“non possiamo … dirci cristiani” contro una blasfema interpretazione del vangelo

un fallimento la sequela di Gesù?

di p. Felice Scalia, gesuita

 

 

pubblicato su HOREB    n. 1 del 2019  (82) 
RISVEGLIARE PASSIONI GIOIOSE

 

 
La liturgia e tanta esegesi biblica vedono nel Servo di Jhwh di Isaia il volto, il compito, i sentimenti profondi del Cristo di Dio Gesù di Nazareth.
Al capitolo 49,4 l’inviato da Dio dice: «Inutilmente mi sono affaticato, ho consumato tutte le mie forze senza risultato». E più avanti (53,3) è lo stesso popolo che conferma questo fallimento: «Noi l’abbiamo rifiutato, disprezzato, come un uomo pieno di sofferenze e di dolore. Come uno che fa ribrezzo a guardarlo, che non vale niente, non lo abbiamo tenuto in considerazione».
Non vogliamo affatto leggere la storia della salvezza soltanto sulla base di queste nere affermazioni. Il Regno di Dio non è una quercia o un cedro del Libano – diceva Gesù – è un semino gettato in terreno problematico se non addirittura ostile. È un pugnetto di lievito che vuole tempo per
fare lievitare la pasta. È una sciabolata di luce all’orizzonte, che squarcia le tenebre ed annunzia un’aurora ancora lontana.
Dalla risurrezione del Cristo non sono mai mancati sulla Terra uomini “nuovi”, “risorti”, “rinati”, che a prezzo del loro sangue hanno voluto modellare la propria esistenza sulla Parola del Maestro. Tuttavia ci sono momenti nella storia in cui sembra che l’umanità sia nella condizione di quell’uomo della parabola che, liberato dal demonio, si vede invaso da una legione di spiriti peggiori del primo e la sua condizione da ardua si fa pessima, forse irrimediabile (cf. Lc 11,24-26). Ebbene pare che noi stiamo vivendo uno di questi momenti.
Papa Francesco parlando durante il suo viaggio alle Repubbliche Baltiche nell’ottobre scorso, affermava con semplicità:
«Credo che il Signore stia chiedendo un cambiamento alla sua chiesa”, cioè di portare avanti il Vaticano II e di “entrare con Dio” negli inferi concreti e nel caos di questo tempo difficile. Il Papa ci autorizza dunque a non farci sconti nel guardare la realtà ed a porci interrogativi radicali. 
Siamo al fallimento della “vicenda Gesù di Nazareth”? Siamo ad un post-cristianesimo? E chi ha condotto a tale esito? La stessa “utopia gesuana” o quei suoi seguaci che egli chiamava la “sua chiesa”?»
Ai discepoli di Gesù è andata bene…
Qualcuno ha definito Gesù di Nazareth, un “fallito di successo”. Fa pensare questa definizione se la si legge non nell’ottica della “metastorica” Risurrezione, ma della fin troppo tragica e concreta storia da Lui vissuta nell’arco dei suoi tre decenni di vita tra noi. Una carriera (“Un cammino” – se preferiamo) che finisce sul Golgota, non è proprio un successo.Non pretendiamo in questa sede di dire una parola definitiva su questo argomento, ma come possiamo dimenticare che forse non arrivano neppure alle dita di una mano quelli che, durante la sua vita terrena, lo hanno davvero compreso, accolto, seguito, nei suoi “sogni” radicali di palingenesi per fare uscire l’umanità dagli orrori della violenza sistemica del suo e del nostro tempo?
È nota la lontananza del suo parentado che non solo non lo comprende, ma emette una condanna psichiatrica nei suoi riguardi: “È fuori di testa”, è pericoloso e da rinchiudere in casa per l’onore della nostra onesta famiglia. Lo registra Marco al 3,21 del suo Vangelo. Luca ci fa sapere che neppure Maria capiva molto quel figlio strano, eccentrico, insieme ubbidiente e sempre un passo oltre l’ordinarietà della vita e della saggezza comune. Lei “conservava e meditava nel suo cuore” quello che succedeva e sentiva, ma tanti altri non ci perdevano tempo.Quel nazareno dunque chi è? Lo strambo di Galilea, un senza fissa dimora, che fa, autorizzato da nessuno, il predicatore errante. Forse, anzi probabilmente, anzi con sicurezza, quel Gesù è un diavolo alleato col capo dei diavoli – si vocifera tra le persone per bene (cf. Lc 11,14ss). Vestito di luce come pare agli ingenui, miscuglio di sovversione, blasfemia, empietà, ipocrisia, populismo, come appare ai saggi anziani, ai capi religiosi e culturali, ai sacerdoti, ed allo stesso Sommo Sacerdote in carica.
Che ne ha fatto della sua vita quel ragazzino che a 12 anni nel Tempio pareva promettere tanto? Un miracolo di niente, un capolavoro di fallimento, così grave, da lasciare questo mondo come un maledetto, appeso ad una croce.Se questa catastrofe nasce nel seno dei legami di sangue e nell’establishment del potere, ci si aspetterebbe almeno che tra gli amici scelti da lui stesso, qualche successo lo avesse registrato. Non è andata così. Anche con le affezioni elettive Gesù sembra una frana: avventato, imprudente, ancora una volta populista, se li sceglie tra “teste calde galilee” i suoi Apostoli, tra simpatizzanti per il movimento terrorista del tempo, lo “zelotismo”, tra ex vessatori del popolo, tra noti peccatori e teste dure, pietrose, se non ottuse. Tutti costoro lo seguono e – Pietro in testa – dichiarano di “avere lasciato tutto per stargli dietro”. Ma davvero hanno lasciato tutto?
Sono andati oltre quella simpatia che ci fa seguire qualcuno “come un bambino, naso in aria, segue l’aquilone”? Hanno capito qualcosa di quella radicalità di “rivoluzione-conversione” che il Maestro proponeva e che chiamava “venuta del Regno di Dio”? No. Erano disposti ad andarsene via anche essi, i suoi amici, dopo la crisi di Cafarnao raccontata da Giovanni 6,22ss, se solo avessero saputo dove andare. E fino alla fine litigavano come bambini per i primi posti in quel “Regno di David” (non di Dio) che pur doveva prevedere primi ministri, reggenti, ciambellani, cortigiani, plenipotenziari; cioè prestigio personale e rigida gerarchia.
Gesù stesso riconosce che con i suoi presunti amici non c’è niente da fare. Si arrende e dice: 
“Vi manderò lo Spirito che vi farà capire ogni cosa, io non ci sono riuscito” (cf. Gv 14,23-29).
Sappiamo bene che in un’ottica di fede la sua Risurrezione è il riscatto personale e perfino l’assicurazione divina che le Parole del Figlio, nonostante l’insuccesso, anzi in forza di quel fallimento, sono le uniche strade di Vita che il Padre ci indica. «Quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10) – scrive Paolo rifacendosi al Maestro. Quando gli uomini ripudiano la Luce è proprio allora che la Luce rimane aspirazione decisiva per non cadere nei burroni. E quando il Giusto viene chiamato “malfattore”, è proprio in quel momento che gli uomini dimostrano l’abisso in cui si trovano e la necessità di quanto ha detto il Crocifisso. È risaputo: la resistenza alla guarigione è un fenomeno che le scienze umane notano almeno da qualche secolo. Noi stiamo bene nelle tenebre e ci rifiutiamo di uscirne perché – nota Gesù – “non vogliamo che le nostre opere vengano alla luce” (cf. Gv 3,19).
Ne segue che se con la morte di Gesù, non tutto del Galileo è andato in fumo, e se quel pugno di discutibilissimi Apostoli non hanno lasciato questo mondo da seguaci falliti di un Fallito, insomma se sono sopravvissuti alla delusione di “avere abbandonato tutto” per un signor nessuno che li aveva imbrogliati, lo si deve al fatto che l’esperienza del Risorto fece risorgere la loro fede e la loro speranza, e lo Spirito della Pentecoste diede quel coraggio per portare il “Lieto Annunzio” a gran parte del mondo di allora.
E a noi cristiani del nostro tempo, come sta andando?
È andata dunque più che bene ai Dodici. Il problema che qui ci assilla è un altro: a noi, ai discepoli dei Discepoli, come sta andando? In altre parole, il Cristo è al sicuro nella gloria del Padre. Indiscutibile. Ma il Cristianesimo? Ma la sua Chiesa? Ma il mondo che la Chiesa dovrebbe evangelizzare? Dove è andato a finire quel fuoco che Gesù era venuto a portare nel mondo se oggi le uniche passioni che abbiamo sono “fredde”, “tristi”, legate come sono alla sopraffazione, allo scempio di vite umane, alla vittoria sui deboli, alla solitudine dei narcisisti, al disprezzo per tutto ciò che non è moneta e potere?
La storia si ripete come fosse determinata da una invincibile coazione a ripetere. Nota Papa Francesco, facendo riferimento alla situazione di alcune carceri del nord Africa: «Noi oggi ci strappiamo le vesti per quello che hanno fatto i comunisti, i nazisti e i fascisti…, ma oggi? Non accade anche oggi? Certo, lo si fa con guanti bianchi e di seta!».
Se mi è lecito riferire una brutta esperienza, mi permetto di ricordare un paio di incontri avuti con ecclesiastici di rilievo. Nel loro volto un grande dolore, come una cocente inguaribile delusione. “Il cattolicesimo si è sgretolato” – mi confidava uno. Ed aggiungeva “Sgretolato nella dottrina, nella cultura, nella disciplina, nel suo diritto, nell’arte, nella stima goduta, nella sua prassi, nei suoi vertici…” L’altro uomo di Chiesa, con una espressione che non dimenticherò mai, mi confidava fissandomi negli occhi: “Siamo diventati tutti atei”.
Prendendo quasi a simbolo questi due incontri, mi pare che il primo interlocutore esprima con sofferenza il decadimento di una “chiesa-istituzione” che non riesce più a cantare che “Christus vincit, regnat, imperat”, dando decoro, potere e prestigio anche ai preti suoi plenipotenziari. Si tratta
di quella parte di Chiesa, clericale e non, che osteggia Papa Francesco, reo di volere mettere il Vangelo della gioia e della fraternità al centro della Chiesa e del mondo. Quel Francesco che distingue bene la Parola che è Gesù, dalle nostre tante parole che creano strutture ed organizzazioni. Che non identifica tante nostre tradizioni umane, con la Tradizione evangelica.
C’è avvilimento in tutto questo, come se 2000 anni di cristianesimo sfociassero in una vita che si mostra col volto livido della insensatezza umana e religiosa.
Il secondo interlocutore mi fa ancora pensare. Può il cristianesimo essere una via lunga ma sicura per l’ateismo? Può l’Angelo di Luce che è il Cristo, rivelarsi un agente segreto del Mistero delle tenebre? Questo affermava la cricca di scribi e farisei omicidi. Può l’Amico appassionato degli uomini essere il loro vero nemico con la sua smania di volere tutti liberi ed eguali? Proprio di questo accusava il Gesù tornato nella Siviglia del XVI secolo, durante un crudele “spettacolo” di esecuzione capitale, il
“Grande Inquisitore” di Dostoevskij.
Domande inquietanti che nessuno può prendersi il lusso di sottovalutare.
È un dato di fatto che oggi il cosiddetto Occidente cristianizzato, anche quello laico che – a detta di Benedetto Croce – “non può non dirsi cristiano”, ha rinnegato il Cristo ed il suo Vangelo. Peggio, presenta come verità evangelica la sua interpretazione atea della proposta cristiana.
Annunzia infatti al mondo che il Cristo ed il cristianesimo sono archeologia o folklore, perché non hanno nulla da dire alla vita. Ufficialmente, per tradizione, dobbiamo continuare a dire che tutti siamo fratelli e figli dello stesso Padre, che la legge è uguale per tutti, ma a patto che nella realtà dura della stessa vita consideriamo “scarto” i popoli “canaglia”, i malati terminali, i rom, gli omosessuali, i diversi da noi, i non-occidentali, i poveri che non consumano e non producono, quanti si oppongono alla rapina del loro territorio e della loro dignità, quanti pretendono di avere diritti inviolabili alla vita ed alla pace, quanti sentono il bisogno lancinante di credere che un mondo “altro” è possibile.
Questa “anti-buona-notizia” imposta con la forza o col condizionamento, come è ovvio, è pensata su misura dei forti e dei prepotenti, non di tutta l’umanità. Dopo esserci gloriati dell’“Età dei diritti” (le varie “Carte” dal 1789 al 1948), affermiamo a chiare lettere che ci sono uomini e sottouomini, alcuni nati per essere “salvati” e la maggior parte nati per essere “sommersi”. In poche parole: basta con questa fede nell’Amore come orizzonte dei nostri rapporti interpersonali e sociali; pieghiamoci al fatto incontrovertibile che solo la Forza domina, il Potere, il Denaro. Dunque nessun Dio diAmore esiste, forse – se proprio lo vogliamo – ci sarà un Dio beffardo che ci ha scaraventato nel mondo per gioco, come gladiatori nel Colosseo. Più probabilmente veniamo dal caso e corriamo verso il nulla.
Verso una blasfema interpretazione del Vangelo
Quell’ecclesiastico che mi sussurrava stravolto “Siamo diventati tutti atei”, non parlava dell’umanità ma della Chiesa, dei battezzati, di quelli che convolano a giuste nozze davanti ad un prete, che al petto, in casa o sulle loro cattedrali mantengono una Croce, che vanno a Messa e “fanno la comunione”. Lasciando da parte tutto l’Est europeo, convertitosi al Denaro ed al Consumo appena ha potuto, restringendoci alla nostra Italia, fa pensare che un politico abbia potuto proclamare il suo oscuro vangelo di xenofobo e razzista, impugnando con una mano proprio il Vangelo e con l’altra la corona del Rosario. Quasi a dire: se volete essere cristiani e mariani, e se insieme ci tenete alla vostra sopravvivenza, respingete i migranti, fateli marcire in Libia, fateli affogare nel Mediterraneo, perché questi non sono le vittime del vostro egoismo, non sono vostri fratelli nella sventura, sono solo i vostri nemici. Aggiungendo: smettetela di odiare le armi, di bandire la pena di morte, anzi armate la vostra famiglia, insegnate ai vostri figli a sparare, ferite, uccidete anche, qualsiasi estraneo che nella vostra casa o nel vostro negozio ritenete pericoloso.
Dobbiamo aggiungere il peggio del peggio: questa “moderna” e blasfema interpretazione del cristianesimo non ci sarebbe mai stata, non avrebbe avuto il consenso che ha tra i pii frequentatori di chiese e processioni, se non fosse stata sostenuta da preti, vescovi, qualche cardinale e tanti laici lanciati a cavalcare la paura seminata da decenni di televisione spazzatura.
Se quando nacque il “crimine” della clandestinità, la nostra gerarchia ecclesiastica avesse avuto il coraggio di spendere una sola parola a favore dei disperati di Africa e Medio-Oriente; se avesse chiarito che quegli sventurati in fuga dalle loro case, erano le nostre vittime, e non i nostri carnefici… forse non saremmo arrivati a questo ennesimo, cinico“pacchetto sicurezza”.
 
“Lasciare tutto” e ritornare al Vangelo
Nel decennio caldo del riarmo atomico (dalla fine degli anni ’70 a tutti gli anni ’80), mentre il mondo protestava ed i grandi del mondo giocavano ad organizzare vertici che non portavano a niente, ci fu una “strana” e saggia lettera aperta che il Presidente Usa inviò al Cremlino. Nella sostanza ecco il suo incipit: «È possibile, Signor Presidente, che un capo di Stato dimentichi il bene del popolo e cerchi il proprio prestigio personale?».
Forse una domanda simile sarebbe salutare tra i cristiani ed i responsabili della Chiesa. È possibile che il Vangelo di Cristo sia piegato a fini personali di tranquillità accidiosa personale, di carriera e ricchezza, e da annunzio di liberazione nella verità dell’amore si trasformi in rassegnazione per tutti i vinti della terra, ed in giustificazione per l’arbitrio (a volte criminale) dei potenti?
La storia ci dice che questo non è solo possibile, ma crudamente reale. Stravolgendo un “avvenimento” come la venuta del Cristo, in dottrina sul mistero di Dio, ammettendo nella Chiesa la “potestas dominandi” (gabellandola per “sacra potestas”), dimenticando l’unico potere ammesso da Gesù, quello di “servire”, giustificando la guerra, alleandosi col potere politico, si corre inevitabilmente verso la divisione dicotomica dell’unico popolo di Dio in “ecclesia docens et ecclesia discens”, in “spirituales” e “carnales”, mentre sul versante puramente umano si va dritti verso la divisione del mondo in amici e nemici, verso il ripudio della legge del Cristo, “Amatevi come io vi ho amato”, verso la negazione del Dio Amore. Non ci sentiamo per questo autorizzati a dire che il cristianesimo è fallito. Non siamo tra quelli che assolutizzano i fatti. Noi crediamo ancora nella Verità. E la Verità dei fatti descritti è che abbiamo bisogno di una “metanoia”, di una “conversione” così radicale che a buon diritto ci ricorda la “rivoluzione”. Siamo ad un punto di non ritorno – dicono gli scienziati riguardo alle mutazioni climatiche. Siamo al fallimento ed al disincanto radicale – dicono i profeti di sventura. Noi diciamo solo che quando una strada è sbarrata abbiamo bisogno, per andare avanti, di tornare indietro e riprendere la via abbandonata, proprio lì dove l’avevamo lasciata.
Detto in altro modo: ora che abbiamo tutto, sentiamo il bisogno, la nostalgia di “Altro”.
Ritornare al Vangelo, lasciare “tutto” (ogni bagaglio ingombrante che ci ha fatto rinnegare il Cristo) metterci dietro il Maestro, dargli credito, questo solo può dare respiro all’uomo e speranza alla stessa Madre Terra.
Felice Scalia

la cosiddetta ‘teologia della prosperità’ è l’opposto del vangelo

 

 

 

TEOLOGIA DELLA PROSPERITÀ

IL PERICOLO DI UN “VANGELO DIVERSO”

un bell’articolo della Civiltà Cattolica

Quaderno 4034   pag. 105 – 118  anno 2018   volume III

di Antonio Spadaro – Marcelo Figueroa

«Teologia della prosperità»: questo è il nome più conosciuto e descrittivo di una corrente teologica neo-pentecostale evangelica. Il nucleo di questa «teologia» è la convinzione che Dio vuole che i suoi fedeli abbiano una vita prospera, e cioè che siano ricchi dal punto di vista economico, sani da quello fisico e individualmente felici. Questo tipo di cristianesimo colloca il benessere del credente al centro della preghiera, e fa del suo Creatore colui che realizza i suoi pensieri e i suoi desideri.

Il rischio di questa forma di antropocentrismo religioso, che mette al centro l’uomo e il suo benessere, è quello di trasformare Dio in un potere al nostro servizio, la Chiesa in un supermercato della fede, e la religione in un fenomeno utilitaristico ed eminentemente sensazionalistico e pragmatico.

Questa immagine di prosperità e benessere, come vedremo più avanti, fa riferimento al cosiddetto American dream, al «sogno americano». Non si identifica con esso, ma con una sua interpretazione riduttiva. In sé questo «sogno» è la visione di una terra e di una società intese come un luogo di opportunità aperte. Storicamente, attraverso diversi secoli, è stata la motivazione che ha spinto molti migranti economici a lasciare la propria terra e a raggiungere gli Stati Uniti per rivendicare un posto in cui il loro lavoro avrebbe prodotto risultati irraggiungibili nel loro «vecchio mondo».

La «teologia della prosperità» prende spunto da questa visione, ma la traduce meccanicamente in termini religiosi, come se l’opulenza e il benessere fossero il vero segno della predilezione divina da «conquistare» magicamente con la fede. Questa «teologia» è stata diffusa – grazie anche a gigantesche campagne mediatiche – in tutto il mondo per decenni da movimenti e ministri evangelici, specialmente neo-carismatici.

Scopo della nostra riflessione è quello di illustrare e valutare questo fenomeno, che intende essere anche un tentativo di giustificazione teologica del neoliberismo economico. Alla fine verificheremo come papa Francesco sia intervenuto più volte per indicare i pericoli di questa teologia che, come è stato detto, «oscura il Vangelo di Cristo»[1].

La diffusione nel mondo

Il «vangelo della prosperità» (prosperity gospel) è andato diffondendosi non soltanto negli Stati Uniti, dove è nato, ma anche in Africa, specialmente in Nigeria, Kenya, Uganda e Sudafrica. A Kampala c’è un grande stadio coperto che è il Miracle Center Cathedral, la cui costruzione è costata sette milioni di dollari. È l’opera del pastore Robert Kayanja, che ha sviluppato anche un vasto movimento molto presente nei media.

Ma anche in Asia il «vangelo della prosperità» ha avuto un notevole impatto, soprattutto in India e in Corea del Sud. In quest’ultimo Paese, negli anni Ottanta, c’è stato un forte movimento autocto­no legato a questa corrente teologica, promosso dal pastore Paul Yonggi Cho. Egli ha predicato una «teologia della quarta dimensione», secondo la quale i credenti, mediante lo sviluppo di visioni e sogni, sarebbero potuti giungere a controllare la realtà, ottenendo qualsiasi genere di prosperità immanente[2].

Si osserva anche un radicamento nella Repubblica Popolare Cinese, grazie alle «Chiese di Wenzhou». Wenzhou è un grande porto orientale nella provincia dello Zhejiang, nella cui zona grandi croci rosse sono comparse in sempre più numerosi edifici. Di solito esse indicano la presenza di una «Chiesa di Wenzhou», una comunità originata da vari imprenditori locali, legata al movimento della «teo­logia della prosperità»[3].

In America Latina, è stato a partire dal 1980 che la diffusione e la propagazione di questa teologia si è verificata in maniera esponenziale, sebbene se ne trovino radici tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. Questo fenomeno religioso si traduce, dal punto di vista mediatico, nell’uso della televisione da parte di figure molto carismatiche di alcuni pastori, detentori di un messaggio semplice e diretto, montato attorno a uno show di musica e testimonianze e a una lettura fondamentalista e pragmatica della Bibbia.

Se consideriamo l’America Centrale, Guatemala e Costa Rica probabilmente sono diventati i due bastioni principali di questa corrente religiosa. In Guatemala è stata determinante la presenza del leader carismatico Carlos Enrique Luna Arango, detto «Cash Luna». Il Costa Rica è la sede del canale televisivo satellitare evangelico TBN-Enlace.

In Sudamerica, la diffusione più significativa si è avuta in Colombia, in Cile e in Argentina, ma indubbiamente merita una considerazione speciale il Brasile, perché possiede una dinamica propria e un movimento pentecostale autoctono come la «Chiesa universale del Regno di Dio». Questo gruppo, denominato anche «Smetti di soffrire», ha ramificazioni in tutta l’America Latina, ma ha conservato un linguaggio intermedio tra lo spagnolo e il portoghese, che determina un tipo di comunicazione peculiare e accuratamente studiato. Basta analizzare l’annuncio della «Chiesa universale» brasiliana per ritrovare un forte messaggio di prosperità e benessere, collegato alla frequentazione personale dei suoi templi al fine di ricevere molteplici benefici.

Questo «vangelo» è propagandato da una presenza massiccia nei grandi mezzi di comunicazione, ed è sostenuto dalla sua forte incidenza sulla vita politica.

Le origini del movimento e il «sogno americano»

Se cerchiamo le origini di queste correnti teologiche, le troviamo negli Stati Uniti, dove la maggioranza dei ricercatori della fenomenologia religiosa americana le fanno risalire al pastore newyorchese Esek William Kenyon (1867-1948). Egli sosteneva che attraverso il potere della fede si possono modificare le concrete realtà materiali. Ma la diretta conclusione di questa convinzione è che la fede può condurre alla ricchezza, alla salute e al benessere, mentre la mancanza di fede porta alla povertà, alla malattia e all’infelicità.

Le origini della «teologia della prosperità» sono in realtà complesse, ma qui proponiamo le radici più significative, rinviando a volumi e saggi specialistici per approfondimenti. La teologa Kate Ward, ad esempio, ha scritto sull’influenza di Adam Smith, specialmente della sua «teoria dei sentimenti morali»[4]. La Ward, in questo senso, mostra come la compassione, per Smith, non riguarda i poveri, ma l’ammirazione di coloro che hanno avuto una storia di successo.

Queste dottrine si sono correlate e nutrite in misura consistente anche del positive thinking, il «pensiero positivo», espressione dell’ Ame­rican way of life («modo americano di vivere»). Esse si collegano in questo senso alla «posizione eccezionale» che Alexis de Tocqueville nel suo celebre La democrazia in America (1831) attribuiva agli americani, a tal punto che si possa «ritenere che nessun popolo democratico verrà mai a trovarsi in una posizione simile» alla loro. Tocqueville arriva ad affermare che tale way of life plasma anche la religione degli americani.

A volte sono le stesse autorità americane a certificare questo legame[5]. Nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione, del 30 gennaio 2018, il presidente Donald Trump, per descrivere l’identità del Paese, ha affermato: «Insieme, stiamo riscoprendo il “modo americano di vivere”». E ha proseguito: «In America, sappiamo che la fede e la famiglia, non il governo e la burocrazia, sono il centro della vita americana. Il motto è: “Confidiamo in Dio” (In God we trust). E celebriamo le nostre convinzioni, la nostra polizia, i nostri militari e veterani come eroi che meritano il nostro sostegno totale e costante». Nel giro di alcune frasi appaiono dunque Dio, l’esercito e il sogno americano[6].

Le «mega-chiese» del «vangelo diverso»

Un impulso fondamentale a queste idee di «prosperità evangelica» è stato dato dal Movimento «Word of Faith», che ha avuto come mentore principale il pastore, autoproclamatosi «profeta», Kenneth Hagin (1917-2003). Una delle caratteristiche di Hagin erano visioni ricorrenti, che lo portavano a dare una singolare interpretazione di alcuni testi molto conosciuti della Bibbia. È il caso, ad esempio, di Mc 11,23-24: «In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gèttati nel mare, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà». Questi due versetti sono per Hagin pilastri portanti della «teologia della prosperità».

Egli afferma che, per tradursi in opere, la fede miracolosa deve essere senza incertezze, specialmente nelle cose impossibili: deve dichiarare specificatamente il miracolo e credere che lo si otterrà nella maniera immaginata. Hagin ha pure enfatizzato un altro aspetto: il fatto che il miracolo desiderato deve essere considerato come già concesso. Cioè, si deve spostare la sua realizzazione dal futuro al passato.

Sia Kenyon sia Hagin hanno compreso che la comunicazione di massa era uno strumento fondamentale per la rapida diffusione dei loro insegnamenti. Il primo se n’è servito con il suo show personale Kenyon’s Church of the Air, e il secondo con il programma Faith Seminar of the Air.

Ci sono alcuni predicatori che si possono citare come continuatori delle teologie di Kenyon e Hagin e della loro strategia di comunicazione. Il primo è Kenneth Copeland – che dallo stesso Hagin fu «unto» come suo successore – con il suo programma televisivo Believer’s Voice of Victory, che ha diffuso in gran parte del mondo quelle dottrine. Allo stesso modo, Norman Vincent Peale (1889-1993), pastore della Marble Collegiate Church di New York, ha raggiunto la popolarità con i suoi libri dai titoli eloquenti nel loro significato: Il potere del pensiero positivo, Cambia i tuoi pensieri e tutto cambierà, Guida per una vita in positivo. Peale è stato un predicatore di successo, riuscendo a mescolare marketing e predicazione.

Negli Stati Uniti milioni di persone frequentano assiduamente «mega-chiese» che diffondono queste teologie della prosperità. I predicatori, profeti e apostoli arruolati in questo ramo estremo del neo-pentecostalismo, hanno occupato spazi sempre più importanti nei mass-media, pubblicando un’enorme quantità di libri rapidamente divenuti best-sellers e pronunciando conferenze che molto spesso vengono diffuse a milioni di persone con tutti i mezzi disponibili di internet e delle reti sociali.

Nomi come Oral Roberts, Pat Robertson, Benny Hinn, Robert Tilton, Joel Osteen, Joyce Meyer e altri hanno accresciuto la propria popolarità e ricchezza a forza di approfondire, enfatizzare ed estremizzare questo vangelo. La sola Joyce Meyer afferma che il suo programma televisivo «Come godersi la vita di ogni giorno» raggiunge due terzi del mondo attraverso la radio e la televisione ed è stato tradotto in 38 lingue[7].

Quello che risulta assolutamente chiaro è che il potere economico, mediatico e politico di questi gruppi – che abbiamo definito genericamente «evangelici del sogno americano» – li rende molto più visibili del resto delle Chiese evangeliche, anche di quelle della linea pentecostale classica. Inoltre, la loro crescita è esponenziale e direttamente proporzionale ai benefìci economici, fisici e spirituali che promettono ai loro seguaci: tutte benedizioni molto distanti dagli insegnamenti di una vita di conversione propria dei movimenti evangelici tradizionali.

Sebbene siano sorti e poi abbiano attraversato diverse denominazioni, questi movimenti hanno ricevuto non poche critiche anche dai gruppi di quelle Chiese carismatiche che hanno mantenuto la loro religiosità evangelica basata sui miracoli, sulle profezie e sui segni. Molti settori evangelici sia tradizionali (battisti, metodisti, presbiteriani…) sia più recenti hanno criticato duramente tali movimenti, al punto da chiamare quello che essi proclamano «un vangelo diverso» (a different gospel)[8].

Il benessere economico e la salute

I pilastri del «vangelo della prosperità», come già abbiamo anticipato, sono sostanzialmente due: il benessere economico e la salute. Questa accentuazione è frutto di un’esegesi letteralista di alcuni testi biblici che sono utilizzati all’interno di un’ermeneutica riduzionista. Lo Spirito Santo viene limitato a un potere posto al servizio del benessere individuale. Gesù Cristo ha abbandonato il suo ruolo di Signore per trasformarsi in un debitore di ciascuna delle sue parole. Il Padre è ridotto «a una specie di fattorino cosmico (cosmic bellhop) che si occupa dei bisogni e dei desideri delle sue creature»[9].

Nei predicatori di questo vangelo la «parola di fede» da loro pronunciata viene trasposta nel luogo che tradizionalmente occupava la Bibbia nel movimento evangelico come norma di fede e di condotta, fino a elevarla alla potenza e all’effetto della parola apostolica dell’«unto». Il parlare a nome di Dio in modo diretto, concreto e specifico dà alla «parola positiva» un senso creativo ritenuto capace di far sì che le cose succederanno, se coloro che assistono non le ostacoleranno con la loro mancanza di fede.

Al tempo stesso, essi insegnano che, trattandosi di una «confessione di fede», i seguaci sono responsabili, con le loro parole, di ciò che avviene loro, si tratti della benedizione o della maledizione economica, fisica, generazionale o spirituale. Un ritornello che molti di questi pastori ripetono è: «C’è un miracolo nella tua bocca» (There is a miracle in your mouth). Il processo miracoloso è il seguente: visualizzare dettagliatamente ciò che si vuole, dichiararlo espressamente con la bocca, reclamarlo con fede e autorità da Dio e considerarlo già ricevuto. Infine, il «reclamare» le promesse di Dio estratte dai testi biblici o dalla parola profetica del pastore colloca il credente in una posizione dominante rispetto a un Dio prigioniero della sua stessa parola, così come essa è stata percepita e creduta dal fedele.

Il tema della salute occupa a sua volta un ruolo preponderante nella «teologia della prosperità». In queste dottrine, è la propria mente che deve concentrarsi sulle supposte leggi bibliche, che poi producono la potenza desiderata attraverso la lingua. Si presuppone, per esempio, che un malato, senza ricorrere al medico, possa guarire col solo concentrarsi e pronunciare al tempo presente o passato frasi bibliche o preghiere ispirate alla Scrittura. Una delle frasi usate in maniera strumentale è: «Per le piaghe di Cristo già sono sanato». Sarebbero queste parole, a loro giudizio, a causare immediatamente lo «sblocco» della benedizione divina, che in quello stesso momento opererà la guarigione.

Ovviamente, eventi luttuosi o disastri, anche naturali, o tragedie, come quelle dei migranti o altre simili, non forniscono narrative vincenti funzionali a mantenere i fedeli legati al pensiero del «vangelo della prosperità». Questo è il motivo per cui in questi casi si nota una totale mancanza di empatia e di solidarietà da parte degli aderenti. Non c’è compassione per le persone che non sono prospere, perché chiaramente esse non hanno seguìto le «regole», e quindi vivono nel fallimento e non sono amate, dunque, da Dio.

Un Dio di «patti» e di «semi»

Una delle caratteristiche di questi movimenti è l’enfasi posta sul «patto» sottoscritto da Dio con il suo popolo, i suoi testamenti della Bibbia. E principalmente si è trattato di patti con i suoi patriarchi. Sicché il testo del patto con Abramo ha un posto centrale, nel senso della prosperità assicurata. La logica di questo concetto del «Dio dei patti» è che, siccome i cristiani sono figli spirituali di Abramo, sono anche eredi dei diritti materiali, delle benedizioni finanziarie e delle occupazioni territoriali terrene. Più che di un patto biblico, sembra che si tratti di un «contratto».

Kenneth Copeland ha scritto, nel suo libro Le leggi della prosperità, che, poiché il patto di Dio è stato stabilito e la prosperità è tra i lasciti di tale patto, il credente deve prendere coscienza del fatto che la prosperità adesso gli appartiene di diritto[10].

In queste teologie, l’appartenenza filiale dei cristiani in quanto figli di Dio viene reinterpretata come quella dei «figli del Re»: figliolanza che dà diritti e privilegi monarchici soprattutto materiali a coloro che la riconoscono e la proclamano. Harold Hill, nel suo libro Come essere un vincitore, ha scritto: «I figli del Re hanno diritto a ricevere un trattamento speciale, perché godono di una relazione speciale viva, di prima mano, con il loro Padre celeste, che ha fatto tutte le cose e continua a esserne Signore»[11].

In questa teologia un altro concetto centrale, e intimamente correlato con il precedente, è il principio di «semina» o di «seme». Il testo classico di riferimento è Gal 6,7: «Non fatevi illusioni; Dio non lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato». Ma anche Mc 10,29-30: «Gesù [a Pietro] rispose: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà”».

La prosperità materiale, fisica e spirituale trova uno dei suoi testi preferiti nel v. 2 della Terza lettera di Giovanni: «Carissimo, mi auguro che in tutto tu stia bene e sia in buona salute, come sta bene la tua anima»[12]. Nell’Antico Testamento, il testo di riferimento è Dt 28,1-14.

I brani vengono interpretati in maniera del tutto funzionalistica. Ad esempio, nel libro La volontà di Dio è la prosperità, la predicatrice Gloria Copeland ha scritto, riferendosi a donazioni per ministeri come il suo: «Tu dai un dollaro per amore del vangelo, e già te ne toccano 100; tu dai 10 dollari, e in cambio ne riceverai 1.000 in regalo; tu dai 1.000 dollari, e in cambio ne ricevi 100.000. Se doni un aereo, riceverai cento volte il valore di quell’aereo. Regala un’automobile, e otterrai tante di quelle automobili da non averne più bisogno per tutta la vita. In breve, Marco 10,30 è un buon affare!»[13].

In definitiva, il principio spirituale della semina e del raccolto, alla luce di un’interpretazione evangelica completamente estrapolata dal suo contesto, è che dare è anzitutto un fatto economicistico, che si misura in termini di ritorno dell’investimento. Si dimentica, dunque, quello che si legge subito dopo Gal 6,7, cioè: «Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna» (v. 8).

Il pragmatismo e la superbia del successo

Il «vangelo» descritto viene facilmente assimilato nelle società attuali, in cui la legittimità del soprannaturale richiede una qualche verifica sperimentale. Il pragmatismo del successo richiede proposte semplici di fede. L’urgenza di una vita prospera e senza sofferenze si adegua a una religiosità a misura del cliente, e il kairos del Dio della storia si adegua al kronos frenetico della vita attuale. In definitiva, qui si parla di un dio concepito a immagine e somiglianza delle persone e delle loro realtà, e non secondo il modello biblico. In alcune società in cui la meritocrazia è stata fatta coincidere con il livello socio-economico senza che si tenga conto delle enormi differenze di opportunità, questo «vangelo», che mette l’accento sulla fede come «merito» per ascendere nella scala sociale, risulta ingiusto e radicalmente anti-evangelico.

In generale, il fatto che vi siano ricchezza o benefìci materiali ricade ancora una volta sull’esclusiva responsabilità del credente, e di conseguenza vi ricade anche la sua povertà o carenza di beni. La vittoria materiale colloca il credente in una posizione di superbia a causa della potenza della sua «fede». Al contrario, la povertà lo carica di una colpa doppiamente insopportabile: da una parte, egli considera che la sua fede non riesce a muovere le mani provvidenti di Dio; e, dall’altra, che la sua situazione miserabile è un’imposizione divina, una punizione inesorabile accettata con sottomissione.

Una teologia del «sogno americano»?

Questa teologia è chiaramente funzionale ai concetti filosofico-politico-economici di un modello di taglio neoliberista. Una delle conclusioni di alcuni esponenti di questa teologia è di natura geopolitica ed economica, legata al Paese di origine della «teologia della prosperità». Essa conduce alla conclusione che gli Stati Uniti sono cresciuti sotto la benedizione del Dio provvidente del movimento evangelico. Invece, gli abitanti del territorio che va dal Rio Grande verso Sud sono sprofondati nella povertà proprio perché la Chiesa cattolica ha una visione differente, opposta, «esaltando» la povertà. È pure possibile verificare il legame tra queste posizioni e le tentazioni integraliste e fondamentaliste dalle connotazioni politiche[14].

In verità, uno dei gravi problemi che porta con sé la «teologia della prosperità» è il suo effetto perverso sulla gente povera. Infatti, essa non solo esaspera l’individualismo e abbatte il senso di solidarietà, ma spinge le persone ad avere un atteggiamento miracolistico, per cui solamente la fede può procurare la prosperità, e non l’impegno sociale e politico. Quindi il rischio è che i poveri che restano affascinati da questo pseudo vangelo rimangano imbrigliati in un vuoto politico-sociale che consente con facilità ad altre forze di plasmare il loro mondo, rendendoli innocui e senza difese. Il «vangelo della prosperità» non è mai fattore di reale cambiamento, che invece è fondamentale nella visione che è propria della dottrina sociale della Chiesa.

Se Max Weber parlava della relazione tra protestantesimo e capitalismo nel contesto dell’austerità evangelica, i teologi della prosperità propagandano l’idea della ricchezza in relazione proporzionale alla fede personale. Priva di senso sociale e inquadrata in un’esperienza di beneficio individuale, questa concezione dà, consciamente o inconsciamente, una rilettura estremista delle teologie calviniste della predestinazione. In qualche modo, la soteriologia si àncora al temporale e al terreno e si svuota della tradizionale visione escatologica. Perciò, anche in ambito protestante, i molti che si attengono alla teologia tradizionale vedono con sfiducia, e più ancora con forti critiche, l’avanzare di queste teologie, alle quali non pochi associano la new age ed espressioni del misticismo magico.

«La salvezza non è una teologia della prosperità»

Sin dall’inizio del suo pontificato Francesco ha avuto presente il «vangelo diverso» della «teologia della prosperità» e, criticandolo, ha applicato la classica dottrina sociale della Chiesa. Più volte lo ha richiamato per porne in evidenza i pericoli. La prima volta è avvenuto in Brasile, il 28 luglio 2013. Rivolgendosi ai vescovi del Consiglio Episcopale Latinoamericano, aveva puntato il dito contro il «funzionalismo» ecclesiale», che realizza «una sorta di “teologia della prosperità” nell’aspetto organizzativo della pastorale». Essa finisce per entusiasmarsi per l’efficacia, il successo, il risultato constatabile e le statistiche favorevoli. La Chiesa così tende ad assumere «modalità imprenditoriali» che sono aberranti e allontanano dal mistero della fede.

Parlando di nuovo a vescovi, questa volta della Corea, nell’agosto 2014, Francesco ha citato Paolo (1 Cor 11,17) e Giacomo (2,1-7), che rimproverano le Chiese che vivono in modo tale che i poveri non si sentano a casa loro. «Questa è una tentazione della prosperità», ha commentato. E ha proseguito: «State attenti, perché la vostra è una Chiesa in prosperità, è una grande Chiesa missionaria, è una grande Chiesa. Il diavolo non semini questa zizzania, questa tentazione di togliere i poveri dalla struttura profetica stessa della Chiesa, e vi faccia diventare una Chiesa benestante per i benestanti, una Chiesa del benessere […], non dico fino ad arrivare alla “teologia della prosperità”, no, ma nella mediocrità».

I riferimenti alla «teologia della prosperità» sono riconoscibili anche nelle omelie di Francesco a Santa Marta. Il 5 febbraio 2015, il Pontefice ha detto con chiarezza che «la salvezza non è una teologia della prosperità», ma «è un dono, lo stesso dono che Gesù aveva ricevuto per darlo». E il potere del Vangelo è quello di «cacciare gli spiriti impuri per liberare, per guarire». Gesù infatti «non dà il potere di manovrare o di fare grandi imprese». Francesco lo ha ripetuto, sempre a Santa Marta, il 19 maggio 2016. Alcuni, ha detto, credono «in quella che è chiamata la “teologia della prosperità”, cioè Dio ti fa vedere che tu sei giusto se ti dà tante ricchezze». Ma «è uno sbaglio». Perciò anche il salmista dice: «Alle ricchezze non attaccare il cuore». Per farsi meglio comprendere, il Papa ha richiamato l’episodio evangelico del «giovane ricco che Gesù amò, perché era giusto»: lui «era buono, ma attaccato alle ricchezze, e queste ricchezze alla fine per lui sono diventate catene che gli hanno tolto la libertà di seguire Gesù».

La visione della fede proposta dalla «teologia della prosperità» è in chiara contraddizione con la concezione di un’umanità segnata dal peccato e con l’aspettativa di una salvezza escatologica, legata a Gesù Cristo come salvatore e non al successo delle proprie opere. Essa incarna dunque una forma peculiare di pelagianesimo dalla quale Francesco ha messo spesso in guardia. Egli ha scritto, infatti, nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, che ci sono cristiani impegnati nel seguire la strada «della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore». Essa si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro e, tra questi, «l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale» (n. 57).

La «teologia della prosperità» esprime anche l’altra grande eresia del nostro tempo, cioè lo «gnosticismo»: infatti, afferma che con i poteri della mente è possibile plasmare la realtà. Ciò è particolarmente evidente nel lavoro e nella grande influenza di Mary Baker Eddy (1821-1910) nella Chiesa e nel movimento della Christian Science, ad esempio. Come scrive Francesco in Gaudete et exsultate, lo gnosticismo per sua propria natura vuole addomesticare il mistero di Dio e della sua grazia. Esso «usa la religione a proprio vantaggio, al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali». Invece, «Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica trovarlo, dal momento che non dipendono da noi il tempo e il luogo e la modalità dell’incontro». Una fede usata per manipolare mentalmente, psichicamente la realtà «pretende di dominare la trascendenza di Dio» (n. 41).

* * *

Il «vangelo della prosperità» è molto lontano dall’invito di san Paolo che leggiamo nel brano di 2 Cor 8,9-15: «Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (v. 9). Ed è pure molto lontano dalla profezia positiva e luminosa dell’ American dream che è stata di ispirazione per molti. La «teologia della prosperità» è lontana dunque dal «sogno missionario» dei pionieri americani, e ancor più dal messaggio di predicatori come Martin Luther King e dal contenuto sociale, inclusivo e rivoluzionario del suo memorabile discorso «Io ho un sogno».

[1].      Cfr D. W. Jones – R. Woodbridge, Health, Wealth & Happiness: Has the Prosperity Gospel Overshadowed the Gospel of Christ?, Grand Rapids (MI), Kregel, 2010.

[2].      Cho è stato condannato per appropriazione indebita di circa 15 milioni di euro dalle casse della Chiesa, usati per cercare di recuperare le perdite in Borsa della sua famiglia.

[3].      Cfr K. Attanasi – A. Yong, Constructing China’s Jerusalem: Christians, Po­wer, and Place in Contemporary Wenzhou, Stanford, Stanford University Press, 2011. Cfr anche T. Meynard – M. Chambon, «Vie per l’aggiornamento della Chiesa cattolica cinese», in Civ. Catt. 2018 I 271-280; P. Wu, «Reasons Why Prosperity Theology Floods in China», in http://chinachristiandaily.com/news/category/2016-11-03/reasons-why-prosperity-theology-floods-in-china_3103

[4].      K. Ward, «“Mere Poverty Excites Little Compassion”: Adam Smith, Moral Judgment and the Poor», in The Heythrop Journal, marzo 2015, in https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/heyj.12260 Cfr Id., «Porters to Heaven Wealth, the Poor, and Moral Agency in Augustine», in Journal of Religious Ethics, aprile 2014, in https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/jore.12054 Qui la Ward afferma anche che le radici di ciò che oggi chiamiamo «vangelo della prosperità» sono antiche e che esso era già noto ai tempi di Agostino, il quale si opponeva a tale visione.

[5].      Cfr «Why Evangelicals love Donald Trump. The secret lies in the prosperity Gospel», in The Economist, 18 maggio 2017; «Experts Discuss Role of “Prosperity Gospel” in Trump’s Success», in The Harvard Crimson, 24 ottobre 2017; P. Feuerherd, «Does the “Prosperity Gospel” Explain Trump?», in Jstor Daily, 1° maggio 2017.

[6].      Nel febbraio 2018, nell’abituale National Prayer Breakfast, Trump, associando il suo Paese ai sogni americani di libertà, eroismo e coraggio, ha definito gli Stati Uniti a light unto all nations («una luce per tutte le nazioni»). «Finché apriremo gli occhi sulla grazia di Dio – e apriremo i nostri cuori all’amore di Dio –, allora l’America sarà per sempre la terra degli uomini liberi, la casa dei coraggiosi e una luce per tutte le nazioni». Questa citazione è ripresa da una profezia biblica sul ruolo restauratore e messianico di Israele, il popolo eletto e la nazione grande e prospera che era stata sognata dai patriarchi: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6).

[7].      Ricordiamo pure che la cerimonia d’inaugurazione del mandato presidenziale di Donald Trump includeva preghiere di predicatori del «vangelo della prosperità» quali Paula White, uno dei suoi consiglieri spirituali. Nell’ottobre 2015 la White ha organizzato, nella Trump Tower, un incontro di telepredicatori legati alla «teologia della prosperità», che hanno pregato per l’attuale Presidente, imponendo le mani su di lui. Il video si trova in https://www.youtube.com/watch?v=EQ18exdhR6I

[8].      Cfr D. R. McConnell, A Different Gospel: Biblical and Historical Insights Into the Word of Faith Movement, Peabody (MA), Hendrickson, 1988.

[9].      J. Goff, «The Faith that Claims», in Christianity Today, n. 34, febbraio 1990, 21.

[10].    Cfr K. Copeland, The Laws of Prosperity, Tulsa (OK), Harrison House, 1974.

[11].    H. Hill, How to be a Winner, Alachua (FL), Bridge Logos, 1976.

[12].    Cfr R. Tilton, God’s Miracle Plan for Man, Tulsa (OK), Robert Tilton Ministries, 1987.

[13].    G. Copeland, God’s Will is Prosperity, Tulsa (OK), Harrison House, 1978.

[14].    Cfr A. Spadaro – M. Figueroa, «Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo», in Civ. Catt. 2017 III 105-113.

 

il commento al vangelo della domenica

quella porta «stretta» per aprirci all’essenziale


Quella porta «stretta» per aprirci all'essenziale
Ermes Ronchi commenta il vangelo della ventunesima domenica del tempo ordinario (25 agosto 2019):

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. […]»

Gesù è in cammino verso la città dove muoiono i profeti. Lungo la strada, un tale gli pone una domanda circa la salvezza: di Gerusalemme e di tutti. Tremore e ansia nella voce di chi chiede. E Gesù risponde con altrettanta cura: salvezza sarà, ma non sarà facile. E ricorre all’immagine della porta stretta. Un aggettivo che ci inquieta, perché «stretta» evoca per noi fatiche e difficoltà. Ma tutto il Vangelo è portatore non di dolenti, ma di belle notizie: la porta è stretta, cioè piccola, come lo sono i piccoli e i bambini e i poveri che saranno i principi del Regno di Dio; è stretta ma a misura d’uomo, di un uomo nudo ed essenziale, che ha lasciato giù tutto ciò di cui si gonfia: ruoli, portafogli gonfi, l’elenco dei meriti, i bagagli inutili, il superfluo; la porta è stretta, ma è aperta. L’insegnamento è chiaro: fatti piccolo, e la porta si farà grande. Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi busserete: Signore aprici. E lui: non so di dove siete, non vi conosco. Avete false credenziali. Quelli che si accalcano per entrare si vantano di cose che contano poco: abbiamo mangiato e bevuto con te, eravamo in piazza ad ascoltarti. Ma questo può essere solo un alibi di comodo. «Quando è vera fede e quando è solo religione? Fede vera è quando fai te sulla misura di Dio; semplice religione è quando fai Dio a tua misura» (Turoldo).
Abbiamo mangiato in tua presenza… Non basta mangiare il pane che è Gesù, spezzato per noi, bisogna farsi pane, spezzato per la fame d’altri. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia. Non vi conosco. Il riconoscimento sta nella giustizia fattiva. Dio non ti riconosce per formule, riti o simboli religiosi, ma perché hai mani di giustizia. Ti riconosce non perché fai delle cose per lui, ma perché con lui e come lui fai delle cose per i piccoli e i poveri. Non so di dove siete: il vostro modo di vedere è lontanissimo dal mio, voi venite da un mondo diverso rispetto al mio, da un altro pianeta. Infatti, quelli che bussano alla porta chiusa hanno compiuto sì azioni per Dio, ma nessun gesto di giustizia per i fratelli. La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: la sala è piena, oltre quella porta Gesù immagina una festa multicolore: verranno da oriente e occidente, dal nord e dal sud del mondo e siederanno a mensa. Viene sfatata l’idea della porta stretta come porta per pochi, solo per i più bravi. Tutti possono passare, per la misericordia di Dio. Il suo sogno è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.

il commento al vangelo della domenica

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione […]»

il commento di E. Ronchi al vangelo della ventesima domenica del tempo ordinario (18 agosto 2019):
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. E come vorrei che divampasse. È stato detto che la religione era l’oppio dei popoli, ottundimento e illusione. Nell’intenzione di Gesù il Vangelo è invece «l’adrenalina dei popoli» (B. Borsato), porta «il morso del più» (L. Ciotti), più visione, più coraggio, più creatività, più fuoco. Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma «ascolta il gemito» e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. «Perché si uccide anche stando alla finestra» (L. Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte, ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. La Evangelii gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Eg 226), perché senza conflitto non c’è passione. Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente. Giudicate da voi… Siate profeti – invito forte e quante volte disatteso! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente

il commento al vangelo della domenica

e il padrone si mette a servire noi poveri servi


Rubens, La moneta del tributo

Rubens, La moneta del tributo

il commento di E. Ronchi al vangelo della diciannovesima domenica del tempo ordinario (11 agosto 2019):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. […]».

Siate pronti, tenetevi pronti: un invito che sale dal profondo della vita, perché vivere è attendere. La vita è attesa: di una persona da amare, di un dolore da superare, di un figlio da abbracciare, di un mondo migliore, della luce infinita che possa illuminare le tue paure e le tue ombre. Attesa di Dio. «E verrà, se insisto\ a sperare, non visto…\Verrà,\ già viene\ il suo bisbiglio» (C. Rebora). Le cose più importanti non vanno cercate, ma attese (S. Weil). Lo stesso Dio «sitit sitiri», dicevano i Padri, Dio ha sete che abbiamo sete di lui, desidera essere desiderato, ha desiderio del nostro desiderio. Ed è quello che mostrano i servi della parabola, che fanno molto di più di ciò che era loro richiesto. Restare svegli fino all’alba, con le vesti già strette ai fianchi, con le lampade sempre accese, è un di più che ha il potere di incantare il padrone al suo arrivo. Quello dei servi è un atteggiamento non dettato né da dovere né da paura, essi attendono così intensamente qualcuno che è desiderato, come fa l’amata nel Cantico dei Cantici: «dormo, ma il mio cuore veglia» (5,2). E se tornando il padrone li troverà svegli, beati quei servi. In verità vi dico – quando Gesù usa questi termini intende risvegliare la nostra attenzione su qualcosa di importante – li farà mettere a tavola e passerà a servirli. È il capovolgimento dell’idea di padrone: il punto commovente, sublime di questo racconto, il momento straordinario, quando accade l’impensabile: il Signore si mette a fare il servo! Dio viene e si pone a servizio della felicità dei suoi, della loro pienezza di vita! Gesù ribadisce, perché si imprima bene, l’atteggiamento sorprendente del Signore: si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. È l’immagine clamorosa, che solo Gesù ha osato, di Dio nostro servitore; quel volto che solo lui ha rivelato e incarnato nell’ultima sera, cingendo un asciugamano, prendendo fra le sue mani i piedi dei discepoli, facendo suo il ruolo proprio dello schiavo o della donna. La fortuna dei servi della parabola, la loro beatitudine – ribadita due volte – non deriva dall’aver resistito tutta la notte, non è frutto della loro fedeltà o bravura. La fortuna nostra, di noi servi inaffidabili, consiste nel fatto di avere un padrone così, pieno di fiducia verso di noi, che non nutre sospetti, cuore luminoso, che ci affida la casa, le chiavi, le persone. La fiducia del mio Signore mi conquista, mi commuove, ad essa rispondo. La nostra grazia sta nel miracolo di un Dio che ha fede nell’uomo. Io crederò in lui, perché lui crede in me. Sarà il solo Signore che io servirò perché è l’unico che si è fatto mio servitore.

il commento al vangelo della domenica

siamo ricchi solo di ciò che doniamo


Siamo ricchi solo di ciò che doniamo
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della diciottesima domenica del tempo ordinario (4 agosto 2019):

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede […]»

La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Una benedizione del cielo, secondo la visione biblica; un richiamo a vivere con molta attenzione, secondo la parabola di Gesù. Nel Vangelo le regole che riguardano la ricchezza si possono ridurre essenzialmente a due soltanto: 1. non accumulare; 2. quello che hai ce l’hai per condividerlo. Sono le stesse che incontriamo nel seguito della parabola: l’uomo ricco ragionava tra sé: come faccio con questa fortuna? Ecco, demolirò i miei magazzini e ne ricostruirò di più grandi. In questo modo potrò accumulare, controllare, contare e ricontare le mie ricchezze. Scrive san Basilio Magno: «E se poi riempirai anche i nuovi granai con un nuovo raccolto, che cosa farai? Demolirai ancora e ancora ricostruirai? Con cura costruire, con cura demolire: cosa c’è di più insensato? Se vuoi, hai dei granai: sono nelle case dei poveri». I granai dei poveri rappresentano la seconda regola evangelica: i beni personali possono e devono servire al bene comune. Invece l’uomo ricco è solo al centro del suo deserto di relazioni, avvolto dall’aggettivo «mio» (i miei beni, i miei raccolti, i miei magazzini, me stesso, anima mia), avviluppato da due vocali magiche e stregate «io» (demolirò, costruirò, raccoglierò…). Esattamente l’opposto della visione che Gesù propone nel Padre Nostro, dove mai si dice «io», mai si usa il possessivo «mio», ma sempre «tu e tuo; noi e nostro», radice del mondo nuovo. L’uomo ricco della parabola non ha un nome proprio, perché il denaro ha mangiato la sua anima, si è impossessato di lui, è diventato la sua stessa identità: è un ricco. Nessuno entra nel suo orizzonte, nessun «tu» a cui rivolgersi. Uomo senza aperture, senza brecce e senza abbracci. Nessuno in casa, nessun povero Lazzaro alla porta. Ma questa non è vita. Infatti: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta indietro la tua vita. Quell’uomo ha già allevato e nutrito la morte dentro di sé con le sue scelte. È già morto agli altri, e gli altri per lui. La morte ha già fatto il nido nella sua casa. Perché, sottolinea la parabola, la tua vita non dipende dai tuoi beni, non dipende da ciò che uno ha, ma da ciò che uno dà. La vita vive di vita donata. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo dato via. Alla fine dei giorni, sulla colonna dell’avere troveremo soltanto ciò che abbiamo avuto il coraggio di mettere nella colonna del dare. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. Chi accumula «per sé», lentamente muore. Invece Dio regala gioia a chi produce amore; e chi si prede cura della felicità di qualcuno, aiuterà Dio a prendersi cura della sua felicità.

gli scarti umani segno di disumanizzazione di una società

gli ‘scartati’

la denuncia di papa Francesco

da Altranarrazione’

Il capitalismo genera esclusione e povertà concentrando la ricchezza nelle mani di pochi

introduzione:

La reificazione (vedi Marx e G. Lukacs) è una delle conseguenze più inquietanti del modo di produzione capitalistico. Non solo si determina lo spostamento di valore dalle persone alle cose ma i singoli stessi si valutano secondo parametri di utilità funzionale o produttiva.  Chi è in esubero secondo le esigenze del capitale, chi non può produrre o semplicemente non raggiunge risultati quantificabili in termini economici non serve e quindi può essere scartato. Questa visione antropologica, ad altissima capacità di propagazione, riduce e uccide. Fa leva sugli istinti peggiori quelli cioè che sembrano realizzare l’uomo ed invece lo deformano. Riuscire a far parte di un sistema lasciando morti e feriti dietro il proprio passaggio appaga solo il delirio di onnipotenza ed innesca un inarrestabile processo di svuotamento dei contenuti essenziali.

testo di papa Francesco:

…è inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili secondo i criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o permettono lo scarto degli altri – rifugiati, bambini abusati o schiavizzati, poveri che muoiono per la strada quando fa freddo – diventano essi stessi come macchine senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, verranno scartati – è un boomerang questo! Ma è la verità: prima o poi loro verranno scartati – quando non saranno più utili ad una società che ha messo al centro il dio denaro”.

(dal Discorso di Papa Francesco alla Delegazione della “Global Foundation“, 14/01/2017)

il ‘sovranismo del dolore’ che ci rende ‘duri come sassi’ – un grido che provoca alla reazione

150 morti in mare, ma non ce ne frega niente

benvenuti nell’epoca del sovranismo del dolore

di Giulio Cavalli

Ci si indigna giustamente per la questione Rackete, ma ogni volta che muoiono i migranti pochi chilometri oltre le nostre acque territoriali nessuno dice nulla. Ecco come siamo diventati sovranisti del dolore

Ma che ce ne fotte dei centocinquanta che sono morti ieri su un barcone al largo delle coste libiche. Che poi, se ci pensate, centocinquanta è un numero arrotondato, più o meno all’incirca, perché quei morti lì si arrotondano come se fossero prosciutto al bancone della salumeria – “signora sono un etto e mezzo che faccio, lascio”? E che ce ne fotte di quegli altri centocinquanta che invece si sono salvati (forse, non si sa, si presume, come al solito) e sono state riportati in Libia dove se vengono ammazzati non vengono nemmeno contabilizzati, spariscono, semplicemente? Nulla, non ce ne fotte nulla.   

Chissà cosa ci si è conficcato nel cuore per insegnarci così bene a preoccuparci dei morti solo quando sono prossimi a noi, una sorta di sovranismo del dolore per cui se accade a più di qualche chilometro riusciamo a viverlo con la leggerezza di un safari. Chissà perché (giustamente) ci indigniamo per gli accaldati che stavano sulla nave di Carola Rackete e invece gli annegati riusciamo a scavalcarli come se fossero un semplice starnuto.  

Ci indigniamo per gli accaldati che stavano sulla nave di Carola Rackete e invece gli annegati riusciamo a scavalcarli come se fossero un semplice starnuto

Centocinquanta morti (se sono veramente centocinquanta) sarebbero la peggiore tragedia di quest’anno nel Mediterraneo, roba da pelle d’oca, roba che dovrebbe rizzare i capelli a tutti e invece finisce nelle colonnine dei giornali dove si discute delle inezie. I politici, pronti a salire su una nave attraccata, non riescono a vederci nessuna opportunità nel farsi fotografare mentre parlano di Libia: non tira, non funziona, non va.

E allora tutti a convergere su questo infeltrimento generale, tutti a restringersi un po’ in un nuovo sovranismo emozionale che ci impone di occuparsi solo delle cose più vicine, dei nostri figli, dei nostri parenti più prossimi, della nostra famiglia, al massimo dei nostri vicini, tutti ad accontentarsi che la nostra regione sia tranquilla, che ce ne fotte del Paese, che la nostra città sia potabile, che il nostro quartiere sia edibile, che il nostro condominio sia sereno o addirittura che il nostro pianerottolo non ci dia troppi pensieri. Tutti chiusi come isole, senza nemmeno bisogno del Mediterraneo intorno, che al massimo cozzano tra di loro per un secondo nel lavoro o nella quotidianità, si frastagliano, si usurano. Sarebbe da capire come sia successo che non riusciamo più a sentire un lutto oltre a una certa distanza: siamo noi i naufraghi, quelli che hanno bisogno di essere asciugati.

Centocinquanta morti (se sono veramente centocinquanta) sarebbero la peggiore tragedia di quest’anno nel Mediterraneo

Chissà quando riusciremo ad avere occhi per leggere i numeri, quei numeri che qui vengono violentati, anche loro, dalla propaganda che serve per rassicurare i biliosi in un gioco perverso che calpesta i cadaveri per aspirare voti: dice il ministro dell’interno (minuscolo) Matteo Salvini che quest’anno sono stati recuperati solo due corpi nel Mediterraneo, l’ha detto con un sorriso sardonico da Bruno Vespa che sardonico mimava un’intervista, e invece Missing Migrants (fonte ritenuta affidabile da tutta la comunità internazionale) parla di seicentoottantasei morti nel Mediterraneo – più centocinquanta, circa, quando saranno contabilizzati – 486 dei quali (più centocinquanta) nella rotta libica, alla faccia di chi racconta che senza le Ong non parte più nessuno. Alla faccia di chi pensa che bastino le spacconate di Salvini a fermare i fenomeni migratori. Chissà come abbiamo fatto a cedere alla propaganda che lucra sui morti come si rubano i soldi agli anziani distratti sull’uscio di casa.

Ma quei morti, no, non contano perché in fondo i morti che non arrivano cadaveri sulle nostre coste, che non vengono fotografati, in fondo sono morti che non lasciano macchie sul tappeto del nostro salotto e quindi si possono anche non contare. E non è questione solo di questo governo, no: rinchiudere i morti nel sacchetto dell’umido che chiamiamo Libia (e le sue coste e le sue porzioni di mare) è una pratica che funziona da anni qui da noi, dove ci illudiamo che i cadaveri conti o solo se ne sentiamo l’odore, ne vediamo gli occhi di vetro o ce ne commuoviamo mentre ci interrompono l’aperitivo vacanziero sulla spiaggia.

E continuiamo a scrivere di un mondo giusto ma non sappiamo nemmeno guardare un poi più in là del cancellino del nostro giardino

Chissà se in fondo il sovranismo non sia solo un provincialismo sentimentale che ci impedisce di vedere il mondo, il resto del mondo, e ci consente di rimanere tranquilli per i morti che possiamo mettere in carico agli altri, mica nostri.

Ieri sono morte (circa, che è una parola che taglia come una lama) centocinquanta persone e noi non abbiamo detto beh, concentrati com’eravamo sui capezzoli di Carola che sono avvenuti a casa nostra e quindi ferocemente ci riguardano. E continuiamo a scrivere di un mondo giusto ma non sappiamo nemmeno guardare un poi più in là del cancellino del nostro giardino. Beati noi che abbiamo imparato a disinfettarci dal dolore. Duri come sassi.

il commento al vangelo della domenica

“padre nostro”

la preghiera che unisce terra e cielo


Padre Nostro, la preghiera che unisce terra e cielo
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della diciassettesima domenica del tempo ordinario (28 luglio 2019): 

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”».

Signore insegnaci a pregare. Tutto prega nel mondo: gli alberi della foresta e i gigli del campo, monti e colline, fiumi e sorgenti, i cipressi sul colle e l’infinita pazienza della luce. Pregano senza parole: «ogni creatura prega cantando l’inno della sua esistenza, cantando il salmo della sua vita» (Conf. epis. giapponese).
I discepoli non domandano al maestro una preghiera o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte, avevano un salterio intero a fare da stella polare. Ma chiedono: insegnaci a stare davanti a Dio come stai tu, nelle tue notti di veglia, nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme. «Pregare è riattaccare la terra al cielo» (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla sorgente.
Ed egli disse loro: quando pregate dite “padre”. Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome. È il nome della sorgente, parola degli inizi e dell’infanzia, il nome della vita. Pregare è dare del tu a Dio, chiamandolo “padre”, dicendogli “papà”, nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini, nel dialetto del cuore e non in quello degli scribi. È un Dio che sa di abbracci e di casa; un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere le poche cose indispensabili per vivere bene.
Santificato sia il tuo nome. Il tuo nome è “amore”. Che l’amore sia santificato sulla terra, da tutti, in tutto il mondo. Che l’amore santifichi la terra, trasformi e trasfiguri questa storia di idoli feroci o indifferenti.
Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri sono principi e i bambini entrano per primi. E sia più bello di tutti i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per raggiungerlo.
Continua ogni giorno a donarci il pane nostro quotidiano. Siamo qui, insieme, tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia “nostro” e non solo “mio”, pane condiviso, perché se uno è sazio e uno muore di fame, quello non è il tuo pane. E se il pane fragrante, che ci attende al centro della tavola, è troppo per noi, donaci buon seme per la nostra terra; e se un pane già pronto non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.
E togli da noi i nostri peccati. Gettali via, lontano dal cuore. Abbraccia la nostra fragilità e noi, come te, abbracceremo l’imperfezione e la fragilità di tutti.
Non abbandonarci alla tentazione. Non lasciarci soli a salmodiare le nostre paure. Ma prendici per mano, e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e lo invecchia e lo stordisce.
Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte, da ogni tipo di morte.

il cristianesimo avrà un futuro in Europa? la grande crisi del cristianesimo in epoca di secolarizzazione

il futuro del cristianesimo in Europa

Christoph Theobald

Si può pensare a un futuro del cristianesimo in Europa solo se si ha ben chiara la crisi della Chiesa. Gettare lo sguardo al futuro significa sicuramente ben più di una semplice gestione della crisi, ma presuppone che apprendiamo qualcosa dalla crisi attuale

Analisi storico-sociologiche in merito alla nostra situazione circolano da tempo. Personalmente, sono più familiare con le indagini sul tema in lingua francese e con gli studi europei sui valori.

La novità, però, risiede nel fatto che oggi anche coloro che hanno responsabilità nella Chiesa ammettono che stiamo attraversando una crisi sistemica e che molti credenti, duramente scossi nella loro fiducia a motivo della pedo-criminalità tra le gerarchie ecclesiali, oramai ne parlano apertamente.

Tuttavia, non è facile analizzare questa crisi che esiste già da lungo tempo. Essa si propone a diversi livelli e vi è il pericolo che gli aspetti oggi più visibili (lo scandalo degli abusi, il loro occultamento, il clericalismo e la sacralizzazione del ministero) finiscano col nascondere tutti gli altri.

Al di sotto di questa superficie si annuncia una condizione di minoranza delle comunità cristiane che non viene percepita e accolta come un’opportunità dai credenti e dal clero, e quindi non viene elaborata in maniera positiva. E se ci si chiede quali siano le ragioni di tutto ciò, ci si imbatte inevitabilmente nella difficoltà che la tradizione cristiana ha nel raggiungere la vita quotidiana degli uomini e delle donne. Una difficoltà, questa, che spinge i sociologi a parlare di «ex-culturazione» del cristianesimo in Europa.

In questo contributo procedo muovendomi secondo tre temi. Inizio con la condizione di minoranza dei cristiani nell’Europa occidentale, passo poi ad analizzare il rapporto fra Vangelo e vita quotidiana, e infine vorrei dire qualcosa sulla crisi sistemica della Chiesa.

Chiesa in diaspora
Mi sembra che Karl Rahner, in maniera profetica, abbia già detto tutto l’essenziale sulla nostra condizione odierna di minoranza in un testo del 1954: «Il cristianesimo (anche se in misura diversa) è ovunque nel mondo e sulla terra in diaspora. Nella sua realtà è dappertutto, numericamente, una minoranza; non ha di fatto un ruolo guida che gli permetta di imporre con potenza il suo sigillo degli ideali cristiani sul tempo.

La Chiesa della diaspora, sociologicamente, ha il carattere di una “setta” (rispetto alla Chiesa popolare di massa a cui appartiene già sempre ogni cosa, e che si presenta sociologicamente di fronte alla singola persona non come qualcosa fatto e portato da lei, ma come ciò che è presente in maniera del tutto indipendente da essa). Con i vantaggi di questo dato di fatto e con il dovere di dover superare sempre di nuovo i pericoli legati a esso» (SW 10, 260-265).

Il concetto di diaspora è sociologico e contrassegna gruppi religiosi, nazionali, culturali o etnici di persone che si trovano all’estero/esterno, dopo che essi hanno abbandonato la loro patria tradizionale e, nel frattempo, si ritrovano disseminati in varie parti del mondo. Per molti secoli, questo termine è stato riferito unicamente all’esilio del popolo ebreo; ma, a partire dal XIX secolo, esso è stato ampliato anche in senso sociologico.

Se si utilizza il concetto di diaspora in riferimento alle Chiese cristiane, allora bisogna relativizzare l’idea di un paese di origine e di una «terra santa». Il sepolcro è vuoto e da allora, per il cristianesimo (a differenza dell’ebraismo), non c’è più alcuna regione del mondo che abbia un carattere sacro. La Galilea diventa «Galilea delle genti», «Galilea di tutte le nazioni in cui si realizza la Signoria di Dio».

Secondo Karl Rahner, la nostra condizione di diaspora ha il carattere di una «necessità» teologica – nel senso evangelico del «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26). Con il sorgere di una situazione planetaria e di globalizzazione del cristianesimo, il principio della vita cristiana «nel mondo, ma non del mondo» si deve concretizzare in altro modo. Nel corso del Medioevo e nel secondo millennio della storia umana, questo principio si incarnò tra la cristianità, da un lato, e il resto del mondo, dall’altro.

Il pericolo della condizione di minoranza
Oggi, ma a dire il vero già dagli inizi della modernità, questo principio cristiano «nel mondo, ma non del mondo» si concretizza all’interno di ogni paese – con tutte le resistenze prodotte da questa forma di vita escatologica.

Per dirla con le parole di Rahner: «Nel momento in cui inizia a diventare Chiesa di tutti i pagani, la Chiesa incomincia anche a essere ovunque tra i pagani». Rahner rimanda così alla questione decisiva di questa condizione di minoranza che rientra nella prospettiva storico-salvifica: ossia, il rischio della setta. Un cattolicesimo di minoranza può diventare una setta (tra molte altre); ma può diventare anche una significativa comunità missionaria.

A questo punto decisivo possiamo già gettare uno sguardo sul futuro del cristianesimo in Europa. Dipende dalle nostre comunità e dalle forme cristiane di socializzazione se, nel prossimo futuro, saremo condannati a vivere un’esistenza settaria irrilevante, oppure se riusciremo a diventare una significativa minoranza missionaria all’interno delle nostre società europee.

Questo presuppone, però, un processo individuale e collettivo di consapevolezza e di conversione: il futuro non appartiene a un cristianesimo che si riproduce da sé (e alle strategie pastorali legate a questa concezione). Il cristianesimo di oggi e di domani è un «cristianesimo di scelta», che si edifica sulla persuasione interiore dei fedeli. Solo se la condizione di minoranza, o diaspora, viene assunta con pacatezza e tranquillità (il che vuol dire non con indifferenza, o in maniera aggressiva o stravolta), ossia se si tratta di una libera scelta (perché corrisponde al “deve” divino), si può allora chiedere come il cristianesimo possa far fronte al rischio di diventare una setta, così che esso possa invece diventare missionario. E questo nel senso inteso da papa Francesco nel primo capitolo della Evangelii gaudium, quando parla di una «riconfigurazione missionaria della Chiesa».

Siamo così giunti alla questione decisiva del rapporto del Vangelo con la vita quotidiana degli uomini e delle donne.

Riguadagnare il rilievo del Vangelo per la vita quotidiana
La tesi sociologica dell’«ex-culturazione», di cui abbiamo già fatto cenno, rimanda ai profondi fossati esistenti tra le esperienze quotidiane dei nostri contemporanei e l’annuncio ecclesiastico, centrato sulla liturgia, della Chiesa.

Un futuro del cristianesimo in Europa è però possibile solo se e quando questi fossati verranno superati, senza rinnegare il carattere escatologico della forma cristiana del vivere.

Questo presuppone che i cristiani stessi percepiscano e rispettino le dimensioni «spirituali» profonde dei loro contemporanei. La condizione di diaspora del cristianesimo nelle nostre regioni non significa affatto la scomparsa di ogni «spiritualità» intorno a lui. Al contrario. L’indebolimento delle istanze regolative ecclesiali, sociali e politiche, osservato dai sociologi, permette l’emergere e il divenire visibile di nuove correnti «religiose» o «spirituali».

E anche se si prescinde da ciò, diventa oggi palese che non è possibile una vita senza una fede elementare nel fatto che vale la pena di vivere, o quanto meno merita di andare avanti a vivere. La «fede» è così un fenomeno originariamente antropologico (1), non necessariamente religioso; che emerge nella nostra «apertura» e «vulnerabilità» (2).

Essa prende la forma di un’interrogazione sull’«orientamento» nel mondo della nostra vita e di una domanda sul «senso» della nostra esistenza, anticipandone l’intero senza potervi disporre (3).

«Fede» si dà a vedere laddove tale indisponibilità del «senso» e dell’«intero» non viene accantonata e liquidata come qualcosa di non interessante (categoria dell’indifferenza) o viene lasciata in balìa di un’indecisione agnostica.

La fede elementare
Chiediamoci dapprima come sorge tale fede «antropologica». Nonostante tutta la routine che caratterizza la nostra quotidianità, essa rimane però esposta a tutta una serie di «interruzioni» che ci ricordano il quadro complessivo delle correlazioni della nostra vita, e richiedono una fede elementare nella vita stessa.

Tutto questo accade sempre in un contesto evenemenziale di incontri e rapporti, nel quale l’altro gioca un ruolo particolare. Un ruolo in cui l’altro rispetta la competenza ermeneutica di «chiunque» e, in molti casi, la deve addirittura attivare.

Le «interruzioni» del quotidiano, nelle quali dobbiamo sempre mettere all’opera la nostra fede nella vita, si possono ricondurre a tre momenti decisivi.

Il primo sono le «crisi» (più o meno pesanti) che si vivono tra le singole fasi psico-fisiche o le diverse tappe delle nostre storie di vita, quando un precario equilibrio raggiunto mostra il suo limite e bisogna trovarne un altro. Si tratta di uno sbilanciamento relativo tra due stati di relativo equilibrio. Questa è la definizione medica della «crisi», che rende possibile un incremento della vita o una nuova, ma che può anche rivelarsi fatale.

Il secondo momento è collegato ai progetti aperti al futuro che portiamo avanti, talvolta con passione profonda, nel corso della nostra storia di vita: trovare un lavoro, costruire rapporti, trovare un appartamento o costruire una casa, fare sport o pianificare una vacanza.

Mentre viviamo le fasi biologiche della nostra esistenza in maniera sostanzialmente passiva, ma poi possiamo – fino a un certo punto – integrarle nella nostra storia di vita, i nostri piani e progetti dipendono invece dalla nostra stessa immaginazione. Ma anche in questo ambito vi sono delle «interruzioni». Non solo il fallimento di un progetto, ma anche la sua riuscita, oppure l’accadere di qualcosa che supera ogni nostra attesa – come la nascita di un figlio.

In molti modi le «interruzioni» dei nostri piani sono particolarmente complesse, perché la loro realizzazione implica una qualche forma di collaborazione, e noi molto spesso siamo «invischiati» nei progetti di altre persone. Si sviluppano delle strategie, ma si dà inizio anche a forme di agire comunicativo così che l’altro non sia uno strumento funzionale al mio progetto, ma sia possibile superare le incomprensioni e la potenziale violenza che si annidano nei nostri rapporti.

Il terzo momento è rappresentato da quei molteplici, piccoli o grandi eventi che «interrompono» il corso della nostra vita. Un incontro, innamorarsi (la lingua francese rimarca il carattere evenemenziale dell’innamoramento quando lo esprime con «on tombe amoureux» – si cade nella condizione di essere innamorati), una realizzazione, essere coinvolti in un incidente, fare tombola, e così via. Detta in breve: si tratta dei molti avvenimenti occasionali che, non di rado, danno una piega inaspettata alle nostre storie di vita.

Il quotidiano interrotto e l’irruzione inattesa
L’uniformità quotidiana, con i suoi riti e le sue abitudini, passa dunque attraverso una serie di «interruzioni» nelle quali, non di rado, la propria vita o quella di un’altro si rivela inaspettatamente come una totalità. Si tratta di situazioni di apertura o di rivelazione. In inglese si parla delle cosiddette disclosure situations.

Con esse si intendono «momenti», o frammenti di tempo più o meno lunghi, che fanno vedere la nostra vita, come attraverso una finestra, nel suo essere un tessuto indisponibile di connessioni e rapporti. La morte e la nascita, ossia i due dati limite di ogni vita, si annunciano in questi momenti improvvisi di apertura e ci ricordano che abbiamo solo una vita. Non scelta, ma destinata, questa sola vita mi viene ogni volta di nuovo offerta in scelta in queste situazioni. Certo, possiamo lasciarci scorrere addosso questi momenti come se nulla fosse. Ma, allo stesso modo, possiamo consegnarci a essi senza riserve e senza volontà di disporvi.

Riconosciamo che questa consegna non è affatto qualcosa di scontato; soprattutto quando le «interruzioni» o le «situazioni di rivelazione» hanno un carattere negativo e danno un tono drammatico alla nostra domanda sul senso: vale la pena davvero di vivere? Di andare avanti con la vita? La vita data/inferta è in grado di mantenere la sua promessa? Il mero impulso di sopravvivenza non basta in questi casi. Riconoscere questo fatto fa diventare visibile la «profondità dell’esistenza» e rende possibile il sorgere di una «fede elementare nella vita».

Quest’ultima nasce quando in queste «situazioni di rivelazione» il Vangelo viene reso percepibile: si tratta della nuova, e sempre di nuovo nuova notizia di un radicale essere-buono (Eu-angellion) che, davanti al male e al dolore presenti nel mondo, non può essere annunciata da nessuno in proprio nome. Solo colui che chiamiamo «Dio» la può, infatti, garantire. Ma se essa viene annunciata in quanto tale, allora il fossato tra l’annuncio di Gesù e la vita quotidiana dei nostri contemporanei viene improvvisamente colmato.

Generati alla fede elementare
Sono sempre gli altri che generano in noi questo atto necessario alla vita che è la fede elementare, senza però poterlo porre al nostro posto. Qui entra in gioco l’ospitalità: dapprima quella dei nostri genitori, ma anche l’ospitalità di altre figure nelle nostre personali storie di vita – e, così almeno speriamo –, anche lo spazio ospitale della Chiesa.

Non si tratta mai di strategie che perseguono un interesse, ma di una pura «presenza» (parousia), di un semplice essere-qui. Nella consapevolezza che questa presenza umana è necessaria alla vita, ma che essa non può mai sostituire la fede elementare dell’altro. Entra così in gioco la credibilità dello stare l’uno di fronte all’altro.

Tutte le strategie sono insufficienti, solo la gratuità (e si sente risuonare il termine grazia) rende possibile la fede (anche quella biblico-cristiana) e mai necessaria. Infatti, questo atto così fragile e minacciato, nel cuore della nostra vulnerabilità, quando accade è qualcosa come un «miracolo» che ci «sorprende» (se solo abbiamo un po’ allenato il nostro senso per la fede). La fede accade dove non ce lo saremmo mai aspettati.

Due modi di fede
A questo punto diventa necessario fare una differenziazione tra due diversi modi di fede: la fede «elementare» nella vita, senza la quale l’esistenza umana è impossibile (anche se essa non si genera mai automaticamente), e la fede in Cristo dei cristiani. Il primo modo di fede non conosce né il rapporto tra il «maestro» e i/le «discepoli/e», e neanche un’esplicita relazione con Dio.

La fede in Cristo implica tre caratteristiche specifiche: 1) un’effettiva sequela di Gesù; 2) con e in Gesù, l’accesso all’abissale intimità con Dio, lo spazio della gratuità abitato dallo Spirito Santo; 3) una disposizione diaconale di fondo. Nessuno viene battezzato per se stesso.

Fede in Cristo e conformità con lui fanno dei cristiani dei «discepoli missionari» – così il nuovo concetto di papa Francesco. Il «discepolo missionario» è a servizio della fede elementare nella vita di molti dei suoi contemporanei. Egli mette in esercizio oggi, nei suoi ambiti di vita e secondo le condizioni odierne, quel servizio e dedizione all’umano che Gesù ha praticato in Galilea verso i suoi contemporanei.

Mi sembra opportuno tornare sul titolo di questo contributo – «Il futuro del cristianesimo in Europa» –. Non si tratta solo del futuro della Chiesa, ma del futuro di una Chiesa a servizio dei nostri contemporanei. È chiaro che «cristianesimo» qui non deve essere identificato con «Chiesa», poiché noi come Chiesa dobbiamo tenere sempre conto dell’agire, che ci precede, dello Spirito nelle dimensioni profonde della vita quotidiana dei nostri contemporanei.

La distinzione fra «fede elementare nella vita» e sequela di Cristo può essere fatta risalire ai sinottici e anche a Giovanni. Accanto ai discepoli e alle discepole vi sono molti simpatizzanti di Gesù. Sono figure individualizzate, come ad esempio l’emorroissa o la donna siro-fenicia. Figure che sentono soltanto la parola di conferma di Gesù: «Figlia mia, la tua fede ti ha salvata» (Mc 5,34).

Non siamo di fronte a un vuoto spirituale
Proprio questa distinzione, che potrebbe essere spiegata e precisata ulteriormente con una serie di esempi, ci rende avvertiti del fatto che noi cristiani della diaspora non ci troviamo davanti a un vuoto «spirituale», ma che, come Gesù in Galilea, abbiamo a che fare con le dimensioni profonde della singolare avventura umana di molti nostri contemporanei.

E quanto è stato detto sulla fede elementare dei nostri contemporanei si lascia trasporre anche alle nostre società secolari, la cui tenuta si basa anch’essa su una fiducia elementare.

Questo significa però che non possiamo limitare l’annuncio alla liturgia e alla catechesi, ma dobbiamo sviluppare una pedagogia dell’incontro e del «colloquio spirituale» nel grigiore del quotidiano. Nel nostro ambito ecclesiale, questo richiede una profonda trasformazione della nostra consapevolezza e una conversione di fondo, poiché molto spesso siamo ancora fissati quasi esclusivamente sulla liturgia e sulle celebrazioni para-liturgiche all’interno del nostro spazio ecclesiale; e solo raramente viviamo i nostri incontri quotidiani come «discepoli missionari».

Ampliare le aree di contatto con la società
La crisi sistemica di cui parlavamo all’inizio è quella che riguarda la forma estensiva e coestensiva della Chiesa latina, scaturita dalla riforma dell’XI e del XII secolo, con un’unica liturgia internazionale, con un clero unitario internazionale e un catechismo unico internazionale. In questa forma della Chiesa le situazioni locali e singolari degli uomini hanno un carattere del tutto secondario, fino all’irrilevanza.

I principi mediante i quali può nascere un’altra Chiesa come Chiesa di Chiese, la cui forma corrisponda sia alla cultura globalizzata sia alle culture locali, sono stati in parte formulati dal Concilio Vaticano II, e devono essere sviluppati oggi ulteriormente nel senso espresso da papa Francesco (si vedano i suoi quattro principi in Evangelii gaudium).

Una Chiesa che nasce dalla passione per il Vangelo
Concluderei con alcune brevi osservazioni in merito. La Chiesa presuppone una passione per il Vangelo di Dio. Un Vangelo che si destina a tutti gli uomini e le donne, ma che può essere udito da ogni persona solo a suo modo. Questa passione, che viene da Cristo e ci è comunicata nel battesimo, rappresenta la base della fondamentale uguaglianza di tutti i cristiani e le cristiane. Papa Francesco parla, infatti, di «discepoli e discepole missionari/e».

Questa passione per il Vangelo di Dio implica contemporaneamente un interesse ardente e gratuito per la vita quotidiana dei nostri contemporanei e per la loro «fede elementare». Insieme alla passione per il Vangelo, questo interesse rappresenta la base del servizio di Gesù in Galilea da realizzare nell’oggi delle nostre società.

Verso una Chiesa in stato nascente
La fine della «cultura parrocchiale» deve essere letta come il principio di una possibile Chiesa e parrocchia intese come comunità di comunità. In primo luogo, si tratta di adattare l’edificazione della comunità cristiana allo spazio e al territorio in cui i nostri contemporanei vivono il loro quotidiano.

Questo porta a una pluralizzazione delle forme: nelle nostre metropoli, nelle complesse periferie cittadine, nelle piccole città, nelle zone rurali – non è più possibile avere una forma che vale dappertutto.

D’altro lato, dobbiamo imparare anche ad adattarci all’esistenza nomadica di molti nostri contemporanei.

Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che i modelli di socializzazione sono oggi molteplici e, con essi, anche le forme di appartenenza e gli schemi temporali dell’esistenza umana.

Quello che ci sta davanti è un compito che possiamo realizzare come Chiesa solo se entriamo in un processo permanente di ecclesiogenesi: edificare la Chiesa su ciò che è effettivamente dato, ossia essere Chiesa in cammino e quindi missionaria.

Questo è possibile solo se impariamo ad agire sinodalmente a tutti i livelli, fidandoci del sensus fidei fidelium. Il che implica anche un cambiamento di prospettiva per ciò che concerne il ministero nella Chiesa.

Di quale ministero e servizio presbiterale e diaconale abbiamo bisogno, quali ministeri sono necessari, affinché le nostre «parrocchie» e «comunità» possano venire trasformate dall’auto-riproduzione di un cristianesimo parentale a un cristianesimo di scelta in cui tutti sono discepoli e discepole missionari?

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