la morte di Pedro Casaldàliga

La morte di Casaldaliga, profeta e poeta dell’Amazzonia

la morte di Casaldaliga, profeta e poeta dell’Amazzonia

A 92 anni scompare il missionario claretiano spagnolo che dal 1971 è stato vescovo della prelatura di São Félix do Araguaia, nal Mato Grosso brasiliano. Fu tra i primi a denunciare la violenza del latifondo sulla terra e le popolazioni indigene. Ma è stato anche poeta fecondo nel raccontare il Vangelo come liberazione dei poveri

 

Proprio mentre vive la durissima prova della pandemia il Brasile dei poveri – e l’Amazzonia in particolare – piange la morte di padre Perdo Casaldaliga, il vescovo dei poveri che per oltre 35 anni ha guidato prelatura di São Félix do Araguaia, nal Mato Grosso brasiliano divenendo una delle figure più rappresentative della teologia della liberazione. Ormai novantaduenne Casaldaliga era ricoverato già da qualche tempo in ospedale in gravi condizioni e oggi è giunta la notizia della sua morte.

Missionario claretiano originario della Catalogna, padre Pedro era arrivato in Amazzonia nel 1968 e tre anni dopo Paolo VI lo aveva nominato vescovo della prelatura di São Félix do Araguaia, una zona periferica della foresta grande quanto metà dell’Italia. A quel punto lui aveva trasformato la casa che abitava in mezzo ai poveri nella sua sede episcopale. Ma soprattutto aveva cominciato a fare proprio il loro grido: in quegli anni fece subito scalpore la sua prima lettera pastorale dal titolo eloquente “Una Chiesa nell’Amazzonia in guerra contro il latifondo e l’emarginazione sociale”. Un testo che già cinquant’anni fa parlava di quegli stessi temi che Papa Francesco ha voluto al centro del Sinodo per l’Amazzonia, tenuto l’anno scorso.

Denunce estremamente chiare dei mali dell’Amazzonia e delle ingiustizie nei confronti dei poveri, quelle di padre Pedro Casaldaliga, invise alla dittatura militare e motivo di tante minacce di morte nel corso della sua vita, proseguite anche dopo che nel 2005 per raggiunti limiti di età lasciò la guida della prelatura. In seno all’episcopato brasiliano è stato tra i fondatori della Commissione pastorale della terra (Cpt) e del Consiglio indigenista missionario (Cimi), gli organismi della Conferenza episcopale più impegnati in difesa dei contadini e degli indios.

Ma il timbro che ha reso ancora più forte la parola di Casaldaliga è stato quello della poesia trasformata in preghiera. La “Messa della Terra senza mali” – scritta insieme al poeta Pedro Tierra nel 1979 – è stato un testo che ha fatto epoca nel mondo missionario. «E’ il desiderio più profondo del cuore umano: vivere in una terra senza mali – recitava la sua introduzione -. E’ anche il progetto di Dio: il suo Regno. Prima di donarci un “cielo senza mali”, ci guida a trasformare il mondo in una “terra senza mali”. Quando la sofferenza antica si trasforma in speranza, quando i figli degli oppressori si riconciliano con i discendenti delle vittime, quando il passato oscuro diviene promessa di avvenire, allora nasce come canto e liturgia la “Terra senza mali”, la visione che ha consolato lungo i secoli il pianto di un popolo condannato allo sterminio».

A quei versi ne seguirono tanti altri. Lo stesso Papa Francesco al numero 73 dell’esortazione apostolica Querida Amazonia ha scelto di citarne alcuni tratti da Il tempo e la speranza (1986): «Galleggiano ombre di me, legni morti. Ma la stella nasce senza rimprovero sopra le mani di questo bambino, esperte, che conquistano le acque e la notte. Mi basti conoscere che Tu mi conosci interamente, prima dei miei giorni».

«Amato Pedro – scrive l’associazione che nell’Araguaia ne ha raccolto l’eredità annunciando la sua morte – dal profondo del nostro cuore rendiamo grazie per la tua vita “donata”; per la speranza “fiduciosa” che ci ha fatto e ci fa camminare; e per tutta la luce che ci hai dato in tutta la tua vita. Pieni di tristezza e di dolore, ti diciamo che le tue lotte sono le nostre; che il tuo cuore batte in ognuno di noi e che continueremo a cercare di vivere ogni giorno le cause che ci hai indicato. Sempre con speranza».

I funerali di padre Pedro Casaldaliga si terranno domenica 9 agosto presso il Centro Universitario Claretiano di Batatais nello Stato di San Paolo alle 15 ora locale (le 20 ora italiana). Saranno trasmessi anche in streaming a questo link




è morto dom Pedro Casaldàliga

Brasile

è morto all’età di 92 anni il vescovo Pedro Casaldáliga, noto per le sue battaglie per l’Amazzonia e la giustizia sociale

 

È deceduto poco fa a Batatais (Stato di San Paolo, Brasile) il vescovo Pedro Casaldáliga, 92 anni, prelato emerito di São Félix (Mato Grosso), appartenente alla Congregazione dei missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria (Claretiani). Le esequie, si legge in una nota della Prelatura, si terranno a Batatais domani, 9 agosto, alle ore 15. Successivamente il corpo sarà vegliato nel santuario dei Martiri e poi trasportato a São Félix do Araguaia, dove riceverà l’omaggio dei fedeli al centro comunitario Tia Irene, prima di essere sepolto.
Dom Casaldáliga, nato a Balsareny, in Catalogna, prelato di São Félix dal 1971 al 2005, è stato un vescovo molto conosciuto e punto di riferimento per le sue battaglie a favore dei diritti umani, dei diritti degli indigeni e del creato. Nel 1971 scrisse la coraggiosa lettera pastorale “Una Chiesa nell’Amazzonia in guerra contro il latifondo e l’emarginazione sociale”, nella quale denunciava mali più che mai attuali: l’accaparramento delle terre, le crescenti diseguaglianze, la sofferenza delle popolazioni locali.
Fu più volte minacciato di morte e di espulsione dal Brasile dall’allora dittatura militare. Può, dunque, essere considerato un precursore di quella sensibilità che ha dato vita al recente Sinodo per l’Amazzonia.




vangelo – conversione – coronavirus

spunti evangelici per la conversione

esistenziale, spirituale, pastorale

Ha detto: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Mt 4,19).
Non burocrati.

Ha detto: “Accumulatevi tesori nel cielo” (Mt 6,20).
Non immobili e Palazzi.

Ha detto: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mt 10,22).
Non ammirati e stimati socialmente.

Ha detto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
Non dietro compenso camuffato da offerte.

Il Vangelo rimane il miglior documento
per la conversione esistenziale, spirituale, pastorale.

Neanche la tragedia del Covid-19
è riuscita a farci scegliere
la transizione verso una Chiesa povera e dei poveri.
Allora, anche alla nostra generazione,
è applicabile il detto:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato
vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!” ( Lc 7,32).

Gesù ha diviso la storia in un prima e dopo di Lui.
Non esiste cambiamento più radicale.
Eppure, come cristiani, sembriamo paralizzati
nella ripetizione di ciò che è stato fatto ieri
e di come è stato fatto ieri.




il vangelo letto da una roulotte tra i rom – la teologa Cristina Simonelli

guardare il Vangelo dalle periferie.

la scelta di vivere in roulotte con i Rom

a proposito di Vangelo, di centro e di periferia


Daniele Rocchetti

Per più di dieci anni ci siamo incontrati quasi ogni giovedì mattina per la redazione di Evangelizzare, allora una delle riviste di catechesi più significative. Ci era stata presentata come patrologa, studiosa e conoscitrice dei Padri della Chiesa, ma subito ci siamo accorti che le piacevano le incursioni sui temi di attualità ecclesiale. Ogni volta con uno sguardo acuto e divergente, mai scontato.
Sto parlando di Cristina Simonelli, dal 2013 presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane e docente di Storia della Chiesa e Teologia Patristica in diverse Istituti e Facoltà Teologiche. Con Cristina, dopo la fine della nostra comune avventura editoriale, ci siamo rivisti qualche volta: a Molte Fedi, per una meditatio a Fontanella, e a Bose, in un paio di convegni di spiritualità. Ho letto con piacere il bellissimo articolo che ha scritto sull’ultimo numero di “Donne Chiesa Mondo”, l’inserto dell’Osservatore Romano, dove racconta, da par suo, i suoi trentacinque anni di condivisione profonda con donne e uomini sinti-rom.

Mettere alla prova il Vangelo nelle frontiere

“Sono entrata in un campo rom a 20 anni, un po’ per caso e un po’ per sfida, e ci sono rimasta 35 anni. Volevo mettere alla prova il Vangelo, nelle sue frontiere: perché se funziona lì allora funziona anche al centro, pensai. Quando lo dissi a mio padre, lui mi rispose: «Se Dio non esiste, voi siete perduti»: io perduta non mi sono sentita mai.

E’ il racconto di una vita di una ragazza degli anni Settanta,

“asimmetrica, terzomondista, resistente e di quel femminismo respirato per cui ritenevo di non dover essere autorizzata da nessuno”

Trentacinque anni sono una vita, eppure, scrive,

“ho passato quei 35 anni come un giorno, come un’ora di veglia nella notte, citando il salmo. In un lembo di terra in cui, rifatte le mappe, la vita comune è possibile, promessa di più pacifici universi di vita e di pensiero.
Anche le frontiere della comunità ecclesiale avrei voluto abitare permanentemente, perché la chiesa è in se stessa profondità e frontiera, e studiando la storia delle donne mi resi conto che alcune figure femminili partivano corpo a corpo col Vangelo, come se fossero autorizzate dal Vangelo. Quando mi sono chiesta perché, mi sono risposta che alla donna accade ciò che accade alle minoranze, anche se minoranze non sono: ma è la marginalità imposta che le accomuna e tramuta la quantità (siamo maggioranza) in qualità (siamo ritenute secondarie). A volte sembra che le donne, come i rom, siano oggetti che la chiesa tratta e non soggetti ecclesiali con pieni diritti. Non è così: cambiamo l’idea di centro e di periferia e si vedrà che siamo soggetti a pieno titolo”.

I rom, la mia rosa

Certo, quando è partita erano gli anni del dopo Concilio, dell’entusiasmo di una fede che doveva essere “gridata con la vita”, che aveva i perimetri del mondo. Come è accaduto a tanti in quegli anni, Cristina voleva partire per l’Africa, ai rom non ci pensava ancora.

“Li vedevo per strada e mi colpivano per la loro estraneità e quella loro fierezza, ma niente di più. Ora, a chi mi chiede sempre e soltanto questo, la mia vita con i rom, rispondo, come faceva un’amica, con un brano di Saint Exupery: «Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola è più importante di tutte voi perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi e vantarsi o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa». Sì, loro sono la mia rosa.”

Il principio della mula. Quella di don Abbondio

E dunque la scelta di andare a vivere nel campo rom, ad abitare in una roulotte. Lì a poco a poco matura la scelta di studiare teologia.

“Anche nella teologia, tradizionale dominio maschile, sto bene ma mi sento pure un po’ fuori posto: è un mondo che mi consente di incrociare linguaggi diversi, persino molto stimolante, tanto da apparirmi una sorta di principio euristico, un modo di stare al mondo, di abitare la città e anche la chiesa, secondo il principio della mula: «La mula (…) pareva che facesse per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori e a metter proprio le zampe sull’orlo; e don Abbondio vedeva sotto di sé, quasi a perpendicolo, un salto o, come pensava lui, un precipizio. “Anche tu — diceva tra sé alla bestia – hai quel maledetto vizio d’andare a cercare i pericoli, quando c’è tanto   sentiero”».

L’intolleranza e il razzismo coinvolgono anche le Chiese

“Ho calpestato queste terre, ho abitato questi mondi, per comprenderli. E ho condiviso la vita, le nascite, i matrimoni, le difficoltà, i pregiudizi. Sono loro, i rom ma soprattutto le donne, le romnia , le principali vittime della discriminazione; con loro e per loro attraversi un’altra frontiera che è quella del razzismo perché morte le streghe, morto l’antisemitismo, forse, sono rimaste le zingare rapitrici a nutrire le isterie di cui la società ha bisogno e di cui l’alterità interpretata come minacciosa è stata sempre ottima fornitrice. L’intolleranza e il razzismo non sono scomparsi, e coinvolgono anche le chiese.”

Un’idea diversa di centro e di periferia

Finito di leggere l’articolo, mi è tornata alla mente una battuta che mi fece una volta don Tonino Bello quando gli chiesi se non sentiva un vescovo “anomalo”. Mi rispose di no, soggiungendo subito che “bisogna poi vedere che cosa significa essere anomalo. Introdurre in casa i poveri per farli dormire d’inverno, è anomalo per un vescovo, o non è anomalo il contrario?” Come a dire che il Vangelo ha un concetto, diverso dal nostro, di centro e di periferia.
E da dove sei lo leggi e lo comprendi in modo diverso. Ricordiamocelo, noi che solitamente lo leggiamo dal centro e seguendo il buonsenso. Non è l’unico osservatorio e forse neanche il più privilegiato.




Lampedusa dopo sette anni: la cultura del benessere secondo papa Francesco

messa a 7 anni da visita a Lampedusa

il papa:

è Dio che ci chiede di poter sbarcare


7 anni dopo la sua visita nell’isola siciliana il Papa nella Messa a Santa Marta:

“La Libia è un inferno, un lager. Ci danno solo una versione distillata. Nessuno può immaginare cosa si vive lì”

 

è Dio “che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare”

Così si è espresso il Papa nell’omelia della Messa dedicata ai migranti, nel settimo anniversario della sua visita a Lampedusa.

“La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”.

Sono passati sette anni dalla visita di papa Francesco a Lampedusa e da quella domanda rivolta all’umanità nella Messa celebrata al campo sportivo dell’isola nel cuore del Mediterraneo: «Dov’è tuo fratello?, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi». Una domanda che risuona ancora oggi, dopo quel viaggio durato poche ore che però è considerato – come ricorda anche l’Osservatore Romano – in qualche modo “programmatico” per il Pontificato di Francesco. Lì, nella punta Sud dell’Europa, il Papa ha mostrato cosa intenda quando parla di “Chiesa in uscita”. Ha reso visibile l’affermazione che la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. In mezzo ai migranti fuggiti dalla guerra e dalla miseria, ha fatto toccare con mano il suo sogno di una “Chiesa povera e per i poveri”. E ancora a Lampedusa parlando di Caino e Abele, Francesco aveva anche posto in primo piano l’interrogativo sulla fratellanza.
“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”: ha citato questo versetto del Vangelo di Matteo Francesco per sottolineare che questo vale “nel bene e nel male! Questo monito risulta oggi di bruciante attualità. Dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza che facciamo tutti i giorni. Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti”. La Libia è un “inferno”, un “lager”, di cui “ci danno una versione ‘distillata’. La guerra sì è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione. E questa gente veniva soltanto con la speranza e di attraversare il mare”.

E nel finale l’invocazione alla Madonna: “La Vergine Maria, Solacium migrantium, ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo”.




una teologa che si è formata tra i rom

Cristina Simonelli
la teologa che ha vissuto con i Rom

Ha scelto di studiare proprio grazie all’esperienza nell’accampamento e ci racconta: “Ho capito che le vite di tutti sono appelli di Dio e insieme aiutano a interrogare il Vangelo”. Per questo nei suoi studi continua a prediligere i “temi scomodi”

“Ultimi chi?” La teologa Cristina Simonelli presidente del Coordinamento teologhe italiane, ha vissuto dal 1976 al 2012 in un campo Rom, prima a Lucca, poi a Verona, e di approcci alla “questione Rom” ne ha incontrati di tutti i tipi. Per questo è molto critica sia verso l’atteggiamento di chiusura, “espresso anche da tanti preti e laici che condividevano quel disprezzo rispetto al quale papa Francesco ha chiesto perdono durante il viaggio in Romania lo scorso giugno”, sia verso il “buonismo”, “estremamente dannoso “, perché ancora una volta ha a che vedere con il guardare dall’alto in basso. “Le persone non vogliono la nostra compassione, ma la sua trascrizione nella simpatia e nella stima “, spiega Simonelli. Al campo non abbiamo mai lavorato “per”, ma sempre “con”, sia che si trattasse di dove posizionare le piazzole, che di questioni sanitarie o scolastiche”.

COMUNITA’ IN ROULOTTE

Cristina ha vissuto in comunità con altre laiche e un prete diocesano, costituendo il “Gruppo ecclesiale veronese fra i Sinti e i Rom”, con mandato del vescovo. In quegli anni e fino a poco tempo fa la pastorale dei Rom in Italia era condotta da un gruppo molto affiatato di uomini e donne, laici, religiosi e preti: tutte persone che vivevano in roulotte, con un referente nazionale (si sono succeduti don Mario Riboldi, don Francesco Cipriani, don Piero Gabella, don Federico Schiavon), pure provenienti dal mondo delle carovane. Era qualcosa di nuovo, di comunitario, ma con alle spalle spiritualità “provate”. “Venivamo da esperienze diverse, io dall’ambiente missionario, altri dal francescanesimo o dalla spiritualità di Charles de Foucauld, ma eravamo stati tutti formati dal concilio Vaticano II e dai movimenti terzomondisti e dell’America Latina. Era una stagione di grande fermento culturale, civile, politico, e anche di Chiesa. Credevamo fermamente che un altro mondo era possibile. Ma “l’evangelizzazione doveva partire dai piedi””.

VOCAZIONE PER LO STUDIO: TEOLOGIA E VITA, COSÌ CRISTINA SIMONELLI SE N’È INNAMORATA

Dopo dieci anni di vita al campo, gli amici della comunità propongono a Cristina gli studi di teologia. “All’inizio non ne volevo sapere. I teologi mi sembravano astrusi, sparatori di frasi astratte, lontani dalla vita reale nella quale io ero profondamente immersa. Poi la teologia mi ha conquistata, l’ho trovata un luogo di riflessione critica, di profondità, che andava molto d’accordo con quello che facevamo”.
Negli anni Ottanta lo studio teologico San Zeno di Verona incoraggiava la presenza delle donne. Cristina inizia come uditrice, poi studentessa a Verona e Firenze, quindi la laurea e il dottorato a Roma. Dal 1997 insegna Patristica a Verona e Milano. Un percorso insieme formativo, professionale e personale. “Sono credente da cristiana in senso ecumenico e praticante nella Chiesa cattolica. Sono convinta che fede ed esodo (il tema di un documento ecumenico del Gruppo di Dombes) vadano insieme. Dio è un Altro o un’Altra che per brevità chiameremo Dio, come ben si esprime la filosofa Luisa Muraro e ci attende, ci chiama, ci convoca sempre oltre, anche oltre i confini. Una nostra collega americana, Mary Boys, suggerisce che più si va in profondità nella propria appartenenza, alle radici spirituali, più i confini della separazione diventano sottili e trasparenti. La teologia aiuta a porre domande, a non scambiare piccole convinzioni con le grandi questioni del Vangelo. Ma non da sola: la vita, le vite di tutti sono appelli di Dio e insieme aiutano a interrogare il Vangelo, che può dare così gemme che in astratto non si trovano. La preghiera di tutto questo è il respiro, ma fatta corpo, fatta mani, fatta pane, sia nel rito che nella vita”.

DONNE E CHIESA

Sebbene lo spazio delle donne nella Chiesa rimanga una questione dibattuta, qualche passo avanti è stato fatto. “Premetto che, per quanto mi riguarda, la questione dei ruoli non è prioritaria. A me stanno a cuore più la pace, la giustizia, la possibilità di una vita migliore per tutti, anche dal punto di vista evangelico teologico: questa è per me la questione femminile, in primo luogo. Tuttavia, in questi miei quarant’anni di vita adulta, qualche cambiamento è avvenuto. Ne è prova la presenza sempre maggiore di donne teologhe. Dal 2013 presiedo il Coordinamento delle teologhe italiane (iniziato nel 2003 da Marinella Perroni) e anche quest’anno per l’assemblea ho mandato 150 convocazioni.
Cominciamo a essere un soggetto riconosciuto nella parola, anche se da qualcuno ancora guardato con sarcasmo. Siamo un gruppo ecumenico e le nostre socie hanno ruoli diversi nelle Chiese di appartenenza, molte sono pastore, mentre nella Chiesa cattolica non è in agenda neanche il diaconato femminile, perché è forte la resistenza di ambienti soprattutto clericali. Io credo che sia importante tenere aperto questo dibattito, focalizzandolo su che cosa impedisce che le donne possano essere ordinate diaconesse. Bisogna stanare i motivi di questa fobia. Papa Francesco sulla questione femminile ha scelto la via del discernimento, che probabilmente è un processo più radicale, ma è lungo. Una riforma istituzionale ormai va fatta: il Diritto canonico sul diaconato permanente degli uomini è cambiato, quindi può cambiare ancora. Lo spazio delle donne nella Chiesa non è un problema solo delle donne, ma di tutta la Chiesa”.

CRISTINA SIMONELLI SU GENDER E OMOFOBIA: NUOVE PAURE

Ma le fobie ai giorni nostri sono in aumento, e Cristina con i “temi scomodi” si sente a proprio agio. “Lavorando sul gender, rispetto al quale è stata montata una campagna totalmente fuorviante, mi sono scontrata con un odio nei confronti delle persone omosessuali, che se prima non era un mio tema, d’ora in poi lo sarà per sempre. La Chiesa prima o poi arriverà a chiedere perdono anche per l’omofobia dilagante. Ancora oggi il parroco che decida di approntare una pastorale Lgbt lo paga molto pesantemente “. Questo clima di odio, riflette, ha avuto un momento significativo nel Congresso di Verona dello scorso marzo che, “con i proclami a difesa della famiglia, mirava a rifare una “verginità cattolica” ad ambienti che si possono definire nazisti, finanziati da lobbies internazionali. Ma la realtà è diversa e migliore, e in molti abbiamo affermato che essere cattolici è un’altra cosa”.

CHI È LA TEOLOGA CRISTINA SIMONELLI

Esperta della Chiesa antica, Cristina Simonelli insegna Patristica, la branca della teologia che studia il pensiero dei padri della Chiesa, i grandi maestri dei primi secoli dell’era cristiana, su cui si fonda buona parte della dottrina. Tra i più importanti si ricordano: sant’Ignazio d’Antiochia, sant’Ambrogio, sant’Agostino e san Girolamo.

di Romina Gobbo
https://www.famigliacristiana.it/articolo/cristina-simonelli-la-teologa-che-ha-vissuto-con-i-rom.aspx




J. Sobrino e la pandemia

 

cosa si pensa e come si parla di Dio nella pandemia
Jon Sobrino 

 da: Adista Documenti n° 24 del 20/06/2020

Il segretario generale delle Nazioni Unite ha dichiarato due mesi fa: «Questa è la sfida più grande che abbiamo affrontato dalla Seconda Guerra Mondiale». Quindi, secondo le sue parole, la maggiore crisi che ha avuto luogo sul pianeta in quasi un secolo. Il suo accento è caduto sulle vittime: «I più vulnerabili (donne e bambini, disabili, emarginati e sfollati) pagano il prezzo più alto. I rifugiati e altri sfollati per conflitti violenti sono doppiamente vulnerabili». E ha avanzato due richieste: «Mettere fine alla malattia della guerra e lottare contro la malattia che sta devastando il nostro mondo».

Affinché queste parole ci scuotano come dovrebbero, è bene ricordare che il numero di vittime della Seconda Guerra Mondiale è stato calcolato tra i 55 e i 60 milioni. E, per capire fino a che punto possa arrivare l’orrore di una pandemia – ovviamente sperando che ciò non avvenga –, bisogna considerare che, nel 1918-1919 la cosiddetta Spagnola causò almeno 50 milioni morti e circa 500 milioni di persone contagiate, un terzo della popolazione mondiale. La pandemia è un male particolare. È un orrore. In un primo momento può generare un timore paralizzante, ma, soprattutto, produce indignazione e dolore, ed esige l’impegno a trovare una soluzione finché non sia scomparsa del tutto. Non si deve dimenticare. E non produce alcun bene ignorare il suo orrore recitando il Padre nostro: liberaci dal male, libera nos a malo. Nel giorno in cui sto scrivendo, 15 maggio, nel mondo si riportano 4.477.351 contagiati, 303.389 morti, 1.606.796 guariti. In El Salvador 1.112 contagiati, 23 morti, 405 guariti. Nella stampa salvadoregna si legge in questi giorni: «Un milione e mezzo di persone protestano per non aver ricevuto i 300 dollari». «La miseria colpisce il centro di San Salvador ». «La quarantena porta le famiglie a chiedere cibo». «Negli ultimi quattro giorni sono state assassinate 19 persone». «Per la fine dell’anno si potrebbero perdere fino a 1.200 milioni di dollari». «A rischio 20.000 posti di lavoro». E così via. E soprattutto situazioni psicologiche di insicurezza totale, dolore senza consolazione, sfiducia paralizzante, separazione all’interno delle famiglie… Voglio terminare affrontando un tema di cui oggi penso che non si parli molto. È il tema di Dio, “la questione Dio”. Non è la questione della religione, né quella della Chiesa o delle Chiese. Neppure la questione di Gesù Cristo. Forse il lettore rimarrà sorpreso. Ma spero comprenda la mia decisione di parlare di questo tema, spero con onestà e lucidità e sicuramente con il desiderio che porti del bene. Farò, allora, alcune riflessioni su Dio, e più in concreto su come si sta pensando e si sta parlando di Dio oggi. E terminerò con una riflessione personale su Dio, anche in tempo di pandemia.

Una questione con una lunga storia

Nel corso della storia, in diverse culture e religioni, si è pensato a Dio in differenti modi. Ma l’esistenza del male, di qualcosa di cattivo o di molto cattivo, ha spesso condotto a pensare a Dio in maniera particolare. Certamente ciò è dipeso da catastrofi come Auschwitz o il terremoto de Lisbona. In tali riflessioni sorge solitamente quello che è stato chiamato il problema di Dio e che io, più pacificamente, definisco la questione di Dio. In qualunque caso, è Dio a venir fuori, ed è comprensibile.

Il tema è complesso e per nulla facile da trattare. Ma è importante rendersi conto ed essere coscienti di cosa ne è di Dio e di cosa resta di Dio in questa lunga storia di modi di pensare e di dibattere. A seguire, senza molte spiegazioni, mi fermerò a constatare i diversi modi in cui si è parlato e si parla di Dio soprattutto in tempi difficili. Il lettore noterà la grande varietà di modi di parlare e di pensare, che possono giungere anche a contraddirsi. Nel prossimo paragrafo, non esprimerò giudizi su questi modi diversi, mi limiterò a prenderne atto.

Un po’ di storia. Dov’è Dio, che fa e che non fa. Il terremoto di Lisbona

Avvenne nel 1755, producendo un’enorme distruzione. Nel ricordarlo, in questi giorni qualcuno ha scritto, e a mio giudizio non senza ragione, che quello di Lisbona «sarebbe stato solo un altro terribile terremoto… se non fosse che ebbe un impatto più sulle menti che sui corpi». In effetti, questo terremoto ha fatto sì che il pensiero razionale soppiantasse il dogmatismo più rigido. Non avvenne in maniera automatica. I pensatori cattolici dell’epoca (quasi tutti lo erano) seguivano le idee di Leibnitz, secondo cui, se compie la volontà di Dio, l’essere umano «vive nel migliore dei mondi possibili».

Se qualcosa va male in questo mondo, sarà stato per volontà di Dio, ma come castigo per il male commesso dagli esseri umani. Voltaire, tra gli altri, si oppose a questa giustificazione di Dio, a questa teodicea.

Il dilemma di Epicuro

Tornando al terremoto di Lisbona, l’implicazione più importante fu quella di interrogarsi su Dio con libertà, quale che fosse la conoscenza a cui tale libertà avrebbe condotto, con ciò sollevando un dubbio su Dio e, più concretamente, su un Dio al tempo stesso potente e buono. Si tornava così al dilemma attribuito fin dall’antichità a Epicuro, riguardo all’esistenza di un Dio che è buono, che non vuole il male e che ha il potere di evitare il male. Dinanzi a quanto avviene nel mondo, la conclusione obbligata sarebbe la seguente: “Se Dio è buono non è onnipotente. E se è onnipotente non è buono”.

Con questa logica Epicuro non dimostrava la non esistenza di Dio, ma poneva radicalmente in discussione attributi di Dio ritenuti evidenti per secoli: la sua onnipotenza e la sua bontà, il suo amore nei confronti degli esseri umani.

Nel corso della storia, grandi pensatori – come Tommaso d’Aquino con le sue vie per arrivare a Dio – hanno cercato di dimostrare l’esistenza di Dio, pur ammettendo i mali di questo mondo. E specificamente si sono sforzati di dimostrare che Dio non è responsabile di tali mali. Ora è sufficiente ricordarlo. La ragione rimane, o può rimanere, in pace. Ma può anche restare inquieta.

Terremoti, terrorismo e barbarie in tempi vicini

Nel 2002, su richiesta della casa editrice Trotta di Madrid mi posi, in un piccolo libro intitolato Terremoto, terrorismo, barbarie y utopía, l’interrogativo su dove sia Dio: alcune riflessioni – poi riproposte nel 2003 in un libro della Uca Editores – a proposito delle catastrofi che avevano avuto luogo in quei giorni. In El Salvador, il 13 gennaio del 2001, c’era stato un forte terremoto. A New York, l’11 settembre dello stesso anno, aveva avuto luogo l’attentato alle torri gemelle. L’Afghanistan viveva anni di terrorismo. E per onestà, con la speranza che pure vedevo, aggiunsi una riflessione sull’utopia.

La preghiera e l’eccesso di credulità

In Paesi come El Salvador, tanto in mezzo alle serie difficoltà della vita quotidiana come ora nella catastrofe del coronavirus, Dio è invocato assai spesso dai poveri e anche dai preti. Si chiede a Dio che ci aiuti, risani, conforti e consoli i contagiati e tutti coloro che sono in stato di bisogno. Gli si chiede anche di mantenere in forze, e in vita, quanti se ne prendono cura. E di premiarli.

Ma con o senza pandemia, penso che la questione della fede in Dio non venga solitamente affrontata come un problema importante. Più concretamente, nel mondo dell’abbondanza molti possono vivere tranquillamente senza occuparsi di Dio, del fatto che ci sia o meno. E, non ponendosi il problema, neppure si preoccupano molto di dimostrare la sua esistenza. Prima c’erano atei che si interrogavano sulla responsabilità di Dio nei mali di questo mondo, concludendo: “la giustificazione di Dio è che non esiste”. Ora non è più dato ascoltare tali ironie. Con o senza catastrofe, la teodicea, che letteralmente significa “giustificazione di Dio”, oggi non è più così importante. Né credo che se ne parli qualche volta nelle chiese, nelle aule dei seminari, nell’infinità di riunioni dell’infinità di movimenti delle Chiese.

Abbandono di Gesù sulla croce da parte di Dio

Personalmente, è da anni che non mi attraggono le liturgie che parlano molto del potere di Dio e che insistono ripetutamente e unilateralmente sulla sua bontà e sulla sua misericordia. In questi giorni abbiamo potuto ascoltare che Dio ci accompagna sempre, che possiamo sempre riporre in Lui la nostra speranza, che Dio non ci inganna mai.

Permettetemi una digressione. Nel Vecchio Testamento Dio ha potere, che usa solitamente a favore del popolo eletto e a volte contro di esso, se non si comporta bene. Molto spesso sconfigge i nemici di Israele, molti dei quali a volte vengono distrutti. Nel Vecchio Testamento però appaiono anche altri modi di procedere da parte di Dio. I canti del servo di Isaia presentano un Dio il cui potere non consiste nello schiacciare e il cui servo è portatore di salvezza non distruggendo l’avversario ma lasciandosi sconfiggere da esso.

L’abbandono di Dio

Alcuni giorni fa, nell’eucarestia celebrata da papa Francesco nella cappella di Santa Marta è risuonato il salmo 22 con il noto lamento: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », così come viene raccolto dal vangelo di Marco. Papa Francesco, a modo suo, ha affrontato tale questione nella sua omelia. E si è chiesto cosa faccia Dio dinanzi a tanta sofferenza.

Da molti anni ho l’impressione che nella teologia, nella liturgia e non so se anche nella pastorale, parlando della morte di Gesù, si sorvoli assai rapidamente sul racconto di Marco – e poi di Matteo – in cui Gesù muore con il lamento del salmo 22 sulle labbra. Con maggiore facilità si affronta il racconto di Luca, in cui Gesù muore recitando un altro salmo, più fiducioso, dicendo «nelle tue mani affido il mio spirito». E meno problemi offre il vangelo di Giovanni, in cui Gesù muore con una certa solennità, padrone di se stesso, dicendo: «tutto è compiuto». Di fatto, Gesù ha dovuto morire senza pronunciare parole, se non con un grido per l’asfissia provocata dal fatto di essere in croce. Grido che menzionano tutti i sinottici.

Penso anche che si parli con grande facilità del fatto che l’orrore della croce di Gesù esprima l’amore infinito di Dio. Il Padre ha sacrificato suo figlio Gesù, non lo ha risparmiato. E così siamo stati salvati. Poi lo ha esaltato e lo ha reso Signore per essersi consegnato a una morte in croce.

Dinanzi all’orrore della croce non mi pacificano queste affermazioni, né mi pacifica il riferimento alla resurrezione di Gesù come una specie di lieto fine. Con questa inquietudine dinanzi alla facilità con cui si evita di affrontare il tema di Dio e della croce, già molti anni fa scrissi un breve articolo sulla rivista Sal Terrae dal titolo “Il risorto è il crocifisso”. Il risorto è la dimensione trascendente e il crocifisso è quella storica. E sono più incline a intendere il trascendente partendo assai esplicitamente dallo storico che viceversa.

Queste riflessioni non sono di grande attualità, e non è facile, almeno per me, svilupparle. Ma non posso evitare di pormi tali questioni. Possono stranire o almeno sorprendere. Possono disgustare. Ma le pongo sul tappeto perché, in definitiva, l’inquietudine che possono produrre può generare a sua volta una pace diversa, maggiore, più calma.

Il Dio crocifisso di Moltmann

È il titolo di un libro di Jurgen Moltmann. Quando i gesuiti vennero assassinati alla UCA, portarono il cadavere di Juan Ramón Moreno nella mia stanza che era vicina, poiché io mi trovavo in Thailandia. Nel trambusto, dallo scaffale della mia stanza cadde il libro di Moltmann Il Dio crocifisso e rimase impregnato del sangue di Juan Ramón. Inviai a Moltmann una foto del suo libro insanguinato. Alcuni anni dopo venne a visitarci. Nella Sala dei Martiri si fermò a guardare il suo libro insanguinato, e terminò la sua visita nel Giardino delle rose, dove rimase a lungo.

Il grande contributo di Moltmann è quello di affermare che Dio è toccato dalla sofferenza. Lo ha dimostrato con audacia e – a mio giudizio – con sufficiente lucidità. Onnipotente o no, Dio è toccato dalla croce. E l’enigma della croce di Gesù non si chiarisce, non si trasforma in mistero, facendo appello alla resurrezione.

Precedentemente, Moltmann già era diventato famoso per un altro libro intitolato Teologia della speranza. Tuttavia, sotto l’impatto di un Dio crocifisso introdusse la croce nella sua teologia della speranza. «Non ogni vita è motivo di speranza, ma sì lo è la vita di chi per amore si è preso carico di una croce ». Personalmente, trovo assai illuminante questo modo di esprimere la speranza che proviene da Gesù.

Il Dio crocifisso di Dietrich Bonhoeffer

Al lettore di Carta a las Iglesias credo che Bonhoeffer non sia molto noto. È stato un pastore della Chiesa luterana e un grande teologo. È stato tra i primi a parlare di secolarizzazione ed è diventata famosa la sua frase che bisogna vivere etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Ed è stato un martire la cui figura appare ora sulla facciata della cattedrale di Westminster insieme a quella di monsignor Romero. Il 9 aprile si è celebrato il 75.mo anniversario della sua morte in un carcere di Berlino. Dopo aver partecipato a un complotto, fallito, per eliminare Hitler, Bonhoeffer fu arrestato e impiccato su esplicita richiesta di Hitler. In prigione, il 18 luglio del 1944, scrisse questi versi: «Gli esseri umani nel loro dolore arrivano a Dio, implorano aiuto, chiedono felicità e pane, che salvi dalla malattia, dalla colpa e dalla morte i loro cari. Questo lo fanno tutti, tutti, tutti, cristiani e pagani. Gli esseri umani si avvicinano a Dio nel dolore di Dio, e lo trovano povero, insultato, senza difese, senza pane, lo vedono vinto e morto per il nostro peccato, oh, Signore!».

I cristiani rimangono con Dio nella passione

Quando molti anni fa lessi questi versi in classe, scese un silenzio come non ne ricordo altri. Neppure quando ricordavo che Dio aveva resuscitato suo Figlio si creava un simile silenzio. Per parlare cristianamente della relazione tra le vittime e Dio, mi pare importante relazionare entrambe le realtà a una pericoresi, compenetrazione. Significa che bisogna porre Dio nelle vittime: divinizzazione delle vittime. E che bisogna porre le vittime in Dio: vittimizzazione di Dio.

La novità dei martiri della pandemia

Questa novità si rivela chiara soprattutto nel popolo crocifisso generato dalla pandemia, la quale non è derivata dalla volontà umana, ma dalla natura, come i terremoti. E le cui vittime possono superare in numero quelle di altre catastrofi prodotte della volontà umana. E tale novità è chiara anche nei martiri gesuanici, le persone che, per prendersi cura dei contagiati, soffrono disagi, stanchezza, problemi, malattia e morte: familiari, personale medico e infermieristico, religiose, preti, volontari e volontarie.

Solo un dato. In Italia la notizia del coronavirus ha cominciato a pesare sul clero il 15 marzo. Molti preti hanno iniziato ad aiutare i contagiati in diversi modi. In due-tre settimane circa 60 di loro sono morti. Personalmente mi ricordano san Luigi Gonzaga. Molti anni fa ce lo ponevano come modello di giovane gesuita per le sue virtù, insistendo sulla castità e sulla modestia. Anni dopo venni a sapere che era morto a Roma il 21 giugno 1591 a 23 anni per essersi preso cura dei malati di peste.

L’eredità dei martiri della pandemia

Penso che l’eredità di questi martiri sia la stessa di tutti gli esseri umani che hanno perso la vita innocentemente. Alcuni di loro, i martiri gesuanici, sono stati uccisi per essersi presi cura dei bisognosi, per aver difeso gli oppressi, le vittime della repressione. Tutti questi martiri proclamano l’ovvia verità di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i fratelli» (Gv 15,13). Il martirio si relaziona primariamente all’amore, e ai suoi derivati fondamentali. Oggi, alla giustizia e alla dignità. E si relaziona primariamente al sacrificio dei martiri, unificando nel modo migliore l’amare e il dare la propria vita. E in un’altra maniera ciò avviene anche con i popoli crocifissi. Ho scritto che in loro c’è stata una santità primordiale.

Come Dio passa per questo mondo. Passa con ciò che è insolito

In questi giorni di coronavirus l’ambiente religioso pullula di parole e di scritti su cose strane, su cose che non avvengono nella quotidianità: ricordi di apparizioni celesti, di uomini, donne, bambini e bambine, soprattutto, a cui è stato concesso di vedere e di fare prodigi impossibili al resto dei mortali. E non manca chi in questi giorni ha visto una luce tra le nuvole trasformata in una croce.

Qui in El Salvador, il 13 maggio, giorno della vergine di Fatima, una sua immagine ha percorso il territorio nazionale in elicottero. Il tragitto si è prolungato per più di sei ore. Lo hanno organizzato gli Araldi del Vangelo. «Ci è sembrato interessante e speciale festeggiare, perché la Vergine benedica le persone contagiate e non contagiate di tutto il Paese». Il sacerdote responsabile ha espresso il desiderio che i salvadoregni ricevessero le loro benedizioni dal cielo e la cura miracolosa per questa malattia. Sembrano sognare e desiderare che Dio passi per questo mondo di pandemia come non lo ha fatto quando passò per questo mondo con Gesù di Nazaret.

«Con monsignor Romero Dio passò per El Salvador»

Ma il passaggio di Dio non è stato sempre visto in questa maniera esotica, bensì in un’altra assai diversa. «Con monsignor Romero Dio passò per El Salvador», disse Ellacuría. E spiegò molto bene ciò che voleva dire. «Monsignore fu un inviato, non un mero prodotto delle nostre mani. Diventò – non per tutti ugualmente – il grande regalo di Dio, e un regalo molto speciale». E proseguì: «I saggi e i prudenti di questo mondo, ecclesiastici, civili e militari, i ricchi e i potenti di questo mondo, dicevano che faceva politica. Ma il popolo di Dio, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i puri di cuore, i poveri con spirito, sapevano che tutto questo era falso. Mai avevano sentito Dio così vicino, lo spirito così evidente, il cristianesimo così vero, così pieno di grazia e di verità».

Permettetemi un’ultima digressione. Recentemente ho pubblicato un libro in cui ho parlato della mia oscurità dinanzi a Dio, negli Stati Uniti e in Germania, lunga circa dieci anni, senza trovare pace. Però, di ritorno a El Salvador, apparvero i poveri e apparvero i martiri, i martiri gesuanici e il popolo crocifisso. E Dio si affacciò. In questi poveri e in questi martiri Dio non si mostrò con evidenza, come un raggio di luce, né come la solidità della roccia. Tuttavia, con il permesso di san Giovanni della Croce, – e senza la sua altezza poetica – rimase in me «un non so che» che continua ad affacciarsi. Che si senta Dio così vicino, lo spirito così reale e il cristianesimo così vero, questa è l’eredità dei martiri. Questa è l’eredità di coloro che sono vissuti e sono morti come Gesù. Ed è l’eredità del popolo crocifisso che vive più poveramente di Gesù.

Con pandemia o senza pandemia, con questi uomini e queste donne, con il nostro fratello Romero, Dio passa per El Salvador.




contro il cardinale Viganò – lettera di suor A. Potente

lettera aperta a monsignor Carlo Maria Viganò

Siamo profondamente indignate per le parole che lei, cristiano e vescovo, ha espresso in appoggio al presidente Trump, fautore di una politica che, in questi ultimi mesi, si è mostrata sempre più discriminatoria e violenta, sia nell’emergenza sanitaria, sia in questi ultimi fatti di razzismo.

Ci sembra che usare le Scritture per giustificare la politica violenta del presidente Trump è come dare le “perle ai porci” secondo le parole evangeliche: Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe (cfr. Mt 7,6). Il linguaggio che lei usa nel suo messaggio al presidente degli Stati Uniti (vedi lettera del 7 giugno 2020) per noi donne, cristiane e religiose domenicane, ci allibisce ma allo stesso tempo ci provoca a prendere le distanze e a denunciare l’ambiguità del suo pensiero e della sua posizione; trattandosi inoltre, di un linguaggio dualista e discriminatorio.

Non ci rassegniamo a pensare che un membro del Magistero della chiesa cattolica possa usare le Scritture per sostenere tale politica che va contro ogni principio evangelico. Avevamo già deplorato la sua richiesta di dimissioni di papa Francesco, ma ora ci sembra una vera e propria bestemmia usare il termine biblico “figli della luce” per dichiarare che Trump e anche lei e tutto il suo entourage, siete vittime di particolari complotti ecclesiali e sociopolitici. Negare l’evidenza di questi ultimi avvenimenti razzisti da parte di membri della polizia, appoggiati e difesi dallo stesso presidente Trump, lo reputiamo contrario al vangelo. I figli della luce, di cui lei tanto parla, sono coloro che nella luce camminano, vedono e con parresia denunciano ciò che vedono.

Sulle labbra di Gesù di Nazaret, dei suoi primi discepoli e discepole, non si è mai trovato beati i forti, i prepotenti, gli oppressori, ma beati gli umili, i miti, gli amanti della giustizia e della pace, pur nella precarietà della condizione umana e storica. Non riusciamo a comprendere come lei possa dimenticarsi di questo messaggio ed estrapolare il linguaggio giovanneo di luce e tenebre, per appoggiare un governo così violento come è l’attuale governo degli Stati Uniti. Violento in parole (basta vedere i messaggi del presidente Trump negli ultimi giorni) e in opere. E questo non solo all’interno degli Stati Uniti ma anche nella politica mondiale, nei rapporti internazionali, persino nel volersi appropriare di un vaccino che come ogni metodo di cura, dovrebbe essere patrimonio dell’umanità. Siamo davvero allibite, ma allo stesso tempo siamo fiduciose che questi rigurgiti di razzismo, che lei attribuisce -facendo una grande confusione- ai figli delle tenebre, non trovino spazio nell’animo umano e soprattutto in quello di donne e uomini che soffrono. Noi, donne religiose ci sentiamo davvero “figlie di Eva”, ma non secondo la metafora usata da lei. Anzi, pensiamo che certi atteggiamenti, così come il linguaggio che lei usa, non sono alimentati dai figli di Eva come lei dice, ma da una mentalità omofoba e dunque discriminatoria, come mostra il Presidente Trump da lei appoggiato. Sappia che anche noi preghiamo per Trump e per il suo Paese, ma non con la stessa intenzione da lei auspicata. Noi preghiamo come donne di fede, con le stesse parole che la vera tradizione biblica ci ha insegnato: chiediamo di collaborare perché gli umili e non i ricchi vengano esaltati; chiediamo che non esistano più potenti e prepotenti che umiliano e che distruggono la speranza dei popoli. Quindi preghiamo anche per Trump e anche per lei che dice di sostenerlo. Sia chiaro però, che noi stiamo dalla parte dei più deboli e oppressi certe che solo a loro è stata rivelata la sapienza che i dominatori di questo mondo non hanno potuto conoscere (cfr 1 Cor 2,8)




a proposito della defenestrazione di E. Bianchi dalla comunità di Bose

dietro il “mistero” di Bose

di Alberto Melloni
in “la Repubblica” del 28 maggio 2020

Per la chiesa italiana e per l’ecumenismo quella uscita la sera del 26 maggio non è una notizia: è una bomba – contenuta in un atto che ordina a Enzo Bianchi, di “separarsi” dal monastero di Bose di cui è fondatore. Il decreto è ad oggi ignoto, così come gli atti della visita apostolica da cui discende, le denunce che l’hanno preceduta. Si conosce solo un comunicato apparso sul sito di Bose (ma scritto in vaticanese) che dice poco e pone domande inquietanti. Ne cito quattro.

I) Nella prassi della Santa Sede si caccia da una casa religiosa chi si è macchiato di delitti turpi sostenuti da accuse e prove che oggi nessuno può o vuole più coprire.  Enzo Bianchi viene invece punito con l’esilio da Bose senza alcuna accusa infamante. Gli si imputa invece di aver esercitato “l’autorità del fondatore” in modo nocivo al “clima fraterno”: un “reato di caratteraccio” – definizione di un cardinale romano – che viene punito con una pena capitale e l’ordine di trasferirsi entro il 1° giugno a Praglia o a Bardolino o a Chevetogne. Ammesso che il clima fraterno fosse il punto, era col parricidio che Roma pensava di alleviare le tensioni a Bose?

II) Il provvedimento notificato all’ex priore è contenuto in un “decreto singolare” firmato dal cardinale Parolin il 13 maggio e approvato personalmente dal Papa “in forma specifica”: dunque un atto amministrativo mediante il quale vengono presi provvedimenti che “per loro natura non suppongono una petizione fatta da qualcuno” (can. 48). Eppure lo stesso comunicato del monastero allude a “serie preoccupazioni pervenute da più parti alla Santa Sede” relative a una “situazione tesa e problematica” a Bose. È dunque stato un pezzo di quella che un saggio vescovo italiano chiama la “faida vaticana contro Francesco” aver saputo usare la litigiosità monastica, la Segreteria di Stato e il Papa stesso per togliere di mezzo – come fu per l’allontanamento di don Dario Viganò dalla congregazione delle comunicazioni o del comandante Domenico Giani dalla Gendarmeria – persone vicine al pontefice?

III) La “visita apostolica” compiuta a Bose nell’inverno era ovvio che avrebbe portato a galla problemi e incertezze. Ma chi l’ha invocata o permessa ha capito che sarebbe stata usata per risucchiare Bose nella ordinarietà degli ordini e castrarne l’identità ecumenica? E si è chiesto quando padre Cencini, uno dei tre visitatori, è tornato a Bose per portare la sentenza è venuto come “delegato Pontificio ad nutum Sanctae Sedis, con pieni poteri” e dunque con la forza del successore di Pietro, laddove bastava il vescovo di Biella?

IV) Del provvedimento contro Enzo Bianchi nessuno ha prevenuto l’episcopato italiano e nessuno si è sentito in dovere di informare né il patriarca ecumenico né il patriarca di Mosca né le chiese con cui Bose aveva legami fraterni: ai primi questo dice che “nessuno è al sicuro”, come racconta qualche vescovo, e ai secondi si è offerta la versione più manesca del primato papale. C’è qualcuno che ha dimenticato di dire al Papa che Bose fa parte della storia di tutta della chiesa italiana ed è stato l’unico antidoto allo spiritualismo svenevole dell’ecumenismo italiano, si ami o detesti il profilo pubblico del suo ex priore? Questa tragedia, che fa stappare champagne agli integristi, va dunque catalogata insieme alle operazioni ecclesiastiche più sofisticate e tragiche del Novecento: perché con un solo spiedo ( agnosco stylum romanae curiae) infilza l’anomalia di Bose, il priore, l’ex priore, il mancato priore, l’ecumenismo, la terza loggia vaticana, i vescovi italiani, un lembo della tonaca del Papa e – per finire con una tocco di crudeltà – propone a Enzo Bianchi di andare in esilio nel monastero di Chevetogne, da cui il fondatore dom Lambert Beauduin, venne esiliato dal 1931 al 1951… Qualunque cosa accada di questa vicenda dolorosa bisogna dire che se qualcuno l’ha pensata, l’ha pensata bene. E se non l’ha pensata vien da chiedersi come diavolo ha fatto a riuscirci.




preoccupante analfabetismo religioso in Italia

 

Un italiano su 4 (il 26,4%) è convinto che la Bibbia sia stata scritta da Mosè, mentre il 20,4% ritiene che l’autore sia stato Gesù. Il 51,2% non sa chi ha dettato i dieci comandamenti, mentre solo il 14,3% conosce il sesto (“Non commettere atti impuri”). Un’ignoranza specifica che si intreccia con un’ignoranza molto più ampia, quella che porta a non conoscere la religione di Primo Levi (nel 39% dei casi) o a non aver mai sentito parlare di Martin Lutero (si va dal 49,5% del nord-est al 66, 3% del sud Italia). Eppure, soltanto il 15% degli italiani si dichiara ateo o non credente, mentre il 55% è interessato all’insegnamento di altre religioni e il 63,2 dice di essere favorevole all’apertura di moschee o altri luogo di culto.
Dov’è finito dunque quel 79% di cattolici che dovrebbe conoscere l’abc del proprio credo? In quella sorta di limbo che monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha definito nel corso della presentazione “fede light”, cioè un “frutto amaro ma evidente di un sentimento religioso che poggia su tracce cristiane infantilistiche, anche nel linguaggio e nelle immagini

Salvo Coco