il principio ‘misericordia’ per una chiesa davvero evangelica

 

Sobrinouna bella riflessione del teologo latinoamericano J. Sobrino:

La Chiesa samaritana e il Principio- Misericordia

Jon SOBRINO

San Salvador

Il tema di “altre” caratteristiche della Chiesa, presenta qualcosa d’impattante e molto necessario. L’impatto consiste nel parlare di “altre” caratteristiche, come se quelle di “ una santa cattolica e apostolica” non bastassero per denotare la vera Chiesa di Gesù. Quello che è necessario è che queste “altre caratteristiche” ci introducono – in modo diverso – in quello che è fondamentale: una Chiesa vera è, innanzi tutto, una Chiesa che “somiglia a Gesù”, e tutti intuiamo che senza questa somiglianza con Lui non saremmo la sua Chiesa né questa si farà notare come Chiesa di Gesù. Com’è, allora, una Chiesa che assomiglia a Gesù? Assomigliare a Gesù è riprodurre la struttura della sua vita. Secondo i vangeli, questo significa incarnarsi cioé farsi carne reale nella storia reale. Significa portare a termine una missione, annunciare la buona notizia del Regno di Dio, iniziarlo con segni di ogni tipo e denunciare la spaventosa realtà dell’ anti-regno. Significa opporsi al peccato del mondo, senza rimanere a guardarlo solamente da fuori – peccato, che continua manifestando la sua forza maggiore nel fatto che produce morte a milioni di esseri umani. Significa, per ultimo, risorgere, avendo e trasmettendo agli altri vita, speranza e gioia. Ció che dà coerenza alla struttura della vita di Gesù è qualcosa che può essere pensato in diverse forme: la sua fedeltà, la sua speranza, il suo servizio… Ovviamente nessuna di queste realtà è escludente delle altre, ma tutte sono fra loro complementari, e ciascuna di esse potrebbe servire per unificare la vita di Gesù. Vogliamo proporre in questo articolo il principio che ci sembra più strutturante della vita di Gesù: la misericordia; principio che deve essere anche della Chiesa.

1. Il Principio-Misericordia

Il temine “misericordia” bisogna comprenderlo bene, perché può connotare cose vere e buone, però anche cose insufficienti e pericolose: sentimento di compassione (con il pericolo che non sia accompagnato da una prassi), “opere di misericordia” (con il pericolo di non analizzare le cause della sofferenza), sollievo delle necessità individuali (con il pericolo di trascurare la trasformazione delle strutture), atteggiamenti paternalisti ( con il pericolo del paternalismo)… Per evitare limitazioni al concetto “misericordia” e i malintesi a cui si presta, non parliamo semplicenente di “misericordia”, ma del “Principio- misericordia” allo stesso modo che Ernest Bloch non parla semplicemente di “speranza”, come una fra le molte realtà categoriali, ma del “Pricipio- Speranza”. Diciamo che per “Principio- Misericordia” intendiamo qui uno specifico amore che è all’origine di un processo, che peró rimane presente e attivo in tutto il processo, gli conferisce una determianta direzione e ne configura i diversi elementi. Questo “Principio- Misericordia” – crediamo – è il principio fondamentale dell’azione di Dio e di Gesù, e deve esserlo della Chiesa.

“In principio era la misericordia”

Si sa che all’origine del processo salvifico è presente un’azione amorosa di Dio:” Ho visto l’ oppressione del mio popolo in Egitto, ho ascoltato il suo grido contro gli oppressori, conosco le sue sofferenze e sono sceso per liberarlo” (Es3,7s). È fino a un certo punto secondario stabilire in che termine dovrei descrivere questa azione di Dio, quantunque sia più adeguato denominarla “liberazione”. Ció che in questo momento ci interessa sottolineare è la struttura del movimento liberatore: Dio ascolta i clamori di un popolo sofferente e, per tale ragione, si decide a intrapendere l’azione liberatrice. 

E’ questa azione di amore così strutturata che chiamiamo “misericordia”. Di essa c’è da dire :

a) che è una azione o, più esattamete, una re-azione davanti alla sofferenza di altri ed altre che facciamo nostra facendola arrivare fino alle nostre viscere e cuore (sofferenza, in questo caso, di tutto un popolo, oppresso ingiustamente e ai livelli minimi dell’ esistenza);

b) che questa azione è motivata solo da questa sofferenza. La sofferenza altrui interiorizzata è, allora, principio della reazione di misericordia, però questa, a sua volta, si trasforma in principio che configura tutta l’azione di Dio, perché

a) non solo è all’origine, ma rimane come costante fondamentale di tutto l’A.T (la parzialità di Dio verso le vittime per il solo fatto di essere tali, l’attiva difesa che fa di loro e il suo disegno liberatore a loro favore);

b) da essa procede la logica interna della storicizzazione dell’esigenza della giustizia come la denuncia di chi produce l’ingiusta sofferenza;

c) tramite questa azione – non solo in occasione di essa – e di successive azioni di misericordia si rivela Dio stesso;

e d) l’esigenza fondamentale per l’ essere umano e, specificamente, per il suo popolo è che abbia la stessa misericordia di Dio con gli altri e, in tal modo, si renda affine a Dio. Parafrasando la Scritura, possiamo dire che, se nel principio absoluto-divino «è la Parola» (Gv 1,1) e tramite essa sorse la Creazione (Gen 1,1), nel principio assoluto storico- salvifico sta la Misericordia, e che questa si mantiene costante nel processo salvifico di Dio.

La misericordia secondo Gesù

Questa azione fondante e di principio che é la misericordia di Dio è quella che appare storicizzata nella pratica e nel messaggio di Gesù. Il misereor super turbas non è solo un atteggiamento “locale” di Gesú, ma quello che configura la sua vita e la sua missione e segna il suo destino. E’ anche quello che configura la sua visione di Dio e dell’essere umano.

a ) Quando Gesù vuole mostrare chi è un vero e autentico essere umano, racconta la parabola del buon samaritano. È un momento solenne nei vangeli che va oltre la curiosità di sapere qual è il comandamento più grande. Si tratta, in tale parabola, di dirci in una parola ció che è l’essere umano: l’essere umano vero e autentico è quello che vede un ferito lungo il cammino, reagisce e lo aiuta facendo tutto quello che gli è possibile. Non ci dice la parabola ciò che disse il samaritano nè con che finalità ultima stava agendo. L’ unica cosa che ci dice è che fece ció “ mosso dalla misericordia”. L’essere umano vero e autentico è, allora, chi interiorizza nelle sue viscere la sofferenza altrui – nel caso della parabola, la sofferenza ingiustamnte inflitta – in modo tale che questa sofferenza interiorizzata diventa parte della stessa persona e si converte in principo interiore, primo e ultimo di azione. La misericordia – come re-azione – diventa azione fondamentale dell’umanitá vera e autentica. Questa misericordia non è, allora, una fra le molte altre realtà umane, ma quella che definisce direttamente l’essere umano. Anche se non basta per definirlo, giacché l’essere umano è anche un essere del sapere, dello sperare e del celebrare; però, è assolutamente necessaria. Essere umani è, per Gesù, reagire con misericordia; altrimenti, l’essenza dell’umanità, rimane viziata alla radice come accadde con il sacerdote e il levita, che “passarono di lato”. Questa misericordia è anche la realtà con la quale nei vangeli si definisce Gesù, il quale con frequenza cura dopo la supplica : “abbi misericordia”, e agisce perchè sente compassione della gente. Con questa misericordia si descrive anche Dio nella parabola del figlio prodigo, quando, lo vede – mosso dalla misericordia – reagisce, lo abbraccia e organizza la festa.

b) Se con la misericordia si descrive l’essere umano, Gesú Cristo e Dio, siamo, senza dubbio, davanti a qualcosa di realmente fondamentale. È l’amore, potremmo dire con tutta la tradizione cristiana; però c’è da aggiungere che è una specifica forma di amore: l’amore prassi che sorge davanti alla sofferenza di altri ingiustamente inflitta  per sradicarla, per nessuna altra ragione se non l’esistenza stessa della sofferenza e senza che esista nessuna scusa per non farlo. Elevare come principio fondante questa misericordia può sembrare poca cosa; però, secondo Gesù, senza questo Principio-Misericordia non puó esserci né umanità né divinità e, come tutti i minimi, è un vero massimo. L’importante è che questo minimomassimo è il primo e l’ultimo: non esiste niente precedente alla misericordia per motivarla, né esiste niente oltre per relativizzarla o allontanarla.

In modo semplice, si può valutare ciò nel fatto che il samaritano sia presentato da Gesù come esempio di chi compie il comandamento dell’amore al prossimo; però nel racconto della parabola non appare per niente che il samaritano soccorra il ferito per compiere un comandamento, per eccelso che sia, ma, semplicemente, “mosso dalla misericordia”.

Di Gesù si dice che cura, e a volte lo si presenta rattristato perché i guariti non lo ringraziano; però in nessun momento appare che Gesù realizzi le cure per ricevere ringraziamento (nè perché pensino alla sua peculiare realtà o al suo potere divino), ma “mosso dalla misericordia”.

Del Padre celeste si dice che accolse il figlio prodigo; però non si insinua che quella fosse una sottile tattica per ottenere quello che presumibilmente gli interessava ( che il figlio confessasse i suoi peccati e, in tal modo, ponesse ordine alla sua vita), ma che agisce semplicemete “mosso dalla misericordia”. Misericordia è allora, il primo e l’ultimo, non è semplicemente l’esercizio categoriale della chiamata “opera di misericordia”, quantunque possa e debba manifestarsi anche in questa. È qualcosa molto più radicale: è un atteggiamento fondamentale davanti alla sofferenza altrui, in virtù della quale si reagisce per estirparla, per la unica ragione che esiste tale sofferenza e nella convinzione che, in questa reazione davanti all’ essere della sofferenza altrui, si gioca, senza scappatoie possibili il proprio essere.

c) Nella parabola si esemplifica come la realtà storica sia attraversata dalla mancanza di misericordia – manifestata nel sacerdote e nel levita – il che è già spaventoso per Gesù; però, inoltre gli evangelisti ci mostrano che la realtà storica è configurata dall’’antimisericordia attiva, che ferisce e dà morte agli esseri umani, e minaccia e uccide anche chi si basa sul “Principio- Misericordia”. Per il fatto di essere misericordioso –e non per essere un “liberale” – Gesù antepone la cura dell’uomo dalla mano secca all’ osservanza del sabato. La sua argomentazione è ovvia e inattaccabile:” é lecito fare di sabato il bene al posto del male, salvare una vita al posto di perderla?” (Mc 3,4). Tuttavia i suoi avversari, descritti, certamente, con termini antitetici a Gesù “ la durezza del cuore”(v 5)”- non solo non si convincono, ma sono contro Gesù, e così il racconto conclude in modo tremendo:” e quando uscirono, i farisei confabulavano con gli erodiani contro di lui per vedere come ucciderlo” (v 6). Sia o no anacronistica la cronologia di questo passaggio, fondamentale è che mostra l’esistenza della misericordia e dell’anti-misericordia. Quando la prima si riduce a sentimenti o a opere di misericordia, l’anti-misericordia la tollera; però quando la misericordia è elevata a Principio e subordina il sabato allo sradicamento della sofferenza, allora l’anti-misericordia reagisce. Anche se queste parole ci possono sembrare tragiche, é sempre importante ricordarci che Gesú é morto ammazzato per aver esercitato la misericordia fino alla fine. La misericordia è, allora, misericordia che si realizza nonostante e contro l’anti-misericordia.

d) Nonostante l’ antimisericordia, Gesù proclama: ”Beati i misericordiosi”. La ragione per cui Gesù nel vangelo di Matteo usi la beatitudine della misericordia sembra andare nella linea della ricompensa “otterranno misericordia”. Però la ragione è più profonda e intrinseca. Chi vive secondo il “Principio-Misericordia” realizza il più profondo dell’essere umano, diventa affine a Gesù – “ l’ homo verus” del dogma – e al Padre celestiale.

In questo consiste, possiamo dire, la felicità che offre Gesù: “Fortunati, benedetti voi, quelli che esercitate la misericordia, quelli dagli occhi limpidi, quelli che lavorano per la pace, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i perseguitati per causa di essa, i poveri…”. Scandalose però illuminanti queste parole. Gesù vuole che gli esseri umani siano felici, e il simbolo di questa felicità consiste nello stare assieme gli uni con gli altri, nella tavola condivisa. Però fino a che non si realizza nella storia la grande tavola fraterna del Regno di Dio, bisogna praticare la misericordia, e questo – dice Gesù – produce allegria, gioia, felicità…

Il “Principio-Misericordia”

Queste brevi riflessioni sulla misericordia possono aiutare a comprendere quello che intendiamo per “Principio-Misericordia”. La misericordia non è l’unico principio che esercita Gesù, però è quello che sta nella sua origine e configura tutta la sua vita, la sua missione e il suo destino. A volte appare esplicitamente la parola “misericordia”, e a volte no. Però, indipendentente da ciò, sempre appare come base dell’agire di Gesù la sofferenza della maggioranza, dei poveri, dei deboli, dei privati della dignità, davanti ai quali si commuove piùprofond intimo del corpo di Gesú. E queste viscere commosse sono quelle che configurano tutto ció che lui è: il suo sapere, il suo sperare, il suo agire e il suo celebrare. Così, la sua speranza è quella dei poveri che non hanno speranza e ai quali annuncia il Regno di Dio. La sua prassi è in favore dei piccoli e degli oppressi ( miracoli di guarigione, espulsione dei demoni, accoglienza dei peccatori…). La sua “teoria sociale” è guidata dal principio che c’è da sradicare la sofferenza massiva e ingiusta. La sua allegria è giubilo quando i piccoli capiscono, e la sua celebrazione è sedersi alla tavola degli emarginati. La sua visione di Dio, infine, è quella di un Dio difensore dei piccoli e misericordioso con i poveri. Nell’orazione per antonomasia, il Padre Nostro, è loro che invita a chiamare Dio con il nome di Padre. Non c’è spazio adesso per dilungarsi in questo. Solo lo accenniamo per comprendere bene quello che vogliamo dire con il “Principio- Misericordia” che informa tutte le dimensioni dell’essere umano: quella della conoscenza, della speranza, della celebrazione e , ovviamente, della prassi. Ognuna di esse ha la sua autonomia, però tutte possono e devono essere configurate e guidate da un principio fondamentale. In Gesù – come nel suo Dio – pensiamo che questo principio sia quello della misericordia. Per Gesù, la misericordia è all’origine del divino e dell’umano. Secondo questo principio si regge Dio e deve reggersi l’ umanitá, e a questo principio si soggettano tutti gli altri principi. Mi sembra importante affermare che questo principio non é pura ricostruzione speculativa e si vede chiaramente nel decisivo passaggio di Mt 25: chi esercita la misericordia – sia qual fosse l’esercizio delle altre dimensioni della sua realtà umana – “ si è salvato”, ha raggiunto per sempre l’essere umano vero e autentico. Il giudice e i giudicati sono davanti alla Misericordia, e solo davanti ad essa. Bisogna aggiungere che il criterio con cui si impiega il giudizio non è arbitrario: lo stesso Dio si è manifestato come chi reagisce con misericordia al clamore degli oppressi, e per questo la vita degli esseri umani si decide in virtù della risposta a tale clamore.

2.La Chiesa della misericordia

Questo “Principio- Misericordia” deve attuarsi nella Chiesa di Gesù; e il pathos della misericordia è quello che deve informarla e configurarla. Questo vuol dire che anche la Chiesa, in quanto Chiesa, deve rileggere la parabola del buon samaritano con la stessa aspettativa, con lo stesso timore e tremore con la quale l’ascoltarono gli uditori di Gesù: questo è fondamentale su questo si giudica tutto. Molte altre cose deve essere la Chiesa; però se non si passa per la misericordia della parabola, se non è, prima di tutto, buona samaritana, tutte le altre cose saranno irrilevanti e potranno anche essere pericolose se si fanno passare per il suo principio fondamentale.

Vediamo ora in alcuni punti significativi come il “Principio-Misericordia” forma e configura la Chiesa.

Una Chiesa de-centrata dalla misericordia

E’ un problema fondamentale per la Chiesa determinare qual è il suo luogo. La risposta formale è conosciuta: il suo luogo è il mondo, una realtà logicamente esteriore ad essa. Bene, l’esercizio della misericordia pone la Chiesa fuori di se stessa e in un luogo preciso: lì dove accade la sofferenza umana, lì dove si ascoltano i clamori dell’umanità (“Were you there when they crucified my Lord?”, come dice il canto dei neri oppressi degli Stati Uniti che vale più di molte pagine di ecclesiología). Il luogo della Chiesa è il ferito nel cammino – coincida o no questo ferito, con il mondo interecclesiale – il luogo della Chiesa è “l’altro”, è nell’alterità della sofferenza altrui, particolarmente quella di massa, crudele ed ingiusta. Collocarsi in questo luogo non è per niente facile per la cosí detta “Chiesa istituzionale” però neanche per la chiamata “Chiesa progressista” nè per i puramente progressisti in essa. Per fare un esempio attuale: è urgente, giusto e necessario esigere il rispetto dei diritti umani e la libertà nella Chiesa, anzittutto per ragioni etiche, perché sono segni di fraternità – segni, pertanto, del Regno di Dio – e perché senza di loro la Chiesa non si rende credibile nel mondo di oggi. Però non bisogna dimenticare che con ciò restiamo, logicamente, all’interno della  Chiesa. Con priorità logica, c’è da chiedersi come vanno i diritti della vita e della libertà nel mondo. Questo secondo aspetto è retto dal “Principio-Misericordia” e cristianizza il primo, però non necessariamente è il contrario. Il cristianesimo “misericordioso” può essere progressista, però il chiamato “cristianesimo progressista”, delle volte, non è misericordioso. Spero che si sia compreso bene quello che vogliamo dire con questo esempio: è urgente l’umanizzazione della Chiesa nel suo interno, però è basilare che la Chiesa si pensi a partire dall’esterno, dal “cammino” nel quale si incontra il ferito. È urgente che il cristiano, il sacerdote e il teologo, per esempio, reclamino la loro legittima libertà nella Chiesa, oggi oppressa, però è più urgente reclamare la libertà di milioni di esseri umani che non hanno semplicemente la libertá di sopravvivere davanti alla povertà, di vivere resistendo alla repressione, e neanche di dichiedere giustizia o una semplice inchiesta per i crimini dei quali sono vittime. Quando la Chiesa esce da se stessa per entrare nel cammino nel quale si incontrano i feriti, allora si decentra realmente e, così, assomiglia realmente a Gesù, il quale non predicò se stesso, ma offrì ai poveri la speranza del Regno di Dio. Riassumendo: il ferito nel cammino è quello che de-centra la Chiesa, la Chiesa che si converte all’altro ( e al radicalmente altro) . La reazione della misericordia é ció che verifica se la Chiesa si é de-centrata e in che misura lo ha fatto.

La storicizzazione dei clamori e della misericordia

Sempre e in ogni ogni parte ci sono molti tipi di ferite, fisiche e spirituali. La loro grandezza e profondità varia per definizione, e la misericordia deve mettersi nel cammino spirituale della re-azione (come risposta profetica all’ azione dell’ antimisericordia) per sanarle tutte. Nonostante ció la Chiesa, non dovrebbe cadere nella universalizzazione delle ferite, come se tutte manifestassero gli stessi clamori, né dovrebbe invocare detta universalizzazione dicendo che la Chiesa stessa ha sempre propiziato le opere di misericoria, il che è certo. Ogni sofferenza umana merita assoluto rispetto ed esige risposta, però non significa che non si debba dare una priorità differente alle differenti forme delle ferite del mondo di oggi. Indubbiamente, in ogni Chiesa locale ci sono ferite specifiche tanto fisiche come spirituali, e tutte devono essere guarite e fasciate. Però, già che la Chiesa è una e cattolica – come si dice della vera Chiesa – c’è da vedere, prima di tutto, come va questo ferito che è il mondo nella sua totalità. Quantitavamente, la maggior sofferenza, è causata dall’ impoverimento, che porta alla morte e alla mancanza di dignitá che ne è la conseguenza; questa continua a essere la maggiore ferita. E questa grande ferita appare con più radicalità nel terzo mondo piú che nel primo. Quantunque sia teoricamente conosciuto, bisogna ripeterlo: per il semplice fatto di nascere in Salvador, o a Haiti, o in Bangladesh, o in Chad – come diceva Ellacuria – gli umani hanno moltissima meno dignità che quelli nati negli Stati Uniti, in Germania o in Spagna. Questa è oggi la ferita fondamentale; e questo significa – in linguaggio cristiano – che ció che è ferita è la stessa creazione di Dio. Questa grande ferita è la maggiore ferita per qualsiasi chiesa locale, non solo per la grandezza del fatto in se stesso, ma anche per la corresponsabilità in essa di qualsiasi istanza locale (governo, partiti, sindacati, esercito, università… e anche le chiese). Se una Chiesa locale non bada a questa ferita mondiale, non potrà dire che è retta dal “Principio – Misericordia”.

La Misericordia conseguente fino alla fine

Alla Chiesa, come ad ogni istituzione, costa reagire con misericordia, e le costa molto più rimanere in essa. In termini teorici, le costa mantenere la supremazia del Regno di Dio sopra se stessa, quantunque giustifichi questa non inversione di valori affermando che mantenere l’esistenza stessa della Chiesa è già un grande bene, perché – alla lunga – la Chiesa sempre renderá piú umano il mondo e propizierà il Regno di Dio. In termini semplici, diciamo che costa mantenere la supremazia della Misericordia sull’egocentrismo, che inevitabilmente finisce in egoismo. Ecco allora la tentazione di passare al largo del sacerdote e del levita. Però costa mantenere la Misericordia, soprattutto, quando, per difendere il ferito, ci si scontra con gli abitualmente dimenticati della parabola, gli “assalitori”, e quando questi reagiscono. In questo mondo si applaudono o si tollerano “opere di misericordia”, però non si tollera una Chiesa configurata dal “Principio – Misericordia” che la porti a denunciare gli assalitori che producono vittime, a smascherare la menzogna con la quale si coprono le oppressioni e ad incoraggiare le vittime a liberarsi di coloro che assalgono, ammazzano ed opprimono. In altre parole: gli assalitori del mondo anti- misericordioso tollerano che si curino le ferite, però non che si guarisca veramente il ferito né che si lotti perché questi non ritorni a cadere nelle loro mani. Quando questo succede, la Chiesa – come qualsiasi istituzione – è minacciata, attaccata e perseguitata, per cui, a sua volta, il martirio e la persecuzione verificano che la Chiesa sia retta dal “Principio – Misericordia” e non sia ridotta semplicemente alle “opere di misericordia”. E l’ assenza di tali minacce, attacchi e persecuzioni verifica, a sua volta, che la Chiesa avrà realizzato “opere di misericordia” però non è retta sul “Principio – Misericordia”. In America Latina, le due cose appaiono con tutta chiarezza. C’è una Chiesa che pratica le “opere di misericordia” però non accetta di agire con il “Principio – Misericordia”. E c’è un’altra Chiesa configurata da tale principio, la quale porta a propiziare quelle opere, ovviamente, però anche porta se stessa – in una profonda esperienza di amore che la rende assomigliante a Dio e a Gesù – oltre esse. Allora, praticare la misericordia è anche toccare gli idoli “gli dei dimenticati”- come adeguatamente li chiama J.L.Sucre – il che non significa che siano già superati, giacché continuano ben presenti, anche se nascosti. Sappiamo quando come Chiesa siamo retti dal Principio Misericordia, quando si fa esistenzialmente inevitabile la scelta di mantenere la misericordia come il primo e l’ultimo valore: se si corrono o no rischi, quali e quanti. Non serve essere ingenui, c’è da accettare con realismo il principio di sussistenza che configura la Chiesa, come qualsiasi istituzione. Però alcune volte c’è da manifestare la misericordia come condizione ultima e inderogabile, e ciò solo lo si fa contro tutto ció che agisce in anti-misericordia. Così lo ha fatto Mons. Romero. Non fu facile per lui cominciare con la misericordia, e meno facile fu rimanere in essa. Ciò gli valse dolorosi conflitti inter ecclesiali e rischiare il suo anteriore prestigio ecclesiale, la sua fama, l’incarico di arcivescovo e fino la propria vita. Dovette rischiare qualcosa di ancora più difficile e infrequente da rischiare: l’istituzione. Per mantenere la misericordia, vide distrutti gli strumenti istituzionali della Chiesa (la radio e la stampa dell’arcivescovado) e come veniva decimata la Chiesa istituzionale con catture, espulsioni e uccisioni dei suoi membri più importanti: sacerdoti, religiose, catechisti, delegati della parola… Nonostante ciò, Mons. Romero rimase fermo nel “Principio – Misericordia” e, in presenza degli attacchi all’istituzione, aggiunse queste parole, solo comprensibili nelle labbra di chi si regge sul “Principio – Misericordia” : “Se distruggono la radio e assassinano i sacerdoti, sappiano che niente di male ci hanno fatto”. Se si prende sul serio la misericordia come il primo e l’ultimo dell’ agire, allora la stessa Misericordia diviene conflittiva. In realtá nessuna persona é messa in prigione o è perseguitata semplicemente per fare “opere di misericordia”, e neanche lo avrebbero fatto con Gesù se la sua misericordia non fosse stata, il suo primo e l’ultimo. Quando lo è, infatti sovverte i valori ultimi della società e questa reagisce contro.

Diciamo, per ultimo, che porre come riferimento “ultimo” la misericordia suppone la disponibilità di essere chiamato “samaritano”. Oggi la parola suona bene, precisamente perché cosi Gesù chiamò l’uomo misericordioso; però ricordiamo che allora suonava molto male, e precisamente per quello la usò Gesù, per enfatizzare la supremazia della misericordia sulla concezione religiosa e per attaccare i religiosi senza misericordia. Tutto ciò continua ad accadere anche oggi. Coloro che esercitano misericordia non desiderarata dagli “assalitori”, vengono chiamati con tutti i titoli possibili e immaginabili. In America latina li chiamano – lo siano o no – “sovversivi”, “comunisti”, “liberazionisti”… e per questo continunano ad essere uccisi. La Chiesa della misericordia deve, allora, essere disponibile a perdere la fama nel mondo dell’antimisericordia; deve rendersi disponibile a essere “buona”, anche se la chiamano “samaritana”.

La Chiesa della misericordia si fa notare come la vera Chiesa di Gesù Molte altre cose possono e devono essere dette di una Chiesa retta dal “Principio – Misericordia”. La sua fede, anzittutto, sarà una fede nel Dio dei feriti nel cammino, Dio delle vittime. La sua liturgia celebrerà la vita dei senza-vita, la risurrezione di un crocifisso. La sua teologia sarà intellectus misericordiae (iustitiae, liberationis), e non altra cosa è la Teologia della Liberazione. La sua dottrina e la sua pratica saranno un denudarsi, teorico e pratico, per offrire e percorrere cammini efficaci di giustizia . Il suo ecumenismo sorgerà e prospererà – e la storia dimostra che così succede – attorno ai feriti nel cammino, dei popoli crocefissi, i quali, come il Crocefisso, li attrae tutti a sé. È necessario – crediamo – che la Chiesa si lasci reggere dal “Principio – Misericordia”; crediamo che ciò sia possibile, perché da questo Principio – e nella nostra opinione, di forma più cristiana –si può organizzare tutto l’ecclesiale. Diciamo brevemente, per terminare, tre cose. La prima è che ciò che ho detto finora non è altro che riaffermare, in altre parole, l’opzione per i poveri che deve fare la Chiesa, secondo le dichiarazioni della Chiesa istituzionale. Tutto ciò non è nuovo, anche se può aiutare a comprendere la radicalità, il primato e il riferimento ultimo di tale opzione. La Chiesa della misericordia è chiamata oggi in America Latina “La Chiesa dei poveri”. La seconda è che la misericordia è anche una beatitudine; e, per questo, una Chiesa della misericordia – se lo è veramente – è una Chiesa che sente gioia, e lo mostra. In questo modo, cosa molto dimenticata, la Chiesa può comunicare in actu che il suo annuncio, di parola e di opera, è eu-aggelion, buona notizia che non è solo verità, ma che produce gioia. Una Chiesa che non trasmette gioia non è la Chiesa del vangelo; adesso bene, non si deve trasmettere qualsiasi gioia, ma quella dichiarata nella “carta magna” delle beatitudini, la gioia della misericordia. La terza e ultima cosa è che una Chiesa della misericordia “si fa notare” nel mondo di oggi. E si fa notare, in modo specifico, con credibilità. La credibilità della Chiesa dipende da diversi fattori, e nel mondo democratico culturalmente sviluppato, per esempio, l’esercizio della libertà al suo interno e l’esposizione ragionevole del messaggio, le conferiscono rispettabilità. Però crediamo che nella totalità del mondo – che include i paesi del primo – la massima credibilità proviene dalla misericordia, precisamente perchè questa è la più assente nel mondo di oggi. Una Chiesa della misericordia coerente è credibile; e se non è misericordiosamente coerente, inutilmente cercherà credibilità attraverso altri mezzi. Fra gli annoiati della fede, gli agnostici e gli increduli, questa Chiesa renderá almeno rispettabile il nome di Dio, e questi non sarà bestemmiato per quello che fa la Chiesa. Fra i poveri di questo mondo, questa Chiesa susciterà accettazione e ringraziamento. Una Chiesa della misericordia coerente è quella che si fa notare nel mondo di oggi, e si fa notare “come Dio comanda”. Per questo la misericordia coerente è la “caratteristica” della vera Chiesa di Gesù.

***

Note:

[1] Nel libro della Teología della liberazione. Risposta al cardenale Ratzinger (Madrid, 1985, pp. 61ss.), J. L. SEGUNDO mostra in dettaglio che la finalità dell’ Esodo è simplicemente, la liberazione di un popolo sofferente, contrariamente alla prima Istruzione vaticana sulla teología della liberazione, secondo la quale la finalità dell’ ésodo sarebbe la fondazione del popolo di Dio e il culto dell’Alleanza del Sinaí.

[2] La misericordia deve rivolgersianche verso le sofferenze”naturali”, per la sua essenza última -crediamo- si manifesti nell’attenzione ai sofferenti perché “víttime”. Queste, a sua volta, possono essere generate da mali naturali o storici, però nella generalità della Scrittura si da molta più importanza alle víttime storiche che a quelle naturali.

[3] Detto senza acredine e con fraterna semplicità, sorprende che negli ultimi dieci anni di laboriosa e densa vita storica (e ecclesiale) nel Salvador, practicamente nessun vescovo spagnolo sia venuto a visitare il paese e la sua Chiesa, con l’eccezzione del vescovo incaricato delle missioni e di Alberto Iniesta, che venne al funerale di Mons. Romero animato e accompagnato dai suoi fedeli di Vallecas.

[4] Per me è molto chiaro che Ignacio Ellacuría si lasciò guidare dal “Principio- Misericordia” in tuttta la sua attività, e specíficamente nella sua attività intellettuale, teologica, filosofica e di analisi política. Questo lo ricordiamo per ricalcare che la misericordia è molto più che puro sentimento o puro attivismo misericordioso: è principio che configurare anche l’esercizio dell’intelligenza

 

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