il ‘cattivismo’ di questo governo contri poveri e i disperati

la miseria di un governo che prende in giro i poveri e i disperati

con il dl sicurezza di Salvini, agli oltre un milione di vagabondi italiani viene tolta persino la possibilità di umiliarsi chiedendo l’elemosina

Un barbone

un barbone

“Stasera, davanti a una chiesa, mi ha fermato un mendicante che mi ha chiesto qualche spicciolo, avevo un euro e gliel’ho dato. Lui, nel ringraziarmi, mi ha detto, in siciliano stretto: “sa dottore (si mi ha chiamato dottore, chissà perché), io prego perché questo governo cada a gennaio, io ho votato 5 stelle, ma questo governo sta prendendo in giro i poveri e questo non è giusto, se prendevano in giro i ricchi va bene, ma i poveri no, non si prendono in giro i poveri! E io prego il Signore perché li faccia cadere il primo gennaio! Non si prendono in giro i poveri!”

Ho scelto di condividere questo messaggio, inviatomi da mio padre ieri sera, e che mi ha dato la conferma di un pensiero, terrificante, che mi ronza in testa dall’approvazione del decreto sicurezza.

Ora, che questo dl sia una legge infame e razzista è facilmente intuibile: levare qualsiasi possibilità di guadagno onesto e integrazione agli immigrati costringerà centinaia di irregolari a riversarsi nelle strade d’Italia. Persone, famiglie, esseri umani che come tali hanno bisogno di ripararsi dal freddo e di mangiare. E davanti alle porte chiuse in faccia da questo governo, questi disperati faranno ciò che ognuno di noi farebbe nella stessa situazione: cominceranno a rubare e a delinquere, portando acqua al mulino di Salvini che potrà dire che aveva ragione lui, gli immigrati sono tutti criminali. Un tipo di narrazione illogica cui però gli italiani boccaloni credono ciecamente essendo incapaci, come vediamo drammaticamente in questi mesi, di ragionare lucidamente.

Ma, come direbbe Salvini, pensiamo agli italiani: secondo l’Istat, Nel 2017 si stimavano in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie italiane.

Oltre un milione di concittadini cui il dl sicurezza toglie la possibilità di chiedere aiuto elemosinando: l’accattonaggio ‘molesto’ è infatti ora considerato reato. Per un motivo semplice: i poveri ci fanno schifo.

Fa schifo vederli ammassati davanti alle stazioni, immersi nel puzzo che impesta l’aria. Fa schifo trovarli davanti alle Chiese e ai supermercati. E fa schifo perché sono lì a dimostrare quanto siamo fortunati, quanto poco abbiamo il diritto di lamentarci finché abbiamo una casa cui tornare, un tetto sopra la testa e un pasto in tavola. Fanno schifo perché ci mettono di fronte, con la loro semplice esistenza, alla nostra ipocrisia, alla nostra cattiveria. Perché sarebbe bello uscire il sabato sera senza senza tetto e venditori di rose che ci interrompono mentre ci lamentiamo delle nostre lunghe giornate di lavoro, giusto? Sarebbe fantastico non dover assistere alla pietosa scena della bambina che ci chiede due spicci al semaforo, o del lavavetri che insiste per insaponarci il parabrezza. Quanto ci fanno schifo i poveri, e quanto in fretta ci abitueremo a non vederli più in giro. Perché, come si dice, ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’. Se ne avessimo ancora uno, di cuore.

Eppure, questi poveri continueranno a esistere. E a pregare che chi li sta prendendo in giro la smetta di fare campagna elettorale sulle loro già misere vite. Quest’uomo era già povero prima di Di Maio e di di Salvini, lo sarà anche quando il dl sicurezza sarà effettivamente entrato in vigore (cosa che accadrà presto, dato che Mattarella ha apposto la sua firma e il decreto è il Gazzetta Ufficiale). Non è colpa di Salvini se quest’uomo è costretto a chiedere l’elemosina. Ma è colpa sua, colpa dei cinque stelle, colpa di tutti coloro che plaudono a questo governo che sbatte in strada i disperati e ciancia di Gesù e di presepe, se a questo poveraccio gli verrà tolta anche l’umiliazione di essere un accattone. Non sia mai che rovini il decoro urbano mentre siamo impegnati a fare le spese di Natale.

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il crocifisso e il presepe usati come randello nella politica del disprezzo

la politica del disprezzo e l’effetto presepe

se il presepe e il crocifisso diventano meri simboli di identità, in cui la comunità si identifica “contro qualcuno”, contraddicendo in modo vergognoso il significato del simbolo stesso …

di Andrea Grillo

in “Come se non” – http://www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/ – del 3 dicembre 2018

Ci sono, nelle tradizioni, logiche profonde e complesse, che vanno rispettate proprio nella loro complessità. Anche la tradizione cristiana, e in particolare quella cattolico-romana, non sfugge a queste logiche. Quasi 70 anni fa un parroco diede fuoco a Babbo Natale, sul sagrato della Chiesa, per “difendere” Gesù bambino dai “culti pagani”. Questo episodio diede lo spunto, a C. LéviStrauss per scrivere un bell’opuscolo, dal titolo “Babbo Natale giustiziato” nel quale metteva in luce la profonda continuità tra culto pagano e culto cristiano, sulla base della antica festa del Sol invictus, dove i temi della luce, delle piante sempreverdi e dei “vecchi/morti” e dei “bambini/neonati” si intrecciano strutturalmente. Ora, in questo contesto, quando la polemica diventa vuota e formale, possiamo trovare il paradosso per cui politici senza vero retroterra di fede, la cui sensibilità verso lo straniero è proverbiale, diventino i “difensori del presepe” (e del Crocifisso), pretendendo di far passare pastori e cristiani come “nemici del popolo”. La questione decisiva, in tutto questo, è ciò che da tempo chiamo “effetto presepe”. Vorrei provare a spiegarlo brevemente. In tutte le grandi tradizioni, infatti, i passaggi decisivi – nel nostro caso cattolico, il Natale e la Pasqua – diventano “luoghi di riconoscimento”, non solo religioso, ma culturale e sociale. “Fare il presepe” a Natale, e “visitare i sepolcri” a Pasqua diventano luoghi di identità. Ma, proprio in questo passaggio, le tradizioni si mettono a rischio, perché concentrano in un punto tutti i “messaggi” e proprio per questo “sovraccarico” rischiano di perderne il senso. Il presepe e il Crocifisso diventano, così, meri simboli di identità, in cui la comunità si identifica “contro qualcuno”, contraddicendo in modo vergognoso il significato del simbolo stesso. Il presepe, in modo esemplare, costituisce un caso tipico di questa “tentazione”. Presepe dice, in latino, “mangiatoia” e costituisce la “versione di Luca” del mostrarsi del Salvatore. Che si rivela ai pastori irregolari e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscerlo solo nella irregolarità dei pastori. Nella versione di Matteo, invece, la dose è ancora rincarata: la tensione è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e la ostilità viscerale dei residenti. Il “presepe”, mescolando tutti questi messaggi, rischia di non aumentare, ma di diminuire la forza della tradizione, riducendola a un “soprammobile” borghese. Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari riconoscono Gesù, mentre Governatori, Ministri e residenti regolari cercano di ucciderlo. Esattamente come, a Pasqua, sanno riconoscere Gesù una donna dai molti mariti, un disabile grave come il cieco nato e un cadavere come Lazzaro, mentre i potenti lo uccidono senza pietà. Queste sono le categorie privilegiate dalla Chiesa!

Ciò che il mondo cattolico deve chiedere, con parole pacate, è un passo avanti nell’assumere il significato autentico del Presepe e del Crocifisso, chiedendo ai politici di fare un “passo indietro” su temi che non si possono fare entrare nella bieca speculazione politica.

Ecco come lo aveva detto, alcuni anni fa, il Vescovo di Padova: «Fare un passo indietro non significa creare il vuoto o assecondare intransigenze laiciste, ma trovare nelle tradizioni, che ci appartengono e alimentano la nostra fede, germi di dialogo. Il Natale, in questo senso, è un esempio straordinario, un’occasione di incontro con i musulmani, che riconoscono in Gesù un profeta e venerano Maria».

Solo con un piccolo passo indietro si fa un grande passo avanti. Nella pura tradizione cristiana.  E non è un caso che i politici dell’odio e della indifferenza oppongano a questo una resistenza viscerale. Vogliono cacciare gli stranieri e i crocifissi dall’Italia e avere in ogni ufficio crocifissi e presepi come soprammobili? Questo è semplicemente disgustoso. Delle due l’una: o riempiamo di simboli natalizi e pasquali una terra che sappia dimostrarsi accogliente e non indifferente. O scegliamo di cacciare chi è senza casa e tutti i crocifissi della terra, ma, almeno per un minimo di pudore, cerchiamo di arrossire davanti ai simboli di ciò che non accettiamo e vogliamo soltanto combattere. E’ ovvio che, per chi gioca solo su odio e disprezzo, anche il presepe e il crocifisso possono diventare non strumenti simbolici di comunione, ma strumenti diabolici di disprezzo. A questo uso distorto e perverso dei grandi simboli cristiani ci opporremo sempre con assoluta determinazione.

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contro l’assolutizzazione della proprietà privata

anatema

la condanna che ancora aspettiamo

«Non è possibile questa assolutizzazione, questa idolatria della proprietà privata, che è francamente un atteggiamento da pagani. Il cristianesimo non può ammettere la proprietà privata assoluta»

Oscar Romero

 

L’unico anatema che aveva senso pronunciare non è stato ancora pronunciato: quello nei confronti della proprietà privata. L’unica vera grande eresia davvero in grado danneggiare e sviare il cammino spirituale dell’uomo non è stata condannata. I cristiani, secondo l’immaginazione di Dio, con la forza del Vangelo avrebbero dovuto cambiare la società, mentre è stata la società a cambiare i cristiani con la forza del denaro e della convenienza. Così la Sacra Scrittura è rimasta un libro perché non ha trovato sufficienti menti e cuori in cui germogliare e sufficienti gambe con cui raggiungere la storia, trasfigurandola. I cristiani si sono lasciati assorbire nel paradigma e nelle strutture di Mammona. Sono rimasti i riti ed è sparito l’annuncio della Buona Notizia, la Giustizia capovolta di Dio che riconosce dignità ad ogni uomo: partendo dagli ultimi e da quelli meno devoti, meno allineati, meno ortodossi.

La proprietà privata inietta il veleno dell’esclusività, della difesa e della conseguente ed inevitabile conflittualità. La Sacra Scrittura prevede l’uso del necessario che stimola solo la gratitudine. La proprietà privata è una conquista, la Sacra Scrittura proclama il dono. La proprietà privata segue la logica del merito, la Sacra Scrittura del bisogno. La proprietà privata induce all’accumulo per sottrazione, la Sacra Scrittura alla circolazione per redistribuzione. La proprietà privata provoca la povertà, la Sacra Scrittura contempla la provvidenza che arriva con i cinque pani d’orzo e i due pesci di un ragazzo (1)  o con la compassione del Samaritano (2).

Entriamo nel mondo senza dote, l’unica eredità conforme al Vangelo che possiamo lasciare è l’esempio. Riceviamo la vita gratuitamente, trasformandoci in padroni rinneghiamo il Vangelo. Dio ha creato la terra per camminarci non per recintarla.

Atti degli Apostoli:

«Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune»
(Atti degli Apostoli 4,32)

«Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno»

(Atti degli Apostoli 4,34-35)

(1) Vangelo di Giovanni 6,9

(2) Vangelo di Luca 10, 29-37

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l’ “exofobia” prodotto dell’antipolitica

exofobia

quella paura
nata dall’antipolitica

chi è schiavo della sua fobia non ammette i propri limiti,
anzi esige un ripiegamento da parte di tutti

(LaPresse)

Si parla spesso di «paura», un’emozione assurta alla ribalta della cronaca politica, che finisce per giustificare anche gli insulti più rozzi, i comportamenti più offensivi, le reazioni improntate alla violenza. «Se sono violento, è perché ho paura. Cerca di capirmi. Punto». Sennonché un termine irrigidito – come «paura» – offusca e copre, non aiuta a chiarire. Più che addentrarsi negli imponderabili sentimenti del singolo, occorre interrogarsi sul significato di una parola così abusata, che nasconde uno scenario complesso.

Paura di che cosa? La risposta immediata è: «degli innumerevoli pericoli che attendono chiunque metta appena il piede fuori di casa». Minacce di ogni genere, più o meno imminenti, più o meno velate, ma, soprattutto, non sempre reali. D’altronde chi ha mai vissuto un’esistenza priva di rischi? Si dovrebbe allora parlare piuttosto di una «fobia» che ha preso e catturato molti, un timore, abitato da fantasmi e spettri, che diventa insofferenza, fino a tradursi in un’intolleranza assoluta. Fobia verso tutto ciò che è fuori o che viene da fuori: exofobia. Così si può chiamare quell’avversione per ciò che è oltre e altro, quell’orrore per l’esterno e l’estraneo. Ecco il sigillo di quest’epoca dei flussi ultraveloci, dei traffici globali, dei ritmi vorticosi, che avrebbe dovuto essere la più aperta e si rivela invece così irrimediabilmente chiusa. L’exofobia è l’esito di una reazione negativa, evidente in una politica ridotta a polizia preventiva, il risultato della vana e prepotente pulsione di chi aspira a restare immune, esorcizzando ogni mutamento, scongiurando ogni alterazione. A tutti i costi.

Non si tratta tanto di indifferenza, quanto di volontà di immunizzarsi. Si chiude la porta all’altro, bandito, scacciato, cancellato, perché potrebbe infettare. E con l’altro non si intende solo lo straniero, chi viene da fuori, ma anche chi va fuori, chi osa varcare le frontiere, chi guarda oltre. La mobilità è vista con sospetto, quasi fosse una colpa. Meglio fermarsi entro i confini nazionali, anzi regionali e provinciali, meglio restare nel proprio paese. Fuori è corruzione ovunque. Ecco perché – sia detto per inciso – il fenomeno politico della corruzione finisce per assumere dimensioni grottesche in quei movimenti che assecondano questa visione exofobica. Il male scaturirebbe dall’esterno, il bene dall’interno. Sennonché l’interno si assottiglia sempre di più e rischia di implodere minacciato da tutto ciò che è diverso. Le vecchie dicotomie negro-bianco, donna-uomo, immigrato-autoctono, trovano formule attuali.

Ma la novità sta in questo: che l’ingenuità, prima innocente, adesso è diventata maligna. Chi non sa distanziarsi da sé, chi non vuol sporgersi oltre il suo piccolo orto, sfoggia con rancore la propria ignoranza del mondo, ne fa il vessillo di una fantomatica integrità, la bandiera di una nuova concezione del mondo, quello del luogo su cui poggia i piedi. Guai a criticarlo! Guai a mostrare alternative, a indicare vie diverse, a testimoniare altre forme di vita. Potrebbe infuriarsi, lasciarsi andare a qualche insolenza contro gli altruisti incalliti, i buonisti sprovveduti, che non hanno ancora capito come vanno le cose. Eppure, la cultura è distacco da sé, estraneità. Colto non è chi ha immagazzinato un sapere, bensì chi riconosce sé nell’altro.

Ma il novello cattivista che, come suggerisce l’etimologia di «cattivo», è prigioniero di sé, schiavo della sua fobia, anziché ammettere i propri limiti, esigerebbe un ripiegamento a oltranza di tutti, una sorta di prigionia nazionale. Gliel’ha insegnato l’antipolitica, quest’anticultura che ha fatto dell’exofobia la propria chance e il proprio cardine.

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L. Boff definisce spaventosa e diabolica la figura di Bolsonaro

Brasile. Sotto il regno del diabolico

Brasile

sotto il regno del diabolico

 da: Adista Segni Nuovi n° 41 del 01/12/2018

Stiamo vivendo tempi politicamente e socialmente drammatici. Non abbiamo mai visto nella nostra storia odio e rabbia così diffusi, soprattutto attraverso i social-media. È stato eletto presidente una figura spaventosa (Jair Bolsonaro) che ha incarnato la dimensione dell’ombra e del represso del nostro passato. Ha contagiato molti dei suoi elettori. Questa figura è riuscita a tirar fuori il diabolico (che separa e divide) – che accompagna sempre il simbolico (che unisce e riunisce) – in modo così travolgente che il diabolico ha inondato la coscienza di molti e indebolito il simbolico al punto di dividere famiglie, far rompere con gli amici e liberare violenza verbale e fisica. In particolare, tale violenza è indirizzata contro minoranze politiche, che sono in realtà maggioranze numeriche, come la popolazione nera, gli indigeni, i quilombolas e persone di diverso orientamento sessuale.

Abbiamo bisogno di un leader o di un insieme di leader con un carisma capace di pacificare, di portare pace e armonia sociale: una persona di sintesi. Questi non sarà il presidente eletto, poiché manca di tutte queste caratteristiche. E in più, rafforza la dimensione dell’ombra, che è presente in tutti noi, ma che tutti noi controlliamo per civiltà, etica, morale e religione sotto l’egida della dimensione della luce. Gli antropologi ci insegnano che tutti siamo contemporaneamente sapiens e demens, o, nel linguaggio di Freud, siamo attraversati dal principio di vita (eros) e dal principio di morte (thanatos).

La sfida di ogni persona e di ogni società è fare in modo che queste energie, che non possono essere negate, si mantengano in equilibrio, ma sotto l’egemonia del sapiens e del principio di vita, altrimenti ci divoreremmo l’un l’altro.

Attualmente nel nostro Paese abbiamo perso questo punto di equilibrio. Se vogliamo vivere e costruire una società minimamente umana, dobbiamo rafforzare la forza della positività contrastando la forza della negatività. È urgente scoprire la luce, la tolleranza, la solidarietà, la cura e l’amore della verità che sono radicati nella nostra essenza umana. Come farlo?

I sapienti di umanità, senza dimenticare la saggezza dei popoli originari, ci testimoniano che esiste una sola via, quella ben formulata dal poverello di Assisi quando cantava: dove c’è odio porto amore, dove c’è discordia porto unione, dove c’è oscurità porto luce e dove c’è errore porto verità.

Soprattutto la verità è stata sequestrata dall’ex capitano (Bolsonaro), in un discorso di minacce e di odio – contrariamente allo spirito di Gesù – in cui ha trasformato la verità in una spaventosa menzogna e ingiuria. Qui si adattano i versi del grande poeta spagnolo António Machado:

«La tua verità, no: la verità. E vieni con me a cercarla. La tua tienila per te». La vera verità deve legarci e non separarci, perché nessuno ne ha il possesso esclusivo. Tutti noi partecipiamo di essa, in un modo o nell’altro, senza possederla.

A un ampio fronte politico in difesa della democrazia e dei diritti sociali, dobbiamo aggiungere un altro ampio fronte, di tutte le tendenze politiche, ideologiche e spirituali, attorno ai valori, in grado di tirarci fuori dalla crisi attuale.

Questo è importante: dobbiamo usare quegli strumenti che loro non possono mai usare: come l’amore, la solidarietà, la fraternità, il diritto di ognuno di possedere un pezzettino di Terra, della Casa Comune che Dio ha assegnato a tutti; di coltivare la com-passione con i sofferenti, il rispetto, la comprensione, la rinuncia a ogni spirito di vendetta; il diritto ad essere felici e alla verità trasparente. Come diritti fondamentali valgono le tre “t” (tierra, techo, trabajo) di papa Francesco: terra, casa, lavoro.

Dobbiamo attrarre i fedeli delle Chiese pentecostali attraverso questi valori, che sono anche evangelici, contro i loro pastori che sono veri lupi. Si renderanno conto che questi valori umanizzano e avvicinano al vero Dio che è al di sopra e all’interno di tutti, ma il cui vero nome è amore e misericordia, e non le minacce dell’inferno; e i fedeli si libereranno dalla schiavitù di un discorso che guarda più alla tasca delle persone che al bene delle loro anime.

L’odio non si vince con più odio, né la violenza con ancora più violenza. Solo le mani che si intrecciano con altre mani, solo le spalle che si offrono ai deboli, solo l’amore incondizionato ci permetteranno di creare, secondo le parole dell’ingiustamente odiato Paulo Freire, una società meno infelice dove non sia così difficile l’amore.

Ecco il segreto che farebbe del Brasile una grande nazione dei tropici, che potrebbe aiutare, nell’irrefrenabile processo di globalizzazione, a guadagnare un volto umano, gioviale, allegro, ospitale, tollerante e fraterno.

* Leonardo Boff è filosofo, teologo e scrittore, autore di numerosi saggi, tra i quali La preghiera di San Francesco: un messaggio di pace per il mondo attuale, Voices 2009.

* * Sant’Agostino e il diavolo, dipinto di Michael Pacher (olio su tavola, 1471-1475 ca.); foto [ritagliata] tratta da it.m.wikipedia.org, immagine originale e licenza – fonte: The Yorck Project

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“i muri, i fili spinati, le frontiere fortificate non sono solo disumani, sono anche inutili” dice don Ciotti

immigrati e accoglienza

non è questione di sicurezza o di ordine pubblico

 

Certe misure hanno l’evidente scopo di ostacolare l’accoglienza e rendere plausibili, anche sulla base di un’informazione tendenziosa o apertamente manipolata, azioni che trascendono ogni limite etico, ogni senso minimo di umanità.

Ne è convinto don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, che interviene su un argomento di grande attualità in questi giorni, nel Dossier “Immigrati e accoglienza” del prossimo numero del mensile “Vita Pastorale” (dicembre 2018).

 il testo integrale della sua riflessione

 

Sull’accoglienza dei migranti le parole più profonde e vere le ha pronunciate papa Francesco. Lo scorso 14 gennaio, in occasione della Giornata del migrante e del rifugiato, ha parlato delle paure che suscita l’immigrazione. Paure “legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano”, perché “non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze”. Paure, dunque, che non costituiscono un peccato, perché: “Peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità. […] Peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, con il diverso, con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata d’incontro con il Signore”.

Non si potrebbe dire di più e di meglio. Le parole del Papa sottolineano l’importanza dell’incontro con l’altro come fondamento del nostro essere umani. E c’invitano a impedire che la paura dello straniero diventi il criterio delle nostre scelte e dei nostri giudizi. Parole sulle quali tutti dovrebbero riflettere, ma in particolare chi sta cercando di trasformare una tragedia umanitaria in una questione di sicurezza e ordine pubblico.

Certe misure hanno l’evidente scopo di ostacolare l’accoglienza e rendere plausibili, anche sulla base di un’informazione tendenziosa o apertamente manipolata, azioni che trascendono ogni limite etico, ogni senso minimo di umanità.

L’obbiettivo è rappresentare il migrante come un pericolo e un potenziale criminale, comunque sia una persona da respingere, arrestare o scaricare di nascosto oltre frontiera alla stregua di uno scarto ingombrante e inquinante(accade lungo il confine ovest tra Francia e Italia).

Azioni favorite dal vuoto o dalla debolezza legislativa (un trattato come quello di Dublino va contro ogni principio di condivisione e corresponsabilità) e da accordi internazionali che appaltano la “gestione” dei migranti a dittature repressive come la Turchia o Stati in mano a bande armate e gruppi criminali come la Libia. Azioni infamanti di cui l’Europa – culla dei diritti umani e della democrazia – dovrà un giorno rendere conto.

È fondamentale allora, a fronte di tale emorragia di umanità, denunciare le violenze, le ipocrisie, le manipolazioni. Non si tratta – come dicono gli impresari della propaganda – di essere “buonisti”, ma di esercitare la ragione e l’analisi onesta delle cose, quindi proporre misure che tengano conto della realtà e non la occultino sotto la grancassa degli slogan.

L’immigrato non è il “nemico”, semmai la vittima. Le migrazioni ci sono sempre state, fanno parte della storia dell’umanità. Ma se hanno toccato negli ultimi trent’anni i picchi che conosciamo è a causa di un sistema politico ed economico che ha prodotto laceranti disuguaglianze, sfruttato e depredato intere regioni del pianeta, concentrato enormi patrimoni in poche mani, dichiarato guerre per l’appropriazione esclusiva delle materie prime. E, di conseguenza, costretto milioni di persone a lasciare gli affetti, i legami, le case. Ma se le cose stanno così, chi è il “nemico”: gli immigrati o un sistema economico che il Papa ha definito “ingiusto alla radice”, e una politica che l’ha favorito, spalleggiato, se non addirittura rappresentato?

Il corso della storia non si può fermare

I muri, i fili spinati, le frontiere fortificate non sono solo disumani, sono anche inutili. Il corso della storia non lo si può fermare, ma lo si può certo governare. E governare significa cominciare a ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie, gli squilibri sociali e climatici, facendo in modo che ogni persona, a ogni latitudine, possa vivere una vita libera e dignitosa: lavorare, abitare, aver garantite istruzione e assistenza sanitaria. Solo così la migrazione può essere contenuta in limiti fisiologici, smettere di essere un disperato esodo di massa che nessun muro o legge potrà mai fermare.

Per governare fenomeni globali occorrono risposte globali, con buona pace della retorica “sovranista” e delle sue allarmanti derive nazionaliste, fasciste e razziste. C’è chi afferma che questa risposta globale sia un’utopia dettata appunto dal “buonismo”. Ma allora era buonismo anche quello che ha ispirato la Dichiarazione universale dei diritti umani e la nostra Costituzione nel1948 o la Convenzione di Ginevra sui rifugiati nel 1951. Documenti che hanno archiviato una stagione di barbarie, inaugurandone una di libertà e democrazia. Se questa è utopia, l’alternativa è la guerra, esito inevitabile degli egoismi degli Stati-nazione.

Se governata, l’immigrazione diventa per chi accoglie non solo un’opportunità ma una necessità. L’Europa – e il nostro Paese in particolare – è un continente di diffusa denatalità con conseguente innalzamento dell’età media della popolazione. A livello mondiale le tendenze demografiche sono destinate a spostare assetti consolidati.

Se la tendenza attuale troverà conferma, fra quindici anni, nel 2033, avremo una popolazione di 8,4 miliardi di abitanti (1,56 miliardi di più) di cui il 58% (4,9 miliardi) in Asia e il 19% in Africa (attualmente è il 9%). I Paesi sviluppati conosceranno nel loro insieme un forte calo: dal 17,6% al 7%! Non è allarmistico dire che, senza una decisa inversione di marcia, il rischio sui tempi lunghi è l’estinzione e su quelli brevi una sempre più marcata irrilevanza politica ed economica.

Diventa allora imprescindibile una “iniezione” di umanità giovane e anche “diversa”, e una politica che sappia guardare lontano, che voglia realizzare speranza e non speculare sulle paure. Per tornare a noi, il fallimento dello ius soli, una legge per costruire futuro e dare a 600mila bambini figli di genitori stranieri ma nati in Italia il diritto, la responsabilità e anche l’orgoglio di sentirsi italiani, è un esempio di come quella politica sia in Italia merce sempre più rara.

C’è, infine, l’aspetto etico che si lega alla citazione del Papa. Nessuno di noi, nel momento in cui è venuto al mondo, sarebbe sopravvissuto se non fosse stato accolto.

L’accoglienza è vita che sorregge la vita.

Anche Gesù è stato un profugo, un esiliato. Sta a noi, in un tempo avaro di accoglienza, riconoscere nel volto dei migranti quello di milioni di “poveri cristi” bisognosi come noi di accoglienza e di umanità.

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una laurea ad honorem ben meritata

legalità

don Ciotti

“c’è molta politica nel Vangelo” e “molto Vangelo nella nostra Costituzione”

 

“Ho sempre cercato di saldare nella mia vita la terra con il cielo e l’esperienza in Azione cattolica, mi grande amore, me lo ha permesso. Ho avuto come punto di riferimento che mi ha accompagnato nella vita prima di tutto il Vangelo e poi la Costituzione italiana. C’è molta politica – intesa come la più alta forma di carità come diceva Paolo VI – nel Vangelo quando denuncia i soprusi, le violenze, l’ipocrisia. E c’è molto Vangelo nella nostra Costituzione dove stabilisce uguale dignità delle persone e il loro diritto di vivere in pace”.

Lo ha detto don Luigi Ciotti, presidente di Libera, durante l’incontro con 500 studenti delle scuole superiori del territorio e dell’Università di Parma nell’ambito di “Legalità, democrazia, solidarietà”, nell’auditorium dell’ateneo parmense. Don Ciotti nel pomeriggio di oggi riceverà la laurea ad honorem in Psicologia dell’intervento clinico e sociale. Il fondatore del gruppo Abele e di Libera ha ripercorso la sua vita da quando aveva 17 anni e ha incontrato un senzatetto che gli ha cambiato l’esistenza, passando per le vicende legate a mafia, criminalità, carcere, informazione, fino ai sacerdoti importanti per la sua crescita come il vescovo di Torino degli anni ’60, Michele Pellegrino, don Tonino Bello e papa Francesco.

“Non dimenticate mai tre cose”, ha augurato agli studenti, “l’esistenza di ognuno di noi trova senso nella condivisione e nella corresponsabilità. La nostra speranza è dare speranza a chi l’ha perduta. E chiudo con una provocazione di don Tonino Bello: ‘Non mi interessa sapere chi sia Dio, ma sapere da che parte sta’”.

 Nel corso dell’incontro è stato costituito il Presidio universitario di Libera nel territorio di Parma, intitolato a Ilaria Alpi.

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vivere da ribelli, questa la vita del cristiano secondo mons. Casaldaliga

l’alterità di Dio

“credo che oggi si possa vivere soltanto da ribelli. E credo che si possa essere cristiani solo se si è rivoluzionari perché non basta più pretendere di ‘riformare’ il mondo”

da Altranarrazione

Da tempo, forse da sempre, assistiamo al tentativo, della teologia dominante e dell’uomo religioso (nel senso di ossequioso), di ricondurre Dio nei nostri schemi razionali, invece di trascenderli per aprirsi alla sua creatività e alterità. In definitiva, si cerca solo un garante delle nostre tesi, non Qualcuno da incontrare e da cogliere nella sua totale alternatività valoriale ed esistenziale. Si confondono le elaborazioni soggettive – o comunitarie -, spesso poi successivamente corrette o smentite, con ciò che è stato rivelato da Cristo. Si preferiscono le ipotesi asfittiche, proprie dell’uomo, all’immaginazione sorprendente ed infinita di Dio. D’altronde, si tratta di costruire un Dio razionale per renderlo innocuo ed impedirgli di sovvertire l’ordine instaurato: così perfetto e così idolatrico. Si relega Dio nelle forme e nelle espressioni più o meno solenni, senza nessuna incidenza sulle decisioni della vita reale. Si riflette su Dio teorizzando la gratuità, la libertà e la compassione, mentre si fa esperienza di mercificazione, di sfruttamento, di competizione a cui ci si adegua giustificandosi con l’inevitabilità.
Ma si può essere seguaci di Cristo stando in pace di fronte all’oppressione?
Si trovano dei cristiani nei luoghi di assistenza, è vero, ma si registra una spaventosa latitanza nella critica dei responsabili dell’iniquità, come nei processi e nei conflitti per la liberazione degli ultimi. Si preferiscono i rapporti di buon vicinato con il Potere, invece dei gesti di solidarietà con gli oppressi. Dio, intanto, non si stanca dell’uomo e continua ad immaginare una convivenza diversa dall’attuale. Ci ha donato il mondo immaginandolo come un giardino, noi l’abbiamo trasformato in discarica. Ci ha donato i beni necessari e l’intelligenza per sopperire alle esigenze di tutti, noi, rinunciando alla collaborazione, abbiamo distribuito violentemente le risorse in modo diseguale. E non serve costruire un Paradiso come luogo di ricompensa, magari degli sforzi dell’ascetica muscolare, visto che troveremo un luogo di condivisione in cui continueremo a vivere la carità che abbiamo iniziato a praticare qui.

testo di Pedro Casaldáliga

«Credo che oggi si possa vivere soltanto da ribelli. E credo che si possa essere cristiani solo se si è rivoluzionari perché non basta più pretendere di ‘riformare’ il mondo. I provvidenzialismi disincarnati, i neoliberalismi e i neocapitalismi e certe democrazie e altri cauti riformismi che mentono o si ingannano da sé –cinici o stupidi- servono unicamente a salvare il privilegio dei pochi privilegiati alle spalle della produttiva sottomissione dei molti morti di fame. E, per ciò stesso, mi sembrano oggettivamente iniqui»

(Pedro Casaldáliga, Credo nella giustizia e nella speranza, Quaderni Asal 27, Associazione per gli Studi e la documentazione dei problemi socio-religiosi dell’America Latina, Roma 1976, p. 19)

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il commento al vangelo della domenica


 Vieni, Signore Gesù, vieni presto!” 
il commento di E. Bianchi  al vangelo della prima domenica di avvento (2 dicembre 2018)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

La prima domenica di Avvento segna anche l’inizio di un nuovo anno liturgico, in cui domenica dopo domenica la chiesa celebra e fa rivivere il mistero di Cristo morto e risorto, dinamica di salvezza sempre presente in ogni evento della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua venuta gloriosa alla fine dei tempi. Quest’anno il vangelo che verrà letto cursivamente è quello secondo Luca, che ci presenta Gesù soprattutto come profeta che annuncia la venuta di Dio in mezzo a noi nell’umiltà, nella debolezza, nella misericordia infinita ispiratagli dal Padre suo, un Padre con viscere d’amore materne.

Avevamo concluso la lettura liturgica di Marco con l’annuncio della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo (cf. Mc 13,26-27), e oggi lo stesso evento è posto davanti ai nostri occhi nella versione lucana. Sì, questo evento finale e definitivo, dopo il quale c’è solo il regno di Dio che si instaura su tutta la creazione e su tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni terra, è l’Avvento (adventus), che significa “venuta”. Ecco allora il discorso escatologico di Gesù: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di genti in ansia per i maremoti e le tempeste” (cf. Is 65,8). Gesù si serve del linguaggio apocalittico, quello proprio di una corrente spirituale che cercava di far rinascere nei credenti la speranza, soprattutto in tempi di prova, di persecuzione e di tenebra. Nella pressura, quando sembra addirittura che la storia sfugga dalle mani di Dio, vi è più che mai una rivelazione, un alzare il velo (questo il senso letterale di apokálypsis, apocalisse) da parte di Dio, il quale agisce, è Kýrios, Signore, e porta a compimento il suo disegno di salvezza. Alla fine della storia i tre spazi in cui viviamo – terra, cielo e mare – subiranno un processo di rinnovamento che potrà sembrare un ritorno al caos primordiale: sarà invece un parto, una nuova creazione in cui il cosmo verrà trasfigurato, per diventare dimora del Regno.

Le immagini di questa fine possono spaventarci, ma cerchiamo di decodificarle con intelligenza. Il sole, la luna e le stelle per le genti erano idoli, dèi, ed erano adorati – come potenze divine –; in quel giorno della venuta del Figlio dell’uomo queste creature celesti saranno dunque demitizzate e detronizzate per sempre, perché solo il Signore nostro Dio sarà Dio e Re dell’universo. Di questo potere di Dio sul cosmo e sulla storia vi è già stato un segno nell’ora della morte in croce di Gesù, quando “verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato” (Lc 23,44-45): ovvero, tutte le creature furono turbate da quell’evento della morte del “giusto” (Lc 23,47), perché erano testimoni della morte del loro Signore. In quel giorno (il giorno del Signore) l’umanità vivrà questo dramma cosmico, storico ed esistenziale: proverà angoscia (synoché), sperimenterà una situazione senza via di scampo, una situazione di smarrimento e confusione (aporía). Ma questi sono i dolori del parto della nuova creazione che, anziché moltiplicare la paura, devono ammonirci e destabilizzare le nostre certezze mondane sugli assetti del cosmo e della storia.

Gesù dunque qui annuncia questa epifania di Dio alla fine della storia e dei tempi, una fine che arriverà all’improvviso. Non si tratta di un domani lontano, di un evento che riguarderà l’ora nella quale, per cause intrinseche all’universo, esso avrà una fine così come ha avuto un inizio: no, è un evento vicino, che ci può cogliere in modo da sorprenderci. Improvvisamente, senza che nessuno di noi possa prevederlo, “apparirà il Figlio dell’uomo su una nube con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13) e la sua presenza si imporrà su tutto l’universo. Nessuno potrà sottrarsi a questa visione che rivelerà la piena identità di Gesù. Quell’uomo, Gesù di Nazaret, che “passò facendo il bene” (At 10,38), che fu condannato a una morte violenta e ignominiosa, lui che era innocente e giusto, capace di amare e di perdonare fino alla fine (cf. Lc 23,34), ebbene quell’uomo, che ormai è in Dio in pienezza e nella gloria, si rivelerà quale Kýrios, Signore e Salvatore dell’umanità, Giudice del male e del bene compiuti nella storia.

Scrive il veggente Giovanni, riprendendo le parole del profeta Zaccaria (cf. Zc 12,10): “Ecco, viene sulle nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che l’hanno trafitto” (Ap 1,7; cf. anche Gv 19,37). Si noti: tutti lo riconosceranno nelle trafitture delle mani, dei piedi e del costato, trafitture non scomparse nel corpo spirituale del Risorto, come appare dalle sue manifestazioni ai discepoli dopo la resurrezione (cf. Lc 24,40; Gv 20,20.27); trafitture che gli umani gli hanno inflitto ogni volta che hanno ferito e colpito l’altro, il fratello, il povero, l’innocente, l’ultimo, il senza voce e senza dignità riconosciuta. Questa la parusia, la presenza manifesta del Crocifisso risorto nella gloria di Dio. È un evento che si impone, un evento a cui nessuno sfugge, un evento temibile ma anche misericordioso, perché chi appare è colui che ha già portato il peccato del mondo, è colui che è venuto a sedersi alla tavola dei peccatori (cf. Lc 7,34), è colui che è venuto per cercare e salvare chi era perduto (cf. Lc 19,10).

Che fare dunque in attesa di quel giorno? Vigilare, stare attenti, osservare la realtà nella quale si è immersi, abitare la vita concreta del nostro tempo. Il contadino che vive tra gli alberi di frutta, che li conosce, li osserva e li cura, dal fico comprende anche l’andamento delle stagioni. Quando la gemma di questa pianta, appena accennata nell’inverno, si gonfia, cresce e sembra pronta ad aprirsi, allora il contadino capisce che sta arrivando l’estate. Così, quando noi leggiamo in profondità eventi del nostro tempo e realtà dei nostri luoghi, possiamo discernerli come “segni”, cioè segnali capaci di indicare qualcosa: segni dei tempi (cf. Mt 16,3) e dei luoghi che i discepoli di Gesù devono essere esercitati a interpretare, per comprendere come e dove va la storia guidata da Dio e come gli uomini si oppongono a questo cammino (cf. Lc 21,29-33).

I discepoli di Gesù, i credenti in lui dovranno dunque non abbattersi ma “sollevare la testa”, assumere la postura dell’uomo in cammino, in posizione eretta, sorretto dalla speranza. Immagine straordinaria: l’umano in piedi, con il capo levato nella parrhesía, nella franchezza e nella convinzione che ciò che accade è per la sua salvezza; l’umano che non teme e quindi cammina sicuro verso il Signore veniente. È la postura dell’umano in preghiera davanti a Dio, che desidera l’incontro con chi ama; è la postura della sentinella che in piedi, sveglia, attenta, scruta l’orizzonte per essere pronta a gridare alla città che il Signore viene, sta per giungere e per manifestarsi nella gloria (cf. Is 62,6-7).

E come i discepoli e le discepole di Gesù devono vivere questa vigilia, questa attesa del “giorno del Signore”? Con la veglia e la preghiera! La veglia significa stare svegli, attenti, senza essere preda dell’intontimento spirituale, esito di una vita distratta, di cuori appesantiti dalle preoccupazioni mondane e di una ricerca di piaceri che stordiscono. Senza questa vigilanza, è impossibile mantenere un orientamento nella vita e restare in attesa della venuta del Signore, perché altre cose diventano oggetto delle nostre attese: la veglia è una vera lotta spirituale! E insieme alla veglia, la preghiera, che è stare davanti a Dio, è discernimento della sua presenza in noi, è manifestazione dell’adesione a Cristo che si vive quotidianamente; ma è anche invocazione, carica di desiderio, della venuta del Signore e del suo Regno, quando “Dio sarà tutto in tutti” (cf. 1Cor 15,28).

Noi cristiani aspettiamo davvero questo evento oppure non ci crediamo, lo consideriamo niente più che un mito? Ma è su questa venuta del Signore nella gloria che si decide la nostra fede cristiana, la quale non è solo un’etica nello stare al mondo, non è solo l’adesione a una storia di salvezza, ma è speranza certa della venuta del Signore: colui che è venuto nella debolezza della carne umana a Betlemme, verrà gloriosamente nella pienezza di Dio e Signore, per fare cielo e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). L’Avvento, dunque, ci invita a risvegliare l’attesa del Veniente, ci invita a invocare: “Marana tha (1Cor 16,22)! Vieni, Signore Gesù (Ap 22,20), vieni presto!”.

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di chi è la chiesa? dei mistici, dice L. Boff

“La Chiesa è dei mistici non del potere”

la traduzione di L. Boff  dell’ “Imitazione di Cristo” di Tommaso da Kempis 

intervista a

Leonardo Boff

a cura di Paolo Rodari
in “la Repubblica” del 26 novembre 2018

 

La considera il suo “canto del cigno”, la traduzione che Leonardo Boff, ex frate francescano ed ex presbitero brasiliano, noto esponente della Teologia della liberazione, fa de l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis. A uno dei testi più meditati dopo il Vangelo e ritraducendo partendo dall’edizione della Tipografia poliglotta Vaticana, Boff aggiunge, «nel tramonto della vita», un quinto libro sulla sequela di Gesù.

Freud, Jung e Heidegger lessero Tommaso da Kempis riflettendo sul tema dello svuotamento di sé contro ogni attaccamento al proprio io. Di questo c’è bisogno oggi?

«È un tema centrale e rappresenta l’atteggiamento di Gesù che, “pur essendo di natura divina”, ha spogliato sé stesso per essere uguale a noi. Questa rinuncia all’attaccamento al proprio io è la prima virtù del buddismo e anche del cammino spirituale cristiano. Ed è il tema centrale del più grande dei mistici dell’Occidente, Meister Eckhart, con il suo Abgeschiedenheit, la pratica del distacco. Psicologi come Freud e filosofi come Heidegger hanno compreso tale esigenza di Tommaso da Kempis. Il distacco è il primo passo per il vero processo di individuazione e di identità personale. È ciò che ci assicura il dono più grande dopo l’amore, che è la libertà interiore».

Lei scrive che seguire Gesù significa assumere la sua causa, correre i suoi rischi ed eventualmente accettare il suo stesso tragico destino. Cosa significa?

«È una realtà testimoniata dalla Chiesa della liberazione dell’America Latina sotto i regimi militari in vari Paesi. È questo tipo di Chiesa a prendere sul serio l’opzione per i poveri, la quale ha prodotto e produce anche oggi tanti martiri, tra i laici e le laiche, i preti e vescovi come Oscar Romero in El Salvador e Angelelli in Argentina».

La Chiesa sembra in alcune sue parti legata a una visione imperialista/costantiniana, immersa nella storia e votata alla conquista del potere. E Francesco a volte appare come una meteora in un mondo che fatica a tenere il suo passo. Cosa pensa?

«Credo sinceramente che la Chiesa-istituzione, cioè la Chiesa come società gerarchica, non si senta parte del popolo di Dio come richiedeva il Concilio Vaticano II, ma al di fuori e al di sopra di esso. Organizzandosi non attorno al più antico concetto di communio, di comunione tra tutti, ma attorno al potere sacro ( sacra potestas), escludente perché concentrato solo in alcune mani. Questo tipo di Chiesa è caduta nelle tre tentazioni affrontate e superate da Gesù: quella del potere religioso di riformare il mondo a partire dal tempio; la tentazione del potere profetico di trasformare le pietre in pane, e la tentazione del potere politico, dominare su tutti i popoli. Restano attuali le parole pronunciate dal cattolico Lord Acton in riferimento ai potenti papi del Rinascimento: “Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. E ancora più pertinente è quanto affermava Hobbes riguardo al potere, che, diceva, si sostiene solo sul “desiderio incessante di avere sempre più potere”. Tutte parole che si sono concretizzate nella storia della Chiesa, attraverso una concentrazione enorme di potere unicamente nelle mani del clero, con esclusione in particolare delle donne. È stato necessario un papa proveniente dalla fine del mondo, che ha scelto il nome Francesco, archetipo della povertà e della rinuncia a ogni potere, per mostrare come la gerarchia della Chiesa debba orientarsi in base al servizio (ierodulia) e non al potere sacro (ierarchia)».

Lei subì un certo ostracismo da Roma?

«Non ho conservato alcun rancore per la punizione che mi è stata inflitta del silentium obsequiosum. Sapevo che la teologia del potere sacro operante nella testa dei responsabili dell’ex Sant’Uffizio avrebbe reso inevitabile la mia condanna. Mi sentivo nel vero e avevo l’appoggio della Conferenza dei vescovi del Brasile. Per questo accettai tranquillo l’imposizione del “silenzio ossequioso”, poi sospeso da Giovanni Paolo II».

Papa Bergoglio riceve diverse critiche da settori conservatori della Chiesa. Perché?

«Credo che i conservatori fossero abituati a un papa faraone, con titoli e simboli del potere ereditati dagli imperatori pagani. Poi all’improvviso arriva un papa al di fuori del quadro tradizionale, che si spoglia di tutto questo apparato profano che allontana i fedeli e asseconda la vanità clericale. Non accettano un papa che non provenga dal loro vecchio e moribondo cristianesimo. Francesco porta l’atmosfera nuova di Chiese che non sono più lo specchio di quelle europee, ma Chiese-fonti, con la loro teologia, la loro pastorale rivolta specialmente ai più poveri, la loro liturgia e il loro modo di rendere lode a Dio».

Si sente sempre un figlio della Chiesa?

«Nel tramonto della vita – compirò 80 anni a dicembre – non mi preoccupo del passato ma rivolgo i miei occhi all’eternità. Unire il mio nome, quello di un theologus peregrinus, a quello di Tommaso da Kempis è per me l’onore più grande. “Ne è valsa la pena?”, si domandava Fernando Pessoa, il più grande poeta portoghese. Faccio mia la sua stessa risposta: “Tutto vale la pena se l’anima non è piccola”. Posso dire che, con la grazia di Dio, ho cercato di fare in modo che la mia anima non fosse piccola».

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