il commento al vangelo della domenica

Giovanni Battista

il testimone della luce


Giovanni Battista il testimone della luce
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  III Domenica di Avvento

Anno B

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo» (…).

Venne Giovanni mandato da Dio, venne come testimone, per rendere testimonianza alla luce. A una cosa sola: alla luce, all’amica luce che per ore e ore accarezza le cose, e non si stanca. Non quella infinita, lontana luce che abita nei cieli dei cieli, ma quella ordinaria, luce di terra, che illumina ogni uomo e ogni storia.
Giovanni è il “martire” della luce, testimone che l’avvicinarsi di Dio trasfigura, è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo, non per abbagliare, ma per risvegliare le forme, i colori
e la bellezza delle cose, per allargare l’orizzonte. Testimone che la pietra angolare su cui poggia la storia non è il peccato ma la grazia, non il fango ma un raggio di sole, che non cede mai.
Ad ogni credente è affidata la stessa profezia del Battista: annunciare non il degrado, lo sfascio, il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi, sandali da pellegrino e cuore di luce: in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.
Sacerdoti e leviti sono scesi da Gerusalemme al Giordano, una commissione d’inchiesta istituzionale, venuta non per capire ma per
coglierlo in fallo: Tu chi credi di essere? Elia? Il profeta che tutti aspettano? Chi sei? Perché battezzi? Sei domande sempre più incalzanti. Ad esse Giovanni risponde “no”, per tre volte, lo fa con risposte sempre più brevi: anziché replicare “io sono” preferisce dire “io non sono”. Si toglie di dosso immagini gratificanti, prestigiose, che forse sono perfino pronti a riconoscergli.
Locuste, miele selvatico, una pelle di cammello, quell’uomo roccioso e selvatico, di poche parole, non vanta nessun merito, è l’esatto contrario di un pallone gonfiato, come capita così di frequente sulle nostre scene. Risponde non per addizione di meriti, titoli, competenze, ma per sottrazione: e ci indica così il cammino verso l’essenziale. Non si è profeti per accumulo, ma per spoliazione.
Io sono voce, parlo parole non mie, che vengono da prima di me, che vanno oltre me. Testimone di un altro sole. La mia identità sta dalle parti di Dio, dalle parti delle mie sorgenti. Se Dio non è, io non sono, vivo di ogni parola che esce dalla sua bocca.
La voce rigorosa del profeta ci denuda: Io non sono il mio ruolo o la mia immagine. Non sono ciò che gli altri dicono di me. Ciò che mi fa umano è il divino in me; lo specifico dell’umanità è la divinità. La vita viene da un Altro, scorre nella persona, come acqua nel letto di un ruscello. Io non sono quell’acqua, ma senza di essa io non sono più.
«Chi sei tu?». Io cerco l’elemosina di una voce che mi dica chi sono veramente. Un giorno Gesù darà la risposta, e sarà la più bella: Voi siete luce! Luce del mondo.
(Letture: Isaia 61, 1-2.10-11; Luca 1; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1, 6-8.19-28).

salvarsi insieme in tempo di covid – la consegna spirituale di p. Sorge

NOI E LA PANDEMIA 

IL TESTAMENTO DEL GESUITA PADRE SORGE

o insieme ci salviamo o insieme moriamo

UN DIALOGO  , UNA RIFLESSIONE SUL NOSTRO TEMPO NEL LIBRO POSTUMO DEL PADRE SORGE

DOPO IL COVID, OCCORRE “RIPENSARCI, RICOSTRUIRE UN’ITALIA E UN’EUROPA ATTORNO A UN NUOVO UMANESIMO, BASATO SU ETICA E SOLIDARIETÀ”

di Bartolomeo Sorge

In questo lungo periodo della pandemia, praticamente ho fatto vita da recluso o, più propriamente, da eremita. Infatti, il Superiore del nostro istituto Aloisianum a Gallarate, è stato molto rigido: nessun padre può uscire di casa e nessun estraneo vi può entrare. In pratica, ci ha messi tutti in quarantena!
Tanto rigore si spiega non solo in fedeltà alle disposizioni governative, ma anche perché l’istituto Aloisianum, antica sede della nostra facoltà filosofica, è stata trasformata in infermeria per i gesuiti anziani o ammalati: se vi entrasse il virus, sarebbe una strage! Del resto, il Covid ha fermato l’intera umanità, tanto che ho avuto la sensazione di assistere alle prove generali del Giudizio Universale! Molte volte mi sono chiesto: “Come farà l’intera umanità, una popolazione di miliardi e miliardi, a prendere visione e a rendere conto della storia intera di millenni, tutti insieme e nello stesso momento?”. Il fatto che un virus, minuscolo e invisibile, sia riuscito a bloccare contemporaneamente l’umanità intera, obbligando gli individui di tutte le latitudini a chiudersi in casa e a riflettere sulla gravità della situazione, mi ha fatto pensare istintivamente al Giudizio Universale. Infatti, tutti abbiamo preso consapevolezza del fatto che l’umanità è una sola grande famiglia, che c’è un destino comune di cui tutti siamo corresponsabili. (…) In altre parole, la pandemia ha smascherato l’inganno dell’individualismo, perché ci ha fatto toccare con mano che gli esseri umani sono fatti per darsi la mano tra di loro, per aiutarsi l’un l’altro in spirito di fraterna solidarietà: o ci salviamo tutti insieme o tutti insieme periamo. (…) Abbiamo bisogno di restituire alla nostra società un’anima etica, occorre cioè realizzare un nuovo umanesimo che ci raccolga tutti attorno al valore fondante della convivenza civile, che è la solidarietà. Questo binario – etica e solidarietà – è l’unica direzione verso cui andare, dopo l’esperienza del coronavirus, per ricostruire un’Italia e un’Europa secondo la volontà di Dio e in vista di un effettivo bene comune. Etica, cioè rispetto dei valori comuni con al centro la dignità della persona e i suoi diritti fondamentali inalienabili (che nessuno può togliere perché nessuno glieli dà se non Dio), e al tempo stesso solidarietà. Se non accettiamo questo binomio, non abbiamo appreso la lezione venuta dalla crisi della pandemia. Pertanto, il lavoro che dobbiamo fare a livello economico, giuridico, sanitario, artistico è riscoprire la dimensione etica e trascendente delle relazioni sociali, sapendo che nessuno riesce a salvarsi da solo, né tantomeno si potrà costruire un’umanità migliore, se non tutti insieme. (…) Ha ragione papa Francesco quando denuncia le gravi conseguenze della “cultura dello scarto”, quella cultura che si fonda sulla logica, oggi sempre più diffusa, dell’“usa e getta” e colpisce non solo gli esseri umani, come purtroppo è avvenuto con gli anziani in molte Rsa, ma anche gli oggetti che si trasformano velocemente in spazzatura. Perciò, applicando quanto il Papa scrive nell’enciclica Laudato si’, occorre che noi oggi sappiamo cogliere l’occasione dell’epidemia per diffondere una nuova “cultura della cura” o della responsabilità, attraverso un cambiamento profondo di mentalità e di stile di vita individuale, familiare e collettivo. (…) Teniamo a mente che la longevità è un privilegio, e lo dico con gratitudine pensando ai miei 91 anni. Quello su cui dobbiamo vigilare è la solitudine, come ci ha detto papa Francesco in occasione del I Congresso internazionale di pastorale degli anziani: “La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla”. (…)
Il vero problema sta nel fatto che noi oggi abbiamo rimosso il pensiero della morte. In passato non era così. Con la morte avevamo imparato a convivere quotidianamente; e quanto ci tenevamo che una persona cara non morisse in ospedale, ma venisse a morire in casa! Oggi è cambiato il costume e muta anche l’aspetto esterno dei nostri cimiteri, sempre più simili a musei pieni di statue e di lapidi inneggianti alla vita che a “dormitori” dove i defunti giacciono in attesa della risurrezione! Il Covid, con le sue centinaia di morti ogni giorno, ci ha richiamati alla realtà. E qual è questa realtà? La nostra Costituzione riconosce la salute come un diritto fondamentale del singolo in relazione alla comunità. Infatti, all’art. 32 è scritto: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. La salute, cioè, deve essere trattata come una questione di interesse collettivo, come un bene comune al pari ad esempio dell’istruzione o dell’ambiente. Se invece noi riduciamo la salute a merce, attorno alla quale sviluppare interessi economici e aziendali – così come avviene da diversi anni in alcune nostre Regioni – ne paghiamo le conseguenze, che sono sotto gli occhi di tutti.
È poi vero che anche il nostro rapporto con la salute si è modificato nel tempo, e di questo abbiamo perso la memoria. Una volta era quasi “normale” ammalarsi, e persino morire anche in giovane età, dato che le cure mediche a disposizione erano limitate. Ora forse si è caduti nell’eccesso opposto, cioè non prendiamo più in considerazione l’eventualità di ammalarsi, “pretendiamo” di essere sempre sani e abbiamo rimosso la morte dal nostro orizzonte di vita, oltre che dal discorso pubblico. La malattia e la morte oggi sono diventate un tabù! Mi piace ricordare che nell’atto costitutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, firmato a New York nel 1946, è scritto: “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o di infermità”. E come dimenticare le parole di papa Francesco, nel bel mezzo del lockdown del marzo 2020? “Siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. La salute nostra e del mondo intero è collegata a tutte le relazioni tra di noi esseri umani e anche con gli altri esseri viventi; e questo virus, probabilmente passato dal pipistrello all’uomo, ce lo dimostra!
Dinanzi a tutto quello che stiamo vivendo, invece di lasciarci prendere dall’ansia, che non aiuta e crea solo più confusione, chiediamoci piuttosto che cosa ci domanda di cambiare la pandemia. Ci chiede forse di ripensare il nostro rapporto con la salute, che non è solo assenza di malattia – e lo scrivo dall’infermeria di Gallarate! –, di misurarci con la morte?

questa mania di far nascere Gesù Bambino a mezzanotte e in punto …

Natale  

non conta l’ora ma la nascita di Cristo

di Antonio Spadaro
in “il Fatto Quotidiano” del 1 dicembre 2020

Quando è nato Gesù? Con un certo fastidio san Clemente Alessandrino, scrittore greco-cristiano del
II secolo, uno dei “padri della Chiesa”, annotava in un suo scritto: “Non si contentano di sapere in
che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno”
(Stromata, I,21,146). Già queste parole ci fanno capire che in realtà non lo conosciamo; ma la stessa
espressione ci fa anche comprendere bene che ciò che importa del Natale non è la data: è il fatto che
il Figlio di Dio abbia preso carne umana in una notte e sia venuto come luce del mondo.
I Vangeli di Matteo e Luca non forniscono indicazioni cronologiche precise. L’affermarsi della festa
nel giorno del 25 dicembre la si deve molto all’opera del papa san Leone Magno (440-461). In
nessun modo la Chiesa ha mai definito questo punto, lasciando che il giorno del Natale di Gesù si
consolidasse come semplice tradizione. Nel 1993 san Giovanni Paolo II, durante l’udienza di
preparazione del Natale disse, ad esempio: “La data del 25 dicembre, com’è noto, è convenzionale”.
La tradizione però è molto antica: un documento dell’anno 354 attesta l’esistenza a Roma della
festa cristiana del Natale celebrata il 25 dicembre. Essa, come noto, corrisponde alla celebrazione
pagana – molto sentita dal popolo – del solstizio d’inverno, Natalis Solis Invicti, cioè la nascita del
nuovo sole dopo la notte più lunga dell’anno. Questa è la data nella quale viene celebrata la nascita
di colui che è il Sole vero che sorge dalla notte del paganesimo. La data coincideva con le ferie di
Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla
stessa mensa, come liberi cittadini.
Comprendiamo, dunque, che celebrare il Natale significa celebrare un evento della fede avvenuto in
un momento storico preciso, ma non determinabile cronologicamente. Nella notte di Natale la
liturgia ci invita a fare l’esperienza spirituale dell’entrare nell’oscurità per ammirare e adorare il
manifestarsi della vera Luce, quella del Verbo di Dio che incarnandosi ha illuminato la storia: “La
luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5).
La liturgia cattolica prevede, oltre a quella vespertina della vigilia, tre messe: quella ad noctem (cioè
la messa della notte), la messa in aurora e la messa in die (nel giorno). Anche i protestanti e gli
ortodossi che seguono il calendario gregoriano celebrano il Natale lo stesso giorno. Invece, le chiese
ortodosse orientali lo celebrano il 6 gennaio; gli ortodossi che seguono il calendario giuliano il 7
gennaio e la Chiesa Armena Apostolica di Gerusalemme che segue il calendario giuliano lo celebra
il 19 gennaio.
Il dato simbolicamente importante per la celebrazione della notte non è dunque l’orario esatto – che
sia la mezzanotte o qualunque altra ora – ma il fatto che si celebri quando non c’è luce, quando è
buio. E questo proprio per rendere evidente il senso simbolico della festa. Tuttavia la messa non è la
“messa di mezzanotte”, ma “della notte”. Se si comprende il ragionamento, si comprende pure che
la celebrazione della notte che dovesse svolgersi quando è buio, ma in un orario precedente alla
mezzanotte, non fa di certo “nascere” Gesù in anticipo. Se la profondità della notte è ben resa dalla
mezzanotte, d’altra parte, la messa alle 21 o alle 22 è prassi abbastanza comune in molte comunità
cristiane per motivi di ordine pratico e per agevolare la partecipazione. La stessa celebrazione della
notte di Natale in San Pietro, ad esempio, inizia sempre ben prima delle ore 24. E – ricordiamolo – è
anche vero che esiste la messa dell’alba, che certamente si celebra dopo le 5 del mattino.
Veniamo a noi: certamente la politica non deve parlare di come si celebra la liturgia di Natale. E
certamente la Chiesa deve evitare che le celebrazioni diventino luoghi di contagio. Le indicazioni
circa il modo in cui le celebrazioni debbano svolgersi nei luoghi di culto sono solo un esempio delle
restrizioni di vasta portata all’esercizio di molti diritti umani e libertà civili in tutto il mondo,
causate dallo sforzo per far sì che la distanza fisica prevenga efficacemente le infezioni.
La salute pubblica è menzionata specificamente dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo
come motivo per limitare la libertà di religione o di credo (articolo 9). Tuttavia, tutte le restrizioni
dei diritti fondamentali devono avere una base giuridica, essere necessarie, adeguate, ragionevoli e
generalmente proporzionate in relazione allo scopo che servono e al diritto che limitano.
La politica deve abbassare le mani sullo svolgimento delle celebrazioni liturgiche e non deve
sottovalutare le esigenze spirituali delle comunità religiose che, con i loro valori, contribuiscono a
garantire la tenuta e la coesione sociale. D’altra parte, sulle celebrazioni la Chiesa sa di dover
tutelare il bene e la salute di tutti, modulando i tempi e i modi del culto, scegliendo, in sintonia con
chi è preposto alla tutela della salute, come evitare che le chiese del Natale siano luoghi di contagio.
Non c’è da sollevare da parte alcuna polemiche pretestuose su temi così delicati che toccano sia il
bene comune e la salute dei cittadini sia alcuni valori spirituali che fondano la coesione sociale.

il commento al vangelo della domenica

è una buona notizia a far ripartire la nostra vita


È una buona notizia a far ripartire la nostra vita
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della seconda domenica di avvento:

II Domenica di Avvento

Anno B

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano (…).

Due voci, a distanza di secoli, gridano le stesse parole, nell’arsura dello stesso deserto di Giuda. La voce gioiosa di Isaia: «Ecco, il tuo Dio viene! Ditelo al cuore di ogni creatura». La voce drammatica di Giovanni, il Giovanni delle acque e del sole rovente, mangiatore di insetti e di miele, ripete: «Ecco, viene uno, dopo di me, è il più forte e ci immergerà nel turbine santo di Dio!» (Mc 1,7). Isaia, voce del cuore, dice: «Viene con potenza», e subito spiega: tiene sul petto gli agnelli più piccoli e conduce pian piano le pecore madri. Potenza possibile a ogni uomo e a ogni donna, che è la potenza della tenerezza. I due profeti usano lo stesso verbo, sempre al presente: «Dio viene». Semplice, diretto, sicuro: viene. Come un seme che diventa albero, come la linea mattinale della luce, che sembra minoritaria ma è vincente, piccola breccia che ingoia la notte. Due frasi molto intense aprono e chiudono questo vangelo. La prima: Inizio del vangelo di Gesù Cristo, della sua buona notizia. Ciò che fa ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami, ciò che fa ripartire la vita è sempre una buona notizia, una fessura di speranza. Inizio del vangelo che è Gesù Cristo. La bella notizia è una persona, il Vangelo è Gesù, un Dio che fiorisce sotto il nostro sole, venuto per far fiorire l’umano. E i suoi occhi che guariscono quando accarezzano, e la sua voce che atterra i demoni tanto è forte, e che incanta i bambini tanto è dolce, e che perdona. E che disegna un altro mondo possibile. Un altro cuore possibile. Dio si propone come il Dio degli inizi: da là dove tutto sembra fermarsi, ripartire; quando il vento della vita «gira e rigira e torna sui suoi giri e nulla sembra nuovo sotto il sole» (Qo 1,3-9), è possibile aprire futuro, generare cose nuove. Da che cosa ricominciare a vivere, a progettare, a traversare deserti? Non da pessimismo, né da amare constatazioni, neppure dalla realtà esistente e dal suo preteso primato, che non contengono la sapienza del Vangelo, ma da una «buona notizia». In principio a tutto c’è una cosa buona, io lo credo. A fondamento della vita intera c’è una cosa buona, io lo credo. Perché la Bibbia comincia così: e vide ciò che aveva fatto ed ecco, era cosa buona. Viene dopo di me uno più forte di me. La sua forza? Gesù è il forte perché ha il coraggio di amare fino all’estremo; di non trattenere niente e di dare tutto. Di innalzare speranze così forti che neppure la morte di croce ha potuto far appassire, anzi ha rafforzato. È il più forte perché è l’unico che parla al cuore, anzi, parla «sul cuore», vicino e caldo come il respiro, tenero e forte come un innamorato, bello come il sogno più bello.
(Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 84; II Lettera di san Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8)

un grido … e la morte come punizione per aver voluto una vita

quel grido che scuote la nostra indifferenza


di Michele Smargiassi
in “la Repubblica” del 13 novembre 2020

In un mare di piombo, sotto un cielo di piombo, un gommone color piombo oscilla sotto
quell’orizzonte di piombo che non vuole rimanere orizzontale; quelli in mezzo sono corpi di esseri
umani. E lì, ma non lo vediamo, c’è Joseph, vissuto solo sei mesi, che le onde hanno strappato dalle
braccia della madre.

Questo vediamo. I marinai del salvataggio di Open Arms hanno voluto che
vedessimo questo, che «non fossero solo i nostri occhi a vedere». Perché sanno che vedere, ancora
una volta, è più che ascoltare, o leggere; perché mostrare è più che raccontare.
Ma cosa vedono davvero i nostri occhi? Un rettangolo di vetro luminoso, uno schermo che fa
schermo. Se le parole sono insufficienti, le immagini sono forse sufficienti? Nel luglio di due anni
fa, dallo stesso mare, gli stessi soccorritori ripescarono una donna, si chiamava Josefa, terribile
ricorrenza dei nomi.
Anche allora qualcuno volle che la vedessimo: vedemmo i suoi occhi sbarrati. Quegli occhi sì che
avevano visto. E continuavano a vedere quel che noi non abbiamo potuto: cosa è la morte. Brutta
parola, vero? Ma almeno chiamiamola col suo nome. La morte come punizione per aver voluto una
vita.
No, non è questo che vediamo, neppure stavolta, in questa manciata di secondi concitati, dove
succedono molte cose: una madre disperata si rotola sul fondo arancione della scialuppa della
salvezza, un altro uomo scampato alle onde grida, un bambino viene ripescato, depositato in salvo
come un orsetto fradicio. Era fradicio, ma era morto, anche il piccolo Alan Kurdi sulla spiaggia di
Bodrum; e si disse, ma non era vero, che quella fotografia avrebbe aperto il cuore dell’Europa.
Certe immagini colpiscono il corpo, ci fanno rabbrividire, ma la strada che porta al cuore è più
lunga, e neanche «vedere coi nostri occhi» la accorcia così tanto.
Ma qui c’è un grido. «Ho perso il mio bambino», il grido delle madri della strage degli innocenti, il
grido muto della madre di Guernica. Le parole ammutoliscono, le immagini sbiadiscono, ma si può
resistere a quel grido?

il dono che, per credenti e non credenti, può portarci il natale

 

la vita nuova che deve venire

Natale e il nostro tempo ormai «invaso»

dobbiamo prepararci a un Natale diverso. Un po’ più povero. Con meno amici,
meno familiari, meno regali. Ma forse anche con meno frenesia e con più raccoglimento, più
riflessione. Più spiritualità e, forse, più ospitalità

di Mauro Magatti
in “Avvenire” del 29 novembre 2020

La discussione di queste settimane attorno al Natale è tutta ruotata attorno alla possibilità di tenere
aperti gli impianti sciistici e salvare la stagione turistica. Il tema è diventato così esplosivo da
sollevare persino qualche tensione diplomatica tra i Paesi aperturisti – come Svizzera e Austria – e
quelli rigoristi – Italia, Francia, Germania. I problemi economici di intere comunità montane che
vivono perlopiù di questa attività non devono essere sottovalutati. Come nel caso della ristorazione,
è quindi doveroso sottolineare la necessità di interventi proporzionati da parte dei governi per
salvaguardare attività che sono a rischio di venire decimate. Non è giusto che il costo della
pandemia sia scaricato sulle spalle dei più esposti. E tuttavia, questa vicenda suggerisce molto di
più circa la natura più profonda delle nostre società. In questi mesi si è ripetutamente detto che la
pandemia è un rivelatore che ci permette di capire meglio quello che siamo. E in effetti, proprio il
dibattito sul Natale conferma un tale effetto. Forse prima era più difficile accorgercene. Ma in questi
mesi abbiamo visto che il nostro modello di vita non ammette nessun ‘altrove’. Né spaziale – il
mondo interconnesso è stato investito in pochi mesi dal virus, senza possibilità di scampo – né
temporale – non c’è più un momento ‘esterno’ al circuito economico.
Passo dopo passo, l’attività commerciale ha ‘invaso’ la domenica così come la fascia serale. Il nostro
tempo libero è affollato di attività a pagamento: palestre, cinema, musei, viaggi.
Così che il lavorare non riguarda più solo le 8 ore della classica giornata feriale, ma si estende alla
quasi totalità delle nostre attività che si reggono solo a condizione di avere un corrispettivo
economico. E lo stesso vale per il calendario annuale, ormai riempito di ‘festività’ commerciali: le
ferie estive al mare e quelle invernali sugli sci; San Valentino, Carnevale, Pasqua, i saldi di fine
stagione (rigorosamente invernali ed estivi), Halloween, la festa del papà, quella della mamma, il
Black Friday, le festività natalizie etc.
Non che la cosa sia di per sé un male. Lavorare nella cultura o nel turismo è meglio che stare in una
fonderia o in una miniera. Ma non vanno nemmeno sottovalutati gli effetti collaterali. Sta di fatto
che, mentre stiamo (lentamente) cominciando a capire che la questione della sostenibilità va presa
sul serio – pena esporci alle conseguenze disastrose del riscaldamento globale – ci si continua a
proporre e riproporre un modello che non lascia respiro, che corre sempre più velocemente e che
non ammette pausa. Un modello 24 ore su 24, sette giorni su sette.
Nei giorni scorsi – e, meno male, non solo da queste pagine – qualche voce ha cercato di dire che,
data la situazione, dobbiamo prepararci a un Natale diverso. Un po’ più povero. Con meno amici,
meno familiari, meno regali. Ma forse anche con meno frenesia e con più raccoglimento, più
riflessione. Più spiritualità e, forse, più ospitalità. Il che non sarebbe una cattiva idea tenuto conto
che siamo alla fine di un anno tremendo che non si potrà cancellare con un’alzata di spalle. Come
ha più volte detto papa Francesco, «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla,
chiudendoci in noi stessi». L’antica saggezza biblica – risalente a 3.000 anni fa – insiste
sull’importanza di un’interruzione del tempo che permetta di staccarsi dalle attività quotidiane per
guardare il mondo da un punto di vista diverso. Un bene inestimabile per l’anima che diventa così
più capace di rigenerare quella saggezza e quella creatività senza le quali si finisce nel vortice di
una ripetitività sfibrante. Questo vale anche – anzi, soprattutto – per la società contemporanea.
Il Natale ci parla di un mondo che si fa nuovo a partire dalla fragilità di un Bambino. Racconto
concreto che ci sollecita a reimparare ciò di cui abbiamo più bisogno: tornare a saper sperare,
coltivando la ‘memoria del futuro’, risorsa indispensabile per affrontare creativamente le
preoccupazioni che ci affliggono.
La pandemia ha già causato molti danni economici e sociali. E nonostante l’arrivo del vaccini, il
2021 sarà un anno difficile. Il Natale povero che ci apprestiamo a vivere può essere, allora, una
occasione per rientrare un po’ di più in noi stessi, capendo che la soluzione ai tanti problemi che ci
affliggono non passa da un attivismo affannoso, da una accelerazione insensata. Dal ritorno
frettoloso a fare quello che facevamo prima. Se c’è una cosa che il terzo choc globale ci aiuta a
vedere è che l’illusione di un mondo a crescita illimitata e del godimento individualizzato non si
regge.
La nostra capacità di uscire positivamente dalla crisi della pandemia ha dunque strettamente a che
fare con la nostra disponibilità ad ascoltare l’annuncio di Betlemme: il nostro destino sta in una
promessa di amore che intravvediamo e che ancora si deve compiere nella sua pienezza. Ecco
dunque, il dono che, per credenti e non credenti, può portarci il Natale: essere tempo di
rigenerazione, rito collettivo di riapertura della speranza, tempo di meraviglia per accogliere e poi
accompagnare la vita nuova che deve venire.

la Lucca povera che emerge dal dossier sulla povertà e le risorse nella Diocesi di Lucca 2020

povertà a Lucca

aumentano richieste d’aiuto

gli italiani superano gli stranieri

1.653 richieste nel 2018, 1.904 nel 2019. Ma nel primo semestre 2020 ai Centri di ascolto della Diocesi di Lucca le domande sono aumentate (30%). Per la prima sono soprattutto gli italiani a chiedere aiuto

Nel primo semestre del 2020 a Lucca si è registrato un aumento considerevole del numero di persone che hanno richiesto aiuto rispetto al 2019. Alla fine di maggio le persone incontrate erano 979, circa il 30% in più rispetto a quelle registrate nello stesso semestre dell’anno precedente. Un dato perfino sottostimato, perché durante i mesi di diffusione massiccia dell’epidemia molti volontari sono stati interamente assorbiti dalle attività di aiuto e non sono riusciti a registrare nel programma di raccolta dati tutte le attività e i contatti avuti.

è quanto emerge dal dossier sulla povertà e le risorse nella Diocesi di Lucca 2020, intitolato

 “Vicinissimi a portata di mano”

In poco meno di 100 pagine sono riassunti i dati raccolti dai Centri di ascolto nel 2019, integrati con quelli raccolti nel primo semestre di quest’anno. L’obiettivo del Dossier, come ogni anno, è duplice: da una parte fornire informazioni sui meccanismi di impoverimento alle istituzioni e a tutta la comunità, dall’altra attivare tutti i soggetti nella costruzione di strategie di contrasto sempre più efficaci, anche attraverso la mobilitazione del potenziale civico presente sul territorio. A questi si aggiunge la lettura dello scenario pre-covid con la situazione conseguente alla diffusione del virus.

I dati del 2019

Il confronto dei dati 2019 con il parziale del 2020 fa emergere chiaramente che l’emergenza sanitaria si è innestata in un tessuto socioeconomico di per sé già ricco di fragilità e in esso ha contribuito ad accentuare la forbice delle disuguaglianze sociali pregresse. Lo scorso anno, infatti, dopo un periodo di stabilizzazione degli accessi si è registrato registrano un nuovo e significativo aumento di richieste di aiuto. Le persone accolte sono state 1.904, contro i 1.653 dell’anno precedente. Questo incremento è riconducibile in buona parte all’aumento di coloro che si sono rivolti per la prima volta ai Centri di ascolto (419 nuovi accessi).

Chi chiede aiuto?

I cittadini che si rivolgono al Centro sono nella grande maggioranza dei casi giovani. A Lucca e nella Piana di Lucca la fascia di età maggiormente rappresentata è quella 35-44 anni, mentre nelle altre zone (Versilia e Valle del Serchio) è 45-55 anni. Ma in generale il 68,61% delle persone accolte ha meno di 44 anni (contro il 41,13% dell’anno precedente). I cittadini con più di 65 anni, non in età da lavoro, costituiscono l’11,27% e quasi sempre sono di nazionalità italiana. Le donne sono più giovani degli uomini e risultano più rappresentate soprattutto nella fascia di età che va dai 25 al 44 anni. Il lavoro continua a rappresentare una delle dimensioni fondamentali intorno alle quali si sviluppa il percorso di impoverimento: il 63,28% delle persone incontrate è disoccupata. Nel 9,96% dei casi l’occupazione non basta a far fronte alle esigenze della famiglia. Un altro fattore di disagio è rappresentato dalla condizione abitativa. La casa, che, quando è presente, solitamente è in locazione (36,04%), costituisce una spesa che grava in maniera significativa nei percorsi di vita delle persone incontrate. Rilevante è anche il numero di soggetti che hanno un alloggio precario o sono senza alloggio (9.13%), oppure che ricorrono a forme di coabitazione temporanea con amici e parenti (8.56%). La povertà economica grave (60.43%) e le difficoltà nel mercato del lavoro (23.72%) rappresentano le principali problematiche per le quali i cittadini si rivolgono ai Centri in cerca di aiuto.

Più disuguaglianza con il lockdown

Quasi mille le persone incontrante nel primo semestre 2020. A questo si aggiunge il dato che mostra un aumento anche superiore al 100% nei servizi più facilmente monitorabili come quelli di risposta alla marginalità estrema e ai bisogni primari, che sono del resto gli unici servizi rimasti aperti in maniera continuativa durante il periodo del lockdown (ad esempio mense e centri distribuzione alimentare). È prevedibile che almeno una parte di queste persone continueranno a rivolgersi ai Centri di ascolto e ai servizi Caritas nel secondo semestre del 2020. Per il primo anno, inoltre, si assiste al sorpasso della presenza italiana (50,9%) rispetto a quella straniera (49.1%). Un dato interessante riguarda il fronte lavorativo. Oltre a una forte presenza di persone disoccupate, cresce il numero di persone che dichiarano di avere un’occupazione. Le domande di aiuto sono fortemente concentrate, ancora più che nel passato, sul disagio economico grave (73,3%) e sulle richieste di aiuto nella ricerca del lavoro.

Il vissuto dei volontari

Nella prima fase di sviluppo del virus e con l’inizio del lockdown (marzo-aprile) anche tra i volontari erano prevalenti sentimenti di incertezza e smarrimento di fronte a qualcosa di mai visto, cui lentamente però hanno fatto spazio la voglia di fare squadra per essere presenti e portare aiuto. Gli appelli a donare tempo per chi era in difficoltà hanno raccolto molti nuovi volontari, soprattutto giovani, che hanno potenziato e sostenuto la risposta nell’emergenza e anche nei mesi successivi. Tra maggio e ottobre, con la riapertura e poi l’arrivo della nuova ondata, da parte dei volontari c’è maggiore stabilità ma anche il timore di non riuscire a fare abbastanza. Ai 400 volontari già attivi, durante la fase del lockdown se ne sono aggiunti circa 240, di cui circa 20 scout, che hanno supplito alle difficoltà incontrate dalla metà circa dei volontari parrocchiali, per i limiti dell’età.

il messaggio dei vescovi italiani in questo tempo di pandemia

 
questo tempo di pandemia è tempo di speranza e rinascita

Consiglio permanente della Cei

Dire “con affetto” una “parola di speranza e di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori”. È l’intento dichiarato – fin dalle prime righe – del Messaggio alle comunità cristiane in tempo di pandemia, diffuso oggi, martedì 24 novembre, dal Consiglio Permanente della Cei.
È un testo rivolto alle comunità ecclesiali proprio per sostenere un cammino di Chiesa in un periodo che può sembrare sospeso, ma che può divenire di rinascita. Scrivono infatti i vescovi che “la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi”. Il testo, invitando anche i laici a un impegno a 360 gradi, sottolinea che questo, oltre che un tempo di “tribolazione” è anche un “tempo di preghiera” nelle sue diverse forme e un “tempo di speranza”. “Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione”, si legge nel Messaggio, che conclude additando la prospettiva di “un tempo di possibile rinascita sociale”, anche perché la Chiesa sta impegnando le “migliori energie nella cura delle persone più fragili ed esposte”. “E’ sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato – ricordano i vescovi – che tutti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo”. 

 di seguito il testo completo del Messaggio

“Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione,perseveranti nella preghiera” (Rm 12,12)

Fratelli e sorelle,
vorremmo accostarci a ciascuno di voi e rivolgervi con grande affetto una parola di speranza e di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori. Viviamo una fase complessa della storia mondiale, che può anche essere letta come una rottura rispetto al passato, per avere un disegno nuovo, più umano, sul futuro. «Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020).
Ai componenti della Comunità cristiana cattolica, alle sorelle e ai fratelli credenti di altre Confessioni cristiane e di tutte le religioni, alle donne e agli uomini tutti di buona volontà, con Paolo ripetiamo: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12).
Inviamo questo messaggio mentre ci troviamo nel pieno della nuova ondata planetaria di contagi da Covid-19, dopo quella della scorsa primavera. L’Italia, insieme a molti altri Paesi, sta affrontando grandi limitazioni nella vita ordinaria della popolazione e sperimentando effetti preoccupanti a livello personale, sociale, economico e finanziario. Le Chiese in Italia stanno dando il loro contributo per il bene dei territori, collaborando con tutte le Istituzioni, nella convinzione che l’emergenza richieda senso di responsabilità e di unità: confortati dal magistero di Papa Francesco, siamo certi che per il bene comune occorra continuare in questa linea di dialogo costante e serio.
1. Non possiamo nascondere di trovarci in un tempo di tribolazione. Dietro i numeri apparentemente anonimi e freddi dei contagi e dei decessi vi sono persone, con i loro volti feriti e gli animi sfigurati, bisognose di un calore umano che non può venire meno. La situazione che si protrae da mesi crea smarrimento, ansia, dubbi e, in alcuni casi, disperazione. Un pensiero speciale, di vicinanza e sostegno, va in particolare a chi si occupa della salute pubblica, al mondo del lavoro e a quello della scuola che attraversano una fase delicata e complessa: da qui passa buona parte delle prospettive presenti e future del Paese. «Diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante» (Laudato si’, n. 141).
Anche in questo momento la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo (cfr. Eb 12,2) per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi. Se anche non è possibile muoversi spediti, perché la corrente contraria è troppo impetuosa, impariamo a reagire con la virtù della fortezza: fondati sulla Parola (cfr. Mt 13,21), abbracciati al Signore roccia, scudo e baluardo (cfr. Sal 18,2), testimoni di una fede operosa nella carità (cfr. Gal 5,6), con il pensiero rivolto alle cose del cielo (cfr. Gal 3,2), certi della risurrezione (cfr. 1Ts 4; 1Cor 15). Dinanzi al crollo psicologico ed emotivo di coloro che erano già più fragili, durante questa pandemia, si sono create delle “inequità”, per le quali chiedere perdono a Dio e agli esseri umani. Dobbiamo, singolarmente e insieme, farcene carico perché nessuno si senta isolato!
2. Questo tempo difficile, che porta i segni profondi delle ferite ma anche delle guarigioni, vorremmo che fosse soprattutto un tempo di preghiera. A volte potrà avere i connotati dello sfogo: «Fino a quando, Signore…?» (Sal 13). Altre volte d’invocazione della misericordia: «Pietà di me, Signore, sono sfinito, guariscimi, Signore, tremano le mie ossa» (Sal, 6,3). A volte prenderà la via della richiesta per noi stessi, per i nostri cari, per le persone a noi affidate, per quanti sono più esposti e vulnerabili: «Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio» (Sal 16,1). Altre volte, davanti al mistero della morte che tocca tanti fratelli e tante sorelle e i loro familiari, diventerà una professione di fede: «Tu sei la risurrezione e la vita. Chi crede in te, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in te, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). Altre, ancora, ritroverà la confidenza di sempre: «Signore, mia forza e mia difesa, mio rifugio nel giorno della tribolazione» (Ger 16,19).
Le diverse e, talvolta, sofferte condizioni di molte famiglie saranno al centro delle preghiere individuali e comunitarie: questo “tempo sospeso” rischia, infatti, di alimentare fatiche e angosce, specialmente quando si acuiscono le tensioni tra i coniugi, per i problemi relazionali con i figli, per la mancanza di lavoro, per il buio che si prospetta per il futuro. Sappiamo che il bene della società passa anzitutto attraverso la serenità delle famiglie: auspichiamo, perciò, che le autorità civili le sostengano, con grande senso di responsabilità ed efficaci misure di vicinanza, e che le comunità cristiane sappiano riconoscerle come vere Chiese domestiche, esprimendo attenzione, sostegno, rispetto e solidarietà.
Anche le liturgie e gli incontri comunitari sono soggetti a una cura particolare e alla prudenza. Questo, però, non deve scoraggiarci: in questi mesi è apparso chiaro come sia possibile celebrare nelle comunità in condizioni di sicurezza, nella piena osservanza delle norme. Le ristrettezze possono divenire un’opportunità per accrescere e qualificare i momenti di preghiera nella Chiesa domestica; per riscoprire la bellezza e la profondità dei legami di sangue trasfigurati in legami spirituali. Sarà opportuno favorire alcune forme di raccoglimento, preparando anche strumenti che aiutino a pregare in casa.
3. La crisi sanitaria mondiale evidenzia nettamente che il nostro pianeta ospita un’unica grande famiglia, come ci ricorda Papa Francesco nella recente Enciclica Fratelli tutti: «Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (n. 32). Occorre, quindi, rifiutare la logica del “si salvi chi può”, perché, come afferma ancora Papa Francesco, «il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia» (n. 36). In tale contesto i cristiani portano anzitutto il contributo della fraternità e dell’amore appresi alla scuola del Maestro di Nazareth, morto e risorto.
Tutto questo sta avvenendo nelle nostre comunità. Se i segni di morte balzano agli occhi e s’impongono attraverso i mezzi d’informazione, i segni di risurrezione sono spesso nascosti, ma reali ancor più di prima. Chi ha occhi per vedere può raccontare, infatti, d’innumerevoli gesti di dedizione e generosità, di solidarietà e amore, da parte di credenti e non credenti: essi sono, comunque, “frutto dello Spirito” (cfr. Gal 5,22). Vi riconosciamo i segni della risurrezione di Cristo, sui quali si fonda la nostra fiducia nel futuro. Al centro della nostra fede c’è la Pasqua, cioè l’esperienza che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola, ma sono trasfigurate dalla risurrezione di Gesù. Ecco perché riteniamo che questo sia un tempo di speranza. Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana. Un invito, questo, che rivolgiamo in modo particolare agli operatori della comunicazione: tutti insieme impegniamoci a dare ragione della speranza che è in noi (cfr. 1Pt 3,15-16).
4. Le comunità, le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, i singoli fedeli stanno dando prova di un eccezionale risveglio di creatività. Insieme a molte fatiche pastorali, sono emerse nuove forme di annuncio anche attraverso il mondo digitale, prassi adatte al tempo della crisi e non solo, azioni caritative e assistenziali più rispondenti alle povertà di ogni tipo: materiali, affettive, psicologiche, morali e spirituali. I presbiteri, i diaconi, i catechisti, i religiosi e le religiose, gli operatori pastorali e della carità stanno impegnando le migliori energie nella cura delle persone più fragili ed esposte: gli anziani e gli ammalati, spesso prime vittime della pandemia; le famiglie provate dall’isolamento forzato, da disoccupazione e indigenza; i bambini e i ragazzi disabili e svantaggiati, impossibilitati a partecipare alla vita scolastica e sociale; gli adolescenti, frastornati e confusi da un clima che può rallentare la definizione di un equilibrio psico-affettivo mentre sono ancora alla ricerca della loro identità. Ci sembra di intravedere, nonostante le immani difficoltà che ci troviamo ad affrontare, la dimostrazione che stiamo vivendo un tempo di possibile rinascita sociale.
È questo il migliore cattolicesimo italiano, radicato nella fede biblica e proiettato verso le periferie esistenziali, che certo non mancherà di chinarsi verso chi è nel bisogno, in unione con uomini e donne che vivono la solidarietà e la dedizione agli altri qualunque sia la loro appartenenza religiosa. A ogni cristiano chiediamo un rinnovato impegno a favore della società lì dove è chiamato a operare, attraverso il proprio lavoro e le proprie responsabilità, e di non trascurare piccoli ma significativi gesti di amore, perché dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo. È sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato che tutti infatti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo (cfr. Mt 25, 31-46).
Ecco il senso dell’invito di Paolo: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Questo è il contributo dei cattolici per la nostra società ferita ma desiderosa di rinascere. Per noi conta testimoniare che l’unico tesoro che non è destinato a perire e che va comunicato alle generazioni future è l’amore, che deriva dalla fede nel Risorto.Noi crediamo che questo amore venga dall’alto e attiri in una fraternità universale ogni donna e ogni uomo di buona volontà.

IL CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Roma, 22 novembre 2020
Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo

il commento al vangelo della domenica

l’avvento è come un orizzonte che si allarga


L'Avvento è come un orizzonte che si allarga
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica

I Domenica di Avvento  Anno B

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

L’Avvento è come una porta che si apre, un orizzonte che si allarga, una breccia nelle mura, un buco nella rete, una fessura nel soffitto, una manciata di luce che la liturgia ci getta in faccia. Non per abbagliarci, ma per svegliarci. Per aiutarci a spingere verso l’alto, con tutte le forze, ogni cielo nero che incontriamo. «Al di là della notte ci aspetterà spero il sapore di un nuovo azzurro» (N. Hikmet). Il Vangelo oggi racconta di una notte, stende l’elenco faticoso delle sue tappe: «non sapete quando arriverà, se alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, o al mattino» (Mc 13,35). Una cosa è certa: che arriverà. Ma intanto Isaia lotta, a nome nostro, contro il ritardo di Dio: ritorna per amore dei tuoi servi… se tu squarciassi i cieli e discendessi.
Non è l’essere umano che dà la scalata al cielo, è il Signore delle Alleanze che discende, in cammino su tutte le strade, pellegrino senza casa, che cerca casa, e la cerca proprio in me. Isaia capovolge la nostra idea di conversione, che è il girarsi della creatura verso il Creatore. Ha la sfrontatezza di invocare la conversione di Dio, gli chiede di girarsi verso di noi,
ritornare, squarciare i cieli, scendere: di convertirsi alle sue creature.
Profezia del nome nuovo di Dio. Finisce la ricerca di Dio e inizia il tempo dell’accoglienza: ecco, io sto alla porta e busso…
«Le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese» (S. Weil). Anche un essere umano va sempre atteso. Ci sembra poca cosa, perché noi vogliamo essere attivi, fare, costruire, determinare le cose e gli eventi. Invece Dio non si merita, si accoglie; non si conquista, si attende. Gesù nel Vangelo di questa domenica non si stanca di ripetere il ritornello di due atteggiamenti, nostro equipaggiamento spirituale per il percorso dell’attesa: state attenti e vegliate (Mc 13,33.35.37). L’attenzione ha la stessa radice di attesa: è un tendere a… Tutti abbiamo conosciuto giorni in cui la vita non tendeva a niente; sappiamo tutti cos’è una vita distratta, fare una cosa ed avere la testa da un’altra parte; incontrare una persona e non ricordare il colore dei suoi occhi; camminare sulla terra e calpestare tesori di bellezza. Distratti. L’amore è attenzione. L’attenzione è già una forma di preghiera, ed è la grammatica elementare che salva la mia vita interiore.
Il secondo atteggiamento: vegliate. Non permettete a nessuno di addormentarvi o di comprarvi. Vegliate sui primi passi della pace, della luce dell’alba che si posa sul muro della notte, o in fondo al tunnel di questa pandemia. Vegliate e custodite tutti i germogli, tutto ciò che nasce e spunta porta una carezza e una sillaba di Dio.
(Letture: Isaia 63, 16-17; 64, 2-7; Salmo 79; 1 Corinzi 1,3-9; Marco 13, 33-37).

l’attuale economia del mondo non è eterna, può essere cambiata – ci tenta papa Francesco

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E’ NATO IL PATTO DI ASSISI PER CAMBIARE L’ECONOMIA DEL MONDO

il messaggio del Papa ai giovani del meeting internazionale “Economia di Francesco”, che chiede una vera e propria rivoluzione pacifica

“non siamo condannati al profitto e allo scarto, o saprete coinvolgervi o la storia vi passa sopra”

Un nuovo Patto per l’ economia contro le diseguaglianze e la cultura dello scarto, per uno sviluppo equo e sostenibile, una vera e propria rivoluzione mondiale, pacifica ma ostinata, per cambiare lo stato del Pianeta e insieme le condizioni di miliardi di uomini e donne.

Con il messaggio di papa Francesco ai giovani collegati da ben 115 Paesi del mondo con Assisi per il meeting che porta il suo nome, “Economia di Francesco”, nasce formalmente un movimento già partito nove mesi fa.«Non è un punto di arrivo», spiega infatti il Pontefice nel videomessaggio che conclude i lavori della tre giorni, «ma la spinta nuova di un processo già iniziato in cui siamo chiamati a vivere come vocazione, cultura e come adesione a un patto». Poiché nelle attuali condizioni «non possiamo andare avanti in questo modo. Urge una nuova narrazione economica».

Sono i temi delle encicliche sociali Laudato si’ e della recentissima Fratelli tutti. Ma è come se questi documenti avessero trovato i loro interpreti: i giovani. L’ attuale sistema mondiale, sottolinea Francesco, «è insostenibile, colpisce nostra sorella Terra e gli esclusi: le due cose vanno insieme. I poveri sono i primi danneggiati e i primi esclusi». Francesco chiede a chi ha la vita davanti a sé di farsi classe dirigente e di cambiare le cose nel contesto in cui sono chiamati a operare, a dare un senso alle loro attività di studenti, imprenditori, economisti, lavoratori, artigiani, ovunque essi siano: «O siete coinvolti o la storia vi passa sopra». La gravità della situazione legata al Covid ha accentuato l’ urgenza di intervenire al più presto. Poiché, spiega Francesco, il rischio è che dopo la fine della pandemia i problemi si ingigantiscano ancora di più: «Dobbiamo cambiare subito». La parola d’ ordine è agire, «avviare processi, creare risorse, cambiare gli stili di vita e soprattutto i modelli di produzione e di consumo. Senza fare questo non farete nulla». Il videomessaggio di Francesco erompe nei giorni drammatici del contagio, raggiunge le menti e i cuori di questa sorta di villaggio globale  – che ha il suo centro nella Cittadella del Santo Francesco  – creato da duemila ragazzi che hanno dato vita a un vero e proprio happening digitale – videoconferenze in webinar, musica, esibizioni di gruppi musicali, interviste pubbliche, conferenze, persino giochi –  una cosa mai vista, una sorta di Gmg globale via Internet.

L’autore della Laudato si’  chiama i giovani a una responsabilità forte, li invita a “sporcarsi le mani”, a rischiare tutto sè stessi, a mettersi in gioco.

Non è una rivoluzione ideologica o “popolare”, come quelle che hanno attraversato il Novecento, ma evangelica, pacifica, un sommovimento che esige presa di coscienza e senso di responsabilità. Un cambiamento che arriva a mettersi al servizio di ruoli decisionali: «Abbiamo bisogno di classi dirigenti, per sfidare la sottomissione a certe logiche ideologiche che finiscono per sottomettere ogni azione a forme di ingiustizia». Poiché, citando Benedetto XVI, «la fame non dipende da scarsità materiali, ma da scarsità sociale, la più importante delle quali è di natura istituzionale». In questa rivoluzione, fa capire papa Francesco implicitamente, c’è anche un nuovo modo di far politica, al servizio del bene comune.

Quella di Francesco è una rivoluzione integrale, strutturale, non può accontentarsi di piccole correzioni ad opera delle associazioni filantropiche come vogliono i modelli di capitalismo, soprattutto di stampo anglosassone. Non basta chinarsi sui poveri dopo aver creato le condizioni perchè rimangano ai lati del benessere. E’ troppo poco. La guerra alla cultura dello scarto «che obbliga a vivere nel proprio scarto, invisibili, al di là del muro dell’ indifferenza» esige molto di più. Occorre «osare modelli in cui le persone, gli esclusi, cessino di essere una presenza normale o funzionale e diventino protagonisti dell’ intero tessuto sociale». Ed è come se la dottrina sociale espressa dal magistero di Francesco avesse trovato le proprie gambe per correre nelle strade del mondo, come se quelle pagine fossero diventate un copione per essere recitate dai suoi attori protagonisti, i «nuovi samaritani», come li chiama il Papa, chiamati a portare avanti la «cultura dell’ incontro che è l’ opposto della cultura dello scarto», a creare una nuova economia, un’economia profetica ma quanto mai pratica e necessaria, «capace di far germogliare i sogni».

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