migranti economici contro migranti rifugiati?

si possono opporre migranti economici e rifugiati?

intervista a Jean-François Dubost*

“La questione delle migrazioni è complessa e non è compatibile con l’approccio binario che distingue migranti economici e rifugiati. Soprattutto se tale approccio mira ad opporre gli uni agli altri, mentre tutti hanno diritti e devono essere protetti”

C’è un solo caso in cui è facile fare una distinzione tra migranti economici e rifugiati, è la situazione di guerra. È evidente che persone siriane, eritree o originarie del Sudan hanno bisogno di essere protette nel quadro del diritto d’asilo e di beneficiare così dello statuto di rifugiato. Invece, è completamente falso dire, come si è sentito in questi ultimi anni, che tutti coloro che non vengono da paesi in guerra sono migranti economici. La distinzione non è così semplice. Anche in uno Stato a priori sicuro, se la persona migrante ha subito persecuzioni a titolo personale, ha diritto allo statuto di rifugiato. Facciamo l’esempio di una persona che viene dal Senegal e che vi è perseguitata per la sua omosessualità. Certo, il Senegal non è un paese in guerra. Ma questo migrante ha diritto ad essere riconosciuto rifugiato in Francia. Il pericolo maggiore sarebbe quindi quello di fare una scelta in base alla nazionalità, non sarebbe pertinente. Del resto, è difficile distinguere un solo motivo di migrazione quando, nella realtà, le motivazioni sono spesso molteplici. Oggi molte persone lasciano i loro paesi per il doppio motivo del mancato rispetto dei loro diritti e per problemi economici. Alcuni possono anche esser partiti solo per motivi economici, ma è possibile che al loro arrivo in Francia la situazione nel loro paese sia cambiata e impedisca il loro ritorno. È quindi difficile stabilire delle categorie valide una volta per tutte e identiche per un numero elevato di persone. Infine, occorre sottolineare che certe situazioni sono molto complesse. È il caso di persone i cui diritti economici e sociali sono stati lesi, che hanno subito ad esempio la mancanza di accesso alle cure, all’alimentazione o all’acqua corrente. Di primo acchito, si potrebbe ritenere che la loro situazione non rientri nel quadro dello statuto di rifugiato e che rientri in quella che i politici chiamano “migrazione economica”. Ma alcune persone sono di fatto trascurate dai poteri centrali dei loro paesi a causa della loro origine o delle loro opinioni politiche. Se i fatti sono chiariti, queste persone potrebbero quindi essere protette e considerate come rifugiati. Può essere il caso dei Rom venuti dal Kosovo, colpiti da una politica discriminante nel loro Stato. La questione delle migrazioni è quindi complessa e non è compatibile con l’approccio binario che distingue migranti economici e rifugiati. Soprattutto se tale approccio mira ad opporre gli uni agli altri, mentre tutti hanno diritti riconosciuti e devono essere protetti.

* giurista, responsabile del programma Protezione delle popolazioni a Amnesty International France

image_pdfimage_print

stiamo compiendo un genocidio – la pensa così anche R. La Valle

il   mare non è nostro

il no ai migranti: un genocidio

di Editore

in www.chiesadituttichiesadeipoveri.it del 7 agosto 2017

Dopo il voto del 2 agosto del Parlamento italiano in favore dell’invio di navi da guerra nelle acque libiche per assistere la Guardia costiera della Libia a intercettare migranti e rifugiati e a riportarli a terra, la vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa Gauri Van Gulik ha rilasciato questa dichiarazione: “Oggi le autorità italiane hanno dimostrato che considerano più importante tenere migranti e rifugiati alla larga dalle loro coste piuttosto che proteggere le loro vite e la loro incolumità. Facilitare l’intercettamento e il ritorno in Libia di migranti e rifugiati significherà destinarli ai centri di detenzione del Paese, dove quasi certamente saranno esposti al rischio di subire torture, stupri e anche di essere uccisi. Il voto di oggi potrebbe rendere le autorità italiane complici di quest’orrore. La denuncia di Amnesty International “L’Italia, insieme agli altri Stati membri dell’Unione Europea, dovrebbe dedicarsi ad aumentare le operazioni di ricerca e soccorso. Invece, ha scelto di abdicare alle sue responsabilità e di mettere in pericolo le stesse persone che afferma di voler salvare, fornendo addirittura copertura e sostegno militare alla Guardia costiera libica, il cui operato violento e incosciente è stato più volte documentato, anche da Amnesty International. “L’Italia, inoltre, col sostegno dell’Unione Europea, ha introdotto ostacoli alla capacità delle Organizzazioni Non Governative di salvare persone in mare, dimostrando come il suo approccio complessivo sia errato. “Questa non è la risposta alla crisi umanitaria in atto nel Mediterraneo centrale, bensì la ricetta per altre sofferenze. Ogni forma di cooperazione con le autorità libiche dovrebbe dare priorità a monitorare il loro comportamento in tema di violazioni dei diritti umani e ad accertare le responsabilità per quelle commesse. Dovrebbe inoltre essere condizionata a un verificabile impegno delle autorità libiche a migliorare le condizioni dei rifugiati e dei migranti in Libia”. Il giro di vite del governo Nella stessa occasione il blog di Daniele Barbieri pubblicava il 4 agosto questo commento di Benigno Moi: La Procura di Trapani ha aspettato solo un giorno. Il 31 luglio il ministero dell’Interno impone alle Organizzazioni Non Governative che operano nel salvataggio a mare nelle acque di fronte alla Libia di firmare il “Codice di condotta” che regolamenta, in 13 punti, le attività di salvataggio nel Mediterraneo. La maggioranza delle ONG, fra cui Medici senza frontiere (Premio Nobel per la Pace 1999) dichiarano di non accettare molti dei punti contenuti nel codice e non firmano. Il ministero di Marco Minniti nel comunicato emesso alla fine dell’incontro con le ONG dichiara, fra l’altro: «l’aver rifiutato l’accettazione e la firma pone quelle organizzazioni non governative fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto che potranno determinarsi a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse». La “Iuventa” sequestrata Il 2 agosto la Procura di Trapani mette sotto sequestro giudiziario l’imbarcazione “Iuventa”, dell’organizzazione tedesca Jugend Rettet, impegnata da mesi nell’attività di soccorso davanti alle coste della Libia e fatta conoscere agli italiani da un servizio della trasmissione RAI 2 di Enrico Lucci e Valentina Petrini, «NEMO, nessuno escluso». Tutto questo nonostante che i più alti gradi della Marina militare, della Guardia costiera e della Guardia di finanza escludano che siano mai emerse prove di rapporti tra ONG e trafficanti, sottolineando anzi la piena collaborazione in quel tratto di mare tra organismi di coordinamento, imbarcazioni statuali e navi delle associazioni umanitarie. Anche la magistratura siciliana, nel corso delle audizioni, ha riconosciuto la sostanziale correttezza delle ONG. Quali sono allora le ragioni vere del “giro di vite” voluto dal governo italiano e dalla Comunità europea nei confronti delle ONG? Non si tratta solo di farsi dettare l’agenda dal populismo delle destre xenofobe, non si tratta solo del tentativo di forzare il coinvolgimento degli Stati di appartenenza delle stesse ONG, come sembrerebbe indicare uno dei 13 punti del Codice. Di fatto siamo di fronte a qualcosa di più profondo, che va ad incidere su alcuni dei princìpi che davamo per acquisiti e scontati, e su cui si pensava si dovesse riconoscere la nostra civiltà giuridica e morale. Come è stato detto, “indurre a sospettare che il bene possibile, rappresentato da un’attività umanitaria, possa rivelarsi un male contagioso – i soccorritori alleati ai carnefici – contribuisce potentemente a ridurre in macerie princìpi fondamentali”. E si mette in discussione il valore della cosiddetta legge del mare, «quell’obbligo-diritto-dovere al soccorso e al salvataggio come valore irrinunciabile». Ma non solo: «È da un ventennio almeno che si assiste a forme di pressione sulle organizzazioni non governative da parte di diversi livelli istituzionali – europei, nazionali e internazionali – affinché il Diritto internazionale dei diritti umani venga ricondotto all’interno delle compatibilità politiche di Stati e governi». È dalla “guerra umanitaria” del Kosovo, infatti, che comincia questa tendenza che ha come obiettivo quello di far perdere progressivamente alle ONG le loro caratteristiche di base quali l’indipendenza e la neutralità, valori fondativi in coerenza anche con le Convenzioni internazionali che regolano queste attività. Ed è sconfortante l’unanimità, o quasi, con cui la stampa affronta la questione delle operazioni di salvataggio, agendo da megafono acritico dei peggiori luoghi comuni, delle accuse leghiste o di qualche giudice voglioso di protagonismo che poi ammette di non avere alcuna prova per le sue accuse. Non chiedendosi da dove stiano fuggendo le persone soccorse in mare e trovando la soluzione nel riconsegnarle a pseudo governi libici (quale Libia?) più o meno riconosciuti dai governi occidentali, scopertamente complici dei veri trafficanti. Che se poi, a volerci ragionare un po’ con la mente serena, dovessimo fare una graduatoria degli “autori delle nefandezze” coinvolti nel fenomeno delle migrazioni, dovremmo mettere: le multinazionali che impoveriscono e avvelenano i Paesi di partenza dei profughi; la Banca Mondiale che strozza col debito i Paesi del “Terzo Mondo”; i produttori/venditori/utilizzatori delle armi che restano il motore della nostra economia; i dittatori grandi e piccoli che lasciamo a governare per conto dei nostri affari quei Paesi, dove esportiamo i nostri rifiuti; i bravi cittadini europei che vanno in Africa, Asia e Sudamerica in cerca di ragazzini/ragazzine… siamo proprio certi che fra tutti i soggetti coinvolti in questa inumana catena, collocheremmo proprio gli scafisti nel gradino più basso? Sono l’ultimo anello, arrivano quando l’unica operazione possibile è strapparli ai lager, danno quella speranza – o illusione di speranza – che invece dovrebbe essere assicurata con i canali ufficiali di accoglienza. Lo fanno per soldi, come lo facevano le mammane quando l’aborto era illegale. Figure che spariscono quando si elimina la domanda.

 

il genocidio

di Raniero La Valle

in “ranierolavalle.blogstop.it” del 7 agosto 2017

Il caparbio rifiuto europeo di far posto ai profughi e la maldestra condotta del governo italiano sui migranti (la dottrina Minniti, i vincoli posti alle operazioni di soccorso, la spedizione delle navi militari in Libia) hanno innescato una rovinosa deriva dell’opinione pubblica, sostenuta da una inaudita campagna di stampa contro ogni forma di accoglienza e di solidarietà. Questa, a ben vedere, al di là del supposto obiettivo delle ONG, ha di mira il papa che, con i gesti di Lampedusa e Lesbo, ha squarciato la cortina dell’omertà e ha posto la questione politica e morale della risposta da dare alla più grande tragedia del nostro tempo, quella delle migrazioni di massa. È cominciata da lì la serie degli eventi: prima l’Italia ha avviato l’operazione “Mare nostrum”, pensando che fosse a buon mercato, poi Alfano, dopo un anno, l’ha fatta chiudere, i populismi egoisti e xenofobi si sono scatenati, la stampa e le TV hanno fatto da sponda alla paura e all’intolleranza, il governo ora passa alle maniere forti, Renzi e gli altri vecchi politici non pensano se non in termini di consenso per il potere, ed ecco che quello che stiamo per compiere prende il suo vero nome: un genocidio. L’esperienza del Novecento ci dice che dei genocidi è meglio accorgersi prima o nel mentre che si compiono, piuttosto che commemorarli o negarli dopo.
In che senso l’Europa e l’Italia sono oggi a rischio di perpetrare un genocidio? Genocidio è una parola che nemmeno esisteva prima della Shoà, benché molti ce ne fossero stati nella storia. Vuol dire uccidere un popolo, ma non di una sola nazione, tant’è che gli Ebrei uccisi nei campi erano di tutte le nazioni. E non vuol dire nemmeno uccidere tutti i membri di un popolo, ma anche solo alcuni o una parte di loro per nessun’altra ragione che per l’appartenenza a quel popolo, a quel gruppo, a quel “genus”. Volere che un popolo non esista, negare di riconoscerlo, misconoscere la qualità umana dei suoi membri è l’inizio del genocidio, come lo è stato l’apartheid, la soppressione dell’identità degli Indios, il regime di discriminazione razziale in America, la difesa degli uni identificata nella cancellazione o non visibilità degli altri. Quello dei migranti è un popolo, di molte nazioni, identificato dalla tragedia comune della fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla fame, dalla siccità, dallo sfruttamento coloniale, dalla miseria endemica vigilata dalla Banca mondiale. Fare in modo che essi non ci siano per noi, fermarli sulle zattere e sui barconi prima che arrivino, ostacolarne con le armi e con i “codici” l’approdo, rimandarli in terre di prigionia che non sono la loro patria, aiutarli a casa loro, cioè a restarsene e a morire nei loro inferni, è un genocidio, finché non si inventerà un’altra parola simile a questa. La libertà dei mari era stata inventata da Grozio, come condizione e culmine della modernità, a cui egli aveva offerto la formula della laicità che vige tuttora. Stiamo buttando a mare anche quella, insieme all’universalità dei diritti, insieme all’idea che gli uomini potessero farcela a vivere insieme in giusti ordinamenti senza uccidersi. Perciò pronunciamo oggi la grave parola “genocidio”. Non per accusare ma perchè ci accorgiamo di quello che stiamo facendo, che stiamo per fare.

image_pdfimage_print

il vero problema per l’Africa

 

Il problema non è aiutarli a casa loro. È liberare casa loro. E restituire il maltolto. Ecco come le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

aiutarli a casa loro

 

 

 

Le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

 Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010, grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola.

Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica.

Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica.

L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo.

Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”.

Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse.

Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali.

Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale.

Byanyima ha aggiunto: “I leader africani non devono assistere inerti all’approvazione del nuovo sistema di tassazione globale, cosa che dà alle multinazionali la libertà di scansare i loro obblighi di pagamento delle tasse in Africa. I leader politici e d’affari devono mettere da parte la loro importanza, innanzi alle richieste, sempre più insistenti, di una riforma del sistema di tassazione internazionale. Le nazioni africane, devono introdurre un approccio più progressivo e democratico alla tassazione – incluso un appello alla parola ‘fine’ per le esenzioni dalle tasse per le compagnie straniere”.

Gli attuali meccanismi internazionali volti a superare l’evasione fiscale, come il processo BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), controllato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)(2) per il G20, lasciano aperte enormi “vie di fuga” per le tasse, che le multinazionali possono continuare a sfruttare in tutto il mondo in via di sviluppo. Molte nazioni africane sono state escluse dalle discussioni sulla riforma del BEPS e, come risultato, non ne trarranno alcun beneficio.

(Traduzione di: Marco Nocera)

Originale: http://fahamu.org/node/1911

https://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/world_economic_forum_wef.africa_rising_for_the_few.pdf
2 Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) [così nominata a livello internazionale, ndt]

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

IL SUO VOLTO BRILLÒ COME IL SOLE

commento al vangelo della trasfigurazione del del Signore (6 agosto 2017) di p. Alberto Maggi:

Mt 17,1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Nel vangelo di Matteo ci sono quattro monti, l’uno in una relazione con l’altro. Al monte delle beatitudini corrisponde il monte della resurrezione, cioè praticando il messaggio di Gesù, si fa l’esperienza del Cristo risorto e della vita indistruttibile; al monte delle tentazioni corrisponde il monte della trasfigurazione. La condizione divina, secondo l’evangelista, non si ottiene mediante l’adorazione del potere, ma attraverso il dono di se stesso. È quello che l’evangelista esprime al capitolo 17 del suo vangelo. Leggiamo. “Sei giorni dopo”, la datazione è preziosa, è importante: il sesto giorno, nella tradizione biblica, è il giorno della creazione dell’uomo, ed è anche il giorno in cui Dio, il Signore, sul Sinai manifestò la sua gloria. In Gesù si manifesta la gloria di Dio, nella pienezza della sua creazione. “Gesù prese con sé”, prende con sé Gesù tre discepoli, i più difficili, quelli che poi avrà come compagni, anche al momento della sua passione. Il primo viene presentato con il suo soprannome negativo, che significa il testardo, Simone, che viene presentato col soprannome Pietro, “Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte”, questa è un’indicazione preziosa che ci dà l’evangelista: ogniqualvolta Matteo usa la formula “in disparte”, è per indicare incomprensione o ostilità, ottusità nei confronti di Gesù e del suo insegnamento, quindi sappiamo già come va a finire il brano. “in disparte su un alto monte”, ecco questo monte è la risposta al monte altissimo, sul quale il diavolo portò Gesù, offrendogli tutti i regni del mondo, a condizione di adorare il potere, cioè la condizione divina si ottiene attraverso il potere. Gesù non è d’accordo, Gesù mostra al suo tentatore, e ricordiamo che è stato Pietro, in questo vangelo, a ricevere da Gesù l’epiteto satana, il suo diavolo tentatore, (che) la condizione divina non si ottiene attraverso il potere, ma attraverso il dono d’amore di sé. “E fu trasfigurato”, letteralmente ebbe una metamorfosi, “davanti a loro”, l’evangelista mostra qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. Pietro, nel brano precedente, si era rivoltato contro Gesù, perché non accettava l’idea di un messia che andasse a morire. Ebbene Gesù mostra loro che la morte non è una fine, ma una pienezza di vita, la morte non distrugge la persona, ma la potenzia. “il suo volto brillò come il sole”, il sole è immagine della pienezza della condizione divina, “e le sue vesti divennero candide come la luce”, è l’immagine nella condizione divina, come quando Gesù dirà che i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre, e queste vesti candide sono quelle della resurrezione. Quindi Gesù mostra che, passando attraverso la morte, la sua figura non solo non è stata distrutta, ma addirittura potenziata. “Ed ecco apparvero loro Mosè”, Mosè è il grande legislatore, “e Elia”, Elia è il grande profeta che, attraverso l’uso della violenza, impose l’osservanza della legge divina, “che conversavano con lui”, è importante questa precisazione. Elia e Mosè, cioè quello che noi chiamiamo l’antico testamento, la legge ed i profeti, non hanno nulla a dire alla comunità di Gesù, conversano con Gesù; come sono i personaggi che hanno conversato con Dio, ora conversano con Gesù. “Ed ecco”, ed ecco qui il colpo di scena, “Pietro”, presentato con il solo soprannome negativo “disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne”, è importante quello che Pietro ha intenzione di fare. Pietro, ancora una volta in questo vangelo, continua nell’azione di satana, di diavolo tentatore di Gesù, e qual è la tentazione? Il messia, secondo la tradizione, sarebbe apparso all’improvviso, durante la festa più importante d’Israele. Delle grandi feste d’Israele, ce n’era una, che era chiamata semplicemente la festa, non c’era bisogno di indicarla, di nominarla. Era la festa per eccellenza, era la festa delle capanne: tra settembre e ottobre, per una settimana, gli ebrei vivevano sotto delle capanne, in ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Durante questa festa che ricordava la liberazione, sarebbe apparso il nuovo liberatore. “farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”, al centro, per Pietro, non c’è Gesù. Quando ci sono tre personaggi, il più importante sta sempre al centro. Per Gesù non è, per Pietro non è Gesù il personaggio più importante, ma è Mosè. Qual è la tentazione che fa Pietro a Gesù? Ecco il messia che io voglio: un messia che osservi la legge di Mosè, con lo zelo profetico e violento del profeta Elia. “egli stava ancora parlando”, ma a quanto pare Dio non è d’accordo con quello che dice Pietro, “quando ecco una nube luminosa”, immagine che, nel libro dell’Esodo, indica la presenza liberatrice di Dio, “li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva”, naturalmente è la voce di Dio, “questi è il figlio mio”, figlio non s’intende soltanto colui che è nato, ma colui che assomiglia al padre nel comportamento, “l’amato”, cioè l’erede di tutto, “in lui ho posto il mio compiacimento”, le stesse parole che Dio ha espresso su Gesù, al momento del battesimo, e poi un verbo imperativo: ascoltatelo, esattamente “lui ascoltate”. Non dovete ascoltare né Mosè, né Elia, ma è in Gesù che c’è la pienezza della volontà divina, della rivelazione divina, lui va ascoltato. “All’udire ciò, i discepoli”, questo intervento divino provoca sconforto e desolazione, e segno di sconfitta, “all’udire ciò i discepoli caddero con la faccia a terra”, è un’immagine che indica il senso della sconfitta, della distruzione, “e furono presi da grande timore”, perché? Il messia che stanno seguendo in Gesù, non è quello da loro sperato, il messia vittorioso, il messia che imporrà la legge, il messia violento, ma tutto un altro, e quindi è una sconfitta dei loro sogni di ambizione, dei desideri di supremazia. “Ma Gesù si avvicinò, li toccò”, Gesù li deve toccare esattamente come tocca gli ammalati, come tocca i morti, “e disse: alzatevi e non temete”. Ma la reazione dei discepoli ancora una volta è negativa: “alzando gli occhi non videro nessuno”, cercano ancora, cercano ancora i punti di riferimento della tradizione del passato, cercano ancora Mosè, la legge che dà sicurezza, cercano ancora Elia il profeta, che, col suo zelo, fa osservare questa legge, non c’è più nessuno. Non c’è né Mosè, né Elia, e, quasi a malincuore, l’evangelista scrive: “non videro nessuno, se non Gesù solo”. Gesù solo non gli basta, loro vogliono Gesù, secondo la linea di Mosè e di Elia. “Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro”, quindi Gesù si impone, “«Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti»”. Loro hanno sperimentato qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte, ma non si facciano illusione, devono ancora vedere quale tipo di morte Gesù affronterà, la morte che la Bibbia riservava ai maledetti da Dio, una morte infame, la morte della croce. Quindi, per evitare sentimenti d’entusiasmo fuori posto, non dite niente a nessuno, fino a che non sia risorto, cioè prima devo passare attraverso la morte, e di questo tipo di morte.

image_pdfimage_print

l’umanizzazione di Dio richiede l’umanizzazione della chiesa

umanizzare la chiesa

di José M. Castillo

 

Capisco che ci siano persone che, solo nel leggere il titolo di questo breve articolo, provano una certa diffidenza o forse sperimentano sfiducia o persino un aperto rifiuto. Perché hanno educato molti di noi nella convinzione che “l’umano” si contrappone al “divino”. E questo, portato fino alle sue estreme conseguenze, conduce – inevitabilmente – all’idea fissa che “a più umanità corrisponde meno divinità”. Ossia, “umanizzare la Chiesa” equivarrebbe a rubarle o a ridurle la sua condizione sacra, soprannaturale e divina. Tuttavia, oso dire che “umanizzare la Chiesa” non solo è lecito, ma soprattutto è assolutamente necessario ed urgente. Se si pensa a questa questione a partire dalla fede e dalla mentalità cristiana. Perché vedremo, secondo le nostre credenze: cosa Dio ha fatto per dare risposta e salvezza al mondo? Noi cristiani diciamo che questa domanda ha la sua risposta a partire dal mistero dell’Incarnazione di Dio in Gesù. Cosa che, tradotta in un linguaggio molto semplice, vuole dire l’Umanizzazione di Dio in un modesto galileo che si chiamava Gesù di Nazareth. San Paolo lo spiega dicendo qualcosa di molto forte: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2, 6-7). Da più di dieci anni mi sta preoccupando quello che questo comporta e rappresenta. Ho pubblicato quattro libri ed una quantità di articoli sul tema. Ora voglio fare un passo in avanti che mi sembra urgente e decisivo. Perché, se quello che ho appena detto è indispensabile per comprendere il cristianesimo, non sarà tanto o più urgente e necessario per comprendere la Chiesa? Il che equivale a farsi quest’altra domanda, forse più scomoda per alcuni: se Dio si è abbassato e si è umanizzato per portare la salvezza a questo mondo, perché la Chiesa non si spoglia anche dei suoi gradi, delle sue dignità e dei suoi privilegi, in maniera tale che di lei possiamo dire che si è umanizzata? Ed il peggio di tutto ciò è che, come sappiamo (e con frequenza), gli “uomini di Chiesa” conservano i loro gradi, le loro dignità ed i loro privilegi a forza di “disumanizzarsi” in non poche questioni che toccano questioni tra le più forti che noi uomini dobbiamo affrontare. Certo, Dio non è la religione. E Dio non è la Chiesa. Ma in ogni caso le strade di Dio, di Gesù non dovrebbero essere le strade della Chiesa? Mi fa molto pensare quello che sta capitando a papa Francesco. Le sue numerose manifestazioni di umanità e di spontaneità lo rendono odioso ad un settore importante del clero. Perché è così?

in “Religión Digital” (www.religiondigital.com ) del 29 luglio 2017

image_pdfimage_print

come calpestare spudoratamente la sofferenza di due suore generose per demonizzare il popolo rom

 ogni giornalista lo sa: un messaggio si fa passare mettendo un titolo ad effetto anche se non rispondente al vero e una conclusione che ribadisca il messaggio desiderato (come il calcio dell’asino!): è perfetto a questo scopo l’articolo di ‘secoloditalia’ sulle due suore che a Torino dopo una vita dedicata ai rom, ricevendone reciprocamente stima e affetto, lasciano ora il campo per una situazione di grave abbandono da parte delle istituzioni amministrative e dell’ordine pubblico: articolo che strumentalizza spudoratamente  questa situazione per far passare il messaggio che le due suore tirino i remi in barca deluse e frustrate dal popolo rom che pensavano redimibile e invece si rendono conto – finalmente . che tutto era e resta “inutile”! La conclusione  dell’articolo non è che la ciliegina che dà il tocco di completezza al messaggio!
di seguito l’articolo uscito su ‘secoloditalia’:

anche le suore si arrendono:

“non aiuteremo più i rom, è inutile…”

Anche le suore si arrendono: “Non aiuteremo più i rom, è inutile…”

La loro storia mette tristezza e allo stesso tempo fa riflettere. Dopo 38 anni di volontariato nei campi rom di Torino, due suore, ormai anziane ma ancora attivissime, hanno deciso di ritirarsi, di non aiutare più i nomadi in quell’ambiente diventato pericoloso e ingestibile. Troppa prepotenza, arroganza, bugie su bambini mandati a scuola e invece tenuti al pascolo, risate contro i volontari, considerati intrusi. La vicenda, raccontata dalla Stampa, riguarda le suore Luigine, religiose, sorelle, 78 e 77 anni, dedite per una vita ad aiutare i sinti e i rom, negli ultimi quindici anni in via Germagnano, nel campo più importante di Torino.

“Troppe prepotenze e nessun ruolo dei genitori”

«Lì vivono 30 famiglie con la residenza, da cinque-sei anni quel campo vive un momento brutto. Le pietre lanciate di notte contro la roulotte di un poveretto da ragazzi, sono il segno che mancano i genitori, che non c’è più autorevolezza. La scuola è trascurata, i ragazzi non ci vanno, i genitori non insistono. Il pulmino che li portava non c’è più e per le famiglie è difficile accompagnarli: se li mettono sul furgone capita che appena usciti dal campo prendano la multa. Poi, l’impressione è che il diploma di terza media venga dato con una facilità che non è educativa”, è la sintesi del pensiero delle due suore raccolto dalla Stampa. Ma cos’è accaduto di così grave da far allontanare le due religiose? “Cinque-sei anni fa è arrivata gente che minacciava, bruciava le case, poi le occupava. Ora piazzano i camper dentro l’area, se ci sono controlli se ne vanno. Alcune famiglie in regola se ne sono andate. Noi – tengono a ribadire – non siamo andate via per i rom, ma per l’abbandono: nonostante questa situazione che colpisce i deboli, là non vanno più né vigili, né cooperative. I volontari vengono derisi. Ci avevano detto, in caso di necessità di chiamare la polizia, finito l’orario dei vigili, ma in sei mesi non è mai arrivata”.

Se si sono arrese loro, figuriamoci chi non ha l’aiuto della fede…

fonte: secoloditalia

image_pdfimage_print

i suoi denigratori lo definiscono poco teologo, in realtà …

papa Francesco segreto

nelle omelie a Santa Marta il suo vero pensiero

di Marco Politi
in “www.ilfattoquotidiano.it” del 27 luglio 2017

C’è un aspetto nascosto dell’impegno di papa Francesco, perché si svolge lontano dalle telecamere e dai giornalisti. Dunque non è “visibile” all’opinione pubblica. E’ uno spazio che Jorge Mario Bergoglio si è riservato per evitare che la sua attività di leader della Chiesa cattolica e di capo di Stato soffochi la sua dimensione di parroco. Si tratta delle messe mattutine, che celebra nella residenza Santa Marta dinanzi ad una trentina di persone, fedeli di parrocchie romane o pellegrini venuti dall’estero. “Nascosto” non vuol dire segreto, perché le messe sono documentate. Ma rispetto alla cronaca quotidiana, basata sulle immagini, questo aspetto di Francesco rimane quasi nell’ombra. E invece le sue omelie da parroco, meno altisonanti di quelle pronunciate davanti alle folle, sono estremamente interessanti per capire il nucleo del pensiero di Francesco e la visione che lo accompagna nel suo sforzo di riforma della Chiesa. I critici del pontefice tendono a dipingerlo come “poco teologo”, mentre in realtà le sue parole volutamente semplici e comprensibili ad un uditorio vasto sono sorrette da un pensiero complesso.

Un pensiero orientato a cogliere le sfide, che il grande mutamento dovuto alla secolarizzazione pone alla vecchia “Chiesa del catechismo” e della tradizione fossilizzata. Questa Chiesa è diventata in larga parte estranea alle giovani generazioni, che silenziosamente – senza contestazioni – si pongono fuori campo, e il Papa, per usare un’immagine, è come un seminatore che lancia semi di riflessione.

 

Gianpiero Gamaleri, sociologo e docente di Scienze della comunicazione in università laiche ed ecclesiastiche (tra l’altro è membro del Cda del Centro Televisivo Vaticano), segue da tempo il Bergoglio delle celebrazioni mattutine e ad esse ha dedicato un attento monitoraggio, ricco di commenti, raccolto in un volume intitolato “Santa Marta – Omelie” (ed. Libreria Editrice Vaticana). “Papa Francesco – sottolinea – è sensibilissimo agli eventi”. E in questa capacità di tenere insieme l’attenzione ai fatti del mondo contemporanea, gli episodi del Vangelo e l’afflato religioso sta certamente il segreto della comunicatività dell’attuale papa. Si prenda solo la predica di una mattinata di marzo del 2016. “Tre giorni fa è morto uno, qui, sulla strada, un senzatetto: è morto di freddo. In piena Roma, una città con tutte le possibilità per aiutare. Perché, Signore? Neppure una carezza… Ma io mi affido, perché Tu non deludi. Signore non ti capisco. Questa è una bella preghiera. Ma senza capire mi affido nelle tue mani”. C’è tutto. L’esortazione a non chiudere gli occhi dinanzi alle tragedie quotidiane, la “teologia della non comprensione del silenzio di Dio”, l’affidamento in Cristo che viene dalla fede. La Chiesa a cui pensa Francesco, anzi come dice lui il “Regno di Dio”, non si affida alla “religione dello spettacolo… sempre (alla ricerca di ) cose nuove, rivelazioni, messaggi… Fuochi d’artificio che illuminano per un momento”. (Per chi vuole capire è un’archiviazione delle multirivelazioni di Medjugorie).

Il Regno di Dio non è una “struttura ben fatta, tutto in ordine, organigrammi ben fatti… ”. E’ qualcosa che si costruisce nella quotidianità, il prodotto di un cammino, una crescita. La rigidità non serve e nemmeno il “fissismo” (Bergoglio inventa spesso parole). Credere nello Spirito Santo significa “andare avanti”, mentre i Dottori della Legge “incantano” con le ideologie. E’ evidente che un simile approccio risulti destabilizzante per i fautori di una dottrina concepita come legge e ordine e di una Chiesa militarmente organizzata. Emergono in queste omelie – in parte preparate, in parte sviluppate a braccio – molte esperienze dirette di Bergoglio. Come lo squarcio sulla “fila di mamme nelle carceri di Buenos Aires… donne (che) soffrivano non solo la vergogna di essere lì, ma anche le più brutte umiliazioni nelle perquisizioni che venivano fatte loro prima di entrare…”.
Molti altri impulsi si colgono in queste prediche. La ripulsa per la corruzione, la valorizzazione del dubbio (anche Giovanni il Battista, ricorda Francesco, ha dubitato), l’esigenza che il perdono sia totale e dunque comporti che gli altri dimentichino il peccato commesso, l’importanza che la fede cristiana sia caratterizzata da “gioia” e “stupore”, mai da routine. La denuncia definitiva che il terrorismo, che si ammanta di religione, è “satanico”. Il giorno della morte di padre Jacques Hamel, sgozzato in Francia da adepti dell’Isis, Francesco esclama da leader religioso (e geopolitico): “Quanto piacerebbe che tutte le confessioni religiose dicessero ‘Uccidere in nome di Dio è satanico!’. Gli input, che vengono dalle omelie di Santa Marta, vanno in tutte le direzioni. Gamaleri rileva che il messaggio di Francesco ha un richiamo universale. Di certo i sondaggi confermano che il papa argentino parla al di là di frontiere confessionali e filosofiche.

image_pdfimage_print

le ‘suore luigine’ lasciano a Torino il campo rom ma non i rom

le suore lasciano i campi rom

“troppi prepotenti, costrette a mollare dopo trentotto anni”

le religiose:
“in via Germagnano serve la presenza delle forze dell’ordine e degli educatori”

suor Rita e suor Carla sono suore Luigine, una congregazione nata nel 1915 ad Alba

dal 1979 sono vissute prima tra i sinti e poi tra i rom della ex Jugoslavia

maria teresa martinengo

«vi chiudiamo dentro, così non andate via. Se ve ne andate questo campo non sarà più come prima»,

ha detto un capofamiglia rom a Rita e a Carla. Ma loro, le suore Luigine che hanno vissuto 38 anni nei campi nomadi di Torino, con le lacrime agli occhi un mese fa hanno lasciato la loro casetta di via Germagnano. «Avremmo voluto restare, ma la nostra età e le condizioni del campo non lo permettevano più», raccontano le religiose, sorelle, 78 e 77 anni. Una frase a testa, con serenità e malinconia insieme, le suore Luigine che ai sinti e ai rom hanno dedicato la vita, dando una mano con i bambini, con le medicazioni, con la burocrazia, raccontano.  

PRESENZA AMICA  

«La nostra è stata e continua ad essere, perché siamo già tornate più volte, una presenza di amicizia, condivisione di vita». Dal 1979 in via Lega, tra i sinti, poi all’Arrivore, gli ultimi quindici anni in via Germagnano. «Ma il campo comunale di via Germagnano, dove vivono 30 famiglie con la residenza, da cinque-sei anni vive un momento brutto. L’abbiamo detto in Comune: l’abbandono in cui versa è un segnale negativo per i rom prima di tutto». Le suore, che raramente si sono espresse in tutti questi anni, ammettono che «le pietre lanciate di notte contro la roulotte di un poveretto da ragazzi, sono il segno che mancano i genitori, che non c’è più autorevolezza». La scuola è trascurata. «I ragazzi non ci vanno, i genitori non insistono. Il pulmino che li portava non c’è più e per le famiglie è difficile accompagnarli: se li mettono sul furgone capita che appena usciti dal campo prendano la multa. Poi, l’impressione è che il diploma di terza media venga dato con una facilità che non è educativa».   

TROPPI PREPOTENTI  

Rita e Carla hanno pianto. «Saremmo rimaste, ma non aveva più senso stare in un posto di cui non si cura più nessuno. Per un po’ ci siamo fermate a pensare alla proposta che i sinti di via Lega, di fronte a via Germagnano, ci hanno fatto. Ci volevano di nuovo con loro, si sarebbero accollati la spesa per comperarci una casa mobile. Ma alla nostra età non avrebbe avuto senso. Così abbiamo accettato la casa che don Ciotti ci ha offerto», spiega Rita. «Certo – aggiunge la sorella, guardandosi intorno nell’appartamento dove si trovano provvisoriamente – per noi come per i rom è difficile abituarci a una casa. Il campo è un’altra vita. Al mattino presto là c’era sempre qualcuno che gridava se volevamo un caffè…».  

I problemi sono arrivati dai prepotenti. «Cinque-sei anni fa è arrivata gente che minacciava, bruciava le case, poi le occupava. Ora piazzano i camper dentro l’area, se ci sono controlli se ne vanno. Alcune famiglie in regola se ne sono andate. Noi – tengono a ribadire – non siamo andate via per i rom, ma per l’abbandono: nonostante questa situazione che colpisce i deboli, là non vanno più né vigili, né cooperative. I volontari vengono derisi. Ci avevano detto, in caso di necessità di chiamare la polizia, finito l’orario dei vigili, ma in sei mesi non è mai arrivata».  

LAVORO PER LE DONNE  

Per Rita e Carla un’altra estate là non sarebbe più stata possibile. Se avessero lasciato la casetta per qualche settimana di riposo, al ritorno probabilmente avrebbero trovato brutte sorprese. Per far sì che il Comune potesse assegnarla a una famiglia in regola e bisognosa, e non venisse, al contrario, occupata da prepotenti, le suore sono rimaste fino all’ultimo: «Mentre uscivamo – ricordano – è entrata una giovane coppia in attesa di un bimbo». Così anche le famiglie vicine in regola sono state protette. «C’era chi ci diceva: se la vostra casa se la prendono “quelli là” noi dovremo andare via». Rita e Carla le loro idee per restituire a via Germagnano un po’ di dignità le hanno spiegate in Comune: «Presenza delle forze dell’ordine, subito, lavoro educativo nel campo. E lavoro per le donne». 

image_pdfimage_print

fare il clochard non è reato

la Cassazione difende i clochard

bivaccare in strada non è reato per un senza casa

avrebbe dovuto pagare mille euro di multa

l’avvocato: “L’uomo versava in stato di necessità e con l’esigenza di un alloggio”

Assolto in Cassazione il clochard multato per aver bivaccato in strada

assolto in Cassazione il clochard multato per aver bivaccato in strada

da Globalist

Capita che il volto umano, nella circostanza, sia invece quello della Cassazione che ha ribaltato la sentenza con la motivazione che “non è reato e non può essere condannato chi vive per strada, su di un marciapiede con i cani in una baracca precaria di cartoni e pedane in legno”.

Nel ricorso in Cassazione, il difensore aveva ribadito che l’uomo, senza fissa dimora, “versava in stato di necessità e con l’esigenza di un alloggio”.
La vicenda risale a dicembre 2010. Il clochard, un quarantenne italiano, era stato condannato dal tribunale di Palermo a pagare mille euro per non aver rispettato l’ordinanza del primo cittadino a non predisporre accampamenti di fortuna. L’obiettivo era quello di non consentire l’alterazione del decoro urbano ed essere d’intralcio alla pubblica viabilità.

Secondo la prima sezione penale, l’ordinanza del sindaco è “una disposizione di tenore regolamentare data in via preventiva ad una generalità di soggetti, in assenza di riferimento a situazioni imprevedibili o impreviste”, e “non è sufficiente l’indicazione di mere finalità di pubblico interesse”. La Corte ha quindi annullato la condanna perché “il fatto non sussiste”.

In un’altra sentenza, la Cassazione aveva annullato la condanna della Corte di Appello di Genova a un giovane straniero senza fissa dimora responsabile di un furto di wurstel e formaggio del valore di 4 euro.

“Il fatto – ha spiegato la Corte Suprema – non costituisce reato”

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

VENDE TUTTI I SUOI AVERI E COMPRA QUEL CAMPO

commento al vangelo della diciassettesima domenica del tempo ordinario (30 luglio 2017) di p. Alberto Maggi:

Mt 13,44-52

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Nel capitolo 13 del vangelo di Matteo, Gesù, con tre parabole, ha messo in guardia la comunità contro i tre rischi, contro le tre tentazioni: con la parabola della zizzania ha messo in guardia la comunità dalla tentazione di essere una comunità di eletti; con la parabola della senape dalla tentazione della grandezza e, infine, con la parabola del lievito dallo scoraggiamento. Ora come antidoto a queste tre tentazioni, Gesù invita alla fedeltà alla prima beatitudine, lo fa di nuovo con delle parabole. Leggiamo, è il capitolo 13 versetto 44 di Matteo: “il regno dei cieli”, ricordo che regno dei cieli non si intende un regno nell’aldilà, un regno nei cieli, ma il regno di Dio, cioè la società alternativa che Gesù è venuto a realizzare su questa terra, “è simile a un tesoro”, il termine tesoro apre e chiude questo brano, quindi è all’insegna della bellezza, dello splendore, “nascosto nel campo; un uomo lo trova”, questo uomo non cercava il tesoro, lo ha trovato, è stata un’opportunità che lui ha saputo cogliere al volo nella sua vita e, senza esitare, scrive l’evangelista “lo nasconde; poi va, pieno di gioia”, letteralmente per la gioia di aver trovato questo, “vende tutti i suoi averi”, non ci ripensa, “e compra quel campo”. C’è San Paolo nella lettera ai Filippesi, che scrive: quello che per me era un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo; per Lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura. Quando s’incontra Gesù ed il suo messaggio, questa è la risposta a quel desiderio di pienezza di vita, che ogni persona si porta dentro, e tutto il resto perde valore. Continua Gesù, che sempre “il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose“, mentre il primo uomo lo ha trovato per caso, ha saputo cogliere al volo l’occasione, l’opportunità della sua vita, il secondo invece è uno che cerca questa occasione, “trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra”. Quello che vuol dire l’evangelista è che seguire Gesù non è a costo di chissà quali sacrifici, il termine sacrifici appare soltanto due volte e in senso negativo in questo vangelo, ma per la gioia, il termine gioia appare nel vangelo di Matteo per ben sei volte. Ma continua Gesù: “Ancora, il regno dei cieli è simile ad una rete gettata nel mare”, Gesù ha invitato i suoi discepoli ad essere pescatori di uomini e ora dice come devono pescare, “che raccoglie ogni genere”, non c’è nel testo “di pesce”, è un’aggiunta del traduttore, quindi raccoglie di tutto. L’offerta di Dio, l’offerta del suo amore, è per tutta l’umanità, sta agli uomini poi rispondere o meno, “Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni
nei canestri e buttano via”, e qui purtroppo la traduzione c’ha “cattivi”, che indica un giudizio morale da parte del pescatore. No, non è così, “butta via i marci”, il termine adoperato dall’evangelista è marcio, non è un giudizio, buoni e cattivi, è una constatazione: quelli che possono portare vita e quelli che invece sono marci, quindi non è un giudizio morale, ma una constatazione. Quelli che scelgono la vita sono pieni di vita, quelli che scelgono la morte, sono pieni di morte, quindi sono inutili. E infatti continua Gesù: “Così sarà alla fine”, non del mondo, ma “dei tempi”, “Verranno gli angeli e separeranno i cattivi”, letteralmente i maligni, sono come i seminatori di zizzania, sono i figli del diavolo, “dai”, non è buoni, “giusti”, giusti significa i fedeli, i fedeli al messaggio di Gesù, “e li getteranno nella fornace ardente”. Questa è una citazione del profeta Daniele, il capitolo 3 versetto 6, dove la fornace ardente era la pena per chi non adorava il potere espresso dalla statua di Nabucodonosor. Ecco, ora invece per Gesù, la fornace ardente – fornace ardente cosa significa? distruzione completa – è la fine di chi adora il potere. Quindi quelli che scelgono l’amore, la condivisione, la generosità, il perdono, questo è il regno dei cieli, è il regno di Dio che Gesù è venuto ad inaugurare, sono pieni di vita e la comunicano; quelli che invece scelgono l’ egoismo, l’avidità, il potere, sono pieni di morte. Allora non c’è un giudizio da parte di Dio, ma semplicemente una constatazione tra chi è pieno di vita e chi invece è già nella putrefazione della morte; “dove sarà pianto e stridore di denti”, immagine biblica che indica il fallimento nella vita. Al termine delle sette parabole del regno, Gesù dice: “Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba”, lo scriba era il personaggio importante, era il maestro per eccellenza di Israele, rappresentava il magistero infallibile, “divenuto discepolo”: anche il maestro, di fronte alla novità di Gesù, deve tornare a scuola, deve diventare discepolo, forse questo è un po’ il ritratto dell’evangelista. “del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro”, ecco la parola tesoro ha aperto il brano e lo chiude, “cose nuove”, letteralmente migliori, l’evangelista adopera lo stesso termine che, nel vangelo di Giovanni, indicherà il comandamento nuovo, il comandamento migliore, “dalle cose antiche”, cosa vuol dire l’evangelista? Che il messaggio di Gesù ha sempre la precedenza su quello di Mosè: la nuova alleanza viene prima dell’ultima alleanza dell’antico testamento.

image_pdfimage_print