i vescovi italiani dicono no ai CIE

 

immigrati

mons. Galantino

“no ai CIE se rimangono così”

domenica la Chiesa celebra la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Domani protocollo per i corridoi umanitari. Nel 2016 raddoppiato il numero dei minori non accompagnati

iacopo scaramuzzi

La Conferenza episcopale italiana dice «no» alla riapertura dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) «se questi dovessero continuare ad essere di fatto luoghi di trattenimento e di reclusione» per immigrati. In una conferenza stampa in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che la Chiesa cattolica celebra domenica prossima, 15 gennaio, mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha elencato una serie di proposte in materia di immigrazione. Domani, ha annunciato l’arcivescovo, la Cei sigla un preannunciato protocollo per finanziare un corridoio umanitario con l’Etiopia. Il direttore generale di Migrantes, mons. Gian Carlo Perego, ha fornito un’aggiornamento dei dati sull’immigrazione in particolare dei minori in Italia: nel 2016 il numero dei minori non accompagnati sbarcati è più che raddoppiato rispetto al 2015, passando da 12.360 a 25.772.

«Mi permetto di elencare in maniera schematica i “sì” e i “no” sui quali mi piacerebbe vedere impegnati tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a cominciare da chi ha responsabilità di governo», ha detto Galantino nella conferenza ospitata dalla sede romana della Radio vaticana, «senza la superficialità di chi parla tanto dei migranti e poco con i migranti». Cinque i «sì» elencati dal segretario della Cei. Sì, innanzitutto, «a sbloccare e approvare una legge ferma che allarga la cittadinanza ai minori che hanno concluso il primo ciclo scolastico, così da allargare  la partecipazione, cuore  della democrazia, e favorire processi di inclusione e integrazione». In secondo luogo, «sì a sbloccare e approvare una legge ferma che tutela i minori non accompagnati, non destinandoli a nuovi orfanatrofi, ma a case famiglia, a famiglie affidatarie, accompagnate da una formazione attenta a minori preadolescenti e adolescenti», ha detto il presule citando ad esempio le oltre 500 storie di accoglienza famigliare nate nelle parrocchie italiane. Sì, in terzo luogo, «all’identificazione dei migranti che arrivano  tra noi, anzitutto per un’accoglienza attenta alla diversità delle persone e delle storie, pronta a mettere in campo  forme e strumenti rinnovati di tutela e di accompagnamento che risultano una sicurezza per le persone migranti e per la comunità che accoglie». Sì, quarto punto, «a un’accoglienza diffusa, in tutti i comuni italiani, dei migranti forzati, in fuga da situazioni drammatiche», ha detto Galantino, domandandosi, tra l’altro, «a chi giova demonizzare con lo stigma della delinquenza e del puro interesse tutte le realtà impegnate nel campo dell’accoglienza?», e citando, en passant, il caso di «mafia capitale». Quinto, «sì a un titolo di soggiorno come protezione umanitaria o come protezione sociale a giovani uomini e donne che da oltre un anno sono nei CAS e nei centri di prima accoglienza e hanno iniziato un percorso di scolarizzazione o si sono resi disponibili a lavori socialmente utili o addirittura già hanno un contratto di lavoro, nonché a coloro che hanno potuto, speriamo presto, fare un’esperienza di servizio civile, ma anche a chi ha una disabilità o un trauma grave, è in fuga da un disastro ambientale o dal terrorismo». Il segretario della Cei ha poi elencato tre «no», il terzo dei quali «condizionato». No, innanzitutto, «a forme di chiusura di ogni via legale di ingresso nel nostro Paese che sta generando un popolo di irregolari, che  alimenta lo sfruttamento, il lavoro nero, la violenza. E’ contradditorio chiudere forme e strade per l’ingresso legale e poi approvare leggi per combattere lo sfruttamento lavorativo e il caporalato». No, in secondo luogo, «a investire più nella vendita delle armi che in cooperazione allo sviluppo, in accordi internazionali per percorsi di rientro, in corridoi umanitari», ha proseguito il segretario della Cei, annunciando che domani firmerà «un protocollo di intesa col Ministero competente per aprire un “corridoio umanitario” con l’Etiopia per i profughi provenienti da Eritrea e Somalia, utilizzando anche per questo fondi provenienti dall’8×1000». Nei mesi scorsi i primi corridoi umanitari in Italia erano stati aperti grazie ad una collaborazione tra Chiesa valdese, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei) e comunità di Sant’Egidio. Quanto alla riapertura dei Cie, «non possiamo non condividere il “no” affermato dalle realtà del mondo ecclesiale (Migrantes, Caritas, Centro Astalli…) e della solidarietà sociale (Cnca), oltre che di giuristi (Asgi) impegnati da anni nella tutela  e la promozione dei migranti, se questi dovessero continuare ad essere di fatto luoghi di trattenimento e di reclusione», «parcheggi abusivi e mal gestiti», «che, anche se con pochi numeri di persone, senza tutele fondamentali, rischiano di alimentare fenomeni di radicalizzazione, e dove finiscono oggi, nella maggior parte dei casi,  irregolari dopo retate, come le donne prostituite, i migranti più indifesi e meno tutelati. L’assicurazione successiva del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Interno sulla diversa natura, anche se non ancora precisata, dei CIE – ha aggiunto il presule – l’articolata posizione espressa dai sindaci italiani, la decisa richiesta del Capo della Polizia, uniti, però, al dubbio che tali Centri risultino necessari realisticamente nel caso di chi irregolare ha commesso un reato, per il quale dal carcere stesso o attraverso misure cautelari, seppur eccezionali, previste dalla legge, potrebbe venire poi direttamente espulso, mi fanno dire in questo momento un “no condizionato”».

Mons. Galantino ha letto il suo discorso spiegando di non voler parlare a braccio per «non correre il rischio – l’ho già fatto troppo volte – di essere frainteso e strumentalizzato» su una questione «complessa e delicata» come quella dell’immigrazione e lamentandosi, in particolare, per alcuni «titoli canaglia» comparsi in articoli tratti da sue dichiarazioni. Il segretario della Cei ha poi rilevato una crescente correttezza informativa di mass media che, a suo avviso, evitano sempre più spesso «equazioni tra migrazione e criminalità, migrazione e terrorismo, terrorismo e islamismo».

Alla conferenza stampa, moderata dal portavoce della Cei, mons. Ivan Maffeis, il presidente della fondazione Migrantes, mons. Guerino Di Tora, ha ricordato che per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato di quest’anno il Papa ha dedicato il suo tradizionale messaggio al tema «Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce». Il direttore generale della Migrantes, mons. Perego, ha fornito un quadro statistico dei giovani immigrati traendolo dall’ultimo rapporto Caritas-Migrantes. Sono 1.085.274 i minori immigrati presenti in Italia al 1 gennaio 2016 (pari al 21,6% del totale degli stranieri). 104.056 sono nati in Italia nel 2014 da almeno un genitore straniero e 75.067 (38.664 maschi e 36.403 femmine) da entrambi i genitori stranieri, con un calo a 72.000 nel 2015. I minori ricongiunti con una famiglia che gode di permesso di soggiorno di lungo periodo sono il 28,8% a fronte del 17,7% del gruppo di soggiornanti con un permesso a scadenza. Nel 2016 , anno del maggior arrivo di migranti sulle nostre coste italiane (181.436 al 31 dicembre), il numero dei minori non accompagnati sbarcati è più che raddoppiato rispetto al 2015: siamo passati da 12.360 a 25772, di 80 nazionalità diverse. I minori stranieri non accompagnati richiedenti asilo nel 2015 sono stati 3.959 (il 4,7%) su un totale di 83.970 richiedenti protezione internazionale. Dal 2006 al 2016, ha poi notato Perego, i minori iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero sono passati da 478.363 unità a 724.897 (+51,5% dal 2006 al 2016). La Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2017 quest’anno sarà celebrata in Lombardia, nel centenario della morte della santa Francesca Saverio Cabrini (1917-2017), proclamata da Pio XII nel 1950 «patrona degli emigranti».

Quanto agli accordi che il Governo italiano sta siglando con alcuni paesi maghrebini, mons. Galantino, in risposta ad una domanda dei giornalisti, ha detto che si tratta di un «fatto positivo» e spiegando che, più in generale, è «positivo che le nazioni a quo e le nazioni ad quem», ossia quelle di origine e quelle di destinazione dei flussi migratori, «parlino e si confrontino». Da parte sua la Cei, ha detto ancora il presule, intende promuovere incontri tra vescovi italiani e vescovi dei paesi di origine degli immigrati.

nei confronti delle persone lgbt non tutti i vescovi sono uguali

viaggio tra i vescovi cattolici che sostengono apertamente l’inclusione delle persone lgbt

Articolo pubblicato sul blog Cristianos Gay (Spagna) il 13 ottobre 2016, liberamente tradotto da Sara C.

Tra i vescovi cattolici spicca il Vescovo Johan Bonny che si fa notare ancora una volta per la sua posizione a favore delle persone LGBT.
Lo fa attraverso un libro che è stato pubblicato l’11 ottobre scorso in Belgio e che raccoglie una serie di interviste con il teologo Roger Burggraeve e la giornalista Isle Van Halst, della rivista fiamminga Kerk & Leven. Il titolo evoca una celebre dichiarazione di Papa Francesco sulle tre parabole dedicate alla famiglia: “Posso? Grazie. Mi spiace. Dialoghi audaci sulla relazione, sul matrimonio e sulla famiglia” (Mag ik? Dank je. Sorry. Vrijmoedige dialoog over relaties, huwelijk en gezin).

In questo libro, come riportato nel quotidiano La Libre Belgique (tradizionalmente vicino al Cattolicesimo Belga), il Vescovo Johan Bonny afferma il primato del matrimonio eterosessuale e respinge l’equiparazione con quello tra le persone dello stesso sesso e le unioni civili. Tuttavia, il Vescovo Johan Bonny afferma che essi e le loro unioni debbano trovare posto all’interno della comunità cattolica mediante la liturgia. Proprio a questo proposito fa la sua proposta più audace: l’introduzione di un rituale di benedizione per le coppie di fatto (diverso dal sacramento del matrimonio inteso come unione di due persone eterosessuali) che abbracci anche le persone dello stesso sesso.

Il Vescovo di Anversa e le sue dichiarazioni a favore delle persone LGBT

Questa non è la prima volta che il vescovo d’Anversa si distingue per le sue dichiarazioni circa le persone LGBT, già nel settembre del 2014 ha indirizzato una lettera al Vaticano, durante la celebrazione del Sinodo straordinario sulla Famiglia, chiedendo maggior rispetto e un linguaggio più armonioso di fronte a quelle realtà considerate “diverse”; sostenendo, inoltre, che la Chiesa cattolica dovrebbe “abbandonare il suo atteggiamento difensivo” su questioni come l’accettazione degli omosessuali, divorziati e risposati o sui giovani che vivono con un partner senza essere uniti in matrimonio, sottolineando che queste situazioni “meritano maggiore rispetto e un giudizio meno duro”.

Qualche mese dopo, dicembre 2014 , lo stesso Vescovo ha sostenuto la necessità di un riconoscimento liturgico delle coppie omosessuali, atteggiamento che gli è costato l’opposizione dei settori fondamentalisti . “Dobbiamo trovare nel seno della Chiesa un riconoscimento formale per la relazione intesa come unione sia delle persone omosessuali sia di quelle eterosessuali. Come nella società esistono dei riconoscimenti giuridici per le coppie  altrettanto dovrebbero esistere all’interno della Chiesa stessa”, ha affermato senza però specificare se questo “riconoscimento formale” dovrebbe avere o meno carattere liturgico.

Un piccolo e insistente gruppo di vescovi aperturisti

La verità è che il Vescovo Bonny non è del tutto solo ma fa parte di un gruppo di vescovi che hanno avanzato diverse posizioni sulle persone LGTB, rispetto alla maggior parte della gerarchia cattolica. Si tratta di un piccolo ma notevole gruppo in quanto sta mantenendo la stessa linea ormai da diversi anni. Tra di loro troviamo il Vescovo di Osnabrück (Germania), Franz-Josef Bode, il quale, nel mese di settembre 2015, si mostrò favorevole a benedire, in privato e non attraverso una cerimonia pubblica, le coppie omosessuali unite da una relazione stabile.

Tra di loro, spicca anche il cardinale  Reinhard Marx , presidente della Conferenza Episcopale Tedesca nonché arcivescovo di Monaco e Frisinga e stretto collaboratore di Papa Francesco. È stato lui il primo ad affermare che la Chiesa cattolica dovrebbe chiedere scusa per come ha trattato gli omosessuali, dando così origine alle dichiarazioni che il Papa stesso fece a tal proposito. Il Cardinale affermò che “La storia degli omosessuali nella nostra società è una storia terribile; li abbiamo emarginati e pertanto dobbiamo chiedere loro perdono, sia come Chiesa sia come società”. Il cardinale tedesco ha anche osservato che il rapporto di fedeltà tra le persone dello stesso sesso deve valorizzarsi positivamente: “Dobbiamo rispettare le decisioni degli individui. Come ho già affermato nel primo Sinodo – dove alcuni sono stati costernati, ma penso che sia normale – non si può dire che una relazione fedele tra due uomini o due donne non sia nulla, che non abbia alcun valore”.

Anche prima del pontificato di Papa Francesco, nel 2012, il Cardinale Rainer Woelki, Arcivescovo di Berlino, chiamò la Chiesa a riflettere sulla propria posizione nei confronti delle coppie omosessuali affermando, a questo proposito, che dovrebbero essere considerate come analoghe a quelle eterosessuali. Allo stesso modo, durante un’intervista avvenuta in seguito, ha denunciato il ” falso perfezionismo ” che, a parer suo, prevale nel seno della Chiesa. Tuttavia, poco dopo ha chiarito la sua posizione in modo curioso affermando, da un lato, che “dove ci sono individui inclini e disposti gli uni verso gli altri, questi meritano un riconoscimento” mentre, dall’altro, ha aggiunto che gli “atti”  omosessuali vanno “contro la legge naturale e quindi non possono essere accettati dalla Chiesa.”

A tal proposito, va menzionato il Vescovo di Saltillo (Messico), Raul Vera, che da anni si sta distinguendo per la difesa delle persone LGBT. Nel 2011 aveva sostenuto l’organizzazione del Forum sulla diversità sessuale, familiare e religiosa  da parte della Comunità di San Elredo (gruppo di cristiani LGBT) affermando che: “la società messicana non è ancora stata in grado di liberarsi dai pregiudizi, dall’intolleranza e dall’ostilità nei confronti delle persone gay, generando così atti di violenza e un rifiuto sociale e familiare”. Nel 2014, lo stesso Vescovo battezzò la figlia nata da una coppia di due donne che avevano contratto matrimonio nel Distretto Federale del Messico, primo territorio messicano ad approvare il matrimonio omosessuale.

Cattolicesimo tedesco, punta di diamante

Non deve sorprendere che la maggior parte degli esempi appena menzionati provengano proprio dalla Germania, Paese nel quale è presente una delle comunità cattoliche più aperte nei confronti delle persone LGTB. Nonostante tutto, però, le dichiarazioni di questi vescovi tedeschi sembrano timide in confronto a quelle dei laici. Nel dicembre 2015, la divisione locale della Confederazione Cattolica della Gioventù Tedesca (Bund der Deutschen Jugend Katholischen -BDK-) approvò un documento intitolato “Tutti sono i benvenuti”, in cui affermava che “l’amore di Dio non fa distinzioni” e ha riconosciuto che “le persone omosessuali” possono “vivere il sesso in modo responsabile”. Un altro esempio eloquente è stato il documento firmato nel 2011 da 144 teologi cattolici tedeschi (circa un terzo del totale), nel quale si sosteneva la necessità di una profonda riforma da parte della Chiesa stessa che comprendeva, tra le altre cose, la fine del “rigore morale” che condanna all’ostracismo le coppie omosessuali e le coppie di persone divorziate unite in seconde nozze.

A questa apertura corrisponde un atteggiamento progressista da parte del cattolicesimo tedesco su questioni come la contraccezione e il divorzio; temi sui quali la Germania già marcava differenze con i pontefici precedenti, in particolare con il tedesco Joseph Ratzinger.

In definitiva, all’interno delle dinamiche della Chiesa cattolica di alternare passi in avanti con altrettanti in dietro (come si è potuto ben notare dalle più recenti dichiarazioni del Papa), esiste un gruppo di vescovi che sembra premere in modo insistente. Non c’è bisogno di ricordare, purtroppo, in che posizione si trovino le voci dell’episcopato spagnolo, con qualche eccezione come il vescovo Vera. Sembra, comunque, che ai vescovi del Nord Europa vada aggiudicato ancora una volta il riconoscimento di avere una visione avanguardista su tal questione.

papa Francesco comincia a smuovere qualcosa anche tra i vescovi italiani …

Il contagio del papa. E il primo effetto sui vescovi

di Luigi Accattoli
in “www.ilblogdelregno.it” del 23 maggio 2016

papa8

“C’è un influenza del papa argentino sui nostri vescovi? E in quale direzione?”: apre su questa pista, attraverso la sollecitazione provocata da queste due domande, l’ indagine di Luigi Accattoli sul positivo “contagio” che viene ai nostri vescovi dalle parole e dai gesti di papa Francesco. L’esempio da seguire è certamente “alto”, ma gli entusiasmi e le buone pratiche non mancano.

Se il «male è contagioso, lo è anche il bene»: è un motto di papa Bergoglio (Angelus del 15 febbraio 2015) che pongo a logo della mia seconda indagine sul contagio esercitato da Francesco. Ho riferito qui il novembre scorso delle domande che ho posto ai vicini e ai commercianti del rione Monti di Roma dove abito, e di quelle – forse più stringenti – che ho fatto a me stesso e ai visitatori del mio blog e ne è venuto un quadro sbilanciato: entusiasmo verbale ma pochi fatti (cf. «Bergoglio nel blog e nel quartiere. Qualcosa si muove ma è troppo poco», Regno-att. 10,2015,711s). Ora apro l’indagine su vescovi e preti. Parto dai vescovi: qui l’entusiasmo delle parole è minore, molto minore e spero che per compenso siano di più i fatti. Ma lo devo verificare. Questa puntata è un lancio di sasso: tornerò sull’argomento e sfrutterò l’eco che mi verrà dalla caduta del sasso.Sigalini

Resto una settimana in ogni parrocchia Nei giri per conferenze mi è capitato di ascoltare i cristiani comuni grati e lodanti per papa Francesco, con i soli preti – a volte – pieni di riserve. I vescovi che «si interrogano» mi paiono proporzionalmente più frequenti dei preti. Ma non mancano gli entusiasmi e le buone pratiche. Mi appunto a queste, più che alle parole. C’è un’influenza fattuale del papa argentino sui nostri vescovi? E in quale direzione? Il caso che m’attrae è quello di Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, e riguarda l’abitazione: «Da un paio d’anni non abito più nel palazzo vescovile ma in case varie che mi vengono messe a disposizione dai parroci o dai parrocchiani. Per 19 mesi ho così girato i 18 comuni e le due frazioni della diocesi, restando un mese in ciascuno. Volevo conoscere la geografia e la popolazione, toccare le situazioni. Ora sto facendo la stessa cosa per la visita pastorale: resto una settimana ad abitare in ognuna delle 40 parrocchie. Sempre celebro o concelebro e tengo una breve omelia ogni mattina. Posso così conoscere le persone, ascoltarle, parlare a loro con il cuore in mano. Ho trovato un mio modo per essere tra le pecore a distanza ravvicinata. Per vivere basta una stanza, dico a chi mi commisera. Tutti sono generosi nell’ospitarmi e mi trattano benissimo». Uno potrà dire: Sigalini ha buon gioco, perché Palestrina è una piccola diocesi. È verissimo: sede suburbicaria, cioè sotto l’Urbe, con appena 114.000 abitanti.

BrambillaMa ho trovato un’analoga uscita verso le pecore nel vescovo di una grande diocesi: Franco Giulio Brambilla, di Novara: 564.000 abitanti in un territorio vastissimo. Brambilla, avendo appena concluso il Sinodo diocesano, ha avviato una visita pastorale «residenziale» che prevede una sua permanenza di due mesi – 60 giorni distribuiti in tre periodi – in ciascuno degli otto vicariati, in modo da incontrare gli operatori pastorali, tutti i preti e i laici che lo chiedono, i responsabili e gli animatori delle unità pastorali. «Una scelta – mi dice Franco Giulio – mirata alla conoscenza diretta, in loco, delle singole realtà e delle singole persone». Conosco da tanto tempo sia Sigalini sia Brambilla e ne tiro la conclusione che un vescovo secondo il cuore di papa Francesco cerca di fiutare le pecore, sia che ne abbia poche sia che ne abbia tante. Analoga a quella di Sigalini, per quanto riguarda l’abitazione e la celebrazione del mattino, è la scelta del nuovo arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi: alloggia in una casa del clero in via Barberia – dove ha un piccolo appartamento nello stesso piano già abitato da tre vescovi ausiliari emeriti – e celebra tutte le mattine, con omelia, all’altare del Sacramento in Cattedrale.

Zuppi
L’abitazione e la messa con omelia Al posto di Zuppi, nel settore Centro di Roma, è stato chiamato don Gianrico Ruzza, già parroco di San Roberto Bellarmino, la chiesa romana di cui il cardinale Bergoglio era titolare: egli si propone di cercare un alloggio che lo tenga a contatto con la popolazione e va studiando come poter guardare da vescovo ausiliare al mondo dei giovani. Vedremo che cosa inventerà. Il settore Centro è anche il mio e io ero buon amico di Zuppi e già lo sono di Ruzza, che una volta mi chiamò a San Roberto a parlare proprio di papa Francesco e già mi ha interpellato sull’avvicinamento dei giovani. Sulla falsariga delle iniziative papali, don Ruzza aveva avviato nella sua grande parrocchia un servizio docce e una mensa per i senzatetto. Per casa e messa feriale, molto simile alla scelta di Zuppi è quella del nuovo arcivescovo di Trento Lauro Tisi, già vicario generale della stessa arcidiocesi: «Resterò ad abitare dove sono ora», ha detto il giorno della pubblicazione della nomina, cioè in una casa del clero. Don Tisi ha deciso anche di tenersi la sua utilitaria, senza cercare un’auto di rappresentanza; e di celebrare ogni mattina – con omelia – per gli universitari, nella cappella dell’arcivescovado. Per la sola casa va anche nominato il vescovo di Cesena-Sarsina, Douglas Regattieri, che sta realizzando una trasformazione della sua residenza per aprirla a una «casa famiglia» della Comunità papa Giovanni XXIII e lo sta facendo con esplicito riferimento agli inviti di Francesco alla condivisione con i poveri e all’accessibilità, cioè all’opportunità che il vescovo sia sempre accostabile da parte di chi lo cerchi. Il modo e il luogo dell’abitare e l’omelia mattutina mi paiono gli elementi sensibili di questa miniindagine. Se li annoti chi volesse aiutarmi con segnalazioni. Chiedo infatti a chi mi legge di darmi una mano per allargare il campo di osservazione, indicandomi vescovi nostri che si sono posti fattivamente sulle orme del primate d’Italia.
Non vorrei il titolo di eccellenza Mi interessano ovviamente anche altri aspetti del contagio. Fino a qui ho nominato vescovi con i quali ho parlato e dunque sono sicuro di quello che ho scritto. Ma ho letto tanti altri segni del contagio bergogliano tra i nostri vescovi, che riferisco sommariamente dalla lettura dei giornali, o di siti Internet, o da sentito dire, che sono tutte fonti fallaci. Il cardinale Francesco Montenegro di Agrigento gira in vespa e parla dei migranti con lo stesso linguaggio evangelico del papa. Lo faceva già prima che arrivasse papa Francesco, ed è forse per quella vicinanza di linguaggio e gesti che è stato fatto cardinale. E lui ha voluto un gruppo di poveri alle «visite di calore» il giorno dell’investitura. Analoga la parabola del cardinale Edoardo Menichelli, che conosco dal vivo e che sempre è andato in giro con un’utilitaria che guida da solo. Da sempre don Edoardo parla delle famiglie ferite con lo stesso scrupolo dell’accompagnamento che oggi viene comandato dal papa venuto dalla fine del mondo.

Cipolla Il nuovo vescovo di Padova Claudio Cipolla da solo, con la sua piccola automobile, percorre la vastissima diocesi per incontrare a uno a uno tutti i 774 preti, nonché i religiosi e i laici che vogliono parlargli.
Vende Opel Astra e realizza un dormitorio CastellucciIl recente arcivescovo di Modena, Erio Castellucci, ha con sé in arcivescovado una famiglia di immigrati albanesi e rifiuta ogni cerimonia. «Non vorrei per me, se possibile, la qualifica di eccellenza e preferirei essere chiamato per nome», ha detto nell’omelia di ingresso. Sarei curioso di sapere come funziona questa spoliazione dai titoli, già tentata da tanti a partire dal cardinale Pellegrino all’indomani del Concilio, ma che attacca più in America Latina che da noi. Il cardinale Bergoglio a Buenos Aires era per tutti «padre Jorge», mentre qui da noi sono solo gli amici di prima che continuano a chiamare per nome chi diventa vescovo, anche se l’eletto preferirebbe che lo facessero tutti. Mi piacerebbe anche sapere come va, nella vita ordinaria, ai nuovi vescovi degli ultimi mesi che hanno voluto un pastorale di legno (Roberto Carboni, francescano conventuale già missionario a  Cuba e ora vescovo di Ales-Terralba); o hanno annunciato che volevano continuare a vivere in una comunità di preti e non isolati in episcopio (Renato Marangoni, prete padovano divenuto vescovo di Belluno); o hanno venduto l’automobile Opel Astra che gli era stata regalata al momento dell’ingresso in diocesi, destinando il ricavato alla realizzazione di un dormitorio per senzatetto (Luigi Renna vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano). Il dono aveva acceso polemiche e altrettante ne ha scatenate la vendita. Morale: un vescovo non deve badare alle polemiche. Che ne è stato della «condivisione degli stipendi» proposta due anni addietro dal cardinale Gualtiero Bassetti ai dipendenti della curia di Perugia, «affinché chi prende di più si adatti per un motivo etico e di carità a ricevere meno in questo momento di difficoltà economiche»?

BregantiniCom’è finita l’autotassazione del clero di tutta Italia per costituire un fondo a sostegno dell’occupazione giovanile di cui parlò una volta l’arcivescovo Giancarlo Bregantini?
Appena ti muovi ti tirano le pietre Non sono pessimista sul contagio che viene ai nostri vescovi dalle parole e dall’esempio del papa. Tengo in conto le difficoltà a seguirlo, che forse sono maggiori in un piccolo ambiente, o comunque non minori. Appena ti muovi ti tirano le pietre: vuoi metterti in mostra, getti cattiva luce sul predecessore, cerchi un cardinalato fuori dalle regole. Sulla difficoltà di seguire il papa nella sua vicinanza alle pecore valga questa riflessione del cardinale Betori quando l’ebbe ospite in Firenze il novembre scorso:

Betori «Gli sono stato dietro tutto il giorno e ho ammirato la sua dedizione verso tutti, dai bambini agli anziani, ai poveri, ai malati, ai detenuti. La gente non fa fatica a voler bene a un uomo così, ma certo il problema è per noi pastori che abbiamo questo alto esempio da seguire».
www.luigiaccattoli.it

i nostri vescovi vivono paure ideologiche mentre papa Francesco pensa con realismo alla metà del mondo che muore di fame

laici e cattolici al tempo della Chiesa a due velocità

di Franco Cardini

Cardini

Sono in molti a chiedersi che cosa stia accadendo sotto il cielo di Santa Romana Chiesa: una Chiesa «a due velocità»? Che cosa significa che da una parte il Papa ci stupisca con la sua iperattività promettendo un diaconato femminile, redarguendo preti e vescovi per la loro mondanità e gli agi che alcuni di loro si permettono, visitando solo capitali extraeuropee, mentre dall’altra la Conferenza episcopale italiana sembra talvolta rispolverare i toni d’altri tempi, interviene nelle faccende politiche italiane, stigmatizza il Parlamento per le scelte fatte in materia di unioni civili ma al tempo stesso – tramite il suo quotidiano – prende le distanze da ipotesi di referendum con ciò implicitamente ammettendo di temerne un risultato opposto alle sue speranze e alla sua linea e di essere quindi consapevole della sua debolezza?

Forse le cose parrebbero più chiare se non ci fermassimo all’attivismo pontificio e a quello dei vescovi, che sono solo dei sintomi, e cercassimo invece di cogliere la sostanza del problema. Che è quella del paradossale contrasto tra la straordinaria presenza mediatica e carismatica di un Papa che aspira a una profonda riforma spirituale e anche strutturale della Chiesa da una parte e la realtà invece di una comunità dei fedeli profondamente indebolita e impoverita. Una comunità che non si sente più in grado di sostenere il ruolo di coprotagonista della storia. «Quante divisioni ha il Papa?» chiedeva Stalin. E, da buon ex studente del collegio sacerdotale della sua Tbilisi, sapeva bene che le divisioni del Papa non erano certo “corazzate” come le sue; eppure, non ne ignorava il formidabile potere. Bene, quel potere oggi è infinitamente indebolito. La società dei consumi e dei profitti, il “mondo dell’Avere” (anziché dell’Essere) come lo definiva Eric Fromm, ha avuto la meglio nella civiltà occidentale: che è – non dimentichiamolo – quella alla quale appartengono tutti i ceti dirigenti e prominenti del mondo, anche nei Paesi non “occidentali”. Oggi la massima parte degli stessi cattolici è costituita da “cattolici sociologici”, cioè da gente che magari – e sempre meno spesso – è anche battezzata o magari si sposa in Chiesa, ma nella quale la vita religiosa non ha più alcun peso pratico. Quando ero ragazzo, nel rossissimo quartiere di San Frediano della rossa Firenze degli anni Quaranta-Cinquanta, la benedizione quaresimale delle case e della famiglie da parte dei parroci era un evento fondamentale dell’anno, al quale ci si preparava con cura e devozione; oggi questo mondo è ormai irrimediabilmente finito, la Chiesa parla e i cattolici non l’ascoltano. Lo aveva già detto con chiarezza mezzo secolo fa Giovanni XXIII: non siamo più padroni della società, bisogna accettare di divenirne minoranza qualificata che ne sia coscienza, sale della terra… D’altronde, quella della Cei non è propriamente «ingerenza della Chiesa nelle questioni italiane»: le diocesi italiane sono fatte, dal vescovo all’ultimo credente, di cittadini appunto italiani, che hanno pur il diritto di dire la loro come ce l’hanno i componenti delle comunità cristiane riformate, ebraiche, musulmane, buddhiste, i membri delle logge massoniche e gli atei. I vescovi italiani hanno ben il diritto di dire la loro: e chiamare tutto ciò «ingerenza» è roba da Ottocento. Ma che la ripetitività di questi appelli sia un sintomo di debolezza è un fatto. Tanto più che il capo della Chiesa cattolica sembra non curarsene. Quando Francesco dice che la Chiesa cattolica non desidera entrare nelle questioni politiche italiane non afferma che i cattolici italiani farebbero bene a non occuparsi di politica: vuole soltanto avvertire che la vera battaglia si svolge altrove, e che non è affatto importante se la società civile italiana accetterà o no le coppie omosessuali (un tema sul quale il magistero cattolico è comunque inequivocabile). Il nucleo della questione di oggi è un altro: ed è la ragione per la quale Papa Francesco visita le capitali extraeuropee e si astiene, per ora, dal misurarsi con quelle “occidentali”. Questo Papa parla in termini apocalittici e planetari. Per lui, il grande e principale problema dell’umanità è l’ingiustizia sociale che regna sovrana nel mondo e la nostra “cultura dell’indifferenza” che è incapace di scorgerla. Per questo egli va ripetendo che è necessario partire dalle periferie. Noi, abitanti dei “centri” occidentali in crisi quanto volete ma ancora relativamente ricchi e in qualche caso opulenti, siamo vittime di una pluridecennale illusione prospettica: in fondo, pensiamo che più o meno sia così dappertutto. Fino a qualche anno fa ci andavamo perfino ripetendo che tutto il mondo procedeva verso la pace: c’erano guerre dappertutto, dal Vietnam al Vicino Oriente all’America latina, ma nella nostra isola felice l’eco delle esplosioni non arrivava. Oggi sappiamo che non è così: eppure, non abbiamo ancora capito come vive la stragrande maggioranza della popolazione del pianeta e in fondo non ce ne importa, e secondo il Papa la vera crisi della Chiesa cattolica sta in ciò, non nel fatto che la gente non vada più a messa o non ubbidisca alla Cei. Il Cristo sta ancora in croce ma nessuno gli fa più caso: e questo, il vecchio prete che viene dalle Villas Miseria non lo accetta, come non digerisce gli attici dei cardinali. Per questo continua a visitare le periferie: quando sarà il momento, e solo allora, aggredirà le capitali della «cultura dell’indifferenza». Una battaglia perduta in partenza? Forse. Ma è la sua. Se non si capisce questo, è inutile chiedersi dove stia andando la Chiesa.

il ‘mea culpa’ dell’arcivescovo di Malta Charles Scicluna

l’arcivescovo di Malta ammette di aver sbagliato

nell’aver sostenuto le terapie riparative nei confronti degli omosessuali

Scicluna

“un vescovo deve imparare ad ascoltare prima di parlare pastoralmente”

 

l’arcivescovo di Malta è uno dei primi arcivescovi cattolici a scusarsi pubblicamente per aver sostenuto le cosidette terapie riparative che proclamano di poter curare l’omosessualità come fosse una malattia da debellare contro ogni evidenza scientifica… Un vescovo, sostiene, deve imparare ad ascoltare prima di parlare pastoralmente

Il massimo prelato di Malta riconosce che i leader cattolici erano in errore quando hanno rilasciato una controversa dichiarazione che si opponeva al disegno di legge mirante a proibire le terapie riparative nella nazione insulare. Intervistato dal quotidiano Times of Malta l’arcivescovo Charles Scicluna afferma che non avrebbe mai “rilasciato quella dichiarazione” se avesse saputo ciò che sa oggi.

Il disegno di legge, intitolato Difesa dell’orientamento sessuale, dell’identità e delle espressioni di genere, mira a “proibire le terapie riparative condotte da professionisti”, in particolare “sulle persone vulnerabili” come minori e disabili. Se il disegno di legge verrà approvato i professionisti, come gli psicoterapeuti e i ministri di culto, e i non professionisti rischieranno multe e il carcere se pubblicizzeranno o metteranno in atto terapie riparative. La dichiarazione ufficiale dei vescovi maltesi ha attirato forti critiche, in particolare per aver affermato che il disegno di legge avrebbe favorito l’omosessualità e per aver collegato l’orientamento omosessuale alla pedofilia. Gli attivisti LGBT e alcuni membri del governo si sono affrettati a condannare le otto pagine del documento. Drachma LGBTI e il suo Gruppo Genitori, le maggiori organizzazioni LGBTI cristiane del Paese, hanno definito il documento in questione un’occasione mancata per costruire ponti, come riporta il quotidiano The Independent. I due gruppi hanno rilasciato una dichiarazione che afferma che “le persone LGBTQI che vivono questa realtà” avrebbero dovuto far parte degli esperti consultati dai vescovi: “Sarebbe stato giusto che la Chiesa dialogasse con noi su questo delicato argomento, soprattutto dopo il suo significativo gesto di alcuni mesi fa, quando un membro di Drachma è stato invitato a far parte della commissione che ha preparato la dichiarazione a proposito del disegno di legge sugli embrioni e a tenere una conferenza su questioni LGBTIQ al Collegio dei Parroci. […] Ci aspettavamo che la Chiesa non perdesse questa opportunità di costruire un ponte con la comunità LGBTIQ dicendo chiaramente di essere contro le terapie riparative, anche se ci sono alcuni elementi nel disegno di legge che andrebbero approfonditi”. I due gruppi affermano che la Chiesa dovrebbe chiedere perdono a chi ha subito le terapie riparative e dovrebbe riconoscere i forti danni, anche spirituali, provocati alle vittime. Il primo ministro maltese Joseph Muscat afferma di opporsi “al concetto che l’omosessualità sia una malattia o equivalente alla pedofilia”, come riporta il sito Gay Star News. Helena Dalli, ministro del dialogo sociale, dei consumatori e delle libertà civili e patrona del disegno di legge, afferma che la dichiarazione della Chiesa “è basata su false premesse”, come riporta il bisettimanale Malta Today. Mark Josef Rapa di We Are (Noi siamo), un’organizzazione di giovani LGBTQI, ha detto a The Independent che non si aspettava un simile documento, che mostra come i leader della Chiesa credono ancora “che l’omosessualità si possa curare”. Il Movimento Maltese per i Diritti Gay (MGRM) afferma, in una dichiarazione riportata dal Times of Malta, che il disegno di legge non fa altro che “assicurare che ogni persona, indipendentemente dall’orientamento sessuale, dall’identità e dall’espressione di genere, venga trattata con equità”. Il Movimento fa notare “il serio pregiudizio verso le persone bisessuali” nel documento della Chiesa, il quale suggerisce che tali persone abbiano difficoltà a mantenersi monogame.
Come se non bastasse, il documento afferma che il disegno di legge porta avanti “una discriminazione fondamentale e manifesta”, in quanto apparentemente permetterebbe alle persone eterosessuali le terapie riparative per diventare gay o bisessuali. Secondo la dichiarazione, stesa da teologi e giuristi maltesi, il disegno di legge ignora “le aree grigie di orientamenti sessuali complessi” e pregiudicherebbe chi cerca di “prevenire le sue inclinazioni omosessuali” per rimanere celibe/nubile o favorire un matrimonio eterosessuale; la dichiarazione, inoltre, azzarda una sottile critica della legge maltese sull’identità e l’espressione di genere e le caratteristiche sessuali, approvata nel 2014 e considerata una pietra miliare per la protezione delle persone transgender in Europa. Di fronte a tante critiche provenienti da ogni dove, l’intervista dell’arcivescovo Scicluna contiene l’ammissione, degna di nota, che la Chiesa avrebbe dovuto intervenire nella questione in modo diverso: “Ogni terapia riparativa che obblighi qualcuno ad andare contro le sue decisioni o le sue scelte di vita è una cosa inammissibile – inammissibile – e voglio che questo sia assolutamente chiaro”. Invitato ad approfondire la sua posizione, monsignor Scicluna ha affermato che, se gli esperti dicono che tali terapie sono “del tutto dannose, allora dovrebbero essere evitate”. Ha poi aggiunto che, essendo un tema sensibile dal punto di vista pastorale, l’approccio degli esperti avrebbe dovuto essere “meno tecnico e più pastorale”. In retrospettiva, la Chiesa “non avrebbe proprio dovuto rilasciare quel documento […] L’esperienza mi ha insegnato che, quando si discute una legge, non basta contribuire al dibattito mettendo in campo degli esperti: bisogna tenere conto anche dell’impatto sull’emotività della gente e di come questa recepirà il documento”. Monsignor Scicluna si è assunto la responsabilità del documento, proveniente dal vertice della Chiesa maltese e da lui approvato. La dichiarazione, come riporta il Times of Malta, afferma che il disegno di legge negherebbe “il diritto di ricevere un trattamento psicologico” agli adulti consenzienti. Quando gli è stato chiesto se la commissione di esperti che ha preparato il documento avrebbe dovuto includere “qualche rappresentante della comunità omosessuale”, l’arcivescovo ha risposto: “Sarebbe stato di enorme aiuto coinvolgere i membri di Drachma nella preparazione della dichiarazione, avendo essi già contribuito validamente ad altri documenti. Quando l’ho chiesto al professor [Emanuel] Agius [membro della commissione di esperti], questi ha risposto che avremmo potuto e dovuto farlo, come abbiamo fatto per altre dichiarazioni presentate in tempi recenti”. Monsignor Scicluna ha ammesso che il documento è nato male ed è errato nell’approccio, se non nella sostanza, e ha rinnovato la sua disponibilità al dialogo con le persone LGB: “Sento però che devo costruire ponti con la comunità omosessuale, che ritiene il nostro linguaggio troppo tecnico, troppo freddo e distante […] Voglio rassicurarli sul fatto che siamo fermamente contrari alle terapie riparative perché crediamo, come loro e come il governo, che vadano contro la dignità umana. […] Non siamo d’accordo con chi crede che le persone omosessuali siano malate […] Queste sono etichette che le sminuiscono. E certamente non facciamo collegamenti tra loro e la pedofilia”. Commentando il Giubileo della Misericordia inaugurato da papa Francesco, l’arcivescovo ha ammesso che nella storia della Chiesa “le nostre azioni e il nostro linguaggio non sono sempre stati inclusivi”: questo anno porta con sé “un messaggio di compassione e inclusione” che deve guidare gli sforzi della Chiesa. Monsignor Scicluna ha riaffermato il suo desiderio di dialogo e di collaborazione, descrivendo il suo stile di ministero cristiano come “molto collegiale” e dicendo di preferire consultarsi con dei consiglieri e intavolare discussioni prima di prendere le sue decisioni. È ancora più importante il fatto, evidente in questa vicenda, che il prelato abbia l’abitudine di tornare sulle sue decisioni e di modificare quelle rivelatesi inefficaci o scorrette. Monsignor Scicluna ha anche parlato del ruolo della Chiesa Cattolica nello spazio pubblico e della sua guida aperta e franca della Chiesa maltese: la gente apprezza una Chiesa impegnata nella società, ma questa stessa Chiesa deve “accettare di essere una voce in mezzo a molte altre” perché sta “in una società pluralistica”. I leader ecclesiastici non possono pretendere di avere l’ultima parola su tutto; l’ambiente democratico richiede “la capacità di discutere con rispetto e di non prendere nulla sul personale”.
L’intervista al Times of Malta, che merita di essere letta per intero, continua parlando del cammino dell’arcivescovo riguardo le questioni LGBT. Si oppone fortemente al matrimonio omosessuale e, prima che il governo maltese approvasse le unioni civili, disse no alla legge assieme al vertice della Chiesa. Nello stesso tempo, però, chiese scusa alle lesbiche e ai gay le cui vite erano state rese ancora più difficili dalla Chiesa. Tra le altre cose, ha difeso l’amore che può esistere tra partner dello stesso sesso, dicendo in una intervista che “L’amore non è mai un peccato. Dio è amore”. L’arcivescovo rifiutò di punire un sacerdote domenicano che aveva benedetto gli anelli di una coppia omosessuale, esortandolo invece a continuare il suo ministero con le persone LGB ma di farlo nel rispetto dei riti della Chiesa così come essa li pratica oggigiorno. L’atteggiamento generalmente positivo dell’arcivescovo convinse il Movimento Maltese per i Diritti Gay a conferirgli nel 2014 il Premio della Comunità LGBTI, rifiutato dall’allora vescovo ausiliario in quanto non vuole riceve premi o onorificenze solo perché “ho fatto il mio dovere di Vescovo”. Lo stesso anno partecipò alla Giornata Internazionale Contro l’Omofobia. Le sue ultime dichiarazioni sul disegno di legge e sul suo episcopato lo faranno apprezzare ancora di più dalle persone LGBT. I leader della Chiesa maltese hanno proposto al governo e al pubblico una presa di posizione sull’omosessualità non troppo diversa da quella di altri vescovi: per questo motivo hanno ricevuto forti e persistenti critiche da molte voci di questo Paese così cattolico. La chiave dell’episodio è la profonda umiltà che sta alla base del ”Vescovo Francesco” che monsignor Scicluna sembra esemplificare, disponibile ad ascoltare ed imparare, a riconoscere i suoi errori, a cercare la riconciliazione, ad essere più a suo agio della maggior parte dei vescovi con le complessità della vita. Un rimpianto da lui espresso nell’intervista è di non avere ancora programmato visite pastorali. Il venerdì, secondo lui, “il vescovo deve stare dov’è la sofferenza e io non sono riuscito a farlo”. Sembra sapere che c’è molta sofferenza ai margini della Chiesa e della società. Spero che l’arcivescovo Scicluna passi molti venerdì a coltivare relazioni e costruire ponti con le persone LGBT e i loro cari, perché errori pastorali come la dichiarazione sulle terapie riparative non avvengano più in futuro.
Testo originale: Archbishop Admits Church’s Mistake in Supporting Reparative  Therapy

vescovi italiani denunciano la stoltezza della guerra

“denunciamo la follia della guerra”

«Stiamo vivendo giorni di bombardamenti e devastazioni atroci su molte città. Tragedie che ci richiamano alla Costituzione del Concilio Vaticano II ‘Gaudium et spes’ e alla sua condanna della guerra totale, l’unica condanna in un Concilio ‘pastorale’»

Bettazzi

Inizia così un appello dei vescovi di Pax Christi Italia che condanna i bombardamenti e le violenze che in questi giorni devastano tante città e tanti territori, con sofferenze indicibili per le popolazioni

I vescovi continuano: «Essa così afferma al n. 80: “Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato”». «Il Concilio continua denunciando la corsa agli armamenti, che preparano gli interventi distruttivi. “E’ necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c’è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi”. (n. 81)Bona
Come vescovi successivamente responsabili di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, più che mai impegnato contro ogni forma di guerra, ma ancor prima come ‘uomini di buona volontà’, mentre deploriamo e condanniamo queste distruzioni che servono ad utilizzare i nostri armamenti e ad esaltare i nostri poteri e le nostre supremazie, chiediamo con forza che cessino queste devastazioni e si usino invece gli strumenti della politica e della diplomazia, forse più faticosi ma rispettosi delle vite umane, da soccorrere non da bombardare, come insiste papa Francesco, il quale pochi giorni fa, col Patriarca Ortodosso Cirillo esortava ‘la Comunità Internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile’.

Dobbiamo pregare, ma dobbiamo anche operare. Valentinetti
Invitiamo tutti ad operare, con la preghiera ed il digiuno, ma anche con l’impegno, la sollecitazione nel denunciare la follia della guerra, anche con manifestazioni, appelli ed esponendo anche le bandiere della pace, come segno visibile di un impegno che scuote ognuno nella propria coscienza».

L’appello,in data 18 febbraio 2016, è firmato dai vescovi
Giovanni Ricchiuti, Vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti presidente di Pax Christi

Giudici vescovo
Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea, già presidente di Pax Christi
Diego Bona, Vescovo emerito di Saluzzo, già presidente di Pax Christi
Tommaso Valentinetti, escovo di Pescara-Penne, già presidente di Pax Christi
Giovanni Giudici, Vescovo emerito di Pavia, già presidente di Pax Christi

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le eccellenze e le eminenze lo guardano storto!

un papa troppo «severo»

solo
il 20 per cento dei vescovi è con lui

il rapporto tormentato tra Francesco e la Curia tra fedelissimi, ostili e dissenso nascosto. Sotto accusa il legame con la gente e la durezza con la gerarchia ecclesiastica

di Massimo Franco

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Per questo, dietro le frasi sincere sulla devozione e l’obbedienza al «Santo Padre», si avverte un disagio che tocca direttamente l’episcopato italiano, in affanno nel capire le coordinate culturali di Jorge Mario Bergoglio; e convinto che gli ultimi anni tormentati di Benedetto XVI, con gli scandali e le lotte intestine nella Roma papale, abbiano sedimentato un pregiudizio anti-italiano difficile da scalfire. Ma il malessere non riguarda solo la Cei e il Vaticano. Va oltre i confini dell’Italia, e attraversa altre nomenklature ecclesiastiche: come se Francesco, il pontefice della svolta epocale, faticasse a far breccia nei gradi medio-alti della Chiesa, a dispetto dei trionfi popolari  


Ci sono tre numeri che racchiudono le incognite del suo papato: 20, 70, 10. Sono le percentuali con le quali viene fotografato il suo consenso nella Roma vaticana da parte degli uomini a lui più vicini. Il 20 per cento, secondo le loro analisi, è quello di chi si è convinto di doverlo appoggiare; il 70 comprende una sorta di maggioranza silenziosa e indifferente, che lo asseconda in attesa di un altro Pontefice; e il 10 per cento fotografa il drappello dei nemici del papato argentino, sebbene magari non dichiarati. Sono cifre che, numero più numero meno, rimbalzano a Casa Santa Marta, dove abita Francesco; nella comunità latinoamericana di Roma; e in Argentina. Ma nel mare di anonimato nel quale affiorano critiche a Jorge Mario Bergoglio si intuisce una potenziale frattura geografica e strategica. 


 

Papa e Giubileo, la lettura della Bolla papale «Misericordia Vultus»

 Vero o no, il Papa sembra esprimere un modello di Chiesa «ostile all’Italia, all’Europa e in generale all’Occidente inteso come Nord del mondo», sostiene un cardinale italiano. Col risultato di vedere crescere una fronda annidata nella terna ambigua del 10-70-20. Si scopre perfino un inizio di rigetto dei capisaldi del pensiero di Bergoglio, come la famosa conferenza di Aparecida del 2007 nella quale si affermò la sua leadership in America latina, e che il Papa cita spesso. Ci sono cardinali e vescovi che non nominano mai Aparecida. Sostengono di non capire le riforme di Francesco. E avvertono che il modello Buenos Aires non può essere applicato a tutta la Chiesa. È un’esperienza, obiettano, non l’esperienza della Chiesa.  Nella resistenza di alcuni episcopati europei si avverte «l’abitudine a percepirsi quasi come dei principi», ribatte un alto prelato latinoamericano. Ma simili contrasti finiscono per accreditare un conflitto sordo tra due visioni di Chiesa; e perfino per evocare l’idea di «due Chiese», incapaci di dialogare, perché, invece di ridursi, le distanze tra di loro minacciano di ampliarsi. Ormai è chiaro che dopo due anni, il Papa ha deciso di affidarsi ad una sorta di Curia in formato ridotto, perché non si fida di quella esistente; e di modificare alla radice il cursus honorum vescovile e cardinalizio, in Italia e altrove: come se le posizioni di rendita fossero state azzerate, dopo le dimissioni di Benedetto XVI.

Per preparare la prossima enciclica sull’ecologia, Francesco non si è servito delle strutture curiali. Ha consultato invece circa duecento studiosi, per evitare quella che chiama l’autoreferenzialità vaticana. E per una settimana ha fatto venire da Buenos Aires monsignor Victor Manuel Fernandez, teologo e rettore della Universitad Catolica Argentina, per aiutarlo nella stesura. In risposta riceve un’ubbidienza leale ma intimidita, guardinga. Dietro le voci su un Francesco «isolato» si staglia una struttura ecclesiastica insofferente all’idea di un rapporto diretto tra il suo leader e le folle del mondo, saltando di fatto le gerarchie tradizionali. «Non so quanto il Papa riuscirà a guidare e governare i processi che ha messo in moto», spiegava di recente un cardinale europeo, preoccupato. «Si è visto col Sinodo, che ha rischiato di sfuggirgli di mano».
Il timore è che additando in modo impietoso i limiti della Chiesa, Francesco si rafforzi personalmente ma finisca per indebolirla. Anche se tutti gli danno atto che in due anni di papato, l’immagine dei vertici del cattolicesimo è cambiata in meglio. Gli scandali come Vatileaks, le beghe dello Ior, la stessa pedofilia oggi hanno assunto contorni meno traumatici. A livello internazionale l’attivismo sta producendo risultati vistosi, sebbene a volte controversi: la Santa Sede è protagonista come non le accadeva da molto tempo, dall’Ucraina, al Medio Oriente, a Cuba. E quanti frequentano Francesco aggiungono che dire di non capire tutto questo è la risposta tipica di chi non vuole cambiare nulla: semplificazioni che rivelano probabilmente più una frustrazione che la realtà.
Non vanno sottovalutate, però, perché si alimentano di incomprensioni che il Papa, nonostante il suo carisma, non riesce a superare. Quando il presidente, cardinale Angelo Bagnasco, critica il modo in cui vengono riportate dai mass media le parole di Francesco alla Cei, quasi fossero solo di rimprovero, coglie un problema vero. E fa capire la difficoltà di presentare in modo obiettivo un rapporto segnato dalla difficoltà a parlare lo stesso linguaggio; e complicato dal dualismo con il segretario generale, monsignor Nunzio Galantino, percepito da alcuni settori della Cei come una sorta di commissario papale. «La Chiesa italiana rimane un problema aperto, per Francesco», ammette un suo amico latinoamericano.
Ma questo non è privo di conseguenze. Il fossato tra il pontefice del popolo e la Chiesa-istituzione rimane. I vescovi sentono di essere oscurati e surclassati da Francesco. E additano come un rischio la sua tendenza a guidare la Chiesa con una specie di «governo-ombra». Ma forse, dovrebbero domandarsi se l’«oscuramento» non sia una conseguenza di responsabilità e mancanze almeno di alcuni di loro. E quando chiamano in causa il «governo ombra», alludendo a Casa Santa Marta, mostrano di non vederlo più come luogo-simbolo della rottura virtuosa di Francesco con i palazzi degli intrighi vaticani. Oggi, quell’albergo dentro le Sacre mura comincia a essere guardato come un imbuto dove notizie e pettegolezzi si intrecciano in maniera quasi inestricabile. «Chi sta nel vortice», si dice in Vaticano, «poi ne diventa vittima». Ma nel vortice, Francesco mostra di sentirsi a proprio agio, quasi fosse uno strumento di governo. A disagio, per ora,
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