quando pregate dite: Padre nostro …
il commento di Bernard al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario
Cara anima amica,
oggi il Vangelo ci insegna a pregare.
Non è una formula da recitare,
ma un gesto da abitare.
È un respiro profondo
che nasce dalla terra arida del cuore
e si alza come un sussurro verso il cielo.
“Padre, dacci oggi il nostro pane”…
ma quale pane?
Quel pane che manca a troppi,
che manca nelle terre devastate,
come in Palestina,
dove i bambini non hanno più una casa,
dove le madri scavano tra le macerie
e stringono i corpi dei loro figli.
Dove non si muore solo per le bombe
ma anche per l’ingiustizia che fa morire lentamente:
di fame, di sete, di abbandono.
E mentre chiediamo il nostro pane,
c’è chi ne cerca una briciola,
frugando tra la spazzatura.
C’è chi bussa – e noi dormiamo.
C’è chi implora – e noi ci infastidiamo.
C’è chi ama disperatamente
e non trova mani da stringere né cuori aperti.
Ma vedi, anche il dolore può essere pane.
Può nutrire, oppure avvelenare.
Dipende.
Dipende dall’uso che ne facciamo.
Ci sono persone che hanno trasformato il dolore in luce.
Che lo hanno guardato negli occhi,
che hanno pianto, gridato, tremato
e poi hanno ricominciato.
Sono coloro che hanno fatto
del proprio dolore un dono,
che lo hanno trasformato in scrittura,
in musica, in ascolto, in cura.
Hanno donato le proprie cicatrici al mondo,
non per esibirle
ma per costruire ponti, guarigioni, empatia.
Sono stati nel buio – e ne sono usciti luminosi.
Non perfetti ma più veri.
E poi ci sono altri,
che dal dolore si sono fatti imprigionare.
Che hanno deciso di farlo pagare al mondo.
Che vivono nella lamentela,
nella rabbia, nel risentimento.
Che cercano colpe all’esterno,
senza mai posare uno sguardo sincero dentro di sé.
Sono strade opposte,
tracciate da una sola differenza:
consapevolezza.
Per questo ti auguro una preghiera
che non ti anestetizzi ma ti risvegli.
Che non sia una liturgia ben fatta
ma una zolla che si offre all’acqua.
Che ti insegni la tenerezza,
quella che nasce proprio dal dolore trasformato,
dalla fragilità riconosciuta e accolta.
Perché nella preghiera
si impara a riconoscersi creature,
fragili, amate, vulnerabili.
E si impara la gentilezza,
che è una forma di giustizia:
di chi ascolta,
di chi tocca con leggerezza,
di chi abbraccia senza trattenere,
bacia senza possedere.
La preghiera non è fuga dal mondo
ma immersione più profonda nella realtà.
È sentire la fame dell’altro come la propria,
è non accontentarsi di chiedere per sé
ma osare bussare anche per un amico.
Lì, dove c’è la tua ferita,
lì c’è anche la tua forza nascosta.
Lì, nel dolore che hai vissuto,
può nascere una nuova energia,
un dono per gli altri.
Ti auguro allora una preghiera
che sia trasmutazione delle ombre in luce,
delle energie deboli in forza d’amore.
Che ti porti dentro te stessa,
per non restare sequestrata dalla differenza
ma trasformarla in presenza.
Ti auguro una preghiera
che sia memoria del mondo ferito,
che porti nel cuore i corpi straziati dalla guerra,
le bocche vuote,
gli occhi stanchi di chi vive dietro muri e droni.
Ti auguro una preghiera
che sia abbraccio universale,
che stringe anche chi non conosci,
che bacia con la forza mite
di chi ha conosciuto il dolore
ma non ha ceduto all’odio.
Possa essere per te come un atto di cura,
di guarigione, di creazione, di rigenerazione,
atto di conoscenza più sublime.
E soprattutto,
ti auguro di vivere la tua vita come una Eucaristia,
un’Agape quotidiana:
non un palco, non spettatori
ma pane da spezzare,
tempo da condividere,
vita da donare.
Sii tu l’amica che si sveglia a mezzanotte,
che si alza, apre, offre.
Che non ha paura di essere disturbata,
che si lascia cercare,
che apre la porta anche quando è stanca.
Che la tua esistenza sia un dono silenzioso,
che non chiede d’essere notato
ma semplicemente diviso, condiviso, vissuto insieme.
Non smettere di bussare,
anche quando Lui sembra dormire:
si sveglierà per te,
non perché tu lo meriti
ma perché tu lo desideri.
E quando scoprirai che il vero miracolo
non è ricevere
ma diventare pane per qualcun altro,
allora saprai che stai pregando davvero.
Con la tua vita.
Con il tuo dolore trasfigurato.
Con la luce che hai trovato
nell’abbracciare le tue ombre.
Con tanto affetto,
ti mando un abbraccio e un bacio
che vengano da Lui,
attraverso le mie mani, le parole,
e il nostro cuore condiviso.
Bernard


