J. Sobrino e la violenza dell’Isis

l’orrore di Parigi e le vittime di tutto il mondo

 intervista a Jon Sobrino

Sobrino

è iniziato con una nota di profondo dolore, nel ricordo delle vittime degli attacchi di Parigi, il seminario su “Una Chiesa povera al servizio dei poveri”, svoltosi il 14 novembre, alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, in occasione del 50° anniversario del Patto delle Catacombe, il documento firmato pochi giorni prima della fine del Concilio da circa quaranta vescovi impegnati a dar vita a una Chiesa dei poveri. E ci ha pensato il teologo della liberazione e gesuita salvadoregno Jon Sobrino, aprendo il suo intervento su “Il significato del Patto delle Catacombe per la Chiesa di oggi”, a ricordare, insieme alle vittime del massacro di Parigi, quelle di tutte le stragi, di oggi e di ieri, a cominciare dagli innocenti e indifesi contadini dei massacri del Sumpul e del Mozote, avvenuti in El Salvador durante gli anni del conflitto armato interno

al termine del suo intervento, il teologo, il quale ha incontrato papa Francesco il giorno precedente al seminario, durante la messa mattutina a Santa Marta, ha accettato di rispondere alle domande di alcuni giornalisti (di Adista, Radio Vaticana e Vida Nueva)

 l’intervista:

All’indomani dei fatti di Parigi, con gli occhi ancora pieni di quell’orrore, non si può non avvertire la sensazione che, un po’ su tutti i versanti, dal terrorismo fino al cambiamento climatico, tutti i nodi stiano venendo al pettine. È arrivato per l’ Occidente il momento di pagare i suoi errori?

Ellacuría denunciava le colpe di quella che chiamava “civiltà della ricchezza”, ritenendola responsabile della grave malattia di cui soffre il mondo. E non vi sono dubbi che essa sia presente soprattutto in Europa, prima e dopo la nascita dell’Unione Europea, e negli Stati Uniti. Credo che, nel loro insieme, questi Paesi non abbiano assunto la propria responsabilità, che va oltre quello che dicono i loro politici e i loro capi di governo. E penso che questa vicinanza con l’Africa, il fatto che l’Africa stia arrivando qui, sia un bene per l’Europa. Perché può aiutarla a comprendere cosa significa essere umani. L’auspicio è che l’orrore di Parigi ci faccia pensare a noi non solo come vittime. Siamo tutti noi, molto spesso, a creare un mondo ingiusto. Ma, una volta che l’orrore è stato commesso, cosa intendiamo fare? Protestare? Prendere il fucile e uccidere tutti gli islamici? Oppure, a piccoli passi, possiamo cercare un’altra strada, noi cristiani che vogliamo essere come Gesù e gli islamici che perseguono il bene? E, perlomeno, non dobbiamo perdere il senso del dolore altrui, dobbiamo fare in modo che le cose ci facciano male, oltre a spingerci alla protesta e all’indignazione, perché l’indignazione non è necessariamente dolore. Che ci sia indignazione, che ci sia dolore, e che ci sia volontà di camminare nella storia facendo giustizia e amando con tenerezza.

Qual è il cammino che la Chiesa è chiamata oggi a percorrere?

Bisogna individuare quelle che sono le pietre miliari del nostro cammino. Io ho scelto quelle rappresentate da Giovanni XXIII, dal Patto delle Catacombe, da Medellín e da Puebla, dove si è affermato che i poveri, per il mero fatto di essere tali, Dio li difende e li ama. L’opzione per i poveri non vuol dire solo amare i poveri, ma anche difenderli da chi fa loro del male, difenderli da chi li impoverisce. E difendere chi sta in basso significa sempre storicamente correre rischi. Chi li difende deve essere aperto, preparato e disposto ad affrontare pericoli. Padre Arrupe, nel 1975, parlò in tal senso di una lotta cruciale, quella per la fede e per la giustizia. Non so se le nostre chiese, università, facoltà di teologia la pensano realmente così, se credono davvero alla necessità che ci si cali in questa lotta cruciale. E si è detto anche, nella scia dell’entusiasmo di padre Arrupe, che ciò non può avvenire senza pagare un prezzo. Io mi sento orgoglioso di alcune cose fatte da noi gesuiti, a cominciare dall’onestà nei confronti della realtà. Bisogna pagare un prezzo, e la Compagnia di Gesù lo sa molto bene: da quando si sono pronunciate queste parole, nel 1975, sono stati assassinati più o meno 60 gesuiti, tutti fondamentalmente colpevoli di aver difeso in qualche modo la giustizia. Il cammino, insomma, è già tracciato: dire la verità, ripeterla, insistere a dirla, pubblicarla. Dire una verità che, oltre a essere tale, sia a favore del povero. Comunicare il fatto che stiamo difendendo il povero, con la consapevolezza che, se lo facciamo, correremo rischi. Quando ci troviamo di fronte all’orrore, quando è in atto una persecuzione, occorre, certo, denunciarla, ma anche dire quello che affermava mons. Romero: «Mi rallegro fratelli che la Chiesa sia perseguitata… Sarebbe molto triste se nella nostra Chiesa non ci fossero sacerdoti assassinati». Perché, quando c’è persecuzione, vuol dire che qualcosa di buono sta avvenendo nella Chiesa. Ciò aiuta a umanizzare un pochino il pianeta. In gran parte l’aria che respiriamo è contaminata e questo cammino aiuta a purificarla, a camminare più umanamente insieme all’altro.

Cosa ha significato la beatificazione di mons. Romero?

Dinanzi a un gruppo di circa 500 salvadoregni, accompagnati dall’arcivescovo di San Salvador, il papa ha dichiarato che il martirio di mons. Romero non si è limitato al momento della sua morte, in quanto l’arcivescovo è stato perseguitato prima e anche successivamente al suo assassinio, «diffamato, calunniato e infangato» anche «dai suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato». I quali hanno continuato a ucciderlo anche dopo, con l’arma più potente e mortale, che è la parola. In questo quadro, qual è il significato della canonizzazione? Non si tratta di una riabilitazione: riabilitare significa restituire a qualcuno ciò che gli è stato tolto. Ma a mons. Romero non interessa una tale riabilitazione e io non credo che la beatificazione sia stato questo: è stato molto più di questo. A mio giudizio, per il papa, è stato un modo di animare la gente del mondo, e naturalmente di El Salvador, alla misericordia. Mons. Romero è stato assolutamente misericordioso. Che il papa affermi che mons. Romero è una persona buona è un fatto che dà molto animo, e in El Salvador credo che sia avvenuto questo. Poi, riguardo al modo in cui si è svolta la beatificazione, dal punto di vista del culto, della messa, delle parole pronunciate, degli inviati, della curia, non è stato nulla di speciale. Ma la gente ha comunque festeggiato e applaudito, senza interrogarsi se le parole del culto fossero giuste o meno. Penso che il papa si fosse proposto questo con la beatificazione di mons. Romero, ma, più in profondità, credo che l’intenzione sia quella di dare riconoscimento a un continente di martiri. Così, ora si parla di una canonizzazione di Angelelli in Argentina, di quella di Rutilio Grande in El Salvador… È, insomma, l’idea che non è possibile lasciar morire i martiri di silenzio. L’America Latina è un continente che è passato per un grande orrore: dittature, oligarchie, squadroni della morte, eserciti criminali. In questa situazione, molte persone di Chiesa, vari sacerdoti e alcuni vescovi sono andati incontro al martirio. Credo che il papa, riconoscendo questa realtà, voglia spingere perché si torni a un modello di Chiesa più simile a Gesù.

Come è andato il suo incontro con papa Francesco?

Quando il gesuita Martin Maier mi ha chiesto se volevo andare a una messa del papa, ho detto subito di sì. Per temperamento, non sono molto adatto a queste cose, ma questo papa è un buon papa e avere occasione di incontrarlo è un motivo di gioia. Al termine della messa, io e Martin siamo rimasti in fondo alla fila. Quando poi ci siamo avvicinati, gli ho detto: «Vengo da El Salvador, sono gesuita, compagno dei gesuiti della Uca che sono stati assassinati». E

mi ha detto: «Sobrino!». E siamo rimasti a parlare per un po’, semplicemente. Alla fine mi ha abbracciato e mi ha detto: «scriva, scriva».

testo Sobrino  : il testo della conferenza di Sobrino al seminario sul patto delle catacombe

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