la riflessione di L. Boff in occasione dei suoi 70 anni

NASCERE ANCORA A SETTANT’ANNI

Leonardo Boff 

da: Adista Contesti n° 2 del 03/01/2009

 

 

In questo mese di dicembre compio 70 anni. Secondo i parametri brasiliani, divento ufficialmente vecchio. Questo non significa che io sia prossimo alla morte, perché questa può sopravvenire nel primo istante di vita. Però è un’altra tappa della vita, l’ultima.

Possiede una dimensione biologica, perché si esaurisce inesorabilmente il capitale vitale, ci indeboliamo, perdiamo il vigore dei sensi e ci allontaniamo lentamente da tutto. Di fatto, siamo anche un po’ più dimenticati e, forse, diventiamo impazienti e sensibili ai gesti di bontà, che ci muovono facilmente alle lacrime.

Ma c’è un’altra cosa, più interessante. La vecchiaia è l’ultima tappa della crescita umana. Nasciamo interi, ma non completi. Dobbiamo completare la nostra nascita costruendo l’esistenza, aprendo cammini, superando difficoltà e modellando il nostro destino. Siamo sempre in genesi. Cominciamo a nascere e continuiamo a nascere in prestazioni lungo la vita fino a finire di nascere. Allora entriamo nel silenzio. E moriamo.

La vecchiaia è l’ultima opportunità che ci offre la vita per finire di crescere, di maturare, e per finire di nascere. In questo contesto è illuminante la parola di san Paolo: “Nella misura in cui l’uomo esteriore decade, ringiovanisce l’uomo interiore” (2Cor 4,16). La vecchiaia è un’esigenza della persona interiore. Cos’è la persona interiore? È il nostro io profondo, il nostro modo singolare di essere e di agire, il nostro marchio registrato, la nostra identità più radicale.

Questa identità dobbiamo guardarla in faccia direttamente. È personalissima e si nasconde dietro le molte maschere che la vita ci impone, perché la vita è un teatro nel quale ricopriamo vari ruoli. Io, per esempio, sono stato francescano, prete, ora laico, teologo, filosofo, professore, conferenziere, scrittore, editore, redattore di alcune riviste, sotto inchiesta delle autorità dottrinarie vaticane, costretto al “silenzio ossequioso”, ed altri ruoli ancora. Ma c’è un momento in cui tutto questo si relativizza e diventa paglia secca. Allora abbandoniamo la scena, ci togliamo le maschere e ci chiediamo: in fin dei conti, io chi sono? Quali sogni mi motivano? Quali angeli mi abitano? Quali demoni mi tormentano? Qual è il mio posto nel disegno del Mistero? Nella misura in cui proviamo, con timore e tremore, a rispondere a queste domande, viene alla luce l’uomo interiore. La risposta non è mai conclusiva; si perde fin dentro l’Ineffabile.

Questa è la sfida che ci pone la tappa della vecchiaia. Allora rendiamoci conto che avremmo bisogno di molti anni di vecchiaia per trovare la parola essenziale che ci definisce. Sorpresi, scopriamo che non viviamo semplicemente perché non moriamo, ma che viviamo per pensare, meditare, aprire nuovi orizzonti e creare sensi di vita. Specialmente per cercare di fare una sintesi finale, integrando le ombre, rialimentando i sogni che ci hanno sostenuto tutta una vita, riconciliandoci con i fallimenti e acquistando saggezza. È illusorio pensare che questa venga con la vecchiaia. La saggezza viene dallo spirito con il quale viviamo la vecchiaia come tappa finale della crescita e del nostro vero Natale.

Infine, è importante preparare il grande Incontro. La vita non è strutturata per finire con la morte, ma per trasfigurarsi attraverso la morte. Moriamo per vivere di più e meglio, per immergerci nell’eternità e incontrarci con la Realtà Ultima, fatta di amore e misericordia. Lì sapremo veramente chi siamo e qual è il nostro vero nome.

Condivido con il saggio dell’Antico Testamento lo stesso sentimento: “Contemplo i giorni passati e ho gli occhi rivolti all’eternità”.

Porto avanti due sogni, sogni di un giovane anziano: il primo è scrivere un libro solo per Dio, se è possibile con il mio proprio sangue; il secondo è impossibile, ma bene espresso da Herzer, bambina di strada e poeta: “Io vorrei solo rinascere di nuovo per insegnarmi a vivere”. Ma siccome questo è irrealizzabile, non mi rimane che apprendere alla scuola di Dio. Parafrasando Camões, concludo: “Vivrei di più se non fosse, per un sì grande ideale, tanto corta la vita”.

 

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