l’ipocrisia dell’ “aiutiamoli a casa loro”

aiutarli a casa loro?

non c’è bisogno, basterebbe restituire quello che noi occidentali abbiamo rubato in Africa

E qualcuno ha fatto anche due conti: 70.000 miliardi (si scrive così: 70.000.000.000.000)…!

 

Aiutarli a casa loro

Aiutarli a casa loro? Il problema non è aiutarli a casa loro. È liberare casa loro. E restituire il maltolto. E che maltolto!

L’africa ha tutte le ricchezze possibili: oro, diamanti, petrolio e gas, metalli e minerali anche rari.  E’ (ed è sempre stato) il continente più ricco del mondo. Eppure è alla fame… Perché? Per lo sfruttamento di noi occidentali. Uno sfruttamento che non immaginate neanche quanto vale.

Ma qualcuno quattro conti li ha fatti, e ci ha scritto un libro.

«QUANTO L’EUROPA DEVE RESTITUIRE ALL’AFRICA»
 Un libro importante (scaricabile in rete) di Paola Caforio e Maurizio Marchi con i contributi di Jeff Hoffman e Lucy Pole

Quanto deve restituire l’Europa all’Africa

Gli autori e le autrici, dopo aver tracciato un quadro aggiornato e particolareggiato, da un punto di vista economico, storico e culturale dell’Africa nel colonialismo, nel neo-colonialismo e nei rapporti attuali con l’Europa, abbozzano una sorta di «Processo di Norimberga» dei misfatti europei nei secoli, arrivando a “tirare le somme” di quanto l’Europa deve restituire al continente nero. Una cifra enorme, ma realistica, fondata e perfino prudente, quantificata in oltre 70.000 miliardi di euro: se gli africani ottenessero questo risarcimento (è questa la parola chiave del libro) avrebbero diritto almeno a 70.000 euro ognuno, uomo, donna, bambino, vecchio. La vita cambierebbe per tutti, per gli africani ma anche per gli europei e per un mondo che ha fatto finora dell’ingiustizia e della sopraffazione la sua linea guida.

La tratta degli schiavi, la colonizzazione storica, lo scambio ineguale di merci a prezzi fissati dagli europei, i genocidi di interi popoli inermi o resistenti, fino all’emigrazione forzata, un vero espianto degli organismi migliori (più giovani e forti) dal tessuto sociale africano: sono questi i principali crimini che vanno risarciti all’Africa, un continente ricchissimo di risorse umane e naturali che è stato ridotto nell’estrema povertà dall’aggressione europea e dal neoliberismo, recentemente dall’indebitamento e dalla militarizzazione.

Un libro indispensabile per chi vuole reagire all’ondata razzista e xenofoba montante con la ragione e moltissime ragioni.

Maurizio Marchi, nato a Rosignano nel 1948 da una famiglia di lavoratori Solvay, ha compiuto studi di storia, filosofia, economia all’Università di Pisa, senza poterli concludere per ragioni familiari; ha lavorato per quasi 40 anni al ministero dell’Economia a Livorno; ha sempre militato volontariamente a sinistra; ha al suo attivo oltre 15 libri sui temi dell’ambiente, della salute, della pace e dei diritti umani. Con Paola Caforio e Jeff Hoffman fa parte dell’associazione nazionale Medicina democratica.

Paola Caforio, nata a Pisa nel 1962; si è laureata in Psicopedagogia all’Università di Firenze, è Counselor Olistico e insegnante di Scuola Primaria; ha scritto una ventina di libri di storia locale e ha gestito alcune associazioni di volontariato nella zona di Cecina; attualmente fa parte di Medicina Democratica, del Tavolo della Pace della Bassa Val di Cecina ed è Presidente della Associazione Encuentrarte.

Hanno dato un contributo al libro anche Jeff Hoffman (Coordinatore del Tavolo per la Pace della  Val di Cecina) con un capitolo dedicato al ruolo non sempre trasparente di alcune ONG; e Lucy Pole con una serie di interviste ad alcuni giovani migranti della zona di Cecina.

 

Al seguente link è disponibile il libro di Caforio, Marchi, Hoffman, Pole

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/508904/quanto-leuropa-deve-restituire-allafrica/

il dono delle lacrime perché non ci resta che piangere

davanti a questa società rimangono solo le lacrime

si deridono gli ultimi, convinti che la ricchezza sia meritata si disprezzano i poveri

 

Illuminati dalla Parola, sospinti dallo Spirito, occorre perseguire l’alternativa evangelica al pensiero dominante.

da Altranarrazione

Ti chiediamo, Signore, il dono delle lacrime.
Lacrime di sdegno per l’ingiustizia, di compassione e di comprensione per i calpestati.
Vediamo il loro dolore per la scientifica sottrazione di opportunità e non vogliamo né girarci dall’altra parte, né passare oltre.
Ascoltiamo parole vuote di senso, senza partecipazione e non vogliamo né adeguarci, né addormentarci in una quiete ipocrita.
Ci troviamo nel cuore dell’Impero, in una società malata di distanza e ubriaca di gossip. Si vivono relazioni prigioniere della forma, si recita il copione previsto dal ruolo. Sul grande palcoscenico costruito dall’opulenza, la massima aspirazione è diventata una felicità di plastica. Senza luce negli occhi. Senza sorriso. Senza calore.
Non ci si ferma a confrontare il pensiero dominante con il paradigma evangelico. Non si considerano prospettive diverse, non emergono decisioni radicali, testimonianze autentiche. Scarseggiano i profeti, abbondano i replicanti. È una società rigida, legata dalla catena dell’immodificabilità, che preferisce la sicurezza garantita dai modelli iniqui alla novità introdotta dal dinamismo dello Spirito.
Si rende culto alla competizione con sofisticate liturgie. E non si manifestano dubbi o esitazioni neanche davanti al suo frutto avvelenato: il cinismo. Si abbandonano defunti e feriti per non perdere il “proprio” turno.
Rassicurati dai risultati raggiunti si deridono gli ultimi, convinti che la ricchezza sia meritata si disprezzano i poveri.
Perdonali, Signore, perché non sanno che insieme a Te si risorge da qualsiasi morte (soprattutto quando la causa è da ricercare nell’indifferenza, nella sopraffazione, nell’emarginazione).
Donaci, Signore, la grazia delle lacrime, perché il tempo è compiuto (Mc 1,15).

 Luca 7,31-35

«”A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: È indemoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!. Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli”».

il commento al vangelo della domenica

«Gesù, maestro, abbi pietà di noi!»

il commento di E. Ronchi al vangelo della ventottesima domenica del tempo ordinario (13 ottobre 2019):

 

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. […]

 

Dieci lebbrosi che la sofferenza ha riunito insieme, che si appoggiano l’uno all’altro. Appena Gesù li vide… Notiamo il dettaglio: appena li vide, subito, spinto dalla fretta di chi vuole bene, disse loro: andate dai sacerdoti e mostrate loro che siete guariti! I dieci si mettono in cammino e sono ancora malati; la pelle ancora germoglia piaghe, eppure partono dietro a un atto di fede, per un anticipo di fiducia concesso a Dio e al proprio domani, senza prove: «La Provvidenza conosce solo uomini in cammino» (san Giovanni Calabria), navi che alzano le vele per nuovi mari. I dieci lebbrosi credono nella salute prima di vederla, hanno la fede dei profeti che amano la parola di Dio più ancora della sua attuazione, che credono nella parola di Dio prima e più che alla sua realizzazione. E mentre andavano furono guariti. Lungo il cammino, un passo dopo l’altro la salute si fa strada in loro. Accade sempre così: il futuro entra in noi con il primo passo, inizia molto prima che accada, come un seme, come una profezia, come una notte con la prima stella, come un fiume con la prima goccia d’acqua. E furono guariti. Il Vangelo è pieno di guariti, sono il corteo gioioso che accompagna l’annuncio di Gesù: Dio è qui, è con noi, coinvolto nelle piaghe dei dieci lebbrosi e nello stupore dell’unico che ritorna cantando. E al quale Gesù dice: la tua fede ti ha salvato!. Anche gli altri nove che non tornano hanno avuto fede nelle parole di Gesù. Dove sta la differenza? Il samaritano salvato ha qualcosa in più dei nove guariti. Non si accontenta del dono, lui cerca il Donatore, ha intuito che il segreto della vita non sta nella guarigione, ma nel Guaritore, nell’incontro con lo stupore di un Dio che ha i piedi nel fango delle nostre strade, e gli occhi sulle nostre piaghe. Nessuno si è trovato che tornasse a rendere gloria a Dio? Ebbene «gloria di Dio è l’uomo vivente» (sant’Ireneo). E chi è più vivente di questo piccolo uomo di Samaria? Lui, il doppiamente escluso, che torna guarito, gridando di gioia, danzando nella polvere della strada, libero come il vento? Non gli basta tornare dai suoi, alla sua famiglia, travolto da questa inattesa piena di vita, vuole tornare alla fonte da cui è sgorgata. Altro è essere guariti, altro essere salvati. Nella guarigione si chiudono le piaghe, ma nella salvezza si apre la sorgente, entri in Dio e Dio entra in te, come pienezza. I nove guariti trovano la salute; l’unico salvato trova il Dio che dona pelle di primavera ai lebbrosi, che fa fiorire la vita in tutte le sue forme, e la cui gloria è l’uomo vivente, «l’uomo finalmente promosso a uomo» 

la chiesa italiana in sinodo? i nostri vescovi non sembrano molto interessati

 

UN «PROBABILE SINODO» DELLA CHIESA ITALIANA?

dal I Convegno ecclesiale del 1976 a oggi

da: La Civiltà Cattolica

 

Quarantatré anni fa si è tenuto a Roma il primo grande Convegno nazionale della Chiesa italiana sul tema «Evangelizzazione e promozione umana», allo scopo di verificare in che misura il Concilio Vaticano II, a 10 anni dalla conclusione, fosse stato recepito nel nostro Paese.

Fin dall’inizio, fu pensato non come un Convegno di studio o di ricerca teologica, ma come evento ecclesiale di natura essenzialmente pastorale. Il suo pregio maggiore, infatti, non furono le sue conclusioni sul piano dottrinale, bensì il fatto stesso della sua celebrazione. Del resto, secondo l’impostazione data al Convegno da mons. Enrico Bartoletti, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, esso doveva essere una prova concreta di come attuare in Italia l’«aggiornamento» voluto dal Concilio, sia instaurando un dialogo fraterno fra tutte le componenti del popolo di Dio sia proponendo forme diverse di missionarietà, richieste dai nuovi tempi. Il risultato fu straordinario, come confermarono la ricaduta che l’evento ebbe in tutte le Chiese locali e la sua risonanza nell’opinione pubblica. Tanto che la Cei decise di ripetere l’esperienza ogni 10 anni[1].

Può sembrare strano che oggi, dopo il V Convegno (Firenze 2015), si torni a parlare soprattutto del primo di 40 anni fa. È in corso un ampio dibattito – avviato proprio de La Civiltà Cattolica con un articolo del suo direttore[2] – sull’opportunità o meno di un Sinodo della Chiesa italiana. E non è un caso che proprio all’interno di questa discussione ci si richiami esplicitamente al Convegno di Roma del 1976, più che agli altri che seguirono. Fa una certa impressione, per esempio, vedere mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, rifarsi a quella prima esperienza: «Sento che [un eventuale Sinodo] potrebbe avere un effetto benefico anche come naturale evoluzione di quel lungo percorso che nella Chiesa italiana ha avuto avvio con il primo Convegno ecclesiale di Roma (1976). A più di 40 anni di distanza, la situazione è mutata, anzi complicata non poco: è quindi quanto mai urgente proseguire. Del resto, papa Francesco nel suo discorso al V Convegno ecclesiale di Firenze (2015) è stato esplicito: “Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme”. Come accadde a Roma nel primo Convegno “evangelizzazione e promozione umana”»[3].

Giustamente mons. Pompili ritiene che un eventuale Sinodo dovrà essere una «naturale evoluzione» del cammino iniziato nel 1976[4]. Il Convegno «Evangelizzazione e promozione umana», infatti, fu vissuto da tutti quelli che vi presero parte – vescovi e delegati diocesani – come una vera Pentecoste, come una chiamata dello Spirito Santo alla Chiesa italiana affinché affrontasse con maggior coraggio il rinnovamento suo e della sua pastorale. Per tutti i partecipanti quel Convegno fu un momento di grazia, e tale è rimasto nel loro ricordo.

La svolta iniziata dal Convegno del 1976 fu presto interrotta, in seguito alla morte di Paolo VI (6 agosto 1978), avvenuta poco dopo quella di mons. Bartoletti (5 marzo 1976). Ciò non toglie, però, che quello che Francesco ha definito un «probabile Sinodo» della Chiesa italiana dovrà, in ogni caso, rifarsi a quella prima forte esperienza[5].

Volendo dare anche noi un contributo al dibattito, preferiamo farlo sotto forma di testimonianza. Ci spingono, da un lato, il dovere di valorizzare pienamente l’esperienza del Convegno del 1976 e, dall’altro, l’importante discorso di papa Francesco a Firenze, il 10 novembre 2015, al V Convegno ecclesiale[6]: un discorso del quale la Chiesa italiana aveva estremo bisogno. E tuttavia lo stesso Pontefice, parlando il 9 maggio 2019 al Convegno della diocesi di Roma, ha detto al riguardo: «Sparito. È entrato nell’alambicco delle distillazioni intellettuali ed è finito senza forza, come un ricordo».

Roma 1976: un cammino interrotto

Perché le conclusioni del Convegno «Evangelizzazione e promozione umana» non ebbero il seguito che meritavano? Di per sé, i vescovi, nel documento ufficiale di valutazione di quell’evento ecclesiale, lo giudicarono molto positivamente e accolsero parecchie delle sue coraggiose conclusioni, compresa la tanto discussa «scelta religiosa», compiuta dall’Azione cattolica di Vittorio Bachelet e sostenuta da Pao­lo VI, con la fine del collateralismo tra Chiesa e Dc. Nello stesso tempo, però, i vescovi lasciarono cadere le due principali proposte del Convegno: l’introduzione nella Chiesa italiana dello «stile del con-venire» (come allora si chiamava la «sinodalità») e la nuova concezione di missionarietà, diversa dalla pastorale classica tradizionale[7].

La non accettazione di quelle due richieste divenne definitiva con il II Convegno ecclesiale (Loreto 1985). Ricordiamo che l’anno precedente c’era stata la XXIII Assemblea generale della Cei. Giovanni Pao­lo II, impegnato fuori Italia in un viaggio apostolico, non potendo essere presente, inviò una lettera all’Assemblea. Facendo il punto sull’imminente Convegno ecclesiale, scriveva testualmente: «Ci si dovrà preoccupare che sin dalle primissime fasi della preparazione e nella stessa composizione degli organi, ai quali essa verrà affidata, siano rispettate le esigenze della comunione, curando da un lato che l’Episcopato abbia il posto che gli compete per istituzione divina e, dall’altro, che ogni espressione delle molteplici realtà ecclesiali, in sintonia con le legittime Autorità, si trovi debitamente rappresentata»[8]. San Giovanni Paolo II preferiva la linea della «presenza» rispetto a quella della «mediazione culturale»; insisteva sulla Chiesa come «forza sociale», oltre che forza spirituale, e tornava a sottolineare la necessità dell’unità politica dei cattolici.

Si deve constatare che nei successivi quattro Convegni ecclesiali i laici non svolsero più quel ruolo di corresponsabilità che tanto proficuamente avevano esercitato durante il Convegno del 1976 applicando lo stile del «con-venire»[9]. Da Loreto a Firenze, i Convegni che seguirono furono visti piuttosto come l’occasione propizia per i vescovi di comunicare al popolo di Dio che è in Italia, con autorità – «occupando il posto che gli compete per istituzione divina» –, il programma pastorale per il successivo decennio, elaborato dalla Cei.

In secondo luogo, non venne adeguatamente recepita l’altra proposta principale di una nuova concezione di missionarietà, più adeguata ai tempi cambiati. Infatti, interpellato dalle tensioni e dalle speranze della società italiana, il Convegno non aveva esitato a denunciare l’impreparazione della Chiesa ad affrontare la crisi del Paese. Occorreva perciò ripensare il concetto stesso di missionarietà, fondandolo sulla nuova comprensione del nesso tra evangelizzazione e promozione umana messo in luce dal Concilio e dal progetto pastorale pluriennale della Cei degli anni Settanta su «Evangelizzazione e sacramenti». Non bastava più ammodernare i metodi pastorali tradizionali, ma era necessario un cambio di mentalità; occorreva una «conversione missionaria»: ripensare cioè non solo i metodi pastorali, ma l’annuncio stesso della fede nella società in evoluzione. Bisognava tornare al Vangelo, all’essenziale.

Oggi – si disse nel 1976 – non bastano più le dichiarazioni e i documenti ufficiali, né la riaffermazione di princìpi dottrinali generici e astratti; né basta più una pastorale difensiva, tesa soprattutto a garantire la sicurezza e la tranquillità della Chiesa, lasciando ad «altri» la pena e la responsabilità di immischiarsi nei problemi del Paese per risolverli. Come cittadini – ribadì con forza il Convegno – siamo tutti responsabili. Era necessario, quindi, affrontare anche il problema di una nuova forma di presenza dei cattolici nella vita sociale e politica.

Certo – si ripeté più volte – la Chiesa in quanto tale non compie opzioni di natura economica o politica, tuttavia partecipa in prima persona alla promozione umana, che è parte integrante ed essenziale dell’evangelizzazione. E lo fa sia giudicando e orientando le opzioni temporali alla luce della parola di Dio e del magistero (con la sua «dottrina sociale»), sia attraverso l’impegno politico diretto, laico e pluralistico, dei cattolici, non isolati, ma insieme con tutti gli altri cittadini di buona volontà[10]. Il Convegno del 1976 di fatto rimase una tappa isolata[11].

Firenze 2015: il cammino interrotto di nuovo

Si comprende, dunque, l’accoglienza positiva che in modo speciale gli eredi del Convegno del 1976 provarono ascoltando il discorso di papa Francesco a Firenze, il 10 novembre 2015. Esso fu recepito come un forte richiamo a tutta la Chiesa italiana perché con coraggio riprendesse il cammino interrotto.

Infatti, anche il Papa a Firenze insisté proprio sui due punti fondamentali – sinodalità e Chiesa in uscita missionaria – che avevano fatto difficoltà alla Cei dopo il Convegno «Evangelizzazione e promozione umana». Tuttavia, anche dopo il Convegno di Firenze quei due stessi punti sono risultati ancora una volta non facilmente digeribili. Eppure essi sono alla base stessa del programma dell’attuale pontificato, fin dalla prima Esortazione apostolica di Francesco, l’Evangelii gaudium.

Proprio per questo, a Firenze, la «sinodalità» era stata posta alla base del V Convegno ecclesiale, fin dalla sua preparazione: «Nell’Invito a Firenze, pubblicato dalla CEI l’11 ottobre 2013, era stato rivolto a tutte le Chiese d’Italia – da parte del Comitato preparatorio – “un cordiale appello a muoverci subito e insieme”, per realizzare, già mentre si procedeva verso l’appuntamento di Firenze, quel “convenire” comunitario che è “traduzione permanente del paradigma sinodale rappresentato dal Concilio”»[12]. Si era cercato, cioè, di dare fin dall’inizio un’impronta sinodale agli stessi lavori preparatori, tanto che papa Francesco nel suo discorso a Firenze ha potuto definire quel Convegno «un esempio di sinodalità». Purtroppo, neppure il Convegno fiorentino ha ancora prodotto l’effetto desiderato di riprendere il cammino interrotto, già proposto per la prima volta a Roma nel 1976[13].

La duplice esperienza del I e del V Convegno ecclesiale dimostra, dunque, quanto sia difficile superare le due tentazioni denunciate dal Papa a Firenze.

La prima tentazione è quella di riporre – ovviamente non a parole, ma nei fatti – la propria fiducia e sicurezza nelle strutture, nell’organizzazione, nella pianificazione perfetta elaborata a tavolino, finendo con legalizzare e burocratizzare la pastorale e col mortificarne ogni creatività. È la tentazione del pelagianesimo: credere che possiamo salvarci con i nostri soli sforzi.

La seconda è la tentazione di rifugiarsi nello spiritualismo intimistico e disincarnato, che porta la Chiesa all’autoreferenzialità, a ripiegarsi su se stessa, a preoccuparsi soprattutto dei suoi problemi interni, a chiudersi tra le mura del tempio, ossessionata dall’osservanza delle norme canoniche. Questo conduce a svalutare il servizio dei fratelli e a frenare gli slanci dell’amore per gli altri: «Ognuno pensi a salvare la propria anima!». È la tentazione dello gnosticismo, che riduce il cristianesimo a «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare» (Evangelii gaudium, n. 94).

Un Sinodo per l’Italia?

A questo punto, si pone necessariamente la questione se il Convegno ecclesiale nazionale sia davvero uno strumento adatto per stimolare la Chiesa italiana a compiere l’auspicato salto di qualità sulla via del rinnovamento conciliare, che da molto tempo attendiamo. Il problema, infatti, sta nel modo sbagliato con cui spesso si affrontano le gravi sfide di oggi, considerandole non come opportunità, ma come ostacoli all’evangelizzazione. «Oggi – ha sottolineato papa Francesco a Firenze – non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo»[14]. Se questo è vero – e come dubitarne? –, l’auspicato rinnovamento della Chiesa italiana può essere solo il frutto dei doni dello Spirito Santo. Un semplice Convegno ecclesiale nazionale non può bastare. Non sarà necessario, dunque, un Sinodo?

Per rendersene conto, è sufficiente una breve riflessione. I Convegni nazionali sono una forma originale di incontro ecclesiale, intermedia tra i Convegni di studio e il Sinodo. Ovviamente, i Convegni ecclesiali non sono finalizzati alla ricerca accademica, com’è proprio invece dei Convegni di studio, sebbene gli uni e gli altri si propongano sempre un tema centrale da affrontare. D’altro lato, i Convegni ecclesiali non sono neppure un Sinodo, sebbene usino criteri analoghi per garantire la rappresentanza di tutte le componenti.

In particolare, poi, il Sinodo ha una sua propria autorità teologica e disciplinare, e le sue conclusioni, regolarmente votate e approvate, assumono un valore vincolante. Ciò, invece, non accade con i Convegni ecclesiali, i quali hanno valore puramente consultivo, né prevedono votazioni o approvazione di documenti finali. Le loro conclusioni sono unicamente indicative e servono soprattutto a cogliere gli orientamenti e le tensioni che fermentano nella base ecclesiale. Non essendo né Incontri di studio, né un Sinodo, i Convegni ecclesiali hanno, tuttavia, una loro finalità specifica: quella di avviare nella Chiesa processi concreti di cambiamento di mentalità, di strutture e di vita.

È chiaro, dunque, che sarebbe del tutto insufficiente puntare sul prossimo VI Convegno del 2025, sperando che esso possa finalmente far riprendere alla Chiesa italiana il necessario cammino di rinnovamento. Perché non pensare piuttosto a un Sinodo e all’effusione di Spirito Santo che esso sempre comporta, e convocarlo al posto del prossimo VI Convegno ecclesiale? A favore di questa soluzione militano in particolare alcune gravi sfide, che non devono essere considerate ostacoli, ma opportunità di una nuova evangelizzazione.

Una difficile sfida da affrontare in un Sinodo sarebbe la crisi che oggi rischia di incrinare il rapporto di fede e di amore che lega strettamente la Chiesa italiana al Vescovo di Roma. Si tace su questo problema essenziale della vita ecclesiale. Possibile che la nostra comunità cristiana non sappia che cosa fare dinanzi agli attacchi, violenti e frequenti, contro papa Francesco, provenienti in gran parte dal suo stesso interno, che giungono persino all’assurda richiesta delle sue dimissioni? Quale iniziativa è necessario intraprendere, che coinvolga l’intero popolo di Dio? A poco servono le dichiarazioni formali di filiale attaccamento e adesione: c’è bisogno, piuttosto, di rassicurare i fedeli, con un atto ufficiale e solenne, che l’essenza evangelica del servizio petrino nella Chiesa rimane sempre immutata, anche se cambia il modo di esercitarlo, come fa papa Francesco. Non si può far finta che non esista nella Chiesa italiana il grave problema che i fedeli acquisiscano una fede più cosciente e matura nella missione del Successore di Pietro.

Un’altra difficile sfida – richiamata dal Papa anche a Firenze – meritevole di essere affrontata in un autorevole dibattito sinodale riguarda le implicazioni etiche e comportamentali dei fedeli, all’interno della crisi spirituale e culturale senza precedenti in cui si dibatte l’Italia. «La Chiesa – ha detto papa Francesco – sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini».

Ci chiediamo: quale intervento autorevole la Chiesa italiana potrà pronunciare, alla luce del Vangelo e del magistero, sul fatto che milioni di fedeli – non esclusi sacerdoti e consacrati – condividano, o quanto meno appoggino, concezioni antropologiche e politiche inconciliabili con la visione evangelica dell’uomo e della società[15]?

* * *

Abbiamo citato solo alcuni casi ed episodi che confermano e manifestano l’esistenza di sfide molto gravi per la Chiesa italiana. Tanti altri se ne potrebbero aggiungere. Non ce n’è forse abbastanza per un Sinodo? Ogni Sinodo, certamente, è un dono divino, più che una scelta umana. Non spetta però al Papa convocarlo, ma deve essere una decisione di tutto il popolo di Dio, vescovi e fedeli insieme. L’ha detto il Pontefice stesso a Firenze: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi –. Che cosa ci sta chiedendo il Papa? Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Intanto si può iniziare subito con la preghiera. Il Sinodo, infatti, come ogni altro dono dello Spirito, va invocato, atteso e accolto in ginocchio.

 

[1].      Finora si sono tenuti cinque Convegni ecclesiali nazionali: a Roma (1976), Loreto (1985), Palermo (1995), Verona (2006), Firenze (2015).

[2].      Cfr A. Spadaro «I cristiani che fanno l’Italia», in Civ. Catt. 2019 I 250-252. Segnaliamo pure: Id., «Più ascolto e Spirito Santo contro l’hackeraggio delle coscienze», in Famiglia Cristiana, 2 giugno 2019, 21; Id., «Sinodo», in L’ Espresso, 28 luglio 2019, 7.

[3].      A. Monda, «Uno stile sinodale per l’Italia. Intervista al vescovo Domenico Pompili», in Oss. Rom., 3 febbraio 2019. Tra le varie riflessioni apparse successivamente su questa proposta ne segnaliamo solamente alcune: E. Bianchi, «Domande per la Chiesa», in Oss. Rom., 11 aprile 2019; G. Brunelli, «Il tempo di un sinodo nazionale», in Il Regno-Attualità, aprile 2019; E. Castellucci, «Viene un tempo di Sinodo, non certo di supplenza», in Avvenire, 17 febbraio 2019; M. Faggioli, «La Chiesa sinodale di papa Francesco è una scelta politica», in Famiglia Cristiana, 28 febbraio 2019; C. Lorefice, «Un Sinodo per l’Italia», in Corriere della Sera, 18 febbraio 2019; A. Monda, «La società italiana ha bisogno di una Chiesa vitale. Intervista a Giuseppe De Rita», in Oss. Rom., 21 maggio 2019.

[4].      Ho avuto il privilegio di vivere quell’evento ecclesiale in prima persona sia nella fase preparatoria (durata circa tre anni), sia nella sua celebrazione (30 ottobre – 4 novembre 1976). Infatti, mons. Enrico Bartoletti, segretario della Cei, mi chiamò a far parte del Consiglio di presidenza, per preparare e poi gestire il Convegno. Il Consiglio di presidenza era formato dal presidente, mons. Bartoletti, in rappresentanza dei vescovi, e da due vicepresidenti: il prof. Giuseppe Lazzati, rettore dell’Università Cattolica di Milano, in rappresentanza del laicato, e p. Bartolomeo Sorge, direttore de La Civiltà Cattolica, in rappresentanza del clero. Cfr Cei, Evangelizzazione e promozione umana. Atti del Convegno ecclesiale (Roma, 30 ottobre – 4 novembre 1976), Roma, Ave, 1977.

[5].      Ha detto Francesco il 20 maggio 2019, aprendo la 73a Assemblea generale della Cei: «Sulla sinodalità, anche nel contesto di un probabile Sinodo per la Chiesa italiana – ho sentito un “rumore” ultimamente su questo, è arrivato fino a Santa Marta! –, vi sono due direzioni: sinodalità dal basso in alto, ossia il dover curare l’esistenza e il buon funzionamento della Diocesi: i consigli, le parrocchie, il coinvolgimento dei laici… (cfr CIC 469-494) – incominciare dalle diocesi: non si può fare un grande sinodo senza andare alla base. Questo è il movimento dal basso in alto – e la valutazione del ruolo dei laici; e poi la sinodalità dall’alto in basso, in conformità al discorso che ho rivolto alla Chiesa italiana nel V Convegno Nazionale a Firenze, il 10 novembre 2015, che rimane ancora vigente e deve accompagnarci in questo cammino. Se qualcuno pensa di fare un sinodo sulla Chiesa italiana, si deve incominciare dal basso verso l’alto, e dall’alto verso il basso con il documento di Firenze. E questo prenderà tempo, ma si camminerà sul sicuro, non sulle idee».

[6].      Francesco, Discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015, in w2.vatican.va

[7].      Ecco il «voto finale» di «Evangelizzazione e promozione umana»: «Di fronte alla vastità dei problemi e alla loro complessità, risulta chiaro che la risposta pastorale della Chiesa italiana non può essere più affidata alla stesura di un documento fatta da alcuni esperti, né alla decisione dell’una o dell’altra componente del Popolo di Dio. Affinché la presa di coscienza maturata nella preparazione e nella celebrazione di questo Convegno nazionale non svanisca nel nulla o non resti frustrata, è necessario dar vita a strutture permanenti di consultazione e di collaborazione tra vescovi, rappresentanti delle varie componenti della comunità ecclesiale ed esperti provenienti da tutti i movimenti di ispirazione cristiana operanti in Italia. È urgente offrire  alla nostra comunità ecclesiale un luogo di incontro, di dialogo, di analisi e di iniziativa che, da un lato, traduca nei fatti il nesso inscindibile tra evangelizzazione e promozione umana, tanto efficacemente evidenziato dal Convegno, e, dall’altro, superi in radice l’impossibile divisione tra “Chiesa istituzionale” e “Chiesa reale” con la conseguente minaccia della costituzione in Italia di due Chiese parallele che non si incontrano più» (B. Sorge, «Una Chiesa in ricerca, in servizio, in crescita». Sintesi dei lavori del Convegno nazionale su «Evangelizzazione e promozione umana», in Civ. Catt. 1976 IV 438).

[8].      Giovanni Paolo II, s., «Messaggio alla XXIII Assemblea generale della CEI», nn. 3; 5, in Oss. Rom., 9 maggio 1984, in w2.vatican.va

[9].      Su questo «no» della Cei alla richiesta di dar vita a un organismo pastorale nazionale di dialogo tra i Pastori, i laici e le diverse componenti del popolo di Dio, cfr Consiglio permanente della Cei, Documento «Evangelizzazione e promozione umana» (1° maggio 1977), in Enchiridion CEI, Bologna, EDB, vol. 2, 957-974.

[10].    Cfr B. Sorge, «Una Chiesa in ricerca, in servizio, in crescita», cit., 423.

[11].    Sorse quindi spontaneamente, nella base della comunità ecclesiale, un ampio dibattito sulla «Ricomposizione dell’area cattolica», e qualche anno dopo si crea­rono e si moltiplicarono le «Scuole di formazione politica e sociale»: cfr B. Sorge, La «ricomposizione» dell’area cattolica in Italia, Roma, Città Nuova, 1979.

[12].    Citato in M. Naro, «Tentazioni antiche e sempre nuove: il discorso di Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze», in Ricerche teologiche 28 (2017/1) 54. Lo stesso papa Francesco, un mese prima, aveva ribadito per l’ennesima volta in che cosa consista la sinodalità, commemorando il 50° del Sinodo dei Vescovi: «Una Chiesa sinodale – disse – è una Chiesa dell’ascolto»; «È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, collegio episcopale, vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo».

[13].    Scrive il teologo Massimo Naro: «Purtroppo, tutto ci si poteva attendere dopo il Convegno nazionale di Firenze, tranne che questo esercizio di sinodalità venisse interrotto quasi istituzionalmente, potremmo dire dall’alto, senza più riprenderne gli esiti se non sporadicamente, passandoli sotto silenzio, senza più ritrovarsi a riflettere e a progettare a partire da essi. In ogni caso, rimane l’invito di Francesco a “camminare insieme”, da lui ribadito in molte altre occasioni» (M. Naro, «Tentazioni antiche…», cit.).

[14].    Francesco, Discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, cit.

[15].    Più concretamente: che cosa dire e che cosa fare di fronte a chi estorce il consenso dei cittadini con la paura e con l’odio, nascondendosi dietro la maschera di una falsa religiosità? È un problema largamente sentito in Italia, a causa anche dell’attività criminale della mafia, ma non solo. Con la paura, con l’odio e con la parvenza di religiosità si riesce a irretire anche molti credenti – e perfino alcuni sacerdoti –, con gravissimo danno e pericolo per la convivenza civile. Il Papa ci è di esempio. Nello stesso giorno in cui un leader politico chiedeva in piazza i «pieni poteri», usciva su La Stampa un’intervista nella quale papa Francesco si diceva «preoccupato, perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934. “Prima noi. Noi… noi”» (D. Agasso, «Papa Francesco: “Il sovranismo mi spaventa, porta alle guerre”», in La Stampa, 9 agosto 2019).

 

il ‘barbone’ guardato con imbarazzo e fastidio era il vescovo

in Colombia il vescovo si traveste da senzatetto

“ho capito la solitudine e l’indifferenza”

Tutti attendevano mons. Carlos Quintero, al convegno di Pastorale sociale, svoltosi qualche giorno fa nella diocesi di Armenia, nel dipartimento colombiano del Quindío. Invece il vescovo si è fatto aspettare. Ha fatto irruzione un personaggio vestito di stracci, un senza dimora, provocando l’imbarazzo e addirittura il fastidio dei presenti. Qualcuno ha pure lasciato la sala. Il “barbone” si è seduto qua e là, un paio di volte è incespicato senza che nessuno lo aiutasse… Poi, a sorpresa, è salito sul palco dei relatori. E ha svelato la sua vera identità

Un vescovo travestito da”barbone”. Qualcosa di più di una provocazione, anzi soprattutto la volontà di mostrare che “lo sguardo della Chiesa dev’essere quello dei poveri e della povertà”. Tutti attendevano mons. Carlos Quintero, al convegno di Pastorale sociale, svoltosi qualche giorno fa nella diocesi di Armenia, nel dipartimento colombiano del Quindío. Invece il vescovo si è fatto aspettare. Ha fatto irruzione un personaggio vestito di stracci, un senza dimora, provocando l’imbarazzo e addirittura il fastidio dei presenti. Qualcuno ha pure lasciato la sala. Il “barbone” si è seduto qua e là, un paio di volte è incespicato senza che nessuno lo aiutasse… Poi, a sorpresa, è salito sul palco dei relatori. E ha svelato la sua vera identità.

Un’idea maturata da tempo

Questo tipo di travestimento, lo si sa è diventato un “classico” del giornalismo, ma mai era accaduto che un vescovo adottasse una scelta di questo tipo per esercitare il suo ministero di annuncio del Vangelo. “Eppure l’idea mi era venuta da diverso tempo, prima ancora di diventare vescovo, mi incuriosiva vedere la reazione delle persone quando un povero, un senza dimora, entrava in una chiesa o in un ufficio, e aspettavo solo che ci fosse l’occasione”, confida al Sir mons. Quintero, cinquantaduenne, alla guida da meno di un anno di questa diocesi, situata nella Colombia centro-occidentale, nel cuore della cosiddetta zona cafetera, per il grande numero di piantagioni di caffè che rendono il Quindío un dipartimento turistico, caratterizzato da un paesaggio lussureggiante, non tra i più poveri del Paese sudamericano. “Tuttavia – prosegue il vescovo –

anche qui povertà e insicurezza aumentano, così come il numero di chi vive in strada. Per queste persone la nostra diocesi ha un progetto”.

L’occasione, dunque, si è presentata al convegno di Pastorale sociale. Racconta il presule: “E’ un settore pastorale al quale tengo molto, ho chiesto che ogni parrocchia o vicaria attivi un’opera sociale di aiuto ai più poveri. Il nostro sguardo di Chiesa non può che partire dai poveri e dalla povertà, ce lo chiede continuamente Papa Francesco. Sono arrivato presto al convegno, e ho iniziato il travestimento. Sono stato aiutato dalla compagnia Versión Libre Teatro. Pochissimi sapevano della mia intenzione. Poi sono entrato nella sala dove si sarebbe dovuto tenere il convegno”.

“Ho provato sulla mia pelle l’indifferenza”

Mons. Quintero racconta cosa ha provato in quel frangente:

“Fin dall’inizio ho cercato di immedesimarmi nella persona che stavo rappresentando. Devo dire che ho sperimentato una grande tristezza e desolazione interiore. Varie volte sono stato respinto dai presenti, molti erano in imbarazzo, altri hanno provato fastidio. Per la verità nessuno mi ha trattato realmente male, ma ho provato sulla mia pelle, tanta indifferenza, quella sì. Se devo sintetizzare in una parola l’esperienza che ho vissuto, è proprio l’indifferenza. Nessuno mi ha chiamato, mi ha rivolto la parola. Ho capito la solitudine della persona che si trova in una situazione come questa”.

E quando il vescovo ha svelato la sua identità?

“Molti si sono stupiti, qualcun altro si è complimentato, credo che per tutti si sia trattato di un invito alla riflessione, alla conversione. L’obiettivo era quello di risvegliare nei fedeli una grande sensibilità sociale. L’esperimento ci ha permesso di parlare del tema dell’ingiustizia sociale e della situazione delle persone senza dimora. Ogni persona povera ha dei talenti e potrebbe portare un importante contributo alla società. E’ molto importante portare la fede sulla strada, entrare in contatto con le persone più povere. Su questi temi vogliamo continuare a lavorare, senza cadere però nell’assistenzialismo, ma aiutando le persone a uscire dalla loro situazione, a camminare con le loro gambe”.

il commento al vangelo della domenica


 “Se aveste fede quanto un granello di senape…” 

il commento di E. Bianchi al vangelo della ventisettesima domenica del tempo ordinario (6 ottobre 2019):

Lc 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»».

Durante la sua salita verso Gerusalemme Gesù è interrogato, a volte invocato o pregato, a volte contestato per il suo comportamento o le sue parole. A volte Gesù si rivolge ai discepoli che lo seguono, a volte ad alcuni farisei e scribi, a volte agli “apostoli”, cioè quel gruppo ristretto di discepoli da lui resi “i Dodici” (Lc 6,13; 9,1) e inviati (questo il senso letterale di apóstoloi) ad annunciare il Vangelo, quelli che saranno anche i testimoni qualificati della sua resurrezione (cf. Lc 24,48; At 1,8.21-22).

Proprio costoro, che hanno ascoltato le esigenze “dure” proclamate da Gesù come decisive per la sua sequela (cf. Lc 9,23-26; 14,26-27), conoscendo la propria debolezza chiedono a Gesù, designato quale Kýrios, Signore della chiesa: “Aumenta la nostra fede!”. È una preghiera rivolta al Signore, a colui che con la forza dello Spirito santo che sempre abita in lui può agire sulla fede, sull’adesione del discepolo. Questa domanda rischia però di non essere compresa nella sua reale portata, perciò sarà bene riflettere sulla fiducia-adesione assolutamente necessaria per essere discepoli di Gesù. La fede, da comprendersi in primo luogo come adesione, può essere presente solo là dove c’è una relazione personale e concreta con Gesù. La fede non è un concetto di ordine intellettuale, non è posta innanzitutto in una dottrina o in una verità, né tanto meno in formule, nei dogmi. La fede non è innanzitutto un “credere che” (ad esempio che Dio esista) ma è un atto di fiducia nel Signore. Si tratta di aderire al Signore, di legarsi a lui, di mettere fiducia in lui fino ad abbandonarsi a lui in un rapporto vitale, personalissimo. La fede è riconoscere che dalla parte dell’uomo c’è debolezza, quindi non è possibile avere fede-fiducia in se stessi. Proprio per questo, soprattutto sulla bocca di Gesù, è frequente l’uso del verbo “credere” (pisteúo) e del sostantivo “fede” (pístis) in modo assoluto, senza complementi o specificazioni:

Credi, non temere (Lc 8,50; Mc 5,36).

La tua fede ti ha salvato (Lc 7,50; 17,19; 18,42; Mc 5,34 e par.; 10,52).

Va’, e sia fatto secondo la tua fede (Mt 8,13).

Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri (Mt 15,28).

Credere senza complementi, avere fede senza specificazioni è per Gesù determinante nel rapporto con Dio e con lui stesso.

Certo, la fede è un atto che si situa alla frontiera tra debolezza umana e forza che viene da Dio, forza che rende possibile proprio l’atto di fede. Si tratta di passare dall’incredulità (apistía: Mc 6,6; 9,24; 16,14; Mt 13,58) alla fede, ma questo passaggio, questa “conversione”, richiede l’invocazione a Dio e, in risposta, il suo dono, la sua grazia, che in realtà sono sempre prevenienti. È infatti difficile e faticoso per ciascuno di noi rinunciare a contare su di sé per decentrarsi e mettere al centro la parola del Signore a noi rivolta. Non si dimentichi che l’incredulità o la poca fede (oligopistía: Mt 17,20; oligópistos: Mt 6,30; 8,26; 14,31; 16,8; Lc 12,28) denunciate da Gesù contraddistinguono la situazione del discepolo (cf. Lc 24,11.41; Mc 9,19 e par.; 16,11.16), non di chi non incontra o non ascolta Gesù. E come non stupirci di fronte al grido di Gesù: “La tua fede ti ha salvato”, emesso davanti a malati, peccatori, stranieri e pagani che, incontrandolo, gli chiedono con fede di essere da lui aiutati e salvati?

C’è un episodio, descritto con particolare cura da Marco (cf. Mc 9,14-29), ma presente anche in Luca (cf. Lc 9,37-43) e Matteo (cf. Mt 17,14-18), che può aiutarci a comprendere meglio il brano che stiamo commentando. Un padre ha un figlio indemoniato e i discepoli di Gesù non riescono a guarirlo. Scoraggiato, quando incontra Gesù, gli dice: “Se tu puoi qualcosa, avendo compassione di noi aiutaci”. E Gesù, dopo aver rimproverato i discepoli, chiamandoli “generazione incredula” (come fece Mosè in Dt 9,6; 31,27; 32,5), gli risponde: “Non dire: ‘Se puoi’, ma comprendi che tutto è possibile a chi crede”. Ovvero: “Se hai fede, tutto ti è possibile attraverso la fede che ti salva”. È come se Gesù gli dicesse: “Ti basta credere, avere fiducia”, cioè confidare che tutto è reso possibile da Dio per colui che crede, perché “tutto è possibile a Dio” (Mc 10,27; Gen 18,14). Allora il padre risponde: “Io credo, ma tu vieni in aiuto alla mia incredulità (apistía)”. Basta offrire a Gesù la propria incredulità, lasciare che sia lui a vincere i nostri dubbi, sempre presenti dove c’è la fede all’opera. E così Gesù guarisce non solo il figlio, ma anche il padre, preda della sfiducia verso la vita…

Dunque, proprio perché la fede è credere alla potenza di Gesù, non ha senso la domanda degli apostoli: “Aumenta la nostra fede”. Basta infatti – continua nel nostro brano Gesù – avere fede quanto un granello di senape per sradicare un gelso e trapiantarlo nel mare, per spostare le montagne (cf. Mc 11,22-23; Mt 17,20; 21,21). Gli apostoli sono consapevoli di avere una fede piccola; vorrebbero essere giganti della fede, ma Gesù fa loro comprendere che la fede, anche piccola, se è reale adesione a lui, è sufficiente per nutrire la relazione con lui e accogliere la salvezza. È vero, la nostra fede è sempre oligopistía, fede a breve respiro, ma basta avere in noi il seme di questa adesione alla potenza dell’amore di Dio operante in Gesù Cristo. Credere significa alla fin fine seguire Gesù: e quando lo si segue, si cammina dietro a lui, vacillando sovente, ma accogliendo l’azione con cui egli ci rialza e ci sostiene, affinché possiamo stare sempre là dove lui è. Noi cristiani dovremmo guardare spesso il piccolo seme di senape, tenerlo nel palmo della mano, avere coscienza di quanto sia piccolo; ma dovremmo anche vederlo come seme seminato, morto sottoterra, germinato e cresciuto, fino a diventare grande come un arbusto che dà riparo agli uccelli del cielo – immagine usata da Gesù per descrivere il regno di Dio (cf. Mc 4,26.31-32) –, e dunque stupirci. Così è la nostra fede, piccolissima forse; ma non temiamo, perché se la fede c’è, è sufficiente, perché più forte di ogni nostro altro atteggiamento. La fede è la fede: sempre, anche se piccola, è adesione a una relazione, è obbedienza (hypakoé písteos: Rm 1,5); sempre, anche se è debole, è accompagnata dall’amore, e l’amore sostiene la fede, supplisce alla mancanza di fede, rinnova la fede come adesione al Signore.

La risposta di Gesù agli apostoli prosegue poi con una parabola che li riguarda particolarmente, in quanto inviati a lavorare nel campo, nella vigna il cui padrone è il Signore. Gesù li mette in guardia dal confidare in se stessi, perché questo è il peccato che si oppone radicalmente alla fede. È l’atteggiamento che Gesù condannerà nella parabola del fariseo e del pubblicano al tempio (cf. Lc 18,10-14), rivolta ad alcuni che, come il fariseo, “confidavano in se stessi perché erano giusti (prós tinas toùs pepoithótas eph’heautoîs hóti eisìn díkaioi: Lc 18,9)”. Questo potrebbe succedere anche agli inviati che, consapevoli di aver fatto puntualmente la volontà del Signore, vorrebbero essere riconosciuti, premiati. Ma Gesù, con realismo, chiede loro: può forse succedere questo nel mondo, nel rapporto tra padrone e schiavo? Quando lo schiavo rientra dal lavoro, il padrone gli dirà forse: “Vieni e mettiti a tavola”?”. Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, preparati a servirmi, e dopo mangerai e berrai tu”? Dovrà forse ringraziarlo per aver svolto il suo compito? No, questo non può avvenire, e così gli apostoli, inviati a lavorare nella vigna del Signore, quando hanno terminato il lavoro devono dire: “Siamo servi non necessari, ciò che dovevamo fare l’abbiamo fatto”.

Nella sequela di Gesù non si rivendica nulla, non si pretendono riconoscimenti, non si attendono premi, perché neppure il compito svolto diventa garanzia o merito. Questa gratuità del servizio deve essere visibile nella vita della chiesa, perché “un apostolo non è più grande di colui che l’ha inviato” (Gv 13,16). Essa è costitutiva dell’autorevolezza dell’apostolo, di ogni inviato, che non “guarda a se stesso”, non misura il proprio lavoro, ma obbedisce soltanto alla parola del Signore, mosso dall’amore per lui, affidando a lui e alla sua misericordia il giudizio sul proprio operato. Per chi ama basta amare e non c’è attesa di riconoscimento! Ciò che si fa per il Signore, si fa gratuitamente e bene, per amore e nella libertà, non per conquistare un merito o per avere un premio… Purtroppo oggi nella vita ecclesiale i premi, i meriti vengono dati da se stessi, a se stessi e non si aspetta qualcosa da Dio, il Signore!

suor Forcades continua le sue battaglie dentro e fuori della chiesa

suor Forcades

con papa Francesco nella chiesa “le persone che parlano dell’unione omosessuale come benedetta da Dio hanno smesso di essere perseguitate”

 

il volto del cristianesimo del terzo millennio secondo E. Bianchi

il giudizio di Dio sulle nostre omissioni

di Enzo Bianchi
in “Vita pastorale” dell’ottobre 2019

C’è una domanda che spesso mi viene rivolta e che anch’io pongo con frequenza a me stesso: noi, cristiani di oggi, all’inizio del terzo millennio come ci descriviamo? Come vogliamo vivere, da cristiani, in questa società dell’Europa occidentale multireligiosa e multiculturale? Innanzitutto, non dovremmo dimenticare che il primo nome dato ai discepoli di Gesù dopo la Pentecoste è stato “i credenti” (At 5,14). I discepoli e le discepole di Gesù furono chiamati così a causa della specificità della loro fede, della differenza tra la loro fede, il cui iniziatore era Gesù, e la fede giudaica. C’è una semplicità della fede cristiana che dobbiamo saper assumere, soprattutto in questo tempo in cui il cristianesimo rischia d’essere posto in concorrenza cori le altre religioni, in primo luogo con i monoteismi, quindi con le varie spiritualità presenti nella nostra società. La nostra fede deve insistere sull’evidenza che «Dio nessuno l’ha mai visto», «nessuno l’ha mai contemplato», e che Gesù di Nazaret l’ha rivelato e raccontato a noi con la sua stessa vita umana, le sue parole, le sue azioni, i suoi sentimenti. La singolarità della fede cristiana sta tutta in questa “umanizzazione di Dio”, che s’è fatto uomo, carne, cioè corpo, respiro, sensibilità, libertà, parola e gesto. Dio s’è fatto veramente uomo! La fede cristiana deve confessare, oggi più che mai, l’umanità di Gesù Cristo come carne di Dio. Per la maggioranza delle persone Dio è oggi un’espressione ambigua. Di fronte alla questione “Dio” c’è indifferenza. E, da parte delle nuove generazioni, addirittura diffidenza. Perché Dio è spesso assimilato all’intolleranza e all’integralismo religioso. Ebbene, noi cristiani, consapevoli dell’idolatria sempre possibile nelle immagini di Dio, aderiamo a Gesù quale «immagine del Dio invisibile». Sappiamo che solo attraverso Gesù andiamo a Dio, e che solo vedendo Gesù possiamo vedere il Padre. Dio s’è fatto uomo, e nell’umanità vissuta da Gesù s’è fatto conoscere a noi. Gesù ha rivelato Dio perché è stato umanissimo. Nella sua vita umana ha tracciato i cammini che ci portano a Dio e, nello stesso tempo, all’umanizzazione autentica. In virtù della rivelazione di Dio fatta da Gesù, la nostra fede confessa che «Dio è amore, carità». Da questa fede-fiducia nasce l’amore che noi cristiani dovremmo vivere in mezzo agli altri uomini e donne. È significativo che Gesù non abbia mai cercato un riconoscimento della sua missione e, di conseguenza, della missione dei discepoli, ma abbia offerto un criterio molto semplice: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Non basta invocare il Signore, non basta ascoltare la sua parola né mangiare e bere con lui per essere cristiani. Occorre vivere l’amore, la carità, come Gesù stesso l’ha vissuta “fino all’estremo”, fino al dono della propria vita a servizio degli altri. Proprio per questo il giudizio finale su tutta l’umanità di ogni terra e di ogni tempo sarà fondato sulle relazioni che ciascuno avrà vissuto con gli altri. Gesù non ci ammonisce su un giudizio che riguarda le nostre debolezze e fragilità di uomini e donne, ma sulle nostre omissioni quando incontriamo l’altro, in particolare il bisognoso: l’affamato, l’assetato, lo straniero, il povero, il malato, il carcerato (cf Mt 25,31-46). Ciò che è chiesto al cristiano è di incontrare l’altro in quanto essere umano come lui, ascoltandolo fino a discernere il suo bisogno, la sua sofferenza. Fino a prendersene cura, all’insegna della gratuità. Questa carità vissuta esprime la verità dell’appartenenza a Cristo e richiede che i cristiani sappiano dare una forma politica alla solidarietà, all’uguaglianza, alla giustizia. Occorre un’opzione personale e preferenziale per i bisognosi, ma guai se i cristiani non sapessero assumersi responsabilità nella polis e restassero afoni nella società! Nella nostra Europa siamo sempre più testimoni che i cristiani, la cui carità personale non viene meno, restano però incapaci di far sentire con efficacia la loro presenza di fronte alla costruzione di muri e barriere alle frontiere degli Stati. Incapaci di opporsi alla moltiplicazione degli egoismi nazionali, che non sanno governare le migrazioni e negano l’accoglienza a chi fugge la fame, la violenza, le guerre, e cerca semplicemente una vita più umana.
Si tratta di manifestare, innanzitutto con la vita, che l’amore è un dono gratuito, e che può essere vissuto in questo mondo. E tutto ciò fino all’amore del non amabile, fino all’amore del nemico, sempre sull’esempio di Gesù. Un messaggio eloquente per tutti. Infine, la nostra condizione di cristiani ci chiede di rispondere a un’ultima domanda, che formulo parafrasando le parole di Immanuel Kant: «Che cosa la nostra fede e il nostro amore vissuto ci permettono di sperare?». Viviamo in un tempo segnato dalla presenza di molte paure, che hanno spento le grandi speranze delle ideologie e delle utopie secolarizzate; un tempo che è posto sovente sotto il segno della crisi e, a volte, letto come “tempo della fine”. Non è un caso che papa Francesco chieda con insistenza di combattere e vincere le paure, come antidoto al rinchiudersi in un orizzonte individualistico, in un vortice di egoismo. Il cristiano subisce oggi la tentazione di rifugiarsi in una spiritualità seducente, che appare accattivante ed efficace. Una spiritualità che consiste nel presentare la salvezza come “benessere individuale”. Si propone un deismo etico-terapeutico, che cerca armonia e benessere quotidiano e sazia il bisogno di conforto interiore. In questa spiritualità il primato viene accordato a un dioenergia, all’offerta di un moralismo dettato dall’antropologia, alla salvezza come pace interiore. Si assiste al trionfo di una speranza terapeutica: l’unica salvezza che si attende e si persegue è la salute, la guarigione e, più in profondità, tutto ciò che coincide con l’interesse momentaneo dell’individuo. Non sembra, dunque, esserci più spazio né per la grazia, cioè per l’amore preveniente di Dio, né per una speranza che sia speranza per tutti. Ma ricordiamolo bene: la speranza cristiana è quella del Vangelo, della buona notizia. Ed è speranza di liberazione, innanzitutto, dalla morte. Qui si evidenzia la timidezza dei cristiani, che non riescono ad affermare che proprio la vittoria sulla morte è lo specifico della loro fede. Di più, se la vita di Gesù è stata “vita salvata” dalla forma e dallo stile del suo vivere; se la sua pratica di umanità sapeva destare fiducia e speranza, allora ancora oggi per il cristiano è possibile conoscere la speranza di una vita che trovi una ragione per essere vissuta e donata. Ed è a partire da questa prassi quotidiana che si può giungere a sperare con tutti e per tutti.

Occorre un’opzione preferenziale e personale per i bisognosi, ma guai se i cristiani restassero afoni nella società

Come vogliamo vivere da cristiani in questa società dell’Europa occidentale che è multireligiosa e multiculturale? La carità vissuta richiede che i cristiani sappiano dare anche una forma politica alla solidarietà, all’uguaglianza e alla giustizia

Al cristiano è chiesto d’incontrare l’altro, fino a prendersene cura all’insegna della totale gratuità

migranti – quante bugie su di loro per le nostre paure rispettabili ma indotte

invasione di migranti?

aumento della criminalità?

bugie dovute al nostro analfabetismo funzionale

gli immigrati sono il 7 per cento della popolazione, ma per gli italiani sono oltre il 25. Inoltre pensiamo che i clandestini siano più dei regolari, mentre sono meno del 10 per cento. E non c’è nessuna invasione

Davanti a uno specchio deformato, anche la più bella delle principesse si vede imbruttita. I bambini si spaventano se si specchiano alle giostre, nel baraccone degli specchi che ingigantiscono, rimpiccioliscono, deformano.

L’Italia, nel riflesso che ne hanno gli italiani, è una principessa imbruttita, arrabbiata, timorosa del futuro, sterilmente orfana o nostalgica di passato, anche perchè gli specchi non hanno memoria. Colpa degli italiani o degli specchi? Colpa dell’ignoranza diffusa o di un’informazione distorta? Colpa dei social che deformano ancora di più una realtà già approssimativa e deformata dai media? O colpa di entrambi, con il condimento di una classe politica che gli specchi sovente li deforma a proprio effimero vantaggio, anche perchè due o tre specchi deformati non fanno uno specchio vero?

In attesa di cambiare specchi o trovare responsabili, basta dare un’occhiata ad alcuni dati di realtà percepita e di realtà reale o realistica (si perdoni la reiterazione), per scoprire come gli specchi deformati siano diventati un riferimento quotidiano delle nostre emozioni/percezioni e quindi influenzino i nostri comportamenti e sempre più le nostre scelte, comprese quelle politiche. In fondo, anche il successo di Matteo Salvini si può spiegare così : lo specchio deformato diventa il riflesso delle parole in libertà, dei barriti xenofobi e sovranisti, della macchina del consenso.
Prendiamo ad esempio i temi più cari al Capitano spiaggiato: sicurezza e migrazioni. Per la stragrande maggioranza degli italiani (64 per cento) gli omicidi sono aumentati negli ultimi vent’anni, mentre invece sono calati in modo vertiginoso  

Prendiamo ad esempio i temi più cari al Capitano spiaggiato: sicurezza e migrazioni.

Per la stragrande maggioranza degli italiani (64 per cento) gli omicidi sono aumentati negli ultimi vent’anni, mentre invece sono calati in modo vertiginoso. Dati ufficiali dimostrano inoltre che omicidi di natura mafiosa, rapine e atti di criminalità sono sostanzialmente diminuiti. In Italia nel 2016 si sono registrati la metà degli omicidi che nella sola città di Chicago. La percezione dell’insicurezza è un fenomeno diffuso in tutte le società occidentali e in particolare in Europa con punte di «deformazione» maggiore proprio in Italia, ma tutti i dati dimostrano una fortissima inversione di tendenza negli ultimi decenni, per non parlare rispetto all’ultimo secolo.
Analoghe considerazioni valgono per i migranti. Gli immigrati sono il 7 per cento della popolazione, ma per gli italiani sono oltre il 25 per cento. Inoltre gli italiani pensano che i clandestini siano più dei regolari, mentre sono meno del 10 per cento. Lo stesso, tra parentesi, si può considerare per il tema dell’invasione che non c’è: gli sbarchi, anche prima della parentesi salviniana al governo, sono complessivamente diminuiti.
Un attento studioso della realtà italiana, Nando Pagnoncelli, presidente dell’Ipsos, racconta che per gli italiani la disoccupazione raggiunge punte del 50 per cento, mentre il tasso reale è del 12 per cento.

Gli italiani si vedono vecchi e impoveriti, quando il Paese resta comunque fra le prime dieci potenze industriali, oltre ad essere fra i più amati e ammirati al mondo per le sue bellezze, la sua arte, il suo stile di vita, la sua gastronomia, la sua umanità, nonostante i crescenti episodi di intolleranza e razzismo

Secondo Pagnoncelli una delle cause della distorsione della realtà è il cosiddetto «analfabetismo funzionale». La metà della popolazione adulta ha un livello d’istruzione molto basso, i laureati sono solo il 14 per cento

E’ possibile, secondo Pagnoncelli, che una delle cause della distorsione della realtà sia il cosiddetto « analfabetismo funzionale ». La metà della popolazione adulta ha un livello d’istruzione molto basso, i laureati sono solo il 14 per cento (media di gran lunga inferiore al resto d’Europa), e secondo diversi indicatori un terzo della popolazione non è completamente in grado di valutare testi scritti e raggiungere un livello di conoscenza e informazione tale da potersi formare proprie opinioni.

In questo quadro deformato e deformante, i media e la politica sembrano sguazzare, anzichè contribuire a invertire la tendenza. Non si tratta di fare pedagogia, ma almeno di informare in modo corretto, di mettere a confronto fatti e dati, di relazionare i nostri problemi a quelli degli altri. Finiremmo così per scoprire che in Italia in fin dei conti si vive meglio che altrove, nonostante innegabili problemi strutturali, economici, sociali. I media italiani, molto più che i media stranieri, tendono invece ad essere ansiogeni, a dare risalto a fatti di cronaca nera molto più che all’estero, a raccontare la politica quasi sempre con una terminologia che richiama scontri, vendette, sfide all’ultimo sangue e che si rispecchia nella realtà deformata e urlata dei talk show.

Nessuno spera che uno specchio magico ci dica chi è la più bella del reame, ma una più consapevole percezione di noi stessi aiterebbe a vederci come siamo, ogni mattina, come quando passiamo al trucco o alla rasatura.

un nuovo sessantotto? forse sì, era l’ora, benvenuto!

è nato un nuovo Sessantotto

 

di Norma Rangeri

questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali

In modo travolgente e libero, un’onda giovanissima ha invaso pacificamente le piazze, in Italia e nel mondo, facendoci assistere a qualcosa di nuovo. Slogan tipo «abbiamo l’acqua alla gola» spiegano bene la sensazione da ultima spiaggia che viene denunciata perché il possibile infarto del Pianeta invia segnali pressanti di apocalittiche distruzioni.
E se siamo con l’acqua alla gola il tema merita di essere messo al centro della politica del futuro come l’unica alternativa.
La giovane Greta è il volto di una ragazzina svedese che è riuscita a dare un clamoroso fischio di avvio alla battaglia di un movimento che nasce nelle democrazie occidentali, come quello del ’68 del secolo scorso, con cui ha in comune l’estensione, i luoghi della partecipazione giovanile, la grande capacità di mobilitazione, la forza unificante degli slogan, l’idiosincrasia da parte degli adulti.
Le diversità invece sono generazionali (i teenagers oggi gli universitari ieri), politiche (non vengono presi di mira i governi reazionari ma tutti i governi incapaci di affrontare i temi ambientali), ideologiche (nel ’68 venivano acclamati i personaggi simbolo delle lotte di classe, oggi c’è una ragazzina con grandi capacità comunicative). E mediatiche. Anzi, forse questa è la differenza più forte con il passato. La potenza della rete mette insieme proposte, idee, iniziative in brevissimo tempo riescono a mobilitare milioni di persone.
I ragazzi che contestavano 50anni fa avevano contro i governi e la repressione, volevano scardinare il potere (baronale, politico, aziendale), i ragazzi che protestano adesso sanno invece che le controparti non possono restare indifferenti nei confronti di chi lotta per salvare il Pianeta. I veri nemici saranno dunque le grandi potenze mondiali, le multinazionali, incapaci di trovare alternative all’attuale modello di crescita economica.
Questi ragazzi sanno benissimo cosa significa fermare la corsa verso la distruzione dell’ambiente, sanno cosa dice la scienza e sono forse gli unici che prendono sul serio le Conferenze sul clima, gli studi internazionali sui rischi che corre il mondo in cui si troveranno a vivere nel 2050, quando nemmeno trentenni avranno davanti scenari assai più foschi dei nostri.
La straordinaria forza delle manifestazioni interpella un governo appena nato che dovrebbe saper corrispondere alla domanda politica delle giovani generazioni, le prime a essere penalizzate, sotto ogni aspetto, rispetto alla generazione precedente. Non sarà facile per l’arretratezza culturale del nostro paese, a cui ha contribuito anche una sinistra novecentesca che storicamente, nella battaglia per un altro modello di sviluppo, non ha mai affrontato la questione ecologica. Se ne sono accorti tutti quando è esplosa la tragedia dell’Ilva di Taranto, quando la contraddizione tra lavoro e salute ha messo in evidenza la ruggine della vecchia cassetta degli attrezzi.
A questo punto non importa da dove si comincia dal momento che c’è assai poco da conservare e molto da cambiare. Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali. La battaglia in difesa della Terra presuppone nuovi modelli produttivi, nuovi comportamenti individuali e collettivi, nuovi protagonisti sociali, nuovi obiettivi. E prima lo capiamo meglio sarà.
C’è un altro aspetto, in questo caso di palese disinformazione, sugli scioperi per il clima, quando si imputa la dimenticanza dei popoli più poveri del Pianeta.
Come se non fosse abbastanza chiaro che i paesi saccheggiati dalle loro materie prime, spesso con la forza delle guerre, sono le prime vittime di un’economia rovinosa per territori e persone.
Questo impetuoso movimento arriva in un momento di passaggio anche per le sorti di una Unione europea che con le sue ricette economiche è riuscita a creare disuguaglianze crescenti e con la sua scarsa lungimiranza sulle politiche migratorie ha gonfiato le vele delle destre xenofobe. E induce alla speranza il fatto che già un’altra Europa è in prima fila, in un continente forte di una presenza storica di un movimento ecologista, sempre più popolare anche a livello elettorale

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