il «virus dell’indifferenza», letale quanto il Covid, genera «ingiustizia sociale» e porta a scartare e sfruttare i poveri

papa Francesco

la politica non disprezzi i poveri, scartandoli o sfruttandoli a fini di potere

Videomessaggio ai partecipanti alla conferenza internazionale “A Politics Rooted in the People”. Francesco scrive ai vescovi del Brasile colpito dal Covid: «Il virus dell’indifferenza infetta l’umanità e genera ingiustizia sociale»

Papa Francesco

Francesco esprime il suo sostegno al loro lavoro che, a volte, «può risultare scomodo». «Alcuni – dice – vi accusano di essere troppo politici, altri di voler imporre la religione. Ma voi percepite che rispettare il popolo è rispettare le sue istituzioni, anche quelle religiose; e che il ruolo di queste istituzioni non è imporre nulla, bensì camminare con il popolo, ricordandogli il volto di Dio che ci precede sempre».

Nel filmato, interamente in spagnolo, Francesco si appella alla politica chiedendo, anzi, implorando di non disinteressarsi dei poveri, disprezzandone cultura e valori, anche quelli religiosi, «sia scartandoli sia sfruttandoli, a fini di potere». «Il disprezzo della cultura popolare è l’inizio dell’abuso di potere», afferma il Papa. «Quando il popolo è scartato – è la sua denuncia – viene privato non solo del benessere materiale, ma anche della dignità dell’agire, dell’essere protagonista della sua storia, del suo destino, dell’esprimersi con i suoi valori e la sua cultura, della sua creatività, della sua fecondità».

Anche la Chiesa viene chiamata in causa dal Pontefice: «Per essa è impossibile separare la promozione della giustizia sociale dal riconoscimento dei valori e della cultura del popolo, includendo i valori spirituali che sono fonte del suo senso di dignità».

Il Papa esprime quindi il suo “sogno” già rivelato nel libro: «Che tutte le diocesi del mondo abbiano una collaborazione sostenuta con i Movimenti popolari», perché «andare incontro a Cristo ferito e risorto nelle comunità più povere ci consente di riacquistare il nostro vigore missionario, perché così è nata la Chiesa, nella periferia della Croce». Se la Chiesa smette di interessarsi dei poveri, «rivive le vecchie tentazioni di trasformarsi in una élite intellettuale o morale», «una nuova forma di pelagianesimo o di vita essena».

Secondo il Vescovo di Roma, c’è un rischio grande che è quello di farsi contagiare dal «virus dell’indifferenza». Lo scrive nel messaggio ai vescovi del Brasile riuniti nella loro 58esima Assemblea Generale, che si apre con parole di vicinanza alle migliaia di famiglie del Paese latinoamericano, tra i più colpiti dalla emergenza sanitaria, che piangono la perdita dei loro cari a causa del Covid, e con un ricordo dei vescovi vittime sempre del coronavirus.

«Questo andarsene senza poter salutare, questo andarsene nella solitudine più spogliata è uno dei dolori più grandi che hanno quelli che ci lasciano», afferma Papa Francesco. Di fronte a un dramma così enorme, bisogna mettere da parte «divisioni e disaccordi» e lavorare uniti «per superare non solo il coronavirus, ma un altro virus che da tempo infetta l’umanità: il virus dell’indifferenza che nasce dall’egoismo e genera ingiustizia sociale».

Parole in linea con il videomessaggio inviato sempre oggi dal Pontefice al Congresso internazionale dedicato a santa Teresa d’Avila, dal titolo “Donna eccezionale”, mutuato dalla definizione di Paolo VI della santa. Il congresso termina oggi all’università cattolica della città castigliana, nel 50esimo anniversario del dottorato di santa Teresa.

Come all’epoca di Teresa (il XVI secolo), anche oggi «viviamo in “tempi difficili”, non facili, che hanno bisogno degli “amici fedeli di Dio”, amici forti», annota il Papa nel filmato. «La grande tentazione è quella di cedere alla disillusione, alla rassegnazione, al triste e infondato presagio che tutto andrà male». Ecco, proprio «quel pessimismo sterile, quel pessimismo di persone incapaci di dare la vita» rappresenta una grande piaga per l’umanità odierna perché «chiude le persone nei loro recinti protetti». Invece Dio chiama ad aprirsi e a farlo nel segno della misericordia: «Tale cammino – rimarca il Pontefice – non è aperto a coloro che si considerano puri e perfetti, i catari di tutti i secoli, ma a coloro che, consapevoli dei loro peccati, scoprono la bellezza della misericordia di Dio, che accoglie tutti, redime tutti e chiama tutti alla sua amicizia».

 




il commento al vangelo della domenica

Gesù risorto e quell’invito a mangiare assieme a lui


Gesù risorto e quell'invito a mangiare assieme a lui
il commento di Ermes Ronchi  al vangelo della III Domenica di Pasqua  (18 aprile 20219: Anno B


In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. (…) Egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Stanno ancora parlando, dopo la gioiosa corsa notturna di ritorno a Gerusalemme, quando Gesù di persona apparve in mezzo a loro. In mezzo: non sopra di loro; non davanti, affinché nessuno sia più vicino di altri. Ma in mezzo: tutti importanti allo stesso modo e lui collante delle vite. Pace è la prima parola. La pace è qui: pace alle vostre paure, alle vostre ombre, ai pensieri che vi torturano, ai rimorsi, ai sentieri spezzati, pace anche a chi è fuggito, a Tommaso che non c’è, pace anche a Giuda…
Sconvolti e pieni di paura credevano di vedere un fantasma. Lo conoscevano bene, dopo tre anni di Galilea, di olivi, di lago, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ma non più come prima: la Risurrezione non è un semplice ritorno indietro, è andare avanti, trasformazione, pienezza. Gesù l’aveva spiegato con la parabola del chicco di grano che diventa spiga: viene sepolto come piccola semente e risorge dalla terra come spiga piena. Mi consola la fatica dei discepoli a credere, è la garanzia che non si tratta di un evento inventato da loro, ma di un fatto che li ha spiazzati. Allora Gesù pronuncia, per sciogliere paure e dubbi, i verbi più semplici e familiari: “Guardate, toccate, mangiamo insieme! Non sono un fantasma”. Mi colpisce il lamento di Gesù, umanissimo lamento: non sono un fiato nell’aria, un mantello di parole pieno di vento… E senti il suo desiderio di essere accolto come un amico che torna da lontano, da abbracciare con gioia. Un fantasma non lo puoi amare né stringere a te, quello che Gesù chiede. Toccatemi: da chi vuoi essere toccato? Solo da chi è amico e ti vuol bene. Gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni, ad un pesce di lago e non agli angeli, all’amicizia e non a una teofania prodigiosa. Lo racconteranno come prova del loro incontro con il Risorto: noi abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41). Mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di una comunione ritrovata; un gesto che rinsalda i legami delle vite e li fa crescere. Insieme, a nutrirsi di pane e di sogni, di intese e reciprocità. E conclude: di me voi siete testimoni. Non predicatori, ma testimoni, è un’altra cosa. Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare, e non ce la fanno a tacere, e gliela leggi in viso. La bella notizia è questa: Gesù è vivo, è potenza di vita, avvolge di pace, piange le nostre lacrime, ci cattura dentro il suo risorgere, ci solleva a pienezza, su ali d’aquila, nel tempo e nell’eternità.

(Letture: Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19; Salmo 4; Prima Lettera di san Giovanni 2,1-5a; Luca 24,35-48)




un’intervista di Hans Kung – la sua teologia e quella di Ratzinger

Hans Küng

un’altra Chiesa è possibile

ricordiamo il teologo svizzero scomparso all’età di 93 anni con questa lunga intervista, pubblicata su MicroMega 4/2010, in cui Küng critica duramente papa Ratzinger ed evidenzia la rottura tra il papato e il popolo cattolico

Giorgia Castagnoli

Parigi, cosa significa per lei?

Ha deciso di raccontare la sua storia, il suo cammino di fede?

Guardando indietro, mi sembra di ricordare due storie, distinte e al contempo intrecciate: una piccola, quella della vita di un teologo, e la grande, quella della Chiesa cattolica e della teologia nella società del mondo contemporaneo. La prima storia racconta la mia vita, che è stata dura e piena di battaglie, ma al contempo interessante. E alla fine, malgrado diverse esperienze dolorose, il mio bilancio è positivo: sono rimasto cristiano, cattolico, teologo, e prete con tutte le facoltà, malgrado pensino che sia troppo pericoloso per i seminaristi di teologia! Mi ritengo perciò fortunato, anche rispetto ad altri teologi francesi che hanno avuto un destino ben più doloroso, e che non hanno sopportato questo delirio…

Allora cominciamo da quella che ha definito la «piccola storia».

Fin da quando ero al liceo, mi sono interessato a ciò che succedeva veramente nel mondo, certo non potevo restare chiuso in una torre d’avorio. Ho anche avuto la fortuna, da studente, di conoscere dei grandi teologi dell’inizio del XX secolo, a Roma, in Svizzera e a Parigi, e ciò mi ha molto impressionato. Ho deciso allora di allargare i miei orizzonti e così le mie sfere di interesse sono diventate molteplici: dall’unità della Chiesa alla pace tra le religioni, fino al dialogo interreligioso e ai problemi nella vita della comunità universale. In questo momento poi, lavoro giorno e notte sull’etica mondiale. Sto studiando economia, che è una materia fantastica, e anche se non è proprio il mio campo, è affascinante e si ricollega al problema della ricerca di un sistema economico etico nel mondo di oggi. Se ho sempre cercato di allargare le mie conoscenze, ho cercato comunque di mantenere il mio centro nella fede cristiana: non ho mai perso di vista la sfera teologica per fare altre cose.

Il mio coinvolgimento nella storia della Chiesa come studente è stato inizialmente quello di un osservatore oggettivo, imparziale, fino a un momento di svolta, generato da un fatto decisivo: il rigetto, da parte di papa Pio XII, dei preti operai. Lì io ho cominciato a dubitare dell’autorità pontificia. Non riuscivo a capacitarmi dell’accaduto, così sono andato a chiedere spiegazioni al mio professore, che era uno dei consiglieri del papa. Ma non c’era nulla da fare.

In che cosa la sua visione del cristianesimo si distingue da quella di papa Benedetto XVI?

Nel mio libro sul cristianesimo ho analizzato in maniera approfondita i suoi paradigmi, che sono sempre attuali nel dibattito teologico, e credo che la più profonda opposizione tra me e Ratzinger, più che di natura personale, dipenda dal fatto che siamo i rappresentanti di due diverse linee di pensiero, di due differenti visioni di questi paradigmi. La nostra battaglia è sull’interpretazione di questi assunti fondamentali, e le nostre posizioni sono radicalmente opposte. Entrando nello specifico, per me il primo e più importante paradigma per comprendere il cristianesimo è la sua origine nel giudaismo, cosa generalmente trascurata dai cattolici, mentre per Ratzinger il cristianesimo comincia solo grazie all’incontro tra il messaggio biblico e la filosofia greca. Gesù sarebbe quindi già escluso da questo processo, non trova? [sorride provocatorio]. E inoltre, come dobbiamo considerare allora le prime comunità cristiane?

È stato solo grazie all’intervento di san Paolo che si è istituito un nuovo paradigma, certo comunque necessario. Il secondo paradigma dopo quello giudaico-cristiano è poi quello greco-ellenistico, ed entrambi ci domandiamo se bisogna rimanere in questo ambito anche per ciò che riguarda la considerazione dei dogmi della cristologia. Ratzinger poi non accetta il sistema episcopale che gli ortodossi hanno conservato, essendo un fervente ammiratore e rappresentante del terzo paradigma, quello romano-cattolico, in cui i vescovi romani sono molto importanti. Sant’Agostino è per lui non solo il padre della Chiesa, ma anche un «contemporaneo». Si è fissato sul problema del papato, visto come un’istituzione assoluta fino all’XI secolo e alla Riforma gregoriana.

Un consiglio: se riesce a capire l’XI secolo ha capito la situazione attuale! È lì che è nato quell’assolutismo del papato che nel primo millennio non esisteva. Il clericalismo contro i laici, la legge del celibato e la liturgia: è l’eredità dei Franchi. Anche io ovviamente ho studiato la teologia medievale, ma certo non mi sono fermato lì. Ratzinger invece sì. Quello che descrivo, e che viene confermato anche dalle sue azioni come papa, è molto chiaro. Benedetto XVI considera il processo della Riforma protestante come la volontà di dissolvere il legame della filosofia greca con il cristianesimo, e questo per lui significa la decadenza! Non ha mai condotto un confronto positivo con i riformatori, e non ha ovviamente alcuna simpatia né per l’illuminismo né per la modernità. La dis-ellenizzazione, la decadenza acuita dai progressi delle scienze moderne, la filosofia contemporanea, la concezione dello Stato, la Rivoluzione francese, Darwin, l’evoluzionismo e per finire, momento tra i più «bassi» della storia, la rivolta degli studenti nel 1968, sono veramente per lui dei fattori di declino. Come racconta nella sua autobiografia, alla fine di questo processo verso la decadenza ci sono l’ateismo e l’immoralità. Infine, la differenza tra lui e me è che lui ha finito la sua biografia con Tubinga, con il momento in cui è diventato arcivescovo di Monaco, e non proferisce parola sugli anni seguenti, perché il seguito è una «storia oscura», e lì si vede che abbiamo scelto due strade molto diverse. Peccato! Abbiamo seguito due cammini diversi ma siamo cattolici, non si può negare che anche io sia un prete cattolico! Non potrei mai lasciare la mia Chiesa, ma sto mostrando con la teologia che bisogna prendere sul serio il Concilio Vaticano II e che l’essenza del cristianesimo è Gesù Cristo, ma quello della storia e non quello dei concili, che sono un’interpretazione ellenistica del Gesù Cristo del Nuovo Testamento.

Cosa significa oggi essere cattolici? Come possono coesistere i paradigmi che avete menzionato? Come vede un nuovo paradigma per il cattolicesimo nel futuro?

Essere cattolici non è qualcosa di necessariamente legato al terzo paradigma, che è quello romano-cattolico, ovvero il risultato della storia della fine del primo millennio. Ma significa credere in una linea di continuità temporale, malgrado tutte le piccole rotture e i conflitti, della Chiesa e anche il suo carattere universale: la Chiesa del mondo intero, non di un dato luogo o paese. Il vero criterio del cattolicesimo è il messaggio cristiano, il Vangelo, essere cattolici è credere all’universalismo, senza tuttavia accettare qualsiasi cosa, perché ovviamente ciò che si oppone al Vangelo non può essere considerato cattolico. Oggi bisogna essere cattolici con lo spirito evangelico, e penso che questo venga realizzato da molta gente in entrambe le Chiese (cattolica e protestante).

Ha affrontato questi problemi teologici con papa Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI?

Ho sempre sperato in un dialogo e in un papa che volesse parlare con me, dato che con Wojtyl´a (papa Giovanni Paolo II) non era semplice… non voleva parlare con nessuno che avesse una posizione diversa dalla sua nell’ambito della Chiesa. Era un pontefice che parlava molto del dialogo ma non ha mai condotto nessun vero dialogo con chi non era d’accordo con lui. Ho pensato allora che bisognava aspettare un nuovo papa, ma Ratzinger non era proprio il mio candidato… Ho comunque deciso di scrivergli e penso che abbia fatto un’azione molto coraggiosa a ricevermi.

Come è andato il vostro incontro?

Ha avuto luogo a Castel Gandolfo, abbiamo parlato per quattro ore, c’era una bella atmosfera, simile a quella dei tempi passati a Tubinga, e dei buoni rapporti. Ho pensato: ecco, magari troverà una svolta e sarà diverso come papa… ma purtroppo ha perso quasi tutte le grandi possibilità che ha avuto. Il suo problema è che non è mai cambiato, per niente. Ha perfino rimesso la messa medievale tridentina con la liturgia del medioevo, e inoltre si presenta negli abiti di papa Leone X dei Medici, che è stato il responsabile della totale rottura con Lutero, dato che non ha fatto nulla di ragionevole nei suoi confronti. Quindi mi chiedo, come può presentarsi oggi nei panni di questo papa? Manca solo la sedia gestatoria e la tiara per ritornare al medioevo!

Si riferisce a qualche occasione in particolare, quando parla di occasioni mancate? Si riferisce anche al dialogo interreligioso?

Penso che per esempio a Costantinopoli avrebbe potuto ammettere ciò che aveva peraltro già detto a Tubinga, ovvero che non si può pretendere che gli ortodossi accettino le decisioni dei concili ai quali non hanno partecipato; invece di queste parole, ci sono state solo delle manifestazioni solenni a cui non è seguito nessun vero cambiamento. Per non parlare delle varie occasioni mancate anche nei confronti di musulmani ed ebrei… Il vero problema è che egli considera tutte le altre religioni deficitarie, mentre la Chiesa cattolica ovviamente è perfetta; solo che ora abbiamo qualche difficoltà a difenderla da tutti gli ultimi scandali, visto che è un’istituzione «perfetta». Allora la situazione è difficile, e la sua popolarità diminuisce, sia in Francia che in Germania, ora che è finita la fase di entusiasmo per un papa tedesco. Inoltre, non si può nascondere che è un po’ imbarazzante avere un pontefice tedesco, soprattutto nelle vicende legate all’antisemitismo dei quattro vescovi della Fraternità Pio X che Benedetto XVI ha riammessi nella Chiesa cattolica nonostante la loro opposizione al Concilio Vaticano II.

In merito alla recente crisi aperta in Germania sul problema dei preti gesuiti pedofili: le sembra un nuovo episodio di una crisi che, anche se ancora contenuta in Italia, Spagna e Francia, sia il sintomo di una crisi della Chiesa cattolica occidentale? Quali saranno le conseguenze di questi scandali sui fedeli e sull’opinione pubblica?

Sulla questione dei preti pedofili, io non credo che sia solo una questione nazionale, americana, polacca o tedesca. All’inizio la posizione del Vaticano era di considerare ad esempio il vescovo di Boston un fatto isolato, e circoscritto solo all’America. Io penso che oggi in Irlanda sia una vera tragedia. Ho ricevuto la lettera di un ambasciatore irlandese che mi scrive che l’autorità della Chiesa cattolica lì ormai è compromessa. Ho anche parlato con il papa di alcune situazioni gravi, seppur senza toccare direttamente gli scandali sessuali, spiegando che a mio avviso queste vicende sono il risultato della politica reazionaria della Chiesa cattolica in paesi oggi secolarizzati. È un problema universale. In Germania, i gesuiti avevano una reputazione molto seria, ed è molto doloroso, per me, che non avevo mai visto una cosa del genere, scoprire tutti questi scandali, e pensare che oggi ci sono anche molti casi di cui non si parla… Credo perciò che sia un problema globale che abbia a che fare con il celibato dei preti: non dico certo che sia la conseguenza necessaria, assolutamente, ma non ci sono molte possibilità per questa gente, e inoltre non è certo un caso che la maggior parte degli episodi siano all’interno della Chiesa cattolica…

Chi sono a suo avviso i maggiori responsabili?

Bisogna essere sinceri: ci sono i vescovi che hanno confessato le loro responsabilità e i loro errori. Non bisogna infatti giudicare solo i poveri preti che sono in questa situazione, e che spesso sono le vittime del sistema, ma anche i vescovi, che sono i secondi responsabili perché hanno coperto tutto. Ma poi, chi è il responsabile della politica dei vescovi? Non ne abbiamo ancora discusso ma è ben chiaro che la curia romana ha diretto tutto. Si sono già centralizzati tutti questi casi, sempre più numerosi, nella Congregazione per la dottrina della fede, perché solo lì c’è l’obbligo a questo segreto assoluto che copre tutto. E questa azione accentratrice è stata voluta da Ratzinger, che per 22 anni ha coperto molte carte. Una lettera solenne mandata il 18 maggio 2001 dal cardinale Ratzinger a tutti i vescovi del mondo dice che bisogna mantenere un silenzio assoluto («secretum pontificium»). Credo che ora il papa sia in una situazione molto difficile, cosa può dire adesso?

Rispetto al 2009, qual è a suo avviso la gravità dello scandalo Williamson e della mano tesa ai vescovi integralisti?

Penso che Benedetto XVI abbia fatto un’apologia assai personale, cosa straordinaria per un papa. Egli stesso tuttavia ha detto che molta gente era prevenuta contro di lui e ha approfittato per attaccarlo. Ma non è vero, la gente che aveva una posizione critica nei suoi confronti e che l’ha attaccato non aveva bisogno di aggrapparsi a questa storia dei quattro vescovi. Potrei credere che lui stesso non sapeva che Williamson neghi la storicità dell’Olocausto, ma sapeva che erano tutti antisemiti, tutti lo sanno, e che questi quattro si oppongono al Concilio Vaticano II. Come si possono accettare questi vescovi, ed essere al contempo così duro e senza pietà con gli altri? Senza bisogno di menzionare il mio caso… Come si può accettare della gente che nega il Concilio in punti essenziali come la liturgia e la libertà di religione? Non si può ritornare indietro, al periodo preconciliare; questo è chiaro. E se un papa cerca di farlo va contro il Concilio ecumenico che è l’autorità suprema della Chiesa cattolica. Il Concilio Vaticano II non è stata una rottura, ma una svolta, e non si può tornare indietro. Come dice Suárez, il gesuita spagnolo, si può essere scismatici in due sensi: nel caso in cui ci si separi dal papa o nel caso in cui sia il papa a separarsi dalla Chiesa. Benedetto XVI è molto prudente, ma praticamente reagisce contro il Concilio: guardate le sue nomine nella curia… il nuovo capo della Congregazione della liturgia è uno favorevole alla liturgia di Trento e si è mostrato con la cappa magna: neanche la regina di Inghilterra fa queste «bêtises».

Quali sono a suo avviso le prospettive del dialogo interreligioso giudaico-cristiano dopo la visita del papa alla sinagoga di Roma a gennaio 2010?

È prima di tutto un fatto positivo che Benedetto XVI abbia fatto questa visita alla sinagoga, come quella alla moschea di Istanbul; fortunatamente il rabbino non gli ha fatto solo dei complimenti, come fanno i vescovi, ma la visita non ha risolto tutti i problemi…

A dicembre Benedetto XVI ha lodato le virtù eroiche di papa Pacelli. Lei è d’accordo sul proseguimento del processo di canonizzazione di Pio XII?

Per quanto riguarda la canonizzazione di Pio XII, non capisco questa battaglia portata avanti dal padre gesuita Gumpel. Conoscevo il segretario privato di papa Pacelli, perché veniva al nostro Collegio germanico e una sera ci ha raccontato una giornata-tipo del pontefice. Un alunno ha approfittato per chiedergli se Pio XII fosse un santo. E lui, che lo ha conosciuto meglio di chiunque altro, ha risposto assai energicamente: «No, no, non è un santo, ma è un grand’uomo di Chiesa». E penso che abbia ragione, perché il vero centro d’interesse di Pio XII era la Chiesa, come istituzione, e questo era più importante di tutto, e di tutti gli ebrei del mondo. Egli ha giudicato che il comunismo era più pericoloso del nazismo, anche perché era stato traumatizzato dall’arrivo dei commandos rossi nel suo studio a Monaco e quindi il comunismo era per lui una questione esistenziale. Senza volerlo demonizzare, si possono spiegare molte cose del suo comportamento, ma non si può farne un santo.

Ci sono comunque delle ragioni di speranza per la Chiesa cattolica che oggi sembra attraversare un momento di crisi? Si può puntare su persone precise, movimenti particolari o su alcuni paesi che possano risollevarla?

La situazione è grave dappertutto, in Polonia, Spagna, Irlanda… non si può essere troppo ottimisti, l’effetto Giovanni Paolo II è passato. Se si guarda la situazione dell’America latina, già difficile, ci si accorge che non ci sono abbastanza preti, per non parlare dell’Africa in cui spesso i preti hanno una donna e il celibato è coperto in maniera elegante… Un altro serio problema è che Wojtyl´a è stato uno dei primi responsabili della mancanza di controllo delle nascite in Africa e non vedo come si può avere una posizione ragionevole sulla questione demografica senza una modifica all’enciclica Humanae vitae. Al di là della gerarchia, ci sono comunità che funzionano, in Germania, Svizzera e Austria per esempio; in generale, dove c’è un buon parroco le comunità funzionano perché l’identificazione del popolo non avviene più con il papa ma con il parroco della comunità locale. La domenica tutti si conoscono, giocano, mangiano insieme: lo spirito ecumenico è attivo. La mia speranza è che a livello locale ci sia di nuovo un cristianesimo vivo. Se la miseria della Chiesa diventasse ancora più grande, se i vescovi dicessero che non ci sono più preti, si dovrà pur fare qualche cosa. Aspetto il momento in cui un’autorità ecclesiastica, e non teologica come la mia, dirà che non è piu possibile continuare così. L’intransigenza e l’arroganza della curia di Roma hanno prodotto gli scismi nei secoli XI, XV e XIX. Spero che il prossimo papa segua il cammino di Giovanni XXIII e non di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Vede una rottura tra il papato e il popolo cattolico?

Sì, è già una realtà di fatto, la gente non si occupa molto di quello che dice il papa, e delle regole di condotta che dà. Per esempio, Giovanni Paolo II si è sforzato in tutti i suoi atti, viaggi e discorsi di limitare le nascite, i divorzi e le relazioni ecumeniche, ma senza successo. Ha solo frustrato e messo in silenzio il clero. La maggioranza dei cattolici nei paesi industrializzati non si occupa molto di ciò che dice Roma su questi problemi; si fa tutto lo stesso, e si è solo furiosi e imbarazzati per le gaffe del pontefice. Ma in teoria le possibilità positive del papato sono enormi, è un peccato non usarle.

Cosa potrebbe fare concretamente secondo lei?

Potrebbe scrivere un’enciclica sulla sessualità, che eviti il libertinismo arbitrario e il rigorismo, sarebbe un grande documento, no?

Ho sempre pensato che Ratzinger sia intelligente e che possa fare qualcosa per le religioni; oggi c’è un certo scambio con le autorità musulmane, ma non vedo un gran progresso. Se leggete il Corano vedete che Gesù è ovunque ed è una figura molto positiva, ma a una condizione: non lo fate Dio! Se i giudeo-cristiani fossero stati presenti al primo Concilio di Nicea avrebbero protestato contro la famiglia reale che ha identificato Gesù e Dio, e quindi ora è difficile capirsi.

Non si può tornare indietro, come ha voluto fare la restaurazione senza riuscirci. Oggi la gente non si occupa delle processioni barocche della Chiesa, tipiche del secolo scorso, ma ci sono molte altre possibilità… speriamo che Benedetto XVI faccia almeno un’azione coraggiosa.

Io anche negli anni Ottanta ho fatto il mio dovere. Ho allargato i miei orizzonti, ho sempre studiato, viaggiato, parlato con la gente, ho letto le scritture e ho studiato molto le esegesi, la storia e l’etica mondiale e ho imparato questo: se voi parlate della verità, seriamente, con degli argomenti validi e in piena libertà, la gente vi ascolta. Questo si leggerà nel terzo volume delle mie memorie.




anche la chiesa e la sua teologia hanno bisogno di una rifondazione?

CHE NE SARA’ DELLA CHIESA SENZA UNA NUOVA TEOLOGIA?

di Augusto Cavadi

 
è urgente anche, e per certi versi prioritariamente, una rivoluzione mentale. Nessuna riforma ecclesiale sarà incisiva e duratura senza una riforma del pensiero, del modo di concepire Dio e il mondo. Insomma: senza una nuova teologia

Ciò che leggiamo nel Vangelo secondo Luca (2,34- 35) a proposito di Gesù (“segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori”) lo possiamo ripetere per ogni “spada che trafigge l’anima” (ivi) dell’umanità, come la pandemia in corso nel mondo. Nell’ordinarietà del quotidiano possiamo procedere ambiguamente, in una sorta di zona grigia fra incredulità e fede, rimandando a data da destinarsi le domande cruciali sulla vita e sulla morte: ma, quando alcune calamità ci colpiscono più direttamente e più insistentemente, siamo costretti a sbilanciarci. Se non col pensiero, almeno nei fatti: con i gesti, i comportamenti privati e pubblici. Abbiamo assistito così, in questi mesi, alla divaricazione più netta delle correnti compresenti nel vasto mondo della cattolicità. Negli ambienti conservatori, tradizionalisti (le cui opinioni – espresse per esempio negli articoli di “Corrispondenza romana” – riesco a seguire solo per dovere di informazione), è stato un tripudio di suppliche, rosari, novene, processioni più o meno clandestine, benedizioni impartite per via aerea da elicotteri appositamente noleggiati… Gli ambienti più inquieti, più critici, sono stati spiazzati da questa sorta di “rivincita” del sacro che è apparsa come un salto indietro di alcuni secoli nella storia della devozione cattolica. Troppo ovvia la domanda: se Dio può fermare l’epidemia, perché aspetta le nostre preghiere per agire? Ha forse bisogno del sacrificio di migliaia di uomini e donne prima di muoversi a pietà? Nel mezzo, per così dire, Papa Francesco: se la scena di questo vecchio che avanza claudicante, sotto la pioggia sferzante, in una piazza San Pietro deserta, ha senza dubbio impressionato l’immaginario collettivo, non si può negare che per alcuni di noi il suo pellegrinaggio ad un’icona della Madonna per chiedere la fine dell’epidemia è risultato sconcertante. Questo scenario ci suggerisce molte riflessioni di cui posso qui evocarne solo qualcuna. Che ne sarà della Chiesa di papa Bergoglio? Ad ogni enciclica, ad ogni sinodo, ad ogni omelia siamo costretti a constatare che il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto: un passo avanti e uno indietro, un passo a sinistra e uno a destra, un saltello in alto e una flessione in basso. Ci siamo ripetuti a vicenda che da solo un papa non può riformare una Chiesa e che c’è bisogno di un movimento dal basso che lo sostenga e lo solleciti. Vero. Ma questo movimento dal basso che strumenti deve mettere in atto? Raccogliere firme, organizzare cortei, promuovere convegni, convocare assemblee, scrivere sui quotidiani, esprimersi sui social network…tutto giusto. Ma anche sufficiente? Non so se per deformazione professionale, ma mi sento obbligato a precisare che è urgente anche, e per certi versi prioritariamente, una rivoluzione mentale. Nessuna riforma ecclesiale sarà incisiva e duratura senza una riforma del pensiero, del modo di concepire Dio e il mondo. Insomma: senza una nuova teologia. E qui casca l’asino. Per quanto ne posso capire, papa Francesco e i suoi sostenitori sono indeboliti da un patrimonio intellettuale appartenente a un ‘paradigma’ (direbbe Küng seguendo Fayerabend) ormai insostenibile. Il Dio della Bibbia e della tradizione teologica occidentale è troppo antropomorfico per reggere l’urto dell’evoluzionismo darwiniano, della fisica quantistica e delle nuove teorie cosmologiche; il Cristo della devozione tradizionale è molto più vicino al pantocratore delle cattedrali normanne della mia Sicilia che al Gesù dei vangeli; la Chiesa cattolica è troppo simile all’impero romano d’occidente che alla famiglia dei discepoli erranti per il mondo, dotati solo di un bastone e di una bisaccia. Con questa visione teologica complessiva, mi pare non si vada molto lontano. In Italia la maggior parte dei teologi sembra non avvertire neppure le colossali dimensioni di questa problematica: tranne poche eccezioni (tra cui Carlo Molari, Cosimo Scordato, Vito Mancuso), sono solo alcuni biblisti (come Ortensio da Spinetoli, Franco Barbero e Alberto Maggi) a ricercare nuove prospettive sul divino. In occasione di questa pandemia, su iniziativa di don Paolo Scquizzato, è uscito un volume (La goccia che fa traboccare il vaso. La preghiera nella grande prova) che – pur nella varietà dei punti di vista – procede in questa direzione. Per fortuna ci sono nel mondo – cattolico e soprattutto protestante – dei ricercatori più coraggiosi come il gesuita Roger Lenaers (autore, tra l’altro, di Cristiani nel XXI secolo? Una rilettura radicale del credo) o il Vescovo episcopaliano John Shelby Spong (autore, tra l’altro, di Perché il cristianesimo deve cambiare o morire) che avanzano critiche radicali a quella impostazione che – non so quanto felicemente – definiscono ‘teismo’. Di questi tentativi non sapremmo nulla se l’agenzia di stampa “Adista” non ce ne parlasse spesso e se studiosi come don Ferdinando Sudati e Claudia Fanti non avessero pubblicato in italiano libri come cavad, Il cosmo come rivelazione, Una spiritualità oltre il mito. Personalmente sono convinto che questi studi sono più convincenti nella pars destruens che nella pars construens : ma se non si fanno ipotesi, se non ci si confronta creativamente e liberamente, si resta muti. La ‘destra’ cattolica ha duemila anni di volumi (dagli apologisti del II secolo a Joseph Ratzinger) cui attingere per riproporre la solita minestra (che l’opinione pubblica istruita tende a rifiutare sempre più diffusamente): gli altri abbiamo troppo poco in mano e dobbiamo darci da fare. Cioè: da pensare, da discutere, da scrivere, da divulgare.

di Augusto Cavadi, 27 Giugno 2020, www.zerozeronews.it




il commento al vangelo della domenica

le ferite del Risorto, alfabeto d’amore


Le ferite del Risorto, alfabeto d'amore
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della II domenica di pasqua (11 aprile 2021) – anno B

 

 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». […]

I discepoli erano chiusi in casa per paura. Paura dei capi dei giudei, delle guardie del tempio, della folla volubile, dei romani, di se stessi. E tuttavia Gesù viene. In quella casa dalle porte sbarrate, in quella stanza dove manca l’aria, dove non si può star bene, nonostante tutto Gesù viene. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù a porte chiuse. La prima sua venuta sembra senza effetto, otto giorni dopo tutto è come prima, eppure lui è di nuovo lì. Secoli dopo è ancora qui, davanti alle mie porte chiuse, mite e determinato come un seme che non si lascia sgomentare da nessun nero di terra. Che bello il nostro Dio! Non accusa, non rimprovera, non abbandona, ma si ripropone, si riconsegna a discepoli che non l’hanno capito, facili alla viltà e alla bugia. Li aveva inviati per le strade di Gerusalemme e del mondo, e li ritrova ancora paralizzati dalla paura. In quali povere mani si è messo. Che si stancano presto, che si sporcano subito. Eppure accompagna con delicatezza infinita la fede lenta dei suoi, ai quali non chiede di essere perfetti, ma di essere autentici; non di essere immacolati, ma di essere incamminati. E si rivolge a Tommaso – povero caro Tommaso diventato proverbiale. Ma è proprio il Maestro che l’aveva educato alla libertà interiore, a non omologarsi, rigoroso e coraggioso, ad andare e venire, lui galileo, per le strade della grande città giudea e ostile. Gesù lo invita: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite, come ci saremmo aspettati. Perché la croce non è un semplice incidente di percorso da superare e dimenticare, ma è la gloria di Gesù, il punto più alto dell’arte divina di amare, che in quelle ferite si offre per sempre alla contemplazione dell’universo. È proprio a causa di quei fori nelle mani e nel fianco che Dio l’ha risuscitato, e non già nonostante essi: sono l’alfabeto indelebile della sua lettera d’amore. Gesù non vuole forzare Tommaso, ne rispetta la fatica e i dubbi, sa i tempi di ciascuno, conosce la complessità del vivere. Ciò che vuole è il suo stupore, quando capirà che la sua fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d’amore perfetto. Tocca, guarda, metti! Se alla fine Tommaso abbia toccato o no, non ha più alcuna importanza. Mio Signore e mio Dio. Tommaso ripete quel piccolo aggettivo “mio” che cambia tutto. Mio non di possesso, ma di appartenenza: stringimi in te, stringiti a me. Mio, come lo è il cuore. E, senza, non sarei. Mio, come lo è il respiro. E, senza, non vivrei.


(Le letture: Atti degli Apostoli 4,32-35; Salmo 117; Prima Lettera di Giovanni 5,1-6; Giovanni 20,19-31)




in morte di Hans Kung un teologo libero a servizio del vangelo

E’ MORTO HANS KUNG, UN GRANDE TEOLOGO
LIBERO E IMPERTINENTE. A SERVIZIO DEL VANGELO
un ricordo di Daniele Rocchetti
Ricordo la prima volta che lo incontrai. Ero a Gerusalemme con don Roberto Pennati, A quel tempo si potevano ancora visitare internamente gli edifici sulla Spianata. Don Roberto ed io riconoscemmo Kung dentro la magnifica Cupola della Roccia. Ci salutammo e uscimmo fuori insieme. In un perfetto italiano, ci parlò a lungo del suo sogno di Chiesa e terminò la chiacchierata raccontandoci una barzelletta. Impertinente.
—–
Anni fa – poco prima che terminasse il pontificato di Giovanni Paolo II – memore di quell’incontro gli chiesi un’intervista che mi accordò subito e che allego qui sotto. Un dialogo che bene racconta la prospettiva con cui il teologo svizzero – otto volte dottore honoris causa, insignito del premio Karl Barth dall’Unione delle Chiese evangeliche di Germania – ha interpretato il suo impegno a servizio della Chiesa.
Una postilla. Nella redazione della rivista dove lavoravo, discutemmo a lungo se pubblicare o meno l’intervista. Alla fine per prudenza decidemmo di soprassedere. Avevamo già avuto “richiami” e non volevamo prestare il fianco ad ulteriori problemi. Era il “clima” che spirava nella Chiesa di allora.
—–
Hans Küng è , certamente, uno dei teologi cattolici più conosciuti e discussi. Perito conciliare al Vaticano II, uomo di punta della teologia tedesca, autore di una serie di testi che, agli inizi degli anni settanta, avviano, a volte polemicamente, una riflessione all’interno della comunità cristiana. Le sue posizioni sui temi della morale sessuale, il celibato dei preti, il ruolo del papa, hanno fanno molto discutere e lo hanno portato a continui scontri con la gerarchia. Il caso diventa pubblico nel 1979 quando gli viene revocata la possibilità di insegnare come teologo cattolico in una facoltà teologica; nel medesimo anno l’Università di Tübinga procede a nominarlo professore ordinario, indipendente da una facoltà, di teologia ecumenica e a riconfermarlo con lo stesso status accademico alla direzione dell’Istituto per la ricerca ecumenica – a sua volta scorporato dalla Facoltà cattolica di teologia. Questo gli ha permesso di lavorare alacremente sui temi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Finito a non molto tempo fa, nonostante l’età, Küng ha continuato a muoversi da un capo all’altro del mondo per portare il suo messaggio di pace tra le religioni. Il ruolo di promotore di un’”etica mondiale” è quello che oggi più lo caratterizza, senza per questo trascurare altri argomenti scottanti, dall’azione pastorale della Chiesa alla morale sessuale, con prese di posizione che continuano a fare di lui un personaggio controverso.
Sono passati molti anni dalla morte di Papa Giovanni XXIII: che ricordo ne ha? Cosa ha rappresentato per la chiesa e per il mondo?
A mio avviso, Giovanni XXIII è stato il papa più significativo del ventesimo secolo, il solo che il popolo cattolico aveva già da tempo beatificato senza bisogno delle prove dei miracoli. Con lui si è inaugurata una nuova stagione nella storia della chiesa cattolica. E’ Giovanni XXIII, nonostante la forte resistenza della curia romana, ad aprire la chiesa, ancora arroccata nel paradigma medievale controriformistico e anti-moderno, verso la via dell’aggiornamento, verso una proclamazione del Vangelo al passo con i tempi, verso una comprensione con le altre chiese cristiane, con l’ebraismo e con le altre religioni mondiali, verso un contatto con i paesi dell’Est, verso una giustizia sociale internazionale (pensi all’enciclica Mater et Magistra del 1961) e verso l’apertura al mondo moderno e all’affermazioni dei diritti umani (la Pacem in Terris del 1963). Con la sua condotta collegiale, papa Roncalli ha rafforzato il ruolo dei vescovi manifestando una nuova percezione pastorale dell’ufficio papale.
Lei ha partecipato come teologo – perito al Concilio Vaticano II. L’assise conciliare quale via ha aperto alla chiesa? Quali sono gli elementi di novità?
Certamente l’atto più significativo del pontificato di Giovanni XXIII è stato l’annuncio – il 25 gennaio del 1959 – del Concilio Vaticano II. Fu un atto che sorprese la chiesa e il mondo intero. Come ho scritto nel mio libro pubblicato da Rizzoli nel 2001 (La chiesa cattolica. Una breve storia.) è stato un punto di svolta decisivo. Con il Vaticano II, il cattolicesimo – malgrado tutte le difficoltà poste dal medievale sistema romano – ha tentato di ripercorrere i mutamenti di paradigma in una volta sola: ha infatti integrato fondamentali aspetti sia del paradigma riformatore, sia di quello illuministico e moderno.
Cosa ha voluto dire concretamente?
Vuol dire che il Concilio, integrando il paradigma riformatore, ha riconosciuto, per la prima volta, la complicità cattolica nella separazione della chiesa il bisogno sempre costante di riforme. Una volta si diceva “Ecclesia sempre reformanda”: occorreva cioè un costante rinnovamento nella vita e nella dottrina della chiesa secondo il Vangelo. Con il Concilio Vaticano II questo è diventato un principio anche per la chiesa cattolica. Non solo: con l’assise conciliare, le altre confessioni cristiane sono state finalmente riconosciute come chiese. Inoltre, sono state prese in considerazione una serie di centrali istanze evangeliche. Almeno in principio, ma spesso anche in termini pratici: un nuovo rispetto per la Bibbia nella liturgia, nella teologia e nella vita sia della chiesa che dei singoli credenti; l’introduzione della lingua volgare nella liturgia e una riforma della celebrazione eucaristica più legata alla comunità. Pensi anche alla rivalutazione dei laici, attraverso l’ammissione agli studi di teologia e alla formazione dei consigli parrocchiali e diocesani; all’importanza delle chiese locali e delle conferenze episcopali nazionali.
Per quanto riguarda il paradigma moderno?
Anche in questo caso i passi in avanti – almeno sulla carta – sono stati parecchi. Con il Vaticano II si è avuta una chiara affermazione della libertà di religione e di coscienza oltre che dei diritti umani in generale; un positivo cambio d’atteggiamento nei confronti dell’ebraismo e delle altre religioni al punto da riconoscere che la salvezza è possibile anche fuori dal cristianesimo, persino per gli atei e per gli agnostici, se essi agiscono in accordo con le loro coscienze. Inoltre, si è registrato un nuovo e positivo atteggiamento nei confronti del progresso moderno, a lungo condannato, e verso il mondo secolare, soprattutto per la scienza e la democrazia. E’ chiaro che tutto questo ha coinvolto profondamente la percezione della chiesa stessa. Il Concilio ha definitivamente chiuso con quel modello di chiesa intesa come una sorta di impero sovrannaturale che era rimasto intatto dall’XI secolo. In quel modello, il papa era posto al vertice come un sovrano assoluto a cui seguiva poi l’ “aristocrazia” dei vescovi e dei preti e infine – relegato ad una funzione del tutto passiva – il popolo dei credenti. Si voleva superare questa immagine di chiesa clericalizzata e trionfalistica per giungere all’immagine di “popolo di Dio”, comunità di credenti costantemente in cammino nel mondo. In questo modo si sono richiamate verità ignorate per secoli: coloro che ricoprono uffici ecclesiastici non sono sopra del popolo di Dio, bensì al suo interno. Essi non sono governanti ma servi!
Qualcosa però non ha funzionato del tutto.. Quali sono, a suo avviso, i punti di arresto della chiesa contemporanea rispetto alle indicazioni conciliari?
Non dico nulla di nuovo sostenendo che, sin dall’inizio, la macchina della curia fece tutto ciò che poteva per tenere sotto controllo il Concilio, avviando una lotta costante con i padri conciliari, la cui maggioranza – solida del resto – era progressista. La morte di Giovanni XXIII peggiorò alquanto la situazione e nei lavori si giunse spesso a forme di compromesso che impedirono un reale e radicale rinnovamento. Molte questioni furono accantonate: un nuovo ordine per la nomina dei vescovi, la riforma della curia e, soprattutto, del papato stesso. Addirittura, con la fine del Concilio assistemmo tutti ad una vera e propria restaurazione. Nonostante alcune concessioni, il rinnovamento si è fermato, al punto che molti parlano – e giustamente, a mio avviso – di “tradimento” del Concilio. Un tradimento che, in tutto il mondo, ha alienato una massa crescente di cattolici dalla chiesa. In poche battute: al posto delle parole programmatiche conciliari, vi sono le parole di un magistero spesso conservatore e autoritario; al posto dell’ “aggiornamento” nello spirito del Vangelo vi è una nuovamente una “dottrina cattolica” tradizionale e integrale (rigorose encicliche sulla morale, un catechismo tradizionale): al posto di una “collegialità” del papa con i vescovi vi è nuovamente un centralismo romano che, nella nomina dei vescovi e nell’assegnazione delle cattedre teologiche, pone se stesso al di sopra degli interessi delle chiese locali. Non solo: invece del “dialogo” vi è un rafforzamento del sistema inquisitoriale e un rifiuto della libertà di coscienza e di insegnamento all’interno della chiesa; invece dell’ “ecumenismo” si pone l’accento su tutto ciò che è romano-cattolico…
Da tempo, lei sta lavorando attorno al progetto di un’etica mondiale. Cosa vuol dire e cosa rappresenta?
Bisogna precisare, anzitutto, che un’etica mondiale non significa l’unità di tutte le religioni. Sarebbe, naturalmente, illusorio. Non significa neanche una “superstruttura” che comprenda tutte le religioni e nemmeno un sistema etico preciso alla stregua di quelli elaborati da Aristotele, Tommaso d’Aquino o Kant. Significa, semplicemente, che – come dicono le più grandi tradizioni religiose e filosofiche dell’umanità – alcuni standard e valori elementari ed etici dovrebbero oggi essere condivisi da tutte le persone. Penso, ad esempio, alle “regole d’oro”. “Chiunque tu sia, uomo o donna, bianco o nero, ricco o povero, giovane o vecchio, devi essere trattato umanamente, non in modo inumano, bestiale”. O a quella di antica tradizione, che risale fino a Confucio: “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te”. Il Vangelo va ancora oltre, dicendo: “Fa agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te”, “Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne due”. Da tutti questi, derivano, evidentemente, i più comprensibili imperativi dell’umanità: non assassinare, non mentire, non rubare, non abusare del sesso.
Nonostante l’attuale stagnazione del dialogo ecumenico, i cristiani non potranno fare a meno di ritrovarsi insieme. Lei parla spesso di “diversità riconciliata”. Cosa vuole dire?
Qui non funziona l’idea di una chiesa unitaria o il “rientro” di tutte le altre confessioni cristiane nella chiesa cattolica. Chi la pensa in questo modo, si è opposto duramente al Vaticano II. Vedo però, dal punto di vista ecumenico, un lento crescere assieme. Sia nella base che nei vertici. In fondo, l’eredità del Concilio è stata anche la moltiplicazione di commissioni di lavoro dove si è incominciato a parlarsi e a riconoscere il valore della diversità. Certo, le resistenze sono ancora tante. Però malgrado l’attuale “depressione ecumenica” io nutro la fondata speranza che la cristianità troverà presto la strada verso un paradigma ecumenico. Per le nuove confessioni, il tempo del confessionalismo è finalmente passato. Ho scritto e detto più volte che una cristianità uniforme non è né probabile né desiderabile. Ma dopo l’abolizione di tutte le scomuniche reciproche, verrà un tempo non più caratterizzato da tre confessioni antagoniste (ortodossa, cattolica, evangelica) ma solo da tre attitudini di base complementari.
Cosa ha voluto dire per lei essere fedele alla Chiesa cattolica?
Vorrei dirle, anzitutto, che mi sono sempre sentito un prete e un teologo cattolico. Sia la gente che gli studenti dell’università mi considerano tale, anche se i vescovi, per paura di Roma, non lo ammettono. Sono invitato in tutto il mondo da istituzioni cattoliche, anche se, dal 1979, la Congregazione per la dottrina della fede e il Papa affermarono senza mezzi termini che “non potevo più insegnare teologia e non potevo più venire considerato un teologo cattolico”. Avevo messo in discussione i dogmi relativi al ruolo del Pontefice e alla gerarchia della Chiesa e sognavo (ma questo lo sogno ancora) una chiesa più vicina al Vangelo e più disposta alla riforma…
Lei conosce molto bene l’Islam. Oggi sono in molti a sostenere il pericolo di una deriva fondamentalista di questa religione. Lo ritiene possibile?
In tutte le religioni, anche nel cattolicesimo, esistono tendenze che spingono ad una deriva più radicale della fede. Lo stesso termine fondamentalismo è nato nel mondo evangelico americano agli inizi del secolo scorso. Personalmente, per quanto riguarda l’Islam, spero che vinca la tendenza di un mondo musulmano che dà grande peso alla religione ma, insieme, vuole la democrazia e la tolleranza.. Nel mondo musulmano, anche se non sempre ce ne accorgiamo, si stanno facendo progressi, pure a riguardo della condizione della donna. Ho molti contatti con personalità del mondo islamico e nessuna di queste si è mai espressa a favore dello “scontro di civiltà” e all’uso della religione come strumento di affermazione politica… Il contrario di quanto avviene, ad esempio, in alcune parti del mondo occidentale. Per questo sono stato contentissimo che il Papa si sia pronunciato contro la politica di guerra americana.
Daniele Rocchetti



la croce di Cristo e quella dei tanti crocifissi di oggi

 papa Francesco

non dimentichiamo i tanti crocifissi di oggi


nell’udienza dedicata al Triduo pasquale papa Francesco ha ricordato:
“quando andiamo a Messa è come se andassimo al Calvario”

Papa: non dimentichiamo i tanti crocifissi di oggi

 

“Non dimenticare i tanti, troppi crocifissi di oggi”. È l’invito, a braccio, per il Venerdì Santo, di cui il Papa ha ripercorso il significato, durante l’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata al triduo pasquale “Adorando la Croce, rivivremo il cammino dell’Agnello innocente immolato per la nostra salvezza”, ha detto Francesco: “Porteremo nella mente e nel cuore le sofferenze dei malati, dei poveri, degli scartati di questo mondo; ricorderemo gli ‘agnelli immolati’ vittime innocenti delle guerre, delle dittature, delle violenze quotidiane, degli aborti…”.

Il testo integrale

“Davanti all’immagine del Dio crocifisso porteremo, nella preghiera, i tanti, troppi crocifissi di oggi, che solo da lui possono ricevere il conforto e il senso del loro patire”, ha sottolineato il Papa, che poi ha proseguito a braccio: “E oggi ce ne sono tanti: non dimenticare i crocifissi di oggi, sono l’immagine del Crocifisso: Gesù, e in loro è Gesù”. “Da quando Gesù ha preso su di sé le piaghe dell’umanità e la stessa morte, l’amore di Dio ha irrigato questi nostri deserti, ha illuminato queste nostre tenebre”, l’immagine usata da Francesco, che ancora a braccio ha commentato: “Anche il mondo è in tenebre. Facciamo la raccolta di tutte le guerre che in questo momento si stanno facendo, di tutti i bambini che muoiono di fame, che non hanno educazione, di popoli interi distrutti dalle guerre, dal terrorismo, e di tanta, tanta gente che per sentirsi un po’ meglio ha bisogno dell’industria della droga che uccide. E’ una calamità, è un deserto. Ci sono nel mondo piccole isole che conservano ancora la voglia essere di essere migliori, ma diciamoci la realtà: in questo calvario di morte è Gesù che soffre, con i suoi discepoli”.

Il Papa: il bene trionfa sempre sul male, la vita vince sempre la morte

Il Sabato Santo è “il giorno del silenzio”, ma “nelle tenebre del Sabato santo irromperanno la gioia e la luce con i riti della Veglia pasquale e in tarda serata il canto festoso dell’Alleluia. Sarà l’incontro nella fede con Cristo risorto e la gioia pasquale si prolungherà per tutti i cinquanta giorni che seguiranno”. Lo ha ricordato il Papa, nella catechesi dell’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla Biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata al triduo pasquale. “Colui che era stato crocifisso è risorto!”, ha proseguito Francesco: “Tutte le domande e le incertezze, le esitazioni e le paure sono fugate da questa rivelazione. Il Risorto ci dà la certezza che il bene trionfa sempre sul male, che la vita vince sempre la morte e la nostra fine non è scendere sempre più in basso, di tristezza in tristezza, ma salire in alto. Il Risorto è la conferma che Gesù ha ragione in tutto: nel prometterci la vita oltre la morte e il perdono oltre i peccati”.

Francesco: “Chi serve il denaro è contro Dio”

“I discepoli dubitavano, non credevano. La prima a credere e a vedere è stata Maddalena, l’apostola della Resurrezione, che è andata a raccontare che Gesù l’aveva vista, l’aveva chiamata per nome, e poi tutti i discepoli l’hanno visto”. Lo ha detto, a braccio, il Papa, nella catechesi dell’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla Biblioteca privata del Palazzo apostolico, Francesco si è soffermato su un altro episodio particolare che ha a che fare con la Resurrezione. “Le guardie, i soldati che erano nel sepolcro per non lasciare che venissero i discepoli e prendessero il suo corpo lo hanno visto, lo hanno visto vivo risorto. I nemici lo hanno visto. E poi hanno fatto finta di non averlo visto. Perché? Perché sono stati pagati”. “Qui è il vero mistero”, ha commentato ancora a braccio, che ha a che fare con “quello che Gesù disse una volta”: “Ci sono due signori nel mondo, due: Dio e il denaro. Chi serve il denaro è contro Dio. Qui il denaro ha fatto cambiare la realtà. Avevano visto la meraviglia della Risurrezione, ma sono stati pagati per tacere. Pensiamo, tante volte, uomini e donne cristiani sono stati ‘pagati’ per non riconoscere nella pratica la Risurrezione di Cristo, e non fanno quello che Cristo ci ha chiesto di fare come cristiani”.

“Anche quest’anno vivremo le celebrazioni pasquali nel contesto della pandemia”

“Cari fratelli e sorelle, anche quest’anno vivremo le celebrazioni pasquali nel contesto della pandemia. In tante situazioni di sofferenza, specialmente quando a patirle sono persone, famiglie e popolazioni già provate da povertà, calamità o conflitti, la Croce di Cristo è come un faro che indica il porto alle navi ancora al largo nel mare in tempesta. La croce di Cristo è il segno della speranza che non delude; e ci dice che nemmeno una lacrima, nemmeno un gemito vanno perduti nel disegno di salvezza di Dio”. Con queste parole il Papa ha concluso la catechesi dedicata ai riti centrali della Settimana Santa, nella seconda Pasqua che ci apprestiamo a celebrare in tempi di Coronavirus, con le necessarie misure restrittive dovute all’emergenza sanitaria purtroppo ancora in corso. “Chiediamo al Signore che ci dia la grazia di servirlo, di riconoscere questo Signore, e di non lasciarci pagare per dimenticarlo”, l’appello finale.

Da domani i giorni centrali dell’anno liturgico: si apre il Triduo pasquale

“Da domani a domenica vivremo i giorni centrali dell’Anno liturgico, celebrando il mistero della Passione, della Morte e della Risurrezione del Signore”. Aveva spiegato il Papa riferendosi al Triduo pasquale, che comincia domani primo aprile, Giovedì santo.
“Questo mistero lo viviamo ogni volta che celebriamo l’Eucaristia”, ha spiegato a braccio a proposito del Giovedì Santo: “Quando noi andiamo a messa, non solo andiamo a pregare, andiamo a rinnovare, a fare di nuovo questo mistero pasquale. E’ importante non dimenticarlo: è come se andassimo al Calvario”. “La sera del Giovedì Santo, entrando nel Triduo pasquale, rivivremo nella Messa in Coena Domini, cioè una messa dove si commemora l’ultima cena, quanto avvenne durante quel momento”, ha ricordato Francesco: “È la sera in cui Cristo ha lasciato ai suoi discepoli il testamento del suo amore nell’Eucaristia, ma non come ricordo, ma come memoriale, come sua presenza perenne. Ogni volta che si celebra l’Eucaristia si rinnova questo mistero della redenzione. In questo sacramento, Gesù ha sostituito la vittima sacrificale con sé stesso: il suo Corpo e il suo Sangue ci donano la salvezza dalla schiavitù del peccato e della morte, la salvezza da ogni schiavitù. È la sera in cui Egli ci chiede di amarci facendoci servi gli uni degli altri, come ha fatto lui lavando i piedi dei discepoli”. “Un gesto che anticipa l’oblazione cruenta sulla croce, che è stata un’oblazione di servizio a tutti noi”, ha spiegato il Papa: “Quel servizio del suo sacrificio ci ha redenti tutti. E infatti il Maestro e Signore morirà il giorno dopo per rendere mondi non i piedi, ma i cuori e l’intera vita dei suoi discepoli”.




il commento al vangelo della domenica

la pasqua movimento d’amore senza fine


La Pasqua movimento d'amore senza fine

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica di pasqua (4 aprile 2021):

(…) Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».

Tre donne, di buon mattino, quasi clandestinamente, in quell’ora in cui si passa dal buio alla luce, vanno a prendersi cura del corpo di Gesù, come sanno, con il poco che hanno. Lo amano anche da morto, il loro maestro, e scoprono che il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita, mentre passano di sorpresa in sorpresa: «guardando videro che il grande masso era già stato spostato». Pasqua è la festa dei macigni rotolati via, delle pietre rovesciate dall’imboccatura del cuore, dall’ingresso dell’anima. Stupore, disorientamento, paura, eppure entrano, fragili e indomite, incontro a una sorpresa più grande: un messaggero giovane (il mondo intero è nuovo, fresco, giovane, in quel mattino) con un annuncio che sembra essere la bella notizia tanto attesa: «Gesù che avete visto crocifisso è risorto». Avrebbero dovuto gioire, invece ammutoliscono. Il giovane le incalza «Non è qui». Che bella questa parola: “non è qui”, lui c’è, vive, ma non qui. Lui è il vivente, un Dio da sorprendere nella vita. C’è, ma va cercato fuori dal territorio delle tombe, in giro per le strade, per le case, dovunque, eccetto che fra le cose morte: “lui è in ogni scelta per un più grande amore, è nella fame di pace, negli abbracci degli amanti, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell’ultimo respiro del morente” (G. Vannucci). E poi ancora una sorpresa: la fiducia immensa del Signore che affida proprio a loro così disorientate, il grande annuncio: «Andate e dite», con i due imperativi propri della missione. Da discepole senza parole, a missionarie dei discepoli senza coraggio. «Vi precede in Galilea». E appare un Dio migratore, che ama gli spazi aperti, che apre cammini, attraversa muri e spalanca porte: un seme di fuoco che si apre la strada nella storia. Vi precede: avanza alla testa della lunga carovana dell’umanità incamminata verso la vita; cammina davanti, ad aprire l’immensa migrazione verso la terra promessa. Davanti, a ricevere in faccia il vento, la morte, e poi il sole del primo mattino, senza arretrare di un passo mai. Il Vangelo di Pasqua ci racconta che nella vita è nascosto un segreto che Cristo è venuto a sussurrarci amorosamente all’orecchio. Il segreto è questo: c’è un movimento d’amore dentro la vita che non le permette mai di restare ferma, che la rimette in moto dopo ogni morte, che la rilancia dopo ogni scacco, che per ogni uomo che uccide cento ce ne sono che curano le ferite, e mille ciliegi che continuano ostinatamente a fiorire. Un movimento d’amore che non ha mai fine, che nessuna violenza umana potrà mai arrestare, un flusso vitale dentro al quale è presa ogni cosa che vive, e che rivela il nome ultimo di Dio: Risurrezione.

(Letture della domenica di Pasqua: Atti degli Apostoli 10,34a.37-43; Salmo 117; Lettera di Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9. Il Vangelo commentato in questa rubrica è quello della Veglia pasquale Marco 16, 1-8)




una riflessione sul giovedì santo

“come ho fatto io fate anche voi”

meditazione di E. Bianchi per giovedì santo 2020 

OMELIA IN COENA DOMINI (anno A)

Con questa liturgia noi tentiamo, possiamo solo tentare, di entrare nel mistero pasquale, il mistero della nostra salvezza che riviviamo in questi tre giorni santi della passione, morte e resurrezione del Signore.

È soprattutto l’ascolto della Parola che ci permette di partecipare a questo mistero: ciò che abbiamo ascoltato come Legge nel libro dell’Esodo (Es 12,1-14), la memoria eucaristica che fa Paolo ai cristiani di Corinto (1Cor 11,23-32) e il vangelo della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15) ci narrano alcuni aspetti della Pasqua del Signore, e noi nella nostra povertà di anno in anno cerchiamo di scrutarli, di conoscerli un po’ di più, per poter passare dalla conoscenza all’amore del Signore, dalla conoscenza al realizzare quotidianamente ciò che ci viene rivelato.

Il mistero pasquale mi appare sempre di più inesauribile, e sempre di più ho coscienza della mia inadeguatezza alla ricezione e alla trasmissione di questa parola del Signore. Però, convinto come sono che ciò che deve essere fatto, deve essere fatto e fatto bene – questa è l’unica convinzione che mi accompagnerà fino alla morte –, ancora una volta questa sera cerco di spezzare la Parola in mezzo a voi. E guardando, in un esercizio di discernimento, a ciò che è più urgente soprattutto per la nostra comunità, sosto quest’anno sulla seconda lettura, sul passo di Paolo riguardante l’istituzione dell’eucaristia da parte di Gesù. Mi fermo solo su alcune parole, senza la pretesa di commentare l’intero brano. Ma sono precisazioni, quelle che ci vengono date dal messaggio di Paolo, urgenti e decisive per la vita cristiana di ognuno di noi e di ogni comunità.

* * *
Innanzitutto l’Apostolo ricorda ai cristiani che quell’azione che essi compiono al cuore delle loro comunità, in particolare nel giorno del Signore, è un’azione che lui ha ricevuto direttamente dal Signore, e che lui ha trasmesso a loro, cristiani di Corinto, annunciando la buona notizia del Vangelo. Paolo ha ricevuto un’azione, un gesto, delle parole che vengono dal Signore stesso! L’eucaristia non è qualcosa che la chiesa si è data o che qualcuno ha normato: è semplicemente un’azione ricevuta dal Signore e che sempre deve essere trasmessa ai credenti in lui nella pienezza del mistero che contiene.
Ecco perché Paolo innanzitutto precisa: “Nella notte in cui Gesù fu tradito, consegnato”, dunque nella notte del tradimento, nella notte del non riconoscimento, nella notte dell’abbandono da parte di tutti i discepoli. Se c’è un’ora di negazione dei legami nella comunità del Signore, è proprio quella: e proprio in quella situazione Gesù consegna il gesto e le parole eucaristiche. Questo è già un messaggio di per sé: “la notte in cui fu tradito”, e significativamente la chiesa nella liturgia occidentale ce lo fa ripetere in tutte le preghiere eucaristiche. “La notte in cui fu tradito”, e si potrebbe dire: “la notte in cui fu abbandonato”, “la notte in cui fu rinnegato da Pietro”. Questo è davvero il contesto in cui Gesù fa il dono dell’eucaristia, fa il dono – lo vedremo – dell’alleanza, ma proprio quando l’alleanza è esistenzialmente rotta, infranta da parte di tutti quelli che appartenevano alla comunità del Signore. In quella notte Gesù consegna gesto e parole: questa è l’eucaristia, il memoriale essenziale alla vita di ogni chiesa. Nella notte in cui è smentita l’alleanza, Gesù celebra la sua alleanza con i suoi. Dovremmo accogliere in tutta la sua verità scandalosa questo contesto del dono dell’eucaristia, avvenuto quella notte non perché era l’ultima notte prima dell’arresto, ma perché era la notte in cui Gesù subiva esattamente ciò di cui noi siamo capaci come uomini: tradire, rinnegare, abbandonare.
Da tutti i vangeli appare con chiarezza che Gesù vuole fare una cena, un pasto di alleanza con i suoi discepoli. Ha voluto, ha progettato questo pasto, ha mandato addirittura dei discepoli perché lo preparassero, e quando è venuta l’ora ha dichiarato: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa cena con voi” (cf. Lc 22,14). Significativamente il quarto vangelo non sta neanche a dirci se quella era una cena pasquale, come precisano i sinottici: ciò che è importante, secondo Giovanni, è che si tratta di una cena di alleanza. Se guardiamo ciò che veramente fonda quella sera, non è tanto la Pasqua in sé, quanto l’alleanza. Per questo tutto quel pasto viene riassunto nel rito del pane e nel rito del vino, in un parallelismo che genera un grande significato. Pane e vino, elementi essenziali del pasto giudaico, in questa cena assumono un significato che trascende la loro materialità: Gesù ha voluto quel pasto non solo per mangiare e per bere, sempre in un contesto di preghiera e di liturgia, ma ha voluto soprattutto, attraverso quel pane e quel vino, celebrare l’alleanza.
Per questo Paolo ricorda che “Gesù prese il pane, rese grazie (eucharistésas) e lo spezzò (éklasen)”: Gesù rende grazie, cioè dice una parola di benedizione a Dio, e nella lode, nella benedizione, nel ringraziamento a Dio spezza il pane. Qui è l’essenziale, ed è qualcosa dell’eucaristia che noi non meditiamo abbastanza, forse anche perché nelle nostre eucaristie lo spezzare il pane non riceve nessun significato da parte di chi le celebra. E invece lo spezzare il pane è importante, è essenziale. Gesù prende il pane nelle mani, cioè un pane che lui riceve e accoglie da Dio; riconosce che è un dono che viene da Dio; poi lo spezza, lo divide, lo condivide. Ecco la frazione del pane.
Il pasto è un’azione dell’uomo – certamente soltanto gli uomini sanno farlo, non così gli animali – ma in quel pasto il credente riceve, ringrazia e condivide. Il pane lo si riceve per condividerlo, per “romperlo”, perché sia distribuito a tutti quelli che stanno attorno alla tavola, in modo che tutti condividano lo stesso pane. Così Gesù costituisce la comunità della tavola, di quelli che partecipano allo stesso pane, che dunque sono partecipi alla comunione, sono koinonoí e formano una koinonía, una comunione (questo è il linguaggio di Paolo). La tavola eucaristica di Gesù non è definita dall’essere giusti o ingiusti: non ce n’erano quella sera, a quel pasto eucaristico, di persone degne. Ma Gesù proprio in quel contesto ha dato il pane dicendo: “È il mio corpo per voi”. Mangiando di questo pane, nutrendosi tutti dello stesso cibo, si vive la stessa vita che è la vita di Gesù, quella di cui il suo corpo era la manifestazione più reale possibile. Tutto questo fino a essere un solo corpo, il corpo di Cristo, il corpo di cui Cristo è il capo e di cui noi siamo le membra, indegni ma membra. Questo è il dinamismo eucaristico reale e profondo, di fronte al quale le nostre preoccupazioni sulla presenza reale non solo sono inadeguate, ma sono svianti e soprattutto poco intelligenti.
Proprio ripetendo questo gesto e queste parole, come gesto e parole di Gesù, da quella sera del tradimento fino al giorno del suo ritorno nella gloria, entriamo in questa dinamica spirituale in cui diventiamo corpo di Cristo e il Cristo diventa la vita in noi. L’eucaristia è questo, non è altro! È essere alla tavola del Signore, nella quale lui spezza il suo corpo, cioè ci dà la sua vita. Non possiamo dimenticare che quella sera Gesù ha spezzato il pane per dodici apostoli che lo abbandonavano, lo rinnegavano, lo tradivano; come durante la sua vita aveva spezzato il pane con gli amici a Betania; come aveva spezzato il pane mangiando a casa dei peccatori; come aveva spezzato il pane con le folle che andavano da lui e capivano poco di ciò che lui diceva e faceva. La verità è che Gesù ha spezzato il pane con ogni sorta di commensali, tutti peccatori!
Ma Paolo, dopo aver fatto memoria di questo primo rito eucaristico, in cui l’eucaristia è una comunione in Cristo di uomini chiamati dal peccato, dalla condizione di peccatori, ci ricorda in parallelo il secondo rito: “Allo stesso modo … prese il calice, dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me’”. Le parole sul calice approfondiscono ancor di più la vita comunitaria, la koinonía, indicata soprattutto dal pane spezzato, perché precisano che questa vita è vita nell’alleanza. Ciò che la tradizione di Gerusalemme, secondo Marco e Matteo, attesta: “Questo è il mio sangue dell’alleanza” (Mc 14,23; Mt 26,27), è detto in modo chiaro dalla tradizione antiochena seguita da Luca (Lc 22,25) e da Paolo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. Ecco il termine qualificativo: “nuova alleanza”. L’alleanza tra Dio e Israele era stata rotta – “Questa alleanza, la mia alleanza, voi l’avete infranta!” (cf. Ger 31,2) –, e per questo Dio ne aveva promessa una nuova (cf. Ger 31,31), che proprio Gesù inaugura: quel calice che Gesù ha tra le mani è la nuova alleanza nel suo sangue. Ormai per entrare nell’alleanza con Dio occorre fare parte dell’alleanza nuova, nel senso di ultima e definitiva, l’alleanza siglata nel sangue di Gesù. Quel calice, grazie alla parola efficace di Gesù, contiene il suo sangue, e quel sangue è la nuova alleanza, o – se si vuole – quella vita di Gesù è la nuova alleanza. Perché se il Servo aveva ricevuto come missione di essere “alleanza per tutte le genti” (cf. Is 42,6), Gesù ha come missione di essere lui stesso l’alleanza nuova e definitiva, per sempre, che non potrà mai essere infranta, alleanza eterna. E così con questo secondo segno e con queste parole vediamo che quella che era una koinonía è anche un’alleanza.
Potremmo dire, parafrasando il commento di Paolo alle parole sul pane: “Poiché c’è un solo calice, noi comunichiamo all’unica vita che è Gesù Cristo, perché beviamo a un unico calice”. Il sangue è la vita, e Gesù l’ha spesa in un sacrificio esistenziale, non un sacrificio rituale come quelli che avvenivano al tempio: non c’è rito nel sacrificio di Gesù, ma c’è piuttosto l’offerta della sua vita, di tutta la sua esistenza, a Dio e ai fratelli. Guai se noi vedessimo nel calice solo il sangue della passione del Signore, solo l’atto puntuale della sua morte: il sangue è tutta la vita di Gesù, tutta la sua vita umana che è stata un sacrificio esistenziale, una vita di servizio, di cura, di “amore fino alla fine” (cf. Gv 13,1) dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Gesù è vissuto così, leggiamo un po’ meglio i vangeli: non si è preoccupato molto del nostro peccato, si è preoccupato della sofferenza che trovava tra noi. Questa è la verità di Gesù Cristo, che dovremmo ricordare proprio noi che tante volte parliamo a nome suo e siamo capaci di vedere più il peccato che la sofferenza degli uomini. Non dimentichiamo come la Lettera agli Ebrei ha riletto il sacrificio di Cristo, in un’ottica davvero cristiana: “Venendo nel mondo”, cioè facendosi uomo, “Gesù dice” a Dio, quasi pregando: “‘Non hai voluto né sacrifici né offerte rituali, … non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato, perché non ti piacevano ed erano inefficaci. Allora ho detto: Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà’” (cf. Eb 10,5-7; Sal 40,7-9).
È questo il sacrificio esistenziale di Gesù: tutta la sua vita, significata dal sangue che è la vita di ogni uomo, è stata donata pienamente, totalmente a Dio e agli uomini. Dunque la koinonía, che ci viene ricordata dallo spezzare il pane, nel segno del calice appare alleanza nuova e definitiva, “alleanza eterna” – dirà ancora la Lettera agli Ebrei (Eb 13,20) –, che non viene mai meno. Paolo non precisa che questo sangue dell’alleanza è “versato per la remissione dei peccati” (Mt 26,27), “versato per le moltitudini” (Mc 14,24), “versato per voi” (Lc 22,20), ma ciò è sottinteso, perché dove c’è alleanza non c’è più peccato, i peccati vengono rimessi ed è instaurata una comunione con Dio più forte della separazione del peccato.
L’eucaristia è dunque questa comunione in alleanza nella quale ciascuno di noi resta con la propria responsabilità. Il Signore l’ha a offerta a tutti: a Giuda che lo tradiva, a Pietro che lo rinnegava, a quei discepoli insipienti e senza nessuna coraggiosa convinzione. Erano quelli gli invitati di Gesù, come siamo noi questa sera. Ognuno di noi può chiedersi se non è Giuda, se non è Pietro, se non è uno dei discepoli che hanno abbandonato Gesù. Ciò che ci chiede Paolo è di “riconoscere il corpo di Cristo”: solo se si riconosce il corpo e il sangue di Cristo, cioè la sua vita, non si ha la condanna; e solo chi non riconosce la vita di Cristo “mangia e beve la propria condanna”, perché non vede il dono che Dio gli fa.



il commento al vangelo della domenica

la settimana in cui stare vicino alle ferite di Gesù


La Settimana in cui stare vicino alle ferite di Gesù

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica delle palme Anno B (28 marzo 20212):

Cercavano il modo di impadronirsi di lui per ucciderlo. Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo»(…).

 

L’entrata di Gesù a Gerusalemme non è solo un evento storico, ma una parabola in azione. Di più: una trappola d’amore perché la città lo accolga, perché io lo accolga.
Dio corteggia la sua città (fede è la mia risposta al corteggiamento di Dio): viene come un Re mendicante (il maestro ne ha bisogno, ma lo rimanderà subito), così povero da non possedere neanche la più povera bestia da soma. Un Potente umile, che non si impone, si propone; come un disarmato amante.
Benedetto Colui che viene. È straordinario poter dire: Dio viene. In questo paese, per queste strade, nella mia casa che sa di pane e di abbracci, Dio viene ancora, viaggiatore dei millenni e dei cuori. Si avvicina, è alla porta.
La Settimana Santa dispiega, a uno a uno, i giorni del nostro destino; ci vengono incontro lentamente, ognuno generoso di segni, di simboli, di luce. In questa settimana, il ritmo dell’anno liturgico rallenta, possiamo seguire Gesù giorno per giorno, quasi ora per ora. La cosa più santa che possiamo fare è stare con lui: «uomini e donne vanno a Dio nella loro sofferenza, piangono per aiuto, chiedono pane e conforto. Così fan tutti, tutti. I cristiani invece stanno vicino a Dio nella sua sofferenza» (Bonhoffer). Stanno vicino a un Dio che sulla croce non è più “l’onnipotente” dei nostri desideri infantili, il salvagente nei nostri naufragi, ma è il Tutto-abbracciante, l’Onni-amante cha fa naufragio nella tempesta perfetta dell’amore per noi.
Sono giorni per stare vicino a Dio nella sua sofferenza: la passione di Cristo si consuma ancora, in diretta, nelle infinite croci del mondo, dove noi possiamo stare accanto ai crocifissi della storia, lasciarci ferire dalle loro ferite, provare dolore per il dolore della terra, di Dio, dell’uomo, patire e portare conforto.
La croce disorienta, ma se persisto a restarle accanto come le donne, a guardarla come il centurione, esperto di morte, di certo non capirò tutto, ma una cosa sì, che lì, in quella morte, è il primo vagito di un mondo nuovo.
Cosa ha visto il centurione per pronunciare lui, pagano, il primo compiuto atto di fede cristiano: “era il Figlio di Dio”? Ha visto un Dio che ama da morire, da morirci. La fede cristiana poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d’amore perfetto. Ha visto il capovolgimento del mondo; Dio che dà la vita anche a chi gli dà la morte; il cui potere è servire anziché asservire; vincere la violenza non con un di più di violenza, ma prendendola su di sé.
La croce è l’immagine più pura, più alta, più bella che Dio ha dato di se stesso. Sono i giorni che lo rivelano: “per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della Croce”(K. Rahner).
(Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Lettera di san Paolo ai Filippesi 2,6-11; Marco 14,1 – 15,47)