relazione di don Vito Impellizzeri al CCIT 2016 di Esztergom in Ungheria

CCIT –Esztergom– 2016

basilica1la figura della coscienza del Samaritano lo sguardo dal basso della prossimità culturale

 

di don Vito Impellizzeri

A mio padre, vangelo nascosto

Introduzione

«L’altro è l’inferno» (Sartre)Vito

«Oggi sarai con me in Paradiso» (Gesù)

«La sofferenza, la fame, i disagi finiscono per fare degli uomini dei lupi fra loro: beati quei popoli che riescono a prevenire con l’unico mezzo efficace, la vera profonda leale solidarietà. La società di domani sarà come noi l’avremo voluta oggi» (G. Andrea Trebeschi, Brescia 1897 – Dachau Mauthausen Gusen 24.1.1945)

«Ma un samaritano che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide e ne ebbe compassione; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe, curò le sue ferite …» (Lc 10,33)

A proposito di misericordia … nell’accompagnare mio papà alle porte del cielo ho imparato il nostro poter essere due domande fondamentali. Certo mi piacerebbe da subito, in questa riflessione, fermarmi sul nostro essere due (ovvero relazione, ad immagine e somiglianza dell’essere relazione di Dio; il nostro essere due aperto al compimento del terzo, di Dio che sceglie di abitare nelle nostre relazioni autentiche di umanità nel suo nome; essere da) e sul nostro essere domanda (ovvero ricerca, desiderio, speranza, apertura, verso la verità, la bellezza, l’unità, il bene, verso Dio; essere per). Ma devo prima raccontare le due domande sentite ripetutamente negli ultimi giorni di mio papà. Domande che abitano come senso e come promessa la mia ricerca, che hanno ricordato alla mia coscienza l’intelligenza nascosta del vangelo nelle pieghe e nella piaghe del quotidiano.

  1. Accompagnandolo in ospedale a fare le visite, ma lo stesso potrebbe avvenire in posta, in un supermercato, o dal dentista, dovunque si crei un legame antropologico reale tra il tempo come attesa e lo spazio come fila e questo attenda la scelta delle relazioni, la prima domanda era sempre la stessa: «Scusate, chi è l’ultimo?». È, a mio semplice modo di vedere, riflesso di vangelo, completamento della domanda con cui Gesù conclude la parabola del Buon Samaritano, perché anche qui la risposta, il riconoscimento presuppone poi che io, cioè colui che pone la domanda, prenda il suo posto, diventi io l’ultimo. E lui diventi colui che è prima di me. Diventi il primo di me. È questa semplice domanda che trasforma gli ultimi in primi. È questa semplice domanda che custodisce l’umanità come riflesso bello di vangelo. È veramente una domanda bella.

  1. Ma, mentre diventati gli ultimi e resi primi quelli davanti a noi, eravamo in attesa del nostro turno, capitava sempre che qualcuno, magari perché conoscesse me, veniva a salutarci. Ed ecco la sua seconda domanda, fatta da mio papà proprio nella sua condizione di anziano con la fatica della memoria e della vita sociale e del senso del raccogliersi del tempo: «Ma, mi conosci?». Questa domanda immediatamente mi ha ricondotto alla pagina evangelica del giudizio sulla carità di Mt 25 e sul criterio del discernimento del Figlio dell’uomo, riguardo il conoscere e amare uniti dalla carità come opera, che permette il riconoscimento come benedizione e beatitudine. Ed ero reso partecipe, coinvolto, immediatamente in bellissimi dialoghi della memoria, in cui il mio giovane amico diceva semplicemente il nome del proprio genitore e del proprio nonno, e mio papà, con una semplicità autenticamente tenera, si faceva lui stesso dono come memoria graziosa (fatta di ricordi e forse di rimpianti) per la sua storia, indicandogli luoghi, fatti, vicende, esperienza, che il giovane stesso non conosceva, ma che ora, finalmente riconosceva, (ma quando noi abbiamo …); in forza del dono della memoria (fate questo in memoria di me) lo rendeva erede di un nome diventato memoria, cioè storia, relazione tra gli uomini oltre la loro stessa morte. Per questo benedetto e non maledetto.

  1. Il mondo come spazio della vera fraternità.

[È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, Questo sfida l’uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta.1 ]

Alcune semplici note ci permetteranno di cogliere la bellezza, la novità e anche la libertà di alcuni passaggi di questo numero del Concilio della misericordia2 intorno alla teologia pastorale dei segni dei tempi. In verità la teologia dei segni dei tempi è considerata da molti fra le più forti eredità del Concilio. Essa segna il cammino contemporaneo della Chiesa e ne manifesta la sua necessaria recezione creativa. Essa rinnova, cambia, forse completa, la percezione della relazione tra Chiesa e Mondo, avviando quel legame di reciprocità che permette al mistero della Chiesa di restare fedele al mistero stesso di Cristo e alla sua incarnazione, fedeltà alla Kenosi, allo scandalo e alla stoltezza della Croce; e allo stesso modo, le permette di restare aperta, come seme e come opera, all’annuncio e alla venuta del Regno di Dio. La Chiesa non può essere pienamente se stessa senza l’alterità del mondo, senza cioè la storia e la famiglia umana, oltre che senza l’alterità di Cristo. Cristo – Chiesa – Mondo, segnata dal suo legame con lo Spirito e con il Regno, e dunque in dissimmetria Spirito – Chiesa – Regno. È il percorso dell’autocoscienza che essa stessa ha percorso nel Concilio. Inoltre da questa eredità (traditio vivens) conciliare passa la fedeltà contemporanea alla natura missionaria della Chiesa. La Chiesa è tutta missionaria. È in gioco la contemporaneità della salvezza, come misericordia e come giustizia, e non solo la sua eternità, come giustizia e come misericordia! La GS ha piena consapevolezza che nella storia le cose non stanno semplicemente cambiando ma si sta entrando, in forza della tecnica e della comunicazione, della intelligenza e creatività umana, in una epoca del cambiamento e allora compie uno sforzo grande, proprio di una grammatica genitoriale della responsabilità e del responsabilizzare: riconosce in questa crisi di crescenza la necessità della crescita personale e sociale dell’uomo ed indica la necessità di non smarrire, di non perdere, il riferimento ai valori perenni dell’umanità che custodiscono la dignità di ogni persona e dell’intera famiglia umana. La scelta di indicare i valori come perenni mostra tutto intero il mistero che lega la Chiesa e il Mondo nel tempo, nella storia, come missione e come memoria. Si tratta dunque della responsabilità di ricordare in ogni cambiamento il permanere della sua dignità e della sua vocazione, del suo compito e del suo destino, della sua identità e della sua responsabilità. Il perenne non è perché nulla cambi, ma perché il cambiamento non smarrisca il senso, il camminare non smetta di essere crescenza. Infatti il Concilio è così libero di affermare la non paura dell’aggiornamento e la necessità della Chiesa di dover farsi trovare adeguata, cioè comprensibile e significativa, ad e per ogni epoca ed ogni generazione. Aggiornamento. Questo non vuol dire perdere i valori perenni, non vuol dire cedere i valori non negoziabili. Anzi. Questi le sono continuamente partecipati dal suo legame vivo e vitale con il Cristo, con l’umano dell’umanità crocifissa e risorta del Figlio di Dio e di ogni uomo partecipe del dolore della croce, con il suo Spirito e con la già presenza del suo Regno non ancora compiuta. Ed è proprio la perennità dei valori a spingere la Chiesa a cercare il dialogo con ogni uomo e in ogni contesto storico e sociale. Incarnazione ed inculturazione. Non c’è nulla di autenticamente umano che non riguardi e soprattutto non interessi la Chiesa. Il Concilio propone una idea di mondo plurale e completa, lo coglie nel suo significato antropologico e sociale, creazionistico e teologico, amartiologico (legato al peccato), storico, cristologico ed escatologico salvifico. Ne afferra l’orizzonte greco di cosmos; quello ebraico e cristiano di creazione e promessa di salvezza ed evento dell’incarnazione; ed anche quello occidentale moderno di storia e natura. Oggi il Concilio aggiungerebbe anche quello postmoderno e mediatico di rete e di comunicazione, fluido. Un piccolo mondo, dove niente è più fuori, extra, lontano, separato, dall’altra parte, nascosto, irraggiungibile. Un mondo raccolto e raggiungibile. I fatti del mondo riguardano tutti e possono ricadere su tutti. Nessuna guerra è più molto lontana. Il mondo raccolto, lo spazio piccolo, il tempo comunicazione, diviene oggi il luogo della responsabilità etica dell’uomo, giudicato e purificato dalla croce e continuamente rinnovato e ricreato dal suo spirito nell’evento della risurrezione escatologica. La GS sorprende anche per la sua tensione universalistica. In un mondo realmente globale e raccolto in rete la Chiesa sente forte la necessità di voler raggiungere tutti, di voler contattare interamente la famiglia umana e fare appello ad ogni singola e libera coscienza. Unico diventa il destino dell’umana società senza diversificarsi più in tante storie separate. Papa Francesco, seguendo le orme del Concilio, nella Laudato sii parla del mondo come casa comune e propone un’ecologia integrale. Dal Concilio è stata riconosciuta e assunta, cioè imparata, del cammino veritativo dell’uomo il valore forte che la modernità riconosce e attribuisce al soggetto e alla libertà. Il trittico che tutti abbiamo imparato in Occidente dalla rivoluzione francese libertà – uguaglianza – fraternità non risulta più contrario alla fede e alla vita cristiana. Si può dialogare. Resta il disagio però che da subito il trittico è stato ridotto nella modernità politica a dittico e il tema della fraternità è sparito dal riferimento al guadagno politico della modernità. Ora, per noi, la fraternità è proprio il contributo del cristianesimo ad una cultura occidentale che vuole assumersi in modo adulto il peso di una libertà che matura come responsabilità e di un soggetto che si riconosce e si costituisce nella sua identità proprio grazie all’alterità, all’altro. Il Concilio dimostra semplicemente la struttura dell’identità del soggetto legata all’alterità attraverso il ricorso alle dinamiche del micro sociale (padri-figli e uomo-donna) e del macro sociale (solidarietà, partecipazione). La socializzazione padri e figli e uomo-donna evidenzia le due polarità fondamentali che strutturano la condizione umana come intrinsecamente chiamata alla socialità; in senso così storico-temporale, come susseguirsi di generazioni, e in senso di contemporaneità orizzontale come essenziale espressione della creatura umana nella polarità di identità – differenza e identità – dialogo. Il macro sociale testimonia solidarietà, partecipazione, unità, conflitto, pluralismo, comunicazione. Sempre seguendo il cammino tracciato e avviato dal Concilio Papa Francesco afferma:

In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita sola da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto.3

La storia dunque è il luogo specifico e il teatro di realizzazione dell’uomo come singolo e come comunità sociale. Ma il Concilio, proprio secondo la prospettiva dell’unità, assume una decisa prospettiva trinitaria, legge in tale chiave proprio l’ Intersoggettività.

[Iddio che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Iddio abbia voluto per se stesso, non possa trovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé.4 ]

Ognuno deve considerare il prossimo, nessun eccettuato, come un altro se stesso. Il “come” dei sinottici, è in realtà la misura trinitaria della socialità umana, cioè il porre l’altro sullo stesso piano di sé, come il Padre e il Figlio, la stessa dignità. E deve considerare il prossimo come l’alterità di Dio. Amare Dio e amare il prossimo non possono essere disgiunti come comandamento, in ragione del fatto che il comandamento rileva, cioè assume a norma di comportamento, ciò che l’amore rivela: l’inseparabilità tra Dio e il prossimo. Inseparabilità realizzata in Cristo. È il mistero più profondo che abita l’incarnazione, lì dove inizia la misericordia.

[La Chiesa ha riconosciuto che l’esigenza di ascoltare questo grido deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi,pesanti inefficaci.5 ]

Il dialogo è la forma concreta che la vita e la missione della Chiesa sono chiamate oggi ad assumere, con una reale e bella spiritualità del dialogo. Questo comporta la conversione dello sguardo: «chi è il diverso?» Diverso, cioè di(s)vertere: volgersi via da. Il diverso è l’altro in quanto diverge, in quanto cioè è percepito allontanarsi da me perché ha preso una strada che guarda altrove rispetto a quella da me intrapresa. E invece l’altro è il volto che guarda verso di me, il volto che rivela me a me stesso, come anch’io un volto capace di incontro. “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” promessa di reciproco riconoscimento, l’altro non è estraneo ma fratello! L’alterità, la prossimità, nel legame di amore e verità, intesa e assunta come fraternità è ciò che vorrei provare a mostrare come il compito dell’uomo e del cristianesimo con il confronto con la teologia di K. Rahner. Provando in questo modo ad argomentare il passaggio antropologico, prima considerato connaturale e semplice come pratica, tra prossimo e fratello perché fondato sulla condizione universale di figlio. La rinuncia pratica e politica della modernità alla dimensione universale di fraternità ha oggi contribuito, in ragione anche dei drammi, dei contrasti e delle paure in atto, a discuterla, nonostante l’appello continuo alla condizione universale di figliolanza. Per di più, da sempre, l’esperienza domestica ci racconta la fatica e il dramma quotidiano di relazioni di figliolanza e di fraternità vissute in contraddizione e in contrasto. Ognuno conosce la storia di Caino. Se già la naturale fraternità per nascita fa fatica ad essere considerata criterio e norma per relazioni e per scelte, oggi, una fraternità universale costruita sul comune e filiale senso di Dio come Padre e Creatore, fa veramente fatica ad essere praticamente condivisa come il criterio guida per affrontare ed assumere i drammi, i contrasti e le contraddizioni in atto nella scena politica del mondo. Il legame di identità antropologico fratello-figlio oggi non è più scontato come dato universalmente condiviso. Qui il cristianesimo, e non solo lui con la forza del comandamento dell’amore al prossimo Forse non nella sua forma riflessa ma certamente nella sua forma pratica. Occorre testimoniare e raccontare l’umano che comune attraverso uno sguardo che sa cogliere nel diverso uno specifico esercizio di umanità, un peculiare dono per sé e per gli altri. Io per primo o mi rivolgo verso di lui e così si può accendere la compassione e la misericordia. Compatire, cioè portare insieme i pesi gli uni degli altri, gioendo per le gioie dell’altro e soffrendo con lui per la prova che lo angustiano. Patire insieme il peso e la grazia di essere creati ad immagine e somiglianza di Dio per diventare insieme suoi figli nella concretezza difficile, ardua e complessa della nostra esistenza. L’insegnamento e la prassi di Gesù dischiudono in profondità l’atteggiamento della compassione, della kenosi. Amare significa farsi l’altro, mettersi nella sua pelle (è la proposta di una globalizzazione dal basso) ascolto disarmato, vuoto di sé; fraternità. Dio in persona viene ad abitare in mezzo agli uomini, là ove si accende il mutuo riconoscimento.

[L’unione della famiglia umana viene molto rafforzata e completata dall’unità della famiglia dei figli di Dio, il compimento della sua missione.6 ]

  1. La fraternità: totalità del compito di tutto l’uomo e del cristianesimo.

Eccomi al secondo momento di questo percorso: Non c’è alcun amore a Dio che non sia in se stesso già amore al prossimo e che attraverso l’esercizio dell’amore al prossimo non raggiunge il suo fine. Riflesso l’argomentare di Rahner della Prima Lettera di Giovanni. Solo chi ama il prossimo può sapere chi è veramente Dio, e solo chi ama Dio veramente può riuscire ad entrare in relazione con l’altro uomo, senza renderlo un mezzo per la propria autoaffermazione, in maniera riflessa oppure no. Dio non è il concorrente dell’uomo, bensì colui che rende comprensibile l’uomo, colui che gli dà la sua vera radicale dignità e significazione, essendo nel più intimo dell’uomo e nel contempo superandolo infinitamente. L’esistenza in Dio è la più profonda interiorità dell’uomo. In quanto viene amato in/per Dio, l’uomo è amato nel suo essere e nel suo significato ultimo, e in quanto si apre veramente all’amore al prossimo gli è data la possibilità di uscire da se stesso per amare Dio.

Il secondo passo sta nel comprendere come l’amore al prossimo presenti una vera dimensione storica che deve concretizzarsi nell’azione. C’è veramente una storicità dell’amore cristiano verso il prossimo. Le sfide attuali sono sotto lo sguardo di tutti: comunicazione, ecologia, finanza, migrazioni, terrorismo, gender, democrazia, dignità e difesa della donna, dialogo, pluralismo, fondamentalismi religiosi; queste sfide pongono la questione se abbia senso e contenga promessa intendere l’amore al prossimo come fraternità.

Di fatto, grazie alla comunicazione oggi siamo di fronte ad una umanità che nel suo insieme tende a diventare sempre più unità. Mondiale, globale, sono parole del quotidiano di ciascuno, spesso abbinate a crisi o conseguenze, basti pensare alle situazioni di conflitto o alle sfide ambientali. Viviamo nella situazione di una umanità che si fa sempre più vicina e unita. Ciò non significa naturalmente che questo mondo umano che diviene sempre più uno sia anche più armonico e tranquillo. Anzi. In un mondo in cui le singole storie dei popoli e le singole culture non sono più separate da spazi vuoti e da terre di nessuno, le situazioni di un conflitto divengono persino più pericolose che non nei tempi passati. C’è oggi nell’umanità una forza centripeta che costringe i singoli spazi storici e culturali a convergere verso uno spazio esistenziale comune a tutti gli uomini, ad es. la questione dei diritti universali dell’uomo. Ma anche c’è una nuova interiorità dell’uomo. Una nuova percezione di se. Sta cambiando decisamente la coscienza soggettiva e la sua relazione con il bene (e il male). Questa nuova condizione globale cambia anche la percezione della Chiesa, oggi tutti percepiamo la Chiesa nella sua dimensione mondiale, fa quasi nostalgia l’espressione usata da Papa Francesco la sera della sua elezione, di un papa venuto dalla fine del mondo!

Stoltezza della croce. Vera sapienza cristiana. Domanda che scuote le coscienze. La fraternità si rivela secondo Rahner come forma concreta dell’amore verso Dio. Il fratello diventa la porta, autenticamente umana, che porta Dio. Il fratello è la porta santa. Emerge chiaramente allora il senso e la promessa con cui Francesco ha voluto ampliare il segno della porta santa nel Giubileo della misericordia ponendovi luoghi come Lampedusa, il Centro Africa e la mensa dei poveri. Quando si comprende veramente l’unità che deve esserci tra l’amore verso Dio e verso il prossimo allora quest’ultimo passa dalla situazione di richiesta di una prestazione particolare e ben limitata alla condizione di un totale impegno di vita, in cui da tutta la nostra persona si richiede qualcosa, esigendola oltre misura. È il compiersi della trascendenza secondo la carità. È autentica libertà da noi stessi. In altri termini con fraternità, nella sua necessaria unità con la risposta d’amore verso Dio, si esprime la totalità del compito di tutto l’uomo e del cristianesimo. Secondo il padre gesuita è una parola da difendere e orientare verso la coscienza. In modo che torni a trovare residenza nella coscienza comune dell’umanità raccolta globalmente. Papa Francesco oggi in qualche modo rappresenta tangibilmente e percettibilmente la coscienza dell’intera umanità che vive più che mai oggi in unità e comunicazione. Rappresenta la coscienza del mondo.

Da questa impostazione della questione del recupero della logica agapica integrale della fraternità ne conseguono alcune conseguenze. Innanzitutto una teologia politica deve derivare necessariamente dall’essenza di questa fraternità cristiana. Oggi viviamo in una società del cambiamento. È un nuovo ambito per il compito della fraternità. L’ambito della politica vera e propria, della responsabilità per le premesse socio-strutturali che consentono una vita degna dell’uomo e sanamente possibile. Spiritualità fraterna e mistica della fraternità secondo l’EG, capaci di avviare il costituirsi di strutture di misericordia, alternativa alle strutture di peccato e alla logica del potere.

Poi ne consegue che mistero è la totalità dell’esistenza umana. Dio ed uomo sono mistero. L’amore del prossimo fa sì che uno entri nell’altro. Tale amore consegna l’uomo che ama all’altro, non soltanto in questo o quella sua caratteristica bensì nella sua totalità, come soggetto, con l’ampiezza illimitata della sua coscienza e del suo essere libero, con il suo perdersi in Dio. E allo stesso modo questo amore del prossimo è pronto ad accogliere l’altro come un soggetto denso di incalcolabile mistero. L’amore per il prossimo è il vicendevole compenetrarsi dei due misteri, in cui è presente il mistero per eccellenza Dio che rende così irriconoscibili i limiti tra questi due soggetti. In terzo luogo, secondo la proposta di Ranher la grazia si rivela come attraverso l’amore al prossimo, la fraternità, Dio stesso si fa norma interiore nello scambio tra due soggetti. La realtà bella ed universale, per tutti, è che l’antropologia della fraternità cristiana riesce a dire dell’uomo comune e semplice questa sua dignità infinita. La fraternità avvolta e sostenuta dal mistero assoluto di Dio infinito è per tutti. Per l’uomo che vive il quotidiano, fatto di spazi vuoti di infinito.

Terza ed ultima conseguenza è il rischio della libertà, amare nel senso vero e proprio della parola. La fraternità che è sorretta dall’amore verso Dio e che in questo amore trova il suo compimento, è la cosa più grande che ci sia. E proprio in quanto tale rappresenta la possibilità che viene offerta ad ogni uomo nella semplicità del quotidiano.

  1. Il perdono e le strutture di misericordia.

[la sua risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. che si chiama senso del mistero.]7]

Il termine misericordia conosce possibili chiavi semantiche:

  • miseror, avere pietà verso chi è misero, e cor, il cuore che sente questa pietà.

  • Rahim, rehem, esedh, emeth: viscere materne, grembo materno, bontà originaria, completa fedeltà, ma anche verità.

  • Eleos, oiktirmos, splanchena: misericordia, compassione, commozione, viscere materne.

«Misericordia io voglio e non sacrificio» ci ricorda il profeta Osea (6,6); spesso nella pratica però a noi sembra il contrario. Ora volere, desiderare, sentire misericordia significa entrare nella relazione che lega la madre con il figlio, in quella relazione talmente interiore che sente e riconosce il muoversi della vita, che è in te, ma che non è tua, e non sei semplicemente tu; ma è più intimo di te a te stesso, ti abita e si nutre di te. Il figlio ti rende madre (padre). È un dono reciproco, vicendevole: in te, il tuo corpo, la tua libertà, il tuo amare ha donato la vita, è diventata un’altra vita. Vita da vita, amato da amare. Un amore così grande che è capace di sopportare e attraversare il dolore del parto. Il parto diventa benedizione e non più maledizione quando il grido della madre cede il passo al pianto del bambino, quel pianto cancella tutte le prove, tutte le paure e le angosce, il bambino si rivela il senso e la promessa di quel grande dolore attraversato. L’amore diventato per un momento dolore ora si compie come amato, diventa il nome nuovo, diventa la umanità nuova, diventa figlio mio, figlia mia. Ma la madre e il padre possono solo gestire l’amore diventato dolore e poi amato come compimento del parto. Un dolore più grande è la drammatica somiglianza tra l’uomo, nella sua altissima dignità di amare, e Dio stesso: è la perdita del figlio. Quando un figlio perde il padre o la madre, la parola di senso e di dolore umano non tace ma riconosce la condizione di orfano, ma quando un fratello perde suo fratello, o un padre e una madre perdono un figlio, la parola umana di senso e di dolore tace, non vuole essere consolata, non riconosce quella nuova condizione. Il silenzio, il nome non nuovo di sé, ma il nome dell’amato diventato morto, diventato pianto, ricordo, memoria, gratitudine, rimpianto, diventa il quotidiano. Chi non conosce il dolore grande del sentire il figlio come perduto non può sentire la misericordia; perché non può provare la gioia più grande ovvero sentire il figlio come ritrovato. È la dracma perduta, è la pecora perduta, è il figlio perduto, il loro ritrovamento genera la vera gioia, la festa. Ma chi non ha perso nessuno, non attende nessuno, non spera per nessuno, forse non vive per nessuno. La domanda più bella sulla risurrezione e sul senso della vita io la ho avuta posta due volte da due bambini in circostanze drammatiche: Pier Claudia, dopo la morte della sorellina Eva a soli 7 anni mi ha chiesto «quando anch’io andrò in cielo, mia sorella sarò cresciuta come me e la riconoscerò o sarà rimasta piccola a 7 anni?»; Giuseppe a 9 anni, dopo la morte del suo papà mi ha chiesto «Zio, ma la risurrezione vuol dire che io rivedrò mio papà?». Il dolore per la perdita dell’amato mostra l’altissima dignità dell’uomo, mostra che l’amore è più forte della morte, mostra che l’amore è la vocazione di ogni uomo, mostra che la misericordia, la restituzione della vita dell’amato, la restituzione della vita del figlio è la dignità umana e divina, mostra che la misericordia è atto di risurrezione, di restituzione della vita del/al figlio e della vittoria della vita sulla morte. Mostra la ragione per cui il Figlio di Dio nella sua umanità crocifissa ha perdonato i suoi uccisori. Ma chi non conosce il dolore per la perdita dell’amato a fatica conosce la misericordia e riconosce il grido del perdono, senso e promessa del pianto del figlio restituito alla vita. La restituzione del figlio alla vita è il senso e la promessa della misericordia. È la gioia. Questo non contraddice ma include, lega, pone in relazione di reciprocità la misericordia e la giustizia di Dio. Secondo la misura smisurata della dignità divina, infinita, delle creature. La vendetta è vendicativa, ma la giustizia no, è giusta! Se non riconosco alcun legame essenziale con la persona da giudicare, penso di avere davanti a me soltanto un altro, cioè di fatto uno che sta fuori di me e vale meno di me, che per giunta è reo di qualche colpa. Così sarò portato a vedere non più la sua umanità e il legame prezioso che ci unisce, bensì solo le sue prestazioni negative o positive. E, prima ancora, sarò portato a credere che il male non riguardi me ma l’altro. O, semmai, mi immaginerò spontaneamente come colui che deve decidere se perdonare o no. Invece figlio o figlia è chi, nascendo a vita nuova, scopre che i cosiddetti altri sono fratelli e sorelle, e in tale scoperta si apre alla relazione viva con Dio padre e madre (se vuole). La giustizia della misericordia non è bendata ma guarda e vede bene il volto di ciascuno. È la ragione più alta di ogni razionalità. È intelligenza suprema, poiché sa vedere ogni cosa e ogni creatura per quello che è. Sa riconoscere il valore di ognuno anche e proprio quando sembra distrutto. È una logica superiore ad ogni altra logica. È la luce dell’amore vero. I processi vitali della misericordia sono la prossimità fedele che non tradisce e si ferma per prendersi cura; il perdono; il sapere bene che il malvagio nel compiere il male ha distrutto la sua libertà perché si è reso schiavo del peccato. Misericordia è restituzione della libertà: la sua seconda e nuova libertà è suscitata dall’amore misericordioso di Dio che vuole ritrovare nel malvagio un figlio. Una forza di guarigione, di liberazione dal male, di risurrezione. È rompere il legame tra uomo e male. Il principio di misericordia è «perdona loro perché non sanno quello che fanno». La misericordia è dunque amore/dolore, intelligenza dell’anima e processo di maturazione dell’unità spirituale della persona. Gesù stesso ha attraversato il conflitto e provocato situazioni di conflitto (diatriba sul ripudio e tradimento di Giuda) mostrando una percorribile via della non violenza, con il dialogo di misericordia/giustizia e la verità/carità, alternativa alla via del potere. Emerge chiaramente anche la tenerezza politica della misericordia: cura del bene comune e riscatto degli esclusi, alternativa alla cultura dello scarto e del ricatto, si tratta di costruire strutture di misericordia (Moltmann) per una società decente, generare un mondo nuovo con la logica messianica dell’etica concreta agapica. La misericordia deve venire dal basso (dove sono le vittime, dove si alza il grido, dove Dio si incarna) è non è paternalismo pietistico e patetico ma è riscatto e rottura. Il disagio di ricordare che nel Getsemani Gesù diede ai discepoli tempo e libertà e persino spazio proprio, lì collocò nell’ora dell’uomo. Ed essi si addormentarono.

Conclusione

Conosciamo la vicenda di Babele. (Gen. 11, 1-9)

Centoquaranta rampe di scale furono addossate alla torre, settanta a Oriente e settanta a Occidente. Quelle a Oriente servivano per salire e quelle a Occidente per scendere. Così il formicaio si rivelava più che mai insensato. Le formiche cercano e scelgono sulla superficie della terra provviste indispensabili alla sopravvivenza durante l’inverno, e le trasportano nelle loro abitazioni scavate nel suolo. Gli abitanti delle tre città prendevano da terra mattoni fatti con la terra e li trasportavano in alto, sempre più in alto, con fatica sempre maggiore e senza potersi fermare a riprendere fiato, perché la minima sosta rischiava di bloccare il flusso dei portatori provocando incidenti. Ormai occorreva più di un anno per arrivare in cima e un anno esatto per tornare giù. Se un uomo si feriva o cadeva da quell’altezza, nessuno ci faceva caso, ma se si rompeva o andava perduto un mattone, tutti piangevano perché sarebbero dovuti passare più di due anni prima di poterlo sostituire. L’unica pausa in quel moto perpetuo aveva luogo in cima alla torre, dove prima di attaccare la discesa i portatori di mattoni si fermavano a cementarli con la calce e a lanciare nugoli di frecce contro il cielo. Facendo bene attenzione a non guardare mai verso terra per paura delle vertigini. Gli angeli tornarono dall’Eterno:

  • Guardali! Sono arrivati tanto in alto che non ce la fanno a guardare il panorama.

Li vedo, disse l’Eterno rattristato, si sono trasformati in macchine puntante in un’unica direzione. Li ho lasciati fare fin’ora perché non si ingannano e non si uccidono, ma che pace è questa in cui si è perso il valore della vita umana? Venite, scendiamo fra questi sciocchi, confondiamo le loro lingue e costringiamoli a pensare».8

  • Non apparirebbe del tutto diversa la vita cristiana se noi intendessimo spontaneamente la massima salva la tua anima con salva il tuo prossimo?

  • Noi siamo disposti a prendere sul serio la beatitudine del povero, del misericordioso, dell’operatore di pace e il consegnarsi di Gesù come reale esperienza di compimento della nostra esistenza?

  • Siamo disposti ad accogliere che nell’amore cristiano, quale si attesta alle origini, l’amore del nemico è il principio di ogni amore ecclesiale?

  • Scusate, chi è l’ultimo, perché io possa prendere il suo posto?

  • Ma mi conosci? Ogni volta che lo hai fatto al più piccolo dei miei/tuoi fratelli lo hai fatto a me

1 Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, n. 4

2 Espressione scelte da Piero Coda per una sua recente pubblicazione: Piero Coda , Il Concilio della misericordia. Sui sentieri del Vaticano II, Città Nuova, Roma 2015, pp. 407. Testo chiave per l’elaborazione di questo mio primo paragrafo.

3 Francesco, Evangelii Gaudium, Città del Vaticano 2013, n. 228

4 Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 24

5 Francesco, Evangelii Gaudium, Città del Vaticano 2013, nn. 188-189.

6 Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, n.42

7 Francesco, Evangelii Gaudium, nn. 276.278-279

8 G. Limentani, Gli uomini del libro, Adelphi, Milano 1975, pp.82-84

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