il commento al vangelo della domenica

IL SOGNO DI PAROLE DI GIUSEPPE
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica della Santa Famiglia
Mt 2,13-15. 19-23
Le letture sembrano venire da un altro mondo.
Il Siracide parla di padri e di obbedienza, ma non si riferisce a padri o madri nel pieno del loro ruolo, ma a quei genitori che hanno perso il senno o la salute; parla della fragilità dell’anziano e della compassione del figlio, nel senso più evangelico della parola.
Paolo afferma qualcosa che era un dato di fatto, in Israele, a Roma, in Grecia e in tutto il mondo. “Voi mogli siate sottomesse ai mariti”. Eppure c’è un salto, Paolo subito dopo ha un colpo d’ala: “Voi mariti amate le vostre mogli”. Per la prima volta, Paolo inserisce l’amore dentro una relazione di coppia.
Colpo di scena: le mogli esistono per amare ed essere amate.
Ma le sorprese proseguono. Il racconto di Matteo ci lascia a bocca aperta: Giuseppe e Maria fuggono come due profughi in Egitto, due migranti senza terra nella terra di tutte le disgrazie per Israele.
Ma com’è che al vangelo viene in mente di indicarci come modello una coppia di profughi?
E immagino Giuseppe che per ben tre volte si ritrova a sognare, sogni di parole, e per tre volte si mette in strada. Sogna, stringe a sé la sua famiglia e si mette in cammino. Tre azioni da scolpire nel diario di casa: seguire un sogno, iniziare un cammino e custodire.
Tre verbi decisivi per ogni famiglia e per le sorti del mondo.
Sognare è il primo verbo. È il verbo di chi non si accontenta del mondo così com’è. «La materia di cui sono fatti i sogni è la speranza» (Shakespeare).
Mettersi in cammino è la seconda azione. Non stare fermi anche se, Dio offre poco, soltanto la direzione verso cui fuggire; poi subentrano la libertà e l’intelligenza, la creatività e la tenacia.
A noi spetta di non restare fermi, ma studiare progetti, itinerari, riposi, misurare la fatica e le forze. Il Signore non offre mai un prontuario di regole, lui accende obbiettivi e il cuore, poi ti affida alla tua libertà intelligente.
Il terzo verbo è custodire, prendere con sé, stringere a sé, proteggere.
Due ragazzi innamorati e un neonato, quasi niente, eppure le sorti del mondo si decidono dentro questa famiglia.
È successo allora, succede e succederà. Dentro gli affetti, nell’umile coraggio di una, di tante, di mille creature innamorate e silenziose. «Compito supremo di ogni vita è custodire delle vite con la propria vita: guai a noi se non scopriamo chi dobbiamo custodire, guai a noi se li custodiamo male» (Elias Canetti).
Allora vedo Vangelo di Dio quando vedo una coppia che stringe a sé la vita dell’altro; è presenza di Dio ogni famiglia che cammina insieme, pellegrini o profughi, ma di speranza.
Oggi, nella festa della famiglia santa, vera liturgia domestica sarà regalare un abbraccio, non distratto, non svogliato, in cui dare e ricevere amore.
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il commento al vangelo del natale

NUVOLE DI ALI VEGLIANTI
Lc 2,1-14
il commento di E. Ronchi al vangelo della notte e del giorno di natale
Dio nella piccolezza, ecco il segreto del Natale: questo per voi il segno, troverete un bambino.
L’uomo vuole salire, comandare, prendere. Dio desidera scendere, servire, dare.
È il nuovo ordinamento delle cose e del cuore. Ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re e ogni re vuole essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino (L Boff).
A Natale non celebriamo un ricordo, ma una profezia. Quella notte il senso delle cose ha preso un’altra direzione: Dio verso l’uomo, dal cielo verso il basso, da una città verso una grotta, dal tempio a un campo di pastori. La storia ricomincia dai margini e dalla piccolezza.
Mentre le legioni di Roma mantengono la pace con la spada, nel meccanismo oliato della grande storia cade un granellino di sabbia, solo un bambino, ma sufficiente a mutare la direzione del tempo, e che porta la nuova capitale del mondo a Betlemme.
C’erano là alcuni pastori. Erano già là, come in attesa di qualcosa, vegliando su ogni rumore nella notte. Una nuvola di ali, di canto e di parole li avvolge.
Unica presenza, un gruppo di pastori odorosi di lana, di latte e di silenzio. Un tutt’uno con gli angeli?
Bella notizia per i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro con una lieta notizia: non temete! Dio non deve fare paura mai, altrimenti non è Lui che bussa alla tua vita, alla tua capanna. Dio entra nel mondo dal punto più basso perché nessuna creatura sia più esclusa dal suo abbraccio che guarisce. “Dio si è fatto uomo per imparare a piangere” (Turoldo).
Lì Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia… nella greppia degli animali, che Maria nel suo bisogno legge come una culla. La stalla e la mangiatoia sono un ‘no’ alla fame di potere, un ‘no’ al “così vanno le cose”, è poco ma è anche tutto ciò che serve alla giovane coppia.
Natale è il più grande atto di fede di Dio, che affida il figlio ad una ragazza inesperta che si prende cura del neonato, lo nutre di latte, di carezze e di sogni. Lo fa vivere con il suo sorriso, e allo stesso modo, Dio vivrà sulla terra solo se noi ci prenderemo cura di lui ogni giorno, come una madre.
Allora prego: Mio Dio bambino, povero come l’amore,
piccolo come un piccolo d’uomo, umile come la paglia dove riposi,
mio piccolo Dio che impari a vivere questa nostra piccola vita.
Mio Dio piccolo incapace di aggredire e di fare del male,
insegnami che non c’è altro senso per noi,
non c’è altro destino che diventare come Te.
Solo allora sulla terra ci sarà pace. Ci può essere pace, ci sarà di sicuro. I violenti la distruggono, ma la pace tornerà, come una primavera che non teme gli inverni della storia.
NATALE (giorno)
GV 1,1-18
Un Vangelo immenso ascoltiamo a Natale, che ci obbliga a pensare in grande. Giovanni comincia con un inno, un canto, che ci chiama a volare alto, un volo d’aquila che proietta Gesù di Nazaret verso i confini del cosmo e del tempo. In principio era il Verbo e il Verbo era Dio. Nel principio e nel profondo, nel tempo e fuori dal tempo. Un mito? No, perché il volo d’aquila plana fra le tende dell’accampamento umano: e venne ad abitare, piantò la sua tenda in mezzo a noi.
Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose che esistono: tutto è stato fatto per mezzo di Lui (v 3). Nulla di nulla senza di lui. ‘In principio’, ‘tutto’, ‘nulla’, ‘Dio’, parole assolute, che ci mettono in rapporto con la totalità e con l’eternità, con Dio e con il cosmo, in una straordinaria visione che abbraccia tempo, cose, spazio, divinità.
Senza di lui nulla di ciò che esiste è stato fatto. Non solo gli esseri umani, ma il filo d’erba e la pietra e il pettirosso di stamattina, tutta la vita è fiorita dalle sue mani. Nessuno e niente nasce da se stesso…
Natale: veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino e ogni anziano, ogni malato e ogni migrante, tutti, nessuno escluso; nessuna esistenza è senza un grammo di quella luce, nessuna storia senza lo scintillio di un tesoro, abbastanza profondo perché nessun peccato possa mai spegnerlo. E allora c’è un frammento di Verbo in ogni carne, un pezzetto di Dio in ogni uomo, c’è santità in ogni vita.
La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno vinta!
Le tenebre non vincono la luce. Non la vincono mai. La notte non sconfigge il giorno. Ripetiamolo a noi e agli altri, in questo mondo duro e triste: il buio non vince.
“In principio era il Verbo e il Verbo era Dio…”. Che vorrei tradurre: in principio era la tenerezza / e la tenerezza era Dio. E la tenerezza di Dio si è fatta carne.
“Natale è il racconto di Dio caduto sulla terra come un bacio” (Benedetto Calati).
Natale è il brivido del divino nella storia (papa Francesco). Per questo siamo più felici a Natale, perché ascolti il brivido, rallenti il tempo, guardi di più tuo figlio, gli dai una carezza…
Gesù è il racconto della tenerezza di Dio (Ev. Ga.), porta la rivoluzione non della onnipotenza o della perfezione, ma della tenerezza e della piccolezza: Dio nell’umiltà, il segreto del Natale. Dio nella piccolezza, forza dirompente del Natale. Dio adagiato sulla povera paglia come una spiga nuova.
Noi non stiamo aspettando Qualcuno che verrà all’improvviso, ma vogliamo prendere coscienza di Qualcuno che, come una luce, già abita la nostra vita.
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il commento al vangelo della domenica

NON TEMERE I TUOI SOGNI
il commento di E. Ronchi al vangelo della IV domenica di Avvento
Mt 1, 18-24
Dopo Giovanni, il profeta dubbioso di domenica scorsa, ecco un altro sognatore dubbioso, Giuseppe, l’ultimo patriarca. La sua casa è pronta, pronto il matrimonio, e i suoi sogni raccontano un’intensa storia d’amore con Maria; ma il dramma e il cuore ferito raccontano anche un’umanissima storia di crisi.
Prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta… Allora Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto.
È un buon giudeo, vorrebbe osservare la legge, andare dal rabbino a spiegargli la situazione: non è figlio mio. Dall’altro lato, però, non vuole mettere a rischio la vita di Maria, perché semplicemente quella ragazza lui la ama: gli ha occupato il futuro, il cuore e i sogni.
La legge prescriveva che il peccatore, l’adultero, doveva essere tolto di mezzo. Giuseppe lo sa, ma non lo fa, va controcorrente: decise di ripudiarla in segreto… di annullare il matrimonio senza clamore, senza processo, senza pericolo per Maria. È entrato in una logica altra: ha capito che qualcosa vale più della Legge antica, che primo viene l’amore. Quell’amore che è sempre un po’ “fuori legge”.
Ma ecco che in seguito a questa decisione fece un sogno. Non temere Giuseppe. Noi tutti abbiamo tantissime paure, e, tra queste, forse la più grande è la paura di amare fino in fondo.
Non avere paura di prendere con te Maria. Non temere il futuro con lei e con questo figlio non tuo. Dio non interviene a risolvere i nostri problemi, siamo noi e le nostre paure che dobbiamo essere risolti.
Da chi ha imparato Gesù a ribaltare la legge antica, a mettere la persona prima della legge se non ascoltando Giuseppe? Da chi ha capito il piccolo Gesù che l’amore viene prima di tutto, perché è esso stesso la legge? Dove ha imparato a sognare cieli nuovi e terra nuova e cuori nuovi, a darci speranza? È stato Giuseppe a dargli ali per volare, e mani robuste per dare concretezza ai suoi sogni.
Giuseppe che non parla mai, silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore, uno della stirpe dei dirottatori, che sa andare controcorrente: le sorti del mondo sono affidate ai suoi sogni. Perché l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio.
Giuseppe fece come gli aveva detto l’angelo e prese con sé la sua sposa.
Il suo non è un rassegnato consenso, ma un virile e straordinario “sì” alla realtà che non ha deciso lui. Per questo coraggio di Giuseppe, che antepone l’amore alla generazione, Dio avrà un figlio tra noi.
Il santo cardinale Newman pregava così: non ti chiedo luce fino in fondo al mio orizzonte, ma solo per il primo passo
Anche noi avremo tanta luce quanta ne basta a un solo passo, e poi la luce si rinnoverà, come i sogni, la fede e i dubbi di Giuseppe. Avremo tanto coraggio quanto ne serve ad affrontare la prima notte. Poi il coraggio troverà la sua strada, come gli angeli nei sogni del giusto Giuseppe.
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i vescovi contro il modello Albania

“preoccupante la scelta dell’Ue: così si rischia di erodere il
diritto d’asilo”

 

di Eleonora Camilli
in “La Stampa” 

Il modello Albania per la gestione dei migranti è «ai margini della democrazia». Mentre il governo
italiano esulta per l’accordo raggiunto a Bruxelles sui tre nuovi regolamenti in tema di paesi di
origine sicuri, paesi terzi sicuri e rimpatri, sono i vescovi italiani, nel nuovo rapporto Migrantes, a
bocciare le politiche del governo Meloni. E lo fanno mentre nella maggioranza regna la convinzione
che l’intesa tra gli Stati europei renderà di nuovo pienamente operativi i centri di Shenjing e Gjader.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, così come aveva già fatto il titolare del Viminale, parla di
un possibile «sblocco dell’impasse Albania» e di «un eccellente viatico verso una soluzione
definitiva che porterà chiarezza, sia dal punto di vista giurisprudenziale che da quello operativo»
anche se l’iter non è ancora concluso e «la situazione è ancora soggetta alla decisione finale del
trilogo Ue». Per ora, dunque, una data su un nuovo trasferimento di migranti nel Paese per le
procedure accelerate di frontiera (secondo il modello del protocollo con Tirana) non c’è.
L’intenzione è quella di aspettare almeno qualche mese per la definizione dei regolamenti. La
ripartenza quindi potrebbe slittare a primavera o direttamente a giugno 2026, quando entrerà in
vigore il nuovo patto. Nell’immediato, quindi, resta operativo solo il centro per il rimpatrio, in cui
sono state trasferite nei mesi scorsi alcune decine di migranti dai cpr.
Un esperimento che secondo l’ente della Conferenza episcopale italiana rappresenta «un banco di
prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione». «Il modello Albania, piuttosto
che essere visto come un mostro isolato, va collocato nel continuum delle politiche europee di
esternalizzazione» nota il rapporto Migrantes «una messa in scena del potere sovrano sui corpi dei
migranti» caratterizzato «dall’opacità sistemica, alimentata dall’esclusione di società civile e
media». Molto critiche anche le ong che operano nel salvataggio in mare. Per Mediterranea è «un
dispositivo costruito per allontanare dai confini europei la responsabilità dell’accoglienza, basato su
detenzione illegale e sospensione dei diritti fondamentali». E Sea Watch: è un «nuovo stato di
polizia europeo». Dalle file dell’opposizione è Laura Boldrini del Pd a sottolineare che il Patto va a
discapito dell’Italia: «Consiglierei prudenza a Piantedosi perché avremo più oneri di prima. Essendo
Paese di primo approdo, l’Italia dovrà aspettare che altri Paesi Ue diano disponibilità ad accogliere o
a dare sostegno economico».

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il vangelo va annunciato al mondo di oggi

una chiesa che sa parlare al mondo

di Enzo Bianchi
in “Vita Pastorale” del dicembre 2025

 

In questo tempo intermedio tra la Terza assemblea sinodale della Chiesa che è in Italia, che ha approvato il Documento finale con le proposizioni da presentare ai vescovi perché attuino accurato discernimento e con l’autorità apostolica che solo a essi compete le approvino o le lascino cadere, mi sembra opportuna una riflessione sulla speranza, che papa Francesco volle non solo come motto ma come atmosfera da percepire nel Sinodo e nella Chiesa universale. Il tema è molto significativo e monsignor Rino Fisichella ha dato un ottimo contributo all’interpretazione del messaggio papale, indicando piste di cammino per esercitarsi in questa virtù teologale.
Ecco, dunque, un’ulteriore meditazione che vuole sottolineare come sia decisiva la speranza dei cristiani nel cercare una Chiesa diversa e una Chiesa che sa parlare al mondo. Nella notte oscura che stiamo attraversando, se non avessimo la speranza anche la nostra fede sarebbe fragile, debole.
Sono tramontati gli anni in cui scienza e tecnica ci promettevano di prevedere positivamente le traiettorie geopolitiche, finanziarie, democratiche, sanitarie… Noi ora facciamo la faticosa esperienza dell’impotenza rispetto alle situazioni contingenti della vita fragile, assalita dalla brama di potere e dall’avidità della ricchezza. L’azione politica si mostra oggi molto difficile oltre che confusa: c’è sfiducia generalizzata, volontà di prevaricazione, aggressività quotidiana. Sì, il nostro mondo vive un’epoca caratterizzata da instabilità, volontà politiche non convergenti e frammentarie.
Ecco perché c’è chi ha detto: «La speranza è morta!». Ma la speranza non può morire se non insieme all’umanità. E finché ci sono esseri umani ci saranno resistenti, ci saranno sentinelle e vedette notturne capaci di sperare contro ogni speranza.
Molti non capiranno ma io per leggere, conoscere e dire qualcosa della speranza cristiana resto convinto che occorre farlo a partire dal Vangelo, cioè da Gesù Cristo. Sì perché Gesù è la speranza.
È vero, noi abbiamo tanti passi del Vangelo che rimandano a parole di speranza dette da Gesù, ma non sempre abbiamo il coraggio di dire che Gesù Cristo, oltre a dire parole di speranza, è in sé stesso la speranza; più che dire parole di vita, è la vita! Ora, nei Vangeli, dove ci è consegnata in Gesù Cristo l’unica immagine senza veli di Dio, noi ci accorgiamo che lui, che è disceso dal cielo attraverso l’incarnazione e si è fatto umanissimo, uguale a noi in tutto, non ha mai ceduto alla tentazione di vivere secondo una negazione illusoria della realtà. Egli, infatti, vedeva la difficoltà che la condizione umana gli presentava senza eccezioni, tenendo una porta aperta alla possibilità di essere sospeso da un evento di bene, da una forza buona che procedeva da Dio.
La speranza è una fessura, non la si vede sempre, ma occorre credere che c’è, e che è destinata ad allargarsi, a diventare una finestra attraverso la quale passa la luce. Ovunque ci sia un uomo, una donna, la speranza non può morire, salvo che avvenga un suicidio: prima della speranza, poi del corpo! Eppure, basterebbe che una mano dall’alto o dal basso aprisse uno spiffero di luce che arrivi fin dove c’è tenebra mortale per dare ragioni per continuare a tirare il fiato.
Tra noi ebrei e cristiani, poi, non si dovrebbe dimenticare che di fronte al Mar Rosso nessuno poteva credere di poterlo attraversare a piedi asciutti, nessuno pensava di giungere all’altra riva, ma quando i figli d’Israele hanno osato mettere il piede in mare e camminare tenendosi per mano si sono trovati all’altra riva e hanno cantato pieni di gioia la Cantica del mare (cf Es 15). Ecco perché guardiamo a Cristo: «Cristo in voi, vostra speranza» (cf Col 1,27). Questa non è solo un’affermazione cristologica decisiva, ma testimonia che Gesù era la speranza di chi lo incontrava nella sua vita, lo ascoltava nella predicazione del Regno.
Basta fare riferimento al suo sguardo perché proprio nello sguardo di una persona è percepibile la presenza della speranza. L’occhio che spera è un occhio aperto, sempre vigilante. Ecco perché, dove vedeva un campo di grano maturo, Gesù percepiva l’immagine di una mietitura escatologica vicina;
là dove vedeva un gregge disperso sulle colline vedeva la sua comunità errante senza pastori; là dove altri erano abbagliati dalle pietre del tempio, Gesù ne prevedeva la distruzione; là dove avvenivano i solenni pontificali del tempio, lui vedeva una povera vedova che buttava nel tesoro del tempio tutto ciò che possedeva. Nello stesso modo, dove i sacerdoti vedevano una prostituta, lui sapeva vedere una donna capace di santità, dove gli uomini religiosi vedevano pubblici peccatori, Gesù vedeva possibili discepoli, i primi ammessi al Regno…
Quante volte Gesù a chi si reca da lui dice, rimandandolo indietro: «Va’, la tua fede ti ha salvato!». Parole di vertigine, dove la speranza nella forza dello Spirito santo rifà un uomo, una donna, quale nuova creatura. Lo sguardo di Gesù non è solo missionario, capace di elezione e di chiamata, ma soprattutto è sguardo di misericordia, che desta speranza: distrugge tutto ciò che è tenebra e prigionia. Gesù si fa “colui che mostra la strada” della speranza per tutti i suoi discepoli, e li porta a comprendere a poco a poco la speranza delle speranze, la Risurrezione!
La speranza può rendere possibile ciò che agli uomini pare impossibile. Nell’ora dell’angoscia e della
desolazione, quando si è stati calunniati e ripudiati da tutti, quando si sono allontanati gli amici e sembra che  siamo stati consegnati dai nostri compagni dell’intimità alla distruzione, magari da chi ci ha tradito, il compagno fedele che mangiava il pane con noi alla nostra tavola, possiamo protestare con Dio fino a scagliare invettive contro di lui. Vediamo il suo volto come quello di un nemico, che non ci guarda, che ci getta nelle tenebre, che ci  assale come un orso… Perché Signore? Dove sei? Chi prega così si fabbrica un’immagine perversa del volto di Dio e giustifica il suo pianto e la sua protesta. Ma proprio perché “è bene attendere in silenzio la risposta del Signore”, si deve invece imparare con pazienza a “stare fermi”, ad attendere, perché Dio interverrà. Lo dicono tutti gli oranti che sono passati attraverso la tribolazione dell’assenza di Dio. A poco a poco capiscono che non era Dio a essere muto, come essi pensavano (una bestemmia!), ma che erano loro a essere sordi alla sua Parola.
E imparano che Dio parla nel silenzio, e che nel silenzio è vicino più che mai!
Durante la salita a Gerusalemme, per tre volte Gesù annuncia ai discepoli la necessità della passione e morte, eventi strettamente legati alla Risurrezione, all’intervento del Padre, che richiamerà dai morti il suo Figlio amato: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molte cose, essere crocifisso e risorgere il terzo giorno!». Speranza che i discepoli sentivano affiorare sulle labbra di Gesù, ma per ora non comprendevano. Ma con l’alba del terzo giorno, l’annuncio Pasquale risuona per le donne discepole e da allora la speranza trionfa in un canto parallelo alla Cantica del mare: «Cristo è veramente risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34).
Cristo appare l’unica e vera speranza dei discepoli e del cosmo intero. È lui la sorgente della nostra speranza, che nella sua estrema impotenza è speranza della risurrezione dai morti. Se Cristo è risorto dai morti, noi tutti risorgeremo dietro a lui. Questa è la speranza cristiana: la morte sarà vinta, il Regno sarà aperto, abiteremo la Gerusalemme celeste nella comunione dei santi e Dio sarà tutto in tutti! Questa speranza che la morte non sia l’ultima parola è la differenza cristiana rispetto agli altri uomini: comunicare loro la speranza significa comunicare che l’amore da loro vissuto vince la morte; di questo devono sempre essere consapevoli.
Questo mi pare l’unico debito, l’unico messaggio che noi possiamo offrire, se lo accolgono, ai non cristiani. E offrirlo non solo annunciando l’amore, ma amando concretamente. Osiamo così poco amare! Così poco che l’amore non è credibile, e dunque è incapace di vincere la morte. Ma la speranza è il dono dello Spirito santo: nella sua kenosi nel cuore degli uomini apre una fessura di luce, apre le tenebre e lascia germinare la speranza di  risurrezione, di vita per sempre

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il commento al vangelo della domenica

BEATO IL CUORE PIENO DI NOMI
Mt 11, 2-15
il commento di E. Ronchi al vangelo della terza domenica di avvento
“Fiorisca la steppa, come fiore di narciso fiorisca” Isaia il visionario porta la primavera nel cuore dell’inverno. E Giovanni, il profeta granitico, è invece nel pieno del suo inverno.
Dal carcere manda a dire a Gesù: Sei tu, o dobbiamo aspettare un altro?
Anche il più grande tra i nati di donna dubita: ma io, a chi ho preparato la strada?
Il dubbio fa male, ma il profeta proclama qualcosa di più forte: anche se non sei tu, io comunque continuerò ad attendere, continuerò a cercare.
Perché ‘attendere’ è voce del verbo amare.
Gesù non risponde con proclami, ma chiama a raccolta la vita dolente e ferita, con l’unico scopo di farne uomini pieni e liberi. Come lui, noi “acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!” (Evangelii gaudium n. 274).
I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i sordi odono, ai poveri è annunciato il Vangelo, tutti hanno una seconda opportunità-
E tuttavia i suoi miracoli non ci hanno cambiato, i poveri sono sempre più poveri, le guerre mietono vittime come erba falciata, nessuna steppa è fiorita di gigli e l’inquinamento corrode la terra.
Il non credente che è in me, disilluso, mi contesta, dati alla mano: avete tanto pregato e la pace non è venuta.
Ma la pace ormai si è accesa in noi! Ci siamo rotolati dentro, e ne abbiamo addosso i pollini. Il mondo non è inguaribile, è un malato affidato alle nostre cure, capaci di piccoli miracoli quotidiani.
Il profeta non capisce e dubita: aiutami a comprendere. Io sono in prigione, sarò ucciso perché ho denunciato l’adulterio di Erode, e tu perdoni perfino gli adulteri colti in flagrante!
E Gesù rilancia: Beato chi non si scandalizza di questo amore scandaloso, che invece di bruciare i peccatori, come annunciava Giovanni, siede a tavola con loro.
Dov’è lo scandalo, l’inciampo? Gesù non porta il castigo di Dio, ma la sua misericordia.
Beato chi ha il coraggio di andare in cerca di ciechi, di zoppi, di perduti, di guardare negli occhi i profughi, di sostenere un germoglio di Dio sul mondo devastato. Beato chi ha il cuore pieno di volti e di nomi.
La differenza fra favola e profezia sono una mangiatoia e una croce, dove non c’è inganno, non c’è imbroglio, nessun fine nascosto.
E’ tutto così semplice, quando si ama.
Per tre volte Gesù domanda: Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Un uomo avvolto in morbide vesti?
Che cosa?
Un uomo in piedi, senza doppiezze e libero. Messaggio e messaggero in lui coincidono. Lui è ciò che dice e dice ciò che è: un credente finalmente credibile.
Gesù: un uomo solo, con un pugno di amici di fronte al mondo. Sentirlo così, ancora presente sulle frontiere della vita, goccia di fuoco che non si spegne, è l’unico miracolo di cui abbiamo bisogno.
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il commento al vangelo della domenica

PICCOLI PASSI
Mt 3, 1-12
il commento di E. Ronchi al vangelo della II domenica di Avvento 
Due Profeti, uno dalla sabbia del deserto, uno dalle acque di Galilea.
Giovanni il Battezzatore, nell’arsura del deserto di Giuda, predica: convertitevi, perché il regno è vicino. Gesù, sulle rive del lago di Cafarnao, fa rimbalzare l’identico annuncio: convertitevi perché il regno è vicino.
Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno dal nome regno dei cieli, che è un mondo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro: è possibile, è ormai iniziato.
Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze e ora è vicinissimo a te.
Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza dietro cui perdere il cuore. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco, una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo.
Convertitevi! Giratevi verso la luce, che è bella e cambia il modo di vedere gli uomini e le cose.
Se guardo con attenzione, io vedo che il mondo è più vicino al regno di Dio oggi di ieri: è cresciuta la libertà di essere se stessi, l’autenticità nelle relazioni, è cresciuta la solidarietà verso i deboli, verso i disabili c’è stata una autentica rivoluzione, sono cresciuti l’istruzione, la scienza e il rispetto per il creato e la vita.
Anche altro è cresciuto: tra il buon grano radici di guerre e inganni, solitudine e disgregazione dei legami, idolatria del denaro, della forza e dell’apparire, insofferenza verso chi chiede aiuto.
Zizzania e buon grano.
Ma io credo nella buona notizia di Isaia, di Giovanni, di Gesù.
Perché il cristiano non è ottimista, ha speranza.
L’ottimista tra due ipotesi sceglie quella positiva. Io scelgo il Regno, lo faccio per un atto di speranza: perché Dio si è impegnato con noi in questa nostra storia, con un intreccio così scandaloso da arrivare fino alla morte di croce.
Chiniamoci con attenzione e lo vedremo, nell’intimo di ciascuno, nell’umiltà dei giorni e dei segni: egli viene.
Perché viene? Perché prima ancora che un mio problema, la salvezza è un desiderio di Dio.
Con le immagini potenti della scure e del fuoco, il vangelo racconta che Dio raggiunge e tocca quella misteriosa radice del vivere che ci mantiene diritti come alberi forti, che ci permette di intravvedere germogli anche sulle macerie.
Dio viene dentro la passione d’amore, dentro la fedeltà al dovere, dentro il coraggio di sperare, la generosità di rimanere accanto, nella gioia della libertà raggiunta, quando accetto la sproporzione tra ciò che mi è promesso e ciò che stringo fra le mani, e tuttavia faccio avanzare di un passo, di un millimetro, di un niente, la bontà del mondo.
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la bestemmia di usare Dio per legittimare la guerra

papa Leone:

“troppe guerre in nome di Dio

di Redazione
in “La Stampa” del 24 novembre 2025

«In un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica comunità cristiana universale può essere
segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale
per la pace». Nell’ultimo Angelus prima della partenza per il suo primo viaggio apostolico da dove,
in Turchia, farà tappa a Nicea per i 1.700 anni dal Concilio, Papa Leone XIV pubblica una lettera
apostolica “In Unitate Fidei” che non solo guarda all’ecumenismo ma rappresenta anche una
summa del suo programma per il pontificato. E offre un mea culpa: «Oggi, per molti, Dio e la
questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che
i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera
fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono
combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un
Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce».
Inoltre, il Pontefice sostiene che «dobbiamo lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno
perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune
allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore».

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guerra giusta o pace giusta? nessuna guerra secondo il vangelo

qualche riflessione sulla pace

di Luca Baratto
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del28 novembre
2025

Care ascoltatrici e ascoltatori, oggi parliamo insieme di pace.
Lo so, non è un tema su cui si possa dire una qualunque cosa intelligente nei tre minuti di questo
spazio radiofonico. Vorrei però condividere con voi alcune considerazioni che ho ricavato dalla
lettura di un bel libro, che abbiamo già presentato al “Culto evangelico” quest’estate: I cristiani, la
violenza e le armi, scritto dal professor Massimo Rubboli. Una lunga cavalcata sul tema, dal
primissimo cristianesimo fino a oggi. Dalla lettura sono emersi alcuni elementi costanti.

Il primo è che più il cristianesimo si è avvicinato al potere, o è esso stesso diventato fonte di potere,
più i cristiani hanno avallato la guerra. Nel primissimo cristianesimo, quando i cristiani sentivano di
non poter conciliare la fedeltà a Dio e quella all’Impero romano, soprattutto alla pretesa
dell’Imperatore di essere una divinità, la guerra era vista come inconciliabile con la fede – non da
tutti, naturalmente, ma da teologi di primo piano come Tertulliano. Quando Costantino ha invece
reso il cristianesimo costitutivo dell’Impero, questa inconciliabilità è pian piano svanita e la
domanda centrale non era più se a un cristiano fosse consentito combattere, quanto piuttosto come
un cristiano dovesse comportarsi in battaglia. E da allora è stato così, fino alla benedizione dei
cannoni nelle Guerre mondiali e anche nell’attuale guerra d’invasione in Ucraina, benedetta dai
vertici della Chiesa ortodossa russa.

Il secondo elemento è che, comunque si guardi la questione, non è possibile giustificare una guerra
basandosi sulle parole di Gesù.
Tutti i movimenti nonviolenti o pacifisti cristiani – dai valdesi agli anabattisti – sono partiti
dall’ascolto del sermone sul monte, quello in cui Gesù dice di non resistere al malvagio, di porgere
l’altra guancia, di amare i propri nemici. Gesù e la guerra non stanno insieme.
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Il terzo è che sebbene nel corso dei secoli siano stati più numerosi i cristiani che hanno combattuto
di quelli che hanno rifiutato la guerra, tuttavia la nonviolenza e il pacifismo sono sempre stati
presenti nel cristianesimo come un fiume carsico, a tratti sotterraneo, altre volte ben visibile.

L’ultimo elemento è che, sebbene la storia del pacifismo non costituisca un percorso lineare e che
oggi la guerra nel mondo e anche in Europa sia purtroppo una realtà concreta, tuttavia per la prima
volta nella storia si è compiuto un cambiamento concettuale considerevole: per secoli i cristiani
hanno discusso sulla guerra giusta, cioè su come definire la legittimità di un conflitto per potervi
prendere parte con buona coscienza. Oggi invece è emerso il concetto di pace giusta. Si è cioè
prima di tutto definito che i cristiani non devono primariamente riflettere e discutere di guerra, ma
che il loro tema è la pace. E non una pace qualsiasi ma una pace basata sulla giustizia, una pace
giusta.
Se volete saperne di più, vi consiglio il bel libro del professor Rubboli, I cristiani, la violenza e le
armi.

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