i rom e la giornata della ‘memoria’ – una riflessione di Dijana Pavlovic

non dite “mai più lo sterminio”

la memoria non è acqua passata

di Dijana Pavlovic

in “l’Unità” del 27 gennaio 2026

Ogni anno, il 27 gennaio, scrivo più o meno le stesse cose. Racconto il Porrajmos, chiedo che venga
riconosciuto, ricordo che il genocidio dei rom è stato rimosso dalla memoria pubblica europea,
sottolineo che questa rimozione ha conseguenze concrete: oggi la discriminazione, la violenza e
l’esclusione contro i rom sono strutturali, istituzionali, normalizzate. E ogni anno mi chiedo se tutto
questo produca davvero qualche risultato reale.
N on sono tra quelli che dicono che non ha senso ricordare, al contrario. Ma bisogna essere ciechi
per non vedere che, mentre ricordiamo, il mondo va chiaramente in una direzione opposta. La
violenza aumenta, si consolida. È diventata linguaggio politico legittimo, pratica istituzionale,
consenso elettorale. È sempre più forte, visibile, accettata e persino rivendicata.
Sentiamo ripetere la formula: “ricordare perché non si ripeta mai più”. Ma cosa significa,
concretamente? Se per “non si ripeta” intendiamo che non si ripeta nelle stesse identiche forme
storiche, allora è ovvio: nessun evento della storia si ripete mai in modo identico. Se invece
intendiamo che non si ripeta nella sostanza, cioè nella logica di disumanizzazione, distruzione
collettiva, annientamento sistematico, allora il problema è evidente. Stiamo ricordando mentre sta
accadendo di nuovo.
Uno degli argomenti più frequenti è che il 27 gennaio “riguarda quel genocidio, in quel contesto
storico”, e che quindi si può parlare solo della Shoah e dei prigionieri politici, come previsto dalla
legge che istituisce il Giorno della Memoria. In alcuni contesti minori, e nonostante la legge non lo
preveda – e si guardi bene dal prevederlo – si ricorda anche il Porrajmos, pur essendo stato
realizzato con modalità identiche alla Shoah.
Ma parlare di ciò che succede oggi, per esempio a Gaza, sarebbe una provocazione, una forzatura,
una strumentalizzazione.
Questo però solleva una domanda: se la memoria può parlare solo del passato e non può nominare il
presente, a cosa serve davvero? Se ricordiamo solo ciò che è già concluso, ciò che è ormai
irreversibile, ciò su cui non possiamo più intervenire, allora la memoria è sterile e inutile. Serve a
onorare i morti, certo, ed è giusto. Ma non serve più a proteggere i vivi.
Nei luoghi della memoria colpiscono sempre le liste di nomi.
Migliaia, decine di migliaia, incisi sulle pareti. Leggerli è fisicamente faticoso. È una fatica che ha
senso: ogni nome restituisce l’idea che non si tratta di numeri, ma di persone. Di vite singole,
concrete, interrotte.
Pochi mesi fa è stato pubblicato un libro: I nomi della memoria del genocidio a Gaza. Contiene i
primi 58.383 nomi raccolti in 647 giorni. Se per ogni nome ci prendessimo solo dieci secondi –
dieci secondi per riconoscere che stiamo pronunciando il nome di una persona reale – ci vorrebbero
quasi sette giorni per leggerli tutti.
Sette giorni in cui, nel frattempo, continuano a morire altre persone.
Il paradosso è questo: il Giorno della Memoria nasce per dire “mai più”, ma funziona ormai
soprattutto come strumento di separazione tra passato e presente.
Serve a dire: quello è successo allora, lì; questo che accade oggi è un’altra cosa. Come se il
problema non fosse la logica che attraversa gli eventi, ma solo la loro collocazione storica.
Forse non basta ricordare. Forse non basta nominare i morti se non siamo in grado di riconoscere i
meccanismi che producono nuovi morti. È una memoria che ha smesso di svolgere la sua funzione
principale.
E allora, perdonatemi, perdonateci, non vogliamo offendere nessuno, oggi sì, ricordiamo i nostri
morti in silenzio. E proviamo a urlare i nomi di quelli di oggi, anche se qualcuno non vuole sentir

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