il commento al vangelo della domenica

SOTTO LE TUE ALI
Mt 10,26-33
il commento di E. Ronchi al vangelo della dodicesima domenica del tempo ordinario
Voi valete più di molti passeri. Voi avete il nido nelle mani di Dio.
Come ogni volta, ecco arrivare l’emozione di immagini che raccontano di un Dio che fa per te ciò che nessuno mai ha fatto, che nessuno farà mai: ti conta i capelli in capo, ama ogni dettaglio, ogni briciola di te.
Non temete, non abbiate timore: perfino i vostri capelli sono contati. Il minimo di te, il niente di un capello, per dire che Qualcuno ti vuole bene fibra su fibra, dettaglio su dettaglio.
Eppure i passeri continuano a cadere, gli innocenti continuano a morire e i bambini si vendono per un soldo, o sono gettati via, abbandonati, appena spiccato il volo. Ma allora, è Dio che fa cadere, che spezza le loro ali? No, il Vangelo non dice questo, letteralmente impiega due parole sole: senza (àneu, nel greco evangelico) il Padre: neppure un passero cadrà a terra senza che il Padre ne sia coinvolto. Dio sarà lì, ci va di mezzo in ogni volo, in ogni croce, in ogni caduta; e chi cade non finirà nel nulla ma dentro il suo abbraccio.
Nessuno muore senza che Lui muoia un po’, nessuno è crocifisso, nessuno è cacciato via, senza che non sia anche lui crocifisso e colpito.
Dio non spezza ali, le guarisce, le rafforza, le ingrandisce…ma noi vorremmo di più: vorremmo non cadere mai, e voli lunghissimi. La fede, però, non è un’assicurazione contro gli infortuni della vita. Dio salva, e tutto sarà conservato. Ogni passero, ogni capello, ogni filo d’erba, ogni bicchiere di acqua fresca, tutto ritroveremo in Dio, nulla andrà perduto.
Non abbiate timore. Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede. «La paura però non passa per Decreto Legge» (C. M. Martini), o per ardimento, passa per una Buona Notizia: nulla di te andrà perduto.
Abbiate paura di chi uccide l’anima, di quelle cose che fanno morire lentamente la vita. «Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso, chi non cammina, chi si ferma» (M. Medeiros). Non abbiate paura di non valere, di non contare, di dover sempre dimostrare qualcosa, perché voi valete: tu vali per Dio, vali molto di più di stormi infiniti di passeri, più di tutti i fiori del campo, più di quanto osavo sperare, molto di più.
L’immagine dei passeri e dei capelli mi riporta direttamente ai più fragili, agli anziani, ammalati, disabili, a quelli che non ce la fanno, che si sentono inutili. Proprio a loro Gesù ripete: Non temere. Anche se la tua vita fosse leggera come quella di un passero o fragile come un capello, tu vali di più. Perché vivi, pensi, sorridi, ami, crei. Non perché hai successo.
“Tu vali e sei importante” non perché produci, ma perché esisti. E nel tuo respiro respira il Signore della vita.
Signore, fammi sentire la tua carezza, come un nido, come un vento che sostiene il volo, che disperde la nebbia. Fammi sentire la tua tenerezza infinita, perché senza di essa l’anima appassisce.
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una riflessione sulla morte del card. Ruini

Addio Camillo Ruini, l’ispiratore della clerico-destra

di Marco Damilano
in “Domani” del 17 giugno 2026

«Se venite a sentire il sottoscritto in parrocchia vedrete che parlo di Dio, Cristo e della vita eterna»,
disse una volta ai giornalisti, per replicare alla critica che lo infastidiva di più: parlare sempre di
politica e mai di Gesù. Una critica che giustamente lo feriva, ma che trovava qualche fondamento
nei suoi discorsi pubblici.
Nella prolusione al VII Forum del progetto culturale del 2 dicembre 2005, per esempio, l’uomo di
Nazareth era stato nominato otto volte accanto allo storico Ernesto Galli della Loggia, suo amico. E
neppure una volta nella relazione di apertura della Settimana sociale dei cattolici italiani di
Bologna, 7 ottobre 2004, dove figuravano Nicholas Negroponte e Giovanni Sartori.
In quel periodo seguivo il cardinale Camillo Ruini nelle chiese romane, in periferia, San Giovanni
Battista in Collatino, Santi Ottavio e Martiri a Casal del Marmo. Dimostrava di conoscere i
problemi del territorio, chiamava i sacerdoti per nome, ma non trasmetteva calore umano, semmai
deferenza.
Ai Santissimi Patroni, alle pendici del Gianicolo, per simboleggiare la costruzione delle nuove
chiese, gli regalarono un mattone. Al raduno dei neo-catecumenali al Circo Massimo, durante il
Giubileo del 2000, lo vidi quasi smarrito nel clima infervorato, cercò nella memoria qualcosa di
intimo da raccontare. «Durante l’adolescenza c’era la guerra e io passai l’estate a casa di mio zio.
Fu un periodo importante, che non dimenticherò mai. Imparai il latino».

I palazzi della politica

L’entusiasmo lo suscitava altrove, nei palazzi della politica. «È l’eminenza grigia dell’Italia.
Nessuno si oppone alla sua crescente influenza», scrisse negli anni dell’apogeo Le Monde. E Time:
«Il cardinale Ruini non ha bisogno di alzare la voce per richiamare l’attenzione. I politici italiani,
come i loro colleghi nelle gerarchie ecclesiastiche, pendono dalle sue labbra».
Camillo Ruini, scomparso martedì 16 giugno all’età di 95 anni, è stato per più di venti anni, dal
1985 al 2007, il capo dei vescovi italiani, prima come segretario generale, poi da presidente. Dal
1991 al 2008 vicario del papa per la diocesi di Roma.
Nel conclave del 2005, che elesse Joseph Ratzinger, ha sfiorato l’elezione a pontefice. «C’è Ruini
sotto il sasso», spiegò a Giulio Anselmi per Repubblica un suo collega emerito, per dire che era
pronto a spuntare. Ma è stato un protagonista soprattutto della vita politica, fino all’ultimo.
Ha invitato a votare sì al referendum sulla giustizia, sbagliando, ha rivendicato l’appoggio
ventennale dato a Silvio Berlusconi («Ho guidato quei passaggi. Non mi sono pentito. I miei
orientamenti non sono cambiati») e quello più recente a Giorgia Meloni: «Il mio giudizio è
decisamente positivo, sia politico che personale. L’infermiere che viene da me per curarmi va anche
da lei», ha detto a Aldo Cazzullo nell’ultima intervista sul Corriere della Sera, il 19 febbraio.
Confermando in pieno il suo ruolo di ispiratore del clerico-berlusconismo e poi del clerico
melonismo, il padre spirituale di uno schieramento che di spirituale ha ben poco. Con l’obiettivo di
colmare il vuoto ideale, progettuale, culturale della destra con la presenza della chiesa e con una
leadership indiscutibile: la sua.

Il “dogma” della Dc

Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, papà medico di estrazione repubblicana, formazione religiosa
materna, vocazione precoce, “don Camillo” va a studiare a Roma, nel prestigioso collegio
Capranica, a due passi da Montecitorio, fondato nel 1457, dove hanno studiato papi, cardinali,
vescovi, nunzi.
Anche il giovane prete si lascia coinvolgere nel clima del Concilio, torna a Reggio Emilia sotto l’ala
protettiva del vescovo Gilberto Baroni, negli anni della contestazione della Dc. Per lui invece è un
dogma. Nella prima apparizione nazionale, al convegno ecclesiale di Roma nel 1976
Evangelizzazione e promozione umana, è vicina la frattura del referendum sul divorzio del 1974.
Nella commissione di lavoro più delicata, la numero nove sull’impegno politico dei cattolici, lo
storico Pietro Scoppola, uno dei leader dei cattolici del No che hanno votato in dissenso dalla chiesa
e dalla Dc sostiene nella sua relazione il pluralismo delle scelte politiche. Negli atti si registra
l’intervento del «sacerdote Camillo Ruini della diocesi di Reggio Emilia»: la laicizzazione della Dc
è positiva, sostiene, ma la chiesa deve mantenere l’indicazione di voto verso il partito, «altrimenti si
rischia di cedere il passo al Pci».
I suoi ragazzi a Reggio Emilia li spediva nella corrente dorotea di Franco Bonferroni, anche se la
sua ascesa ecclesiale avviene all’ombra dell’altra grande famiglia: i cattolici democratici, gli eredi
di don Giuseppe Dossetti, la sinistra Dc.
Beniamino Andreatta gli chiede di intervenire in un convegno nel 1983, davanti al segretario
Ciriaco De Mita che commenta: «Prima di essere prete era democristiano, concettualmente». È
dalla politica, dalla sinistra Dc, che comincia la sua ascesa ecclesiale, non l’opposto. Diventa
segretario generale della Cei, ma già dal 1985 è dall’altra parte rispetto ai suoi sponsor, chiudere il
post Concilio nella chiesa italiana con il sostegno di papa Wojtyla.
La rottura più drammatica è con l’amico di sempre, Romano Prodi. È don Camillo che celebra il
matrimonio tra Romano e Flavia, il 31 maggio 1967. «Don Camillo Ruini ha battezzato i nostri
figli, ha dato l’estrema unzione ai nostri genitori, faceva tutti i natali a casa nostra», dirà Prodi. Fino
a quando il Professore decide di entrare in politica con il centrosinistra, con l’Ulivo. «Nel 1995
andai in Laterano, volevo avvertirlo. Parlammo per oltre due ore. Alla fine mi accompagnò
all’ascensore e mi sussurrò: “Ora che sei un uomo politico è meglio che ci vediamo con maggiore
discrezione”. Io gli risposi: “Sarò così discreto che non ci vedremo mai più”. È stato così. Una volta
mi disse, un po’ sconsolato: “Su di te avevamo un altro disegno”».

L’unità politica dei cattolici

«Sembra giunto alla fine quel processo che ha visto declinare l’impegno politico dei cattolici italiani
in ambito politico». Il 27 marzo 1995, con poche, gelide parole, il cardinale Ruini prende atto che
l’unità politica dei cattolici non c’è più. Capisce che deve assumere il comando delle operazioni in
prima persona, come un generale, lui che – è una delle leggende più ricorrenti che lo hanno
accompagnato – ama le divise, al punto di collezionare riviste militari e soldatini e di conversare
con Francesco Cossiga di cacciabombardieri.
La linea ufficiale è l’equidistanza tra i due schieramenti. Che è un modo di dire, però, che i cattolici
non devono scivolare verso sinistra. Perché già nel 1994, a governo Berlusconi appena formato,
Ruini segnala «le consonanze» verso il Cavaliere. Mentre nei confronti dell’associazionismo e del
laicato cattolico e delle voci dissidenti, a cominciare dai vescovi, esercita una repressione feroce.
Il cardinale, liberal e amabile conversatore negli incontri dei suoi amici intellettuali, gratificati di
relazioni nei convegni ecclesiali, è spietato nell’esercizio del potere ecclesiastico. Il rapporto con la
politica e con i poteri tocca solo a lui. Con topiche clamorose, tipo consacrare come futuro leader il
governatore di Banca d’Italia Antonio Fazio tra i damaschi del teatro San Carlo di Napoli, o i teo
dem di Paola Binetti, o i teo-con di Eugenia Roccella, candidati nei rispettivi schieramenti, e perfino
Ferdinando Adornato. Il ruinismo è fede nelle élite, il ristretto gruppo di politici, giornalisti,
intellettuali a lui fedeli. Il popolo seguirà.

La sua eredità

Nel conclave di un anno fa, dopo la morte di papa Francesco da lui poco amato, ha chiesto «la
certezza della verità e la sicurezza della dottrina» e soprattutto la capacità di governo, la sua
ossessione. Negli ultimi mesi, quasi a futura memoria, si è vantato di aver fatto approvare la legge
sulla procreazione assistita, con l’aiuto nel centrosinistra dell’allora leader della Margherita
(«Francesco Rutelli fu collaborativo, si astenne, come avevamo chiesto»), di aver fatto fallire il
referendum sulla legge 40 puntando sull’astensionismo, di aver mobilitato il Family Day contro i
cattolici Prodi e Rosy Bindi.
Dopo Berlusconi, in anni più recenti ha benedetto Matteo Salvini e poi Meloni, di cui forse ha
ispirato il discorso al Meeting di Rimini di un anno fa. Ha celebrato i funerali dei soldati vittime di
Nassiriya con una omelia («non odieremo, ma non indietreggeremo») che fece parlare di neo
cattolicesimo tricolore, ma ha impedito, poco cristianamente, che fossero celebrati in chiesa quelli
di Piergiorgio Welby. Nel frattempo il suo esercito svaniva, tra progetti stroncati, talenti sprecati e
una classe dirigente a lui obbediente ma vacua, incapace della sua intelligenza, gestionale ma non
visionaria. E alla fine del suo percorso Ruini ha lasciato una chiesa potente nei palazzi, ma in crisi
di autorità, di fronte al pericolo che più temeva: l’irrilevanza

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il commento al vangelo della domenica

E RESTA IL GRANO
il commento di E. Ronchi al vangelo della undicesima domenica  del Tempo Ordinario
Mt 9,36 –10,8
Gesù, vedendo le folle ne sentì compassione.
Tutto ciò che segue è generato dalla compassione per il molto dolore. Perché quando afferma: “la messe è molta” non si riferisce al numero delle persone, allo sterminato accampamento degli uomini dove ha piantato la sua tenda, ma vede germinare nel mondo un raccolto di dolore, una messe di stanchezze e di paure.
Gesù chiama i Dodici e affida loro un compito che descrive con sei verbi: predicate, è il primo, e poi guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate. C’è il lavoro della predicazione, ma legato al ministero della pietà, in un rapporto sbilanciato di uno a cinque.
E ci saremmo aspettati un’altra risposta al dolore, un soccorso più immediato, più efficiente: “Perché il Signore non ci soccorre con la sua onnipotenza? Perché soccorre la fragilità dell’uomo attraverso l’impotenza di altri uomini?”. Ed è lo stile di Dio che tante volte abbiamo accusato di omissione di soccorso. Dio interviene per i suoi figli ma attraverso i suoi figli.
“Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe”. E noi che interpretiamo queste parole come un invito a pregare per le vocazioni sacerdotali, scopriamo invece, che l’operaio nella messe sono io: Manda me, Signore, con mani che sappiano sorreggere e accarezzare, fasciare il cuore e trasmettere forza. Sarà questo il mio modo di dire come Dio è vicino.
E vedo farsi strada la sua inguaribile speranza, la sua fiducia invincibile nell’uomo, lo sguardo positivo del Creatore sopra il mio pessimismo. Noi diciamo: “La Chiesa è una azienda in perdita, la messe è poca o scadente, le chiese si svuotano”. Lui, invece, vede altro.
Vede molto grano che matura, vede che il seme è buono, come il terreno, come la stagione, vede la storia che ascende positiva verso un’estate ricca di frutti.
Dio guarda e il suo sguardo vede che ogni cuore è una zolla di terra adatta a dare vita adesso ai suoi semi divini, li vede crescere come il grano che matura dolcemente e tenacemente nel sole.
La compassione spezza lo schema buoni/cattivi (“il Padre guida il sole sui campi dei cattivi e dei buoni”).
All’occhio che vede il peccato è chiesto di vedere il dolore.
E la compassione conduce oltre gli steccati dell’etica, così come l’intercessione, che è sempre per tutti.
La preghiera, la compassione e la carità non distinguono tra chi è meritevole e chi non lo è. E se questa ci sembra una distinzione religiosa, ebbene non è così; essa è figlia di un cuore ancora fariseo, non del cuore di Dio.
Il Vangelo si chiude con una espressione importante: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. E sarai beato perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere. La tua vita salpa quando sei generoso di te, a immagine di Dio. Perché l’amore è più vero dei suoi frutti, la pietà, più necessaria dei suoi stessi risultati.
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il commento al vangelo della domenica

QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA
il commento di E. Ronchi al vangelo  della domenica del Corpo e Sangue di Cristo
Gv 6,51-58
Un Vangelo di otto versetti, e Gesù a ripetere, per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno.
Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici. Per otto volte Gesù insiste sul perché mangiare: per vivere, per vivere davvero. È l’incalzante certezza di Gesù su qualcosa che cambia la direzione della vita. Qui è il genio del cristianesimo: Dio non prende nulla e dona tutto, si perde dentro le sue creature come pane dentro la bocca.
Cosa celebriamo oggi? Tabernacoli aperti, pissidi dorate e ostensori? No. Oggi non è la festa degli adoratori.
Celebriamo Cristo che si dona fino al sangue? Neppure questo.
La festa di oggi è ancora un passo avanti. Perché un dono sia vero occorre qualcuno che lo accolga.
Quando nell’eucaristia sentiamo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, su quali parole cade l’accento della frase? Ci dicevano che l’essenziale era: questo è il mio corpo, il pane trasformato. Ma se noi seguiamo la successione esatta delle parole volute da Gesù il verbo principale è: Prendete. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: Prendete. Per essere trasformati voi.
A che serve un Pane, un Dio chiuso nel tabernacolo e da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? No. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Adesso, non avrà, come una specie di Tfr per la fine della vita. La vita eterna è già cominciata se è comunione con la vita dell’Eterno.
Bellissima la domanda del Salmo 33: Vi è qualcuno che desidera la vita, che vuole gustare lunghi giorni felici?
Sì, io lo desidero, voglio gustarli, voglio goderli.
Vuoi pienezza? La risposta è Gesù, con carne e sangue, cioè l’intera vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime e le sue passioni. E qui c’è una sorpresa. Gesù non dice: prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me.
Ma: prendete la mia umanità, il corpo, il mio modo di abitare la terra.
Le mie mani povere.
Gesù non sta parlando della comunione eucaristica, ma del flusso caldo della sua vita, che nel nostro cuore può mettere radici, annaffiate del suo coraggio, dal suo perdersi in noi.
Allora mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”.
Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la sua vita, fino a diventare una cosa sola con lui. “Io non sono ancora il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità” (D.M.Turoldo).
Prendete, mangiate! Qui è il miracolo, il tabernacolo, lo stupore.
Non andiamocene dal mondo senza essere diventati, anche noi come lui, pezzo di pane buono, spezzato per la fame e per la pace di qualcuno.
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Massimo Cacciari e il grande vuoto del nostro presente

Nel mondo un vuoto di idee e obiettivi

Anche le guerre hanno perso il  senso

di Massimo Cacciari
in “La Stampa” del 31 maggio 2026

Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto
disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti
e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si
esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora
giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti
si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte
giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di
senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in
modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli
ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi
imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla
guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari
imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti
nessuna.
Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma
decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma.
Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e
visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel
teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro
significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le
parole semplicemente demagogiche hanno breve vita – possiamo però inventarne di sempre nuove,
all’infinito. Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra
ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con
chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente
terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici.
Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di
quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole.
Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di
tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che
travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi – dicevano i suoi artefici. Perché questa
promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda,
si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto
silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare
reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe
una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza
purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no – bisogna scendere a terra e dar la
caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per
pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza
sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico
gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e
guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa
barbarie col regno indiscusso della Tecnica?
Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone
è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il
mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco
accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve
essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante.
Alla parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così
vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente
connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere
diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la
barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle
rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato?
Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può
essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto
“accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della
potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie
dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme.

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sulla parata del due giugno e i cavalli intelligenti

 

una appropriata riflessione di Tomaso Montanari

“Chissà che discorsi geniali/ sanno fare i cavalli”.

Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse. Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori. E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima? L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola me

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il commento al vangelo della domenica

TRINITA’: OLTRE LA PIETRA
Gv 3,16-18
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica della Trinità
Nella festa della Trinità, il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Il dogma della Trinità dice che vivere è convivere, come in cielo così in terra.
Il primo male ricordato dalla Bibbia non è il peccato dell’albero proibito, è Dio stesso a dichiararlo: Non è bene che l’uomo sia solo. È male che Adamo sia solo, il primo male assoluto è la solitudine. Neanche Dio può stare solo, è Trinità, legame d’amore, nodo di comunione.
Nella prima lettura Mosè sale sul monte con due tavole di pietra. Pensa di incidervi sopra la legge, qualcosa di definitivo e senza appello. E invece Dio fa tutt’altro, va più lontano e passa davanti a Mosè.
Passa: non lo chiuderai in parole di pietra; passa e proclama cinque nomi, uno più bello dell’altro: misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia, ricco di fedeltà.
Proclama la prima di tutte le rivelazioni, misericordia e tenerezza, le proclama passando come un vento che accarezza Mosè con le sue tavole rimaste vuote. Come si fa a scrivere compassione e bontà su tavole di pietra? E allora Mosè capisce e chiede non una legge di pietra ma semplicemente: che il Signore cammini in mezzo a noi. A noi: che se ne fa Mosè di un Dio tutto per sé?
Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai donato bontà, se hai dato un aiuto disinteressato, se hai lavorato per la giustizia e la pace, anche senza saperlo tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.
Nel Vangelo Gesù dialoga con Nicodemo, l’uomo delle paure, che è andato da lui di nascosto, di notte.
E Gesù gli parla d’amore.
Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare. Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi ma a dare, un verbo di mani e di gesti.
Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato da che cosa? Dall’unico grande peccato: che è il disamore. Quello che spiega tutta la storia di Gesù non è il peccato dell’uomo ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere via dalla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia più vita.
Dio ha tanto amato il mondo, leggiamo, quindi non ha amato soltanto gli uomini; ma il mondo intero, la terra, le messi, e piante e animali.
E se lui lo ha amato, lo farò anch’io: voglio custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio e sia frammento della sua Parola.
Davanti alla Trinità io mi sento piccolo ma abbracciato come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.
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il commento al vangelo della domenica

VENTO SUL CUORE
Gv 20,19-23
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica di Pentecoste
Oggi la Parola di Dio prova una sinfonia di linguaggi, per dire lo Spirito. Sono semplici fessure, piccole feritoie sul mistero. Il Libro degli Atti ci porta a 50 giorni dopo Pasqua; in quel giorno è accaduto qualcosa che ha sconvolto gli Apostoli.
Un gruppo deluso improvvisamente trova l’audacia di affrontare la città che uccide i Profeti, predicando a viso aperto qualcosa di incredibile: Quel Gesù che voi avete ucciso è risorto.
E non erano professionisti della Parola, avevano un vocabolario da pescatori! Era lo Spirito con il suo imprevedibile uragano, come rombo di vento, un bagliore di fuoco, vento e terremoto che spalanca le porte e le parole. E la prima Chiesa, arroccata sulla difensiva, viene lanciata fuori. Il vento dello Spirito li ha riempiti fino a farli sembrare “come ubriachi”.
La seconda porta che si apre sul mistero è quella del salmo tra le letture, occhi che guardano lontano: “Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra” (Sal 103). Una delle affermazioni più belle della Bibbia: tutta la terra è colma, piena, gravida, una divina liturgia santifica l’universo, lo fa grembo di vita.
La terza porta di Pentecoste è aperta dalla seconda lettura (1Cor 12). Lo Spirito che consacra la diversità dei carismi, dei ministeri, delle operazioni, sposa vite diverse, accende vocazioni differenti, benedice la genialità e l’unicità di ogni vita. E’ la diversità la parola chiave, e non l’omologazione. Ognuno piccola tessera d’oro nel grande mosaico di Dio.
Lo Spirito vuole discepoli inventori di strade di pace, e non banali ripetitori. E se io manco la mia vita spirituale, il grande mosaico che Dio va costruendo subirà una disarmonia, una stonatura.
Il Vangelo infine racconta la Pentecoste nella casa, ci riporta a quanto era successo 50 giorni prima: “stette in mezzo a loro, soffiò su di loro e disse: ricevete lo Spirito santo e la mia pace”.
Lo Spirito viene per farci vivere, leggero e quieto, umile e testardo. Lo Spirito è all’opera perché Cristo diventi mia pace, mia lingua, mia passione, mia vita, perché anch’io come minimo apostolo, diventi un po’ come loro, ubriaco di Dio, maniaco di lui, come erano quei magnifici monaci antichi chiamati “i folli di Dio”.
Lo Spirito, il vento sugli abissi, il fuoco del roveto, l’amore in ogni amore, lo Spirito Santo è Dio in libertà, che non sopporta statistiche. Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti. Dicono: nella Bibbia Dio agisce così. Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue schemi.
Lo Spirito Santo fa cose che non t’aspetti, con somma fantasia. Dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un figlio profeta. E a noi dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere piccola tessera di pace nel mosaico della vita.
Solo una tessera, ma che sia d’oro.
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papa Leone torna a denunciare l’inganno del riarmo e il veleno del nazionalismo

Nella “Sapienza” di Leone c’è un fronte per la pace

di Tomaso Montanari
in “il Fatto Quotidiano” del 20 maggio 2026

In un’epoca di feroce ritorno della guerra, in un Paese governato da una destra estrema
ultra-nazionalista, in un’Europa guidata da una Commissione spaventosamente guerrafondaia,
Leone torna a denunciare l’inganno del riarmo e il veleno del nazionalismo. Lo fa sposando le
parole, anche le più radicali, dei movimenti studenteschi: quelli che l’élite liquida come terroristi. E
che ora sanno di avere al loro fianco, oltre alla Costituzione, anche il papa

Le parole che papa Leone XIV ha pronunciato giovedì scorso alla Sapienza di Roma sono le più
necessarie che si potessero dire. Innanzitutto, sul ruolo stesso dell’università: così spesso negato
anche dagli stessi governi accademici. “Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un
mondo nuovo!”: ecco la cosa forse più rivoluzionaria. L’università non come un servizio che
risponda alle aspettative dei “portatori di interesse” (mercato del lavoro, imprese…), ma come una
comunità capace di costruire e condividere strumenti per desiderare e costruire un mondo diverso.
Non un’istituzione che conservi lo stato delle cose, i rapporti di forza esistenti, la mentalità corrente,
ma un laboratorio di liberazione, di rovesciamento, di insubordinazione. Un mondo nuovo.
Le ragazze e i ragazzi sono orientati dalle aspettative delle famiglie, dalla competizione troppo
spesso respirata a scuola, dai media e dal mercato: se l’università non li disorienta, se l’università
non insegna (ribaltando il motto thatcheriano del neoliberismo) che c’è sempre un’alternativa, allora
non serve a nulla. E l’alternativa passa innanzitutto dalla formazione di persone, prima che di
professionisti: “Che senso avrebbe d’altronde – si è chiesto il papa – formare un ricercatore o
professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per
ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi
lavorativi, ma a discernere chi si è”. Diciamolo con le parole della Costituzione: è il “pieno sviluppo
della persona umana” l’unico vero scopo dell’università – cioè l’esatto contrario della costruzione
di un “capitale umano”.
Leone non ha avuto paura di fare l’esempio più radicale, e più scomodo, del primato della
coscienza: il rifiuto delle armi. Innanzitutto, condannando l’alleanza tra università e industria
militare, attraverso il finanziamento alla ricerca bellica, e quindi invitando a una radicale obiezione
di coscienza (parole che avranno fatto saltare sulla sedia più di un rettore): “Quanto sta avvenendo
in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del
rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli
investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale sì alla vita! Sì alla vita innocente, sì
alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!”.
Una università come quella che immaginava Virginia Woolf: capace di preparare la pace, non di
costruire la guerra. E non basta: “Nell’ultimo anno – ha aggiunto il papa – la crescita della spesa
militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che
aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia
nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Sono parole da incidere nel
marmo, parole che dovrebbero essere considerate con somma attenzione, innanzitutto dai politici
cristiani: non tanto da quelli che usano la religione, ma da coloro che lo sono davvero, a partire dal
presidente Mattarella. Perché smentiscono in modo definitivo l’idea della deterrenza, smascherando
la menzogna fatale del si vis pacem para bellum. Riarmarsi è guerra, non è difesa: e come tale è
incompatibile con la Costituzione. Il papa va ancora oltre: denunciando che il riarmo costruisce
un’economia di guerra che taglia le gambe ai diritti, e arricchisce una classe dirigente indegna e
rapace.
Sono parole che sarebbero sembrate radicali anche in bocca a papa Francesco: e che infatti il mondo
politico italiano ha fatto cadere in un gelido silenzio. Leone sa perfettamente che l’élite politica,
economica e anche accademica non è dalla sua parte. E infatti parla direttamente agli studenti, dei
quali si sente alleato, delineando il fronte della pace: composto dal papa stesso (e dai suoi
predecessori), dalla Costituzione e dalle studentesse e dagli studenti che insorgono per la pace, per
Gaza, per la Flotilla: “Il grido ‘Mai più la guerra!’ dei miei Predecessori, così consonante al ripudio
della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di
giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini
nazionali”. In un’epoca di feroce ritorno della guerra, in un Paese governato da una destra estrema
ultra-nazionalista, in un’Europa guidata da una Commissione spaventosamente guerrafondaia,
Leone torna a denunciare l’inganno del riarmo e il veleno del nazionalismo. Lo fa sposando le
parole, anche le più radicali, dei movimenti studenteschi: quelli che l’élite liquida come terroristi. E
che ora sanno di avere al loro fianco, oltre alla Costituzione, anche il papa

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stralci della lettera meravigliosa di David aggredito dalla babygang

«Non siete perduti»

Davide  Simone Cavallo scrive ai ragazzi che l’hanno accoltellato

in “Avvenire” del 12 maggio 2026

Pubblichiamo ampi stralci della lunga lettera scritta da Davide Simone Cavallo, lo studente
dell’Università Bocconi di Milano aggredito brutalmente e accoltellato lo scorso ottobre da una
babygang composta da 5 giovanissimi, tra cui 3 minorenni, e depositata tra gli atti dell’inchiesta.

Avolte ancora la sento, la coltellata. All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo
giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta
ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta,
piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui. Mi
chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e
accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi
ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove
iniziare perciò racconto un po’ di me.
Sono un ragazzo di 22 anni a Milano. Mi piace recitare e scrivere poesie, sono anche discreto. Sono
nato a Milano ma cresciuto davanti al mare, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Mi piace correre,
saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui mu
retti, scoprire posti nuovi. Viaggiare. Ho praticato 8 anni di ginnastica artistica e 6 di pallacanestro,
insieme a corsi di danza e vari altri sport. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi
allenavo. Non ho mai dimenticato la gioia di una capriola, la fierezza del riuscire a toccare il ferro
con un salto, l’invincibilità nel tagliare un traguardo dopo ore di corsa o di vincere una partita con i
miei amici. Sono una persona buona, per quanto non stia a me dirlo, voglio crederci. Amichevole
con tutti, dal genio allo sbandato, dal poco di buono allo stupido: non trovo che nessuno meriti il
mio disprezzo o la mia maleducazione. Ho una famiglia numerosa che mi ama e degli amici che mi
sanno vedere. Studio Economia dell’Arte in inglese, un corso di economia mirato ai prodotti
culturali, musica, film, quadri, spettacoli. Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di
qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così. Ho avuto la fortuna di non
finire praticamente mai in ospedale, mai ossa rotte o salute difficile, un corpo perfettamente
funzionante, bello e affidabile. La mia agilità e riflessi sono invidiabili. Continuo a dire «sono» e
non «erano» perché non riesco ad accettare che siano perse dopo quello che mi è successo. Non
sarebbe giusto. E io credo nelle cose giuste. Perciò mi sembra corretto raccontare come sia arrivato
qui.
Una stanza grigia, scura, macchinari attaccati alle pareti e un ragazzo vestito di azzurro che mi parla
e dice «Davide stai immobile, non ti spaventare. Sei in ospedale, hai un tubo attaccato alla gola
potresti farti male. Sei stato accoltellato, ti abbiamo operato». Che cosa è successo? Dove sono?
Perché mi sto svegliando qui? Che ore sono? Che giorno è? Le gambe. Non mi sento le gambe.
Perché non mi sento le gambe? «Perché non mi sento le gambe? ». All’inizio dissero che erano
atrofizzate, che sarebbe passato subito, che dovevo provare a muoverle: la destra un po’ rispondeva,
la sinistra no. Ma le ore passavano, i giorni, e nulla cambiava. A volte ancora me lo chiedo. Perché?
Che è successo? Le vedo qui ma se provo a muoverle… a sentirle… Avevo due tubi nel petto che
andavano uno sopra uno sotto i polmoni, e succhiavano via il sangue rimasto, 18 buchi sui polsi,
qualcosa che non ho mai voluto toccare attaccato al collo e farmaci molto forti nelle vene, insieme a
sangue non mio. Non mi sento le gambe, perché? Ancora me lo chiedo a volte, sapendo che quasi
sicuramente non avrò mai risposta… I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo
muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il
sole, non ricordavo niente degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava
faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi
avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito. Poi la
morte. Sentivo persone che stavano male non potevo girarmi a guardarle, vedevo un signore davanti
a me con un tubo in gola che muoveva febbrilmente le mani per aria e di tanto in tanto sembrava
chiamasse la figlia. Io, in tutto questo, ero imbottito di farmaci molto potenti: fentanyl, popofol,
morfina. Non potevo chiudere gli occhi perché vedevo, sentivo cose, non potevo aprirli perché un
essere nero, strano, con solo gli occhi e nessuna bocca mi si avvicinava di tanto in tanto, passo dopo
passo, e io non potevo muovermi, non potevo scappare, non potevo girarmi dall’altro lato senza
farmi male, distoglievo lo sguardo di botto, immobile, sperando sparisse ma lo sentivo lì, lo sapevo
lì: avevo paura.
Una paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato, una paura che ti
fa sbarrare gli occhi al buio, tremare e rompere la voce, ogni secondo, ogni attimo; ero fuori
pericolo? Sì, credo di sì ma era come se la morte mi fosse rimasta addosso, mi girasse attorno
mentre non guardavo, sapendo che non sarei potuto andarmene anche se mi avesse accarezzato. Una
paura fuori da ogni immaginazione, volevo la mamma, cercavo mia mamma. Continuavo a piangere
senza potermi fermare, le lacrime scendevano mentre gli infermieri mi parlavano e gli operatori
sanitari mi pulivano e spostavano. Sapevo che stava arrivando qualcosa, il corpo sentiva la paura di
quello che era iniziato. Giorni. Giorni e giorni di paura. Potrò muovermi? Potrò camminare? Potrò
fare pipì? Che cosa sta succedendo? Perché mi fa male? Cosa che non tutti sanno, le problematiche
che una lesione midollare può causare non si circoscrivono al non muovere. Vanno dal non sentire
al non riuscire a urinare o sentire le parti intime, fitte casuali, ferite da immobilità (piaghe da
decubito) lente a guarire per la circolazione ridotta, non sapere dove sono le gambe e spasmi
involontari, ripetitivi e dolorosi. Le mie giornate da 6 mesi a questa parte la mattina iniziano con
tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie.
Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito.
Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per
ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il
mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe,
sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse
che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come
andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto
così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere
amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a
combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più
possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare. Tutto ciò che mi sono riguadagnato è
grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono»
solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il
midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite.
Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è
frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita,
dolore e una quantità di forza inimmaginabile. Tuttavia, provo a capire. Conosco la rabbia di un’età,
la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non
capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti. Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe
logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già
perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi
piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si
perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado
anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho
compassione per loro e li abbraccio.
Come devo gestire, giorno dopo giorno, negli anni, cose simili? Che effetto avrà? Che dovrei fare io
ora? Sembra mi sia stata strappata metà della vita in un colpo solo, mi sento di levitare nel mio
stesso corpo, stretto da nodi, non riesco a riempirmi. Ero veloce, modestamente agile, bravo in tutti
gli sport, ne andavo fiero, mi faceva sentire sicuro. Ora devo concentrarmi per non far cedere le
ginocchia quando sto su. Dove sono io? Sono questo ormai? Avrei voluto scoprire qual era il
massimo che potevo raggiungere, e non sarà mai più possibile. In qualunque modo sarebbe andata
la mia vita se non avessi subito un’aggressione che ha causato un’ischemia midollare a livello
dorsale a 21 anni, io non lo potrò mai sapere. Il ragazzo che correva e saltava e ballava non esiste
più se non nella mia immaginazione e in quel che riesce questo nuovo corpo. Questo sono io
adesso. Non l’ho deciso io, non posso cambiarlo, mi fa un male cane ogni istante che passo così e a
temere per il mio futuro, ma non posso farci niente. Nella realtà delle cose a me non è mai
importato chi esattamente ha sferrato la coltellata. Nel momento stesso in cui mi hanno iniziato a
picchiare nessuno aveva già più a cuore la mia incolumità, sono diventato un oggetto, un palloncino
da scoppiare per gioco. È difficile razionalizzare una cosa del genere. Inoltre, per quanto contento
che non tutti i coinvolti si siano dati alla violenza, non sono d’accordo con la giustificazione del
«ero lontano, non potevo fare niente». Proprio chi è amico degli aggressori è forse l’unico capace di
fare qualcosa senza prenderle al posto della vittima. Chissà che con un “Ragazzi che fate?
Lasciatelo in pace!” nessuno di noi sarebbe stato qui a parlarne. Se avessi visto quella scena dal di
fuori sarei intervenuto, con intelligenza. Ma anche a costo di rimetterci: nessuno merita di passare
quello che ho vissuto. Penso che il mondo sarebbe un posto migliore così. Io, quella sera, volevo
solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono
qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i
pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi
permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a
chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica,
quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo. Quanto è grande il pezzo di cielo che mi
tocca scambiare con loro? Da dove dovrei cominciare? Non lo so, e fortunatamente non sta a me
rispondere a queste domande. Ma non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto. Per
questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione; la mia concentrazione,
speranza e forza sono tutte riposte lì, insieme alle paure e i dubbi. Non riesco a scinderli ma so che
un lato sarà più forte dell’altro se lo nutro, lo accolgo, lo sprono. Se anche lontanamente è possibile
riuscire, perché non io? Risparmiamoci le congratulazioni per la forza, la grande resilienza. Il punto
è: avevo altra scelta? No. Queste cose non lasciano scelta. O ci credi veramente di uscire, o
marcisci, fino a non riconoscerti più. Vorrei evitare. Tralascio l’aspetto più vitale e che forse più mi
strugge: la mia famiglia. Gli anni che hanno perso i miei nonni quando hanno saputo dell’accaduto,
il dolore fisico e mentale dei miei genitori, i pianti dei miei amici, lo sguardo e la sofferenza di mio
fratello, le preghiere, la rabbia e la paura di tutte le persone che mi amano. Le ore spese in ospedale,
i viaggi, il lavoro che i miei hanno bruscamente interrotto, l’immensa frustrazione del non potermi
aiutare direttamente e a volte nemmeno capire, il vedermi irritato furioso depresso, incapace di
alzarmi, di parlare a volte.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo
periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi
definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita.
Non smettete di crederci, io con voi. Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici.
Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri,
gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle
mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano
negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto
sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che
hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al
caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie
a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre
più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, L’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove
ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il
cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a
Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero
ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita. Grazie alla luce. Mi chiamo
Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle
gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai
arreso e oggi sono qui.
Davide Simone Cavall

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