“Vedo il cammino delle donne nella Chiesa più complesso di quanto si  possa pensare e ritengo che in esso poco contino i ruoli istituzionali”

«La Chiesa non aiuta il cammino di noi donne»

intervista a Antonietta Potente

a cura di Luigi Accattoli


in “la Lettura” del 11 dicembre 2016

«Nei nostri otto secoli di storia c’è stato un progressivo accomodamento in una spiritualità che in realtà chiedeva di non “sedersi” mai, nata all’insegna dell’itineranza dello spirito e della mente e di un’umile ricerca del Mistero. Penso a Domenico di Guzman, il nostro fondatore, che percorreva il Sud della Francia indignato non perché c’erano degli eretici, ma perché il Vangelo si predicava con armi e ricchezze: “a cavallo”, disse lui. E poi penso a quanti di noi si sono fatti inquisitori della storia altrui, invece di vivere la propria in umile condivisione con tutti. La celebrazione degli 800 anni potremmo prenderla come occasione per il recupero di una complicità profonda con l’umano, superando i limiti di un esclusivo servizio alla Chiesa in quanto istituzione»

parla così Antonietta Potente, dell’Unione Suore Domenicane San Tommaso d’Aquino. Già docente di teologia morale all’Angelicum di Roma, Potente è critica con la storia dell’Ordine e con la componente maschile, ma rivendica l’attualità del carisma domenicano. Nel 1994 lasciò l’Italia per andare a vivere in Bolivia dove ha insegnato all’Università Cattolica Boliviana. Per un quindicennio ha vissuto insieme a una famiglia di etnia Aymara. Ha fatto parte della commissione teologica della Conferenza dei religiosi e religiose d’America Latina e ha appoggiato le riforme del governo boliviano di Evo Morales. Nel 2012 è rientrata in Italia e vive a Torino.

Una delle sue pubblicazioni è intitolata “Un bene fragile. Riflessioni sull’etica” (Mondadori, 2011).

L’abbiamo intervistata al telefono durante un viaggio di ritorno in Bolivia:

Che cosa vuol dire essere domenicani oggi e in particolare domenicane?

«Per me significa raccogliere ogni minimo respiro di vita anche là dove la storia è più dissestata, perché Domenico aveva questa grande passione per ciò che respirava. Per Domenico gli eretici erano persone assetate e non nemici della Verità. Con loro dialogava e da loro imparava. Raccogliere ogni minimo respiro di vita non significa porsi come benefattori, ma come compagni di sete. È così che percepisco come questa spiritualità possa essere viva oggi e aiutare la ricerca di quanti, credenti e non, hanno sete e avvertono che la realtà ha ancora possibilità trasformative».

E per le donne, che c’è di specifico?

«Quasi mai si parla di noi, anche in queste rievocazioni degli 800 anni, e penso che sia una perdita grave di memoria delle origini dell’Ordine, che furono plasmate con la vita delle donne. La prima comunità fondata da Domenico era femminile. Il momento attuale, per noi domenicane, è il più difficile, perché bene o male nei secoli passati persino i cronisti parlavano di noi. Si raccontavano aneddoti e si trasmetteva sapienza. Eravamo mistiche, audaci nell’ascolto del Mistero e impegnate nella cura dell’esistenza umana. Capaci di imparare a leggere e scrivere da sole o con altre donne. Oggi l’Ordine sembra essere dei soli frati, che in noi donne non riescono a vedere delle compagne di ricerca».

Che ci fa una donna nell’Ordine dei Predicatori dal momento che alle donne non è riconosciuto il «ministero» della predicazione?

«Non mi sono mai preoccupata di chiedere il permesso di predicare. Te lo danno coloro che frequenti, e non questa o quella norma. Inoltre mi è chiaro che la vera predicazione non è solo linguaggio parlato in pubblico, ma crescita di vita nell’incontro. Nell’Ordine non è gradito che, nel firmare articoli o libri, noi domenicane accompagniamo alla firma la sigla “op”, cioè: “Ordine dei Predicatori”. Mi dispiace, ma so che non significa niente rispetto alla possibilità che abbiamo di interpretare la vita e di comunicarla».

Lei ha fama di donna forte, missionaria in luoghi difficili: forse si ispira a Caterina da Siena
che era anche lei domenicana?

«Non so se sono una donna forte. Forse l’unica cosa che evoca la forza, nella mia vita, è il mio cognome. Ho percorso e continuo a percorrere molti cammini, ma il mio viaggio è più interiore che esteriore. È la mia mente che viaggia molto, nello studio o nell’elaborare scrittura. Mi piace conoscere religioni altre, sapienze e discipline altre. Non mi considero missionaria. Se per quasi vent’anni ho vissuto in Bolivia, è stato per conoscere gli aspetti del Mistero che non riuscivo a vedere in altri luoghi. Per missione intendo fare della vita una costante questio, per usare un termine caro a Tommaso d’Aquino. Una continua richiesta: dove vivi, come ti chiami, che vedi tu del Mistero? Caterina da Siena è una presenza preziosa per me. Prendo da lei la sete infinita e l’infinito desiderio. Ricordo il suo metodo che fa scaturire tutto dallo stare “nella cella interiore”, nonostante la costante itineranza».

Domenicano era Savonarola e c’è chi spera di vederlo riabilitato…

«Se lo riabilitano si potranno conoscere meglio i suoi scritti, le bellissime lettere dal carcere, le omelie, la sua profonda e vera indignazione. Ma domenicani erano anche Giordano Bruno, Bartolomé de Las Casas, Antón de Montesinos e tutta la sua comunità che diventò capace di rifiutare la politica degli spagnoli nel XVI Secolo. Domenicana era Caterina de Ricci al tempo del Savonarola. E prima di lei c’erano tutte quelle donne e uomini della scuola domenicana in Germania. Domenicano era frei Tito de Alencar, portato fino al suicidio dopo tanta tortura durante la dittatura militare brasiliana. Domenicane erano alcune delle suore nordamericane che affrontarono l’assurda politica ed ecclesiologia del Vaticano. Basterebbe riscattare uno di questi giusti per avviare il riscatto degli altri, delle altre, morti o vivi per passione d’amore».

Il suo è stato anche l’Ordine dei tribunali dell’Inquisizione…

«Per noi domenicani l’Inquisizione resta come una ferita che ci identificò per troppo tempo con le pratiche violente contro la dignità delle coscienze. Ci vedo un tradimento, tipicamente maschile, per questioni di prestigio, di incarichi nella Chiesa. Un tradimento per una paurosa immaturità, quella di chi non vuole perdere le sue sicurezze, forse anche solo quelle del suo immaginario intellettuale. E pensare che eravamo nati per stare sul confine che si trova più vicino agli inquisiti che agli inquisitori. Ma non tutti tra noi hanno accettato l’Inquisizione. Tanti e soprattutto tante non si riconobbero in quell’esercizio del potere sulle coscienze».

Da italiana che si è fatta boliviana come valuta il Papa latinoamericano?

«Nella sua elezione vedo una mossa strategica di una Chiesa incapace, in quel momento, di uscire da un grande groviglio e desiderosa di dare un’immagine diversa di sé. Ma non ne sono venute profonde trasformazioni. Credo che quella di Bergoglio sia una conversione molto personale e poco istituzionale. Il suo nuovo modo di porsi ha indotto la società a dialogare come non mai con i cristiani su ogni questione, dai gay alla crisi della famiglia. Ma da parte della Chiesa istituzionale, che nonostante Bergoglio resta troppo piramidale, c’è poco ascolto di questo “mondo adulto”, come lo chiamava Dietrich Bonhoeffer».

Anche il nuovo generale dei gesuiti è un latino-americano: è venuta l’ora di quel continente nella Chiesa cattolica?

«Non lo so, posso solo assicurarle che tornando in America Latina ho notato che nell’ambito teologico e pastorale non è successo proprio niente. Anzi, in certi casi — per esempio nell’ambito teologico istituzionale — il clima è ancora quello degli ultimi due pontificati, quando l’America Latina era duramente colpita».

Che si aspetta come donna sul fronte delle riforme bergogliane?

«I cambiamenti per le donne non possono venire dagli uomini, neanche dai più santi. Da domenicana potrei sognare che succeda a tante quello che capitò a Caterina da Siena: l’affidarono a fra’ Raimondo da Capua come confessore, ma il rapporto si capovolse e lui divenne discepolo di lei e suo compagno di ricerca. Vedo il cammino delle donne nella Chiesa più complesso di quanto si  possa pensare e ritengo che in esso poco contino i ruoli istituzionali. Credo che noi donne dobbiamo trovare altri modi e metodi per cambiare la partecipazione “politica”, visto che quella esistenziale non ce la può togliere nessuno e in fin dei conti è quella che serve all’umanità per respirare e immaginare altre forme di convivenza sulla terra».

il ruolo delle donne nella chiesa – intervista ad Antonietta Potente

  

“le diaconesse?

 è più urgente cambiare la struttura piramidale nella comunità di fedeli”

intervista con la teologa morale suor Antonietta Potente sulla spiritualità e il ruolo delle donne nella Chiesa

suor Antonietta Potente

«Non è in gioco solo il nostro essere ammesse o non ammesse come diaconesse o sacerdotesse, ma è in gioco, a mio avviso, il cambio strutturale nella comunità di credenti. Da una piramide alla circolarità»

A pensarla così è una donna. La teologa morale suor Antonietta Potente, domenicana di 57 anni, ora radicata a Torino; ha vissuto diciotto anni in Bolivia dove ha sperimentato una forma vita comunitaria con i contadini indigeni. Docente di Teologia morale presso l’Angelicum di Roma, nella Facoltà teologica dell’Italia centrale a Firenze e nell’Università Cattolica di Cochabamba (Bolivia), è stata anche membro della Conferenza latinoamericana dei Religiosi e collabora con l’Istituto ecumenico di Teologia andina di La Paz.

 

Secondo Lei le donne potrebbero avere un ruolo maggiore nella Chiesa con il magistero di papa Francesco?

«Ammetyo che papa Francesco ha dato un’altra chiave di lettura su tutto, e anche riscatta un po’ questo ignorare le donne per molto, molto tempo. Non dico per secoli perché credo che nel I secolo erano molto più protagoniste di quanto lo siamo oggi. Però certamente poi siamo cadute nell’ombra, non è che non ci venga dato un posto, ma è un posto come quello di Sara che resta nella tenda e guarda da lì. Io credo che in questo momento, come sta succedendo riguardo alle coppie separate, alla questione gay, alle unioni civili, anche su questo sta avvenendo qualcosa. A me sinceramente quello che inquieta un po’ è che comunque noi donne dobbiamo aspettare che gli uomini si mettano d’accordo per decidere se siamo ammesse o non siamo ammesse». 

 

Che cosa pensa del dibattito che si è creato intorno alla possibilità di aprire alle diaconesse?  

«La questione delle diaconesse, che è un ruolo, mi sembra un po’ come le quote rose dei partiti: vediamo qual è il partito che ha più donne. Quello che invece si dovrebbe fare e riconoscere è questa grande presenza alternativa, questa lettura alternativa che noi facciamo della storia da secoli. E anche un po’ lasciarsi criticare da noi donne. Fino a quando ci si circonderà di donne che sanno solo dare ragione, non cambierà nulla. Nella Chiesa serve davvero una certa critica, perché non è in gioco solo il nostro essere ammesse o non ammesse come diaconesse o sacerdotesse, ma è in gioco, a mio avviso, il cambio strutturale nella comunità di credenti. Da una piramide alla circolarità, perché, nonostante papa Francesco, la struttura piramidale esiste ancora». 

 

Anche quel clericalismo tante volte denunciato da papa Francesco…  

«Non va bene questo sentirsi pastori investiti di qualcosa di molto più grande di quello che è l’investitura quotidiana di tante donne e anche uomini. E poi, credo che se si ammettessero le donne al sacerdozio bisognerebbe anche ammettere tutti i laici che già si riconoscono in una vocazione di questo tipo. Però se la Chiesa continua con questa struttura piramidale, se le comunità continuano con questa struttura, mi sembra difficile. Sia riguardo alle donne, all’essere presenti nell’ambito della formazione oppure a esercitare determinati ministeri. Penso che il grande ostacolo sia questa grande struttura, che ormai ha secoli». 

 

Nella relazione finale del Sinodo sulla famiglia si legge che «la presenza dei laici e delle famiglie, in particolare la presenza femminile, nella formazione sacerdotale, favorisce l’apprezzamento per la varietà e la complementarietà delle diverse vocazioni nella Chiesa». Così le donne potrebbero trovare più spazio in generale nella vita delle comunità?

«Sì, per esempio in America Latina questo avveniva molto. La maggior parte degli studenti nella facoltà dove insegnavo in Bolivia erano seminaristi o comunque religiosi chiamati poi al sacerdozio. Il problema è che probabilmente siamo poche voci rispetto a quello che è tutto il resto della formazione. Io sono molto critica…». 

 

Lei è vissuta con i campesinos aymara della Bolivia. Cosa potrebbero imparare i laici e la Chiesa in generale dalle donne indigene?  

«Penso possano imparare tanto. Loro, le donne, hanno una grande capacità strategica e di esistenza. Mi sembra che somiglino a quelle donne bibliche, che nei momenti più disperati di un popolo riescono a trovare delle strategie particolari di vita, di vita concreta, cioè non solo di idee, di parole. In fin dei conti anche chi regge l’economia laggiù sono le donne, sia l’economia informale che quella riconosciuta. È vero che se uno guarda superficialmente, magari nelle riunioni comunitarie, sembra che parlino gli uomini e che le donne non partecipino. Stando lì, a me è sembrato il contrario. Le donne hanno comunque una forza, non è solo come ruolo, ma anche como pensiero, perché il pensiero nella cultura indigena è femminile. Non dico un femminile escludente, perché nella loro cultura c’è un netto bilanciamento». 

per una pastorale per le persone omosessuali e transessuali

Antonietta Potente: “Dall’esilio all’inclusione, dall’attesa alla partecipazione: … e resteremo volontariamente nell’esilio”

intervento della teologa e suora domenicana Antonietta Potente* tenuto a “Le strade dell’Amore”, Conferenza internazionale per una pastorale con le persone omosessuali e transessuali (Roma, Italy, 3 ottobre 2014)

POtente
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Rileggiamo la lunga storia di esclusione; raccogliamo le singole narrazioni di chi ha attraversato con i suoi sogni, i muri culturali e religiosi costruiti dall’immaginario collettivo sul genere. Oggi, invece, partecipiamo a un cammino di riscatto e dignità, ma nonostante tutto, continueremo a percorrere le vie dell’esilio, se questo significa parresia evangelica e vita secondo lo Spirito, nell’ambito politico-sociale dove si gioca la nostra fede.

Vorrei iniziare dando alcuni flash che più che essere luci che brillano ai nostri occhi, vorrei fossero davvero dei suoni forti per i nostri orecchi, o delle martellanti inquietudini per la nostra riflessione e per le nostre coscienze. D’altronde tutte-tutti, sappiamo che ci sono parole che non emettono solo suoni, ma permettono la visione di qualcosa di totalmente nuovo; parole che risvegliano la vista e fatti che risvegliano l’udito.
In oltre dovendo scegliere un linguaggio per comunicare qualcosa che mi sta davvero a cuore, scelgo il linguaggio mistico-poetico, quello che ciascuno conosce, perché non appartiene ai dotti, ai dogmatici, ai giuristi, ma all’anima-animus e all’essenzialità della natura.
Se per caso, qualcuno lo troverà difficile o penserà che non serva a nulla, non se ne vada ma, asceticamente, resti e poi si prenda un po’ di tempo per riflettere. Costui o costei, scoprirà che quel linguaggio che a prima vista sembra difficile, in realtà è familiare. Ma lo stesso facciano anche coloro che pensano di capire tutto al volo: restino in silenzio.

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Porta d’entrata

Allora inizio e provo a far brillare e risuonare questi flash. Questi suoni e queste immagini simboliche, non le ho inventate io, ma le riprendo da un’antica tradizione che fa parte anche della tradizione cristiana e, io penso, non cristiana ma semplicemente umana.
Sono tratte dal testo profetico della storia del profeta Ezechiele. Il testo scritto a cui faccio riferimento, senza leggerlo tutto è: Ez 12, 1-12. Ma raccolgo solo alcuni elementi di questa dolcissima e insieme faticosa composizione mistico-poetica che racconta l’esperienza del profeta.

“Questa parola del Signore mi fu riferita: «Figlio dell’uomo, tu abiti in mezzo a una genia di ribelli, che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono, perché sono una genia di ribelli. … fa’ il tuo bagaglio da deportato e, di giorno davanti ai loro occhi, preparati a emigrare; emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo, davanti ai loro occhi: … Prepara di giorno il tuo bagaglio, come il bagaglio d’un esiliato, davanti ai loro occhi; uscirai però al tramonto, davanti a loro, come partirebbe un esiliato. … perché io ho fatto di te un simbolo per gli Israeliti». Io feci come mi era stato comandato: preparai di giorno il mio bagaglio come il bagaglio d’un esiliato e sul tramonto feci un foro nel muro con le mani, uscii nell’oscurità e mi misi il bagaglio sulle spalle sotto i loro occhi. Al mattino mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, non t’ha chiesto il popolo d’Israele, quella genia di ribelli, che cosa stai facendo? … Tu dirai: Io sono un simbolo per voi …”

Ora cercherò di ritradurre ciò che significa per me questa narrazione, ma lasciamo per un attimo, lì, queste parole o flash.

Lungo tutta la storia, sembra che ci sia un movimento come quello del mare che possiamo osservare quando stiamo sulla riva. Un movimento di andare e venire; la storia infatti è piena di tentativi, di ricerca, di progetti realizzati e altri no.

Credo che in questo momento storico sono tante le persone che vorrebbero dire che le loro storie sono passate dall’esclusione all’inclusione; altre che vorrebbero raccontarci come hanno fatto, quanti martiri hanno avuto in questi percorsi; quanti figli e figlie desaparecidos, quante case abbandonate, quanti deserti attraversati. Ma anche quanti “sit in” nelle piazze; quante marce, quanti blocchi stradali, scioperi della fame, ecc. ecc.

Processi che oggi sembrano conclusi e invece non lo sono, perchè ci sono ancora onde lunghe che oltrepassano la riva, come se dovessero ricordarci che bisogna “osare ancora”.

L’esclusione infatti è come un’ombra che minaccia la possibilità di una vita insieme; insieme con altre e altri, insieme con i propri popoli e con popoli diversi; insieme con l’ambiente; insieme con noi stessi, con la nostra coscienza e responsabilità, due aspetti non vendibili, perché non ricattabili.

Sono ancora troppe le persone, i gruppi umani, le realtà sociali, che continuano a subire dei processi di esclusione, ma l’esclusione genera sempre più assenti: milioni e milioni di donne e uomini esclusi, è come se non esistessero più, anche se tutti i giorni vediamo i loro volti sui giornali, nel mondo virtuale di internet e nei monotoni telegiornali televisivi. L’esclusione genera solo assenza.

Tutti sappiamo chi sta dietro i processi di esclusione e le moltitudini di profughi. I Fondamentalisti dell’Oriente e dell’Occidente; i gruppi della Finanza Mondiale; i Paesi che gestiscono l’ONU; le mafie che gestiscono ogni tipo di illegalità; quelle che stanno dietro le grandi Case Farmaceutiche che a loro volta gestiscono virus, batteri e per conseguenza i vaccini. E non parliamo delle nostre piccole grandi lobby politiche che sono l’esempio più eclatante di cosa significa pensare e attuare per mantenere la maggioranza delle persone esclusa dalla partecipazione, o quelle religiose che, nonostante oggi mettano in prima fila il Vescovo di Roma Francesco, sono sempre in agguato per non perdere i loro assurdi poteri e, in fin dei conti, non permettono grandi trasformazioni.

Ora, qualcuno mi dirà che sono stata invitata per dare un contributo teologico, ma chiedo scusa, questa è la mia teologia; la teologia dell’anamnesi, della memoria, del ricordo e, mentre sollevo il velo delle cose, mi stupisco di quanto ho osservato, infinitamente di più di quanto riesco a dire, come scriveva Virginia Woolf.

Perché se si vuole fare delle richieste, se vuol diventare protagonisti, non bisogna mai raggiungere gli spazi del riconoscimento da soli. Bisogna arrivarci sempre con qualcuno: questa è teologia cristiana.

Il luogo dell’Epifania divina è la storia, nonostante questi dolorosissimi parti. Dio nessuno l’ha mai visto (Cfr. Gv 1,18) è Indicibile, Invisibile e Inviolabile e proprio perché Dio è Indicibile, Invisibile e Inviolabile, allora chi fa teologia e chi è credente ha sempre il dovere di ricordare che questa Indicibilità, Invisibilità e Inviolabilità, appartiene a tutta l’umanità e a tutto l’universo.

Le guerre, la povertà appositamente programmata e tutto ciò che è finalizzato a escludere, crea milioni e milioni di indicibili, invisibili e inviolabili e per questo devo parlare di loro; devo ricordarli giorno e notte; devo crescere ed educare i miei figli e le mie figlie, perché quando cresceranno sappiano che non potranno lasciare indietro nessuno, altrimenti saranno complici con questa storia di esclusione.

E’ un po’ come l’antico imperativo biblico: ti ricorderai, lo ripeterai quando sarai seduto in casa tua, quando ti coricherai, quando ti alzerai; lo scriverai ovunque, davanti agli occhi, lo ripeterai ai tuoi figli maschi e femmine, lo ricorderai ai tuoi animali, nei tuoi campi, per la strada, tra le cose di casa tua. [Sto parafrasando –e chiedo scusa- il testo delle Scritture: Dt 6,4).

L’esclusione è dunque una ferita troppo grande per la storia di ogni tempo e anche per la nostra, di oggi. Lo sappiamo noi donne, lo sa ogni tipo di genere che ha disobbedito ai paradigmi prestabiliti; lo sanno i non conformisti e gli appassionati dell’Invisibile.

Allora, la soluzione sembra molto facile: dobbiamo lottare contro ogni esclusione, certamente sì, ma non è sufficiente.

Mentre cercheremo di superare ogni esclusione continueremo a percorrere le vie dell’esilio, perché questo significa parresia evangelica e vita secondo lo Spirito.

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Ermeneutica del testo

E qui viene il testo del profeta Ezechiele citato precedentemente. Bisogna stare all’erta; essere entrati nella città come luogo o spazio ufficiale, di riconoscimento, non significa abbandonare questo nostro modo di essere e di stare nella storia. Probabilmente tutti noi, dovremo continuare a fare un buco nelle mura della città, dovremmo aprire con le mani un varco, una porta, sempre, ovunque.

Proseguire il nostro cammino con la consapevolezza dell’esilio: fa’ il tuo bagaglio da deportato e, di giorno davanti ai loro occhi, preparati a emigrare; emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo, davanti ai loro occhi: … Si tratta della consapevolezza dell’insufficienza di ogni nostra rivendicazione e anche di ogni nostra bella e soddisfacente riuscita. Perché non vogliamo essere riconosciuti e riconosciute, per perpetuare dei modelli, per ripetere sempre la stessa storia.

…. Io feci come mi era stato comandato: preparai di giorno il mio bagaglio come il bagaglio d’un esiliato e sul tramonto feci un foro nel muro con le mani … Questa simbologia gravida di realtà: feci un foro con le mani … È lo sforzo consapevole; non solo uno sforzo mentale, ma fisico, è preferire la condizione di esiliato –si preparò il bagaglio-.

Ma cosa significa questo per noi, oggi: non voler acquistare una posizione di riconoscimento per ripetere dei modelli. Non tradire la differenza. Ogni condizione ritrovata, scoperta, reincorporata nelle nostre esistenze, non va mai dimenticata, non va venduta, non va tradita.

Non tradite la differenza sessuale; non tradite la differenza del vostro umano più umano; non tradite la differenza della vostra sensibilità. Non cadete nel baratto dei ruoli classici: uomo, donna, padre, madre, marito, moglie, ecc. Sarebbe come ricadere nel vecchio sistema dell’esclusione.

I diritti di cittadinanza giustamente acquisiti e altri ancora da acquisire, ma non ci distolgono da questo impegno di essere comunque scultori o scultrici di brecce nel muro, per non restare omologati in quegli stessi parametri che noi abbiamo contestato e rifiutato per anni.

Probabilmente la nostra posizione non sarà mai accettata, al di là del diritto e delle leggi; nessuno, ci chiederà: cosa stiamo facendo, così come avvenne per il profeta: … Al mattino mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, non t’ha chiesto il popolo d’Israele, quella genia di ribelli, che cosa stai facendo? … Tu dirai: Io sono un simbolo per voi …”.

Questa è una condizione totalmente gratuita, appartiene alla logica dello Spirito, non entra dentro le lineali rette del ragionamento umano; non entra dentro ciò che comunemente aspettiamo; quelle sensibilità ben definite, che vivono sempre il futuro come fosse già noto: “di padre in figlio” (guarda caso non esiste l’espressione: di madre in figlia).

Tutto fila “nella norma”, appunto e resta “nella norma”. Peccato che “la norma” non è la legge dello Spirito, ma quella della finitudine e delle demarcazioni dell’umano.

Lo Spirito non sappiamo da dove viene e dove va, descrive bellamente Giovanni alla sua comunità (Cfr. Gv 3,8-9): una specie di principio di Indeterminazione.

Lo Spirito da sempre, ha frantumato gli schemi umani e religiosi. Tramite Gesù si percepì appena chi era Dio, ma poi Gesù aprì un altro varco, come il profeta e “uscì” e lasciò lo Spirito. Lo Spirito non ha delle caratteristiche normative, anzi le dis-ordina, le scompiglia, le scompone

Solo una Teologia di Gesù secondo lo Spirito, può provocare altri passi nella nostra vita di ecclesia. Non quella di un Gesù dogmatico o moralista.

Mi domando se oggi, la questione di genere non sia la questione di un nuovo principio di indeterminazione, per quell’umano così comodo nelle vecchie gerarchie della vita; così chiuso verso l’imprevisto e dunque anche verso l’Innominabile, l’Invisibile e l’Inviolabile. Sì perché Dio probabilmente ha un nome, ma lo svela solo quando il momento è opportuno, come risuona nell’impronunciabile tetragramma biblico: sarò colui che sarò; mi mostrerò in quanto mi mostrerò (Es 3,14).

Quello che a noi è chiesto, restare complici con il desiderio umano-cosmico.

Stare in un andare e venire, in un travaso continuo, andando e venendo, direbbe la filosofa spagnola Maria Zambrano, per non riformare delle ambigue certezze che torneranno solo a coltivare esclusione.

Il varco deve restare aperto: … Tu dirai: Io sono un simbolo per voi …, dice ancora il testo; non un modello, ma un semplice simbolo. E questo significa che le vostre scelte devono rimandarci alla vita divina: la vita dello Spirito.
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Avvicinandomi al varco

A questo punto, mi permetto di dire qualcosa sulla bozza del vostro Documento per il Sinodo. Fossi al vostro posto non chiederei molte cose alla comunità Ecclesiale, se non che ammetta la sua ottusità e le sue innumerevoli colpe legate a questa problematica. I suoi abusi sulla carne viva delle persone; il suo falso potere che ha bloccato la creatività del bene nella vita di donne e uomini semplicemente umani.Così come dovete opporvi a un concetto di famiglia che ha fatto tanti danni e voi, non dovete più riprodurla. Questo, lo dico come donna, non sposata per scelta, ma che vive dei legami che vanno al di là dei legami familiari. Infatti preferisco vivere come esiliata, piuttosto che appartenere a quella visione di un mondo che ha provocato tanta ingiustizia.

Alla comunità credente chiederei uno spazio reale per contribuire alla riflessione teologica. Non chiedete solo accompagnamento, comprensione, perché altrimenti la Chiesa farà ciò che ha fatto per secoli con i popoli considerati poveri. Non permettete e non continuate a dare adito a queste relazioni di falsa benevolenza.

Nessuno di voi è un “poverino”; ciascuno nell’assemblea cristiana deve entrarci e parlare con parresia e questa sarà la sua autorità, per aiutare a capire, insieme ad altri e altre che fanno scelte diverse, come prenderci cura della storia. Voi non dovete attirare l’attenzione, ma solo spostarla.
Ricordate alla comunità credente che là dove due o tre si uniscono nel suo nome, Lui o Lei che sia, sta in mezzo e che chi ascolta la Sua Parola e la mette in pratica diviene dimora di Dio (Cfr. Gv 14,23-29). Sono questi i principii che dovrebbero interessare alla chiesa.
Mi rendo conto che questa mia riflessione è semplicemente un varco e, per di più, un varco aperto. Ora sì: posso uscire. Tocca a voi essere fedeli alla vostra bella differenza.

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* Antonietta Potente, teologa. Nata vicino al mar ligure nel 1958, dopo gli studi percorre il cammino della spiritualità mendicante, che segue tuttora diventando suora Domenicana. Nel 1989, a Roma, consegue il dottorato in teologia morale. Fino al 1993 insegnerà a Roma e a Firenze, presso università e centri di studi teologici. Il contatto con altre geografie, soprattutto quelle dell’America Latina e dell’Africa, dovuto al suo lavoro teologico, la sospingerà a lasciare l’Italia. Dal 1994 fino al 2012 vivrà in Bolivia; insegnando all’università cattolica di Cochabamba e in altri centri di teologia dell’America Latina e accompagnando il processo di progressiva liberazione del popolo boliviano e di alcuni gruppi di donne nella periferia della stessa città. La sua teologia entrerà nel dialogo quotidiano con le culture e con altre discipline, uscendo dagli schemi più classici. Attualmente collabora con alcuni centri universitari in Italia. La sua passione misticopolitica, la porta alla ricerca costante di un pensiero e di una pratica teologica che non si separi dalla realtà e soprattutto, perché la teologia non diventi proprietà di una piccola élite. Ama l’arte della scrittura. Tra i suoi numerosi scritti citiamo solo gli ultimi due: Un bene fragile: riflessioni sull’etica, Mondadori, 2011 e Umano più Umano, Ed. Le Piagge, 2013.

A. Potente ricorda il teologo Chiavacci

 

 

mare fiore

“Chiavacci, teologo classico e postmoderno”

di Antonietta Potente

Non amo fare commemorazioni di nessun genere e, ancor meno, di persone con le quali ho condiviso parte del cammino professionale. Oltre tutto, in questo caso mi viene chiesto di ricordare un collega che incontrai a Firenze quando ero appena all’inizio del mio itinerario riflessivo nell’ambito dell’università, un ambito diverso da quello da cui provenivo. Dunque, conosciuto prima attraverso la sua sintesi e poi conosciuto personalmente.

Con Enrico Chiavacci, avevo una sintonia di fondo, la stessa passione: la realtà contemporanea, con le sue più intriganti trasformazioni. La metodologia, l’approccio, lo stile, certamente erano diversi e, inoltre, dopo pochi anni persi le sue tracce, perché io feci il salto nell’altra prospettiva e partii per il Sudamerica. Così di Enrico Chiavacci, mi arrivavano solo echi e sintesi di pensiero scritte. Non lo sentii mai, in tutti questi anni, perdere il gusto e la passione per le problematiche storiche. Le sue sintesi etiche non lasciavano mai un gusto puramente ecclesiale. Le coordinate su cui si muoveva erano molto vaste, anche se il suo osservatorio non ha mai lasciato il territorio fiorentino.Ed è proprio questo che mi sembra di dover ricordare di Enrico Chiavacci: il suo pensiero era accompagnato e supportato dalla ricchezza del “suo” territorio geografico e culturale, oltre che ambientale. Chiavacci era un teologo colto e la sua morale sociale, oltre ad ispirarsi al clima postconciliare (i suoi commenti alla Gaudium et Spes erano sempre molto belli), si ispirava, a mio avviso, a questo ricco bagaglio culturale, che ispirava in lui anche la sua teologia.Acuto e critico, come un vero teologo postconciliare; e postmoderno, come chi non vuole mistificare la realtà. Ed è proprio questa realtà che si ritrova costantemente nei suoi testi, l’ambigua realtà che lui sapeva mettere in luce per trovare vie di un’etica cristiana saggiamente dialogante.

Enrico Chiavacci ha ispirato molte persone; molti studenti che attualmente sono preti della Chiesa fiorentina e, sottolineo, ha ispirato, perché la sua non mi risulta sia stata una scuola, ma piuttosto la consegna di elementi e strumenti, criteri di lettura importanti perché ciascuno impari a rileggere la vita e la storia che la vita faticosamente partorisce. Allora, forse, tra questi studenti che oggi sono preti fiorentini, si trovano persone diverse, impegnate nella storia in modo diverso, perché ciascuno ha ricevuto da Enrico Chiavacci strumenti di lettura, informazioni preziose, criteri di conoscenza delle situazioni.Come tante altre persone, anche Enrico Chiavacci, sparisce lasciando una scia tra luci e ombre che, a mio avviso non significano aspetti positivi e negativi, ma piuttosto tanti interrogativi.

Domande inquiete a cui aveva dedicato il suo studio attento e la sua fine e distinta passione per la realtà. Chiavacci infatti nella mia memoria, resta come un acuto, fine e distinto teologo della contemporaneità, proprio come la sua cravatta.Non patetico, ma elegantemente solidale. Non eroe, o rivoluzionario, ma intelligentemente impegnato a rileggere l’etica cristiana in mezzo alle molteplici ambiguità del cristianesimo e della Chiesa contemporanea.

* teologa domenicana