il commento al ‘cantico delle creature’ di s. Francesco del filosofo M. Cacciari

 

il Cantico delle creature

di Massimo Cacciari

Il filosofo Massimo Cacciari spiega il Cantico delle creature di San Francesco ponendo particolare attenzione alla parola cum. Questo perché, secondo Cacciari, sono proprio le creature il mezzo tramite cui lodare il Signore, soprattutto tenendo conto del pensiero e dell’opera di San Francesco. L’intervista è stata rilasciata in occasione del Festival Francescano, svoltosi nel settembre del 2015.

V.Mancuso rilegge il ‘cantico delle creature’alla luce del venerdì santo san Francesco

San Francesco e il Cantico delle creature

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Vorrei riflettere sullo scritto più famoso di Francesco d’Assisi, che è al contempo la pagina più antica della letteratura italiana, nella luce del venerdì santo, lo leggerò come un canto della creature sotto la croce, al cospetto della sofferenza che attraversa la vita e che è la vita, come insegna la prima nobile verità del Buddha che parla della natura vivente come di “un aggregato di dolore” (Il grande discorso della distruzione della brama, ed. it. p. 33). Il Cantico della creature diviene così una Via crucis delle creature, ma forse questa è l’unica prospettiva per rimanere fedeli alla verità dell’esistenza…

 

La condizione di Francesco quando compone il cantico

A portarmi a leggere il Cantico della creature nella prospettiva della passione di tutto ciò che vive è la stessa vita di Francesco d’Assisi, basta considerare la sua condizione quando compose il Cantico. Siamo nel 1225, l’anno dopo, il 3 ottobre 1226, a 45 anni non ancora compiuti, Francesco morirà. È molto malato, così la Vita prima di Tommaso da Celano descrive la situazione: “A seguito di una rottura dei vasi sanguigni dello stomaco, a causa della disfunzione del fegato, ebbe abbondanti sbocchi di sangue… gli si gonfiò il ventre, si inturgidirono gambe e piedi, e lo stomacò peggiorò talmente che gli riusciva quasi impossibile ritenere qualsiasi cibo”, FF, p. 497). In particolare Francesco è quasi cieco a causa di una oftalmia purulenta che lo rende insofferente della luce del sole, per cui le cose gli appaiono quasi del tutto avvolte nelle tenebre (e si consideri che l’altro nome del cantico è Cantico di Frate Sole). È inoltre di ritorno dal Monte della Verna dove aveva ricevuto le stigmate, ulteriore causa di sofferenza (il primo caso nella storia della Chiesa; dopo se ne sono registrati a centinaia).

Alla sofferenza fisica si associa quella spirituale per aver ormai compreso che il suo ideale di vivere il Vangelo sine glossa era fallito; non a caso già quattro anni prima, nel 1221, aveva lasciato la guida dell’Ordine e si era ritirato in disparte con pochi fidati compagni (Leone, Angelo, Illuminato, Masseo), i quali alla sua morte neppure verranno nominati nella prima biografia ufficiale commissionata dal superiore dell’Ordine frate Elia (la Vita di san Francesco di Tommaso da Celano composta nel 1228 e approvata dal papa nel 1229) a evidente dimostrazione di una tensione tra i due rami del francescanesimo, i conventuali istituzionali da un lato e gli spirituali radicali dall’altro.

Ma è molto importante considerare il luogo in cui Francesco compone il Cantico della creature, è il convento di San Damiano ad Assisi, cioè la dimora di Chiara e delle altre giovani che avevano fatto proprio l’ideale francescano (dette allora Povere dame, poi clarisse, presto divise in diverse ramificazioni, di cui oggi se ne contano una decina). A Francesco che era venuto a stare da lei, Chiara fa preparare su un terrazzino una “celletta fatta di stuoie” e lì Francesco passò più di cinquanta giorni tra indicibili sofferenze tra cui, dicono le fonti, le persecuzioni dei topi. Insomma per Francesco la natura era del tutto distante dalla dolcezza irrealistica dell’Arcadia e già solo per questo ogni lettura bucolina del Cantico delle creature è rigorosamente preclusa.

Le fonti non dicono nulla sui rapporti tra Chiara e Francesco in quei due mesi scarsi trascorsi così vicini (benché non sotto lo stesso tetto). È comunque lecito supporre che Chiara lo visitasse spesso e che magari fosse lei stessa a medicargli gli occhi. Ernesto Balducci nel suo bellissimo libro su Francesco ipotizza che la vicinanza con Chiara possa aver avuto un ruolo decisivo nella composizione del Cantico delle creature: “È azzardato supporre che, se da quest’uomo malato e tormentato, si alzò un canto tra i più straordinari che la storia dello spirito umano ricordi, ciò si deve anche al fatto che i due cuori di carne erano vicini?” (p. 121). Si tratta di un’ipotesi che mi convince. In questo mondo di sofferenze, assurdità, sconfitte, è infatti solo l’amore a essere in grado di suscitare quell’energia vitale che nonostante tutto porta alla gioia e alla lode della vita, e l’amore trova la sua pienezza nel sentimento che unisce due esseri umani, l’amore raggiunge la massima intensità quando si moltiplica per due.

Riassumendo, sono quindi queste le condizioni di Francesco quando compose il Cantico della creature: la sofferenza fisica delle stigmate e della quasi cecità, il senso di sconfitta per la burocratizzazione del suo ordine, la vicinanza di quella donna che lo amava. Da questo impasto agrodolce prende origine il Cantico delle creature.

Noi e Francesco

Da Francesco, malato e sconfitto, emerge il cantico più sublime della spiritualità cristiana, il più sublime in quanto privo di funzionalità, di richiami alla dottrina (anzi, come vedremo poi, c’è anche un’affermazione in odore di eresia), di intenzioni didascaliche o catechistiche, privo persino del desiderio di salvezza personale, in quanto l’ego è del tutto assente se non per dire “mi Signore”; un componimento del tutto gratuito in cui la lode raggiunge il vertice della purezza.

Allo stesso modo anche da noi, malati e sconfitti nel nostro modello politico ed economico e così ciechi da non riconoscerlo, può emergere la possibilità di una spiritualità autentica, genuina, non funzionale, non più asservita al potere e alla conformazione che esso esige, una spiritualità che neppure tende alla salvezza personale (spesso vissuta come ultimo atto della volontà che cerca la preservazione dell’io), una spiritualità come pura lode.

Se prendiamo coscienza che anche noi, come Francesco, siamo malati e sconfitti, e tuttavia, come Francesco, continuiamo a credere all’amore, può sorgere da noi qualcosa di nuovo, di inedito, di veramente vitale.

Vito Mancuso, 29 aprile 2014

il Francesco d’Assisi di Dario Fo

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Francesco santo e giullare

Chiara Affronte in “l’Unità” del 16 febbraio 2014 descrive così la ripresentazione  de Lu Santu giullare Francesco di Dario Fo 15 anni dopo il debutto, in cui l’autore intende rappresentare ” la «vera» storia del frate di Assisi, ripulita dalla censura che tentò di edulcorare l’immagine di un ribelle, santo, ma rivoluzionario”:

Dario Fo è tornato in teatro, sei mesi dopo la scomparsa di Franca Rame, sua compagna di vita e di scena. «Un po’ di timore», confessa lui, alla fine del primo tempo. Forse una lacrima e un «grazieeee» roboante, liberatorio che ricorda tanto quel «ciaoooo» infinito con cui sei mesi fa Fo salutò l’attrice. Bologna la palestra della ripresentazione de Lu Santu giullare Francesco, 15 anni dopo il debutto, e questa volta lo spettacolo dovrebbe diventare una trasmissione televisiva: la «vera» storia del frate di Assisi, ripulita dalla censura che tentò di edulcorare l’immagine di un ribelle, santo, ma rivoluzionario. E basta guardare uno dei tanti dipinti – tantissimi e tutti da lui realizzati – che Fo mostra al pubblico per immortalare in immagini la scena che sta raccontando. «La gioia di Francesco e dei suoi fratelli per l’accettazione della regola», è un esempio di ciò che lo spettacolo restituisce: un tripudio di colori per esprimere una gioia dirompente, che non ha niente a che vedere con la riverenza modesta e contenuta, perché è un vero e proprio ballo, che pare  dirittura sfrenato. Questo, infatti, è uno dei momenti più forti dello spettacolo, insieme a quello in cui il santo decide di abbandonare i beni materiali, e si aggira «ignudo» per le strade di Assisi. Così come quello dell’incontro con il lupo è forse uno dei racconti più divertenti, insieme all’episodio delle Nozze di Cana. Francesco vuole raccontare il Vangelo ovunque, nelle piazze, nei mercati. «Nelle chiese mai?», chiede il cardinale Colonna. «Lì ci sono già i preti, non vogliamo creare confusione», la replica del santo. Ma è papa Innocenzo a dover dare il suo benestare. E lui prima cerca di umiliarlo mandandolo a predicare ai porci: Francesco lo fa, torna, sporco e felice, perché «per farsi ascoltare dagli umani bisogna prima parlare con gli animali». Ma poi lo accoglie, forse a suo modo colpito alla forza della carità di quell’uomo che si taglia i capelli in un modo così strano. Non c’è  sberleffo satirico diretto verso la società contemporanea, nessun politico di oggi viene nominato. Solo il papa, Bergoglio, che non a caso per Fo ha scelto questo nome. Ma tutto lo spettacolo è un’immensa allegoria, dove tornano i temi più attuali: dalla bramosia di potere alla corruzione, dalla violenza alla pena di morte, dalla forza dei puri all’ottusità dei conservatori. Fo spiega di avere utilizzato per questo spettacolo testi riscoperti in lontani monasteri due secoli fa, e rimasti per tantissimo tempo nascosti. Ma anche leggende popolari e testi canonici del ‘300. L’obiettivo è quello di raccontare la forza dirompente di Francesco che dialoga con il lupo e gli chiede – ululando nella sua lingua – di diventare un po’ meno lupo e un po’ più cane così che i pastori smettano di odiarlo: «Famme homo, anche moderato!», esclama l’animale non più feroce, scodinzolando.  Se ci si trova un po’ spaesati all’inizio, per la scelta di Fo di parlare nel volgare del tempo, con quella forte inflessione umbra – la sensazione passa in fretta: la lingua diventa familiare dopo le prima battute e la gestualità del premio Nobel conduce verso al stessa direzione: lui può anche solo spalancare gli occhi, ma ha già detto mille cose. Come Francesco, del resto, che utilizzava il linguaggio giullaresco del corpo e degli occhi per comunicare alla gente. Così infatti fece quella volta, il 15 agosto del 1522, quando venne chiamato a Bologna per tenere un’ orazione sul tema «caldo» del momento: la guerra con i nemici imolesi. Il frate poteva scegliere se parlare ai pochi in latino o ai tanti in volgare. E scelse la seconda strada: un volgare ben diverso da quello compreso a Bologna. Ma il codice giullaresco fece il resto e l’operazione riuscì. Sarà anche per questo motivo, forse, che Fo ha deciso di ricominciare proprio dalle due torri.