«non è neri contro bianchi, è tutti contro i razzisti» – la potenza di una fotografia

la potenza di una foto quando l’uomo aiuta l’uomo

portare sulle spalle uno che sta dimostrando contro di te, perché è rimasto ferito. L’icona più bella del ‘sopportare’, del portare il peso dell’altro, dell’essere umano

di Caterina Soffici
in “La Stampa” del 15 giugno 2020


Una fotografia, talvolta, è più potente di qualsiasi parola. Questo è uno di quei casi.
Questa immagine è stata scattata a Londra, vicino a Trafalgar Square, dove gli attivisti di Black
Lives Matter, che sfilano per chiedere il rispetto dei diritti dei neri, vengono attaccati dai
manifestanti dell’estrema destra, che rivendicano la supremazia dell’uomo bianco.
Nell’agone di questi giorni concitati, da quando George Floyd è stato ucciso sotto il ginocchio del
poliziotto bianco, il colore della pelle sembra essere il motore che ha mosso il mondo, il vortice
intorno al quale tutto ha ruotato. Bianchi contro neri, neri contro bianchi, tafferugli con gli agenti
della polizia, tutti contro le statue, tutti contro tutti.
Questa foto sembra fermare il tempo e rimettere un valore al centro della scena: non è il bianco
contro il nero o viceversa, ma l’uomo che aiuta l’uomo, a prescindere dal colore della pelle. Eppure,
paradossalmente è proprio il colore della pelle dei due che ne fa una foto simbolo: il gigante nero si
fa largo tra la folla, si carica sulle spalle il razzista ferito e lo porta in salvo.
Questa fotografia ferma il tempo e scrive una parola che avevamo dimenticato: umanità. Pietà per
l’altro uomo, anche se sulla carta è il mio nemico. Indulgenza. Fratellanza. Tolleranza. Parole che
paiono dimenticate, e che pure sono l’essenza stessa del nostro essere umani, ciò che distingue
l’uomo dal mostro.
Nello sguardo del gigante nero, che poi si scoprirà risponde al nome di Patrick Hutchinson ed è un
personal trainer, c’è la determinazione di chi sa di fare la cosa giusta. Non ha il mantello del
supereroe, non è superman, è semplicemente un uomo che fa il suo dovere. Anche se l’altro è dalla
parte sbagliata e lui sa di essere dalla parte giusta, perché è lì per recriminare i propri diritti violati,
per protestare perché la comunità nera è tra quelle più colpite dal virus in termini di morti e che lo
sarà in termini di crisi economica, non ci pensa due volte: sgomita nella ressa e si espone per
recuperare l’uomo a terra che rischia di essere schiacciato, quindi lo deposita ai piedi della polizia.
Poteva abbandonarlo al suo destino. Occhio per occhio, dente per dente. Ma Patrick Hutchinson non
è un Maramaldo, non sferra il colpo finale all’uomo morto. E’ il cavaliere valoroso. Il suo gesto
richiama le gesta dell’eroe nell’iconografia classica.
Questo è ciò che dice la foto. E già basterebbe.
In serata Patrick Hutchinson aggiungerà una didascalia all’immagine che già fa il giro dei social
media e diventa virale. Sono le sue parole: «Oggi abbiamo salvato una vita». E sotto l’hashtag
#BlackLivesMatter aggiunge: «Non è neri contro bianchi, è tutti contro i razzisti». Poi aggiunge, in
una intervista all’emittente televisiva Channel Four: «Se gli altri tre agenti di polizia che stavano in
piedi quando George Floyd è stato assassinato avessero pensato di intervenire e di impedire al loro
collega di fare quello che stava facendo, George Floyd oggi sarebbe ancora vivo. Voglio solo
l’uguaglianza per tutti noi. Al momento, la bilancia non è in equilibrio, voglio che le cose siano
giuste per i miei figli e i miei nipoti».
Queste parole completano il messaggio. Ma la foto parlava già da sola.

l’Italia si inginocchia poco …

ci sono vite per cui nessuno s’inginocchia

Alberto Negri

Ci sono vite per cui nessuno si inginocchia. I migranti che affogano in mare, i palestinesi uccisi da Israele, i curdi massacrati da Erdogan. Eppure stanno sotto casa nostra. Ma non ci inginocchiamo neppure per Giulio Regeni, anzi vendiamo armi al dittatore egiziano Al Sisi che il nostro governo definisce persino un «alleato».

Una solenne stupidaggine, sottolineava ieri Tommaso Di Francesco su il manifesto, eppure questo premier non dovrebbe rischiare di apparire a cavallo ma con una doppia sella.
Qui parliamo di stragi, di diritti negati, di terra rubata, di vite senza futuro. Iyad Hallaq, giovane autistico palestinese, la scorsa settimana è stato ucciso a bruciapelo a Gerusalemme: per gli arabi è la «normalità», oltre 130, ci informa Nena News, sono stati uccisi così nel 2019. Nessuno dei responsabili è stato mai punito.
Il premier canadese Justin Trudeau, che si era platealmente inginocchiato in tv per George Floyd, ora spalanca gli occhioni stupito davanti a un video del marzo scorso in cui i “suoi” poliziotti riempiono di botte un leader delle proteste dei nativi americani. Ma dove pensa di vivere il bel Trudeau? La lista è lunga, l’ipocrisia dilagante. Non è il momento per parlare di palestinesi, curdi, migranti africani e nemmeno di Regeni: sui media questo va di moda adesso, quindi se apri la tv, improvvisamente, vedi qualcuno, magari un potente, che si inginocchia.
Mai che questi li ho visti dire una parola per i palestinesi o i curdi. Forse un giorno arriverà una fuggevole genuflessione. Abbiamo lo schiavismo davanti a noi e nessuno fa nulla: 53 morti tra donne e bambini nel peschereccio di migranti affondato il 4 giugno nelle acque tunisine. Nessuno che per loro si inginocchi né qui né negli Usa, che da decenni conducono guerre devastanti, mettono sanzioni, stritolano intere popolazioni e provocano milioni di morti e di profughi.
Non è certo un male inginocchiarsi per un’altra causa – tutto il mondo ci riguarda – a patto che non diventi una sorta di moda (quante ne abbiamo viste) o peggio ancora un alibi che ci impedisce di vedere e di fare qualcosa per quanto accade a casa nostra. Oggi vorrebbero vietare alle Ong di salvare la gente in mare: è urgente ma non se ne occupa nessuno.
Per i curdi del Rojava massacrati da Erdogan l’anno scorso ci fu una certa mobilitazione, a parole: proseguiamo a vendere armi alla Turchia, così come all’Egitto del generalei Al Sisi i cui sgherri hanno massacrato Regeni e che dopo quattro anni non ha neppure imbastito un processo. Manco siamo capaci di ottenere giustizia per un nostro studente torturato e ucciso e in tv facciamo pure quelli solidali con la causa afro-americana? Diffiderei della solidarietà di un popolo come il nostro.
Tutto questo mentre il premier israeliano Netanyahu ribadiva l’intenzione di annettere la Valle del Giordano, cioè di prendersi altra terra ai palestinesi. Che verranno ridotti a vivere in bantustan, territori frammentati non collegati tra loro e senza diritto di cittadinanza: si chiama apartheid e nessuno di quelli che si inginocchiano adesso dice mai una parola in proposito.
Per fortuna la coalizione Black Lives Matter se ne è accorta e nella sua piattaforma prende di mira l’aiuto militare Usa a Israele che sta «perpetrando un genocidio e un apartheid» ed esprime sostegno alla campagna Bds, (Boicottaggio, Sanzioni e Disinvestimento) verso lo stato responsabile dell’occupazione illegale della Palestina. Quelli che si inginocchiano in tv lo sanno, oppure hanno avuto notizia della fresca sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo?
Dice che le campagne a favore del boicottaggio dell’economia israeliana non costituiscono una manifestazione di antisemitismo ma rientrano nel legittimo esercizio della libertà di espressione. In tanti fanno finta di niente. Come ci spiegava due giorni fa Michele Giorgio, la Germania, il paese europeo più potente, che vanta relazioni speciali con Israele e primo luglio assumerà la presidenza mensile del Consiglio di sicurezza Onu e quella semestrale Ue, farà di tutto per scongiurare sanzioni contro lo stato ebraico per l’annessione «a pezzi» della Cisgiordania.
E allora inginocchiamoci tutti contriti e solidali: anche nella lotta al razzismo il doppio standard è salvo.

il commento al vangelo della domenica

con il suo «pane vivo» il Signore vive in noi

il commento di Ermes Ronchi  al vangelo della domenica del Corpus Domini (14 giugno 2020); 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (…) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Nella sinagoga di Cafarnao, il discorso più dirompente di Gesù: mangiate la mia carne e bevete il mio sangue. Un invito che sconcerta amici e avversari, che Gesù ostinatamente ribadisce per otto volte, incidendone la motivazione sempre più chiara: per vivere, semplicemente vivere, per vivere davvero. È l’incalzante convinzione di Gesù di possedere qualcosa che cambia la direzione della vita. Mentre la nostra esperienza attesta che la vita scivola inesorabile verso la morte, Gesù capovolge questo piano inclinato mostrando che la nostra vita scivola verso Dio. Anzi, che è la vita di Dio a scorrere, a entrare, a perdersi dentro la nostra. Qui è racchiusa la genialità del cristianesimo: Dio viene dentro le sue creature, come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo, come corpo dentro l’abbraccio. Dentro l’amore. Il nostro pensiero corre all’Eucaristia. È lì la risposta? Ma a Cafarnao Gesù non sta indicando un rito liturgico; lui non è venuto nel mondo per inventare liturgie, ma fratelli liberi e amanti. Gesù sta parlando della grande liturgia dell’esistenza, di persona, realtà e storia. Le parole «carne», «sangue», «pane di cielo» indicano l’intera sua esistenza, la sua vicenda umana e divina, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime, le sue passioni, la polvere delle strade, i piedi intrisi di nardo, e la casa che si riempie di profumo e di amicizia. E Dio in ogni fibra. E poi come accoglieva, come liberava, come piangeva, come abbracciava. Libero come nessuno mai, capace di amare come nessuno prima. Allora il suo invito incalzante significa: mangia e bevi ogni goccia e ogni fibra di me. Prendi la mia vita come misura alta del vivere, come lievito del tuo pane, seme della tua spiga, sangue delle tue vene, allora conoscerai cos’è vivere davvero. Cristo vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio, perché ci incamminiamo a vivere l’esistenza come l’ha vissuta lui. Dio si è fatto uomo perché ogni uomo si faccia come Dio. E allora vivi due vite, la tua e quella di Cristo, è lui che ti fa capace di cose che non pensavi, cose che meritano di non morire, gesti capaci di attraversare il tempo, la morte e l’eternità: una vita che non va perduta mai e che non finisce mai.
Mangiate di me! Parole che mi sorprendono ogni volta, come una dichiarazione d’amore. «Voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue; farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita». Qui è il miracolo, il batticuore, lo stupore: Dio in me, il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola.
(Letture: Deuteronòmio 8,2-3.14b-16a; Salmo 147; 1 Corìnzi 10,16-17; Giovanni 6,51-58)

il commento al vangelo della domenica

trinità

Dio è legame, comunione abbraccio

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica della Santissima Trinità:

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

I nomi di Dio sul monte sono uno più bello dell’altro: il misericordioso e pietoso, il lento all’ira, il ricco di grazia e di fedeltà (Es 34,6). Mosè è salito con fatica, due tavole di pietra in mano, e Dio sconcerta lui e tutti i moralisti, scrivendo su quella rigida pietra parole di tenerezza e di bontà.
Che giungono fino a Nicodemo, a quella sera di rinascite. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Siamo al versetto centrale del Vangelo di Giovanni, a uno stupore che rinasce ogni volta davanti a parole buone come il miele, tonificanti come una camminata in riva al mare, fra spruzzi d’onde e aria buona respirata a pieni polmoni: Dio ha tanto amato il mondo… e la notte di Nicodemo, e le nostre, s’illuminano.
Gesù sta dicendo al fariseo pauroso: il nome di Dio non è amore, è “tanto amore”, lui è “il molto-amante”. Dio altro non fa che, in eterno, considerare il mondo, ogni carne, più importanti di se stesso. Per acquistare me, ha perduto se stesso. Follia della croce. Pazzia di venerdì santo. Ma per noi rinascita: ogni essere nasce e rinasce dal cuore di chi lo ama.
Proviamo a gustare la bellezza di questi verbi al passato: Dio ha amato, il Figlio è dato. Dicono non una speranza (Dio ti amerà, se tu…), ma un fatto sicuro e acquisito: Dio è già qui, ha intriso di sé il mondo, e il mondo ne è imbevuto. Lasciamo che i pensieri assorbano questa verità bellissima: Dio è già venuto, è nel mondo, qui, adesso, con molto amore. E ripeterci queste parole ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ogni volta che siamo sfiduciati e si fa buio.
Il Figlio non è stato mandato per giudicare. «Io non giudico!»(Gv 8.15) Che parola dirompente, da ripetere alla nostra fede paurosa settanta volte sette! Io non giudico, né per sentenze di condanna e neppure per verdetti di assoluzione. Posso pesare i monti con la stadera e il mare con il cavo della mano (Is 40,12), ma l’uomo non lo peso e non lo misuro, non preparo né bilance, né tribunali. Io non giudico, io salvo. Salvezza, parola enorme. Salvare vuol dire nutrire di pienezza e poi conservare. Dio conserva: questo mondo e me, ogni pensiero buono, ogni generosa fatica, ogni dolorosa pazienza; neppure un capello del vostro capo andrà perduto (Lc 21,18), neanche un filo d’erba, neanche un filo di bellezza scomparirà nel nulla. Il mondo è salvo perché amato. I cristiani non sono quelli che amano Dio, sono quelli che credono che Dio li ama, che ha pronunciato il suo ‘sì’ al mondo, prima che il mondo dica ‘sì’ a lui.
Festa della Trinità: annuncio che Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione, legame, abbraccio. Che ci ha raggiunto, e libera e fa alzare in volo una pulsione d’amore.
(Esodo 34, 4-6.8-9; Deuteronomio 3,52-56; 2 Corinzi 13, 11-13; Giovanni 3, 16-18).

la normalizzazione della comunità di Bose dietro la caciata di E. Bianchi

 

Enzo Bianchi cacciato da Bose

il teologo Ruggieri:

“Curia ha voluto normalizzare un’esperienza che non rientrava nei ranghi”

La decisione di Papa Francesco di rimuovere il monaco dalla comunità da lui fondata ha aperto un grande dibattito nel mondo cattolico e tra gli esperti, divisi sulla bontà della scelta del Pontefice. Nel frattempo sono i giorni di silenzio e di trattative. Accordi che si cercano con l’attuale priore Luciano Manicardi e con Roma alla quale si chiede una sospensione del provvedimento

di Alex Corlazzoli

 

 

Tra meno di 48 ore il fondatore di Bose, Enzo Bianchi, dovrà lasciare la sua comunità. Con lui se ne dovrebbero andare altri due fratelli e una sorella molto legati all’ex priore: Lino Breda, Goffredo Boselli e Antonella Casiraghi. In queste ore la tensione in comunità è palpabile. I quattro espulsi dal decreto della Santa Sede stanno vivendo queste giornate a Bose. Bianchi raccolto nel suo eremo risponde a poche persone. Ha deciso di non rilasciare per ora interviste. E’ tempo di silenzio e di trattative. Accordi che si cercano con l’attuale priore Luciano Manicardi e con Roma alla quale si chiede una sospensione del provvedimento. Intanto chi conosce il Vaticano e la comunità prova a spiegare quanto sta accadendo.
“C’è stata l’ingenuità di essersi appellati al Vaticano per dirimere una questione interna. Purtroppo sono loro ad aver legittimato un intervento che di per sé è illegittimo perché la comunità di Bose non è passibile di una visita apostolica. E’ una comunità di laici che segue soprattutto la tradizione ortodossa che al massimo ha come riferimento il Vescovo locale. L’attuale responsabile, Manicardi, e anche qualcun altro che ha autorevolezza hanno legittimato questo intervento. Del caso ha approfittato la curia per normalizzare un’esperienza che non rientrava nei ranghi, difficile da gestire dall’esterno”.

A fare questa analisi è uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri. Le sue parole sono nette e chiare: “Hanno ucciso il padre mediante interposta persona. Capisco il disagio, conosco molto bene padre Enzo: è una personalità debordante, è il fondatore, il padre della comunità; pretendere che rientrasse in un ruolo da vecchio nonno è impossibile. Enzo è il fondatore, quella è una sua creatura. E’ impossibile pensare Bose senza Bianchi”. Ruggieri come ha fatto Alberto Melloni su Repubblica ricorda altri due casi analoghi: quello di Dario Viganò e del capo della gendarmeria vaticana Domenico Giani.
“Papa Francesco – spiega il teologo – ha ceduto in quelle situazioni. Ora che questo sia un caso simile tutto lo fa pensare”. Ruggieri esclude la possibilità che Bianchi possa creare una nuova realtà: “Una comunità contestatrice di chi e di chi che cosa? Un altro figlio contro il figlio che ha generato?”. Di tutt’altro parere Raniero La Valle, giornalista esperto del Concilio Vaticano II: “Non c’è alcuna intenzione punitiva o di repressione nei confronti di Bose. Papa Francesco ha sempre apprezzato il cammino intrapreso dalla comunità piemontese. Se si è resa necessaria una decisione come quella che ci ha addolorato evidentemente non è per porre fine o stroncare questo carisma ma per difenderlo, preservarlo e farlo crescere”.

La Valle non vede alcuna “faida vaticana” dietro questa decisione presa da Roma: “E’ un momento di crisi della comunità perché ciascuno ha la sua personalità. E’ difficile mettere assieme esperienze e sensibilità diverse. Non è in discussione l’esperienza di Bose. Papa Francesco ha capito benissimo l’esperienza di Bose e l’ha incoraggiata. Se adesso ha preso questa decisione con il cardinale Parolin non è certo perché si è fatto influenzare da qualche corrente integralista. Tutte le cose che fa Papa Bergoglio le fa con grande discernimento e preghiera. Su una cosa di questo genere non si è fatto sviare”. Infine azzarda un consiglio all’ex fondatore: “Se sono monaci hanno fatto voto di obbedienza, comunione e servizio è certo che devono andarsene. Che fanno altrimenti: protestano? Fanno una secessione? Devono accettare questa decisione presa con molta circospezione attraverso un colloquio durato più di un mese con tutti i membri della comunità. Dopo potrà anche esserci una riconciliazione ma in questo momento non c’è altro che questa strada”.

a proposito della defenestrazione di E. Bianchi dalla comunità di Bose

dietro il “mistero” di Bose

di Alberto Melloni
in “la Repubblica” del 28 maggio 2020

Per la chiesa italiana e per l’ecumenismo quella uscita la sera del 26 maggio non è una notizia: è una bomba – contenuta in un atto che ordina a Enzo Bianchi, di “separarsi” dal monastero di Bose di cui è fondatore. Il decreto è ad oggi ignoto, così come gli atti della visita apostolica da cui discende, le denunce che l’hanno preceduta. Si conosce solo un comunicato apparso sul sito di Bose (ma scritto in vaticanese) che dice poco e pone domande inquietanti. Ne cito quattro.

I) Nella prassi della Santa Sede si caccia da una casa religiosa chi si è macchiato di delitti turpi sostenuti da accuse e prove che oggi nessuno può o vuole più coprire.  Enzo Bianchi viene invece punito con l’esilio da Bose senza alcuna accusa infamante. Gli si imputa invece di aver esercitato “l’autorità del fondatore” in modo nocivo al “clima fraterno”: un “reato di caratteraccio” – definizione di un cardinale romano – che viene punito con una pena capitale e l’ordine di trasferirsi entro il 1° giugno a Praglia o a Bardolino o a Chevetogne. Ammesso che il clima fraterno fosse il punto, era col parricidio che Roma pensava di alleviare le tensioni a Bose?

II) Il provvedimento notificato all’ex priore è contenuto in un “decreto singolare” firmato dal cardinale Parolin il 13 maggio e approvato personalmente dal Papa “in forma specifica”: dunque un atto amministrativo mediante il quale vengono presi provvedimenti che “per loro natura non suppongono una petizione fatta da qualcuno” (can. 48). Eppure lo stesso comunicato del monastero allude a “serie preoccupazioni pervenute da più parti alla Santa Sede” relative a una “situazione tesa e problematica” a Bose. È dunque stato un pezzo di quella che un saggio vescovo italiano chiama la “faida vaticana contro Francesco” aver saputo usare la litigiosità monastica, la Segreteria di Stato e il Papa stesso per togliere di mezzo – come fu per l’allontanamento di don Dario Viganò dalla congregazione delle comunicazioni o del comandante Domenico Giani dalla Gendarmeria – persone vicine al pontefice?

III) La “visita apostolica” compiuta a Bose nell’inverno era ovvio che avrebbe portato a galla problemi e incertezze. Ma chi l’ha invocata o permessa ha capito che sarebbe stata usata per risucchiare Bose nella ordinarietà degli ordini e castrarne l’identità ecumenica? E si è chiesto quando padre Cencini, uno dei tre visitatori, è tornato a Bose per portare la sentenza è venuto come “delegato Pontificio ad nutum Sanctae Sedis, con pieni poteri” e dunque con la forza del successore di Pietro, laddove bastava il vescovo di Biella?

IV) Del provvedimento contro Enzo Bianchi nessuno ha prevenuto l’episcopato italiano e nessuno si è sentito in dovere di informare né il patriarca ecumenico né il patriarca di Mosca né le chiese con cui Bose aveva legami fraterni: ai primi questo dice che “nessuno è al sicuro”, come racconta qualche vescovo, e ai secondi si è offerta la versione più manesca del primato papale. C’è qualcuno che ha dimenticato di dire al Papa che Bose fa parte della storia di tutta della chiesa italiana ed è stato l’unico antidoto allo spiritualismo svenevole dell’ecumenismo italiano, si ami o detesti il profilo pubblico del suo ex priore? Questa tragedia, che fa stappare champagne agli integristi, va dunque catalogata insieme alle operazioni ecclesiastiche più sofisticate e tragiche del Novecento: perché con un solo spiedo ( agnosco stylum romanae curiae) infilza l’anomalia di Bose, il priore, l’ex priore, il mancato priore, l’ecumenismo, la terza loggia vaticana, i vescovi italiani, un lembo della tonaca del Papa e – per finire con una tocco di crudeltà – propone a Enzo Bianchi di andare in esilio nel monastero di Chevetogne, da cui il fondatore dom Lambert Beauduin, venne esiliato dal 1931 al 1951… Qualunque cosa accada di questa vicenda dolorosa bisogna dire che se qualcuno l’ha pensata, l’ha pensata bene. E se non l’ha pensata vien da chiedersi come diavolo ha fatto a riuscirci.

preoccupante analfabetismo religioso in Italia

 

Un italiano su 4 (il 26,4%) è convinto che la Bibbia sia stata scritta da Mosè, mentre il 20,4% ritiene che l’autore sia stato Gesù. Il 51,2% non sa chi ha dettato i dieci comandamenti, mentre solo il 14,3% conosce il sesto (“Non commettere atti impuri”). Un’ignoranza specifica che si intreccia con un’ignoranza molto più ampia, quella che porta a non conoscere la religione di Primo Levi (nel 39% dei casi) o a non aver mai sentito parlare di Martin Lutero (si va dal 49,5% del nord-est al 66, 3% del sud Italia). Eppure, soltanto il 15% degli italiani si dichiara ateo o non credente, mentre il 55% è interessato all’insegnamento di altre religioni e il 63,2 dice di essere favorevole all’apertura di moschee o altri luogo di culto.
Dov’è finito dunque quel 79% di cattolici che dovrebbe conoscere l’abc del proprio credo? In quella sorta di limbo che monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha definito nel corso della presentazione “fede light”, cioè un “frutto amaro ma evidente di un sentimento religioso che poggia su tracce cristiane infantilistiche, anche nel linguaggio e nelle immagini

Salvo Coco

il virus dei populismi avvelena il cristianesimo

“Dio? In fondo a destra”

quando il “virus dei populismi” avvelena il cristianesimo

In libreria il volume, edito da Emi, del vaticanista Iacopo Scaramuzzi: una mappa di usi, abusi e strumentalizzazioni della religione e dei suoi simboli in Italia, Ungheria, Usa, Francia, Brasile da parte di leader politici sovranisti

Quel rosario brandito da Matteo Salvini nel maggio di un anno fa, con tanto di schiocco delle labbra sulla coroncina mentre giurava da “premier” su un palco a Milano, era stato il caso più emblematico. Il massimo esempio di un virus che, prima del Covid-19, aveva infettato l’Italia, la fede, la politica: la strumentalizzazione del cattolicesimo e dei suoi simboli, con usi e abusi di rosari, crocifissi e Madonne, da parte di politici di destra. Un fenomeno cresciuto in Italia, ma che trova focolai anche nell’Ungheria di Viktor Orbán, nella Francia di Marine Le Pen, come pure nella Russia di Vladimir Putin, nel Brasile di Jair Bolsonaro e negli Stati Uniti di Donald Trump.
Questa mappa, puntellata di posizioni ideologiche, velleità da ancien régime e dalla continua ricerca di un nemico da combattere – l’immigrato come il gay o la donna emancipata, oppure la modernità e il multiculuralismo – è ricostruita in un libro edito da Emi “Dio? In fondo a destra”, disponibile in versione cartacea ed ebook. Il titolo gustoso già preannuncia l’acume analitico e la buona dose di ironia che caratterizzano queste 142 pagine scritte da Iacopo Scaramuzzi, vaticanista tra i migliori sul campo dell’agenzia Askanews e firma di punta di Vatican Insider.
Nel volume – che ha la prefazione di Gad Lerner – Scaramuzzi indaga fino a entrare nel vivo della questione, toccandone nervi scoperti e non risparmiando nomi, cognomi, date, luoghi che rivelano un albero genealogico di ideologie e affinità intellettuali. Dal libro si scopre chi, quando, dove, come ha manipolato la religione, sventolando rosari o invocando la Vergine, quella di Fatima o di Medjugorje (poco importa purché gli algoritmi dei social network si impennino), al fine solo di guadagnare voti, potere e prestigio. E soprattutto per accaparrarsi la fiducia dell’ampio elettorato cattolico, tanto smarrito quanto nostalgico, offrendogli l’illusione di avere un “proprio” rappresentante al governo.
«Usare simboli religiosi e popolari – scrive il giornalista – è un segnale di fumo destinato a un elettorato smarrito dalla globalizzazione e dalla crisi economica, una rassicurazione a buon mercato a chi mal sopporta una società secolarizzata, multiculturale e liquida, a quanti per paura di perdere i privilegi conquistati nel secondo dopoguerra cercano un nemico, che sia un immigrato musulmano, una coppia omosessuale che vuole sposarsi o una donna che rivendica la propria autonomia, a coloro che, per timore del futuro, hanno nostalgia di un piccolo mondo antico, voglia di strapaese».
Il focus si concentra sulla situazione in Italia, in particolare su colui che fino a prima del “crollo” veniva osannato, perlopiù dai suoi seguaci – inclusi blog cattolici conservatori da sempre ostili al Pontefice regnante -, come uno dei più alti rappresentanti del Paese, Matteo Salvini. L’autore ricorda il consenso suscitato dal bacio al rosario in piazza Duomo: fu lo stesso leader del Carroccio a rimanerne per primo sorpreso, come affermeranno mesi dopo gli «esegeti del salvinismo». «Divorziato, indifferente, a essere eufemistici, delle cose di Chiesa, né praticante né granché interessato alle tematiche bioetiche e tantomeno devoto (ammetterà di non pregare neppure il tanto esposto rosario), il leader della Lega diventa di punto in bianco il campione della simbologia cattolica», sottolinea Scaramuzzi. E questo «non solo per intercettare i voti di qualche movimento cattolico conservatore in cerca d’autore; non tanto per rimarcare ancora una volta la sua distanza dalla Lega secessionista di Umberto Bossi che, negli anni ruggenti, si scagliava contro i “vescovoni”, parte integrante di “Roma ladrona”, e solo tardivamente recuperò una qualche cordialità con il Vaticano di Benedetto XVI», testimoniata dalle magliette esibite a Pontida.
Di Salvini si ricorda anche l’affidamento al “Cuore Immacolato di Maria” perché intercedesse per il successo elettorale del suo partito. Un richiamo alle apparizioni di Fatima del 1917, «storia che intreccia devozione popolare e mitologia politica», ovvero la Madonna patrona dell’anticomunismo, venerata per questo anche dai lefebvriani. Scaramuzzi fa notare come negli stessi giorni, a migliaia di chilometri di distanza, il presidente Bolsonaro – lo stesso che strizza l’occhio alle correnti pentecostali – consacra il Brasile ad una statua raffigurante la medesima Vergine di Cova de Iria. È la dimostrazione che «quella del leader leghista non è una trovata estemporanea, ma scientemente si inserisce in una strategia ben coordinata dell’estrema destra globale. Che mescola i più recenti ritrovati del marketing politico alle icone novecentesche con spregiudicatezza, scaltrezza. E cialtroneria».
Il quadro, «inizialmente oscuro», si chiarisce quindi se si uniscono i puntini da Roma a Brasilia, da Washington a Budapest, da Parigi a Mosca. Nel libro si analizza l’ascesa di Trump negli Usa, paladino di fondamentalisti evangelical e cattolici integralisti uniti da una sorta di «ecumenismo dell’odio» già denunciato da Civiltà Cattolica; si ricostruisce la «conversione» di Orbán, quasi una «foga» di abbracciare il cristianesimo, che lo spinge a caricare di rabbia i suoi slogan anti-migranti; si osserva l’islamofobia del Front National guidato dalla Le Pen che negli anni ’70 contrastava gli immigrati e oggi mette all’indice i loro figli e nipoti, facendoli sentire «stranieri a casa loro».
Tutti personaggi, questi elencati, assurti a modello di credenti, laddove – rileva l’autore – nella vita personale mancano di una «normale» esperienza di fede. La destra mondiale, composta da una rete internazionale di «ideologi disinvolti» come anche da «atei bigotti», ha cercato «nei simboli e nei temi religiosi una patina di rispettabilità e di assonanza con il sentire comune», annota Scaramuzzi, che individua anche le cause di tale fenomeno: «Non c’è un comune ispiratore occulto, non c’è un burattinaio che tira le fila dall’Europa all’Asia alle Americhe. È lo spirito del tempo, la conseguenza del collasso della globalizzazione, l’onda lunga di una crisi economica epocale. Ma l’uso di Madonne, presepi e crocifissi non è neppure completamente spontaneo».
A corroborare la tesi sono riportati nel libro studi autorevoli e interviste con esperti religiosi e laici. Tra questi il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente dei vescovi europei, che critica l’uso «un po’ trionfalistico del concetto di radici cristiane» e parla di «nazional-cattolicesimo», versione ridotta della religione di un Dio incarnato che è il cristianesimo. «Non c’è più niente di vivo, è pietrificata, ed una religione pietrificata servirà magari una decina d’anni, poi sarà gettata via e sostituita da un’altra ideologia che può servire i populisti», afferma il porporato. Il rischio, afferma Scaramuzzi, è che il cristianesimo finisca per trasformarsi «in un monumento ai caduti».
A rompere equilibri e sbaragliare strategie è giunta ora la pandemia globale di coronavirus che è riuscita, come mai ha fatto la politica, a svelare l’inconsistenza del pensiero sovranista e dimostrare che «siamo tutti sulla stessa barca», usando le parole di Papa Francesco. Proprio lui è l’antidoto al veleno del populismo identitario: il Pontefice argentino che nel suo background porta il «mito» del popolo protagonista della storia e che nella Sicilia, dove l’anno scorso ha sfondato la Lega, ha tuonato che l’unico populismo accettabile è quello «cristiano», fatto di ascolto e servizio.
Papa Francesco, sottolinea Scaramuzzi, «non sottovaluta i populismi, non li demonizza, non li snobba. Ha la capacità di vedere i conflitti che ci sono dietro, l’emotività che li sostanzia, sa distinguere buone domande e cattive risposte. Capisce il popolo, viene dal popolo, è popolare non populista». E con il suo radicalismo evangelico, si impegna «ad annunciare la buona novella di un mondo più giusto, più misericordioso, più fraterno»

il commento al vangelo della domenica di pentecoste

Pentecoste

un vento di santità nel cosmo

il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica di Pentecoste (31 maggio 2020):

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La Pentecoste non si lascia recintare dalle nostre parole. La liturgia stessa moltiplica le lingue per dirla: nella prima Lettura lo Spirito arma e disarma gli Apostoli, li presenta come “ubriachi”, inebriati da qualcosa che li ha storditi di gioia, come un fuoco, una divina follia che non possono contenere. E questo, dopo il racconto della casa di fiamma, di un vento di coraggio che spalanca le porte e le parole. E la prima Chiesa, arroccata sulla difensiva, viene lanciata fuori e in avanti. La nostra Chiesa tentata, oggi come allora, di arroccarsi e chiudersi, perché in crisi di numeri, perché aumentano coloro che si dichiarano indifferenti o risentiti, su questa mia Chiesa, amata e infedele, viene la sua passione mai arresa, la sua energia imprudente e bellissima. Il Salmo responsoriale guarda lontano: «Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra». Una delle affermazioni più belle e rivoluzionarie di tutta la Bibbia: tutta la terra è gravida, ogni creatura è come incinta di Spirito, anche se non è evidente, anche se la terra ci appare gravida di ingiustizia, di sangue, di follia, di paura. Ogni piccola creatura è riempita dal vento di Dio, che semina santità nel cosmo: santità della luce e del filo d’erba, santità del bambino che nasce, del giovane che ama, dell’anziano che pensa. L’umile santità del bosco e della pietra. Una divina liturgia santifica l’universo. La terza via della Pentecoste è data dalla seconda lettura. Lo Spirito viene consacrando la diversità dei carismi: bellezza, genialità, unicità proprie per ogni vita. Lo Spirito vuole discepoli geniali, non banali ripetitori. La Chiesa come Pasqua domanda unità attorno alla croce; ma la Chiesa come Pentecoste vuole diversità creativa. Il Vangelo infine colloca la Pentecoste già la sera di Pasqua: «Soffiò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo». Lo Spirito di Cristo, ciò che lo fa vivere, viene a farci vivere, leggero e quieto come un respiro, umile e testardo come il battito del cuore. Il poeta Ovidio scrive un verso folgorante: est Deus in nobis, c’è un Dio in noi. Questa è tutta la ricchezza del mistero: «Cristo in voi!» (Col 1,27). La pienezza del mistero è di una semplicità abbagliante: Cristo in voi, Cristo in me. Quello Spirito che ha incarnato il Verbo nel grembo di santa Maria fluisce, inesauribile e illimitato, a continuare la stessa opera: fare della Parola carne e sangue, in me e in te, farci tutti gravidi di Dio e di genialità interiore. Perché Cristo diventi mia lingua, mia passione, mia vita, e io, come i folli e gli ebbri di Dio, mi metta in cammino dietro a lui «il solo pastore che pei cieli ci fa camminare» (D.M. Turoldo).
(Letture: Atti 2,1–11; Salmo 103; 1 Corinzi 12,3–7.12–13; Giovanni 20,19–23)

il commento al vangelo della domenica dell’Ascensione

Ascensione

Dio con noi fino alla fine del mondo

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica della solennità dell’Ascensione (25 maggio 2020):

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

I discepoli sono tornati in Galilea, su quel monte che conoscevano bene. Quando lo videro, si prostrarono. Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne coraggiose e fedeli. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto. E ci sono tutti all’appuntamento sull’ultima montagna. Questa è la sola garanzia di cui Gesù ha bisogno. Ora può tornare al Padre, rassicurato di essere amato, anche se non del tutto capito. Adesso sa che nessuno di quegli uomini e di quelle donne lo dimenticherà. Essi però dubitarono… Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in persone che dubitano ancora. Non rimane ancora un po’, per spiegare meglio, per chiarire i punti oscuri. Ma affida il suo messaggio a gente che dubita ancora. Non esiste fede vera senza dubbi. I dubbi sono come i poveri, li avremo sempre con noi. Ma se li interroghi con coraggio, da apparenti nemici diverranno dei difensori della fede, la proteggeranno dall’assalto delle risposte superficiali e delle frasi fatte. Gesù affida il mondo sognato alla fragilità degli Undici, e non all’intelligenza di primi della classe; affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti ad andare fino agli estremi della terra, ha fede in noi che non abbiamo fede salda in lui. A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra… Andate dunque. Quel dunque è bellissimo: dunque il mio potere è vostro; dunque ogni cosa mia e anche vostra: dunque sono io quello che vive in voi e vi incalza. Dunque, andate. Fate discepoli tutti i popoli… Con quale scopo? Arruolare devoti, rinforzare le fila? No, ma per un contagio, un’epidemia di vita e di nascite. E poi le ultime parole, il testamento: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Con voi, sempre, mai soli. Cosa sia l’Ascensione lo capiamo da queste parole. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino di prima. Se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro. Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme verso l’alto come forza ascensionale verso più luminosa vita: «Il Risorto avvolge misteriosamente le creature e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa» (Laudato si’, 100). Chi sa sentire e godere questo mistero, cammina sulla terra come dentro un tabernacolo, dentro un battesimo infinito.

(Letture: Atti 1,1–11; Salmo 46; Efesini 1,17–23; Matteo 28,16–20)

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