la situazione attuale dei migranti? “è il test supremo per la nostra civiltà”

ritrovare l’umanità

“ho dovuto ritrovare la verticalità dell’uomo”

di Jean-Claude Raspiengeas
in “La Croix” del 9 giugno 2016

Velibor Čolić,

Manuel d’exil. Comment réussir son exil en trente-cinq leçons,

Gallimard

Velibor Čolić

Alla fine dell’estate 1992, dopo una lunga traversata dell’Europa, Velibor Čolić, 28 anni, intellettuale, scrittore, disertore dell’esercito bosniaco, arriva in Francia con, come unico bagaglio, tre parole di francese: Jean, Paul e Sartre. Quando depone lo zaino, la grande, vertiginosa domanda: e adesso?

“A poco a poco mi rendo conto di essere il rifugiato. L’uomo senza documenti e senza volto, senza presente e senza futuro (…). Non ho più un nome, non sono più né grande né piccolo, non sono più né figlio né fratello. Sono un cane bagnato d’oblio in una lunga notte senza alba, una piccola cicatrice sul volto del mondo”, scrive nel suo nuovo libro. “Ero partito per nascondermi, non in esilio”, riconosce oggi, seduto in una grande poltrona nella sede del più prestigioso degli editori parigini. “Mi sentivo come un animale spaventato. Ho dovuto ritrovare la verticalità dell’uomo”.

Il suo undicesimo libro, scritto per “comunicare” la sua esperienza, con una sfumatura di ironia acida, un’ironia molto slava, è impregnato di questa angoscia. A quel tempo, lo si guarda, gli si parla come ad uno “straniero”. Ci si stupisce che sia europeo, “come noi”, eppure apolide. Di questo, prova un “freddo metafisico”. Di questo tremava nelle vie di Parigi, dove tutto gli sembrava un labirinto senza luce.

“Trasformato in robot dalla paura, disumanizzato dalla miseria”, questo colosso comprende presto che la sua nuova vita “esige uno spirito forte e una memoria azzerata”. Tutto il suo romanzo è segnato da questa necessità. Voltare pagina, sbarazzarsi di un passato troppo pesante. “Introiettare e digerire l’idea che non sarei più tornato nel mio paese”. La scrittura gli ha salvato la vita. “Aprire un bloc notes, riempire pagine scrivendo mi ha ricollegato con l’umanità. Ogni frase tracciata mi alleggeriva di quella stratificazione di frustrazioni”.

Velibor Čolić1

Uno zingaro gli insegna le regole, legali, ai margini dei limiti e del buon senso, per resistere, tener duro, diventare trasparente

Superando una sensazione di morte e di solitudine, Velibor Čolić si sforza di entrare sui convogli affollati della metropolitana per sentirsi esistere in mezzo agli altri. Ogni rifugiato, assicura, vuole fondersi nella massa, “fare come fanno tutti, mangiare come mangiano tutti, avere scarpe comode, documenti in ordine”. Ossessionato da questo tormento, scrive: “Sogno una vita semplice, fatta di piccole felicità, di routine quotidiana”. Adottare la lingua del paese d’accoglienza diventerà la via maestra della sua integrazione, passando, non senza fatica, dal “cubo di Rubik della lingua slava” alla “morbidezza felina e musicale del francese”. Dal 2006, i suoi libri non hanno più bisogno di essere tradotti. “Non posso più immaginare di cominciare un romanzo se non in francese, diventato il mio rifugio e il mio paese”, afferma.

Cosa pensa della situazione attuale dei migranti? “È il test supremo per la nostra civiltà, risponde  Velibor Čolić. “O cresciamo insieme, o cadiamo insieme. Guardare un rifugiato come uomo, significa ritrovare in sé la nobiltà dell’umanità”.

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