i partigiani della resistenza rom e sinti, una storia poco nota

la storia segreta dei partigiani rom e sinti

di Giulia Boero in “la Repubblica” del 22 aprile 2024

C’è una storia poco nota. Di giovani rom e sinti, partigiani della Resistenza. Dimenticati, non riconosciuti. Tenuti ai margini, anche dopo la Liberazione e nella democrazia restaurata. Di loro restano i ricordi narrati dagli eredi. Di loro, ne sopravvive soltanto una. Erasma Pevarello è l’ultima staffetta sinta rimasta. Novantasei anni, conosciuta con il nome di Vincenzina, oggi vive nella camera da letto della sua roulotte a pochi chilometri da Castelfranco Veneto, in un piccolo campo fatto di qualche casa mobile, verande di legno e molta tranquillità. Aveva 17 anni quando nel 1944, incinta del suo primo marito – Renato Zulin Mastini, anche lui partigiano sinto – scappò dai soldati fascisti, mentre lui veniva catturato. «Mi buttai in un fosso ricoprendomi di foglie secche. Prima di scappare, un fascista che chiamavano gamba di legno mi colpì nel fianco con il calcio del fucile. Sento ancora quel dolore, non è mai passato del tutto». Mirka è l’unica figlia di quell’unione. Nata in carovana al chiaro di candela, mentre fuori igagi (i non-rom) mitragliavano la kumpania delle famiglie sinte itineranti. Oggi ha ottant’anni. Apre la porta della roulotte, attraversata a metà pomeriggio da fitti raggi di luce invernale. Fa segno di entrare con la mano, Erasma aspetta seduta sul letto. È la sola rimasta tra quindici fratelli: «La radice della stirpe dei Pevarello» dice di sé sorridendo. Famiglia dedita allo “spettacolo viaggiante”, di artisti e saltimbanchi, suonatori di violino e partigiani. Racconta, fa un salto indietro nel tempo. Erasma cercherà invano il marito per giorni. A piedi, un comando di polizia alla volta. Da Vicenza a Padova e ritorno. Verrà fermata da un uomo coperto in volto: «Mi mise qualcosa in mano e mi chiese di andare a San Giorgio. Lì, all’altezza del campanile, avrei trovato qualcuno a cui consegnare ciò che mi aveva dato. E lo feci». Una storia che si ripeterà più volte. «Avevo paura, fare la staffetta era pericoloso. Se i fascisti mi avessero trovato, sarei stata la prima a essere uccisa. Ancora oggi non so dire perché l’abbia fatto. Sentivo solo che era la cosagiusta, che dovevo». Renato Mastini verrà fatto prigioniero nel carcere di Camposampiero, vicino a Padova. Fucilato l’11 novembre di quell’anno durante “l’eccidio del Ponte dei marmi”.

Sinto tra i “dieci martiri di Vicenza”, come sinti erano Walter Catternato, Lino Festini e Silvio Paina. Anche loro musicisti, circensi, giostrai. Un impegno partigiano comune a molte famiglie rom e sinte italiane che i discendenti tengono a rivendicare. Il contributo delle comunità romanès alla resistenza al nazifascismo assunse diverse forme. Staffette e combattenti attivi, scappati soprattutto dai campi di concentramento italiani dopo l’armistizio dell’ 8 settembre 1943. Uniti aiciriklè ( i passeri, i partigiani), dopo aver trovato rifugio nelle campagne e sulle montagne. Costretti alla macchia nei boschi contro i fascisti, ikashtengere , quelli con il manganello. Per molti era un modo per non essere catturati di nuovo e deportati in Germania. Altri speravano di liberare i propri familiari ancora prigionieri. Per alcuni era il modo di contribuire alla liberazione d’Italia e partecipare alla costruzione di uno stato democratico. Tutti combattevano per imulé ,i propri morti. I partigiani erano gli unici a garantire loro protezione. Nessuno conosceva i luoghi meglio dei sinti. Nessuno meglio di loro sapeva orientarsi senza mappe, bussole o cartine. Spesso staffette, perché in grado di correre più velocemente di chiunque altro (come Osiride Tarzan Pevarello, fratello di Erasma, scelto da Tina Anselmi, partigiana con il nome di Gabriella). In questa storia sommersa, soltanto uno negli anni ’80 riceverà dal presidente Pertini, suo compagno d’armi, il Diploma d’Onore di Combattente per la Libertà d’Italia: Amilcare Taro Debar. Prima come vedetta, corriere e addetto all’approvvigionamento di armi nel cuneese. Poi, combattente attivo nelle Langhe con il nome di Corsaro, contribuendo alla liberazione di Torino nel ’45. C’erano i partigiani sinti e c’era l’intera comunità, le storie di chi durante la guerra venne considerato “inferiore” alla razza ariana, gli Untermenschen. Si stima che tra il ’40 e il ’43 furono deportati nei campi di sterminio più di mezzo milione tra rom e sinti europei. Accusati di «comportamenti antinazionali» e «implicazioni in gravi reati». Segnalati come «asociali» o «vagabondi» e quindi difficili oggi da individuare nelle liste dei deportati. «Eterni randagi privi di senso morale e socialmente pericolosi» verranno etichettati sulla rivista La difesa della razza . Dei 25 mila rom presenti in Italia tra gli anni ’20 e gli anni ’30, circa seimila vennero internati nei campi di reclusione italiani. Lo chiamano Samudaripen (tutti morti) o Porrajmos (grande divoramento). Un genocidio ancora oggi non riconosciuto, nemmeno nella legge del 2000 che istituì la Giornata della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto. La famiglia Lucchesi vive a due passi da Reggio Emilia. Giostrai, anche in tempo di guerra. Seduti attorno al tavolo della loro roulotte, i fratelli Massimo, Bruno (Cino) e Ivos (Popunino) raccontano tessere della vita del padre Fioravante. Partigiano a 16 anni, il più giovane d’Italia tra i sinti. «Era contento del contributo dato da combattente per la Resistenza. Ma tornato dalla guerra si svegliava di notte, impugnava la scopa o quello che trovava come se volesse sparare. Una volta ci buttò giù dal letto, in mezzo alla neve. Avevaancora paura». «La guerra che facevano all’epoca non ci apparteneva», spiega Manolo De Bar, sfogliando alcune foto di famiglia. «Oggi farei la stessa scelta di mio nonno Armando, a cui diedero del disertore. Non porterei quella divisa ». Manolo e suo fratello Johnny sono i figli di Giacomo Gnugo De Bar, sinto di professione saltimbanco come amava definirsi. Rinchiuso da bambino nel campo di Prignano sulla Secchia, nel modenese. Ma sono anche i discendenti dei Leoni di Breda Solini, battaglione sinto attivo al confine tra l’Emilia e la Lombardia. Considerati eroi, per il fatto di usare la violenza solo se necessario. Il disinteresse per la deportazione di rom e sinti, e per la loro presenza nella Resistenza, fu culturale e istituzionale. Durò decenni e le loro testimonianze (per la maggior parte orali) non vennero ascoltate. Quello che rimane è una «conoscenza “mutilata” di nomi e azioni di molti partigiani rom e sinti rimasti sconosciuti » scrive Angelo Arlati inRom e sinti nella resistenza europea (Upre). Una condizione che resta di esclusione. «La nostra cultura è parte del tessuto italiano ben prima che l’Italia esistesse come concetto» sottolinea Santino Spinelli, musicista, docente, autore di Le verità negate(Meltemi). «Siamo ancora condannati a nascondere la nostra differenza culturale. Dopo ottant’anni per i rom è cambiato poco o niente». Nemmeno per chi, come Virgilio De Bar (fratello di Armando) riuscirà a tornare dopo essere stato deportato ad Auschwitz, con la colpa di essere sinto. Lavoratore di giorno, saltimbanco per il divertimento dei nazisti la sera. Soprannominato “uomo- gomma”. Segnato per sempre dall’esperienza del campo di concentramento. A casa tornerà a fare il giostraio. A volte, ubriaco, si travestirà da Hitler. Per raccontare, finto nazista tra i luna park, la sua storia. Quella di un popolo tenuto in disparte, non solo ieri. In questa vicenda sommersa, solo uno negli anni ’80 riceverà dal presidente Pertini il Diploma d’Onore di Combattente

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il commento al vangelo della domenica

DISARMATO AMORE
il commento di E. Ronchi al vangelo della quarta domenica di pasqua
Gv 10,11-18
Io sono il pastore buono: il titolo più disarmante e disarmato che Gesù dà a se stesso. Eppure pieno di coraggio, contro lupi e predatori.
In che cosa consiste la sua bontà? Nell’essere pastore mite, gentile, paziente, delicato? No, per ben 5 volte il vangelo oggi lo spiega con il gesto di dare, offrire, donare, porre in gioco la propria vita.
Il lavoro di Dio è offrire vita, alimentare la vita del gregge. Un Dio pastore che non chiede, ma offre; che non prende niente e dona tutto; non toglie vita, offre la sua anche a coloro che gliela tolgono. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre. Non un comando ma “il” comando, l’unico, l’essenziale.
Io sono il pastore bello, dice il testo originario. E noi capiamo che ‘bellezza’ è un nome di Dio; non estetica ma forza di seduzione; forza che crea ogni comunione.
«Il mercenario vede venire il lupo e fugge perché non gli importa delle pecore».
Al pecoraio salariato Gesù oppone parole che amo e che sorreggono la mia fede: “a me, pastore vero, le pecore importano, tutte, l’una e le novantanove”.
A ciascuno ripete: tu mi importi. Verbo bellissimo: importare, essere importanti per Dio!
Signore, non ti importa che moriamo? Gridano li apostoli spaventati dalla tempesta. E il Signore risponde placando il mare, sgridando il vento, per dire: Sì, mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante. Non temere!
Lo ripete a ciascuno: mi importano i passeri del cielo ma tu vali di più. Mi importano i gigli del campo ma tu conti più di tutti i gigli del mondo.
Ti ho contato i capelli in capo, e tutta la paura che ti oscura il cuore.
Per te do la mia vita. E non so domandare migliore avventura.
A questo ci aggrappiamo, anche quando non capiamo, soffrendo per l’assenza di Dio, o turbati per il suo silenzio.
Il comandamento che impariamo dal pastore bello è che la vita è dono. “Dare vita” significa contagiare d’amore, libertà e coraggio chi avvicini, di vitalità ed energia chi incontri. Significa trasmettere le cose che ti fanno vivere, che fanno lieta, generosa e forte la tua vita, bella la tua fede, contagiosi i motivi della tua gioia.
Se non dai vita attorno a te, entri nella malattia. Se non dai amore, un’ombra invecchia il cuore.
Che cosa ha rivelato Gesù ai suoi? Non una dottrina, ma il racconto della tenerezza ostinata e mai arresa di Dio. E di questo Dio io mi fido, a lui mi affido, credo in lui come un bambino, mi metto nelle sue mani e gli affido tutti gli agnellini del mondo.
Nel fazzoletto di terra che abitiamo, anche noi, pastori tutti di un pur minimo gregge, siamo chiamati a diventare racconto della tenerezza di Dio, della sua combattiva tenerezza.
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il commento al vangelo della domenica

LE PORTE CHIUSE DI GESU’
il commento di E. Ronchi al angelo della seconda domenica di pasqua
La sera di quel giorno mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Tommaso, uno dei Dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo il segno dei chiodi io non credo». (…)
Gv 20,19-31
Aria di paura in quella casa.
Paura dei Giudei ma anche e soprattutto paura di se stessi, della propria viltà nella notte del tradimento.
Venne Gesù a porte chiuse.
La sua prima venuta sembra senza effetto, e otto giorni dopo tutto è come prima.
Eppure lui è di nuovo lì, ad aprire le porte della paura nonostante i cuori inaffidabili: venne Gesù e stette in mezzo a loro.
Secoli dopo è ancora qui, irremovibile davanti alle mie porte chiuse.
La fede non è nata dal ricordo del Risorto. Il ricordo non basta a rendere viva una persona, al massimo può far nascere una scuola. La Chiesa è nata da una presenza, e non da una rievocazione: “e stette in mezzo a loro”.
Il Vangelo parla di ferite che Gesù non nasconde, che a Tommaso quasi esibisce: il foro dei chiodi, toccalo! Il costato, puoi entrarci con la mano!
Piaghe che non ci saremmo aspettati, convinti che la risurrezione avrebbe rimarginato, cancellato per sempre il dolore del venerdì santo.
E invece no.
Perché la Pasqua non è il superamento festoso della Passione, ne è la continuazione, il frutto maturo, la conseguenza.
Le piaghe restano, per sempre. Ed è proprio a causa di quelle che Cristo è risorto.
L’amore ha scritto la sua storia sul corpo del Nazareno con la scrittura delle ferite, indelebili, come l’amore. Dalle piaghe non sgorga più sangue ma luce, le ferite non sfigurano ma trasfigurano.
Allora capiamo che proprio attraverso i colpi duri della vita diventiamo capaci di aiutare altri attraversando le stesse tempeste, nella condivisione.
La nostra debolezza, come quella di Pietro, dei discepoli, di Maddalena, non è un ostacolo, ma una risorsa per meglio seguire il Signore. La debolezza non è più un limite, perché nonostante i nostri dubbi si trasfigura in un’opportunità da cogliere.
Per tre volte il Vangelo parla di pace donata da Gesù.
Ed è a questa esperienza di pace che Tommaso alla fine si arrende, e neppure sappiamo se abbia toccato o meno il corpo del Risorto.
Si arrende non al toccare, non ai suoi sensi, ma alla pace, passando dall’incredulità all’estasi, si arrende a questa parola che da otto giorni lo accompagna e che ora dilaga: Pace a voi!
La pace è una voce silenziosa, non grida, non si impone, si propone, come il Risorto; con piccoli segni umili, un brivido nell’anima, una gioia che cresce, sogni senza più lacrime. E ad essa ci consegniamo anche se appare come poca cosa, perché «se in noi non c’è pace non daremo pace, se in noi non è ordine non creeremo ordine» (G.Vannucci).
Non un augurio, ma una certezza: la pace è qui, è in voi, è iniziata.
Cerca aiuto per scendere su ogni cuore stanco, sulle nostre guerre, su ogni storia di dubbi e sconfitte.
Scende come benedizione gioiosa, immeritata e felice che mi spinge a osare di più; così inizia la mia sequela, la mia porta che si spalanca al rischio di essere felice.
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con Gesù cambia il concetto di ‘sacro’

a proposito del sacro

di Enzo Bianchi

in “www.ilblogdienzobianchi.it” del 21 marzo 2024

cercare e fissare il sacro in un oggetto, in uno spazio, è fare un passo verso l’idolatria. È cercare Dio dove non c’è!

Il sacro, il sacro tanto invocato oggi nella chiesa! Ma il sacro a cui si fa riferimento è ancora quello dell’Antico Testamento e delle religioni, è il sacro che sta nello spazio del tempio, del culto, dei sacrifici. Gesù invece ci ha rivelato che il sacro sta al cuore della vita degli uomini, sta nelle relazioni con gli altri. Il sacro non è più ciò che appartiene a un luogo sacro come il tempio, che è inviolabile, intangibile e suscita timore. Per Gesù il sacro, il luogo della presenza di Dio, non è più né il tempio né il sacrificio, né l’olocausto, né il sabato, ma è lo spazio delle nostre relazioni, là dove un volto incrocia un volto, una mano è tesa alla mano, una guancia si offre alla guancia. È l’incontro tra i corpi che sono anche anima e spirito. Per questo Gesù mostra con le sue parole e con i suoi gesti che ormai è lui la dimora di Dio e che attraverso le relazioni umane questo corpo di Cristo può accrescersi nella storia perché ogni cristiano diventa corpo di Cristo, diventa dimora di Dio, tempio dello Spirito santo. Cercare e fissare il sacro in un oggetto, in uno spazio, è fare un passo verso l’idolatria. È cercare Dio dove non c’è! È cercare la sua immagine dove lui non l’ha deposta perché l’ha fissata soltanto negli umani, nell’uomo e nella donna creati a sua immagine e a sua somiglianza. Certi spazi, come lo spazio della chiesa, certi oggetti richiedono rispetto, devono essere riconosciuti con un vero discernimento, ma non sono “sacro”.

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contro il “si vis pacem para bellum”

“si vis pacem, para pacem”  l’intervento di Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli

Si vis pacem, para pacem | L’intervento di Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli
l’intervento del presidente nazionale Acli, Emiliano Manfredonia, in occasione delle festività pasquali: “Cominciamo a far sentire la nostra voce almeno sulle politiche di disarmo. Richiamiamo la politica al suo compito: le Europee sono l’occasione per far sentire la nostra voce”
Si vis pacem, para pacem. Perché il detto attribuito agli antichi romani, “si vis pacem, para bellum”, è un clamoroso fake. Il senso è più banale di quel che sembra: convincere il popolo che la guerra è il male minore, o che è l’unica alternativa, l’unica speranza. Ma sarebbe meglio dire: “Se vuoi la guerra, preparati ad andarci tu, in prima linea!”. Il conflitto armato è sempre voluto dai vecchi, che mandano a morire, però, i giovani. Viviamo un tempo segnato da conflitti, divisioni, sentimenti nazionalisti, contrapposizioni.Quando abbiamo pensato che la Guerra Fredda risolvesse, almeno, il problema del conflitto armato, non ci siamo accorti che questa, però, ci ha abituati alla paura. Ma la paura non è un sentimento in grado di cronicizzare: la paura è diventata la principale strategia per gestire i mercati economici, per indirizzare gli elettori alle urne, per imporre le proprie idee. Ma noi, verso la paura, vogliamo alzare bandiera bianca: pensiamo alla vita dei nostri giovani, sconvolta dapprima dal terrore del Covid, oggi da quella della guerra. Negli adolescenti la paura sta attivando due meccanismi opposti: il ritiro sociale e le fobie da un lato, il senso di sprezzo del pericolo dall’altro, per quelli che pensano di non aver più nulla da perdere, dato il clima di terrore a cui li abbiamo abituati.

Spesso diciamo di essere nati nel periodo di pace più lungo della storia, ma questo significa non vedere che la Guerra Fredda, in questi anni, non ha affatto evitato decine di sanguinosi conflitti in diverse parti del mondo. La pace che viviamo è una “pace negativa”, cioè una parentesi di apparente tranquillità che ci ha preparato al prossimo conflitto. La contaminazione dei germi di guerra, prima o poi, prenderà il sopravvento. Vogliamo dire, allora, che è giunto il momento di alzare bandiera bianca, per una pace vera. Sfortunatamente la pace è oggetto del “politically correct” per eccellenza. Affermare i valori pacifisti ci fa stare dalla parte giusta, certo, ma non ci fa fare nemmeno un passo verso l’effettiva conquista di una condizione di pace stabile e duratura.

Noi non siamo utopisti e quindi non vogliamo affidarci al buon cuore degli uomini. No, anche la pace, come la guerra, si può ottenere per via impositiva. Come? Solo chi ha il potere di governo sui popoli e le nazioni può imporre la pace e usare sistemi nuovi per regolare i conflitti sociali e tra Stati. Fare la pace richiede sforzi e sofferenza, forse quanto la guerra: perché, allora, preferire la seconda? Non possiamo restare in silenzio di fronte alla dichiarazione del Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel: chi gli ha dato mandato di pronunciare quelle parole? Senz’altro non ci rappresenta, come Associazione e nemmeno come cittadini europei.

La logica del “prepararsi alla guerra per ottenere la pace” è pericolosa e fallace. Ricordiamo che le stesse parole furono usate dalla nostra Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel 2022, allora semplicemente Presidente di Fratelli D’Italia, al CPAC di Orlando, in Florida: “In politica estera, quando si tratta di difendere interessi strategici e valori fondamentali, una dimostrazione di debolezza non è un’opzione. Gli antichi romani dicevano: ‘Si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace, prepara la guerra’”. Queste dichiarazioni ci preoccupano.

Cominciamo a far sentire la nostra voce almeno sulle politiche di disarmo. Difendiamo la Legge 185/90, che oggi rischia di essere svuotata. Richiamiamo la politica al suo compito: queste elezioni europee sono la nostra occasione per far sentire la nostra voce. Chiediamo direttamente ai candidati e alle candidate la loro posizione sulla guerra e votiamo di conseguenza. La matita dell’urna è l’unica “arma di pace” che abbiamo a nostra disposizione: usiamola.

Emiliano Manfredonia
Presidente nazionale ACLI

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il commento al vangelo della domenica

l’odore della Vita

il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica di pasqua

 

Maria di Màgdala si recò al sepolcro quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (…). Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo giunse per primo al sepolcro. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario. Allora entrò anche l’altro discepolo, e vide e credette.

Giovanni 20,1-9

Se noi tutti formiamo il corpo di Cristo, allora come mi è contemporanea la croce, così lo è anche la Risurrezione. 

Chi vive in lui, è lui com-preso, cioè preso-dentro il suo risorgere.

Pasqua è il tema più arduo e bello di tutta la Bibbia. Arduo perché va contro ogni evidenza, bello perché rotola via i massi dall’imboccatura del cuore.

Pasqua non porta solo la salvezza che ci estrae dalle acque limacciose, ma la redenzione, che è molto di più, che trasforma la debolezza in forza, la maledizione in benedizione, il rinnegamento di Pietro in atto di fede, il mio difetto in energia nuova, la mia fuga in corsa intrepida.

Maria di Magdala esce di casa avvolta nel buio, del cielo e del cuore. Non ha niente tra le mani, non aromi come le altre donne, ma soltanto il suo amore impastato al dolore, che si ribella all’assenza di Gesù.

E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

Nel fresco dell’alba il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente, affacciato sulla primavera. Un sepolcro aperto come il guscio di un seme, che prima di posarsi ha imparato a volare.

Maria corse da Simone e dall’altro discepolo, che Gesù amava… correvano insieme Pietro e Giovanni.

Perché tutti corrono in quel mattino di Pasqua?

Perché tutto ciò che riguarda Gesù non sopporta mezze misure, e si merita tutta la fretta dell’amore, che è sempre in ritardo sulla fame di abbracci. Corrono perché hanno ansia di luce che sia vita.

L’altro discepolo, quello che Gesù amava, corse più veloce. Giovanni arriva prima di Pietro a capire il senso della risurrezione, e a crederci. Il discepolo amato ha «intelletto d’amore» (Dante), l’intelligenza del cuore. Chi ama capisce di più, capisce prima, capisce più a fondo. Infatti i sapienti camminano, i giusti corrono ma gli innamorati volano.

Vide i teli posati là.

Giovanni entrò, vide e credette. Anche di Pietro è detto che vide, ma non che credette. Giovanni crede perché i segni sono eloquenti solo per il cuore che sa leggerli, e il suo brucia la distanza tra Gerusalemme e il giardino, tra i segni e il loro significato, tra i teli posati là e il corpo assente.

È pronto alla fede perché si sa amato: «ti vedrò nell’amore avuto e dato./ Ma se altro è il tuo cielo/ non ti vedrò Signore» (C. Cremonesi).

Il primo segno di Pasqua è il corpo assente. Nella storia umana manca un corpo, per pareggiare il conto degli uccisi. Ma Gesù non è semplicemente il Risorto, non è l’attore di un evento che si è consumato una volta per tutte nel giardino di fronte Gerusalemme. Pasqua non è conclusa. Se noi tutti formiamo il corpo di Cristo, allora come mi è contemporanea la croce, così lo è anche la Risurrezione. Chi vive in lui, è lui com-preso, cioè preso-dentro il suo risorgere.

Pasqua solleva allora questo nostro pianeta di tombe verso un mondo dove il male non vince, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno, dove le piaghe della vita possono distillare luce.

Pasqua: “Il buon profumo di Cristo è odore di vita per la vita” (2 Cor 2,16).

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il commento al vangelo della domenica

L’ABBANDONATO S’ABBANDONA

il commento di E. Ronchi al brano del vangelo della domenica delle Palme:

 Mc 14,1-15,47

Ecco l’uomo! Appare al balcone dell’universo il volto di Gesù intriso di sangue.

Il dolore sotto cui vacilla è quello di tutti noi, lungo le strade contorte della vita, nei sentieri indifesi della storia dell’uomo.

Eccolo, il Figlio di Dio!

Ciò che vediamo non è lo splendore dell’onnipotente, ma il patire di un Dio appassionato. «Dio prima patì e poi si incarnò. Caritas est passio. L’amore è passione e patimento » (Origene). «E chi ama di più si prepari a patire di più» (sant’Agostino).

Un patire che vedo in Lui e nelle donne che osservano da lontano, primo nucleo di timida Chiesa nascente. Guardano Gesù con lo stesso sguardo appassionato con cui Dio guarda l’uomo. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici.

La Chiesa nasce dalla contemplazione del Dio crocifisso. «A farci cristiani non sono i riti, ma il partecipare alla sofferenza di Dio» (Dietrich Bonhoeffer). L’ha capito, insieme con loro, un soldato esperto di morte: “costui era figlio di Dio”.

Cosa ha visto in quella morte di così diverso?

Non dei prodigi, non l’annuncio della risurrezione. L’esperto di morte, in quella morte diversa, ha visto Dio. Un Dio capovolto, che non sacrifica nessuno, sacrifica se stesso, non spezza nessuno, spezza se stesso.

Ha visto che il cuore della passione del Nazareno era una passione per Dio e per l’uomo.

Morire così è cosa solo da Dio, la sua rivelazione.

“Scendi dalla croce!” gridavano. Ma se scende, non è più il nostro Dio, torna a prevalere la solita logica umana che fa vincere il più forte.

E il soldato invece vede oltre; capisce che solo Dio non scende dal legno, che solo Lui si consegna alla Notte passando dall’abbandono di Dio («perché mi hai abbandonato?») all’abbandono a Dio («nelle tue mani…»), rappresentandoci tutti nei nostri dolori.

Vede il supremo potere che si disarma, dando vita e perdono a chi dà la morte, vede la violenza annullata perché presa su di sé.

Ha visto che questa nostra storia partorisce un’altra storia; che questo mondo porta un altro mondo nel grembo.

Io so che non capirò mai la croce, l’uomo non regge questo amore troppo limpido; ma Dio non è venuto perché lo capissimo, ma perché ci aggrappassimo a Lui, alla sua croce, lasciandoci sollevare in alto, nella risurrezione.

La fede è abbandonarsi all’abbandonato amore.

E noi qui, disorientati e stupiti come le donne, come il centurione, noi sentiamo che nella Croce c’è attrazione, c’è mistero, c’è seduzione e bellezza.

La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, su quella piccola collina, dove il Figlio del Dio infinito si lascia inchiodare a un pezzo di legno, grande appena quanto basta per morirvi.

Come è stato per le donne, anche la mia fede poggia salda sulle mura più forti del mondo: un atto d’amore perfetto.

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il commento al vangelo della domenica

FECONDA SOLITUDINE

il  commento fi E. Ronchi al brano del Vangelo di:

Gv 12, 20-33

“Vogliamo vedere Gesù”. Domanda forte di greci, di giudei, di uomini d’oggi, dell’uomo di sempre. Come rispondere?

Gesù stesso offre le parole e le immagini: chicco di grano, croce, strada. E, sempre, come tela di fondo, la nostra terra, che è il vero cielo di Dio, con i suoi poveri affamati di giustizia, e i figli in ansia di luce.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto”. Frase pericolosa come poche, se capita male, e vedo che l’accento dell’espressione non va a posarsi sul finire o sul morire, ma sul molto frutto… L’interesse del vangelo, l’obiettivo della creazione, è la fecondità. Il seme germoglia chiamato dalla spiga futura, muore alla sua forma ma rinasce in quella di germe, e poi tutto evolve verso più vita: la gemma in fiore, il fiore in frutto, il frutto in pane.

Nel ciclo vitale e in quello spirituale “la vita non è tolta ma trasformata”. Se sei generoso di te, se doni tempo, cuore e intelligenza, come un atleta, uno scienziato o un innamorato al tuo scopo, allora la vita non si ferma e non si perde, ma si moltiplica.

Ognuno di noi è chicco di grano nei solchi della storia, chiamato a fecondità. Grano seminato, lontano dal clamore e dal rumore, nella terra buona della mia famiglia e del mio lavoro, in quella amara delle lacrime senza risposta.

Mi porto dentro un seme di vita che contiene molte più energie di quanto non appaia. Ma le possiede quando le dona.

Allora il fragile chicco muore sì, anche di paura, ma la vita gli si trasforma in una forma più evoluta e potente. “Quello che il bruco chiama fine del mondo tutti gli altri chiamano farfalla” (Lao Tze), perché non striscia più ma vola; muore alla vita di prima per vivere in una forma più alta.

Gloria di Dio è solo la fioritura dell’essere (R. Guardini) e la sua fecondità, e quello che le innesca, il detonatore, è il dono di sé. La chiave di volta che regge il mondo, dal seme a Cristo: non la vittoria del più forte ma il dono. Fino in fondo, fino all’estremo, oltre il limite, come mostra la seconda immagine del dittico di Gesù: la croce.

Quando sarò innalzato attirerò tutti a me. Dalla croce sento erompere un’ attrazione universale, una forza di gravità celeste: lì è l’immagine più pura e più alta che Dio dà di se stesso.

Cosa mi attira del Crocifisso? Che cosa mi seduce? La bellezza dell’atto d’amore! Bello è chi ti ama, bellissimo chi ti ama fino all’estremo. Il crocifisso coperto di sangue e sputi non è bello, ma è la figura di una realtà bella: un amore fino a morirne. La realtà imbruttita di quel corpo straziato, è il riflesso più bello della cosa più bella di Dio, la sua follìa d’amore.

Suprema bellezza è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio del Dio infinito si è lasciato contenere nell’infinitamente piccolo, quel poco di legno e di terra che basta per morire.

«A un Dio umile non ci si abitua mai» (papa Francesco).

 Il Dio di Gesù, un Dio capovolto, scompiglia le nostre immagini ancestrali con un chicco e una croce, l’umile seme e l’estremo abbassamento.

Gesù è così, un chicco di grano che si consuma per nutrire; una croce che già respira di risurrezione.

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il commento al vangelo della domenica

LA MASCHERA DELL’ ANGELO

il vero ateo non è chi non crede, ma chi non ama

il commento di E. Ronchi al vangelo della quarta domenica di quaresima, Anno B

Si è appena spenta la scena irruente di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, e a Gerusalemme capi e gente comune ancora parlano di quel giovane rabbi.

Ora, da quella scena clamorosa e sovversiva, si passa a un vangelo intimo e raccolto.

p. Ermes Ronchi - Commento al Vangelo di domenica 10 Marzo 2024

Nicodemo ha grande stima di Gesù e vuole capire di più, ma non osa compromettersi, così si reca da lui di notte.

La luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno preferito le tenebre. Nicodemo non capisce.  Anch’io non capisco.

Da dove viene questo dramma del preferire le tenebre? Da dove il tremendo fascino del nulla?

So di poter dire, con l’eco che hanno le cose grandi: i tuoi figli, Signore, non sono cattivi, sono fragili, si ingannano facilmente. Preferiscono le tenebre perché l’angelo delle tenebre è menzogna, e si maschera da angelo della luce.

Promette felicità e libertà, e seduce, perché l’uomo va dove il suo cuore gli dice che troverà la felicità.

E che sono inganni / lo so, e tutti e due sappiamo / che non potrò / non ingannarmi ancora (Turoldo).

v. 16. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Siamo al versetto centrale del vangelo di Giovanni, il versetto dello stupore che rinasce ogni volta per parole buone come il miele, tonificanti come una camminata in riva al mare fra spruzzi d’onde e aria buona respirata a pieni polmoni: Dio ha tanto amato il mondo…

Versetto decisivo, centro del vangelo di Giovanni, parole da riassaporare ogni giorno e alle quali aggrapparci forte nell’ultimo passaggio: ha tanto amato da dare suo Figlio.

A queste parole la notte di Nicodemo si illumina. E le nostre notti.

Qui possiamo rinascere. Ogni giorno. Alla fiducia, alla speranza, alla serena pace, alla voglia di amare, di vivere, di custodire e coltivare persone e cose, e ogni più piccolo giardino di Dio.

La rivelazione di Gesù: Dio ha considerato il mondo, ogni uomo, più importante di se stesso.

Per acquistare me ha perduto se stesso. Follia d’amore.

Se Egli ha amato il mondo e non solo noi, il mondo con la sua bellezza fragile, allora anche tu amerai il creato come te stesso, lo amerai come il prossimo tuo: «mio prossimo è tutto ciò che vive» (Gandhi).

Perché il mondo sia salvato: salvare vuol dire conservare, e nulla andrà perduto, non un sospiro, non una lacrima, non un filo d’erba; non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza, nessun gesto di cura per quanto piccolo e nascosto: Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano.

Se potrò alleviare il Dolore di una Vita, o aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel suo nido non avrò vissuto invano. (Emily Dickinson).

Dio ha tanto amato, e noi con Lui siamo chiamati non a salvare il mondo, ma a salvarlo, non a convertire le persone, ma ad amarle.

Se non per sempre, almeno per oggi; se non tanto, almeno un po’. E fare così, perché così fa Dio.

Il vero ateo non è chi non crede, ma chi non ama.

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il commento al vangelo della domenica

“la casa di mio Padre non è un luogo di mercato”

 Gv 2, 13-25

il commento al vangelo della terza domenica di quaresima

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. [14] Trovò nel tempio quelli che vendevano buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. [15] Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, [16] e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”. [17]I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. [18] Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”. [19] Rispose loro Gesù: “Distruggete questo santuario e in tre giorni lo farò risorgere”. [20] Gli dissero allora i Giudei: “Questo santuario è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. [21] Ma egli parlava del santuario del suo corpo. [22] Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. [23] Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. [24] Gesù però non si fidava di loro, perché conosceva tutti [25] e non aveva bisogno che qualcuno testimoniasse sull’uomo, egli infatti sapeva quello che c’è nell’uomo.

L’episodio odierno è raccontato in tutti e quattro i vangeli, ma a differenza dei sinottici, Giovanni non lo colloca a ridosso del racconto della passione di Gesù, bensì all’inizio della sua vita pubblica, ricevendo da questo contesto un senso differente, perché l’intento dell’evangelista è quello di anticipare al lettore gli eventi della passione, morte e resurrezione di Gesù (cfr. vv 19 e 21). La scena si svolge in occasione della salita di Gesù a Gerusalemme per la prima delle tre Pasque che celebrerà durante il suo ministero pubblico. Di fronte allo spettacolo poco edificante e ancor meno religioso del commercio nel cortile del tempio, Gesù agisce con determinazione. Non ci pensa due volte a farsi una frusta (il messia veniva rappresentato con un flagello in mano per castigare i peccatori) e ad attraversare la spianata del tempio come un torrente impetuoso, travolgendo uomini, animali, tavoli, monete. Come un tempo avevano fatto i profeti, Gesù denuncia il culto perverso con un gesto fortemente polemico (Zc 14,21): In quel giorno non vi sarà più mercante nel tempio del Signore” e (Ml 3, 3): “Egli purificherà i figli di Levi, renderà gradite al Signore le offerte testimoniando contro tutti quelli che insozzano la casa del Signore”. Da notare che, a differenza dei sinottici, Gesù scaccia non solo i venditori, ma anche le vittime scelte per i sacrifici, un chiaro riferimento di Giovanni alla nuova e definitiva vittima pasquale, “L’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv1, 29), “il sommo sacerdote di beni futuri” (Eb 9, 11), che offrirà liberamente la sua vita per amore, solo per amore, per la salvezza di tutti gli uomini. Ĕ un gesto forte, dirompente, che interroga ancora oggi tutti i credenti a non fare mercato della fede: Dio non si compra e non si vende, è di tutti. Noi siamo salvi perché ci ama. Gratuitamente. A Lui possiamo offrire solo un sacrificio di lode (Sal 50, 14): “Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti” e amarlo con tutto noi stessi (Os 6,6): “… li ho colpiti per mezzo dei profeti, … poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti”. Gesù richiama dunque al senso profondo del tempio e all’attività fondamentale che vi si deve svolgere: l’ascolto della Parola. Ma fa di più. Diversamente dai sinottici, non definisce il tempio “casa di preghiera”, ma “casa del Padre mio”. Si tratta di un distinguo importante, rivelativo: siamo di fronte a una relazione filiale; difendendo la casa del Padre Gesù difende il suo legame d’amore, l’intimità con Colui che lo ha inviato nel mondo, la sua radice, il suo stesso essere. Del resto, già nel Prologo del vangelo, Gesù è apparso come il luogo in cui risiede la pienezza della gloria di Dio (Gv 1, 14). I discepoli, però, non sono in grado di capire, e il commento dell’evangelista chiarisce che essi sono ancora legati alla figura tradizionale del Messia che doveva purificare le istituzioni, perché il loro ricordo rimanda all’AT, dove la parola “zelo”, era associata particolarmente al profeta Elia (1Re 19, 10.14). Ma Gesù non si presenta come un riformista, non aspira a impadronirsi del tempio né a destituirne le autorità. Con lui sta nascendo una nuova alleanza che prenderà il posto dell’antica, cui il tempio apparteneva. In contrasto con i discepoli, probabilmente sbalorditi, tanto da osservare la scena senza dire una parola, i giudei impegnano Gesù in una controversia. Come altrove nei vangeli (Mc 8,11; Mt 12,38; 16,1; Lc 11,16,29-30), essi si ergono a giudici e gli chiedono un segno prodigioso che li convinca della legittimità della sua azione. Ma il segno proposto da Gesù si pone su un piano completamente diverso: non un prodigio strepitoso, segno di potenza, ma un gesto profetico: Giovanni gioca intenzionalmente sull’ambiguità del verbo “farò risorgere” (in greco eghéiro che significa sia innalzare un edificio, sia far risorgere un morto). Indicando la sua resurrezione, Gesù afferma che avrebbe trasformato il vecchio tempio (hierόn -edificio di pietra) in uno nuovo (naόs – santuario – tempio come presenza) che avrebbe rivelato la sua divinità. Il nuovo tempio-santuario si identifica così con il suo corpo. La dichiarazione di Gesù (v.19): “distruggete questo santuario e in tre giorni lo farò risorgere” è proprio quella che lega il suo gesto provocatorio alla sua morte, perché sarà usata contro di lui dai testimoni del processo davanti al Sinedrio (Mt 26,61). I giudei gli hanno domandato un segno; egli dà loro quello della sua morte e resurrezione. Per Giovanni il nuovo tempio, sempre attuale e duraturo, è il corpo di Cristo risorto dai morti. Il culto dovrà d’ora in poi fare riferimento alla sua persona, luogo di incontro trinitario, casa da abitare e custodire nell’amore. I giudei neanche per un attimo si chiedono se la denuncia di Gesù sia giustificata, continuano a intendere il santuario come edificio, non come luogo della presenza di Dio, senza capire che non è in questione l’esistenza del tempio come luogo di culto, ma la conversione del cuore alla luce di quanto Gesù dirà più avanti nel suo dialogo con la Samaritana (Gv 4, 23-24): “Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. Anche per i discepoli quelle parole di Gesù rimangono incomprensibili. Ma per loro ci sarà la luce della Pasqua, illuminata dal Cristo risorto e guidata dallo Spirito Santo, che li porterà a vedere tutto chiaro. Non a caso l’evangelista usa ancora una volta il verbo “ricordare” già visto nella prima scena. Far ricordare è l’azione ermeneuta dello Spirito Santo, che aprirà le loro menti all’intelligenza delle Scritture e li condurrà alla Verità tutta intera (Gv 16,13). Un’azione che continua nell’oggi delle comunità che ascoltano la Parola del Signore. Con i termini “tempio”, “casa del Padre”, “santuario-presenza”, Giovanni ci ha condotti per mano in un percorso rivelativo che anticipa il termine “dimora”, tema che svilupperà nei discorsi di addio (Gv 14; 15). Sì, perché, grazie al dono della sua vita, Gesù renderà partecipi tutti gli uomini della sua relazione col Padre: (Gv 14, 23): “Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui”. E l’uomo sperimenterà cosa significa essere il santuario di Dio, come dice San Paolo in 1Cor 3,9; 6, 15.19: “Voi siete l’edificio di Dio…Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? … Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi?”. Perché allora, ancora oggi, molti invocano segni per credere? “Vedere” sicuramente suscita entusiasmo, ma per una fede autentica, occorre radicare questo entusiasmo nell’ascolto della Parola. Gesù conosce l’intimo dell’uomo, le sue fragilità e sa distinguere i veri testimoni della Verità, quelli che suscitano il senso di una presenza altra, con la propria vita. Non ci resta che volgere il nostro sguardo al corpo di Cristo innalzato sulla croce, unico vero segno dell’onnipotenza dell’amore di Dio.

Annalisa Comunità Kairόs

Brani di riferimento oltre a quelli già citati: Eb 9; 10, 1-18

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