la testimonianza delle ‘piccole sorelle di Gesù’ al C.C.I.T. 2019 in Croazia

 

 

 

CCIT – Trogir – 2019

La “missione di ritorno” come principio di cambiamento

petites Soeurs de Jésus

Presentazione

Piccole sorelle di Gesù di tre nazionalità (libanese, belga, italiana), viviamo fra i Rom rumeni in una città del sud Italia. Si possono facilmente immaginare le differenze, l’incontro (gli scontri!) e l’insieme di culture che questa diversità rappresenta. La nostra prima missione non è, come si potrebbe credere, quella di vivere fra i Rom, ma piuttosto vivere insieme, in comunità al seguito di Gesù. Questa è l’essenza della nostra vita, il luogo in cui le nostre differenze si rivelano. È al contempo tesoro e sfida, energia che ci spinge, quasi sforzandoci, al cambiamento. Oggi vorremmo condividere qualcosa a proposito di questa dinamica interna, di questo cammino comunitario e fraterno.

La differenza vissuta nell’intimo della nostra comunità

In uno spazio ridottissimo, nel quale tutto è vissuto sotto lo sguardo le une delle altre, le occasioni di scontro reciproco non mancano. Basta chiedere ad una donna italiana, che ha l’abitudine di sciacquare le stoviglie all’acqua corrente, cosa ne pensi di una belga che invece le sciacqua nell’acqua stagnante. Nella migliore delle ipotesi giudicherà che le stoviglie non sono pulite (se non le capiterà addirittura di giudicare istantaneamente che la persona -vedi anche il suo popolo- è sporca). Di certo, comunque, non vorrà riporre nell’armadio le stoviglie sciacquate in quel modo. Per non parlare poi della libanese, che avrebbe addirittura aggiunto della varichina nell ‘acqua del lavaggio. Se per quest ‘ultima è un’usanza appresa fin dalla più tenera infanzia, per la belga che la guarda allibita questo “igienizzante” non è null’altro che un veleno, nocivo per l’essere umano e per l’ambiente. Questo piccolo esempio e altri simili -ne potremmo ripetere all’infinito in ambiti diversi (cucina, igiene personale, educazione…)- ci permettono di percepire quanto le differenze si incontrino, si scontrino e si urtino quotidianamente all’interno della nostra comunità.

Dinanzi alla differenza, il giudizio emerge assai spontaneo e permette di rassicurarci riportando l’elemento perturbante nell’ambito del conosciuto. Noi siamo nel giusto e l’altro si sbaglia: è lui, secondo i casi, scortese, sporco, ingiusto, maleducato… spesso neppure pensiamo possibile un altro sguardo sulla realtà. L’altro ci disturba, ci irrita, ci scandalizza. Pur giudicando la mia cultura di appartenenza di poco superiore a quella dell’altro, questo può diventare molto pericoloso per chi è diverso da me, perché giudichiamo sempre a partire dai nostri criteri. Spesso questi ci sembrano universali e, troppo spesso. ci dimentichiamo che vanno contestualizzati: ad ogni cultura, comunità, parrocchia, famiglia corrispondono linguaggi, percezioni, codici e limiti.

Come starci dentro quando siamo chiamate a vivere insieme la quotidianità? Aprirci al dialogo, lasciare che le nostre certezze si sgretolino, accettare di cambiare lo sguardo per andare incontro all’altro e provare, almeno, a comprendere da dove viene, accettare di non capire, abitare insieme il disaccordo, lasciar cadere i nostri giudizi e pregiudizi, ritrovare i nostri bisogni comuni al di là delle nostre espressioni differenti o addirittura contradditorie.

Parlare insieme è una delle garanzie donataci per evitare di restare intrappolate nella nostra unica visione del mondo e di prenderla come riferimento totalizzante. In effetti quando lascio il mio Paese, la mia cultura, posso illudermi di essermi lasciata dietro ciò che è mio e che solo questo abbia già necessariamente aperto in me uno spazio per incontrare l’altro. Succede poi che progressivamente, incontrando l’altro con l’altro io prenda consapevolezza di quanto, invece, sia”piena”, abitata da ciò che è “mio” (tutto quello che mi ha formato, le mie abitudini, la mia storia…). 

È un processo faticoso, che non lascia indenni (devo “perdere” qualcosa a partire dall’idea di possedere la verità, di sapere cos’è giusto, cosa è meglio fare o meno): è un cammino appassionante che schiude nuovi orizzonti, allarga il nostro modo di concepire il mondo, rimette in discussione quel che credevamo essere universale.

L’incontro con l’altro diverso da me conduce ad una certa rinuncia, ha un suo prezzo: è un percorso che mi chiede di lasciare ciò che mi appartiene, ciò che mi ha permesso di crescere e che, quindi, mi è prezioso.

Per esempio, in Libano, di consuetudine, si accoglie qualcuno con un vassoio di frutta. È segno di ospitalità offrire la frutta già sbucciata e tagliata così che l’ospite possa servirsi agilmente. Immaginate quindi la nostra sorella libanese che secondo la sua usanza, riproduce lo stesso modello qui in Italia. Percependo un certo disagio ne abbiamo parlato insieme. Che sorpresa scoprire che, ricevendo la frutta già sbucciata, le sue sorelle, piuttosto che sentirsi onorate si sentivano infantilizzate. Dal canto suo, è rimasta scandalizzata nel constatare che, quando accogliamo degli ospiti, noi serviamo la frutta in un vassoio e non insistiamo perché 1 ‘ospite si serva per primo. Come sapere, se nessuno non glielo spiega, che servirsi dà l’autorizzazione all’altro a fare lo stesso? Quante altre cose che, apparentemente, sembrano andar da sé e che, invece, possono trasformarsi in enigmi se non addirittura in muri di incomprensione?

La differenza vissuta in comunità e con quanti ci circondano

Questa stessa dinamica (differenze, giudizi, conversione dello sguardo, apertura di orizzonti) si può rintracciare su scala diversa con le persone che ci circondano. In effetti è all’interno di un popolo ancora diverso da noi che siamo chiamate a vivere le nostre differenze culturali e personali. E come un sigillo che conferma il nostro desiderio di lasciarci interpellare dall’altro e con l’altro: un incoraggiamento capace di aiutarci ad accogliere le nostre differenze interne.

Chissà perché non ho problemi nell’accettare l’ignoranza dei miei vicini o degli italiani quando mi chiedono se sono musulmana e come mi sono convertita, mentre invece il problema nasce quando a chiedermelo è una mia sorella che subito giudico come stupida. Che cosa avviene in me quando mi accorgo del mio meravigliarmi di fronte alle continue espressioni di fede che costellano il quotidiano dei nostri vicini, quando, invece, mal sopporto quando mia sorella finisce le sue frasi con un “come Dio vuole” e: “che Dio ti benedica” come segno di gratitudine per un servizio ricevuto? Se accetto che il mio vicino si esprima così, perché volere che mia sorella lo faccia diversamente?

La nostra vita comune è una palestra, un laboratorio in cui allenarci ad accogliere e lasciarci trasformare dalla differenza dell’altro. L’alterità dei nostri vicini (che spesso accetto più facilmente) mi aiuta ad accogliere la differenza con le mie sorelle; d’altra parte, la differenza fra noi mi aiuta ad accettare la differenza con i nostri vicini.
Non potrebbe essere così anche nelle nostre parrocchie, associazioni, famiglie? Ognuno potrebbe chiedersi: come accolgo i nostri diversi punti di vista circa la missione, il lavoro da svolgere… sono ostacoli o risorse?
Questo riguarda anche gli interrogativi più legati alla nostra presenza: l’opportunità di intervenire o meno in un conflitto al campo; la possibilità di un’uscita serale fra di noi e le possibili ripercussioni che questo potrebbe destare nella relazione con in nostri vicini; o ancora quanto sia opportuno partecipare o meno ai matrimoni di rom minorenni; fino a chiederci come reagire ad una menzogna che ci riguarda… interrogativi che sono occasioni in cui crescere nella conoscenza reciproca. Ciò richiede tempo, energie, ascolto e rispetto… nessuna di noi ne esce indenne: interrogativi e domande non si attraversano senza perdite e ferite, senza incomprensioni e riconciliazioni.

La differenza fattore di cambiamento

Il cambiamento non è, prima di tutto, un processo personale, come ci ricordano e ripetono psicologi e guide spirituali? La missione ha ancora senso se non comincia con il cambiare noi stessi?

Possiamo desiderare migliorare le sorti dell’altro, salvarlo, cambiarlo, senza fare, noi stessi per primi, esperienza di cosa significhi essere salvati, lasciarsi salvare, lasciarsi trasformare interiormente?

Se penso alla missione da questo punto di vista, essa ha immediatamente e prima di tutto delle conseguenze su di me. Tutto questo mi implica in prima persona e spesso è molto più impegnativo, e molto meno facile. Quando io stessa, pur cosciente dell’importanza, non riesco a cambiare alcuni dei miei comportamenti, quando io stessa resisto a quanto mi viene imposto dall’esterno, posso ancora permettermi di inveire contro colui-coloro che vengo ad aiutare e che fanno fatica ad accettare, ad accogliere il mio aiuto, a rispettare la struttura che dò??

Piuttosto che volere l’altro secondo i miei criteri, non mi rimane che accompagnarlo nel suo desiderio di cambiamento. Accompagnarsi diventa il luogo in cui può nascere il desiderio di cambiare insieme, d’inventare “qualcosa” di nuovo che né io né l’altro conosciamo ma che costruiremo insieme. Si tratta di vedere come prendiamo in con-siderazione la missione e, soprattutto, come ci lasciamo con-siderare da essa.

La missione ci trasforma trasformando il concetto stesso che abbiamo di missione. Non è forse quello che Gesù ha vissuto incontrando la donna sirofenicia (Mc 7,24-30)? Gesù stesso lascia che questo incontro lo converta, lo cambi. Un incontro totalmente altro (donna, pagana, appartenente ad un’altra cultura, madre). Gesù lasciandosi interpellare ne esce cambiato. L’incontro delle loro differenze dona una comprensione più piena (consapevole) della sua missione. Gli orizzonti si sono allargati o, almeno, i pre-concetti \ le pre-comprensioni sono ora meno rigide, c’è spazio per altro, c’è spazio per ciò che fin ll e fino ad allora non era mai stato de-siderato.

Umilmente, e sapendoci sempre in cammino, ciascuna di noi può affermare che ha almeno uno sguardo altro rispetto alle abitudini, tradizioni religiose e sociali… alle ricchezze culturali e ai punti deboli del proprio Paese. È ciò che ci racconta Rania rispetto alle modalità diverse che si hanno nel vivere il digiuno quaresimale. “Da noi il digiuno è piuttosto stretto, vicinissimo alla tradizione ortodossa: durante la quaresima non mangiamo né carne né tutto ciò che deriva dagli animali, è un cammino che ci viene offerto per avvicinarci alla Salvezza. Inizialmente ero scandalizzata nel constatare quanto in Italia si attribuisse poca importanza al digiuno. Non comprendevo. Con gli anni, ho cercato qualcuno che mi aiutasse a comprendere il senso del digiuno in occidente ed è così che, a poco a poco, sono entrata in questa modalità. Ho riscoperto che non posso “raggiungere” la Salvezza, ma che è questa a raggiungermi. Il digiuno non è che un mezzo: se intorno a me lo si vive, allora vi partecipo con gioia. Se, al contrario, non lo si pratica, preferisco mangiare con gli altri privilegiando la relazione, sapendo che non solo non sarà questo che mi impedirà di essere salvata, ma che questa può essere oggi la strada attraverso la quale lasciarmi raggiungere da essa. Ho così trovato una certa libertà rispetto alla tradizione, alle mie origini. Ora, anche in Libano, posso vivere il digiuno in maniera più libera e assumere le reazioni degli altri perché so profondamente che l’essenziale è nella mia relazione a Dio e agli altri qualunque sia il mezzo scelto”.

Concludiamo con una piccola storia che ben riassume questa nostra testimonianza. Dopo diversi anni di vita condivisa sotto la tenda, con i nomadi, una vicina musulmana ha detto alle piccole sorelle: “Ora siete diverse da quelle che eravate arrivando qui e anche noi siamo diversi. Noi e voi siamo diventati diversi e siamo cambiati. C’è un po’ di voi in noi e un po’ di noi in voi”

il messaggio del card. Turkson al C.C.I.T. 2019

 

CCIT— Trogir – 2019
Dal Vaticano, 27. marzo, 2019

Messaggio di S.Em. Cardinale Peter K. A. Turkson Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ai Partecipanti all’Incontro Annuale del Comité Catholique International pour les Tsiganes (CCIT) (Trogir, Croazia, 5 – 7 aprile 2019)

Reverendo e caro Don Dumas, Carissimi Fratelli e Sorelle in Cristo, Con piacere indirizzo il mio cordiale saluto a tutti voi riuniti nell’Incontro annuale del Comitato Cattolico Internazionale per gli Zingari, memore dell’interessante e prezioso scambio che ho avuto con molti di voi l’anno scorso a Banneux, in Belgio.
Il tema scelto, La missione di ritorno: sorgente di cambiamento, dà una determinata direzione alle riflessioni di questa riunione.

La missione di ritorno obbliga a volgere lo sguardo al passato, impone una rilettura della storia e un ritorno alle radici, con gratitudine e con nuovo zelo, per riscoprire ciò che sta alla base e al centro della vostra missione e per ritrovare la forza e la vitalità delle origini sulle quali costruire un futuro migliore, rinnovato. Tutto ciò con la consapevolezza che l’opera, che stiamo costruendo oggi, rimane per le generazioni future e, quindi, deve avere un solido fondamento, e un ricco contenuto che costituiscono una vera risorsa da consegnare ai giovani.
La missione di ritorno implica una ricerca di tutto ciò che abbiamo in comune e che permette di conoscerci meglio, di comprenderci a vicenda, superando i pregiudizi e i preconcetti, al fine di costruire unità nella diversità. Questo nasce in ogni incontro, innanzitutto nell’accettazione dell’altro con tutta la sua realtà e i suoi condizionamenti, nell’accoglienza senza riserve, nel dialogo, nell’apertura alla sua alterità e alla sua gerarchia di valori, nel riconoscere la sua identità e nel permettergli di essere e rimanere se stesso.
So che tale missione e tutto il vostro servizio in favore dei Rom e di altri gruppi itineranti non è facile.

Pertanto desidero assicurarvi che la Chiesa vi è vicina e vi ringrazio, mentre esprimo la riconoscenza del Santo Padre, insieme a quella del mio Dicastero.
Nonostante gli sforzi congiunti tra le varie istituzioni ecclesiali e sociali, intraprese per favorire l’inserimento delle popolazioni rom nella società e per assicurare la loro piena partecipazione ai diritti e ai doveri, molto c’è ancora da fare. In diversi paesi i Rom continuano a rimanere nelle periferie esistenziali, emarginati, dimenticati e privi del necessario. Penso a coloro che vivono segregati nei cosiddetti “campi nomadi” e nelle banlieue delle città, sotto i ponti e ai margini delle strade, spesso ingannati e traditi anche dai loro conterranei. Penso alle mamme che chiedono l’elemosina con i piccoli in braccio, ai ragazzi e alle ragazze che abbandonano il percorso scolastico, spesso costretti a farlo. Penso ai padri che vorrebbero assicurare il benessere alle famiglie, ma nessuno offre loro un’opportunità di lavoro a causa della diversità. Penso, infine, a molti uomini, donne e bambini vittime del traffico di esseri umani o di altre forme di schiavitù.

Al riguardo, Papa Francesco ricorda a tutti noi che

“siamo chiamati a sviluppare ogni volta di più una maggiore collaborazione, perché si superi ogni tipo di disuguaglianza, ogni tipo di discriminazione, che sono proprio quelle che rendono possibile che un uomo possa fare schiavo un altro uomo. Un impegno comune per affrontare questa sfida sarà un aiuto prezioso per la costruzione di una società rinnovata e orientata alla libertà, alla giustizia e alla pace’.

Cari Amici, voi raggiungete i Rom in tanti luoghi, ma soprattutto nelle periferie, dove molti non osano o non vogliono andare per paura di umiliazioni o di rigetto; voi vi accostate a loro là dove è necessario rinunciare a se stessi, per farsi pieno dono secondo la logica del Vangelo. Agendo in questa direzione, portate loro la speranza e la ragione di essere i protagonisti del proprio sviluppo umano integrale, della crescita nella fede e della formazione etica e spirituale. Mentre li avvicinate e instaurate un dialogo con loro, vi rendete conto che state entrando in un diverso modo di essere e di agire, dove i vostri gesti e comportamenti, come pure le parole e le azioni, devono acquisire una nuova comprensione e un nuovo significato. A questo punto desidero rammentare quanto ha detto il Papa emerito Benedetto XVI a proposito dello sviluppo nella Lettera enciclica Caritas in veritate.

Cito:

“Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace” (CV n. 79).

Nel vostro tema leggo anche “Sorgente di cambiamento”. Guardiamo allora al presente nella prospettiva del futuro, con speranza e ottimismo, domandandoci che cosa cambiare e perché, per quale motivo. A che cosa deve servire la missione di ritorno?

La presentazione della storia e della spiritualità del CCIT2 che ho potuto seguire a Banneux, mi permette di fare qualche breve riflessione in merito. La strada percorsa dal Comitato nei suoi 44 anni di vita è stata ardua e faticosa, soprattutto nei suoi inizi. Tuttavia oggi siete un buon numero di membri, tra sacerdoti, religiosi/e, operatori pastorali laici e gli stessi rom. Nel corso degli anni, soprattutto dal 1979, il Comitato si è sviluppato costantemente, con entusiasmo e difficoltà, caratteristiche che non hanno smesso di essere le pietre miliari del suo cammino. Oggi, esso vuole essere uno spazio di gratuità, di libertà e di fraternità; un intimo legame tra la realtà sempre nuova delle popolazioni rom e il senso cristiano del vostro impegno. Senz’altro è un’opera importante e valida quella che portate avanti, tenendo conto delle sue origini e tradizioni. E pensando alla storia del CCIT, non si può non ricordare Don André Barthélémy, che con il suo costante impegno e la ferma volontà di trasmettere ai Rom la fede in Gesù Cristo è stato uno dei fondatori di questa realtà. Il suo grande amore e la sollecitudine verso i Rom, vi servano da guida nella riflessione sul vostro futuro e sui cambiamenti.

Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco ha parlato di una “Chiesa in uscita”, di una Chiesa missionaria che non ha paura di incontrare l’altro, di scoprire le novità, di parlare della gioia del Vangelo; non per fare proseliti, ma per condividere con tutti la Buona Novella, con audacia e fervore. Il Pontefice tratta maggiormente questo argomento nell’Esortazione Gaudete et exultate, ai nn. 129-139, ricordando che tutto deve partire da Dio, che “ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l ‘umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. […] Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì” (GE n. 135). Papa Francesco insiste molto sull’importanza della collaborazione nell’impegno dell’evangelizzazione, del sociale e nell’ambito caritativo.
In questa prospettiva dovrebbe, forse, essere riletto il ruolo del CCIT all’interno della Chiesa. Sin dall’inizio, come ha detto il Sig. Tambour, il Comitato ha lavorato con uno spirito missionario verso i Rom e ha creato un ambiente e una mentalità che collegano intimamente l’attualità dei Rom a una dimensione spirituale. Tuttavia il lavoro potrebbe essere ancora più ricco e più fecondo se il Comitato fosse maggiormente aperto alla collaborazione con le Chiese locali, con i suoi Pastori, che vi hanno inviato in questa missione, e con le parrocchie. I Rom hanno bisogno anche di questa relazione. Prima di tutto, perché quanti hanno rapporti di amicizia con loro sono chiamati a impegnarsi anche nella sensibilizzazione delle comunità parrocchiali per rispondere all’invito di Papa Francesco ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare’ come i migranti, così anche i rom. In secondo luogo, la cooperazione con altre istituzioni ecclesiali aiuta a sfruttare tutte le risorse, spirituali e materiali, che la Chiesa mette a disposizione per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri e per risolvere più facilmente le cause strutturali della povertà (cfr. EG 188), quindi porta vantaggio alle popolazioni rom. Il CCIT sarà un autentico dono per la Chiesa e per i Rom, se saprà realizzare pienamente il proprio carisma nell’apertura e in sinergia con altre istituzioni. Anche Gesù non ha portato la croce da solo, ma si è lasciato aiutare da Simone di Cirene (cfr. Lc 23, 26). Cari Amici, auspico che lo Spirito Santo vi accompagni con la sua luce e i suoi doni durante questa riunione e vi permetta di scoprire tutto ciò che può portare al cambiamento e può aprire davanti a voi nuove possibilità di servizio. Il Signore vi benedica e Maria Regina vi accompagni nel vostro cammino.

A Lei affido ognuno di voi, le vostre comunità e le vostre famiglie.
Peter K.A. Cardinale Turkson Prefetto

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la relazione di Tomáš Halík al C.C.I.T. 2019 a Trogir in Croazia

Evangelizzazione: un incontro reciproco fra pellegrini

https://en.wikipedia.org/wiki/Tomáš_Halík

Il filosofo polacco Jósef Tischner1 inizia il suo saggio sulla fede in tempi di crisi con un racconto riguardante il conflitto tra un parroco e un artista, che aveva l’incarico di creare una pala d’altare per la nuova chiesa del santo fratel Albert Chmielowský.

Secondo le idee e le aspettative del parroco, nell’immagine, il santo fratel Alberto avrebbe dovuto tenere una pagnotta sopra le teste dei poveri e distribuire loro delle fette di pane. L’artista invece voleva dipingere il santo chinato davanti a un povero mentre dal povero avrebbe dovuto come trasparire la figura di Cristo.

Agli occhi dell’artista – ed è evidente che Tischner lo comprende e prova simpatia per lui – la rappresentazione del santo che si china verso il povero e gli dona il pane dall’alto e non sta davanti a lui, rivela il trionfalismo della Chiesa. Tischner (nel suo saggio) continua poi con una riflessione sul rapporto tra magistero e fede. Noi invece prendiamo un’altra direzione nell’interpretazione.

Entrambe le concezioni dell’immagine – fratel Albert, il santo, che distribuisce il pane ai poveri o fratel Albert, il santo, che scopre Cristo nei poveri che egli serve e proprio attraverso il servizio che presta – entrambe le concezioni rappresentano in effetti due modi di comprendere la Chiesa e il cristianesimo. Nel primo caso la Chiesa si autocomprende come proprietaria di Cristo, della verità e della fede, e per questo motivo può dare “dall’alto” ciò che già “le appartiene”. Questa modalità sembra essere logica: tu puoi distribuire solo ciò che possiedi, questa tuttavia è la “logica di questo mondo”. La “logica del regno di Dio” così come noi la leggiamo nel vangelo è qualcosa di diverso, è paradossale. Non si tratta solo del fatto che “a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto ciò che ha” ma si tratta di “chi non rinuncia a tutto ciò che ha non entrerà nel Regno di Dio”.

Una alternativa alla concezione della Chiesa come una Chiesa proprietaria, che possiede, è l’ideale di una Chiesa concepita come una “communio viatorum”, una comunità di pellegrini. È un cristianesimo che è un cammino, che deve continuamente riscoprire Cristo. Soprattutto quando i discepoli di Gesù, dopo l’annuncio e l’esempio del loro maestro, si mettono al servizio dei bisognosi, allora essi nei poveri incontrano Cristo. Loro lo scoprono proprio in quel povero, in quel nullatenente. Cristo viene proprio in quel “niente”. Niente, la povertà, il non possedere nulla, il non trattenere nulla – questo ci ricorda Meister Eckhardt – è quella porta attraverso la quale la pienezza viene nel mondo e che non assomiglia a nulla nel mondo.

Nel racconto del vangelo gli apostoli dopo la risurrezione, davanti alla tomba vuota sono stati invitati a ritornare nella loro patria, in Galilea. “Lì lo vedrete”. Oggi noi cristiani nella ricerca del Cristo vivente siamo chiamati a tornare a quelle forme del cristianesimo che spesso ricordano tombe vuote, “sepolcri e monumenti sepolcrali di Dio2”, siamo inviati al mondo dei bisognosi. Lì lo vedrete, lì lo incontrerete. Questa è la Galilea di oggi dove si può vivere il mistero della risurrezione e della vita nuova.

***

Cristo, la verità, la fede, accadono (si realizzano) in quell’incontro, in quell’atto del donare, del servire, dell’uscire da se stessi – la Chiesa è nella situazione di colui che riceve solo se dà. In Cristo il donare e il ricevere sono strettamente indivisibili. Non si tratta solo del “tu non hai nulla che non abbia ricevuto” ma, ancora più radicalmente si tratta del “non hai altro che quello che hai donato”. Ricordiamoci dell’affermazione di Cristo a proposito del tesoro nel cielo.

Quando io parlo della “Chiesa possidente (proprietaria)” non penso alla proprietà della Chiesa che è stata spesso oggetto di critica nel corso storia, ovvero alla Chiesa ricca e potente, che possedeva molti beni materiali e che era strettamente legata al potere; tutto ciò per fortuna, in gran parte del mondo, fa parte di un passato che non ritorna. Io penso piuttosto alla ricchezza essenzialmente spirituale della Chiesa: la Chiesa “ha” il Vangelo, i sacramenti, i carismi, la successione apostolica, la dottrina, la conoscenza – essa ha Cristo, ha la verità…

Io non ho per nulla intenzione di negare questa pretesa alla Chiesa, al “Corpo mistico di Cristo”. Tuttavia è necessario chiedere: quale carattere ha questo possedere? E noi cristiani che rapporto abbiamo con questa ricchezza spirituale?

A volte mi viene in mente che noi non ci lasciamo istruire abbastanza dalla parabola dei talenti che sono stati assegnati (cfr Mt 25,14-30). A chi ha sotterrato con ansia tutto ciò che gli era stato dato, che non voleva distribuirlo, che neanche per un momento voleva rinunciare a ciò che gli era stato dato, che non voleva rischiare di perdere il talento, a questa persona fu infine tolta tutta questa sicurezza che aveva protetto con cura e gli fu tolta con umiliazione. Solo coloro che hanno donato, distribuito, quei valori che erano stati loro assegnati, che li hanno “investiti”, rischiando anche di perderli, solo questi hanno agito correttamente.

Non è che spesso la Chiesa assomiglia a quel giovane ricco, il quale si atteneva ai precetti, tuttavia non era in grado di rinunciare alla sua ricchezza, alle sue sicurezze? In molte parti del Vangelo, Gesù afferma che solo colui che ha rinunciato a tutto ciò che ha è libero per diventare un suo discepolo. Forse tutto questo riguarda non solo i beni materiali; anche la nostra ricchezza spirituale può essere una parte di quelle sicurezze alle quali noi dobbiamo rinunciare per essere liberi per un cammino ulteriore, liberi per la fede, liberi per la via del discepolato.

Sì, certamente, noi cristiani da secoli doniamo molto – attraverso l’insegnamento e la predicazione, il lavoro sociale e caritativo e attraverso tutto questo sicuramente diffondiamo il bene – tuttavia non è che spesso lo facciamo un po’ come quel fratello santo Albert nell’immaginazione del parroco, cioè dall’alto? Noi doniamo “del nostro superfluo”. Tuttavia agli occhi di Gesù trova grazia solo una povera vedova che dona prendendo dal poco che ha, dalla sua povertà.

Solo se noi saremo poveri riusciremo veramente a donare, saremo capaci di donare. Solo quando la nostra fede e le sue sicurezze saranno divenute così piccole, e poco appariscenti come un chicco di senape, allora noi riusciremo a portare a compimento i grandi doni di Dio3. La forza di Dio risalta innanzitutto nella debolezza umana; solo quando avremo il coraggio di ammettere le nostre debolezze e anche di accettarle, solo allora riusciremo ad aprire la porta all’azione della potenza di Dio (affinchè si manifesti l’effetto della potenza di Dio). Questo vale anche per le sicurezze teologiche: solo quando, come l’apostolo Paolo, riusciamo ad ammettere che la nostra conoscenza delle cose di Dio è solo parziale, come nei misteri, come in uno specchio, solo quando noi faremo questo la risposta a quei misteri si avvicinerà e lo specchio non sarà più cieco. Solo quando noi diventeremo consapevoli, con tutte le conseguenze, di essere in cammino e non già arrivati al traguardo, allora il nostro cammino non sarà più un girovagare in circolo, in un circolo vizioso, in un circolo diabolico, con un ripetersi senza uscita. Se il chicco di grano non muore non porta frutto.

***

Papa Benedetto pronunciò, durante un viaggio nella Repubblica Ceca nel settembre 2009, delle parole meritevoli di attenzione: “Qui mi viene in mente la Parola che Gesù ha citato dal profeta Isaia, ovvero: il tempio di Gerusalemme dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56,7; Mc 11,17). /…/ Un luogo di preghiera per tutti i popoli, si pensava quindi ad un luogo di preghiera per uomini che conoscono Dio, per così dire, solo da lontano; si pensava a coloro che sono insoddisfatti dei loro dei, miti e riti, a coloro che sanno riconoscere ciò che è puro e ciò che è grandioso, anche se per loro Dio rimane il ‘Dio ignoto’ (At 17,23). Loro dovrebbero poter pregare il Dio sconosciuto e in questa maniera essere messi in contatto con il vero Dio, anche se nel buio. Io penso che la Chiesa dovrebbe costruire questa specie di ‘cortile dei gentili’ ancora oggi. Dovrebbe creare cioè un luogo dove possono sostare, trovare un appiglio (legame) quegli uomini che si rivolgono a Dio anche se non lo conoscono, anche se non hanno ancora trovato l’accesso al mistero, mistero di cui la vita interna della Chiesa è servitrice”.

Queste parole inizialmente mi hanno riempito di entusiasmo e di un sentimento di soddisfazione. È già da molto tempo che io vedo il senso del mio impegno complessivo nella Chiesa proprio in questo, nel creare uno spazio, un luogo per coloro che non si sentono a casa e che soprattutto non si sentono a casa nei banchi della chiesa e nelle definizioni ecclesiastiche e che, tuttavia, ciononostante possono percorrere con noi almeno una parte del cammino. Io sono profondamente convinto che la Chiesa, se non vuole diventare una setta, non deve preoccuparsi solo di coloro che “si identificano completamente con lei” ma dovrebbe anche fare spazio a coloro che non condividono completamente con lei il loro credo, la loro fede; fare spazio a coloro che cercano, a coloro che difendono in maniera gelosa “il proprio Dio” e che tengono le distanze dalla Chiesa, dalla prassi odierna e dalla “religione organizzata”. L’idea che la Chiesa ha bisogno di un certo contatto con le persone che credono a un “Dio ignoto” o con coloro che si orientano vagamente (confusamente) a “un qualche cosa” che “ci trascende”, questa idea è estremamente importante per il futuro della Chiesa e in un certo modo anche per il futuro di tutta la nostra civiltà.

Tuttavia dopo un certo tempo sono stato preso dal dubbio riguardo a quella metafora di Joseph Ratzinger. Non è che dietro questa metafora del “cortile dei gentili” si nasconde una certa concezione trionfalistica della Chiesa, simile a quella che Tischner e l’artista polacco sentivano che c’era dietro al progetto del parroco di fare un’immagine del santo fratello Albert che distribuiva il pane “dall’alto”? Non è che dietro a questa comparazione, sia pure in senso buono, della Chiesa con il tempio di Gerusalemme si nasconde qualcosa di molto pericoloso?

La Chiesa deve veramente assomigliare a quella costruzione altamente ambiziosa “dentro” la quale ha luogo l’azione sacra, a un grande santuario accuratamente sorvegliato, che è fisicamente diviso: riservato ai sacerdoti, anzitutto, poi agli uomini del popolo eletto, dopo ancora alle donne e alla fine ai “non circoncisi”? Non era proprio questo tipo di religione, rappresentata attraverso il tempio, oggetto della continua critica dei profeti e soprattutto di Gesù stesso? Non è stato proprio Gesù a dire, di quel tempio che fa gioire gli occhi dei devoti, che non rimarrà pietra su pietra (anche se proprio per queste dure parole egli pagò con la condanna a morte davanti al sinedrio)? E questa profezia di Gesù non si è già compiuta da molto tempo? Non ha già la “magnificenza di Dio” abbandonato il tempio? E non hanno proprio mostrato già Gesù, Paolo e l’autore della lettera agli Ebrei che non dobbiamo cercare più Dio nel tempio perché egli è definitivamente uscito dal tempio – e andato certamente molto oltre il cortile dei gentili? Non sottolinea il Vangelo che con la morte di Gesù “il velo del tempio si squarciò in due”?

La Chiesa, oggi, è in una situazione in cui si può permettere di aprire “il cortile dei gentili” o è piuttosto in una situazione in cui dovrebbe recarsi in maniera umile nei “cortili dei gentili” per tentare di rivolgere la parola ai “gentili/pagani” nella loro lingua, usando il loro linguaggio, come fece ad esempio Paolo nell’Areopago?

Non è solo il tempio di Gerusalemme a trovarsi oggi in rovina – così come aveva previsto la profezia di Gesù – bensì anche l’edificio del tempio del cristianesimo. Quella “civiltà cristiana” che brillava di oro ed era ben fortificata, in maniera tale che risvegliava una particolare ammirazione, giace oggi in rovina. D’altra parte negli odierni cortile dei gentili i banchetti dei venditori e dei commercianti sono assediati in maniera animata e vivace come nei tempi passati; c’è una grande quantità di “merce religiosa” disponibile rapidamente e a buon mercato. La domanda è grande e l’offerta svariata.

Non siamo oggi nella situazione che di quel “tempio” sublime, forma della religione cristiana, rimane solamente il “muro del pianto”?

***

A mio parere, il secondo elemento rischioso di quella metafora del papa, è il mettere a confronto colui che è alla ricerca di religioso oggi, colui che adora “il dio sconosciuto”, con il pagano devoto del tempo di Gesù. Chi sono coloro per i quali oggi la chiesa dovrebbe aprire il “cortile dei gentili”?

Sono coloro che oggi venerano un “dio sconosciuto” i pagani devoti, come ai tempi in cui il tempio di Gerusalemme esisteva ancora e Paolo predicava ad Atene? O sono piuttosto gli ex cristiani e i “post-cristiani” (quindi i figli e i nati successivamente rispetto alla “cultura cristiana”) che la Chiesa di oggi non solo dovrebbe convincere di ciò di cui (anche se senza successo e in maniera vana) Paolo ha tentato di convincere i suoi ascoltatori nell’areopago? Ovvero convincerli che il “dio sconosciuto” che loro cercano e professano, a noi è ben conosciuto in Cristo, rivelatosi in tutta la sua pienezza sulla croce e nella risurrezione di Gesù di Nazaret e che loro possono incontrare ancora oggi nella Chiesa?

Il cristianesimo di oggi ha quei simpatizzanti come li aveva l’ebraismo ai tempi di Gesù? Chi sono, come bisogna chiamarli, come bisogna capirli, come bisogna comunicare con loro?

***

Se noi vogliamo veramente rivolgerci a coloro che sono in ricerca, dovremmo evidentemente farlo non come coloro che in maniera generosa aprono “il cortile dei gentili” (perché loro stessi hanno il diritto di cittadinanza all’interno del santuario), non dovremmo farlo come coloro che davanti a loro si chinano (dall’alto in basso) come faceva il santo fratello Albert nella versione del parroco. Se vogliamo veramente incontrare coloro che sono effettivamente in ricerca in maniera credibile allora questo incontro deve essere un incontro reciproco tra pellegrini – non un incontro fra coloro che posseggono e coloro che stanno morendo di fame, fra coloro che sanno e coloro che cercano, fra coloro che sono già arrivati al traguardo e coloro che stanno ancora girovagando. Se noi consideriamo gli altri “fratelli separati”, riveliamo spesso di essere inconsapevolmente nel ruolo del vecchio fratello coraggioso e virtuoso – quindi in quel ruolo nei confronti del quale Gesù ci mette in guardia nella parabola del figliol prodigo (cfr. Lc 15,11-32).

Dei molti simboli e metafore bibliche la Chiesa, quando si definì nell’ultimo Concilio, ha messo in evidenza soprattutto l’immagine veterotestamentaria del “popolo di Dio in cammino”. Tuttavia i cristiani di oggi non sono solo una “comunità di pellegrini”. I cambiamenti incisivi del mondo di oggi relativizzano tutti i confini e costringono una grande quantità di persone da diverse parti della terra e con diverse visioni del mondo, a lasciare la loro casa e a varcare i confini delle loro tradizioni. La necessità di andare d’accordo e di evitare i conflitti noi l’abbiamo collegata fin dai tempi dell’illuminismo con la parola tolleranza; oggi dovremmo forse parlare di una “solidarietà tra pellegrini”.

Io suppongo che questa nostra solidarietà di cristiani possa implicare il fatto che noi rinunciamo al monopolio della conoscenza di Cristo – nel senso che rinunciamo a quella sicurezza a priori data dalla convinzione che noi abbiamo già conosciuto Cristo pienamente, che noi lo possediamo e per questo lo possiamo offrire agli altri. Dio è un mistero insondabile, inesauribile. La fede, la convinzione della Chiesa che Gesù Cristo è Dio, è “di essenza divina”, che è “uno con il Padre” e così via, mi porta ad essere persuaso che io non ho “a mia disposizione” Cristo in ogni momento della mia vita, cosa che mi porterebbe a pensare che non mi rimanga altro da scoprire ancora su di lui, che lui non sia più per me un mistero inesauribile, un invito a un nuovo incontro ed a una scoperta infinita.

Forse “il cortile dei gentili” può essere anche per noi il luogo dove possiamo scoprire Cristo in maniera più profonda e incontrarlo – e proprio negli altri. E questa via ci può portare ancora più avanti, al di là del “cortile dei gentili” che è circoscritto al tempio. Forse questa via ci porta dai veli squarciati del tempio e dalle tenebre del venerdì santo, verso Emmaus, dove ci cadono le bende dagli occhi e dove solo quando noi “spezziamo il pane” con gli altri si crea la situazione in cui “Cristo av-viene” (cioè si fa esperibile in mezzo a coloro che credono), la situazione in cui noi possiamo fare esperienza di lui, sia gli uni che gli altri (cfr. Lc 24,13-35). Sulla via verso Emmaus, Cristo compare nella forma di un “pellegrino sconosciuto”.

Scoprire Cristo negli altri – questa esortazione non riguarda solo i poveri che aspettano il nostro pane. Secondo il Vangelo di Matteo, Cristo nell’ultima cena svela la sua presenza incognita con queste parole: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e senzatetto e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). Cosa può significare l’esortazione, l’invito ad accogliere quelli che sono stranieri e senzatetto?

Forse ciò significa anche che l’altro, sia esso di “altra confessione”, sia un “pagano” o un “ateo”, per me non è un oggetto della mia missione al quale io posso dare Cristo e la fede come qualcosa che – a differenza di lui – “posseggo” già. Forse Cristo viene verso di me anche in colui che percorre altre vie rispetto alle mie, colui che per me è un “pellegrino straniero e sconosciuto”.

Per molti secoli i cristiani hanno ritenuto che ci fosse un’unica conversazione sensata e veramente auspicabile con un “pagano”: una conversazione che portava alla sua conversione, che lo conduceva alla soglia della Chiesa e che culminava nel dialogo di ammissione al percorso del catecumenato:

Cosa chiedi alla Chiesa di Dio?”.

La conoscenza di Cristo”.

E perché vuoi conoscere Cristo?”

Per diventare suo discepolo”.

Immaginiamoci per un momento uno scambio di ruoli: Ora sono gli altri, i “pagani”, a chiedere ai cristiani: Cosa volete da noi? E sono i cristiani che questa volta rispondono loro: “La conoscenza di Cristo”. “E perché volete conoscere Cristo?”. “Per diventare suoi discepoli”.

Senza dubbio la Chiesa è chiamata a predicare, a battezzare, a distribuire i sacramenti, a donare ciò che essa ha già ricevuto da Cristo. Contemporaneamente è tuttavia anche chiamata a cercare sempre Cristo, a cercarlo nell’altro, a incontrarlo come un pellegrino sconosciuto, a stupirsi della sua grandezza incessante e indicibile e della sua ricchezza inesauribile; questa ricchezza si cela in tante maniere così nascoste – noi dobbiamo continuamente diventare suoi discepoli.

***

Nel corso della storia, i cristiani hanno imparato a tenere le distanze dalle concezioni di Dio che sono umane, troppo umane; non è giunto il tempo di mettere in dubbio le concezioni e le immagini tramandate che i cristiani si fanno degli altri, di “coloro che credono in altro”?

Il Dio di cui narra la Bibbia trascende radicalmente le nostre concezioni e i nostri giudizi e amplia l’orizzonte del possibile al di là dei confini: “A Dio niente è impossibile”. Il giudizio universale, il giudizio di Dio, così come lo descrive Cristo, sarà il momento di una grande sorpresa. Solo allora Cristo ci mostrerà le molte forme in cui ci ha incontrati nell’altro, nello straniero. Saranno redenti coloro che gli sono venuti incontro anche se non lo hanno riconosciuto. Forse è proprio questo andare incontro allo straniero che rende possibile la reale conoscenza di Cristo.

Perché vuoi conoscere Cristo?” chiede il Vescovo a nome della Chiesa ai futuri catecumeni. “Per diventare suoi discepoli”, suona la risposta prescritta. Forse possiamo girare questo dialogo in maniera diversa. Noi diventiamo suoi discepoli se, nella relazione con l’altro, diventiamo prossimi, come egli stesso ci ha insegnato. Secondo l’esempio di Paolo, che divenne “giudeo con i giudei e greco con i greci”, diventiamo “tutto in tutti”. Se diventiamo discepoli in questa maniera allora sì che lo riconosceremo veramente e solo allora lo accoglieremo così come egli è.

Cristo è il pane che viene donato: se lo vogliamo incontrare dobbiamo essere contemporaneamente coloro che donano e coloro che ricevono. Noi riceviamo donando e doniamo rinunciando a ciò che possediamo, collocandoci umilmente fra i bisognosi, fra coloro che sono aperti ai doni e li accettano in maniera riconoscente.

(Questo studio è stato reso possibile attraverso il sostegno del progetto “Creatività e capacità di adattamento, presupposto per il successo dell’Europa in un mondo interconnesso”. Reg. Nr. CZ.02.1.01/0.0/0.0/16_019/0000734, finanziato dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale.) Versione rivista di un capitolo di Divadlo pro anděly (Prague, NLN 2010). Traduzione di Milena Brentari.

1 Tischner, J., Wiara w godzinie przełomu, in: ders., Ksiądz na manowcach, Krakow 1999. Jósef Tischner (1931-2000), era un noto filosofo polacco, sacerdote, e uno dei padri spirituali del movimento Solidarność.

2 Cfr. Nietzsche, F., La gaia scienza. Terzo libro 125. L’uomo folle.

3 Per approfondire cfr. Halík, T., Nachtgedanken eines Beichtvaters. Glaube in Zeiten der Ungewissheit, Freiburg 2012; (traduzione italiana: La notte del confessore. La fede cristiana in un tempo di incertezza, Paoline, Milano 2013).

il programma del C.C.I.T. 2019 a Trogir in Croazia

PROGRAMMA

Trogir 5-7 Avril 2019 ( I )

La missione di ritorno: sorgente di cambiamento

L’incontro vero cambia lo sguardo, la teologia, la pastorale, la cultura di colui che incontra e di colui che è incontrato: invito a un condivisione in reciprocità per le nostre comunità, le nostre chiese, le nostre società.

Venerdi 5 Aprile

Pomeriggio : Accoglienza

19 h Cena

20 h 30 Preghiera animata dalla Croazia: Rev Marijo KOPJAR (HR)

21 h ‘vino dell’amicizia ‘

Sabato 6 Aprile

8 h 30 Saluti da parte del gruppo della Croazia : Mons Josip MRZLJAK (HR)

Messaggio del Consiglio Pontificto Sr Alessandra(Vat)

Introduzione Claude DUMAS (F)

9 h 30 Discussione, scambi in carrefour

10 h 30-11h Pausa

11 h – 12h30 Conferenza : Tomas HALIK (CZ)

12h30 Pranzo

15 h 00 Intervento di 2 testimoni : Nathalie Gadéa (F) – Piccola sorelli di Gesus (I)

16 h 00 Pausa

16 h 30 -18h Discussione, scambi in carrefour

18 h 30 Eucaristia (HR)

19 h 30 Preparazione serata festiva

20 h Serata festiva

Domenica 7 Aprile

8 h 15-9h La situazione in Croazia . Prof.dr.sc Neven HRVATIĆ (HR)

Prof.Kristina ČAČIC (HR)

Informazioni- data e luogo del prossimo CCIT

9 h 00 -10 h Discussione, scambi in carrefour

10 h Pausa

10 h 30 Assemblea plenaria: resoconto dei  gruppi di discussione

Conclusione 

11 h 30 Eucaristia CCIT (omelia por Claude DUMAS (F).

12 h 30 Pranzo

13 h 45 Partenza per la visita turistica

ritorno in serata a Trogir

la chiesa missionaria tra i rom si ritrova col volto cambiato dai rom stessi – a Trogir il C.C.I.T. 2019

 

 

 

 

 

     IL C.C.I.T. 2019 IN CROAZIA

Si è svolto nei giorni scorsi, dal 5 al 7 aprile, a Trogir, in Croazia, nel grandioso e ospitale albergo Medena, il C.C.I.T. 1920 (Comitée Catholique International pour les Tziganes), che ha messo al centro dell’attenzione, riflessione e dialogo dei vari operatori pastorali tra il popolo rom provenienti da una quindicina dei paesi europei, avente come titolo:

“la missione di ritorno: sorgente di cambiamento”

nella consapevolezza (che si forma ogni giorno di più nell’incontro accogliente, , dialogico, ‘innamorato’ dell’alterità dell’ ‘altro’ che nella sua ‘diversità’ e ‘alterità’ arricchisce e ‘mette in crisi’ l’umanità dei due) che

“l’incontro vero cambia lo sguardo, la teologia, la pastorale, la cultura di colui che è incontrato”

e una vera ‘missionarietà’ verso il mondo dei rom è un forte

“invito a una condivisione in reciprocità per le nostre comunità, le nostre chiese, le nostre società”

Secondo il programma il pomeriggio del venerdì 4 aprile ci siamo ritrovati e accolti reciprocamente nella cena comune, nella preghiera animata dal gruppo pastorale della Croazia e dal consueto ‘vino dell’amicizia’.

La mattina del sabato 6 aprile, dopo il messaggio del Consiglio Pontificio nella persona del Card. Turkson e portatoci da suor Alessandra e l’Introduzione del presidente del C.C.I.T. il sacerdote rom Claude Dumas,

ha avuto luogo la conferenza del teologo, filosofo, sociologo Tomàs Halìk che ha delineato una profonda distinzione fra una chiesa che ‘distribuisce il pane ai poveri’ e una chiesa che ‘scopre Cristo nei poveri che serve e proprio attraverso il servizio che presta’, due modi radicalmente diversi di comprendere la chiesa e il cristianesimo, la missionarietà, la nostra stessa presenza tra i rom.

“Se noi vogliamo veramente rivolgerci a coloro che sono in ricerca, dovremmo evidentemente farlo non come coloro che in maniera generosa aprono ‘il cortile dei gentili’ (perché loro stessi hanno il diritto di cittadinanza all’interno del santuario), non dovremmo farlo come coloro che davanti a loro si chinano (dall’alto in basso) … Se vogliamo veramente incontrare coloro che sono effettivamente in ricerca in maniera credibile allora questo incontro deve essere un incontro reciproco tra pellegrini – non un incontro tra coloro che posseggono e coloro che stanno morendo di fame, fra coloro che sanno e coloro che cercano, fra coloro che sono già arrivati al traguardo e coloro che stanno ancora girovagando. Se noi consideriamo gli altri ‘fratelli separati’, riveliamo spesso di essere inconsapevolmente nel ruolo del vecchio fratello coraggioso e virtuoso – quindi in quel ruolo nei confronti del quale Gesù ci mette in guardia nella parabola del figliol prodigo (cfr. Lc 15, 11-32)”.

“Cristo è il pane che viene donato: se lo vogliamo incontrare dobbiamo essere contemporaneamente coloro che donano e coloro che ricevono. Noi riceviamo donando e doniamo rinunciando a ciò che possediamo, collocandoci umilmente fra i bisognosi, fra coloro che sono aperti ai doni e li accettano in maniera riconoscente”

Densa e stimolante, la relazione di Halìk è stata oggetto di dialogo, discussione, riflessiione e approfondimento nei diversi ‘gruppi di lavoro’ (Carrefour per gruppi linguistici).

Il pomeriggio del sabato ha visto l’apprezzabile testimonianza di Nathalie Gadéa e delle Piccole Sorelle di Gesù, la celebrazione eucaristica e la serata festiva che come da tradizione vede la messa in comune dei prodotti culinari più tipici e caratteristici dei vari luoghi di provenienza dei partecipanti con le immancabili musiche e danze rom.

 

 

La mattina della domenica 7 aprile ha avuto luogo la descrizione della ‘situazione in Croazia’ (una analisi della realtà sociale e religiosa della vita dei rom in Croazia) da parte dei professori Neven Hrvatì e Kristina Cacic

L’eucarestia con l’omelia del presidente Claude Dumas e il pranzo hanno chiuso il C.C,I,T, 2019 dandoci l’appuntamento in Italia per il C.C.I.T. 2020.

un nome nuovo per Dio

preghiera contemplativa

il nome nuovo

Nella preghiera penetriamo il mistero di Dio, scoprendone il volto autentico di Compassione e di Misericordia.

Signore, oggi, vogliamo pregarti così: dandoti un nome nuovo

Dio della seconda possibilità. Noi ti preghiamo.
Dio dello sguardo. Noi ti preghiamo.
Dio della tenerezza. Noi ti preghiamo.
Dio degli orizzonti infiniti. Noi ti preghiamo.
Dio dell’alternativa. Noi ti preghiamo.

Dio della radicalità. Noi ti preghiamo.

Dio dell’inaudito, dell’inatteso, dell’inimmaginabile. Noi ti preghiamo.
Dio dell’assurdo e del paradosso. Noi ti preghiamo.
Dio della creatività. Noi ti preghiamo.

Dio della condivisione. Noi ti preghiamo.

Dio degli oppressi e dei reietti. Noi ti preghiamo.
Dio degli imperfetti e dei fragili. Noi ti preghiamo.
Dio della prospettiva orizzontale e dal basso. Noi ti preghiamo.
Dio del riscatto. Noi ti preghiamo.
Dio della relazione. Noi ti preghiamo.
Dio dell’autenticità. Noi ti preghiamo.
Dio della ricerca e del cammino. Noi ti preghiamo.
Dio della memoria. Noi ti preghiamo.
Dio del sorriso. Noi ti preghiamo.

Dio della libertà e della liberazione. Noi ti preghiamo.

Ed infine:
Dio della gratuità, perdonaci.
Dio della profondità, ascoltaci.
Dio della guarigione, abbi misericordia di noi.
Amen.
da Altranarrazione

“siamo quelli della via”

quelli della via

cammini di condivisione

Cammino di condivisione con i poveri secondo la logica del Vangelo e in ascolto dello Spirito.
da Altranarrazione

Abbandoniamo le riunioni di programmazione, riponiamo negli appositi scaffali i libri di testo, rinunciamo all’efficacia operativa delle strutture.

Ci rifiutiamo di compilare i report delle iniziative.

Usciamo, per metterci in ascolto dello Spirito che parla al cuore e nella storia.

Scegliamo la polvere della strada che conosce i passi dell’uomo, rispetto a quella delle sacrestie e degli uffici che rende l’aria viziata.

Scegliamo la scuola dei poveri che smaschera gli idoli e guida alla salvezza, rispetto a quella delle cattedre che definendo, catalogando, elencando, confonde le convinzioni degli intellettuali con la meravigliosa drammaticità del mistero di Dio.

Lasciamo a casa i ruoli dell’insegnante/catechista/animatore ed indossiamo solo la nostra umanità fragile, infedele ma amata da Dio.

Non cerchiamo giovani, fidanzati, coppie ed utenti vari, ma fratelli con i quali camminare.

Nessuno conosce il tragitto che dovremo percorrere. Nessuno può dare indicazioni. La nostra responsabilità consiste in questo: condividere e sostenersi.

Capiterà probabilmente di perdersi, ma non temiamo. Resteremo in attesa di Colui che ha promesso di venirci a prendere caricandoci sulle sue spalle (1). 

Ci disponiamo in mezzo al popolo, non abbiamo nessuno davanti. Ci facciamo condurre solo dalla preghiera e dalla compassione.

Siamo quelli della via.
Potremmo incontrare il deserto, la sete e la morte. Potremmo fallire, essere derisi e presto dimenticati. Ne sarà comunque valsa la pena, perché preferiamo l’utopia del giardino di Dio alla certezza dell’inferno, costruito dall’Iniquità delle classi sociali dominanti, con il supporto delle burocrazie religiose.
(1) Cfr. Vangelo di Luca 15,4-7

come Dio risponde alle nostre domande

le risposte di Dio

da Altranarrazione

Se vuoi conoscere il giudizio di Dio sulla proprietà privata, sull’accumulazione economica, sulla questione ambientale, sulla testimonianza a cui è chiamata la Chiesa: leggi gli scritti e segui l’esempio di Francesco e Chiara d’Assisi.

Se vuoi sottrarti alle deformazioni su Dio operate dai falsi profeti, conoscere la sua Misericordia e capire come agisce la sua Grazia sulle nostre fragilità: leggi gli scritti e segui l’esempio di Teresa di Gesù Bambino.

Se vuoi scoprire la presenza di Dio nella tua anima, imparare a costruire un luogo riservato al dialogo vitale con Lui, comprendere che la vocazione alla contemplazione non è riservata a pochi eletti: leggi gli scritti e segui l’esempio di Elisabetta della Trinità.

Se vuoi sapere perché Dio ha scelto i poveri e la compassione come luogo teologico: leggi gli scritti e segui l’esempio di Oscar Arnulfo Romero.

Se vuoi scrutare il pensiero di Dio sui comportamenti che la Chiesa deve tenere nei confronti della mafia, della camorra e di tutte le organizzazioni criminali: leggi gli scritti e segui l’esempio di don Pino Puglisi e don Peppe Diana.

Se vuoi apprendere la posizione di Dio nei confronti dei regimi: leggi gli scritti e segui l’esempio di don Pietro Pappagallo e don Giuseppe Morosini.

Se vuoi approfondire le questioni legate all’obbedienza alle gerarchie, all’impegno sociale, ai criteri per decidere da quale parte stare: leggi gli scritti e segui l’esempio di don Lorenzo Milani.

il silenzio come ‘luogo teologico’

il luogo della trasformazione

l’azione di Dio nel silenzio

Silenzio della natura simbolo di preghiera e di ricerca spirituale secondo l'insegnamento della Parola di Dio.

nella preghiera silenziosa Dio e l’anima si comprendono

Ti incontriamo nel silenzio: luogo teologico nel quale con il tuo misterioso linguaggio ci trasformi. Nel silenzio, è il tuo Amore a dialogare con la nostra libertà. Nel silenzio sveli all’anima la sua bellezza. Nel silenzio ci rendi consapevoli, ci custodisci e ci consoli.

E solo Tu, Dio Misericordioso e Compassionevole, nel silenzio della preghiera:

trasformi il vuoto della nostra condizione esistenziale nel senso di una missione al servizio della causa del Regno,
trasformi la tua inspiegabile assenza nell’attesa carica di speranza,
trasformi le mormorazioni sull’invisibile azione della tua Provvidenza in fiducia filiale che trascende le apparenze,
trasformi l’approvazione di sistemi oppressivi in denuncia profetica e il calcolo in offerta della vita,
trasformi la nostra religiosità esteriore e borghese, che non disturba l’Oppressore, in spiritualità del fuoco che ci mette a fianco dei calpestati e delle loro lotte di liberazione,
trasformi il nostro sguardo rendendolo capace di profondità e di complessità,
trasformi il nostro lavoro in servizio,
trasformi l’abitudine in fedeltà, e la ribellione in creatività.

E solo Tu, Dio Misericordioso e Compassionevole, nel silenzio della preghiera ci ami così come siamo.

da altranarrazione

il vangelo letto cogli occhi dei poveri – intervista a frei Betto


leggere il vangelo a partire dai poveri
un dialogo con frei Betto
“Per tre giorni appeso al ‘pau-do-arara’ o seduto sulla ‘sedia dei drago’, fatta di placche metalliche e fili, ricevette scosse elettriche alla testa, ai tendini dei piedi e alle orecchie. Gli dettero legnate sulla schiena, sul petto e sulle gambe, gonfiarono le sue mani con staffilate, lo vestirono di paramenti e gli fecero aprire la bocca ‘per ricevere l’ostia consacrata’: scariche elettriche sulla bocca”.
A subire queste brutalità erano giovani religiosi domenicani arrestati nel 1969 in Brasile con l’accusa di essere al fianco delle forze comuniste. Uno di loro, frei Tito, non riuscì a reggere la prova e, una volta liberato, qualche anno più tardi, si impiccò su un albero nel convento di Lione.
Ricordo ancora la splendida poesia di padre Turoldo:
“Che Dio ci perdoni ci perdoni di esistere / ci perdoni di dirci cristiani / ci perdoni questi anni / santi Frei Tito / ancora pendente all’albero / (della vita nel nuovo giardino!) / davanti al convento di Lione”.
Insieme a frei Tito in carcere a subire torture c’era anche frei Betto. Il quale due anni dopo pubblicò un libro doloroso e magnifico dal titolo “Dai sotterranei della storia” dove ripercorreva quella brutale vicenda. Frei Betto, autore di numerose pubblicazioni, viene spesso in Italia a tenere incontri e conferenze.
Frei Betto, qual è il senso, oggi, della teologia della liberazione?
È credere, nonostante tutto, nel Dio della vita. Teologia della liberazione significa coniugare la visione della fede con l’anelito alla liberazione. Penso che ogni cristiano che viva il mistero della fede con gioia, con senso di liberazione, che vive l’amore, l’impegno per la lotta per la giustizia, pratichi la teologia della liberazione.
Una volta un vescovo mi chiese: “Ma perché cercare un’altra teologia quando c’è già la teologia della Chiesa di Roma?” Gli risposi: “Nel Vangelo ci sono quattro teologie diverse, quella di Matteo, di Giovanni, di Luca e di Marco. E se ci sono già queste quattro visioni diverse di Gesù, queste quattro diverse visioni della Chiesa, perché stupirsi proprio della teologia della liberazione?”. Gesù, a differenza di quanto crediamo, ha attraversato molti conflitti. Dalla nascita alla morte in croce. Ha spesso conflitto con quanti si consideravano molto religiosi: i farisei, i sadducei, i dottori della legge. Questi accettavano la Torah, proprio come Gesù. Ma la differenza stava nell’ottica.
Nessun testo è evidente per se stesso. Testo, contesto, pretesto: sono i principi della teoria letteraria e dell’ermeneutica. Voi italiani comprendete meglio di me la poesia di Dante perché vivete nel contesto in cui il testo è stato prodotto. Però noi capiamo meglio l’opera di Jorge Amado perché abitiamo nel contesto in cui lui ha scritto. La teologia della liberazione è una lettura della bibbia partendo da un contesto di oppressione. Il principio base è semplice. Crediamo che sia compito della Chiesa fare quello che Gesù ha detto: difendere e promuovere il maggiore dono di Dio, la vita.
In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Oppure, come sta scritto nella prima pagina della Bibbia, ha creato il mondo in modo che fosse un giardino, un meraviglioso giardino con uccelli, fiori, acqua cristallina? La teologia della liberazione, non è una teoria, non è un qualcosa nato nelle biblioteche, alle scrivanie, nelle accademie, nelle università religiose… No! È la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione.
Cosa vuol dire rileggere la Bibbia da questo punto di vista?
Ti faccio un esempio. Se noi analizziamo i quattro Vangeli ci rendiamo conto che le domande che vengono rivolte a Gesù sono essenzialmente due. La prima è: “Signore cosa devo fare per guadagnare la vita eterna?” In nessuno dei quattro Vangeli questa domanda esce dalla bocca di un povero; esce sempre dalla bocca di chi ha assicurata la vita terrena e allora vuole sapere come guadagnare anche quella celeste. Ebbene, tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda reagisce con una certa irritazione. È il caso di Zaccheo, o del dottore della legge che ode la parabola del buon samaritano, del ricco che ha finito col far inquietare Gesù, chiamandolo in un modo che gli aveva dato fastidio: chiamandolo maestro.
L’altra domanda è la domanda dei poveri: “Signore, cosa devo fare per avere vita in questa vita?” “Il mio occhio non vede, io voglio vedere; la mia mano è secca, ho bisogno di lavorare; mia figlia è malata e io voglio vederla sana”. I poveri chiedono a Gesù una vita in questa vita. Una vita in abbondanza. A loro Gesù risponde con compassione e amore. Quindi per noi nella Chiesa del Brasile la vita è il dono maggiore di Dio. Una Chiesa indifferente alla fame del popolo, una Chiesa indifferente ai bambini di strada, una Chiesa indifferente a quindici milioni di persone senza terra, una Chiesa indifferente a quanti lavorano ancora oggi in Brasile in uno stato letterale di schiavitù, è una Chiesa che considera il Sabato più importante dell’uomo.
Per fortuna però, una parte molto significativa della Chiesa del Brasile ha cercato, e lo sta facendo ancora, di mettere l’uomo davanti al Sabato; di essere fedele alla vita di questo popolo latinoamericano che ha sofferto per secoli a partire dalla colonizzazione e che oggi continua a soffrire a causa della globo-colonizzazione.
Leggere la Bibbia è un invito al cambiamento e alla speranza…
Proprio cosi. Vivere la fede in America Latina è avere la speranza di superare la miseria e la povertà. La gente incontra nella Bibbia, nella parola di Dio, il proprio alimento per capire meglio se stessi, per capire la lotta che sta vivendo e per trovare soluzioni. Faccio una metafora per spiegare meglio questo concetto. Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece, la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio, lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora.
Lei ha incontrato spesso mons. Helder Camara. Qual è il suo ricordo?
Dom Helder era un esponente della teologia della liberazione quando ancora non esisteva questo termine. Durante la dittatura fu censurato da tutti mezzi di comunicazione brasiliani ma, dato che era molto popolare, i militari avevano paura che potesse essere vittima di un attentato e che la responsabilità cadesse su di loro. Mandarono dunque la polizia federale ad offrire a Dom Helder una scorta di sicurezza. Lui disse di non aver bisogno della protezione della polizia perché diceva che aveva già delle persone che si occupavano di lui e lo proteggevano. Il capo della polizia disse che era proibito avere delle guardie private e voleva sapere i nomi degli i agenti privati perché dovevano essere registrati presso gli elenchi della polizia. Dom Helder rispose: “Può scrivere i loro nomi: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.
In un’altra occasione un operaio venne confuso con un trafficante di droga, fu arrestato in una favela, portato al commissariato e torturato. La moglie di quest’operaio andò bussare alla porta di Dom Helder. Dom Helder andò al commissariato e disse all’ufficiale di polizia: sono venuto qui, signore, perché mio fratello è stato arrestato; e l’ufficiale rispose: ma come signore, suo fratello? Come è possibile, siete così diversi! Nemmeno il nome corrisponde! Sì, siamo fratelli, disse dom Helder, ma solo da parte di Padre.
Gesti che raccontano l’amore passa attraverso scelte…
Come in Gesù del resto. In tutta la sua predicazione, il diritto alla vita, diritto per tutti, è presente in modo continuativo. Per lui più che avere fede è importante avere amore. Gesù non può concepire una fede senza gesti d’amore. Per questo, alcuni teologi dicono che più che importante avere fede in Gesù è avere la fede di Gesù: questa è l’essenza della vita cristiana.
La fede di Gesù era centrata su due dimensioni. La prima era una profonda intimità con Dio. È impressionante il tempo che Gesù, in una giornata, dedicava alla preghiera. Amava stare in intimità con Dio, ritagliarsi lunghi tempi e momenti. L’altra dimensione è il rapporto con il prossimo. Che lo portava a fare scelte precise. Dovremmo ricordarcelo più spesso. I cambiamenti in atto sono profondi e quando cambiano le epoche, cambiano pure i paradigmi. Il paradigma medioevale fu la fede, il paradigma moderno la ragione, che ha prodotto due figlie predilette, la scienza e la tecnologia. Il paradigma della post modernità pare essere il mercato, la mercantilizzazione di tutte le ragioni della vita. Se cosi è, noi dove siamo? Che volto di Dio mostriamo con le nostre scelte?