gli zingari non rubano i bambini!

La leggenda dei rom che “rubano”  i bambini e la verità dei fatti

Nella storia  italiana mai un caso di rapimento di bambini da parte dei “nomadi”. Una ricerca  rivela dati allarmanti: rispetto a un non rom, un bambino rom ha quasi 40  possibilità in più di essere dichiarato adottabile.

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La leggenda dei rom che

E’ il 10 maggio del 2008.

La 27enne napoletana Flora Martinelli accusa Maria  Dragan, ragazza rom di 16 anni, di essersi introdotta nella  sua abitazione del quartiere Ponticelli e aver tentato di rapire la sua bambina,  di appena sei mesi. La romnì rischia il linciaggio della folla e viene condotta  in una struttura per minori dalla polizia, che la interroga su quanto accaduto.  Maria risponde di essere andata in quella casa per prendere dei vestiti usati  che voleva darle una signora. Fuori, intanto, esplode la rabbia dei cittadini:  un operaio romeno viene aggredito da 20 persone mentre sta tornando a casa, ma  non è che l’inizio. Due giorni dopo si dà il via a una vera e propria  persecuzione: vengono lanciati sassi e bottiglie incendiarie nel campo rom di  Ponticelli, alcune baracche abitate da famiglie con bambini vanno a fuoco, una  struttura occupata da gitani viene data alle fiamme e un’ape car guidata da un  rom ribaltata. Di fatto gli attentati di matrice razzista si susseguono a decine  e costringono 700 rom di Napoli a fuggire. I media descrivono i fatti come una  “sollevazione popolare”, ma si scoprirà successivamente ben altro: su alcuni  terreni occupati dalle baracche avevano messo gli occhi dei clan camorristici.  Lì, infatti, doveva sorgere il Palaponticelli: ciò voleva dire milioni di euro e  appalti. La storia del rapimento non fu che il pretesto per innescare una  rivolta e sgomberare il campo. Non ci fu, infatti, nessun sequestro di minori da  parte della giovane Maria Dragan, che presto venne scagionata di tutte le  accuse. L’italiana Flora Martinelli era invece parente di un boss camorristico  del territorio.

Mai nella storia italiana si è verificato il rapimento di un minore  non rom da parte di una famiglia rom. Eppure il pregiudizio continua ad  essere ben radicato, alimentato nei giorni scorsi dalle notizie provenienti da  Grecia e Irlanda dove, in alcuni insediamenti rom, sono state trovate  delle bambine bionde. Il colore dei capelli è stato sufficiente a rinfocolare la  credenza popolare: “Sono state rapite”, hanno sostenuto i più, prima di scoprire  che una era la figlia albina della famiglia rom e l’altra era figlia di una  donna bulgara, che l’aveva data in “affidamento” a una famiglia rom pochi giorni  dopo la nascita “perché non potevamo darle da mangiare”. Ancora una volta si è  dimostrato come quella dei “bambini rapiti” non sia altro che una leggenda che  non trova nessun sostegno ufficiale. Lo dimostra anche uno studio del 2008  dell’Università di Verona, che ha rivelato come dal 1986 al 2007, in Italia,  nessun caso di presunto “rapimento” di bambini non rom da parte di rom e sinti  si sia concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona.  Malgrado ciò nei giorni scorsi le forze dell’ordine hanno effettuato controlli  all’interno dei campi di Salone e Castel Romano – a Roma – e chiesto i  certificati di nascita di alcuni bambini.

Nessun bimbo “non rom”, dunque, è stato mai trovato nelle mani delle  comunità rom e sinte. Ma se fosse vero il contrario? Se fossero le  istituzioni a sottrarre i bambini rom alle proprie famiglie affidandoli in  adozione alle famiglie della società maggioritaria? La tesi, presentata a Roma  dall’Associazione 21 Luglio, è spiegata in un  dossier dal titolo “Mia madre era rom” (versione integrale in calce  all’articolo) che analizza in maniera scientifica la situazione dei minori rom,  a Roma e nel Lazio, che oggi non vivono più presso le proprie famiglie. “Dalla  ricerca – spiega l’Associazione 21 Luglio – realizzata in collaborazione con la  Facoltà di Antropologia culturale dell’Università di Verona, emergono dati  allarmanti, che mettono in risalto un flusso sistematico e istituzionalizzato di  minori dalle famiglie rom a quelle non rom in attesa di adozione, “giustificato”  dalle precarie condizioni abitative alle quali le comunità rom e sinte nel Lazio  sono costrette dalle politche locali in atto”. Condizioni abitative, va  sottolineato, che sono state indotte a seguito del Piano Nomadi della Giunta  Alemanno. Gran parte dei campi rom, infatti, sono di proprietà comunale.

Spiegano i ricercatori dell’Università di Verona: “L’indagine  quantitativa ha mostrato come dal 2006 al 2012 sia stato segnalato al  Tribunale Minorile il 6% della popolazione rom minorenne, ovvero 1 minore rom su  17. La percentuale scende drasticamente, allo 0,1%, per quanto riguarda i minori  non rom, nel cui caso è stato dunque oggetto di segnalazione 1 minore su 1000.  Lo studio indica come negli anni menzionati sia stata aperta una procedura di  adottabilità – ovvero ci si è interrogati sull’opportunità o meno dell’adozione  – per 1 minore rom su 20 e per 1 minore non rom su 1000. Le dichiarazioni di  adottabilità – le sentenze che decidono in via definitiva che un minore sia dato  in adozione – riguardano poi 1 minore rom su 33 – ovvero hanno coinvolto il 3,1%  della popolazione minorenne rom laziale – e 1 minore non rom su 1250 – ovvero lo  0,08% della popolazione non rom laziale. La popolazione minorenne rom  costituisce lo 0,35% del totale della popolazione minorenne laziale, per cui,  dal 2006 al 2012, se le proporzioni fossero rispettate, i minori rom dichiarati  adottabili dovrebbero essere solo quattro. Al contrario di quanto si potrebbe  prevedere, le dichiarazioni di adottabilità sono 117, un numero circa 30 volte  maggiore rispetto a quello atteso. In altri termini, rispetto a un minore non  rom, un minore rom ha circa 60 possibilità in più di essere segnalato alla  Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, circa 50  possibilità in più che per lui venga aperta una procedura di adottabilità e  quasi 40 possibilità in più di essere dichiarato effettivamente adottabile”.

Ma ancora, gli studiosi affermano: “Emerge dalla ricerca come esista  una conoscenza estremamente lacunosa e un forte pregiudizio nei  confronti dei rom da parte delle figure professionali protagoniste dell’iter che  porta alle adozioni. (…) Si è riscontrato, sia da parte dei giudici che degli  assistenti sociali, un diffusissimo approccio culturalista alla questione rom:  la cultura rom diventa nelle parole dei giudici, dei PM e degli assistenti  sociali un bacino, uno spazio omogeneo e uniforme, popolato da figure tra  loro identiche e fortemente stereotipate tra cui spicca quella del rom dedito ad  attività criminali, illecite, violente, all’accattonaggio e allo sfruttamento  dei propri figli. Seppur le condizioni materiali e abitative in cui vivono i rom  vengano riconosciute come pregiudizievoli per i minori, tali condizioni vengono  imputate alla cultura rom e alla volontà dei genitori e raramente si riconosce  il ruolo delle politiche sociali sull’indigenza e sul  degrado abitativo in cui vivono molte famiglie rom.  Oggettivamente, le condizioni di molti “campi” sono inadeguate e ledono i  diritti dell’infanzia. Se però tale inadeguatezza è associata alla cultura rom e  non agli effetti delle politiche locali, sistematicamente volte ad accentuare il  disagio socio-economico dei rom, allora lo strumento di intervento diventa  l’allontanamento del minore dalla propria famiglia, culturalmente e  ontologicamente inadatta a tutelare l’infanzia.

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