il commento vangelo della domenica

TEMPO DI ATTESE E PROFETI
il commento di E. Ronchi al vangelo della  I domenica di Avvento
Mt 24,37-44
Tempo d’Avvento, tempo di strade, di profeti, di madri in attesa. Tempo per vivere con attenzione, perché questo mondo è una realtà germinante e porta un altro mondo nel grembo.
Avvento annuncia che Dio presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo.
Dio è colui he invece di porre la scure alla radice dell’albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni “hinnon” (Salmo 72,17), simbolo di Dio stesso.
Avvento non è attendere la nascita di Gesù, lui è già nato, ma attendere che Dio nasca in me, affinché io possa nascere in Dio.
Desiderarlo, come i “desiderantes”, quei soldati romani che, riferisce Giulio Cesare, attendevano sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all’accampamento, dopo la battaglia.
Desiderio e attesa del Dio che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, a rendere più breve la notte; ladro che non ruba niente e dona tutto, sempre straniero in un mondo e un cuore distratti.
Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano, e “non si accorsero di nulla”, non si accorsero che quel mondo era finito. Non facevano nulla di male, la loro era la vita semplice, un semplicemente vivere e rispondere alla comune domanda di felicità. Infatti Gesù non denuncia ingiustizie, cattiverie o vizi; descrive una esistenza fatta solo di quotidiano, senza rivelazione e senza profezia.
I giorni di Noè sono i nostri, quando dimentichiamo di alzare lo sguardo, oltre e in alto, e ci accontentiamo di grandi bocconi di terra.
Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato: il Vangelo non parla della fine della vita, ma della profondità della vita.
Non dell’angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita. Uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno ponendosi domande, aprendo le finestre ai grandi venti della storia; uno invece muore lentamente, affondando nella propria superficialità. Uno vive sull’orlo dell’infinito, uno dentro il perimetro breve della sua pelle.
Il primo è pronto all’incontro con il Signore; l’altro non si accorge di nulla.
Tenetevi pronti perché viene! E’ un fatto: viene. Pronti allora non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l’appuntamento con un Dio viaggiatore infaticato dei secoli e dei giorni, viaggiatore del cuore profondo. Dio cammina a piedi (Gandhi) e non sui carri dei vincitori; nella polvere delle nostre strade e non per sentieri dorati.
Avvento è il tempo per riprendere a vivere con attenzione: attenti al Signore e ai suoi richiami nell’intimo, nel gemito e nel giubilo della storia e del creato. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.

il commento al vangelo della domenica

Cristo Re dell’universo – regnavit a ligno Deus

il commento di Bernard al vangelo della trentaquattresima domenica del tempo ordinario

Luca 23,35-43

Quando guardo a Gesù sulla croce,
vedo la sofferenza umana
in tutta la sua profondità.
Ma se guardo più a fondo,
con sguardo consapevole,
posso vedere anche l’amore.
La croce stessa,
non è solo il luogo del dolore:
è il punto in cui la coscienza umana
incontra la sua ombra.
Il palo verticale è il movimento dello Spirito
che discende nell’umano;
il palo orizzontale è il respiro dell’umanità nel tempo.
Gesù è nel punto centrale:
il luogo in cui l’eterno tocca l’attimo.

Molti deridono Gesù: i potenti, i soldati,
perfino uno dei condannati.
Talvolta quando una persona soffre,
può perdere contatto con la propria bontà.
Chi insulta, chi deride, chi umilia,
in quel momento, è dominato dalla propria paura,
dalla propria ignoranza, dalla propria ferita.
Non sono persone cattive
ma esseri che non sono consapevoli del proprio sentire
e quindi rimangono catturati dalla propria stessa sofferenza.

Quelle voci non sono solo uomini
ma l’eco dell’anima del mondo:
l’umanità che teme ciò che non può controllare.
È la stessa energia che si solleva in me
quando mi sento incompreso, ferito o giudicato
e non sono in grado di amare e accogliere le mie ferite.

Gesù rimane radicato nella compassione.
Più aumenta la violenza attorno a lui,
più la sua mente rimane libera.
La sua compassione non è un’emozione:
è una vibrazione stabile,
la vibrazione di un campo di coscienza stabile,
centrata nell’amore ed emanante Amore,
che trascende l’umano sentire.
Questa libertà interiore
nessuna prigione gliela può togliere.

Il buon ladrone rappresenta
l’attimo in cui posso risvegliarmi.
Anche tu, amica cara, puoi,
nella tua sofferenza, riconoscere
la tua innocenza più profonda;
vedere la tua verità nel momento presente,
assumere la tua responsabilità senza giudicarti,
aprire il cuore.
Quell’attimo di chiarezza è il vero miracolo.
Non è importante ciò che sei stata
ma il tuo risveglio adesso.

Il Paradiso è promesso anche a te da Gesù:
non è solo un luogo “dopo la morte”
ma uno stato di pace
che nasce nel momento in cui smetti di combattere
la realtà e torni nella tua buona natura.
“Oggi sarai con me in paradiso”:
l’oggi non è un giorno.
È la qualità della presenza.
“Con me” non indica uno spazio,
ma una relazione, una vibrazione di unità.
Quando sei presente,
il Paradiso non è altrove:
si apre in te.

Ti auguro di non rispondere
alla violenza con violenza.
Quando gli altri ti criticano o ti feriscono,
tu possa rimanere libera dentro, come Gesù.
Puoi respirare e scegliere la compassione.

Ti auguro che ogni tua sofferenza
sia un ritorno verso il centro della croce:
quel punto in cui non sei più distratta
dal passato o dal futuro,
ma radicata nell’adesso.
Anche se talvolta hai sbagliato,
come il buon ladrone,
basta un istante di lucidità
per trasformare la tua vita.
Un solo respiro consapevole
può aprirti il Paradiso.

La vera salvezza è la consapevolezza:
Gesù non salva il buon ladrone
liberandolo dalla croce,
ma liberandolo dalla paura.
L’unica cosa che veramente muore sulla croce
è l’illusione di essere separati da Lui.
E quando l’illusione cade,
la coscienza torna a casa.

“Salva te stesso…” è la voce dell’ego,
non dello Spirito.
L’ego interpreta la salvezza come controllo,
difesa, fuga dal dolore, salvaguardia del proprio mondo egoista.

Quando il buon ladrone riconosce
la sua condizione e quella del Cristo,
apertura del cuore:
una breccia da cui entra la luce.
Per questo Gesù parla di “oggi”:
ogni risveglio avviene solo nel presente.

Non si tratta nemmeno di “salvare me stesso”.
Non c’è nulla da salvare:
c’è solo l’essere da riconoscere.
Il Paradiso non è un premio
ma la vibrazione dell’essenza riconosciuta.
Più che salvarmi, devo risvegliarmi.

Ti auguro questo risveglio:
la chiarezza di vedere ciò che sei,
distinguendo l’ego (illusione),
l’individualità (strumento)
e la coscienza (essenza).
La tua individualità non è più prigione ma danza,
una forma attraverso cui l’essere si esprime.

Cara anima, come mi scrisse un’amica:
“E noi siamo già da adesso in paradiso,
che, come dice Faggin, è il Bene,
conoscere sé stessi profondamente,
significato, amore, beatitudine…
Solo un cambiamento di prospettiva…
il paradiso è qui ed ora o mai più…”

Il Paradiso non è luogo
ma qualità della percezione.
Quando vedi con gli occhi della coscienza,
il mondo è trasfigurato.
Quando guardi con gli occhi dell’ego,
il mondo sembra croce.
La croce è reale.
Il Paradiso è reale.
Dipende da quale “sé” che guarda.

Ti auguro di scoprire
che non c’è nessun sé da salvare:
solo una realtà da riconoscere.
E allora potrai accedere finalmente alla libertà.
La libertà è il Paradiso.
E questa libertà ti è sempre disponibile, nell’adesso.
Nell’oggi del Cristo,
ti abbraccio
Bernard

il commento al vangelo della domenica

“IL” FINE DEL MONDO
Lc 21, 5-28
il commento di E. Ronchi al vangelo della trentatreesima domenica del tempo ordinario
Dov’è la buona notizia in questo Vangelo di catastrofi, apocalittico ed estremo?
Siamo davanti al racconto di ciò che è accaduto in ogni tempo, e che oggi si ripete: guerre ovunque, violenza, arroganza, aria acqua terra avvelenati.
Siamo sul crinale ripido della storia, in equilibrio alla ricerca di una traccia: da un lato il versante oscuro della violenza; dall’altro la tenerezza che salva, una terra di pace dove “neppure un capello” andrà perduto.
E capiamo che il vangelo non parla della fine del mondo, ma del mistero del mondo; non la fine, ma il fine del nostro mondo.
Dobbiamo ascoltare il ritmo e il respiro ultimo di queste parole:
– quando sentirete parlare di guerre, non vi spaventate, non è la fine;
– sarete traditi e uccisi, ma nemmeno un vostro capello andrà perduto;
– vi saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle: ma voi alzate il capo, perché la liberazione è vicina.
Ad ogni descrizione di dolore segue un punto di rottura, e tutto cambia.
E questo succede ogni volta che mi prendo cura di un pezzetto della mia terra e delle sue ferite. A partire dal mio piccolo metro quadrato.
Esagerato? Sì, ma così bello. Il niente dei capelli usato da Gesù per dire che qualcuno ti vuole bene fibra dopo fibra, che nulla è insignificante per chi ti ama.
Salvare vuol dire conservare. E il credente sa che, per la Risurrezione di Cristo,
non va perduto nessun frammento d’uomo;
nessun atto d’amore,
nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza.
Sulla terra intera, come nel mio piccolo campo, imperano menzogna e violenza. E io, cosa posso fare?
Usare la strategia del contadino. Rispondere alla grandine piantando nuovi vigneti, e per ogni raccolto perduto oggi prepararne un altro per domani.
Seminare e attendere, vegliando sulla vita che nasce. E perseverare, andando fino in fondo a un’idea, a un’intuizione, a un servizio, e sfociando così nella verità della vita: ogni atto umano totale ti avvicina all’assoluto di Dio.
Mi rimane scolpita l’ultima riga: Ma voi, risollevatevi.
Quel “ma” è come una resistenza, un’opposizione a tutto ciò che sembra vincere.
In piedi, a testa alta, occhi al cielo, liberi e profondi: così vede i discepoli il vangelo.
Verranno giorni nei quali non sarà lasciata pietra su pietra. Non c’è nessuna cosa terrena che sia eterna. Ma l’uomo sì, è eterno. È meglio che tutto crolli, comprese le chiese più belle, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo.
Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra?
Sì. Io credo di sì. Non dice: troverà ancora parrocchie, unità pastorali, diocesi, ma fede. Troverà quelli che credono che l’amore e la bellezza sono più forti della cattiveria, che la giustizia è più sana del potere. Quelli che credono che, nonostante tutte le smentite, questa storia non finirà nel caos o nel nulla, ma in un abbraccio.
Un abbraccio che ha nome ‘Dio’.

il commento al vangelo della domenica

QUESTIONE DI STELLE
Lc 18,9-14
il commento di E. Ronchi a vangelo della  trentesima domenica del tempo ordinario
Due personaggi salgono al tempio a pregare: un fariseo devoto e buon cittadino, che paga le decime anche più di quanto dovuto, digiuna il doppio di quanto richiesto, e prega.
E un pubblicano, un pubblico trasgressore della legge, uomo di denaro e di potere.
Il primo, ritto davanti all’altare, inizia ringraziando, ed è il modo giusto; ma poi sbaglia tutto, perché non fa che innalzare un monumento a se stesso; non vuole provare ad alzare la sua vita all’altezza di Dio, ma abbassare Dio alla sua misura.
E raddoppia lo sbaglio aggiungendo: io non sono come gli altri, tutti imbroglioni, ladri, falsi, disonesti. Io sono molto meglio. Ma non si può lodare Dio e disprezzare i suoi figli; è ateismo dire preghiere e al tempo stesso denigrare, umiliare, accusare.
Si possono osservare tutte le regole formali della religione, “ma guai a quelli che pagano la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e poi trasgrediscono giustizia, compassione, fedeltà” (Mt 23,23). Guai ai formalisti, che hanno cura per le più piccole rubriche e disprezzo per l’uomo.
Ed ecco il pubblicano, un grumo di umanità ricurva in fondo al buio del tempio, e della sua vita: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Non sa neanche tanto cosa dire, ma mette in campo tutto: corpo, cuore e voce; ne fa uscire una supplica, dove sorge un piccolo termine che cambia tutto: «tu», «Signore, tu abbi pietà di me peccatore».
E sotto quelle parole affiora tutto il non detto di una vita: “Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, non sono contento. Vorrei essere diverso, ma non ci riesco, non ce la faccio ancora, ma tu abbi pietà e aiuta”.
Lui tornò a casa sua giustificato. Perché l’altro no?
Perché il fariseo ha continuato a far ruotare tutto attorno a un altro piccolo termine seduttore: ‘io’, io pago, io digiuno, io… In fondo non prega Dio, ma l’immagine di sé proiettata nel cielo, una maschera che deforma il volto di Dio.
La parabola ci rivela due regole della preghiera, semplici come quelle della vita.
1. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o in comunità, tanto meno con Dio. Il tu viene prima dell’io.
2. Si prega non per ottenere ma per incamminarsi ed essere trasformati.
Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si apre al sole, una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua vera onnipotenza.
Il fariseo non vuole assolutamente cambiare, lui è a posto, sono gli altri a essere sbagliati, e forse un po’ anche Dio.
Il pubblicano invece si batte il petto perché non è contento, vorrebbe cambiare la sua vita, su di una misura più alta.
Non sa più dov’è la sua stella, l’ha persa e vuole incamminarsi a cercarla.
Se smetto di cercare la mia stella, per me finisce il cielo

il commento al vangelo della domenica

LA GUARIGIONE CHE NON SAI
il commento di E. Ronchi al angelo della ventottesima domenica del tempo ordinario
Lc 17,11-19
Dieci lebbrosi a distanza, solo occhi e voce: Gesù, abbi pietà. Davanti al dolore in Gesù scatta un’urgenza di bene: non devono soffrire neanche un secondo di più.
E infatti subito dice loro: Andate dai sacerdoti. Mettetevi in cammino.
Perché li manda via? Perché stanno già guarendo, anche se ancora non lo sanno, anche se ancora non lo vedono.
Il futuro entra in noi con il primo passo, prima ancora che accada; con il primo raggio di sole, con il primo seme che si apre.
A tutti noi Gesù dice “Kum!”. Alzati! Imperativo potente e indiscutibile.
Solo per questa scommessa di fiducia data a tutti, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro e non una guerra nucleare. Io lo credo.
Il mondo intero ha bisogno della nostra piccola fede di profeti, i quali credevano alla Parola di Dio più ancora che al suo attuarsi.
Una vergine partorirà, profetizza Isaia, ma lui non la vedrà.
Avrai più figli che stelle, ha detto ad Abramo. E Lui ci crede, fino alla fine, anche se ha un figlio solo, quell’Isacco che ha pure tentato di uccidere.
E a Mosè stesso, Dio farà vedere la terra promessa soltanto da lontano, regalandogli solo una struggente nostalgia.
Un Dio esigente con i suoi profeti?
“Sulla tua parola getterò le reti!”, aveva detto Pietro; “sulla tua parola ci mettiamo in cammino”, dicono i dieci piccoli lebbrosi, spalle al muro e piaghe aperte.
E mentre andavano, furono guariti.
E’ la strada ad essere guarigione, perché fermento di speranza. La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando trova il coraggio di salpare. Lentamente, poco a poco, un piede dietro l’altro, e ad ogni passo una piccola goccia di guarigione.
La speranza è più forte dei fatti, li contesta e li attraversa. Non è la fede che si piega alla storia, è la storia che si piega alla speranza.
Ancora una volta il Vangelo propone un samaritano, un eretico, come modello di fede che salva. L’unico a cui Gesù dice: «la tua fede ti ha salvato». Ai nove che non tornano è invece sufficiente la guarigione, che li fa scomparire nel turbine della loro felicità.
Non tornano perché ubbidienti all’ordine di Gesù: andate dai sacerdoti.
E non vedono oltre.
Uno solo vede oltre le parole di Gesù.
E torna.
Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore.
Non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi eseguite, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.
È salvo perché torna alla radice, trova la fonte e vi si immerge come in un lago. Non cerca doni, cerca il Donatore.
Come usciremo da questo vangelo? Io voglio tornare indietro come quel samaritano, e fare mia la madre di tutte le parole: “grazie”.
Torniamo indietro tutti, seguiamo la bussola del cuore e “affrettiamoci ad amare: le persone se ne vanno così in fretta!” (Ian Twardowski).

 

il commento al vangelo della domenica

“Fede come fiducia nel Bene”

 

Lc 17,5-10

il commento di Bernard al vangelo della ventisettesima domenica del tempo ordinario

Gli amici chiedono a Gesù più fede.
Gesù risponde che basta un granello,
piccolo come un seme di senape,
perché il gelso si sradichi,
perché le montagne si muovano,
perché le ingiustizie non siano più eterne.

Eppure, in questi giorni,
mentre la violenza occupa la scena mondiale,
mentre i diritti fondamentali sono calpestati,
mentre i potenti manipolano popoli e istituzioni
per i loro interessi,
una domanda mi torna alla mente:
«Fino a quando, Signore?»

Troppi gelsi restano fermi,
troppi idoli restano piantati nel cuore,
troppe guerre diventano normali e permanenti,
troppi popoli oppressi sembrano senza speranza.
Il denaro è diventato il signore del mondo,
tanti cristiani
e altri singoli e chiese
non hanno avuto il coraggio
di dissociarsi dal sistema
di dominio di cui siamo complici.
E allora la fede non è più forza di liberazione
ma una presunzione sterile,
abitudine religiosa
che rischia di non cambiare nulla.

Penso alle lotte delle donne per i loro diritti,
alle battaglie dei gay, delle lesbiche,
dei separati, dei divorziati, dei preti sposati,
che non si rassegnano a una chiesa-caserma
ad una società sterile e addormentata.

Penso a tutti coloro che vivono una fede libera
dall’autoritarismo e dal moralismo.
Penso a chi non smette di lottare,
a chi manifesta,
a chi con una barchetta sfida imperi militari,
perché tacciano le armi,
a quei genitori ed educatori
che testimoniano sobrietà,
condivisione, giustizia.
Penso a preti o suore,
teologi e teologhe
che rischiano la tranquillità di una cattedra
pur di non tacere.

La fede, mi ricorda Gesù,
non è quantità ma qualità.
Non serve averne “tanta”:
serve averla vera.
Non è una credenza astratta o dogma sterile,
non è rito senza cuore.
“La fede è fiducia nel Bene” (Corrado Pensa),
un senso sottile,
un’intuizione dell’anima,
è la consapevolezza della propria responsabilità,
che rivela l’oltre nell’immanente,
che fa scoprire il segreto della vita
in ogni frammento di quotidiano.

Si può praticare ogni rito,
ogni protocollo
e non avere fede.
Si può proclamare ogni dogma
e restare increduli.
Si può perfino costruire religioni
ma senza toccare il cuore della fede:
fidarsi di Dio e affidarsi a Lui,
fidandosi della vita,
credendo che il Bene è più forte del male.

Avere fede è dire:
«Io sento in me nobiltà e generosità,
sento in me il desiderio di superarmi,
sento in me l’eco dell’eternità».
È comunione con il Padre/Madre,
forza che rende possibile
ciò che appare impossibile.

La fede è protesta contro il non senso,
è fiducia che la vita e la giustizia
avranno l’ultima parola.
È ciò che impedisce ai poveri
di arrendersi alla morte,
ciò che dà forza agli oppressi
per non smettere di lottare.
La fede oggi abita in loro,
nei piccoli e negli esclusi,
che gridano contro le situazioni disumane
e ricostruiscono la vita.

Non è fuga da questo mondo
ma fiducia nel mondo
come spazio di alleanza,
apertura all’“adesso di Dio”.
È dono che diventa compito:
spostare gelsi e montagne,
poteri antichi e oppressioni consolidate,
prevaricazioni che abbiamo accettato
come inevitabili.

La fede non è credere in un cielo lontano
ma scoprire che il Regno comincia qui,
che la giustizia è possibile ora,
che il potere del denaro e dell’egoismo
può essere sconfitto.
Ma occorre credere davvero,
non nei dogmi,
ma nella possibilità di un mondo nuovo.

Cara Amica/o,
ti auguro questa fede:
non grande ma vera.
Un granello soltanto,
capace di smuovere la storia,
di spezzare catene,
di restituire speranza.

Ti auguro una fede che sia forza segreta di energia,
sorgente di resistenza e di coraggio,
apertura al presente di Dio.
Ti auguro di servire la vita
con fedeltà e gratuità,
come servi che non cercano ricompensa,
ma che vivono la gioia di aver partecipato
al sogno del Padre.

Con affetto e fiducia nel bene che c’è in te.

il commento al vangelo della domenica – esaltazione della santa croce

la lezione di Gesù

l’amore di Dio non è un concetto, è una ferita aperta

il commento di A. Spadaro al vangelo della solennità di Santa Croce

È notte. Il buio ha un suo modo tutto particolare di dire la verità. La città dorme, le strade tacciono, le case sono immobili. In una di queste strade un uomo si avvicina con passo incerto. È un uomo colto, uno che ha passato la vita a studiare le Scritture, a interpretare la legge, a custodire le tradizioni. Si chiama Nicodemo. E viene a incontrare Gesù. Non è un confronto alla luce del sole. È un dialogo all’ombra, nel chiaroscuro di una notte che protegge e sospende i giudizi. Come se solo al riparo dalla luce, in quella mezza oscurità, si potesse dire ciò che altrimenti resterebbe sepolto sotto le formule.

Gesù parla. Dice, a un certo punto: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo”. È una frase come una scalinata vertiginosa. Un salire e uno scendere. Ma non stiamo parlando di stelle e pianeti. Non è geografia celeste. È una questione più intima, più drammatica. Gesù sta raccontando una storia – la sua – senza dirla tutta, lasciando che chi ascolta ci entri come in una parabola. Poi cambia immagine. E come un pittore che posa il pennello sul deserto, Gesù evoca una scena antica, incisa nella memoria del popolo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”. Improvvisamente non siamo più nel buio della notte, ma sotto il sole implacabile del Sinai.

Le dune, la sabbia, il morso dei serpenti, la paura. Nel libro dei Numeri si racconta che, per salvare gli israeliti dai serpenti velenosi, Dio ordinò a Mosè di fabbricarne uno di bronzo e di innalzarlo su un’asta. Chi lo guardava, guariva. Non per magia. Per lo sguardo. Gesù si identifica con quell’immagine: lui sarà innalzato, ma non su un piedistallo. Non su un trono. Su una croce. Non come emblema di potere, ma come segno esposto, vulnerabile, ambiguo. Come un serpente di bronzo che richiama ciò che fa paura, ma lo rovescia. Un simbolo di morte trasformato in possibilità di vita. Viene in mente il Cristo crocifisso dipinto da Grünewald sull’Altare di Isenheim. Il corpo contorto, la pelle piagata, le spine come chiodi nella carne. Non c’è bellezza. Non c’è maestà. Eppure, proprio lì si concentra tutta la potenza dell’amore che non rimuove l’orrore, ma lo attraversa. Che non lo abbellisce, ma lo abita. E poi, come un lampo che squarcia la notte, Gesù pronuncia parole che fanno vibrare i tempi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Non ha dato una formula, una dottrina, ma il Figlio “perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

L’amore di Dio non è un concetto. È un’esposizione. È una ferita aperta. È un dono che non trattiene nulla per sé. Ancora una volta, tutto si gioca tra l’alto e il basso. Il cielo non è un luogo oltre le nuvole. È una direzione dello sguardo. È una relazione. E il vero gesto non è salire, ma accogliere chi è sceso. Riconoscere la divinità non quando trionfa, ma quando si lascia inchiodare. Non nella forza che impone. Ma nella debolezza che si lascia vedere. Non nel dominio, ma nella nudità dell’amore che si espone. In quella frase è nascosta tutta la tensione tragica del Vangelo: “Dio non è venuto a sopprimere la sofferenza. Non è venuto a spiegarla. È venuto a riempirla con la sua presenza” (Paul Claudel). Le cose che ci spaventano, che sembrano annunciare solo la morte, possono diventare porte. Passaggi. Se non si distoglie lo sguardo. La salvezza non è una fuga, ma un modo diverso di abitare la ferita. È lì, in quella notte di Nicodemo, che comincia la rivelazione più grande: il cielo non è altrove.

il commento al vangelo della domenica

LA ROTTA

il commento di E. Ronchi al vangelo della ventritreesima  domenica del tempo ordinario

Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:« Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Fede vera ed essenziale è procedere al buio galleggiando nella tempesta, come possiamo, come sappiamo. Certi che una riva c’è, approdo ad ogni naufragio.

Folle esultanti lo seguivano nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Gesù però non si esalta: voi mi seguite, ma essere miei discepoli è tutta un’altra cosa.

Il maestro li prende sul serio, con parole serie:

Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può seguirmi.

Sette oggetti d’amore sono la mappa del nostro tesoro, la rotta della nostra felicità. Ma chi può dire tra noi: io amo te, Gesù, più di mio figlio e di mia madre?

Nel testamento don Milani si rivolge così ai ragazzi di Barbiana: “Caro Michele, cari ragazzi, ho voluto più bene a
 voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste
 sottigliezze”.

Quando vedremo il volto di Dio, comprenderemo d’averlo sempre conosciuto, lui faceva parte di tutte le nostre innocenti esperienze d’amore terreno.

Il discorso di Gesù gira attorno al verbo amare di più.

Ami i tuoi cari? Fallo più teneramente che puoi, ma ricorda che non sono l’alfa e l’omega, non cadere nell’idolatria della famiglia, invece allarga il tuo cuore oltre lo steccato di casa.

Chi è così legato ai rapporti familiari da non essere libero, fa un grave danno prima di tutto a se stesso.

Amerai Dio “con tutto il cuore” significa non avrai un cuore doppio ma semplice, unificato, senza inganni.

Tutto il cuore: nella bibbia la totalità del cuore non è l’esclusività.

Amerai Dio con tutto il cuore, ma allo stesso tempo anche il tuo prossimo. Li amerai senza mezzi termini, perché gli amori a metà sono la negazione dell’amore.

Poi Gesù alza il tiro: Chi non porta la propria croce… non può…

Quale croce? Dio non riceve gloria dalla sofferenza di nessuno, anche Gesù ne avrebbe volentieri fatto a meno. Dio non è per la sofferenza, ma per l’amore. Solo che amare costa, è passione e patimento insieme: “là dove metti il tuo cuore troverai anche le tue spine”.

Se uno non rinuncia a tutto…

Parole pericolose, che a capirle bene si rivelano bellissime: non lasciarti risucchiare dalle cose; impara non ad avere di più, ma ad amare bene.

Un uomo vale quanto vale il suo cuore, e non quanto il suo conto in banca. Questo è vangelo. Tu possiedi solo ciò che hai donato, quello nessuno mai te lo porterà via. Invece, tutto ciò che avrai trattenuto finirà per possedere te: tutto ciò che non serve pesa (Madre Teresa di Calcutta).

Hemingway ne Il vecchio e il mare racconta di un vecchio marinaio che parte con una barca nuova, poi arriva la tempesta e deve buttare in mare tutto, pezzo dopo pezzo.

Alla fine gli rimane solo una piccola tavola rotta, che galleggia. Ecco, se penso alla fede non trovo immagine più incisiva di questa.

Fede vera ed essenziale è chiudere gli occhi e procedere al buio (S. Giovanni della Croce), galleggiando nella tempesta, come possiamo, come sappiamo. Certi che una riva c’è, approdo ad ogni naufragio.

il commento al vangelo della domenica

 

i primi e gli ultimi secondo Gesù

14,1.7-14

il commento di A. Spadaro al vangelo della ventiduesima domenica del tempo ordinario

È sabato. Il giorno del riposo, il giorno in cui tutto si ferma. Ma in casa di uno dei capi dei farisei, quel giorno, c’è movimento. Si tiene un pranzo. E Gesù è stato invitato. Non per amicizia, no: lo stanno osservando. L’aria è sospesa, come spesso accade nei pranzi dove le buone maniere nascondono le tensioni. Gesù entra in scena come un corpo estraneo, ma presente. E osserva anche lui.

Luca  costruisce la scena con lentezza, come un quadro che si compone per gradi. Prima c’è l’ambiente: una casa importante, un pranzo di sabato, figure religiose in posizione di controllo. Poi arriva un dettaglio che spezza l’equilibrio: Gesù nota come gli invitati scelgono i primi posti. Nessuno vuole sedersi in fondo. Tutti cercano visibilità, centralità, prossimità al padrone di casa. La sala è una mappa del potere, e ogni sedia un territorio. Il pranzo è un risiko e il posto va conquistato. L’invitato si trasforma in una pedina di se stesso. Gesù, che fin qui è stato ospite silenzioso, prende la parola in modo diretto: “Quando sei invitato a nozze, non metterti al primo posto”, dice. Il consiglio è prudente, quasi da manuale di galateo. Potrebbe arrivare da un anziano esperto di convenzioni sociali. “Non si sa mai: potrebbe arrivare qualcuno più importante, e tu verresti fatto scendere, tra gli sguardi imbarazzati”, dice. “Meglio scegliere un posto in fondo. Se poi ti invitano a salire, avrai onore davanti a tutti”. Gesù sta parlando dando istruzioni per salvare la faccia? Così sembra, ma no: interroga la direzione del desiderio. Gesù, infatti, conclude con una frase netta, che ha il tono di una legge interna delle cose: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. È un ribaltamento, un meccanismo che sovverte l’ordine apparente. La scala sociale che l’uomo costruisce con cura – visibilità, potere, accesso – si inverte quando la scena è osservata da un altro punto di vista. Non più dall’alto, ma dal basso. Non più dal centro, ma dai margini.

Ma il racconto non finisce qui. Il colpo di scena arriva subito dopo. Gesù, rivolgendosi non più agli invitati ma a chi organizza il pranzo – al padrone di casa – rilancia ancora più in là: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare amici, fratelli, parenti o ricchi vicini…”. Qui Gesù aggredisce la logica stessa dell’invito, che viene capovolta. Non più quelli che possono ricambiare. Non più la rete di relazioni utili. Ma “poveri, storpi, zoppi, ciechi”. Coloro che non possono restituire nulla. Nessun vantaggio, nessuna reciprocità sociale. Soltanto ospitalità gratuita e libera.

Il gesto dell’invitare – gesto apparentemente generoso – viene messo sotto esame. Chi invitiamo, e perché? Il pranzo diventa lo specchio delle relazioni, la tavola come luogo di potere o di rottura. Gesù sta descrivendo con nitidezza le dinamiche che reggono ogni sistema umano. Dal punto di vista narrativo, il racconto è costruito su una serie di inversioni. Chi vuole salire viene fatto scendere. Chi sta in fondo viene chiamato avanti. Chi costruisce reti di potere viene invitato a tagliarle. L’intero sistema simbolico del pranzo – posto, invito, onore, restituzione – viene destabilizzato. In questa destabilizzazione, però, non c’è violenza. C’è ironia, spiazzamento. Il gesto più intimo – sedersi a tavola – diventa un campo di battaglia tra due logiche: quella della convenienza e quella della gratuità. In questo piccolo racconto, tutto si gioca in uno spazio quotidiano: una casa, un pranzo, dei posti da scegliere. Ma è lì, proprio lì, che il mondo può capovolgersi. In silenzio. Con grazia. Con precisione.

il commento al vangelo della domenica

porta stretta

il commento alla ventunesima domenica del tempo ordinario

Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme, ci dice Luca. Non sta fermo, non attende che la gente venga da lui. La sua fama si diffonde ma non ha un indirizzo di ricevimento come maghi e santoni. I suoi piedi sono sporchi di polvere. È lungo un cammino, non ha fretta, insegna. Ma per strada appunto, non da un pulpito. Le sue parole nascono dagli incontri, dagli sguardi, dall’umore del momento, dalle domande. E, infatti, a un certo punto un tale gli pone una domanda secca, tagliente: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. È una domanda apparentemente teorica, ma ha qualcosa di urgente. Come dire: chi ce la farà davvero? Quanti? E io? Gesù non risponde con un numero, con percentuali, statistiche di probabilità. Risponde con un’esortazione: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. Gesù fa vedere una folla che spinge e si accalca come quando ci sono i grandi eventi e si vuole passare dai cancelli, ma questa pressione è inutile. Non è spingendo che si entra.

Gesù prosegue con una storia nella quale compare il padrone di casa. Dunque, si tratta della porta di una abitazione. La salvezza è una casa. Ma questo padrone che fa? Si alza e chiude la porta. Prosegue Gesù: “Voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: ‘Signore, aprici!’. Ma egli vi risponderà: ‘Non so di dove siete’”. La storia si fa concitata in un dialogo tagliente tra il padrone e la gente che spinge: “Abbiamo mangiato e bevuto con te! Hai insegnato nelle nostre piazze!”. Non sono estranei. Hanno condiviso spazi, tempi, parole. Insomma: abbiamo il pass! Ma il padrone è inflessibile: “Non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia”.

Gesù è ingiusto, sprezzante, duro. Ma ecco perché: questi, sì, avevano visto Gesù insegnare, ma per loro era uno spettacolo tra un banchetto e l’altro. Il contrasto è potente, drammatico: chi si credeva dentro è fuori. Chi si considerava in diritto si ritrova messo alla porta. Nel Regno di Dio non c’è prenotazione del posto. E fuori dalla porta – prosegue Gesù – “ci sarà pianto e stridore di denti”. E conclude: “Quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece sarete cacciati fuori”. Poi qualcosa accade nel discorso del Maestro. Improvvisamente il discorso si allarga a grandangolo, e si impenna in modo visionario cambiando soggetto: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Chi sono? Colpo di scena. La gente entra, e sono tanti da ogni parte del mondo. La geografia del banchetto si espande. La tavola si apre verso i punti cardinali con movimento centripeto. Come fanno a entrare dalla porta stretta? Non importa: siamo ormai in piena visione. L’appartenenza non è più definita dalla prossimità, ma dalla direzione. Non conta da dove vieni, ma se ti sei mosso. Non se hai ascoltato, ma se hai seguito. Arrivano da lontano, però. Non sono i soliti noti, quelli delle piazze dove Gesù insegnava. Sono esclusi, dimenticati, stranieri. La tavola si apre in direzioni impreviste. Chi accampa diritti di possesso del sacro resta fuori, mentre una moltitudine immensa di lontani entra e banchetta senza limiti. Il racconto è kafkiano: c’è una porta, un padrone silenzioso, un tempo che scorre, una voce che dice “non vi conosco”. E poi, all’improvviso, una mensa piena di volti imprevisti: “Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”, conclude Gesù.

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