Gaillot – un vescovo profetico

la testimonianza di un vescovo profetico

mons. Jacques Gaillot

dichiarazioni di Jacques Gaillot, raccolte a cura di Patrice Sauvage
in “www.baptises.fr” dell’8 marzo 2017 (traduzione: www.finesettimana.org)

estratti dell’intervento di Jacques Gaillot al gruppo di lavoro della CCBF “Ecclesia Nova” sul tema del ministero presbiterale. La sua testimonianza luminosa è infatti un insegnamento per ogni battezzato, chiamato alla fraternità con i poveri, e per tutta la chiesa, chiamata ad irradiare attorno a sé la diaconia

Una sera, prendendo la metropolitana all’ora di punta, ero in piedi, stretto da tutte le parti e senza la possibilità di aggrapparmi ad un sostegno. A seconda delle scosse del metrò, mi dovevo appoggiare agli uni o agli altri. Qualcuno mi aveva identificato e sorrideva della mia situazione precaria. Siccome siamo scesi alla stessa stazione, non ho potuto fare a meno di dirgli: “Vede che cosa tiene in piedi un vescovo? Le persone!” Partire dall’umano Mettendoci al seguito di Padre Foucault, siamo toccati dalla spiritualità di Nazareth; uno stile di vita semplice, povero, in mezzo alla gente e alla vita ordinaria. Gesù, l’uomo di Nazareth, ha vissuto tante esperienza con il suo lavoro, le ingiustizie della sua epoca, i suoi rapporti con i poveri, la sua presenza nelle famiglie, condividendo le loro gioie e i loro dolori, la sua preghiera al Padre nella solitudine. Il suo cuore, modellato da tutti questi incontri, bruciava del fuoco del suo amore per il suo popolo. Questa lenta maturazione lo preparava alla sua missione profetica che inaugurerà in maniera sorprendente nella sinagoga di Nazareth. La sua ora era venuta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore (Lc 4,18-19). Tutta la vita pubblica di Gesù sarà la messa in atto di questa predicazione di Nazareth. Non è un discorso religioso che parla della legge: è un discorso che parla solo dell’essere umano.

Non è un discorso su Dio, è un discorso sull’Uomo. Non è un discorso di restaurazione, è un grande messaggio di liberazione che cambia la vita. Che discorso sorprendente! La spiritualità di Nazareth non può trascurare questa proclamazione. È quella che infonde una dimensione profetica al nostro ministero e alla nostra vita di preti. Mi capita, come capita a voi, di sentire persone che dicono: “Non sono più praticante” o “È da tanto tempo che non pratico più!”. Per queste persone, è evidente che si tratta della pratica religiosa. Ma la pratica fondamentale dell’evangelo, è quella della giustizia e dell’amore dovuti al prossimo. Non è la pratica religiosa! Al giudizio finale, non mi sarà chiesto quante messe ho celebrato, quanti matrimoni ho benedetto. Mi si dirà: “Che cosa ha fatto del tuo prossimo, che era straniero, prigioniero, malato, affamato…” La cosa essenziale è la “pratica del fratello”, la pratica della solidarietà. Nessuno ne è dispensato, neanche una volta andati in pensione. Come mai tanti cristiani non hanno scoperto l’importanza della pratica della giustizia e dell’amore dovuti al prossimo? Nella sinagoga di Nazareth, Gesù annuncia di essere venuto a portare la Buona Notizia ai poveri. Non dice ai ricchi, ai potenti… Fa la scelta dei poveri. Comincia da loro. Si pone a fianco degli oppressi e non degli oppressori. A fianco delle vittime e non dei potenti. A fianco degli umiliati e non di coloro che li sfruttano. Gesù è andato subito verso i rifiutati, i dimenticati. Facendo questa scelta di cominciare dai poveri, si apre a tutti. Non rifiuta nessuno. Come è raro, tanto nella società come nella nostra Chiesa, che si scelga di cominciare dai poveri! Sono tanto contento che papa Francesco abbia deciso di canonizzare Mons. Romero che è una figura profetica della lotta per la giustizia […]: “Non c’è alcun onore per la Chiesa nell’intrattenere buone relazioni con i potenti. L’onore della Chiesa, è che i poveri la sentano propria” (Salvador, omelia del 17 febbraio 1980).

Essere una speranza per i poveri
Una frase di Dom Helder Camara mi aveva colpito, un tempo: “Se non sono una speranza per i poveri, non sarò un prete di Gesù Cristo”. Oggi, lì dove vivo, che mantiene viva la speranza dei poveri? Alla mia partenza da Evreux nel 1995, in un ultimo sermone in cattedrale, mi sono rivolto alla folla: “Ogni cristiano, ogni comunità, ogni Chiesa che non sceglie, prima di tutto, il cammino della miseria degli uomini, non ha nessuna chance di essere ascoltato come portatore di una Buona Notizia. Ogni uomo, ogni comunità, ogni Chiesa che non diventa, prima di tutto, fraterna con ogni uomo, non potrà trovare il cammino del cuore, il luogo segreto dove può essere accolta la Buona Notizia”. Gesù è stato una grande speranza per i poveri. Si è avvicinato a loro con misericordia, senza escludere nessuno. I poveri si sono sentiti amati da Dio. I più diseredati hanno scoperto con meraviglia di essere i preferiti da Dio. Siamo precipitati in un mondo nuovo. Siamo testimoni della fine di un mondo. Testimoni anche della nascita di un altro mondo, di cui non si sa ancora che cosa sarà. Il nostro cammino svela nuovi orizzonti e apre alla novità. In Francia, quando con fedeltà ci riuniamo ogni mese in fraternità, è commovente vederci arrivare carichi di anni, handicappati, stanchi… Qualcuno ci crede già morti. Ma coloro che lo dicono, hanno dimenticato che eravamo semi… Semi di vita! Il domani è tutto da fare.

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