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Marcelo Barros e la ‘laudato sì’ a due anni dalla pubblicazione

a due anni dalla ‘laudato sì’ di papa Francesco

Marcelo Barros

“mai documento ha avuto una ripercussione così forte in tutto il mondo”

“Penso che mai un documento pontificio abbia avuto una ripercussione così forte in tutto il mondo, quello cristiano e quello non cristiano. Tutti si sono sentiti coinvolti in questa chiamata a un’alleanza tra umanità e ambiente, come dice il Papa, a camminare insieme per prendersi cura della vita, degli altri, di tutti gli esseri viventi”.

Lo afferma Marcelo Barros, biblista e monaco benedettino brasiliano, figura di spicco della teologia della liberazione, che in questi due anni ha dedicato molti incontri a presentare e approfondire il testo

L’Enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco “sulla cura della casa comune” sta per compiere due anni. Pubblicata il 18 giugno 2015, porta in realtà la data del 24 maggio, solennità della Pentecoste. “Penso che mai un documento pontificio abbia avuto una ripercussione così forte in tutto il mondo, quello cristiano e quello non cristiano. Tutti si sono sentiti coinvolti in questa chiamata a un’alleanza tra umanità e ambiente, come dice il Papa, a camminare insieme per prendersi cura della vita, degli altri, di tutti gli esseri viventi”. Lo dice Marcelo Barros, biblista e monaco benedettino brasiliano, figura di spicco della teologia della liberazione, che in questi due anni ha dedicato molti incontri a presentare e approfondire il testo.   

Per Barros l’elemento centrale di “novità nella coscienza della Chiesa” è stato il fatto che “un Papa abbia assunto la nozione di ecologia integrale: l’ecologia non solo come cura dell’ambiente, ma l’unione tra la cura dell’ambiente, l’ecologia sociale e l’ecologia interiore, la conversione ecologica”. Che cosa è successo in questi due anni? “Non credo che la Laudato sì’ abbia potuto in due anni cambiare la struttura del mondo dal punto di vista economico e sociale”. Barros fa riferimento alla prima parte dell’Enciclica, in cui si “dice chiaramente chi è il colpevole di questa situazione ecologica: se continuiamo a mettere l’interesse del mercato come assoluto non c’è salvezza né per l’umanità né per l’ambiente. E questo non può cambiare miracolosamente.

Ma sta cambiando una coscienza.

Penso ad esempio a tutti i movimenti sociali e al dialogo che adesso hanno con il Vaticano. Il Papa ha fatto tre incontri con i loro rappresentanti ed è una cosa nuova ed è una conseguenza di questo appello. Credo anche che nella spiritualità, sia della Chiesa cattolica sia di quelle evangeliche, la Laudato si’ sia riuscita a indicare elementi nuovi”.

Non mancano iniziative concrete: la più recente, la “Laudato si’ challange”, la sfida tra start-up che hanno un interesse nel sociale secondo gli orientamenti dello sviluppo sostenibile dell’Onu, lanciata il 5 maggio all’Accademia Pontificia delle scienze sociali.

Altre hanno ricevuto un’accelerazione, come le esperienze di ricerca e di valorizzazione dei semi originari in Brasile e la consapevolezza dell’importanza dell’agricoltura ecologica e dell’alimentazione sana. O ancora la campagna internazionale “fossil fuel divestment” a cui stanno ora aderendo anche realtà cattoliche che decidono di ricorrere a fonti energetiche alternative.

Un altro “appello di papa Francesco nella Laudato si’ è che si crei un’alleanza ecumenica o interreligiosa dal punto di vista dell’ecologia, che le religioni si uniscano per la cura della terra”, ricorda Barros.

Il cristianesimo, che pure ha una sorgente biblica aperta a una spiritualità ecologica, ha sempre nutrito un certo pregiudizio contro la sacralizzazione della natura e per questo nella storia della spiritualità cristiana si è creato un dualismo tra natura e storia” dando la precedenza alla “manifestazione di Dio nella storia più che nella natura”. Nel superamento del dualismo le Chiese della Riforma sono arrivate prima, mentre “la Chiesa cattolica ci è arrivata con un certo ritardo”. Sono però circa trent’anni (dall’Assemblea ecumenica di Basilea nel 1989) che il tema della salvaguardia del creato è entrato a pieno titolo tra gli imperativi ecumenici. “L’ecologia è già una strada per l’ecumenismo in America latina come anche in Europa. Papa Francesco ha sempre sottolineato che l’ecumenismo si fa con gesti concreti e un cammino insieme a servizio dell’umanità. Però se questo cammino non è confermato anche da un approfondimento della dottrina e da un dialogo sulla fede, può essere superficiale. Una cosa dipende dall’altra, però la prima cosa è la praxis”.

Se sul piano dell’”ecologia ambientale” i cambiamenti climatici sono l’emergenza, in ambito di “ecologia sociale” lo è la migrazione: “Ogni popolo ha un rapporto esistenziale con la sua terra. E quando una persona deve andare via dalla sua terra, c’è qualcosa che si rompe. La migrazione non è un fenomeno spontaneo, i migranti non sono turisti, ma arrivano da noi perché non possono vivere nella loro terra per le conseguenze di un sistema economico generato dalle nazioni ricche” che foraggia le guerre ed è all’origine dei cambiamenti climatici.

“La grande ipocrisia di questo mondo è che provoca la migrazione, con un’azione intenzionale, e poi dice: come la possiamo reggere?”.

Quindi oggi è necessario “attaccare le cause di questa situazione che altrimenti prosegue o peggiora. Allo stesso tempo è necessario aprirsi alla realtà attuale che è questa e non può cambiare magicamente”. Per un verso, quindi, se l’economia è la “gestione della casa comune, significa che un’economia non può mai essere pensata in modo isolato dal bene comune, che è l’obiettivo dell’economia e dell’organizzazione della società. Se un’organizzazione sociale ha regole che non portano alla vita, che accettano la morte o la promuovono, quella regola è ingiusta e iniqua” e va cambiata. Per altro verso accogliere e vivere la solidarietà deve avvenire in modo “razionale, ben pensato, concreto e sistematico, non solo sentimentale. La sfida per i cristiani è “reimparare a tenere insieme giustizia e fede”: occorre dialogare e trovare una pedagogia che faccia di nuovo percepire “la contraddizione tra egoismo, individualismo e fede”.

sul cristianesimo del futuro

Oltre le religioni, l'amore. Un libro di Adista e Gabrielli Editore sul cristianesimo del futuro

oltre le religioni, l’amore

un libro di Adista e Gabrielli Editore sul cristianesimo del futuro

 
da: Adista Notizie n° 17 del 07/05/2016
Nell’arco della storia, le religioni hanno fatto tutto e il contrario di tutto: hanno legittimato sistemi di dominio e suscitato movimenti di liberazione; hanno invocato il nome di Dio per benedire il capitale e incoraggiato la creazione di società anticapitaliste, hanno invitato ad amare il prossimo come se stessi e hanno, di fatto, contribuito ad opprimerlo, calpestarlo, umiliarlo, massacrarlo. Cosa c’è allora che non funziona nella nostra idea di Dio, nella nostra visione della religione? È da qui che si muove la ricerca teologica impegnata nella formulazione del cosiddetto paradigma post-religionale, al centro del libro Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umana, primo frutto di una collaborazione tra Il Segno dei Gabrielli e Adista (2016, pp. 239, euro 16,50; il libro può essere acquistato anche presso Adista, scrivendo ad abbonamenti@adista.it; telefonando allo 06/6868692; o attraverso il nostro sito internet, www.adista.it). Curato dalla nostra redattrice Claudia Fanti e da don Ferdinando Sudati, il libro raccoglie gli interventi (alcuni dei quali già pubblicati in forma ridotta sulle pagine di Adista) di John Shelby Spong, María López Vigil, Roger Lenaers e José María Vigil – quattro tra i nomi più prestigiosi, brillanti e amati della nuova teologia di frontiera –, accomunati dalla tesi che le religioni così come le conosciamo siano destinate a lasciare spazio a qualcosa di nuovo e non ancora facilmente prevedibile, ma sicuramente aprendo all’insopprimibile dimensione spirituale dell’essere umano un futuro ricco di straordinarie possibilità.

Con i loro miti e i loro dogmi, con le loro leggi e la loro morale, le religioni sono state a lungo il motore del sistema operativo delle società. Ma, almeno nella forma che ci è familiare, non sarebbero destinate, secondo gli autori, a durare per sempre. “Per sempre” sarebbe la spiritualità, intesa come dimensione profonda costituiva dell’essere umano, non la religione, che ne costituisce la forma socio-culturale concreta, storica e dunque contingente e mutevole. In questo senso, allora, post-religionale non starebbe a significare post-religioso né post-spirituale, ma più in là del religionale, cioè più in là di ciò che hanno rappresentato le religioni agrarie, quelle religioni, cioè, che si sono formate durante l’età neolitica, quando la nostra specie, passando dalle tribù nomadi di cacciatori e raccoglitori alla vita sedentaria in società urbane legate alla coltivazione della terra, ha dovuto necessariamente creare dei codici che le permettessero di vivere in società, con un diritto, una morale, un senso di coesione sociale e di appartenenza. Un ruolo, quello delle religioni neolitiche, che, come evidenzia il clarettiano spagnolo, naturalizzato nicaraguense, José María Vigil, sta ormai venendo meno di fronte alla profonda metamorfosi che l’essere umano sta vivendo: una trasformazione radicale delle strutture conoscitive ed epistemologiche, con tutti i relativi cambiamenti nel modo di conoscere, nei postulati e negli assiomi millenari su cui l’umanità si basava inconsapevolmente.

Di certo, però, anche nella nuova veste che saranno chiamate ad assumere, le religioni, viste ora non più come un’opera divina, ma come una costruzione degli stessi esseri umani (sia pure spinti dalla forza del mistero divino), «dovranno concentrarsi – sottolinea José María Vigil – sul compito essenziale, che non cambierà: aiutare l’essere umano a sopravvivere diventando sempre più umano». Solo che «questo compito, benché sia quello di sempre, potrà essere espresso con un grande e creativo ventaglio di possibilità». E a chi teme la perdita d’identità, cristiana o più strettamente cattolica, il teologo brasiliano Marcelo Barros, nella sua prefazione, risponde non a caso citando le parole di un amico rabbino, secondo cui «noi siamo umani non tanto per quello che ci costituisce (nella nostra identità originale) quanto per la possibilità di trasformarci o di lasciar evolvere quello che ci costituisce, senza smarrirci».

Che ne sarà allora in questo quadro della tradizione di Gesù? Riuscirà il cristianesimo nell’impresa di trasformare se stesso, reinterpretando e riconvertendo tutto il suo patrimonio simbolico in vista del futuro che lo attende? Riuscirà a liberarsi di dogmi, riti, gerarchie e norme, di tutti quei rituali religioni che, spesso e volentieri, hanno finito per sovrapporsi al Vangelo, per complicare anziché favorire la nostra relazione con Dio e con l’altro?

Il compito non è di certo semplice, richiedendo un lavoro al tempo stesso decostruttivo per superare tutto ciò che è ormai diventato obsoleto – e costruttivo – per esplorare i modi in cui sviluppare in pienezza la nostra dimensione spirituale. Di sicuro, come evidenzia il vescovo episcopaliano John Shelby Spong (sulla cui figura e sulla cui opera si sofferma più estesamente, nella sua introduzione, don Ferdinando Sudati), gli esseri umani continueranno ad aver bisogno di riunirsi, di condividere, di celebrare, di alimentare la loro spiritualità, ma senza più strutture e rapporti di potere che riproducano il potere paternalistico di un Dio in senso teista. Di un Dio, cioè, inteso come «un essere dal potere soprannaturale, che vive nell’alto dei cieli ed è pronto a intervenire periodicamente nella storia umana, perché si compia la sua divina volontà», un essere con poteri miracolosi da supplicare, servire e compiacere, di fronte a cui prostrarsi come uno schiavo di fronte al padrone. Tuttavia, pur nella necessaria – dolorosa ma alla fine liberante – rinuncia all’immagine di un essere soprannaturale che ci faccia da genitore, il messaggio originario della fede cristiana – è la convinzione di fondo attorno a cui ruota la riflessione degli autori – non perde nulla di veramente essenziale, restando inalterata, come spiega il gesuita belga Roger Lenaers, «la confessione di Dio come Creatore del cielo e della terra, inteso come Amore Assoluto, che nel corso dell’evoluzione cosmica si esprime e si rivela progressivamente, prima nella materia, poi nella vita, poi nella coscienza e quindi nell’intelligenza umana, e infine nell’amore totale e disinteressato di Gesù e in coloro in cui Gesù vive». Come pure resta invariata «la confessione di Gesù come la sua più perfetta auto-espressione e la comprensione dello Spirito come un’attività vivificante di questo Amore Assoluto».

È a questo complesso compito di riformulare il messaggio cristiano in un linguaggio che possa risultare nuovamente rilevante e significativo che hanno rivolto le loro riflessioni, e dedicato la loro vita, gli autori di questo libro, ma a cui guardano con interesse e passione anche tutti coloro che avvertono la necessità di trasformare radicalmente la propria religiosità, proprio per sentirsi più vicini «alla Vita che Gesù ha difeso e a cui ha dato dignità», come spiega nel suo modo impareggiabile la scrittrice cubana-nicaraguense María Lopez Vigil. E così scoprire che, in questo viaggio iniziato nell’età adulta della nostra vita spirituale, non si è in fondo perso nulla di importante. Che, come sottolinea Claudia Fanti nella presentazione, «il nostro bagaglio è ora molto più leggero, ma c’è ancora tutto quello di cui abbiamo veramente bisogno». E che, anzi, «questo bagaglio diventato così lieve ci permette ora di camminare più spediti, di godere realmente di tutto ciò che ci circonda, sentendoci parte di questo paesaggio e cogliendone tutta la struggente bellezza. Ci permette di sentire il respiro dell’universo, il nostro indistruttibile legame con la Vita, con l’Amore senza limiti».Barros 1

Che è, poi, la stessa conclusione di Marcelo Barros: «Oltre le religioni: l’amore».

il sostegno di C. Barros ai quattro preti in tenda

profeti del nostro tempo

lettera aperta ai quattro preti bergamaschi

Barros 
  Adista Segni Nuovi n° 11 del 19/03/2016
Il sostegno di Marcelo Barros, teologo della Liberazione brasiliano, all’iniziativa dei quattro preti bergamaschi che, in solidarietà coi migranti, hanno deciso di passare la Quaresima in tenda sul sagrato della chiesa di Ambivere

Emanuele, Alessandro, Andrea e Gianluca, carissimi fratelli e compagni di cammino, prima di tornare in Brasile, dove mi attendono incontri teologici e diversi ministeri, vorrei ringraziarvi di tutto cuore per questo vostro gesto ministeriale e profetico durante la Quaresima. Senza dubbio, come la Dabar biblica, parola che si fa vita, questo vostro gesto è un’anticipazione dell’Exultet, l’annuncio della Pasqua di Gesù, che oggi si esprime come Crocifisso-Risorto nelle tante tende dei migranti, dei rifugiati e dei profughi di questo mondo così segnato dalla crudeltà.Barros 1

La rapida visita che ho avuto modo di farvi è stata per me una grazia divina e mi ha confermato nel cammino della fede e della speranza. Ho potuto constatare il vostro coraggio nell’affrontare il freddo delle notti invernali, la sfida dei tanti lavori pastorali che continuate a svolgere, anche in questo periodo speciale, e principalmente la chiarezza della vostra opzione evangelica, che è alla base di tutto questo cammino. Porterò al Brasile e ai miei compagni/e dell’Associazione dei Teologi del Terzo Mondo la vostra profezia che ci anima tutti/e.

Ringrazio Dio per il fatto che, come mi avete detto, il vostro vescovo è stato in grado di rispettare la vostra decisione e di comprenderla. Grazie a Dio, questo pastore ha ascoltato la parola che Gesù ha detto a Pietro: «Simone, ho pregato per te, perché tu confermi i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Purtroppo, non si può contare sulla solidarietà umana e cristiana da parte di tutti i fratelli nel ministero presbiterale. Sembra che si sentano più eredi dei dottori della legge e dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme che dei profeti biblici. Infatti, Amasia, sacerdote di Betel, nei confronti del profeta Amos e i sacerdoti del tempio di Gerusalemme nei riguardi di Geremia hanno iniziato una “tradizione”. E secondo Giovanni, dopo l’inizio del ministero di Gesù, i sacerdoti e i dottori di Gerusalemme inviarono leviti e funzionari del tempio per interrogare, vigilare e bloccare la profezia di Gesù (Gv 1,19 ss).

Ancora oggi, funzionari ecclesiastici che vivono in un sistema poco democratico usano argomenti democratici quando si tratta di soffocare la profezia. Certamente, pensano che Gesù avrebbe dovuto consultare almeno i discepoli e gli amici prima di cenare con persone considerate di malaffare o ricorrere a una votazione comunitaria se si dovesse o meno perdonare la donna adultera o comunicare con la samaritana…  È importante per tutti noi, in ogni momento, valutare se non stiamo cadendo nella tentazione del clericalismo. Siamo ecclesiastici e clericali quando ci fermiamo su posizioni di potere e di privilegio. Il vostro cammino non è questo. La vostra lettera rivela una visione del mondo; è un grido profetico importante. Non preoccupatevi se non avete condotto un lavoro scientifico o uno studio sociologico documentato sulla realtà. Non è questo il linguaggio dei profeti. Sono uomini e donne di Dio che gridano quello che vedono.

Alcuni vi criticano dicendo che volete mettervi in mostra. Non siete voi che lo avete scelto. È lo stesso Spirito di Dio. Paolo ha scritto ai Corinzi: Dio ha messo noi apostoli come «spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini» (1 Cor 4,9).

Mantenetevi saldi nel vostro cammino. In altri tempi, i dottori della legge hanno rivolto le stesse accuse e obiezioni a mons. Oscar Romero in El Salvador, a Don Hélder Câmara, il mio vescovo in Brasile, e a Samuel Ruiz, il vescovo degli indios in Chiapas, un profeta che in questi giorni è stato riabilitato da papa Francesco nel suo viaggio in Messico. State tranquilli. Siete in buona compagnia.

«Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli» (Ebrei 13,20-21).

Il vostro fratello Marcelo Barros

la solidarietà di M. Barros ai quattro preti in tenda

profeti del nostro tempo

lettera aperta ai quattro preti bergamaschi

di Marcelo Barros
in “www.adista.it” Barros 1

Barros

 

Emanuele, Alessandro, Andrea e Gianluca, carissimi fratelli e compagni di cammino, prima di tornare in Brasile, dove mi attendono incontri teologici e diversi ministeri, vorrei ringraziarvi di tutto cuore per questo vostro gesto ministeriale e profetico durante la Quaresima

Senza dubbio, come la Dabar biblica, parola che si fa vita, questo vostro gesto è un anticipazione dell’Exultet, l’annuncio della Pasqua di Gesù, che oggi si esprime come Crocifisso-Risorto nelle tante tende dei migranti, dei rifugiati e dei profughi di questo mondo così segnato dalla crudeltà. La rapida visita che ho avuto modo di farvi è stata per me una grazia divina e mi ha confermato nel cammino della fede e della speranza. Ho potuto constatare il vostro coraggio nell’affrontare il freddo delle notti invernali, la sfida dei tanti lavori pastorali che continuate a svolgere, anche in questo periodo speciale, e principalmente la chiarezza della vostra opzione evangelica, che è alla base di tutto questo cammino. Porterò al Brasile e ai miei compagni/e dell’Associazione dei Teologi del Terzo Mondo la vostra profezia che ci anima tutti/e. Ringrazio Dio per il fatto che, come mi avete detto, il vostro vescovo è stato in grado di rispettare la vostra decisione e di comprenderla. Grazie a Dio, questo pastore ha ascoltato la parola che Gesù ha detto a Pietro: “Simone, ho pregato per te, perché tu confermi i tuoi fratelli” (Lc 22,32).

preti in tenda Purtroppo, non si può contare sulla solidarietà umana e cristiana da parte di tutti i fratelli nel ministero presbiterale. Sembra che si sentano più eredi dei dottori della legge e dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme che dei profeti biblici. Infatti, Amasia, sacerdote di Betel, nei confronti del profeta Amos e i sacerdoti del tempio di Gerusalemme nei riguardi di Geremia hanno iniziato una “tradizione”. E secondo Giovanni, dopo l’inizio del ministero di Gesù, i sacerdoti e i dottori di Gerusalemme inviarono leviti e funzionari del tempio per interrogare, vigilare e bloccare la profezia di Gesù (Gv 1,19 ss). Ancora oggi, funzionari ecclesiastici che vivono in un sistema poco democratico usano argomenti democratici quando si tratta di soffocare la profezia. Certamente, pensano che Gesù avrebbe dovuto consultare almeno i discepoli e gli amici prima di cenare con persone considerate di malaffare o ricorrere a una votazione comunitaria se si dovesse o meno perdonare la donna adultera o comunicare con la samaritana… È importante per tutti noi, in ogni momento, valutare se non stiamo cadendo nella tentazione del clericalismo. Siamo ecclesiastici e clericali quando ci fermiamo su posizioni di potere e di privilegio. Il vostro cammino non è questo. La vostra lettera rivela una visione del mondo; è un grido profetico importante. Non preoccupatevi se non avete condotto un lavoro scientifico o uno studio sociologico documentato sulla realtà. Non è questo il linguaggio dei profeti. Sono uomini e donne di Dio che gridano quello che vedono. Alcuni vi criticano dicendo che volete mettervi in mostra. Non siete voi che lo avete scelto. È lo stesso Spirito di Dio. Paolo ha scritto ai Corinzi: Dio ha messo noi apostoli come «spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini» (1Cor 4,9). Mantenetevi saldi nel vostro cammino. In altri tempi, i dottori della legge hanno rivolto le stesse accuse e obiezioni a mons. Oscar Romero in El Salvador, a don Hélder Câmara, il mio vescovo in Brasile, e a Samuel Ruiz, il vescovo degli indios in Chiapas, un profeta che in questi giorni è stato riabilitato da papa Francesco nel suo viaggio in Messico. State tranquilli. Siete in buona compagnia.

«Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria
nei secoli dei secoli» (Ebrei 13,20-21).

Il vostro fratello Marcelo Barros Pinerolo, 27 febbraio 2016

M. Barros commenta la ‘laudato sì’ alla vigilia della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici a Parigi

 

un’alleanza per salvare la terra

di M. Barros

Barros

 

nella sua enciclica Laudato si’ sulla cura della Terra, la nostra casa comune, papa Francesco propone un’alleanza tra tutta l’umanità, credente e non credente, per salvare il pianeta. Una proposta che già era stata avanzata da intellettuali e scienziati, come il nordamericano Edward Wilson, considerato uno dei massimi biologi della nostra generazione, autore del libro La creazione. Un appello per salvare la vita sulla Terra (Adelphi, 2008, dall’originale inglese The Creation: An Appeal to Save Life on Earth, 2006)

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per raggiungere questo obiettivo, il papa propone concretamente un dialogo e una cooperazione tra le religioni. E in questi giorni, alla vigilia della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici a Parigi (Cop21), possiamo interrogarci su come le religioni possano contribuire a questo sforzo dell’umanità per salvare la Terra e garantire il futuro della vita sul pianeta.

1. L’attuale relazione delle religioni con la natura

Tutte le religioni conosciute, in un modo o nell’altro, considerano la natura un luogo speciale della manifestazione del Mistero divino, con la differenza che alcune pongono maggiormente l’accento sulla sacralità della stessa natura, percepita come divina. Le più antiche religioni orientali riconoscono nell’universo un’Anima universale (Atma o Brahma) che abbraccia tutto. Altre conservano i loro miti sulla creazione, a cui guardano in modi piuttosto diversi tra loro. La maggior parte delle religioni è consapevole del fatto che la fede si esprime in termini poetici e simbolici e dunque non entra in competizione con le spiegazioni scientifiche. È possibile che queste religioni condividano quanto scrive papa Francesco: «Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato» (Laudato si’, n. 76).

Nelle tradizioni orientali e nelle religioni originarie dell’Africa e dei popoli indigeni americani, come pure nelle religioni abramitiche, esistono i fondamenti per una cultura del rispetto e della comunione con la natura, ma sembra che tale maniera di professare il culto e di dare senso alla vita non giunga a trasformare le relazioni economiche e sociali a un livello più ampio. La cultura d’amore che le religioni suscitano in relazione alla Terra, all’acqua e alla natura è ancora generalmente circoscritta ai culti e alle pratiche religiose. Contribuisce alla creazione di culture più rispettose nei confronti della natura, ma non si esprime ancora come indignazione etica in relazione all’attuale sistema che trasforma tutto in merce.

2. La Chiesa e l’ecologia

Non possiamo negare che l’ecologia sia sorta in ambienti estranei alla Chiesa e che, fino a mezzo secolo fa, le Chiese non solo non mostravano sensibilità per la questione ecologica, ma mantenevano anche una visione antropocentrica contraria alla cura della natura. Lo stesso sistema patriarcale e capitalista è sempre sembrato legittimarsi a partire da una visione del mondo che per convenzione è stata chiamata “cultura giudaico-cristiana”. Non a caso, diversi studiosi europei e americani hanno ricondotto a tale cultura giudaico-cristiana la mentalità dominante nella società occidentale, accusandola di aver preso troppo sul serio l’antropocentrismo esasperato della Bibbia, secondo cui Dio creò l’essere umano come “signore della creazione”, con l’ordine di soggiogare la natura e domarla a suo piacimento. Una concezione biblica che ha offerto all’essere umano il supporto per sfruttare la Terra e distruggerla, invece che per relazionarsi ad essa amorevolmente.

Tuttavia, è possibile rintracciare, partendo dalle Scritture, un profondo amore per la Terra e per la natura in cui siamo immersi, legando così fede biblica e impegno ecologico. La Bibbia mostra che tutto l’universo è sacro. Secondo il primo capitolo della Bibbia, la creazione non si completa con l’essere umano: il culmine è nell’istituzione del “settimo giorno”, lo shabat, il riposo divino, o in termini più precisi, la pienezza della relazione gratuita e amorosa del Divino con l’universo. Inoltre, la Bibbia insiste sul fatto che esiste una mutua appartenenza, una parentela cosmica, una fratellanza universale tra tutti gli esseri: nella Bibbia, infatti, all’infuori di Dio, tutto è creatura. Tutti gli esseri della Terra sono creature di Dio. Tutti hanno impresso nel proprio essere più profondo il segno del loro Creatore, una dignità specifica e meravigliosa.

3. Un richiamo alla conversione ecologica e all’alleanza eco-sociale 

Attualmente, nel cammino comune per salvare la Terra e la natura, le religioni sono chiamate a rendersi conto che non basta proclamare il fatto che la natura è sacramento del Mistero Divino o che la creazione è continua e che dietro ogni essere vivente c’è lo sguardo amorevole di Dio. È necessario organizzarsi e articolarsi per difendere questa visione contro un sistema sociale ed economico essenzialmente predatorio. All’interno di questo sistema, nessuna misura ecologica raggiungerà la profondità necessaria. In questo senso, è stata una conquista fondamentale che papa Francesco abbia posto al centro del suo pensiero sulla crisi ambientale la critica al sistema economico mondiale e mostrato come soltanto un’ecologia integrale possa rappresentare la soluzione per l’attuale crisi (Laudato si’, cap. IV, n. 137 ss).

Chi vive in America Latina, sa che la crisi ambientale non si risolverà mai senza affrontare lo scandalo delle immense disuguaglianze sociali. Per salvare l’integrità della vita sul pianeta, è urgente superare questo modello di sviluppo essenzialmente anti-ecologico e, allo stesso tempo, garantire a tutta la popolazione povera l’accesso “alla Terra, al lavoro e alla casa”, come il papa ha riconosciuto nel suo incontro con i movimenti sociali.

Senza dubbio, in questa presa di posizione salda e risoluta in difesa del pianeta, le comunità indigene e di origine afrodiscendente, secolarmente emarginate e strutturalmente povere, non avranno le stesse possibilità di far sentire la propria voce di altre comunità religiose ben più influenti nel mondo. Il papa, infatti, può parlare dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese, la United Religions Initiative (URI) e il Parlamento Mondiale delle Religioni per la Pace vengono consultati dagli organismi internazionali.

In ogni modo, i cambiamenti più profondi si realizzeranno a partire dal basso, in un processo culturale che non può che essere rivoluzionario, dovendo investire tutte le dimensioni della società.

4. L’agenda di Dio nell’agenda dell’umanità

Da quando le Nazioni Unite hanno iniziato a promuovere conferenze e riunioni mondiali sui cambiamenti climatici (Stoccolma, 1972) e la società internazionale ha assunto una coscienza maggiore della crisi che il mondo attraversa, alcuni passi avanti sono stati compiuti nel controllo delle emissioni di gas tossici e nei protocolli relativi a questioni concrete come la deforestazione, la crisi idrica e il riscaldamento globale. Tuttavia, i passi sono stati timidi e non sempre le decisioni corrette sono state adeguatamente messe in pratica dai governi. Tali contraddizioni rivelano come la crisi ecologica non si risolva con misure parziali e isolate. Già molti anni fa gli scienziati affermavano che “il virus che provoca la malattia non potrà fornire il rimedio per curarla”. Ed è quanto la società civile ha espresso nelle più recenti Conferenze Onu sui cambiamenti climatici, organizzando vertici dei popoli e conferenze parallele, come avverrà anche in occasione della Conferenza di Parigi.

In tale contesto, il primo impegno delle religioni rispetto all’agenda ecologica è, anziché promuovere iniziative isolate e parallele, associarsi a questo cammino della società civile e dei movimenti e organizzazioni sociali.

All’interno di questo quadro più ampio di azione comune, nella linea di un’alleanza a favore del pianeta, spettano alle religioni alcuni importanti compiti che sono loro propri. Ne elencherò alcuni.

a) Restaurare la dignità della politica. La maggior parte di noi concorda sul fatto che, come scrive Patrick Viveret, «l’egemonia dell’economia sulla politica, nel corso degli ultimi 30 anni, ha rappresentato una catastrofe. Quando, con la crisi del 2008, tale situazione è diventata incontrollabile e senza uscita, le imprese hanno fatto nuovamente ricorso alla politica. Ma che tipo di politica?». È necessario unire tutte le persone di buona volontà e i gruppi articolati della società civile per “democratizzare la democrazia”, ossia per rendere possibile una vera partecipazione delle basi nei processi sociali e politici. Monsignor Oscar Romero definiva la politica basata sul bene comune come la “grande politica”.

b) Sostenere e divulgare la “Dichiarazione Universale del Bene Comune della Terra e dell’Umanità”, elaborata da un gruppo di intellettuali e teologi coordinati da Leonardo Boff e da Miguel d’Escoto: 24 articoli in cui si chiede il rispetto di tutti gli esseri viventi. Chi accetta e assume tale dichiarazione riconosce la Terra, l’Acqua, l’Aria, gli alimenti di base di ogni cultura, la salute e l’educazione come beni comuni non riducibili a merce.

c) Superare l’arroganza antropocentrica. Sebbene abbia una vocazione unica di vita cosciente e pensante, l’essere umano è parte di una comunità più grande che, come la definisce la Carta della Terra, è “la comunità della vita”. Come sottolinea Hans Küng, «fino ad alcuni decenni fa, la posizione comune tra gli studiosi e gli scienziati era data da un antropocentrismo radicale. Negli ultimi anni, sempre di più, tra gli scienziati più consapevoli, si fa strada la concezione biocentrica proposta dalla Cosmologia, la quale afferma che ogni elemento dell’universo ha la propria ragione di essere e la propria autonomia e ricorda che, miliardi di anni fa, molto prima dell’apparizione degli esseri umani, il cosmo già esisteva e può perfettamente continuare a esistere per miliardi di anni dopo la loro eventuale scomparsa». Tutto ciò rappresenta per l’ebraismo e per il cristianesimo una sfida a sviluppare una nuova Teologia della Creazione. Come afferma il teologo Luis Carlos Susin, «oggi, di fronte alla minaccia dell’olocausto ecologico, la Teologia della Creazione è chiamata a essere un’apologia del mondo in quanto creazione divina (…). La creazione, ossia il mondo, la terra, è, in prima e ultima istanza, di Dio».

d) Suscitare una cultura ecologica di contemplazione e di cura della natura. «Scienziati come Ilya Prigogine, Fritjop Capra e Stengens – evidenzia Adolphe Gesché – propongono un nuovo modello di scienza che non si svilupperebbe più a partire dal dominio, dal calcolo e dalla conquista della natura, ma piuttosto dall’ascolto attento e dall’alleanza». Per collaborare con questo nuovo cammino metodologico, le religioni sono chiamate a promuovere una cultura di ascolto amorevole, di cura e di comunione con la natura.

Il teologo e docente di etica Antonio Moser affermava: «Uccidendo il senso del mistero, gli esseri umani perdono il senso di riverenza nei confronti degli altri esseri e di se stessi. Per quanto il dramma ecologico non possa essere risolto senza la tecnica, di certo non potrà trovare una soluzione solamente con la tecnica. Una vera soluzione presuppone un cambiamento di mentalità, guidato da un processo di riscoperta della complessità e della dimensione di mistero che abbraccia tutte le manifestazioni della vita in tutte le situazioni, anche le più dolorose e le più precarie».

e) Seguire una linea di prudenza metodologica in relazione al futuro. Malgrado la Conferenza di Parigi sia centrata specificamente sui cambiamenti climatici, è necessario partire da uno sguardo più ampio. La prudenza metodologica rispetto a ciò che non si conosce fa senza dubbio parte del rispetto per il mistero della natura e per la cura della Terra. Non è etico approvare l’uso di sementi transgeniche e di prodotti chimici le cui conseguenze per la salute della popolazione non siano state sufficientemente valutate.

f) Assumere il principio della sostenibilità della vita e della cura ecologica come un nuovo paradigma di civiltà. Ciò significa individuare la questione ecologica come chiave di comprensione per i più diversi campi del sapere umano e dell’attività umana sulla Terra. E questo implica ripensare tutto, dall’economia alla tecnica fino ai costumi sociali quotidiani, in direzione di una nuova educazione per il buen vivir.

g) Portare tutto questo percorso di cambiamento di visione all’interno delle espressioni della fede e del culto. È urgente rivitalizzare e anche sviluppare ulteriormente la dimensione ecologica vissuta da ogni religione nella sua attività interna ed esterna. All’inizio degli anni ’80, le Chiese ortodosse aderirono alla proposta del patriarca ecumenico Dimitrios di dedicare il 1° settembre o la domenica più vicina a questa data alla preghiera e alla cura della creazione. Questa giornata per la custodia del creato, attualmente rilanciata da papa Francesco, è diventata ufficiale anche per la Chiesa cattolica ed è un ulteriore strumento per unire celebrazione e vita.

Chi crede in Dio, sa che avventurarsi per questo cammino significa lasciarsi guidare dallo Spirito che «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8).

Marcelo Barros è monaco benedettino, biblista e teologo della liberazione brasiliano. Fa parte della Commissione Teologica Latinoamericana dell’Associazione Ecumenica di Teologi e Teologhe del Terzo Mondo (Asett). È autore di oltre 40 libri e tra i curatori del progetto editoriale in 5 volumi “Per i molti cammini di Dio” (pubblicato in italiano da Pazzini Editore).

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