il commento vangelo della domenica

TEMPO DI ATTESE E PROFETI
il commento di E. Ronchi al vangelo della  I domenica di Avvento
Mt 24,37-44
Tempo d’Avvento, tempo di strade, di profeti, di madri in attesa. Tempo per vivere con attenzione, perché questo mondo è una realtà germinante e porta un altro mondo nel grembo.
Avvento annuncia che Dio presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo.
Dio è colui he invece di porre la scure alla radice dell’albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni “hinnon” (Salmo 72,17), simbolo di Dio stesso.
Avvento non è attendere la nascita di Gesù, lui è già nato, ma attendere che Dio nasca in me, affinché io possa nascere in Dio.
Desiderarlo, come i “desiderantes”, quei soldati romani che, riferisce Giulio Cesare, attendevano sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all’accampamento, dopo la battaglia.
Desiderio e attesa del Dio che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, a rendere più breve la notte; ladro che non ruba niente e dona tutto, sempre straniero in un mondo e un cuore distratti.
Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano, e “non si accorsero di nulla”, non si accorsero che quel mondo era finito. Non facevano nulla di male, la loro era la vita semplice, un semplicemente vivere e rispondere alla comune domanda di felicità. Infatti Gesù non denuncia ingiustizie, cattiverie o vizi; descrive una esistenza fatta solo di quotidiano, senza rivelazione e senza profezia.
I giorni di Noè sono i nostri, quando dimentichiamo di alzare lo sguardo, oltre e in alto, e ci accontentiamo di grandi bocconi di terra.
Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato: il Vangelo non parla della fine della vita, ma della profondità della vita.
Non dell’angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita. Uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno ponendosi domande, aprendo le finestre ai grandi venti della storia; uno invece muore lentamente, affondando nella propria superficialità. Uno vive sull’orlo dell’infinito, uno dentro il perimetro breve della sua pelle.
Il primo è pronto all’incontro con il Signore; l’altro non si accorge di nulla.
Tenetevi pronti perché viene! E’ un fatto: viene. Pronti allora non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l’appuntamento con un Dio viaggiatore infaticato dei secoli e dei giorni, viaggiatore del cuore profondo. Dio cammina a piedi (Gandhi) e non sui carri dei vincitori; nella polvere delle nostre strade e non per sentieri dorati.
Avvento è il tempo per riprendere a vivere con attenzione: attenti al Signore e ai suoi richiami nell’intimo, nel gemito e nel giubilo della storia e del creato. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.
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occhio non vede, cuore non sente …

i dispersi che il mondo non vede: migliaia di corpi palestinesi sotto le
macerie

di Eman Abu Zayed
in “il manifesto” del 26 novembre 2025

Terra rimossa Israele blocca i macchinari necessari al recupero, le famiglie sospese in un’attesa insopportabile. L’impotenza dei soccorritori, costretti a scavare a mani nude o con mezzi rudimentali

Dalla fase iniziale della guerra a Gaza, i dati del ministero della sanità indicano che oltre 7mila
persone sono presumibilmente sepolte sotto le macerie. Tra queste, circa 3.600 famiglie hanno
denunciato la scomparsa dei propri cari, una tragedia umana immensa che va ben oltre le cifre
ufficiali delle vittime.

IN MEZZO A QUESTI numeri dolorosi, porto anch’io una parte di questa tragedia. La famiglia di
mio padre è tra i dispersi sotto le macerie fin dai primi mesi della guerra. Dieci persone, tra cui
bambini, sono ancora lì, senza che abbiamo potuto salutarli. A oggi non abbiamo potuto garantir
loro una sepoltura dignitosa, né pregare su di loro; non esiste una tomba da visitare, né un luogo che
possa alleviare il peso di questa perdita. Attendere per mesi un segno, una notizia, un indizio, è un
dolore che non appare in nessuna statistica, ma che abita la vita di chiunque abbia qualcuno ancora
sotto le macerie.
Le squadre di soccorso a Gaza lavorano in una delle condizioni umanitarie più difficili al mondo.
Per raggiungere i dispersi servono macchinari pesanti per sollevare e rimuovere le macerie, ma la
maggior parte di queste attrezzature non è disponibile o è fuori uso a causa dei bombardamenti,
della mancanza di carburante e dell’assenza di pezzi di ricambio.
Molti edifici sono crollati uno sull’altro, creando strati enormi di cemento impossibili da penetrare
con strumenti rudimentali. Inoltre, le zone di ricerca vengono spesso bombardate, costringendo i
soccorritori a fermarsi o a ritirarsi per proteggere la propria vita. Il recupero dei dispersi
estremamente difficile e lento lascia migliaia di famiglie in un’attesa estenuante.
In una breve conversazione con Mohammed al-Madhoun, uno dei soccorritori, la stanchezza nella
sua voce era evidente ancora prima delle parole. Mi ha raccontato che la parte più difficile non è
solo il peso delle macerie, ma il peso del momento stesso: quando sentono la voce di un bambino
che chiede aiuto da sotto il cemento e non hanno gli strumenti adeguati per raggiungerlo
rapidamente.

MOLTE OPERAZIONI vengono svolte a mani nude o con attrezzi semplicissimi, del tutto
insufficienti rispetto alla portata della catastrofe, e nonostante ciò continuano a tentare, un passo
dopo l’altro. Mohammed mi ha parlato delle ore passate con i colleghi nelle zone bombardate,
muovendosi pur sapendo che ogni istante potrebbe essere l’ultimo. Eppure si dirigono sempre verso
i luoghi dove si pensa possano esserci dei bambini, convinti che salvare anche una sola vita valga
ogni rischio.
Mi ha descritto i suoi compagni come persone che «entrano nei siti come se entrassero nelle loro
case», senza pensare ad altro che a raggiungere quella voce, quel respiro nascosto tra le macerie. Si
sono mobilitati sforzi straordinari per recuperare i resti di ventotto israeliani, mentre migliaia di
palestinesi rimangono sotto le macerie senza squadre di soccorso, senza mezzi, senza il minimo
interesse globale. Questo divario non riflette solo un pregiudizio politico, ma un’idea gerarchica del
valore umano, in cui la vita di alcuni riceve priorità assoluta mentre altre vengono lasciate a un
destino silenzioso, percepito solo dalle loro famiglie.
Un’ingiustizia che colpisce profondamente la psiche delle persone, costrette a vivere tra perdita e
incertezza, private perfino del diritto basilare di seppellire i propri cari, come se la loro morte non
meriti riconoscimento né compassione. Lasciare migliaia di vittime sotto le macerie non è un
destino inevitabile, ma il risultato diretto dell’assenza di giustizia e della decisione del mondo di
voltarsi dall’altra parte rispetto alla sofferenza di un popolo che chiede soltanto dignità.

C’È UN BISOGNO urgente di meccanismi umanitari indipendenti e di un intervento internazionale
che ponga fine a questa disuguaglianza e che restituisca ai morti il loro diritto a essere ritrovati,
identificati e sepolti con dignità. Restituire dignità ai morti è il primo passo per restituirla ai vivi e
per costruire una memoria fondata non sulla rimozione, ma sul riconoscimento e sulla giustizia

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il commento al vangelo della domenica

Cristo Re dell’universo – regnavit a ligno Deus

il commento di Bernard al vangelo della trentaquattresima domenica del tempo ordinario

Luca 23,35-43

Quando guardo a Gesù sulla croce,
vedo la sofferenza umana
in tutta la sua profondità.
Ma se guardo più a fondo,
con sguardo consapevole,
posso vedere anche l’amore.
La croce stessa,
non è solo il luogo del dolore:
è il punto in cui la coscienza umana
incontra la sua ombra.
Il palo verticale è il movimento dello Spirito
che discende nell’umano;
il palo orizzontale è il respiro dell’umanità nel tempo.
Gesù è nel punto centrale:
il luogo in cui l’eterno tocca l’attimo.

Molti deridono Gesù: i potenti, i soldati,
perfino uno dei condannati.
Talvolta quando una persona soffre,
può perdere contatto con la propria bontà.
Chi insulta, chi deride, chi umilia,
in quel momento, è dominato dalla propria paura,
dalla propria ignoranza, dalla propria ferita.
Non sono persone cattive
ma esseri che non sono consapevoli del proprio sentire
e quindi rimangono catturati dalla propria stessa sofferenza.

Quelle voci non sono solo uomini
ma l’eco dell’anima del mondo:
l’umanità che teme ciò che non può controllare.
È la stessa energia che si solleva in me
quando mi sento incompreso, ferito o giudicato
e non sono in grado di amare e accogliere le mie ferite.

Gesù rimane radicato nella compassione.
Più aumenta la violenza attorno a lui,
più la sua mente rimane libera.
La sua compassione non è un’emozione:
è una vibrazione stabile,
la vibrazione di un campo di coscienza stabile,
centrata nell’amore ed emanante Amore,
che trascende l’umano sentire.
Questa libertà interiore
nessuna prigione gliela può togliere.

Il buon ladrone rappresenta
l’attimo in cui posso risvegliarmi.
Anche tu, amica cara, puoi,
nella tua sofferenza, riconoscere
la tua innocenza più profonda;
vedere la tua verità nel momento presente,
assumere la tua responsabilità senza giudicarti,
aprire il cuore.
Quell’attimo di chiarezza è il vero miracolo.
Non è importante ciò che sei stata
ma il tuo risveglio adesso.

Il Paradiso è promesso anche a te da Gesù:
non è solo un luogo “dopo la morte”
ma uno stato di pace
che nasce nel momento in cui smetti di combattere
la realtà e torni nella tua buona natura.
“Oggi sarai con me in paradiso”:
l’oggi non è un giorno.
È la qualità della presenza.
“Con me” non indica uno spazio,
ma una relazione, una vibrazione di unità.
Quando sei presente,
il Paradiso non è altrove:
si apre in te.

Ti auguro di non rispondere
alla violenza con violenza.
Quando gli altri ti criticano o ti feriscono,
tu possa rimanere libera dentro, come Gesù.
Puoi respirare e scegliere la compassione.

Ti auguro che ogni tua sofferenza
sia un ritorno verso il centro della croce:
quel punto in cui non sei più distratta
dal passato o dal futuro,
ma radicata nell’adesso.
Anche se talvolta hai sbagliato,
come il buon ladrone,
basta un istante di lucidità
per trasformare la tua vita.
Un solo respiro consapevole
può aprirti il Paradiso.

La vera salvezza è la consapevolezza:
Gesù non salva il buon ladrone
liberandolo dalla croce,
ma liberandolo dalla paura.
L’unica cosa che veramente muore sulla croce
è l’illusione di essere separati da Lui.
E quando l’illusione cade,
la coscienza torna a casa.

“Salva te stesso…” è la voce dell’ego,
non dello Spirito.
L’ego interpreta la salvezza come controllo,
difesa, fuga dal dolore, salvaguardia del proprio mondo egoista.

Quando il buon ladrone riconosce
la sua condizione e quella del Cristo,
apertura del cuore:
una breccia da cui entra la luce.
Per questo Gesù parla di “oggi”:
ogni risveglio avviene solo nel presente.

Non si tratta nemmeno di “salvare me stesso”.
Non c’è nulla da salvare:
c’è solo l’essere da riconoscere.
Il Paradiso non è un premio
ma la vibrazione dell’essenza riconosciuta.
Più che salvarmi, devo risvegliarmi.

Ti auguro questo risveglio:
la chiarezza di vedere ciò che sei,
distinguendo l’ego (illusione),
l’individualità (strumento)
e la coscienza (essenza).
La tua individualità non è più prigione ma danza,
una forma attraverso cui l’essere si esprime.

Cara anima, come mi scrisse un’amica:
“E noi siamo già da adesso in paradiso,
che, come dice Faggin, è il Bene,
conoscere sé stessi profondamente,
significato, amore, beatitudine…
Solo un cambiamento di prospettiva…
il paradiso è qui ed ora o mai più…”

Il Paradiso non è luogo
ma qualità della percezione.
Quando vedi con gli occhi della coscienza,
il mondo è trasfigurato.
Quando guardi con gli occhi dell’ego,
il mondo sembra croce.
La croce è reale.
Il Paradiso è reale.
Dipende da quale “sé” che guarda.

Ti auguro di scoprire
che non c’è nessun sé da salvare:
solo una realtà da riconoscere.
E allora potrai accedere finalmente alla libertà.
La libertà è il Paradiso.
E questa libertà ti è sempre disponibile, nell’adesso.
Nell’oggi del Cristo,
ti abbraccio
Bernard

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giustizia e misericordia a proposito della violenza sessuale sui minori

ipocrisia, non misericordia

di Enzo Bianchi
in “il Blog di Enzo Bianchi” – E il gallo cantò… – del 16 novembre 2025

Mai si è predicata la misericordia come negli ultimi tempi e non dimentichiamo che Papa Francesco
volle dedicare un intero anno alla contemplazione del mistero dell’inesauribile misericordia di Dio.
Eppure la mia attenta lettura della vita ecclesiale mi spinge a dire che, in verità, oggi domina troppo
spesso l’esercizio di una giustizia farisaica, di atteggiamenti ipocriti che ammorbano tutto il corpo
ecclesiale, vescovi, presbiteri, ma anche le comunità cristiane. Si cita frequentemente la
misericordia del Signore, si ricordano gli insegnamenti dati da Gesù su di essa attraverso le parabole
e gli incontri con i peccatori ma poi non si fa misericordia. Non dico che non si eserciti facilmente il
perdono verso chi ha recato personale offesa, ma non si accetta che chi ha peccato, una volta
scontata la pena e dati segni di conversione, sia giudicato capace di una nuova vita e dunque non sia
ritenuto imperdonabile.
Molti vescovi, soprattutto per paura dell’opinione pubblica e dei mass media, di fronte a delitti
come gli abusi sessuali assumono posizioni di assoluta rigidità, condannano spesso senza pietà i
loro preti e anziché pensare a itinerari di cura che aiutino il colpevole verso la redenzione lo
espellono dalla diocesi e si rifiutano di accompagnarlo come il pastore deve fare con la pecora
malata. Sì, ci sono purtroppo alcuni vescovi che rifiutano la piena integrazione nel presbiterio anche
di chi ha scontato la pena secondo la giustizia canonica e quella civile. E le comunità, sovente
influenzate non solo dalla stampa laica ma anche da quella cattolica o dai siti cattolici (che
sembrano specializzati nella caccia e nella pubblicazione di notizie circa abusi sessuali), protestano
senza rendersi conto di assomigliare in tutto a quegli scribi e farisei che accusavano l’adultera
portata davanti a Gesù e giudicata da loro degna della morte. Sì, in questi tempi talvolta le comunità
hanno atteggiamenti che gridano vendetta al cospetto di Dio.
È per la loro responsabilità che è stato accusato un uomo di Dio come il cardinal Philippe Barbarin,
già arcivescovo di Lione, successivamente assolto ma troppo tardi. Roma stessa aveva recepito quel
brusio calunnioso che ostacolava il suo ministero episcopale. Sempre le comunità hanno fatto
dimettere l’arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, per un chiacchiericcio (che comunque
non riguardava una colpa morale!) e ultimamente sono le comunità alle quali si è aggiunta anche la
Conferenza episcopale francese che biasimano l’arcivescovo di Tolosa, monsignor Guy André
Marie de Kérimel, per aver nominato cancelliere un prete giudicato e condannato vent’anni fa per
abuso sessuale. No, non sono d’accordo con questo neofariseismo che avvelena la vita ecclesiale.
Non dimentichiamo che anche alla chiesa di oggi Gesù dice: Voglio misericordia, non la giustizia da
farisei, la conoscenza di Dio piuttosto della rigidità della legge!
Gli abusi sessuali sui minori vanno certamente sanzionati dalla legge canonica e da quella civile e
occorre rendere inoffensivo chi si è macchiato di tali crimini, ma anche il peccatore più infernale ha
accesso alla misericordia di Dio che si fa carne e si fa prassi nella chiesa. Una chiesa senza
misericordia è un’assemblea settaria, non la chiesa del Signore Gesù Cristo!

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in che mani siamo!

 

Trump, re d’Israele

di Raniero La Valle
in “Prima Loro” del 17 novembre 2025

 trascriviamo qui di seguito la lettera con cui Trump il 12 novembre scorso ha chiesto a Herzog la
grazia per Netanyahu, che è sotto accusa dei tribunali israeliani, perché essa dice più di molti
discorsi sull’attuale stato del mondo:

“Caro Signor Presidente Isaac Herzog,
È un onore per me scriverle in questo momento storico, poiché insieme abbiamo appena assicurato
una pace che è stata cercata per almeno 3.000 anni. La ringrazio, e ringrazio tutti gli israeliani,
ancora una volta per la vostra ospitalità gentile e calorosa, e affronto un tema chiave del mio
discorso alla Knesset.
Mentre il Grande Stato di Israele e l’incredibile Popolo Ebraico superano i tempi terribilmente
difficili degli ultimi tre anni, la invito a concedere piena grazia a Benjamin Netanyahu, che è stato
un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando Israele verso un
tempo di pace, che include il mio continuo lavoro con i principali leader del Medio Oriente per
aggiungere molti altri paesi agli Accordi di Abramo che stanno cambiando il mondo.
Il Primo Ministro Netanyahu si è mantenuto saldo per Israele di fronte a forti avversari e a
probabilità sfavorevoli, e la sua attenzione non può essere deviata inutilmente.
Pur rispettando assolutamente l’indipendenza del sistema giudiziario israeliano e le sue esigenze,
credo che questo “caso” contro Bibi, che ha combattuto al mio fianco per molto tempo, incluso
contro il nemico molto duro di Israele, l’Iran, sia una persecuzione politica e ingiustificata.
Isaac, abbiamo stabilito un grande rapporto, per il quale sono molto grato e onorato, e abbiamo
concordato fin da quando sono stato insediato a gennaio che l’attenzione deve concentrarsi
finalmente sul riportare a casa gli ostaggi e concludere l’accordo di pace.
Ora che abbiamo raggiunto questi successi senza precedenti, e stiamo tenendo Hamas sotto
controllo, è tempo di lasciare che Bibi unisca Israele concedendogli la grazia e ponendo fine alla
guerra legale una volta per tutte.
Grazie per la sua attenzione a questa questione.
Cordiali saluti,
Donald J. Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America.”

Questa lettera conferma, come avevamo scritto in un articolo per Rocca, poi non pubblicato, che il
piano di pace in 20 punti per Gaza lanciato da Trump in coppia con Netanyahu, aveva rivelato una
realtà gravida di molte implicazioni, e cioè che sta in America il vero governo dello Stato di Israele.
Si pensava fino ad allora che quella degli Stati Uniti fosse un’autorevole ma non determinante
influenza su Israele di un potente alleato: per esempio le raccomandazioni prudenziali di Biden
erano state disattese da Netanyahu dopo gli eventi del 7 ottobre. Ora invece si tratta di una vera e
propria sostituzione: Trump re d’Israele. Lo si era visto quando gli Stati Uniti, mettendosi al posto
di Israele bombardarono con i B-2 i siti nucleari iraniani, lo si è visto quando Trump ha deciso di
subentrare nel “lavoro” che Netanyahu non riusciva a finire a Gaza, pretendendo l’immediata resa
di Hamas senza nemmeno il disturbo di chiederglielo, per assumersi poi direttamente il governo di
Gaza o in alternativa per portare rapidamente a termine il genocidio e pervenire alla soluzione finale
della questione palestinese nel senso voluto da Israele; e lo si vede ora con la pretesa di una “piena
grazia a Benjamin Netanyahu”. Ma per quale reato? Per il banale reato, purtroppo frequente in
politica, di corruzione e profitto privato ossia, come dice Trump fuori onda, champagne e orologi?
Queste sono scemenze, questa è, scrive Trump, “una persecuzione politica e ingiustificata” ai danni
di uno che “è stato un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando
Israele verso un tempo di pace”, insieme con me “per aggiungere molti altri paesi agli Accordi di
Abramo che stanno cambiando il mondo”.
Ebbene, la grazia che mette fuori gioco le procedure giudiziarie (e che Herzog per decenza non
poteva non opporre a Trump) è la massima espressione della “sovranità” dei Capi di Stato che
secolarizzando un concetto teologico, come dice Carl Schmitt, fa sì che essi non rispondano a
nessuno ed esercitino un’onnipotenza, su vita e morte dei sudditi, pari a quella attribuita alla grazia
di Dio. Rivendicando questo potere Trump si propone perciò come il vero sovrano d’Israele, tale da
restaurare una pace che mancando a suo dire da 3000 anni è evidentemente quella del regno biblico
di David. Ma a questo punto non è più in gioco solo la pace per Israele, gli Emirati arabi e il Medio
Oriente: è in gioco il compito, di conserva con Netanyahu, di “cambiare il mondo”, di dargli un
governo finalmente felice. Ciò, nella cultura e nella tradizione di Israele, in cui Trump si inserisce
come la vera guida lungamente attesa, vuol dire la realizzazione delle promesse messianiche, della
“Geulah” o redenzione del mondo che finora i rabbini avevano asserito dover essere opera non
mondana, ma divina, a costo di fare della vita ebraica una “vita vissuta nel differimento”. È il
sionismo della destra religiosa che ha attuato questa “forzatura” messianica nello Stato di Israele; è
questa l’elezione ufficialmente recepita e sancita nella legge fondamentale di Israele del 2018, che
riserva Gerusalemme e tutta la Palestina al solo Israele ed esclude una cittadinanza statuale e
politica (l’ “autodeterminazione”) per qualsiasi altro popolo che non sia il popolo ebraico; è questo
il sionismo politico che si è fatto le ossa col terrorismo dell’Irgun di Begin e dell’Haganah e che
Netanyahu ha fatto proprio e celebrato presentandosi all’Assemblea dell’ONU il 27 settembre
dell’anno scorso attribuendosi lo stesso compito di Mosè al suo affacciarsi alla Terra promessa,
quello di lasciare alle generazioni future la benedizione o la maledizione: cosa che il Primo ministro
israeliano fece presentando alla sbigottita assemblea delle Nazioni Unite due mappe, una con i Paesi
benedetti e l’altra con i popoli maledetti, musulmani od arabi, dall’Iran alla Siria all’Iraq,
addossando così a Dio stesso un improbabile mandato di sterminio; ed è questo il Netanyahu che “si
è mantenuto saldo per Israele” lanciando l’IDF (l’esercito di Israele) nel “lavoro” dell’eliminazione
dei palestinesi a Gaza, chiamandola “operazione carri di Gedeone”, il mitico “giudice” e
condottiero di Israele che ridusse i Madianiti in suo potere, benché non con carri (sottinteso
“armati”) ma con trombe e fiaccole, finendo poi nell’idolatria.
Dunque Trump si colloca al termine della linea messianica, ma non del messianismo sacerdotale o
profetico o apocalittico, bensì del messianismo regale e davidico, che inaugura “un tempo di pace”,
propiziato da una guerra condotta dal “grande Stato di Israele” in modo “formidabile e decisivo”,
una guerra che è un genocidio, ed è anche il vero crimine di Netanyahu per il quale è indagato dalla
Corte Penale Internazionale.
La pretesa della grazia a Netanyahu giunge dunque da parte di Trump sulle ali di una vera e propria
apologia del genocidio. E questo è il “cambiamento del mondo”, che viene annunciato: esso sta nel
passare dal “mai più” che l’umanità intera aveva proclamato dopo lo sterminio degli Ebrei, degli
Zingari e degli altri reietti compiuto dal nazismo, alla reintegrazione, normalizzazione e
omologazione del genocidio come ormai assimilato alla guerra e all’eccidio, non più come “danno
collaterale” dello stesso popolo “nemico”.
Giunti a questo punto, può la politica distrarsi, e parlare d’altro

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il commento al vangelo della domenica

“IL” FINE DEL MONDO
Lc 21, 5-28
il commento di E. Ronchi al vangelo della trentatreesima domenica del tempo ordinario
Dov’è la buona notizia in questo Vangelo di catastrofi, apocalittico ed estremo?
Siamo davanti al racconto di ciò che è accaduto in ogni tempo, e che oggi si ripete: guerre ovunque, violenza, arroganza, aria acqua terra avvelenati.
Siamo sul crinale ripido della storia, in equilibrio alla ricerca di una traccia: da un lato il versante oscuro della violenza; dall’altro la tenerezza che salva, una terra di pace dove “neppure un capello” andrà perduto.
E capiamo che il vangelo non parla della fine del mondo, ma del mistero del mondo; non la fine, ma il fine del nostro mondo.
Dobbiamo ascoltare il ritmo e il respiro ultimo di queste parole:
– quando sentirete parlare di guerre, non vi spaventate, non è la fine;
– sarete traditi e uccisi, ma nemmeno un vostro capello andrà perduto;
– vi saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle: ma voi alzate il capo, perché la liberazione è vicina.
Ad ogni descrizione di dolore segue un punto di rottura, e tutto cambia.
E questo succede ogni volta che mi prendo cura di un pezzetto della mia terra e delle sue ferite. A partire dal mio piccolo metro quadrato.
Esagerato? Sì, ma così bello. Il niente dei capelli usato da Gesù per dire che qualcuno ti vuole bene fibra dopo fibra, che nulla è insignificante per chi ti ama.
Salvare vuol dire conservare. E il credente sa che, per la Risurrezione di Cristo,
non va perduto nessun frammento d’uomo;
nessun atto d’amore,
nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza.
Sulla terra intera, come nel mio piccolo campo, imperano menzogna e violenza. E io, cosa posso fare?
Usare la strategia del contadino. Rispondere alla grandine piantando nuovi vigneti, e per ogni raccolto perduto oggi prepararne un altro per domani.
Seminare e attendere, vegliando sulla vita che nasce. E perseverare, andando fino in fondo a un’idea, a un’intuizione, a un servizio, e sfociando così nella verità della vita: ogni atto umano totale ti avvicina all’assoluto di Dio.
Mi rimane scolpita l’ultima riga: Ma voi, risollevatevi.
Quel “ma” è come una resistenza, un’opposizione a tutto ciò che sembra vincere.
In piedi, a testa alta, occhi al cielo, liberi e profondi: così vede i discepoli il vangelo.
Verranno giorni nei quali non sarà lasciata pietra su pietra. Non c’è nessuna cosa terrena che sia eterna. Ma l’uomo sì, è eterno. È meglio che tutto crolli, comprese le chiese più belle, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo.
Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra?
Sì. Io credo di sì. Non dice: troverà ancora parrocchie, unità pastorali, diocesi, ma fede. Troverà quelli che credono che l’amore e la bellezza sono più forti della cattiveria, che la giustizia è più sana del potere. Quelli che credono che, nonostante tutte le smentite, questa storia non finirà nel caos o nel nulla, ma in un abbraccio.
Un abbraccio che ha nome ‘Dio’.
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divertimento criminale

cecchini per divertimento

di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it”

Uccidere una persona, ovvero sottrarre una vita stroncando in un sol colpo tutti i suoi legami,
sentimenti, affetti, è sempre orribile. Ma quando questo avviene per “divertimento”, cioè per
provare il brivido della potenza suprema, non è tollerabile né per la coscienza, né per l’intelligenza.
Se le conclusioni dell’inchiesta sui “cecchini per divertimento” a Sarajevo (1993 – 1995) dovesse
confermare le accuse, ci troveremmo di fronte all’affermazione dell’orrore nella forma più bassa e
disgustosa. Come si può pensare di divertirsi stroncando un’esistenza? È solo con l’inchiostro della
violenza adorata come una dea che si può scrivere quell’orrore. E questo è possibile dentro al
contesto di una guerra che per definizione è considerata “la forma legittima della violenza”. In quel
contesto, pur regolato da trattati e convenzioni che vengono puntualmente ignorati, tutto è possibile:
anche divertirsi uccidendo come fosse un videogame. Ma poi – mi chiedo – che gusto c’è? Come si
fa a provare “divertimento” per la morte di uno sconosciuto? Solo una mente molto disturbata
potrebbe arrivare a tanto. Ma qui mi rispondono che l’inchiesta dimostra che i partecipanti a questa
macabra impresa sarebbero stati tanti e il profilo è di professionisti danarosi, simpatizzanti di
estrema destra, con la passione per le armi. E chissà, forse la radice del disturbo è proprio in questo
profilo.

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