contro il pericolo di una ‘mondanità spirituale’

 papa Francesco

Dio ci difenda dalla mondanità spirituale che corrompe la Chiesa

papa Francesco ha commentato il Vangelo di Gv 15, 18-21 in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia»

Gesù – ha detto Francesco – tante volte parla del mondo, parla dell’odio contro di Lui e i suoi discepoli e prega il Padre di non togliere i discepoli dal mondo ma di difenderli dallo spirito del mondo.
Il Papa si domanda: “Qual è lo spirito del mondo? Cosa è questa mondanità, capace di odiare, di distruggere Gesù e i suoi discepoli, anzi di corromperli e di corrompere la Chiesa?”. “È una proposta di vita, la mondanità”, “è una cultura, è una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage, una cultura ‘dell’oggi sì, domani no, domani sì e oggi no’. Ha dei valori superficiali. Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità”. E Gesù prega “perché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità. È una cultura dell’usa e getta”, secondo la convenienza. “È una cultura senza fedeltà” ed è “un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani”.
“Gesù nella Parabola del seme che cade in terra dice che le preoccupazioni del mondo”, cioè la mondanità, soffocano la Parola di Dio, non la lasciano crescere. Francesco cita un libro del padre de Lubac dove parla della mondanità spirituale, dicendo “che è il peggiore dei mali che può accadere alla Chiesa; e non esagera” descrivendo “alcuni mali che sono terribili”. La mondanità spirituale “è un’ermeneutica di vita, è un modo di vivere; anche un modo di vivere il cristianesimo. E per sopravvivere davanti alla predicazione del Vangelo, odia, uccide”. Il Papa parla dei martiri, uccisi in odio alla fede, ma non sono la maggioranza. La maggioranza sono uccisi dalla mondanità che odia la fede.
La mondanità – osserva Francesco – non è superficiale, ma ha “delle radici profonde” ed è “camaleontica, cambia”, a seconda delle circostanze, ma la sostanza è la stessa: una proposta di vita che entra dappertutto, anche nella Chiesa. La mondanità, l’ermeneutica mondana, il maquillage, tutto si trucca per essere così”.
Francesco ricorda il discorso di Paolo nell’Areopago di Atene, quando attira l’attenzione quando parla del “dio ignoto” e incomincia a predicare il Vangelo: “Ma quando arrivò alla croce e alla risurrezione si scandalizzarono e se ne andarono via. La mondanità c’è una cosa che non tollera: lo scandalo della Croce. Non lo tollera. E l’unica medicina contro lo spirito della mondanità è Cristo morto e risorto per noi, scandalo e stoltezza”.
L’Apostolo Giovanni dice che “la vittoria contro il mondo è la nostra fede”. L’unica vittoria è “la fede in Gesù Cristo, morto e risorto. E questo non significa essere fanatici”, smettere di dialogare con tutte le persone, ma sapere che la vittoria contro lo spirito mondano è la nostra fede, lo scandalo della Croce.
“Chiediamo allo Spirito Santo” – è la preghiera conclusiva di Papa Francesco – in questi ultimi giorni del tempo pasquale, “la grazia di discernere cosa è mondanità e cosa è Vangelo e di non lasciarci ingannare, perché il mondo ci odia, il mondo ha odiato Gesù e Gesù ha pregato perché il Padre ci difendesse dallo spirito del mondo”.

la prenotaziione della messa a Lucca in tempo di coronavirus

 

 a Lucca un sistema di prenotazioni per le messe festive

di Lorenzo Maffei 

l’arcivescovo Paolo Giulietti ha fatto predisporre nel sito diocesano la prenotazione per la Messa domenicale, che sarà indispensabile. Attivi anche quattro numeri telefonici

Online o per telefono. Nella Diocesi di Lucca i fedeli torneranno a partecipare alle Messe festive da domenica 24 ma segnalando la propria presenza tramite una telefonata a numeri appositi oppure con un click sul sito diocesano. Lo ha annunciato l’arcivescovo Paolo Giulietti con una nota nella quale invita tutti ad accogliere la possibilità di partecipare alle celebrazioni «con gioia e responsabilità».
A partire da ogni lunedì sera, dal 18 maggio, i fedeli potranno andare sul sito www.diocesilucca.it, cercare la chiesa e gli orari disponibili e poi, compilando una scheda online saranno chiamati a lasciare nome, cognome e mail alla quale sarà inviata in automatico la prenotazione. Potranno essere fatte prenotazioni anche per nuclei familiari. Chi non ha dimestichezza con le tecnologie avrà a disposizione quattro numeri telefonici che dalla mattina di martedì 19 maggio potranno essere chiamati per dichiarare a voce la propria presenza.
Gli operatori inseriranno tutto nel sistema informatico. Tre ore prima l’inizio di ogni celebrazione il sistema blocca in automatico le prenotazioni e invia ai parroci o ai loro collaboratori la lista dei presenti. Nella nota la Diocesi specifica che «è una “prima volta” da affrontare con la necessaria pazienza, in spirito di servizio e rispetto per sé e gli altri, da cittadini e cristiani responsabili». Tutto è stato pensato nel quadro delle norme anti Covid-19. Nelle chiese gruppi di volontari, oltre a vigilare che non si creino assembramenti, verificheranno l’effettiva prenotazione e inviteranno i fedeli a disporsi all’interno della chiesa nel rispetto delle distanze di sicurezza.

occorre rinnovare il modo di vivere la fede – Tomáš Halík: per una ripartenza del cristianesimo

«questo è il momento per prendere il largo»

di Tomáš Halík
in “Avvenire”

le chiese vuote di questa Pasqua interrogano la coscienza di noi cristiani? Hanno la capacità di dirci che presto saranno sempre così se non rinnoviamo il nostro modo di vivere la fede? Una riflessione del teologo e filosofo ceco Halík sulle risposte che richiede questo tempo

“comprendere il linguaggio di Dio negli eventi del nostro mondo richiede l’arte del discernimento spirituale, che a sua volta esige un distacco contemplativo dalle nostre emozioni e dai nostri pregiudizi sempre più forti, oltre che dalle proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri”

L’anno scorso, prima di Pasqua, la cattedrale di Notre–Dame a Parigi è andata in fiamme; quest’anno, in Quaresima, in centinaia di migliaia di chiese di diversi continenti, nonché in sinagoghe e moschee, non si svolgono funzioni. Da sacerdote e teologo rifletto su queste chiese vuote o chiuse come se fossero un segno e una sfida provenienti da Dio. Comprendere il linguaggio di Dio negli eventi del nostro mondo richiede l’arte del discernimento spirituale, che a sua volta esige un distacco contemplativo dalle nostre emozioni e dai nostri pregiudizi sempre più forti, oltre che dalle proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri. Nei momenti di calamità gli “agenti dormienti” di un Dio malvagio e vendicativo diffondono la paura e ne fanno un capitale religioso per i propri fini. La loro visione di Dio è acqua per il mulino dell’ateismo da secoli. Ma non vedo Dio, in un momento di calamità, come un regista irascibile, comodamente seduto dietro le quinte mentre gli eventi del nostro mondo precipitano, bensì come una fonte di forza operante in coloro che in tali situazioni danno prova di solidarietà e di un amore capace di sacrificio, compresi coloro, ebbene sì, le cui azioni non hanno una “motivazione religiosa”. Dio è amore umile e discreto. Non possiamo però fare a meno di chiederci se questo tempo di chiese vuote e chiuse non rappresenti una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo. Non ne siamo già stati avvertiti più e più volte da quanto è avvenuto in molti Paesi, dove sempre più chiese, e il loro possibile futuro se non si compie un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso. Abbiamo pensato troppo a convertire il “mondo” e meno a convertire noi stessi, che non significa un mero “migliorarci”, ma un radicale passaggio da uno statico “essere cristiani” a un dinamico “divenire cristiani”. La Chiesa medievale fece un eccessivo uso punitivo dell’interdetto, portando l’intera macchina ecclesiastica a una sorta di “sciopero generale” per cui non si tenevano funzioni e non si amministravano sacramenti. Come conseguenza, la gente iniziò a cercare sempre di più un rapporto personale con Dio, una fede “nuda”. Proliferarono confraternite laiche e si manifestò un’ondata di misticismo la quale contribuì senza dubbio a spianare la strada, da una parte, alla Riforma, non solo di Lutero e Calvino, ma, dall’altra, anche alla riforma cattolica legata ai gesuiti e all’espressione del misticismo spagnolo. Magari la scoperta della contemplazione potrebbe oggi contribuire al “percorso sinodale” verso un nuovo Concilio riformatore […] Agli inizi della sua storia, la Chiesa primitiva degli ebrei e dei pagani conobbe la distruzione del tempio in cui Gesù pregava e insegnava ai suoi discepoli. Gli ebrei di quei tempi trovarono una soluzione coraggiosa e creativa: sostituirono l’altare del tempio demolito con la tavola familiare, e la pratica del sacrificio con quella della preghiera privata e collettiva. Agli olocausti e ai sacrifici di sangue sostituirono il “sacrificio delle labbra”: la riflessione, la lode e lo studio della Scrittura. Più o meno nello stesso periodo il primo cristianesimo, bandito dalla sinagoga, cercò una nuova, sua propria, identità. Sulle rovine delle tradizioni, ebrei e cristiani impararono a leggere daccapo la Legge e i profeti, e diedero loro nuove interpretazioni. Non è una situazione simile a quella dei nostri giorni? Quando all’inizio del V secolo Roma cadde, ci fu chi trovò subito la spiegazione: per i pagani si trattava una punizione degli dei per l’adozione del cristianesimo, per i cristiani una punizione di Dio a Roma per avere continuato a essere la «prostituta di Babilonia».
Sant’Agostino rifiutò entrambe le interpretazioni e, in quel momento spartiacque, sviluppò la sua teologia della battaglia epocale fra due «città» contrapposte; non di cristiani e pagani, ma di due «amori » che risiedono nel cuore umano: l’amore di sé, chiuso alla trascendenza ( amor sui usque ad contemptum Dei), e l’amore che fa dono di sé e così trova Dio ( amor Dei usque ad contemptum sui). Questo nostro tempo di cambiamento a livello di civiltà non chiede forse una nuova teologia della storia contemporanea e una nuova visione della Chiesa? «Sappiamo dove la Chiesa è, ma non sappiamo dove non è», insegnava il teologo ortodosso Pavel Nikolaevic Evdokimov. Forse quello che l’ultimo Concilio ha detto sulla cattolicità e l’ecumenismo ha bisogno ora di acquisire un contenuto più profondo. È giunto il tempo per un ecumenismo più ampio, per una più audace ricerca di Dio «in tutte le cose». Possiamo naturalmente accettare questa Quaresima di chiese vuote e silenziose semplicemente come una breve misura temporanea che sarà presto dimenticata. Ma possiamo anche sfruttarla come kairós: un momento opportuno per «prendere il largo » e cercare una nuova identità per il cristianesimo in un mondo che cambia radicalmente sotto i nostri occhi. L’attuale pandemia non è certamente l’unica minaccia globale per il nostro mondo, ora e in futuro. Facciamo dell’avvicinarsi della Pasqua una sfida a cercare nuovamente Cristo. Non cerchiamo il Vivente fra i morti. Mettiamo coraggio e tenacia nel cercarlo, e non lasciamoci prendere alla sprovvista se ci appare come uno straniero. Lo riconosceremo dalle sue ferite, dalla sua voce quando ci parlerà intimamente, dallo Spirito che porta la pace e bandisce la paura.

la vita è un continuo ricominciare – sapremo ricominciare in modo nuovo?

ricominciare diversi da prima

di Enzo Bianchi

in “la Repubblica” del 4 maggio 2020

Sono nato alla fine di un’epoca, quella segnata dal fascismo, mentre cadevano le bombe sulle città del nord Italia; un’epoca a cui ne sarebbe presto seguita un’altra ben diversa, di ricostruzione. Per questo il verbo “ricominciare” è entrato a far parte non solo del mio vocabolario, ma è divenuto un’esigenza della mia vita interiore e sociale.
Ho scoperto presto che Gregorio di Nissa (IV secolo) definiva la vita cristiana un continuo ricominciare: un «andare di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine».

Ricominciare è una dinamica decisiva nella nostra vita. Di più, in questi giorni di passaggio a una nuova fase in rapporto al coronavirus, ricominciare è diventato un imperativo. Va fatto presto, con urgenza, da parte di tutti e di ciascuno. Ma questa fretta e questa voracità di un nuovo tempo mi interrogano, rendendomi diffidente. Non mi pare infatti che tale desiderio sia sorretto da una reale consapevolezza del fatto che ricominciare significa tralasciare comportamenti e stili, reinventarli. Significa impegnarsi nel discernimento di ciò che è nocivo per la nostra convivenza.

L’impressione è che tutti dicano: “Vogliamo ricominciare”, ma in realtà lo identifichino con un ritorno a prima dell’epidemia.
In un mondo malato credevamo di essere sani e, se non abbiamo contratto il virus oppure ne siamo guariti, pensiamo di poter essere sani in un mondo sempre malato. Secondo Enrico Quarantelli e la “sociologia dei disastri”, più grave è la crisi, migliori diventano le persone. Gli esseri umani, sotto l’urto della sventura, mostrano inattese capacità solidali e una certa attenzione al bene comune.

In verità, l’esperienza storica non ci assicura questo esito. Anzi, ci fa constatare che, se da parte di alcuni soggetti coinvolti nella sventura emerge una certa bontà, in altri crescono l’egolatria, la rabbia e la cattiveria sociale. Basterebbe peraltro guardare allo spettacolo fornito da alcuni politici in questi giorni. Nell’ora in cui si dovrebbe sentire il peso della parola “insieme” e si dovrebbe far prevalere la logica del “noi”, continua e anzi peggiora la delegittimazione reciproca. “L’un contro l’altro armati”: questo sembra lo stile assunto in un’ora in cui poveri, anziani e persone fragili sono vittime non solo di un virus ma, ben di più, di un assetto sociale che non tiene conto di loro.

Sono convinto che finché le ragioni economiche saranno più importanti di quelle della fraternità; finché il profitto conterà più delle perdite umane; finché le logiche di bassa politica prevarranno, non ci sarà possibilità di ricominciare. Ricominciare richiede una conversione, un cambiamento. Se non si diventa consapevoli della negatività di certi comportamenti, la corsa a un nuovo inizio rischia di essere uno slogan ingannevole, per indurre a continuare come prima. Lo ha ben espresso in una recente intervista Serge Latouche: «Spero che qualcosa possa cambiare, ma temo che ritorneremo al business as usual ».

fonte: sito di Bose

ha senso pregare che Dio ci liberi dal coronavirus?

 

pregare in epoca di Covid-19

una visione alternativa in un libro a più voci

un libro contenente espressioni forti per provocarci ad una coraggiosa riflessione

 da: Adista Documenti n° 18 del 09/05/2020

 Come puntualmente avviene per ogni catastrofe, naturale o meno, un’ondata di invocazioni religiose ha accompagnato anche questi tempi di pandemia, riproponendo pari pari la stessa deformazione dell’immagine del divino registrata nelle precedenti occasioni. Un’immagine distorta a cui non ha saputo sottrarsi neppure il papa, con il suo annuncio di aver «chiesto a Dio di fermare la pandemia».

Ed è stata proprio questa, per don Paolo Scquizzato, prete della diocesi di Pinerolo, «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», già colmo di immagini di preti impegnati a «portare in giro statue di madonne lacrimogene e santi efficaci contro morbi e pestilenze», di porporati dediti a «brandire ostensori come fossero armi, nell’atto di benedire piazze deserte» e persino di un prete col Santissimo che, da un elicottero, non ha esitato a «impartire una benedizione sentendosi come l’arcangelo Raffaele 2.0». Episodi che, «non fossero documentati e rilanciati migliaia di volte sui social, parrebbero immagini stantie provenienti da epoche lontane e oscure, proprie di una religione oscura e lontana».

E così, ponendosi nel solco di «una teologia intenta a “salvare” Dio dall’essere traballante stampella alle umane insufficienze e immenso tappabuchi delle nostre falle esistenziali», Scquizzato si è rivolto ad alcuni amici e amiche in tutta Italia, da Bolzano a Palermo, chiedendo loro un breve contributo sulla preghiera, «su come poter concepire la preghiera in epoca di Covid-19, e cosa volesse dire pregare Dio in un momento buio come questo». Ne è nato un libro, edito da Gabrielli editori (13 euro, ma disponibile anche in versione e-book a 7,99 euro), dal titolo La goccia che fa traboccare il vaso. La preghiera nella grande prova, che, curato da Scquizzato, raccoglie, oltre la sua, altre sedici brevi riflessioni – tra cui quelle di Franco Barbero, Augusto Cavadi, Paolo Farinella, Paola Lazzarini, Alberto Maggi, Carlo Molari, Silvano Nicoletto, Antonietta Potente, Gilberto Squizzato, Ferdinando Sudati, Antonio Thellung e Paolo Zambaldi –, le quali, ciascuna con la sua ricchezza e con il suo tratto personale, offrono una visione della preghiera «come risposta e impegno nei riguardi di quello Spirito che da sempre soffia all’interno dell’intero creato».

Non si tratta più, per gli autori e le autrici del libro, di una preghiera come richiesta rivolta a un Dio che, secondo quanto scrive Gilberto Squizzato, «se avesse potuto intervenire per fermare l’epidemia con la sua mano, meglio avrebbe forse fatto a prestare soccorso agli esseri umani prima che l’epidemia cominciasse a mietere vittime e a seminare paura». E ciò perché, come scrive Franco Barbero, «il Dio che mi fa la grazia è sparito, come è radicalmente cancellato, con una ablatio totale, il vasto mondo delle devozioni, del “madonnismo”, del suffragio, della messa come sacrificio espiatorio». O, come scrive Paolo Farinella, «“se c’è”, dubito che possa esistere un “dio” come quello in cui comunemente la religione cattolica dice di credere», quello «contrabbandato dalla religione comune, quella delle prime comunioni, del catechismo diffuso e finalizzato ai sacramenti e non alla formazione spirituale, delle Messe a orario (!), dei Rosari vocali a macchinetta, delle assoluzioni dei peccati, dell’obbligo festivo, delle candele, delle processioni, del rituale come trionfo di sfarzo a beneficio dei celebranti, naturalmente “a maggior gloria di Dio”». Di tutto quello, insomma, che Ferdinando Sudati definisce non a caso uno «scivolo diretto verso l’ateismo per le nuove generazioni», ritenendo «indilazionabile l’esigenza di superare il teismo, cioè la concezione di Dio legata alla conoscenza pre-scientifica del cosmo».

La preghiera al centro delle riflessioni raccolte nel libro, al contrario, «è – sottolinea Augusto Cavadi – sostare in silenzio davanti all’enigma che siamo, che sono, che ci circonda da ogni lato. È raccogliermi in ascolto di ciò che veramente, nel profondo, posso e voglio: in ascolto di questa Energia (per la quale nessuno ha un nome adeguato) che mi sostiene, mi sollecita, mi apre alla comunicazione e alla solidarietà. È chiedermi come posso mettere a frutto, per l’autorealizzazione e per la protezione di tutti i viventi, le potenzialità intellettuali, morali, psichiche, fisiche, economiche che, senza merito ma non senza responsabilità, mi ritrovo». È, secondo le parole di Carlo Molari, «mettersi in sintonia con l’energia creatrice che alimenta lo sviluppo della creatura e la rende capace di accogliere, esprimere e comunicare forza vitale in modo più profondo», cosicché, nella preghiera, a cambiare non è Dio, ma l’essere umano.

da questo libro il capitolo di Paolo Squizzato

prego dunque divengo
di Paolo Scquizzato 

 

Arrivato a questo punto della mia vita umana e spirituale, ritengo la preghiera – attestazione ultima della mia umanità – non un domandare per avere, ma un aprirmi per essere.

Atto di povertà disarmante: nello spazio di me lasciato disponibile, nella mia non-resistenza, posso fare finalmente esperienza dell’azione dello Spirito che può manifestarsi, avvolgermi e trasformarmi. Ad oggi, la preghiera per me è “attesa senza oggetto” (Simone Weil). Rimanere aperto e disponibile, in attesa che mi raggiunga e si compia non ciò che ho desiderato e impetrato, ma ciò che so essere bene per me.

Attesa dell’insperato, dell’inedito, dell’impossibile.

Per giungere a questa consapevolezza il cammino è stato lungo. Una maturazione spirituale ma soprattutto conversione, nella sua accezione più letterale: cambiamento di mentalità, di prospettiva, caduta di pregiudizi. Conversione che mi ha portato a guarire dalla visione di un dio che abita l’alto dei cieli, ente sovra-naturale, guardiano delle sue creature, sensibile alle loro invocazioni, attento alle loro azioni, stampella alle loro insufficienze, capace di vivere sentimenti sino a intervenire se lo ritiene opportuno, o astenersi dal farlo, per premiare, infine, i buoni e condannare i cattivi.

E così oggi mi sto pian piano riconciliando con l’impotenza di Dio, e la sua impossibilità di intervenire sul mondo degli umani e sul corso degli eventi della creazione.

Credo oggi, che occorra crescere nell’amicizia e relazione con un Amore che impregna tutte le cose, come l’acqua imbeve la terra donandole vita, e facendola fiorire. Con un Dio che è vita, amore, luce, energia dentro ogni cosa, essendo ogni cosa energia. Come ebbe a dire san Tommaso, Dio è da considerarsi l’essere stesso, e non ente tra gli enti. Dio è “essere di ogni cosa che è”, fondo, coscienza.

La preghiera è dunque per me collegarmi, abitare questo campo di energia che è dappertutto, e in cui io sono immerso e in questo modo poter ascendere alla mia pienezza, venire finalmente alla luce, dopo essere nato alla vita. Ecco, la preghiera come atto di ascesa alla pienezza di me.

Ed è stupefacente costatare che tutta la creazione è in stato di perenne preghiera, perché attingendo alla Vita, essa continua ostinata la sua creazione, in un’immensa gestazione. Paolo l’aveva intuito, che noi esseri partecipiamo dell’essere per immersione: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28), e che la creazione attende di essere anch’essa condotta alla nascita completa per via di gestazione: «Tutta la creazione – infatti – geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (cfr. Rm 8,22).

Prego, e in questo modo faccio parte dello spirito di Dio, il medesimo che aleggiava sulle acque all’inizio della creazione, come ci racconta il Libro del Genesi, ed ora è «l’impulso interiore che anima il bosone, il quark e, l’atomo, molecola, la cellula, l’acqua, l’aria, la pianta, i boschi, gli animali, la terra, le stelle, galassie, l’universo aperto e senza limiti» (José Maria Vigil).

Per cui la mia preghiera non può ridursi in un rivolgersi ad un essere che trascende la realtà, con la presunzione di poterne magari determinare le decisioni. Colui che chiamiamo Dio non ha potere sulla realtà, sulla materia, alla stregua di un mago col proprio cilindro.

La natura, la creazione, ogni singola particella fa la sua strada, obbedisce a proprie leggi interne. La materia, che altro non è che energia in movimento, continua e continuerà per sempre la sua danza. Ma noi sappiamo che non esiste danza senza colui che danza. Ebbene, ciò che chiamiamo Dio è la danzatrice che fa sì che esista la danza della creazione in una perenne creazione.

A questo punto una domanda s’impone: ma la preghiera cristiana non ha come fondamento la relazione con un tu, con un Dio sovrannaturale che, come insegnatoci da Gesù, rimane incontestabilmente Padre? Lascio la parola al grande monaco cristiano Henry Le Saux:

«La Divinità è quella profondità di me stesso che è al di fuori della durata, della contingenza, a sé, ecc. Il Dio vivente non è necessariamente colui che diciamo Tu. Ogni Tu rivolto a Dio è una menzogna, un errore. Poiché Dio non è un Tu come gli altri Tu che conosciamo, i Tu che noi concepiamo. Dire Tu a Dio è renderlo non vivente. Chi crede di conoscerlo si allontana da lui. Il Dio vivente, non s’incontra che nel fondo di sé, nel raccoglimento al fondo di sé, al fondo della propria vita, al di fondo di ciò che per cui noi siamo viventi. Non bisogna cercare Gesù né a Betlemme, né a Nazaret, né a Cafarnao, né sul Calvario, nemmeno all’uscita dal sepolcro una mattina di Pasqua. Bisogna cercarlo là dove è realmente il Dio vivente, absconditus in sinu Patris. E il seno del Padre è il fondo di me. Questo Grund (fondo) che Gesù chiama “Abba”(Risveglio a sé, risveglio a Dio)».

E ora un’ultima domanda: questa creazione in espansione che altro non è che Dio che si va rivelando (Leonardo Boff), è cosciente di sé? È intelligente? La scienza pare suggerirci di sì. Essa suggerisce che «tutto ciò che ci circonda, ci si rivela dotato di ipseità, di intelligenza (leggere dentro, cogliere il significato interno che muove tutto). Le galassie, le stelle, gli esseri viventi si auto-organizzano e si auto-regolano, e si interrelazionano in sistemi annidati sempre più ampi e complessi. La nuova cosmologia ci sta dicendo che l’immagine che siamo chiamati ad avere di questo mondo ha più a che fare con il pensiero che con una macchina» (José Maria Vigil).

Perciò, nel corso delle cose, in questo universo di cui faccio parte, anzi, di cui sono parte, in via di espansione e compimento, mi fermo e prego. E pregando divento consapevole dell’energia che mi abita, e da cui mi lascio portare verso la pienezza dell’essere. Mi lascio fare, mi lascio trasformare. E in questa mia preghiera, meno resistenza oppongo – con parole, immagini, pensieri, desideri e preghiere – maggiore sarà la mia trasformazione, perché più forte sarà la Sua azione.

La preghiera, lungi dal toccare e influenzare Dio, trasforma me stesso. Attingendo alla fonte della vita, questa trasforma la mia portandola al compimento.

Prego dunque divengo. Preghiera, atto di trasfigurazione.

Per questo sento sempre più l’esigenza di una preghiera silenziosa, vuota, del sapore del nulla, come vuoto e nulla fu quell’istante prima di quel Big-Bang da cui scaturì tutto l’esistente. Vuoto non come mera assenza, ma come “profondità abissale di energia” dove tutto fu finalmente semplicemente possibile.

E in questa preghiera, spazio di pura possibilità, si libereranno in me – creatura trasfigurata – nuove energie da sempre possedute ma non ancora utilizzate, presenti ma sconosciute. Come ebbe a dire Miguel de Unamuno: «Ognuno di noi ha risorse inutilizzate, angoli dell’anima, cantucci e sacche di consapevolezza che se ne stanno addormentate. E possiamo anche morire senza averle scoperte, per l’assenza di uno spirito affine che ce le riveli». Ebbene, allora prego, sì prego ogni mattina e ogni sera nel silenzio di me per entrare in contatto con questo spirito affine, finché si riveli e possa questa mia potenzialità prendere carne. E a quel punto potrò cominciare a prendermi cura di chi mi sta attorno, cominciando a fare scelte indirizzate a seminare luce nel buio che mi circonda, e a portare pace e amore – per come mi è possibile – nel male che oscura ancora per un po’ questo nostro splendido mondo, certo che come dice Raimon Panikkar: «Nell’atto di pregare l’Uomo partecipa al dinamismo che è al centro della realtà e penetra nel cuore del mondo».

E giungerò così infine a fare esperienza di Dio nei piccoli e semplici gesti di bene di ogni giorno, nei fratelli e sorelle che incontrerò, nell’atto di cura che rialzerà qualcuno dal fango. Consapevole che Dio altro non è che «l’amor che move il sole e l’altre stelle»

il vescovo che dopo aver visto la morte in faccia invoca la prudenza e la responsabilità anche per le celebrazioni religiose

il vescovo di Pinerolo, mons. Derio Olivero

“serve prudenza, io per quel virus ho rischiato di morire”

intervista di Paolo Rodari

 “Ai vescovi suggerisco prudenza. Non sapete fino in fondo cosa sia questa malattia. Non è finita ancora, non forzate la mano”

Monsignor Derio Olivero, 59 anni, vescovo di Pinerolo, a fine marzo è risultato positivo al test per coronavirus. È stato gravissimo. Intubato e tracheostomizzato, ha rischiato di morire. Ora è guarito, seppure sia convalescente in ospedale. A Repubblica racconta la sua esperienza, spesso interrompendosi per piangere.

Come commenta lo scontro fra vescovi e governo?
“Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato mi sembra abbia un po’ troppo il tono dell’autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti bensì di collaborare”.

Si può vivere senza l’eucaristia?
“Abbiamo rinunciato al triduo pasquale. Perché non provare a pazientare? Credo che questa epidemia possa essere un kairòs, un’occasione da cogliere anche nel modo di fare pastorale. Molti vescovi si sono industriati per far pregare le persone nelle case. Molti sono tornati a pregare come non facevano prima. Perché non insistere sulla necessità di reimparare la fede nelle case? Altrimenti rischiamo di tornare a celebrare le messe lasciando però che poi la vita di tutti i giorni sia vuota. La messa può anche essere una parentesi in un vuoto quotidiano”.

Non di sole messe vive il fedele.
“Di fronte a tragedie come queste si vince insieme. Chi mostra i denti ribadisce i propri diritti e pare che vinca, ma collaborerà alla sconfitta”.

Come è stata la sua malattia?
“Durissima. Devo ringraziare i medici dell’ospedale di Pinerolo, un’eccellenza in Italia. A un certo punto ero certo che sarei morto. Anche i medici me l’hanno confermato. Prima della malattia se mi avessero chiesto cosa pensassi della morte avrei risposto che avevo molta paura. E, invece, in quei momenti in cui davvero ero vicino alla morte ero in pace, tranquillo”.

Cosa provava?
“Sentivo che c’era una forza che mi teneva vivo. Non aveva la forza di muovermi, ma sentivo una presenza che mi teneva su. Quando mi sono svegliato ho visto che centinaia di persone si sono raccolte per pregare per me”.

Che sensazioni provava esattamente?
“Come se tutto stesse evaporando, tutte le cose, tutti i ruoli, tutto. Sa cosa restava? La fiducia in Dio e le relazioni costruite. Ecco io ero fatto solo di queste due cose. Erano due cose salde, erano me”.

Era in pace?
“Posso confidarle questo: c’è stata una mezza giornata in cui ho avuto un’esperienza bellissima. Sentivo una presenza quasi fisica, quasi fosse lì da toccarsi. È una cosa indicibile che non avevo mai provato e che mi ha cambiato la vita. Piango e mi emoziono ancora adesso. Se mi si richiedesse se sia disposto a tornare alla sofferenza di queste settimane per riprovare l’esperienza di quella presenza direi di sì. Adesso torno più entusiasta della vita. Questa malattia colpisce il respiro. Nella Bibbia respiro significa spirito, vita. Lo spirito che viene dato. Ogni respiro è un regalo da gustare, viene da Dio”.

la chiesa secondo il vangelo che sognava Tonino Bello

 

“Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità.
Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella della insicurezza.
Una Chiesa sicura solo del suo Signore, e, per il resto, debole.
Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per convinzione.


Non una Chiesa arrogante, che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa disarmata, che si fa “compagna” del mondo. Che mangia il pane amaro del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare. Non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa, così come avviene per i tifosi di calcio quando vanno in trasferta, a cui la città ospitante riserva un ampio settore dello stadio.
Una Chiesa che, pur cosciente di essere il sale della terra,non pretende una grande saliera per le sue concentrazioni o per l’esibizione delle sue raffinatezze. Ma una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea con il vangelo”

(don Tonino Bello, Natale i poveri esistono ancora, in Rocca, 15.12.1985, pag. 45-47).

il vescovo Gaillot: “non sopporto una chiesa che pensa a se stessa”

il tempo ‘vuoto’ del coronavirus è occasione preziosa per ‘riempirlo’ di riflessione per un nuovo e più evangelico modello di chiesa che sia, non solo a livello di slogan, ‘chiesa in uscita’ come la vorrebbe, evangelicamente, papa Francesco

 

 

scrive il vescovo Jacques Gaillot …


“Durante un pranzo il mio vicino di tavolo, che è prete, mi informa di aver ricevuto una petizione per la firma: “Si chiede di anticipare l’apertura dei luoghi di culto. Che ne pensi?”.
Questo tipo di richiesta mi provoca un moto di fastidio. Non sopporto che la Chiesa pensi a lei, si preoccupi di lei. L’emergenza è altrove. Sarebbe il colmo se i luoghi di culto potessero aprire prima di bar e ristoranti!
Non è il culto ad essere la cosa principale. Né la pratica religiosa. Ciò che interessa di più all’uomo di Nazareth non è la religione, è un mondo più umano, più solidale, più giusto.
La sua felicità è vederci felici tutti, iniziando dagli ultimi. È venuto per liberare gli oppressi. La sua missione è liberare, non restaurare.
Essere cristiani significa avere la passione dell’uomo.
Oggi con la pandemia tante persone sono disoccupate, tante famiglie non possono più pagare l’affitto, tante persone e i loro figli conoscono la fame, tante persone conoscono la malattia e la solitudine …
Il bel rischio della Chiesa è quello di stare al loro fianco. Senza esitare. Senza aspettare. La Chiesa non è mai se stessa senza i poveri.
Il mio vicino aspetta la mia risposta: “Io sicuramente non firmerò una richiesta del genere. L’importante non è ripartire come prima. L’importante è andare verso i feriti della vita. Prima l’umano”.

papa Francesco tira le orecchie ai vescovi italiani e un monaco di rilievo li invita ad una maggiore aderenza al vangelo

con una tempestività eloquente papa Francesco invoca il Signore perché dia ‘prudenza ‘ al suo popolo e lo renda capace di ‘obbedienza’ alle disposizioni per la fine della quarantena

ai nostri vescovi non fischiano forte gli orecchi?

papa Francesco rompe il silenzio sulla fase 2 del post-coronavirus e chiede ai cattolici di obbedire alle regole del governo:

«In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni»

poche parole ma eloquenti prima della messa celebrata a Santa Marta per fare capire che occorre procedere per gradi

 

 

qui sotto la lettera che un noto e stimato monaco scrive ad un vescovo per scrivere a tutti i vescovi italiani perché siano mossi meno dalla difesa di privilegi ‘cattolici’ e più da motivazioni ‘evangeliche’

lettera a un vescovo

di fr. MichaelDavide Semeraro
in “www.finesettimana.org” del 27 aprile 2020

fratel MichaelDavide Semeraro è monaco benedettino dal 1983. Dopo i primi anni di formazione monastica ha conseguito il Dottorato in Teologia Spirituale presso l’Università Gregoriana di Roma. Nel suo servizio di intelligenza della fede e di accoglienza della vita, cerca di coniugare la sua esperienza monastica con l’ascolto delle tematiche che turbano e appassionano il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Carissimo Vescovo,

permettimi di condividere con te la riflessione di questa mattina. Penso alla reazione forte della CEI alla dichiarazione del Presidente del Consiglio circa la famigerata “fase 2”. Se ho capito bene, si invoca la “libertà di culto” per reagire alla delusione del mantenimento delle restrizioni circa le celebrazioni liturgiche con la sola eccezione per i funerali. Non ritengo assolutamente di conoscere l’insieme della questione e non penso di avere né soluzioni da proporre, né approcci più saggi di quello di chi è costituito in autorità nella Chiesa. Ma condivido con te questa suggestione che mi è salita dal cuore passando dalle “ultime notizie” all’angolo della mia cella in cui mi dedico alla Lectio divina:
Libertà di culto o libertà nel culto?
Proprio in forza del Vangelo e del mistero pasquale di Cristo Signore, ciò che ci caratterizza non è solo la libertà di culto, ma anche la libertà da un certo culto, che permette di maturare un bene cristiano prezioso: una libertà nel culto. Se con le altre religioni condividiamo la giusta rivendicazione della libertà di culto per tutti, precipuo di ciò che il Cristo ci ha “guadagnato” è che la nostra pratica di fede non si identifica con il culto. In alcuni momenti, il culto si può trascendere, senza venir meno alla fedeltà discepolare. Un miracolo che era avvenuto fin qui era la serena alleanza tra la Chiesa, lo Stato e persino la scienza. Gli unici che si sono opposti a questa serena assunzione di responsabilità sono stati i tradizionalisti e quei politici stigmatizzati da papa Francesco in Gaudete et Exsultate 102. Taluni invocano la “religio” e la “christianitas”, ma così poco conoscono del profumo sottile e sempre eccedente del Vangelo di Cristo. Mi auguro vivamente che i vescovi del nostro Paese non prestino oltre il fianco alla tentazione, in nome del culto, di perdere un appuntamento storico per rimettere al primo posto il Vangelo. Anche quando i sacramenti non possono essere celebrati, il Vangelo è sufficiente come sorgente di comunione tra i discepoli e di carità verso tutti. Spero tanto che la nostra Chiesa in Italia non ceda alla tentazione di passare dalla testimonianza appassionata, serena e creativa ad una denuncia di non riconoscimento del “diritto di culto” assumendo la postura di “perseguitata”. Questo rischia di rendere vano il grande guadagno di queste settimane difficili in cui siamo stati capaci di vivere in regime di alleanza nella consapevolezza che nessuno sa bene come comportarsi per evitare il peggio e cercare il meglio. Non penso che si possa accusare il Governo in carica della colpa di “incertezza”, quando la situazione non permette di capire l’evoluzione della pandemia. Sarebbe un peccato passare dall’accompagnamento dei fedeli a vivere serenamente le restrizioni imposte, a lanciarsi in una “crociata” sul diritto alla “libertà di culto”. Sinceramente, penso non si possa nemmeno minimamente immaginare che il nostro Governo attuale voglia calpestare la libertà di culto proprio mentre persino i nostri fratelli musulmani, nel tempo sacro del Ramadan, hanno serenamente accettato di viverlo in modo diverso. Forse è più vero che le forze politiche potrebbero approfittare di questa crepa che si è creata nelle ultime ore per far rientrare alcune pressioni tanto “cattoliche” quanto poco “evangeliche”. Penso in particolare al senso ampio della vita di fede e l’attenzione ai più poveri.

Come discepoli del Risorto possiamo andare al Tempio come facevano i primi cristiani e “spezzare il pane” a casa. Se questo non è possibile o diventa troppo pericoloso o semplicemente incerto abbiamo sempre le nostre “serene catacombe” dove con fiducia attendiamo tempi migliori senza inutili agitazioni. Il Cristo Signore ci dona, con le sue parole e i suoi gesti, di vivere il culto senza identificarci con il culto. Il dialogo magnifico tra il Signore Gesù e la Samaritana può esserci di guida, di luce, di pace. Vedo il rischio di sprecare ciò che siamo stati capaci di recuperare stupendamente in queste settimane prestando il fianco a posizioni che difendendo la religione, in realtà, hanno a cuore la preservazione di un mondo di privilegi e di egoismi.

La nostra fede in Cristo ci spinge piuttosto ad una rinuncia unilaterale ai nostri diritti per portare insieme agli ultimi i <pesi> di doveri condivisi per rendere più prossimo il Regno di Dio. Se anche fossimo gli ultimi tra gli ultimi a ritrovare la possibilità di radunarsi nelle nostre chiese, potremmo portarlo con grazia e perfino con eleganza.

Quando parla un Vescovo si esprime il Collegio dei vescovi, successori degli apostoli. Quando si parla ad un Vescovo, ci si rivolge al Collegio dei vescovi, successori degli apostoli. E’ quello che sto facendo all’alba di questo giorno nel tempo che dedico abitualmente alla Lectio divina: attraverso di te chiedo ai Vescovi della Chiesa che è in Italia di non rendere vana la libertà che Cristo ci ha conquistato con la sua morte in croce. Di questo mistero l’Eucaristia è memoria irrinunciabile. Eppure, la nostra vita di battezzati – anche senza Eucaristia – è incarnazione nella realtà che rimane più grande di ogni idea dogmatica e di pratica anche cultuale. In ultimo, mi sento di rammentare che sempre si debba vigilare nel purificare ogni presa di posizione sugli ideali e i principi, dalla nostra paura di aprirci all’inedito e al nuovo accettando anche di rinunciare alla nostra influenza e, persino, al nostro potere religioso. Ti chiedo scusa di importunarti così presto al mattino e spero tu possa accogliere la confidenza di un monaco che spera di morire cristiano. Ti chiedo di benedirmi e di correggermi se ti sembra necessario.
fr MichaelDavide

 

 

“una nuova immaginazione” – il ‘piano’ indicato da papa Francesco per uscire dalla pandemia di coronavirus

coronavirus

 

papa Francesco indica il «piano» per risorgere dalla pandemia

Lucia Capuzzi 

Gli anticorpi della solidarietà contro le emergenze, il protagonismo dei popoli via per lo sviluppo umano

dalla rivista spagnola “Vida Nueva” il Papa invita al coraggio «di una nuova immaginazione»

 

«L’impatto di tutto ciò che sta accadendo, le gravi conseguenze che già si segnalano e s’intravedono, il dolore e il lutto per i nostri cari ci disorientano, angosciano e paralizzano».

Immerso in un interminabile Sabato Santo, il mondo è chiuso nel sepolcro della pandemia. Il peso dell’angoscia per i morti e i malati, della tristezza dell’isolamento, dell’ansia per il devastante contraccolpo economico, gli sbarra la via d’uscita. «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?». Le parole delle discepole risuonano martellanti. Eppure, proprio nel ventre di pietra del sepolcro, maturano i germi della Risurrezione.
Da lì, dunque, parte il “piano per risorgere” proposto da papa Francesco sulla rivista spagnola Vida Nueva, uno dei punti di riferimento sull’attualità ecclesiale per i Paesi di lingua castigliana. Le lacrime profuse da un capo all’altro del pianeta, nelle ultime settimane, proprio come quelle delle donne di fronte alla tomba del Maestro, non costituiscono le parole ultime e definitive del presente. Poiché da e con esse irrompe il desborde di Dio: parola cara al Pontefice, difficile da tradurre in italiano se non come “di più”. Il traboccamento divino consente agli esseri umani di trasformare il male in nuova forza per costruire il futuro.

«Se abbiamo potuto imparare qualcosa in tutto questo tempo è che nessuno si salva da solo. Le frontiere cadono, i muri crollano e tutti i discorsi integralisti si dissolvono dinanzi a una presenza quasi impercettibile che manifesta la fragilità di cui siamo fatti», scrive Bergoglio e sottolinea: «È il soffio dello Spirito che apre orizzonti, risveglia la creatività e ci rinnova in fraternità per dire presente (oppure eccomi) dinanzi all’enorme e improrogabile compito che ci aspetta».

È, dunque, urgente discernere il suo battito per dare impulso a dinamiche in grado di testimoniare e canalizzare la vita nuova che il Signore vuole generare in questo momento della storia. Non è il momento di comodi palliativi, di rattoppi inadeguati rispetto alle gravi conseguenze della crisi in atto.

«È il tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrici», afferma Francesco. L’implacabile lezione di interconnessione della pandemia ci mostra come le emergenze possono essere sconfitte anzitutto «con gli anticorpi della solidarietà», prosegue il Pontefice, citando un recente documento della Pontificia Accademia per la vita. Se agiamo come popolo, pertanto, «persino di fronte alle altre epidemie che ci minacciano, possiamo ottenere un impatto reale».

Saremo capaci di vincere il fatalismo di cui siamo prigionieri e di scrivere la storia presente e futura senza voltare le spalle alle sofferenze di tanti? L’interrogativo di Francesco è rivolto, certo, alla comunità internazionale. Ma soprattutto agli uomini e alle donne di buona volontà nelle cui mani – il Papa l’ha detto più di una volta – risiedono davvero le sorti del mondo. In questo senso l’editoriale su Vida Nueva prosegue la strada già tracciata nella lettera inviata ai Movimenti e alle organizzazioni popolari il giorno di Pasqua, in cui li invitava a essere costruttori di un cambiamento ormai improrogabile: «Pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo, che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità». Di nuovo, Francesco squarcia il velo della fatica presente per far balenare un orizzonte che vede la famiglia umana unita nella ricerca dello sviluppo umano integrale. È questa «l’alternativa della civiltà dell’amore», con cui conclude l’articolo. Non un vagheggiamento ingenuo bensì un’utopia possibile con uno sforzo impegnato di tutti – come diceva il cardinale Eduardo Pironio, citato dal Papa –, «una comunità impegnata di fratelli».

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