di vele spiegate, di partenze.
Come Gesù, il cristiano è di casa nelle terre di frontiera, là dove ci sono improvvisi soffi di Spirito che aprono strade, dove c’è bisogno di innalzare le bandiere della pace. La Chiesa nasce lì, sulla prima luce che spunta, diventando, per tutti, per ogni naufrago, terra di approdo, pontile dove attraccare. Ogni comunità, un porto di terra.
Matteo ci consegna le prime parole di Gesù: “Convertitevi”. Invito che inaugura un Vangelo di movimento: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Non un’imposizione, ma un’opportunità per tutti di vivere meglio. Regno di Dio significa che un altro mondo è possibile.
Pensavamo di incontrare Dio come risultato di una lunga marcia, invece è Lui che viene. Gratuitamente. Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono e degno, io sono già amato, così come sono, per quello che sono.
La realtà non è solo questo che si vede, nel mondo c’è una incandescenza divina che scorre e che prima o poi si accende ed esplode. Un Dio diramato dentro le vene della storia; un Dio che è qui, con le mani impigliate nel folto della mia vita, non per giudicarla ma per farla fiorire in ogni sua forma.
“Il Regno si è fatto vicino”. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna, sintesi delle speranze e fine delle paure. Il Regno è qui. E’ qui come lievito dentro la pasta, come primavera dentro i nostri inverni, come polline fecondo dentro il nostro eden appassito. “E’ qui” significa che l’esito della storia sarà felice nonostante terrorismi e crisi, arsenali nucleari e inquinamento, le guerre e il degrado che ci assedia. E se io lo credo, non è per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio dolente dei nostri giorni, ma perché Dio si è impegnato.
Il Regno è qui. Energia immensa a cui mi abbandono, che è sempre a mia disposizione e a cui posso attingere ad ogni istante.
Il Regno è qui! Vale a dire: Dio è all’opera per seppellire tesori nei campi dei cuori, per seminare perle nel mare, in alto silenzio e con piccole cose.
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