il commento al vangelo della domenica

 

 

lo sguardo del Maestro è il primo annuncio

il commento di Ermes Ronchi  al vangelo della II domenica del tempo ordinario – Anno B

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». (…)

I personaggi del racconto: un Giovanni dagli occhi penetranti; due discepoli meravigliosi, che non se ne stanno comodi e appagati, all’ombra del più grande profeta del tempo, ma si incamminano per sentieri sconosciuti, dietro a un giovane rabbi di cui ignorano tutto, salvo un’immagine folgorante: ecco l’agnello di Dio! Un racconto che profuma di libertà e di coraggio, dove sono incastonate le prime parole di Gesù: che cosa cercate? Così lungo il fiume; così, tre anni dopo, nel giardino: donna, chi cerchi? Sempre lo stesso verbo, quello che ci definisce: noi siamo cercatori d’oro nati dal soffio dello Spirito (G. Vannucci). Cosa cercate? Il Maestro inizia ponendosi in ascolto, non vuole né imporsi né indottrinare, saranno i due ragazzi a dettare l’agenda. La domanda è come un amo da pesca calato in loro (la forma del punto di domanda ricorda quella di un amo rovesciato), che scende nell’intimo ad agganciare, a tirare alla luce cose nascoste. Gesù con questa domanda pone le sue mani sante nel tessuto profondo e vivo della persona, che è il desiderio: cosa desiderate davvero? qual è il vostro desiderio più forte? Parole che sono «come una mano che prende le viscere e ti fa partorire» (A. Merini): Gesù, maestro del desiderio, esegeta e interprete del cuore, domanda a ciascuno: quale fame fa viva la tua vita? dietro quale sogno cammini? E non chiede rinunce o sacrifici, non di immolarsi sull’altare del dovere, ma di rientrare in sé, ritornare al cuore (reditus ad cor, dei maestri spirituali), guardare a ciò che accade nello spazio vitale, custodire ciò che si muove e germoglia nell’intimo. Chiede a ciascuno, sono parole di san Bernardo, «accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi». Rabbì, dove dimori? Venite e vedrete. Il maestro ci mostra che l’annuncio cristiano, prima che di parole, è fatto di sguardi, testimonianze, esperienze, incontri, vicinanza. In una parola, vita. Ed è quello che Gesù è venuto a portare, non teorie ma vita in pienezza (Gv 10,10). E vanno con lui: la conversione è lasciare la sicurezza di ieri per il futuro aperto di Gesù; passare da Dio come dovere a Dio come desiderio e stupore. Milioni di persone vorrebbero, sognano di poter passare il resto della vita in pigiama, sul divano di casa. Forse questo il peggio che ci possa capitare: sentirci arrivati, restare immobili. All’opposto i due discepoli, quelli dei primi passi cristiani, sono stati formati, allenati, addestrati dal Battista, il profeta roccioso e selvatico, a non fermarsi, ad andare e ancora andare, a muovere in cerca dell’esodo di Dio, ancora più in là. Come loro, «felice l’uomo, beata la donna che ha sentieri nel cuore» (Salmo 83,6).
(Letture: 1 Samuele 3,3b-10.19; Salmo 39; 1 Corinzi 6,13c-15a.17-20; Giovanni 1,35-42)




l’Europa senza occhi e umanità

 

nel gelo della Bosnia da settimane ci sono un migliaio di migranti che seguono la “rotta balcanica”. A pochi chilometri c’è la Croazia, la porta d’ingresso dell’Europa, ma chi prova a passare viene violentemente picchiato, spesso derubato, seviziato e rimandato indietro

Qualcuno  molto furbo e poco umano deve avere capito da tempo, dalle parti del cuore del potere d’Europa, che il primo trucco per sfumare l’emergenza umanitaria legata ai flussi migratori sia quello di fare sparire i migranti. Per carità, non è mica una criminale eliminazione fisica diretta, come invece avviene impunemente in Libia con il silenzio criminale proprio dell’Europa, ma se i corpi non sbarcano sulle coste, non si fanno fotografare troppo, non si mischiano ad altri abitanti, non rimangono sotto i riflettori allora il problema si annacqua, interessa solo agli “specializzati del settore” (come se esistesse una specializzazione in dignità dell’uomo) e l’argomento, statene sicuri, rimane relegato nelle pagine minori, nelle discussioni minori, sfugge al chiassoso dibattito pubblico.

In fondo è il problema dei naufragi in mare, di quelle gran rompiballe delle Ong che insistono a buttare navi nel Mediterraneo per salvare e per essere testimoni, che regolarmente ci aggiornano sui resti che galleggiano sull’acqua o sulle prevaricazioni della Guardia costiera libica o sui mancati soccorsi delle autorità italiane.

Nel gelo della Bosnia da settimane ci sono un migliaio di persone, migranti che seguono la cosiddetta “rotta balcanica”, che si surgelano sotto il freddo tagliente di quei posti e di questa stagione, che appaiono nelle (poche) immagini che arrivano dalla stampa in fila emaciate con lo stesso respiro di un campo di concentramento in un’epoca che dice di avere cancellato quell’orrore.

Lo scorso 23 dicembre un incendio ha devastato il campo profughi di Lipa, un inferno a cielo aperto che proprio quel giorno doveva essere evacuato, e le persone del campo (nella maggior parte giovani di 23, 25 anni, qualche minorenne, provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan o dal Bangladesh) sono rimaste lì intorno, tra i resti carbonizzati dell’inferno che era, in tende di fortuna, dentro qualche casa abbandonata e sgarruppata, abbandonati a se stessi e in fila sotto il gelo per accaparrarsi il cibo donato dai volontari che anche loro per l’ingente neve in questi giorni faticano ad arrivare.

A pochi chilometri c’è la Croazia, la porta d’ingresso dell’Europa, ma chi prova a passare, indovinate un po’, viene violentemente picchiato, spesso derubato, seviziato e rimandato indietro. Gli orrori, raccontano i cronisti sul posto, avvengono alla luce del sole perché funzionino da monito a quelli che si mettono in testa la folle idea di provare a salvarsi. E le violenze, badate bene, avvengono in suolo europeo, di quell’Europa che professa valori che da anni non riesce minimamente a vigilare, di quell’Europa che non ha proprio voglia di spingere gli occhi fino ai suoi confini, dove un’umanità sfilacciata e disperata si ammassa come una crosta disperante.

«L’Ue non può restare indifferente – dice Pietro Bartolo, il medico che per trent’anni ha soccorso i naufraghi di Lampedusa e oggi è eurodeputato -. Questa colpa resterà nella storia, come queste immagini di corpi congelati. Che fine hanno fatto i soldi che abbiamo dato a questi Paesi perché s’occupassero dei migranti? Ai Balcani c’è il confine europeo della disumanità. Ci sono violenze inconcepibili, la Croazia, l’Italia e la Slovenia non si comportano da Paesi europei: negare le domande d’asilo va contro ogni convenzione interazionale, questa è la vittoria di fascisti e populisti balcanici con la complicità di molti governi».

È sempre il solito imbuto, è sempre il solito orrore. Subappaltare l’orrore (le chiamano “riammissioni” ma sono semplicemente un lasciare rotolare le persone fuori dai confini europei) facendo fare agli altri il lavoro sporco. Ma i marginali hanno il grande pregio di stare lontano dal cuore delle notizie e dei poteri. E molti sperano che il freddo geli anche la dignità, la curiosità e l’indignazione.




il commento al vangelo della domenica

 

un amore così grande che squarcia anche i cieli


Un amore così grande che squarcia anche i cieli
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica del battesimo del Signore, Anno B (10 gennaio 2021):

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. […]

Sulle rive del Giordano, il Padre presenta Gesù al mondo, lo strappa all’anonimato dei trent’anni. Gesù non aveva alcun bisogno di farsi battezzare, è come se avesse lui invece battezzato il Giordano, santificato per contatto la creatura dell’acqua. Lo sa e lo ripete il celebrante nella preghiera eucaristica terza: «Tu che fai vivere e santifichi l’universo». Straordinaria teologia della creazione: Tu che non solo dai vita all’uomo ma all’universo intero; non solo dai vita alle cose, ma le rendi sante! Santità del cielo, dell’acqua, della terra, delle stelle, del filo d’erba, del creato… «E subito, uscendo dall’acqua vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba». Sento tutta la bellezza e la potenza del verbo: si squarciano i cieli, come per un amore incontenibile; si lacerano, si strappano sotto la pressione di Dio, sotto l’urgenza di Adamo e dei poveri. Si spalancano come le braccia dell’amata per l’amato. Da questo cielo aperto e sonante di vita viene, come colomba, il respiro di Dio. Una danza dello Spirito sull’acqua è il primo movimento della Bibbia (Gen 1,2). Una danza nelle acque del grembo materno è il primo movimento di ogni figlio della terra. Una colomba che danza sul fiume è l’inizio della vita pubblica di Gesù. Venne una voce dal cielo e disse: “Tu sei il Figlio mio, l’amato, il mio compiacimento”. Tre parole potenti, ma primo viene il tu, la parola più importante del cosmo. Un io si rivolge a un tu. Il cielo non è vuoto, non è muto. E parla con le parole proprie di una nascita. Figlio è la prima parola, un termine potente per il cuore. E per la fede. Vertice della storia umana. Dio genera figli di Dio, genera figli secondo la propria specie. E i generati, io e tu, tutti abbiamo una sorgente nel cielo, il cromosoma divino in noi. Seconda parola: il mio nome non è solo figlio, ma amato. Lo sono da subito, da prima che io faccia qualsiasi cosa, prima che io risponda. Per quello che sono, così come sono, io sono amato. E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me. La terza parola: in te ho posto il mio compiacimento. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Ti amo, figlio, e mi piaci. Sono contento di te. Prima che tu mi dica sì, prima ancora che tu apra il cuore, tu mi dai gioia, sei bello, un prodigio che guarda e respira e ama e si incanta. Ma che gioia posso dare a Dio, io con la mia vita accidentata e distratta, io che ho così poco da restituire? Con tutte le volte che mi dimentico di Lui? Eppure quelle tre parole sono per me, lampada ai miei passi, lume acceso sul mio sentiero: figlio, amato, gioia mia.
(Letture: Isaia 55,1-11; da Isaia 12,1-6; 1 Giovanni 5,1-9; Marco 1,7-11)




disastro umanitario e l’Europa pensa ai campi da sci

 

Balcani

profughi al gelo in Bosnia

Caritas: catastrofe umanitaria


Il campo di Lipa, che accoglieva 3mila migranti, distrutto da un incendio prima della chiusura per lavori. Il trasferimento nel campo di Bira bloccato dalla protesta degli abitanti

La denuncia di Caritas Italiana: una catastrofe umanitaria sulla rotta balcanica

La situazione già precaria dei migranti in Bosnia Erzegovina rischia di aggravarsi ulteriormente sia per il peggioramento delle condizioni meteo, sia per i continui trasferimenti da un campo profughi all’altro, in strutture dove mancano le condizioni minime per una sopravvivenza dignitosa.

Come avverte la Caritas Italiana in una nota, l’esito è una probabile catastrofe umanitaria che può condurre anche a violenze e gravi tensioni sociali.

È infatti appena cominciata la ricostruzione del campo di accoglienza Lipa, andato quasi completamente distrutto qualche giorno fa, con l’esercito che sta montando le prime tende. Lipa è però un luogo assolutamente inadatto all’accoglienza, soprattutto in questo periodo invernale. Era infatti stato chiuso la settimana scorsa perché altamente pericoloso per la vita delle persone che ospitava: è sprovvisto di elettricità, acqua potabile e riscaldamento, in una zona dove le temperature scendono sotto zero. Subito dopo la sua chiusura, un incendio aveva distrutto le poche tende rimaste nel campo.

Caritas riferisce che le 1.200 persone ospitate al momento della chiusura erano finite per strada senza una sistemazione alternativa. I tentativi di riaprire l’ex campo Bira (nella città di Bihac) o di allestire l’ex caserma in località Bradina (non distante da Sarajevo) da parte delle autorità locali sono falliti per le proteste dei cittadini e delle autorità locali.

Alla fine la soluzione è stata la riapertura del campo di Lipa, nonostante tutti gli attori internazionali fossero contrari, in quanto mette a rischio la vita di centinaia di persone, dal momento che in quel campo non potranno essere garantite in poco tempo le condizioni minime necessarie per vivere.

Bruxelles si aspetta che le autorità bosniache risolvano la situazione

La situazione dei migranti nel campo di Lipa e, più in generale, nel cantone dell’Una-Sana in Bosnia-Erzegovina “è inaccettabile e deve essere risolta immediatamente”. Si tratta di un “disastro umanitario che avrebbe potuto essere evitato se le autorità” del Paese balcanico “avessero agito come richiesto già prima del periodo natalizio” ha affermato un portavoce della Commissione Ue. Bruxelles si aspetta che “le autorità bosniache a tutti i livelli intraprendano azioni immediate per risolvere subito la situazione”, ha ammonito il portavoce, evidenziando che “si tratta di salvare la vita di centinaia di persone” e che il Paese balcanico ha “obblighi internazionali e umanitari”.

La Commissione Ue ha annunciato domenica lo stanziamento di ulteriori 3,5 milioni di euro per aiutare Sarajevo a gestire la situazione dei migranti, in aggiunta agli oltre 88 milioni stanziati dal 2018 a oggi.

“Sono necessarie soluzioni a lungo termine e le autorità della Bosnia-Erzegovina dovrebbero comportarsi come autorità di un Paese che aspira a entrare nell’Ue”, ha aggiunto il portavoce, sottolineando che “le vite delle persone non possono essere sacrificate per lotte politiche interne” e quanto accade “sta influenzando negativamente l’immagine della Bosnia-Erzegovina agli occhi degli Stati membri ma anche sulla scena internazionale”.

Mentre le istituzioni europee richiamano alla responsabilità la Bosnia, alcuni europarlamentari di + Europa richiamano “le stesse istituzioni europee a un’assunzione di responsabilità per affrontare, in prospettiva tanto d’urgenza quanto sistematica, le migrazioni lungo la rotta balcanica (ma non solo) con soluzioni che rispettino i diritti fondamentali dell’uomo di cui tanto si scrive in Carte costituzionali, Trattati e documenti vari”. “Ci vuole Più Europa – proseguono Benedetto Della Vedova, segretario di Più Europa, Manuela Zambrano, della segreteria di +Europa, e Dino Rinoldi, membro dell’Assemblea di +E – per salvaguardare la vita e la dignità di quanti si accalcano alle frontiere dell’Unione, per prevenire e reprimere la tratta di persone”.

L’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, aveva già chiesto nei giorni scorsi alle autorità bosniache di garantire al più presto la sistemazione nel campo di Bira, a Bihac, dei migranti evacuati dall’altro campo di Lipa. “Siamo testimoni di una grave crisi umanitaria in Bosnia-Erzegovina”, aveva detto Borrell, citato dai media regionali.

“Più di 900 migranti sono rimasti senza una sistemazione in difficili condizioni invernali, dopo la chiusura del centro di accoglienza di Lipa. Ciò ha ulteriormente aggravato una situazione, nella quale circa 3mila migranti sono senza una adeguata sistemazione”, aveva aggiunto l’Alto rappresentante. Tale problema va risolto al più presto – aveva osservato Borrell, sottolineando che la Ue ha messo a disposizione 3,5 milioni di euro per il pieno allestimento del centro di accoglienza di Bira.

Il campo di Lipa, non lontano da Bihac, nel nord-ovest della Bosnia, era stato chiuso nei giorni scorsi dopo che gli stessi migranti ospitati lo hanno incendiato alla notizia che la struttura sarebbe stata temporaneamente chiusa per lavori di ristrutturazione e adattamento alle condizioni invernali. Gli abitanti di Bihac tuttavia, sostenuti dal sindaco, avevano protestato da giorni contro l’arrivo dei migranti nel campo di Bira (che si trova nel centro abitato), sostenendo che rappresentassero una minaccia alla loro sicurezza.




per un modello alternativo di vita dopo il covid-19 L. Boff e la proposta di papa Francesco

nel mondo post-vaccinazione: modelli
alternativi per il futuro della Madre Terra

Leonardo Boff 

una riflessione del famoso teologo brasiliano Leonardo
Boff, sul mondo “post-vaccinazione”. Ci offre pensieri
intensi, e originali, sul futuro del nostro pianeta.
Tutti si sono preoccupati per la scienza e per la ricerca
sfrenata di vaccini sicuri ed efficaci. Alla fine sono
apparsi. Pochi hanno parlato del contesto che ha dato
origine al Covid-19.

Ha significato il contrattacco della Madre Terra contro gli “umanoidi”, perché – come ha affermato chiaramente
Papa Francesco nella Laudato Sì:“non abbiamo mai maltrattato e ferito la Casa Comune come negli ultimi due secoli”
(n. 53). Il contesto del virus è nella voracità del nostro modo di produzione e consumo, nel modo attuale di
abitare il pianeta Terra, aggredendolo e sfruttandolo eccessivamente per l’ultra neoliberismo. Il Covid-19 ha
colpito come un fulmine questo sistema predatorio, uccidendo le vite della natura e dell’umanità. Ha
smantellato i suoi principali mantra: il profitto prima di tutto, la concorrenza, l’individualismo, l’uso meramente
utilitaristico della natura, la mancanza di cura che tutto esista e viva, la prevalenza del mercato sulla società, lo
stato minimo e la privatizzazione dei beni comuni. Se avessimo seguito questi mantra, l’umanità sarebbe in
grave pericolo.
La pandemia ha posto inequivocabilmente l’alternativa: vale più il profitto o la vita? Che cosa viene prima: salvare
l’economia o salvare vite umane? Quello che, infatti, ci sta salvando sono i valori che sono assenti o emarginati
in questo sistema globalizzato: è la vita al primo posto, è la cura tra tutti e della natura, è l’interdipendenza
l’uno dell’altro, è la collaborazione, è la solidarietà, è la corresponsabilità collettiva, è lo Stato sufficientemente
attrezzato per servire tutti, è la società sopra il mercato e il fatto che siamo esseri spirituali che possono
comprendere il significato dell’isolamento sociale nel senso di scoprire gli errori che ci hanno portato a questa
pandemia, i nuovi valori e le abitudini che dobbiamo incorporare se vogliamo avere un futuro sostenibile e
quindi imparare a rinunciare, come trattare la natura e la Madre Terra in modo amichevole, per realizzare il
significato della nostra vita e della nostra missione nell’insieme degli esseri: prendersi cura e custodire questa
sacra eredità che Dio e l’universo ci hanno affidato (Gen. 2,25) e infine, poiché siamo minacciati di morte dal
Covid-19, ci interroghiamo su una possibile vita oltre la vita e l’esistenza di quell’Essere che rende tutti gli
esseri, Dio.
Il Covid-19 ci ha rivelato la nostra vera umanità: siamo esseri fragili e non piccoli dei che possono fare tutto;
siamo esseri di relazione e per questo motivo dipendiamo l’uno dall’altro, siamo solidali e amorevoli per natura;
siamo parte della natura e non dei suoi proprietari e padroni. Questi valori universalizzati dalla Fratelli tutti ci
permettono di sognare un altro tipo di mondo diverso e necessario.
Ora che abbiamo una gamma di vaccini, inizia la disputa per il futuro della Terra che vogliamo abitare. Qui ci
sono diverse alternative.
L’intenzione di tornare a ciò che era prima sembra essere stata scartata, poiché torneremmo al mondo
dell’accumulazione sfrenata e alle ingiustizie sociali ed ecologiche che essa comporta. In questo senso, la Cina
ci sta dando il peggiore degli esempi prolungando il vecchio paradigma di crescita del PIL che è stato
seriamente danneggiato dal Covid-19 e che implica le dinamiche di sfruttamento dei beni e servizi naturali e
lo squilibrio del pianeta. La Cina non sembra aver imparato nulla dalla lezione che il virus ci ha lasciato:
dobbiamo cambiare se vogliamo salvare la vita e sopravvivere come specie umana. Qui vale la pena ascoltare
l’avvertimento del grande storico Eric Hobsbawm nell’ultima frase del suo libro Il secolo breve (1914-1991 (1): 
“Una cosa è chiara. Se l’umanità vuole avere un futuro accettabile, non può essere prolungando il passato o il presente. Se proviamo a costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. Il prezzo del fallimento, cioè l’alternativa a cambiare la società è l’oscurità” (p.506). 

Ecco alcune alternative, poiché i signori del capitale e della finanza sono in furiosa articolazione l’uno con l’altro per salvaguardare i propri interessi, fortune e potere politico.
Il primo sarebbe il ritorno al sistema capitalista neoliberista estremamente radicale. Lo 0,1% dell’umanità (i
miliardari) userebbe l’intelligenza artificiale con miliardi e miliardi di algoritmi, in grado di controllare ogni
persona sul pianeta, dalla sua vita intima, privata e pubblica, al dentifricio che sta utilizzando. Sarebbe un
dispotismo di un altro ordine, cibernetico, sotto l’egida del controllo-dominio totale della vita delle persone.
Ma dobbiamo contare sul fatto che ogni potere provoca sempre un contro-potere. Sicuramente ci sarebbe una
grande resistenza e persino ribellioni causate dalla fame e dalla disperazione con migliaia e persino milioni di
vittime.
La seconda alternativa sarebbe il capitalismo verde che ha imparato la lezione dal coronavirus e ha
incorporato il fattore ecologico: riforestare la natura devastata e conservare il più possibile. Ma non
cambierebbe il modo di produzione e la ricerca del profitto. La green economy non discute la disuguaglianza
sociale perversa e farebbe di tutto ciò che è natura un’occasione di guadagno. Esempio: non solo approfittare
del miele delle api, ma anche della loro capacità di impollinare altri fiori. Il rapporto con la natura e la Terra
continuerebbe a essere utilitaristico e difficilmente riconoscerebbe i diritti, come dichiarato dall’ONU e il suo
valore intrinseco, a prescindere dagli esseri umani.
La terza sarebbe il comunismo di terza generazione, che non avrebbe nulla a che fare con le precedenti
esperienze, ponendo i beni e servizi del pianeta sotto l’amministrazione plurale e globale per ridistribuirli a
tutti. Potrebbe essere possibile, ma suppone una nuova coscienza ecologica, una governance globale, oltre a
dare centralità alla vita in tutte le sue forme, qualcosa che non è nel suo orizzonte. Sarebbe ancora
antropocentrico. Proposto dai filosofi Zizek e Badiou è poco rappresentativo, oltre al peso negativo delle
fallimentari esperienze precedenti, che lo portano a metterlo sotto sospetto.
Il quarto sarebbe l’eco-socialismo con maggiori possibilità. Suppone un contratto sociale mondiale con un
centro di governance plurale per risolvere i problemi globali dell’umanità. I beni e servizi naturali sarebbero
equamente distribuiti a tutti, in un consumo dignitoso e sobrio che includerebbe anche gli esseri viventi della
natura. Anche loro hanno bisogno di mezzi di sussistenza e riproduzione come l’acqua, il clima, i nutrienti e un
ambiente generale sano e sostenibile. Quest’alternativa sarebbe all’interno delle possibilità umane, purché
superi il socio-centrismo e incorpori i dati della nuova cosmologia e biologia, che considerano la Terra come
un momento del grande processo cosmo-genico, bio-genico e antropogenico.
La quinta alternativa sarebbe il bem viver e la convivenza provati per secoli dagli andini. È profondamente
ecologico, poiché considera tutti gli esseri portatori di diritti. L’asse di articolazione è l’armonia che inizia con
la famiglia, con la comunità, con la natura, con montagne e fiumi, con gli avi, con l’intero universo e con la
Divinità. Quest’alternativa ha un alto grado di utopia praticabile. Forse, quando l’umanità si trovasse come una
specie che vive in un’unica Casa Comune, sarebbe in grado di raggiungere il benessere e la convivenza per
tutta l’umanità e per l’intera comunità della vita. Sembra una scelta, non per ora, ma per il futuro comune della
Terra e dell’umanità.
La quinta alternativa sarebbe Fratelli tutti di Papa Francesco nella sua enciclica socio-ecologica. Il Papa è
chiaramente consapevole che questa volta “o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (Ft n, 32). Dobbiamo capire
bene la sua reale possibilità. Afferma direttamente: “Se qualcuno pensa che si tratti solo di far funzionare quello
che abbiamo già fatto, o che l’unica lezione da imparare sia quella di migliorare i sistemi e le regole esistenti, sta
negando la realtà” (n.7).

Lui rifiuta il paradigma dominante che ha innescato l’intrusione del Covid-19.
Veniamo e siamo ancora all’interno di un paradigma antropocentrico che è alla base della modernità. È il regno
del dominus: l’essere umano come signore e padrone (maître et possesseur di Descartes) della natura e della
Terra. Questi hanno senso solo nella misura in cui si ordinano al suo volere. Ha cambiato la faccia della Terra,
ha portato molti vantaggi, ma ha anche creato un principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre 
dense” (Ft cap I). Siamo parte integrante della natura, non al di fuori o sopra di essa, ma al suo interno e al suo
fianco come fratelli e sorelle.
Di fronte a questa visione del mondo della modernità, l’enciclica Fratelli tutti contrappone un nuovo paradigma:
quello del frater, del fratello, della fraternità universale e dell’amicizia sociale (n. 6). L’essere umano, parte di essa,
ha legami di fraternità che uniscono tutti gli esseri, non solo perché cosi, lo visse Francesco di Assisi, grande
ispiratore di Francesco di Roma, ma soprattutto per il fatto scientifico che tutti gli esseri viventi hanno lo stesso
codice genetico di base. Siamo, quindi, tutti fratelli e sorelle, dalla cellula più primitiva di 3,8 miliardi di anni fa,
passando per i dinosauri fino a noi.
Se il Papa rifiuta l’ordine attuale, qual è la fonte da cui berrà per la sua alternativa? La cerca nella sorgente da
cui scaturisce il più umano dell’uomo, poiché i sistemi sperimentati “possono solo finire in disastri” (Laudato Si
n. 161). Resta solo l’umano in noi su cui troviamo una base solida, sostenibile e universale. E qual è il più
umano degli umani?
È l’amore che cessa di essere un’esperienza solo tra due esseri che si attraggono, per emergere come amore
sociale. È l’amicizia che acquista un’espressione sociale, “perché non esclude nessuno” (n.94) è la fraternità tra
tutti gli esseri umani, senza confini, inclusi, nello spirito di San Francesco, gli altri esseri della natura; è la
cooperazione aperta a tutti i paesi e a tutte le culture; è la cura, partendo da ciascuno (n.117) e allargandosi
a tutto ciò che esiste e vive; è la giustizia sociale, base della pace; è la compassione per chi è caduto nel
cammino. Tutto questo mondo di eccellenza è presente nell’essere umano.
Tali valori erano vissuti solo soggettivamente, nelle relazioni brevi e nella privacy della vita. La novità del Papa
è stata quella di generalizzare e universalizzare ciò che era soggettivo e individuale: è questo nuovo
paradigma, questa nuova visione del mondo che può salvarci dal disastro imminente.
Il Papa si rende conto dell’insolito della proposta, riconoscendo: “sembra un’utopia ingenua, ma non si può
rinunciare a questo sublime obiettivo” (n. 190). Non disponiamo di altra alternativa se non quella presente
nell’essere umano e ancora non sperimentata storicamente. Dobbiamo adesso metterla in moto.
O faremo questo cambiamento paradigmatico o non ci sarà futuro per la vita e l’esistenza umana su questo
pianeta. Possiamo scomparire come specie, poiché ogni anno 300 specie scompaiono naturalmente al loro
apice dopo milioni di anni sulla Terra. Sarà che non sia arrivato il nostro momento? La Terra continuerebbe per
milioni di anni a ruotare attorno al sole, ma senza di noi. Forse nel futuro dell’evoluzione emergerebbe un altro
essere capace di sostenere la coscienza e lo spirito e di provare un nuovo saggio di civilizzazione più benevolo
del nostro.
Ma non è questa la visione di Papa Francesco che vede il bio-regionalismo come una soluzione promettente
perché garantisce una reale sostenibilità e un nuovo rapporto amichevole con la natura. In questa prospettiva
lo soccorre il principio di speranza di Ernst Bloch, senza menzionare il suo nome ma assumendone il contenuto:
“la speranza ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze
concrete e dalle condizioni storiche in cui vive” (n.55). Da questo principio nascono i veri sogni e i progetti
realizzabili che possono salvare noi e il sistema vitale. Ma le “ombre dense“, come dice, rimangono minacciose.
L’adesione dell’umanità a questa sua proposta promettente e al tempo stesso urgente di Papa Francesco è
incerta. Fratelli tutti non rimuove le “ombre immense”. Ma è una luce che ci indica la strada. Questo ci basta. Sta
a noi seguirlo.
Così afferma la Carta della Terra: “come mai prima nella storia, il destino comune ci chiama a un nuovo inizio. Ciò
richiede un cambiamento di mente e di cuore, un nuovo senso d’interdipendenza globale e responsabilità universale”
Credo che la proposta di Papa Francesco risponda a tutti questi requisiti e quindi emerge come
l’alternativa più promettente e salvifica di fronte alla tragedia provocata dal Covid-19.

Leonardo Boff è un eco-teologo, filosofo e ha scritto Un’etica della Madre Terra, Castelvecchi 2020 e Francesco
d’Assisi – Francesco di Roma, EMI 2014. (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)
(1) Eric J. Hobsbawm, The Age of Extremes: The Short Twentieth Century 1914-1991, London, Michael Joseph,
1994 traduzione in italiano Il secolo breve 1914-1991, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 20




il commento al vangelo della domenica

siamo fili dell’unico arazzo dell’essere

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della II domenica dopo Natale

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. […]

Un Vangelo che toglie il fiato, che impedisce piccoli pensieri e spalanca su di noi le porte dell’infinito e dell’eterno. Giovanni non inizia raccontando un episodio, ma componendo un poema, un volo d’aquila che proietta Gesù di Nazaret verso i confini del cosmo e del tempo. In principio era il Verbo… e il Verbo era Dio. In principio: prima parola della Bibbia. Non solo un lontano cominciamento temporale, ma architettura profonda delle cose, forma e senso delle creature: «Nel principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, tu, o Verbo di Dio, sei e sarai anima e vita di ciò che esiste» (G. Vannucci). Un avvio di Vangelo grandioso che poi plana fra le tende dello sterminato accampamento umano: e venne ad abitare in mezzo a noi. Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose che sono: tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Nulla di nulla, senza di lui. «In principio», «tutto», «nulla», «Dio», parole assolute, che ci mettono in rapporto con la totalità e con l’eternità, con Dio e con tutte le creature del cosmo, tutti connessi insieme, nell’unico meraviglioso arazzo dell’essere. Senza di lui, nulla di nulla. Non solo gli esseri umani, ma il filo d’erba e la pietra e il passero intirizzito sul ramo, tutto riceve senso ed è plasmato da lui, suo messaggio e sua carezza, sua lettera d’amore. In lui era la vita. Cristo non è venuto a portarci un sistema di pensiero o una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, e ha acceso in noi il desiderio di ulteriore più grande vita: «Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). E la vita era la luce degli uomini. Cerchi luce? Contempla la vita: è una grande parabola intrisa d’ombra e di luce, imbevuta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo, a intuire gli ultimi tempi già in un piccolo germoglio di fico a primavera. Cerchi luce? Ama la vita, amala come l’ama Dio, con i suoi turbini e le sue tempeste, ma anche con il suo sole e le sue primule appena nate. Sii amico e abbine cura, perché è la tenda immensa del Verbo, le vene per le quali scorre nel mondo. A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. L’abbiamo sentito dire così tante volte, che non ci pensiamo più. Ma cosa significhi l’ha spiegato benissimo papa Francesco nell’omelia di Natale: «Dio viene nel mondo come figlio per renderci figli. Oggi Dio ci meraviglia. Dice a ciascuno di noi: tu sei una meraviglia». Non sei inadeguato, non sei sbagliato; no, sei figlio di Dio. Sentirsi figlio vuol dire sentire la sua voce che ti sussurra nel cuore: “tu sei una meraviglia”! Figlio diventi quando spingi gli altri alla vita, come fa Dio. E la domanda ultima sarà: dopo di te, dove sei passato, è rimasta più vita o meno vita?
(Letture: Siracide 24,1-4.12-16; Salmo 147; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18)




la giornata della pace all’insegna della ‘cultura della cura’

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2021

(una sintesi)

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità. Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.
La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.
Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.
Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.
La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione.
La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi. L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale. Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili.
La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace.   In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri




il commento al vangelo della domenica

vecchiaia del mondo e giovinezza eterna di Dio


Vecchiaia del mondo e giovinezza eterna di Dio
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica della   Santa Famiglia di Gesù  Giuseppe e Maria – Anno B


Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore
– com’è scrittonella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi (…). Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo (…) gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore (…).

Portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.
Una giovanissima coppia e un neonato che portano la povera offerta dei poveri: due tortore, e la più preziosa offerta del mondo: un bambino. Vengono nella casa del Signore e sulla soglia è il Signore che viene loro incontro attraverso due creature intrise di vita e di Spirito, due anziani, Simeone e Anna, occhi stanchi per la vecchiaia e giovani per il desiderio: la vecchiaia del mondo accoglie fra le sue braccia l’eterna giovinezza di Dio. E la liturgia che si compie, in quel cortile aperto a tutti, è naturale e semplice, naturale e perciò divina: Simeone prende in braccio Gesù e benedice Dio. Compie un gesto sacerdotale, una autentica liturgia, possibile a tutti. Un anziano, diventato onda di speranza, una laica sotto l’ala dello Spirito benedicono Dio e il figlio di Dio: la benedizione non è un ufficio d’élites, ma esubero di gioia che ciascuno può offrire a Dio (R. Virgili). Anche Maria e Giuseppe sono benedetti, tutta la famiglia viene avvolta da un velo di luce per la benedizione e la profezia di quella coppia di anziani laici, profeti e sacerdoti a un tempo: la benedizione e la profezia non sono riservate ad una categoria sacra, abitano nel cortile aperto a tutti. Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia. Parole che sono per me e per te: io non morirò senza aver visto l’offensiva di Dio, l’offensiva della luce già in atto dovunque, l’offensiva mite e possente del lievito e del granello di senape. Poi Simeone dice tre parole immense su Gesù: egli è qui come caduta, risurrezione, come segno di contraddizione. Gesù come caduta. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, rovina del nostro mondo di maschere e bugie, della vita insufficiente e malata. Venuto a rovinare tutto ciò che rovina l’uomo, a portare spada e fuoco per tagliare e bruciare ciò che è contro l’umano. Egli è qui per la risurrezione: è la forza che ti fa rialzare quando credi che per te è finita, che ti fa partire anche se hai il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi. È qui e assicura che vivere è l’infinita pazienza di ricominciare. Cristo contraddizione del nostro illusorio equilibrio tra il dare e l’avere; che contraddice tutta la mia mediocrità, tutte le mie idee sbagliate su Dio. Caduta, risurrezione contraddizione. Tre parole che danno respiro e movimento alla vita, con dentro il luminoso potere di far vedere che tutte le cose sono ormai abitate da un oltre. La figura di Anna chiude il grande affresco. Una donna profeta! Un’altra, oltre ad Elisabetta e Maria, capaci di incantarsi davanti a un neonato perché sentono Dio come futuro.
(Letture: Genesi 15, 1-6; 21,1-3; Salmo 104; Ebrei 11,8.11-12.17-19; Luca 2, 22-40)




gli auguri natalizi … ma ‘sovversivi’ del vescovo Hélder Càmara

 

«Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.»
dom Hélder Câmara

“Mi piace pensare al Natale come ad un atto di sovversione… Un bambino povero, una ragazza madre, un papá adottivo…

Chi assiste alla sua nascita é gente messa ai margini della societá, i pastori. Riceve doni da persone di “altre religioni”.

La sua famiglia deve fuggire e cosí diventa un rifugiato politico, un profugo.

Poi ritornano, e vanno a vivere in periferia.

Il resto della storia noi la celebriamo nella Pasqua…ma con lo stesso carattere sovversivo.

La rivoluzione verrá dai poveri. Solo da loro potrá venire la salvezza.

BUON NATALE

Buona Sovversione…

Erber Camara




il commento al vangelo della domenica

la Madonna è la radice di carne del vangelo


La Madonna è la radice di carne del Vangelo
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della quarta domenica di avvento:

IV Domenica di Avvento
Anno B

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. […]

In apertura, un elenco di sette nomi affolla la pagina: Gabriele, Dio, Galilea, Nazareth, Giuseppe, Davide, Maria. Sette, il numero appunto della totalità, perché ciò che sta per accadere coinvolgerà tutta la storia, le profondità del cielo e tutto il brulichio perenne della vita. Un Vangelo controcorrente: per la prima volta nella Bibbia un angelo si rivolge a una donna; in una casa qualunque e non nel santuario; nella sua cucina e non fra i candelabri d’oro del tempio. In un giorno ordinario, segnato però sul calendario della vita (nel sesto mese…). Gioia è la prima parola: rallegrati! Vangelo nel Vangelo! E subito ecco il perché: Maria, sei piena di grazia. Sei riempita di cielo, non perché hai risposto “sì” a Dio, ma perché Dio per primo ha detto “sì” a te. E dice “sì” a ciascuno di noi, prima di ogni nostra risposta. Perché la grazia sia grazia e non merito o calcolo. Dio non si merita, si accoglie. L’Altissimo si è innamorato di te e ora il tuo nome è: amata per sempre; come lei anch’io amato per sempre. Tutti, teneramente, gratuitamente amati per sempre. Amore è passione di unirsi: il Signore è con te. Espressione che avrebbe dovuto mettere in guardia la ragazza, perché quando si esprime così Dio sta affidando un compito bellissimo ma arduo (R. Virgili): chiama Maria a una storia di brividi e di coraggio. Maria, avrai un figlio, tuo e di Dio, un figlio di terra e di cielo. Gli darai nome Gesù (prima volta: solo il padre aveva il potere di dare il nome). E la ragazza, pronta, intelligente e matura, dopo il primo turbamento non ha paura, dialoga, obietta, argomenta. Sta davanti a Dio con tutta la dignità di donna, con maturità e consapevolezza, pone domande: spiegami, dimmi come avverrà. Zaccaria ha chiesto un segno, Maria chiede il senso e il come. E l’angelo: viene l’infinito nel tuo sangue, l’immenso diventa piccolo in te, che importa il come? La luce che ha generato gli universi si aggrappa al buio del tuo grembo. Che importa come avverrà? E tuttavia Gabriele si ferma a spiegare l’inspiegabile, a rassicurarla: parla di Spirito sulle acque come all’origine, di ombra sulla tenda come al Sinai, la invita a pensare in grande, più in grande che può: fìdati, sarà Lui a trovare il come. L’ha trovato anche per Elisabetta. Lo sentirai nel tuo corpo, come lei. Lo Spirito poteva scegliere altre strade, certo, ma senza il corpo di Maria il Vangelo perde corpo, diventa ideologia o etica. Adesso ancora Dio cerca madri. Sta a noi, come madri amorevoli, aiutare il Signore a incarnarsi in questo mondo, in queste case e strade, prendendoci cura della sua parola, dei suoi sogni, del suo vangelo. Dio vivrà per il nostro amore.
(Letture: 2 Samuele 7,1-5.8-12.14.16; Salmo 88; Romani 16,25-27; Luca 1,26-38)