il commento al vangelo della domenica

Gesù, “felice rovina” di ciò che non è amore

il commento di E. Ronchi al vangelo della quarta domenica del tempo ordinario Anno B

Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, a Cafàrnao, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento (…). Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». (…)

Ed erano stupiti del suo insegnamento. Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita. La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci. Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.

Gesù insegnava come uno che ha autorità. Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell’umano. E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita. Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono. La sua persona è il messaggio.

L’autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male: C’era là un uomo posseduto da uno spirito impuro. Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell’uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui. E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell’uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).

Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d’umano. I demoni se ne accorgono: che c’è fra noi e te Gesù di Nazareth? Sei venuto a rovinarci? Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l’uomo, a spezzare catene; a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è; a rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza. Ai desideri padroni dell’anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui. Taci, non parlare più al cuore dell’uomo, non sedurlo. Esci dalle costellazioni del suo cielo.

Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla. Perla della creazione è un uomo libero e amante. Lo sarò anch’io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto. Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.

(Letture: Deuteronomio 18,15-20; Salmo 94; Prima Lettera ai Corinzi 7,32-35; Marco 1,21-28)

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l’ex fabbricante di armi contro le armi e la guerra

Io ex fabbricante di armi dico: la guerra è una follia

intervista a Vito Alfieri Fontana a cura di Alessandro Gisotti
in “L’Osservatore Romano” del 10 gennaio 2024

«Papà, ma allora tu sei un assassino?». Quella domanda rivoltagli dal figlio all’età di 8 anni rimarrà sempre come una lama nel cuore di Vito Alfieri Fontana. Anche oggi tanti anni dopo, quel momento non è facile da ricordare per questo ingegnere barese di 72 anni che ha vissuto due vite: la prima da progettatore e produttore di letali mine anti-uomo a capo della Tecnovar, azienda di famiglia economicamente di successo. E poi la seconda, diametralmente opposta: quella da capo sminatore nei Balcani, territorio sconvolto dalle guerre e infestato proprio da quelle armi subdole e micidiali che sono le mine. Vito ha raccontato questa parabola drammatica, sofferta e al tempo stesso intessuta di coraggio e speranza in un libro scritto con il giornalista di «Famiglia cristiana», Antonio Sanfrancesco, dal titolo emblematico: Ero l’uomo della guerra. In questa intervista con i media vaticani, l’ex produttore di armi convertitosi in operatore umanitario commenta anche le parole di
Papa Francesco sul disarmo e lancia un accorato appello a chi, come lui in passato, produce e vende strumenti di morte.
Ingegnere, lei ha detto in questi anni — anche nel suo libro “Ero l’uomo della guerra” — di aver vissuto due vite. Quella del produttore di mine e quella di sminatore, di chi quegli strumenti di morte cerca di neutralizzarli. Lo spartiacque non è arrivato d’improvviso, ma è maturato nel tempo. Innanzitutto grazie a suo figlio…
Quando mio figlio è cominciato a crescere, ha iniziato a farsi e farmi delle domande. Quando casualmente si è trovato faccia a faccia con il fatto che io producessi delle mine, facessi delle armi, mi ha chiesto: «Se fai le armi, allora tu sei un assassino…». Sono quelle cose che ti fanno capire la percezione che viene dall’esterno di quello che fai. È la cosa più semplice da capire in fondo: chi fa le armi, volente o nolente, aiuta a far del male agli altri. E mio figlio mi ha anche detto forse la cosa più ovvia: «Papà, magari le armi le fanno altri, tante persone nel mondo, ma perché le devi fare tu?». Queste parole sono state la prima pietra d’inciampo.
Poi nella sua “conversione” ha avuto un ruolo pure don Tonino Bello e in particolare un ragazzolegato proprio al vescovo pugliese presidente di Pax Christi…
Sì, nel 1993, quando parte la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, in quel momento mi arriva un invito a parlare da parte di don Tonino Bello, da Pax Christi, di cui lui era presidente. Aveva scritto nell’invito: «Cerchiamo di trovare un punto di discussione. Possibile che non si possa parlare fra uomini di pace e chi fa la guerra?». Don Tonino che aveva organizzato questo incontro purtroppo non vi partecipò perché nel frattempo morì. Il suo gruppo però volle tenere questa discussione lo stesso e mi trovai di fronte, non scherzo, a duecento persone che mi interrogavano anche pesantemente. Io risposi senza problemi, fino a quando un ragazzo, un volontario di Pax Christi, alla fine della discussione mi scosse quando chiese: «Ingegnere, Lei sarà pure simpatico però la notte, quando va a dormire, cosa sogna? E possibile che Lei sogna una “bella guerra”, è possibile che Lei sogna una guerra per vendere tante mine?».
La sua azienda, la Tecnovar, era una azienda che fatturava miliardi di lire. Un’azienda di famiglia.
Il suo cambio di vita ha incontrato anche tante incomprensioni, difficoltà. Ma lei è andato avanti per la sua strada. Cosa l’ha spinta a percorrere un sentiero così difficile?
Quando ti prende il chiodo, il chiodo in testa, il tarlo della coscienza, come si fa a mettere di nuovo mano alla penna sul tavolo da disegno e a progettare qualcosa che può fare del male agli altri? A quel punto non ci riesci più. Perché devo farlo? Effettivamente aveva ragione mio figlio. Certo questo comporta delle incomprensioni, che tu rompi con una parte della famiglia, che ti trovi, non proprio il vuoto attorno, ma capisci che gli altri non vogliono capire… Però, si va avanti.
Cosa ha provato le prime volte che si è trovato dall’altra parte? A guidare, con l’organizzazione  Intersos, lo sminamento di aree infestate da mine anti uomo — in particolare nella ex Jugoslavia —
simili a quelle che la sua azienda aveva prodotto fino a poco tempo prima?
Ci si sente male perché una parte di te la senti sotto terra. È una strana sensazione, cioè ti senti domandare dentro: «Guarda che hai combinato?». I primi cinque minuti sono di paura, perché non
sai se sarai capace, di andare contro te stesso. Poi, alla fine, la paura passa… Però, all’inizio, è imbarazzante. Mi sentivo veramente male ed ero molto severo con me stesso.
Lei ha raccontato che, nella sua vita di industriale delle armi, partecipava a fiere ed eventi dove incontrava più o meno sempre le stesse persone. Eventi dove non si considerava il male che si
faceva con queste armi…
In quelle occasioni non si parlava mai di vite umane. Una mina anti-uomo è una mina buona se riesce a perforare una piastra di metallo di 50cmx50cmx5mm. Non si parla di uomini, non ci sono bambini che vengono considerati. Non ci sono soldati, che poi perdono le gambe o la vita…La perforazione della lastra, quello è l’obiettivo e su quello si lavora.
L’epilogo del suo libro si intitola “Il passato che non passa”. Il peso della prima delle due vite si fa sentire anche sulla seconda, inevitabilmente…Due milioni e mezzo di mine prodotte, alcune migliaia disinnescate. Un bilancio impari, annota amaramente. Anche per la sua coscienza…
Sì, se consideriamo una vita sola… Il mio impegno ora è anche a favore di circa 10.000 persone che in tutto il mondo hanno fatto il mio ultimo lavoro, quello di sminatore. Persone che si spaccano la schiena ogni anno, ogni giorno, ogni ora del giorno per levare le mine. Spero di aver dato un contributo anche avendo posto in luce questo problema, avendo incoraggiato questa gente che sta facendo “miracoli” in questi anni. Non parlo solo dei Balcani, parlo dell’Asia, dell’America, dell’Africa, con dei successi incredibili. Quindi, certo il bilancio mio, come persona, è impari, però sono inserito in un gruppo incredibile di gente che sta facendo un grande lavoro.
A proposito di questa ultima considerazione, lei ha anche collaborato con il premio Nobel per la pace Jody Williams a favore della Campagna mondiale contro le mine anti uomo, che portò alla Convenzione di Ottawa. Un accordo citato positivamente da Papa Francesco nella Esortazione apostolica “Laudate Deum”. Oggi non sembra esserci un movimento dal basso, popolare, sul disarmo come avviene per altri temi, per esempio la crisi ecologica…
Diciamo che la Convenzione di Ottawa aveva in fondo un nemico abbastanza limitato. I fabbricanti di mine erano una minima parte e sinceramente neanche difendibili…Le questioni ambientali
coinvolgono molte più persone e quindi hanno naturalmente molto più seguito. Io dico però che almeno i cristiani dovrebbero avere sempre in testa — non credo di sbagliarmi — che, nel Vangelo, i pacificatori, gli operatori di pace sono l’unico gruppo umano che Gesù definisce «figli di Dio»: «Beati gli operatori di pace perché verranno chiamati figli di Dio». Dovremmo sempre ricordarcene, è una grossa responsabilità. Potremo essere uno solo, potremo essere 10.000, però se siamo definiti in un certo modo non possiamo tirarci indietro.
La guerra in Ucraina, la guerra in Medio Oriente e poi tanti altri conflitti dimenticati dalla Siria allo Yemen. Il Papa ha messo tante volte in luce un paradosso: ci si arma per sentirsi più sicuri, ma aumentano le guerre e di conseguenza l’insicurezza globale. Lo ha fatto anche rivolgendosi al
Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede lunedì scorso…Si può spezzare questo circolo vizioso o dobbiamo rassegnarci a vivere in questa situazione?
Rassegnarsi mai! Purtroppo però il 2024 è un anno travagliato: ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Quindi tutti gli avvenimenti internazionali, secondo me, gireranno intorno a quella
situazione, e ci sarà una grande turbolenza internazionale. È chiaro che a un certo punto i conflitti devono smettere, perché le guerre non possono essere infinite, e in quel momento bisognerà interporsi. Avremo un anno difficile, dopo bisognerà rimboccarsi le maniche e cercare di guarire le
ferite che noi tutti, come comunità umana, abbiamo inferto ai nostri fratelli.
Il Papa ha anche detto il giorno di Natale che la gente vuole pane, non armi. Madre Teresa aveva levato un appello simile, ricevendo il premio Nobel per la Pace, nel 1979…
Noi dobbiamo essere consapevoli che le armi vengono detenute sì e no dall’1 per cento della popolazione quando c’è una guerra. Le armi vengono manovrate, usate o programmate da pochissime persone rispetto ai danni che fanno. Io quello che ho visto andando in questi teatri di guerra, in queste realtà devastate, è che la gente aveva bisogno — come dice il Papa — di pane, aveva bisogno di lavoro, di ricostruire, e non aveva certo bisogno di armi! E questo vale per il 99  er cento delle persone. Mi ha fatto sempre impressione questo fatto: che tu potevi mettere assieme ex nemici purché li mettessi a lavorare, cioè che dessi loro un lavoro, una paga adeguata perché potessero tornare con dignità a casa. Allora ho visto proprio spegnersi le antiche rivalità. Con me,
nell’attività di sminatore, hanno lavorato ortodossi, cattolici, musulmani, ma anche parecchi atei…E non c’era nessun problema quando una persona collaborava con altre e portava il pane a casa: è
quella la prospettiva che la politica dovrebbe avere: distribuire pane invece che armi! Non pane — dico io — regalato o rubato, ma pane guadagnato. Si programmasse del lavoro, bonifiche, ricostruzioni…si programmassero irrigazioni, energie alternative.
«Per dire “no” alla guerra bisogna dire “no” alle armi», ha detto il Papa il giorno di Natale.
«Perché — ha aggiunto — se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte tra le mani, prima o poi li userà». Cosa ne pensa sulla scorta anche della sua esperienza personale?
Io vorrei completare così queste parole del Papa: fare una guerra è come tagliare un albero. Fare la pace è come piantare un albero. Per tagliare un albero non ci metti niente, ci vuole un’arma! Per fare la pace devi piantare l’albero, lo devi seminare, averne cura per vederlo crescere. Quindi, alla sofferenza del momento della guerra segue poi il disagio, la fatica e la sofferenza della ricostruzione. È pazzesco. L’uso delle armi è una follia! Ci sono tutte le possibilità di vivere cooperando anche se la si pensa diversamente. Lavoro e dignità. Insomma, io non so perché non si
vuole arrivare a capire questo.
Lei ha oggi 72 anni vissuti intensamente e con un percorso di vita non comune. Cosa si sentirebbe di dire a chi, come lei in passato, produce e vende armi? Perché dovrebbe smettere di farlo, come ha fatto lei?
Io mi rivolgerei più che altro a chi sente di avere una fede. Io ho parlato con molte persone su questo. Se tu mi dici di produrre il motore per un’automobile o il motore di un carrarmato, io non dovrei avere alcun dubbio…
Io dico questo: se hai fede, devi essere conseguente. Specialmente noi che crediamo nella Parola di Dio, nella Bibbia, come possiamo odiarci fino al punto di distruggere le speranza degli altri, dei nostri fratelli? Solo questo vorrei dire.
I dati sulle mine nel mondo In Siria e Ucraina il maggior numero di vittime
Nel corso del 2022 è stato registrato un aumento delle vittime a causa della presenza delle mine a livello mondiale. È quanto certificano i dati più recenti in materia, diffusi a novembre del 2023 nel rapporto annuale Landmine Monitor, a cura della International Campaign to Ban Landmines.
Secondo il rapporto, le mine e i residuati bellici esplosivi hanno provocato la morte o il ferimento di 4.710 persone in 49 Stati. I civili sono particolarmente esposti ai rischi legati alle mine e ai residuati bellici esplosivi: costituiscono infatti l’85 % delle vittime registrate. E di queste 1.171 sono bambini.
Il maggior numero di vittime annuali si è avuto in Siria (834) e in Ucraina (608). Nel contesto del conflitto in Ucraina, rispetto al 2021, il Paese ha visto decuplicare il numero di vittime civili per le mine. Seguono Yemen e Myanmar in cui si sono registrate rispettivamente più di 500 vittime.
Secondo i dati del Landmine Monitor 2023, mine antipersona sono state impiegate da parte di gruppi armati non statali in: Colombia, India, Myanmar, Thailandia e Tunisia, nonché in otto Stati nella regione del Sahel: Algeria, Benin, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Mali, Niger, Nigeria e Togo. Per il rapporto i Paesi contaminati da mine antipersona sono 60.
Un totale di 30 Stati che hanno aderito alla Convenzione ha riferito di aver eliminato tutte le aree minate dal proprio territorio da quando il Trattato per la messa al bando delle mine è entrato in vigore nel 1999.
Il sostegno globale all’azione contro le mine – riferisce sempre il rapporto di Landmine monitor – è stato pari a 913,5 milioni di dollari, che rappresenta un aumento del 52% rispetto al supporto fornito
nel 2021. Di questa cifra 162,3 milioni di dollari sono stati destinati alle attività in Ucraina.

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il commento al vangelo della domenica

convertirsi

cioè volgersi verso la luce che è Cristo


il commento di E. Ronchi al vangelo della terza domenica del tempo ordinario – Anno B

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. (…)
Marco ci conduce al momento sorgivo e fresco del Vangelo, quando una notizia bella inizia a correre per la Galilea: l’attesa è finita, il regno di Dio è qui. Gesù non dimostra il Regno, lo mostra, lo fa fiorire dalle sue mani: libera, guarisce, perdona, toglie barriere, ridona pienezza a tutti, a cominciare dagli ultimi della fila. Viene come guaritore del disamore del mondo. La seconda parola di Gesù: convertitevi, giratevi verso il Regno. C’è un’idea di movimento nella conversione, come nel moto del girasole che ogni mattino rialza la sua corolla e la mette in cammino sui sentieri del sole. Allora: “convertitevi” dice: “giratevi verso la luce perché la luce è già qui”. Ogni mattino, ad ogni risveglio, posso anch’io “convertirmi”, muovere pensieri e sentimenti e scelte verso una stella polare, verso la buona notizia che Dio è più vicino, è entrato di più nel cuore del mondo, nel mio, ed è all’opera con mite e possente energia. Gesù ha camminato per tre anni, ha percorso tutte le strade di Galilea, innamorato non di recinti ma di orizzonti. E se ti eri fermato, proprio da là ti fa ripartire, vivrai ancora inizi, perché non sei al mondo per essere immacolato ma incamminato. Camminando lungo il lago, Gesù vide… L’ambiente di lavoro è il luogo privilegiato della vocazione, lo è stato per Mosè, per Saul, Davide, Eliseo, Amos, per i pescatori Andrea e Pietro. «Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna, del mio piccone, del mio pennello, del mio ago, del mio cuore, del mio pensiero» (Teilhard de Chardin). Gesù ha gli occhi di un profeta, guarda e in Simone intuisce Pietro, la Roccia. Vede Giovanni e in lui indovina il discepolo dalle più belle parole d’amore. Un giorno, guarderà l’adultera trascinata a forza davanti a lui, e in lei vedrà la donna capace di amare bene di nuovo. Il Maestro guarda anche me, nei miei inverni vede grano che spunta, generosità che non sapevo di avere, capacità che non sospettavo. Dio ha verso di me la fiducia di chi contempla le stelle prima ancora che sorgano. Seguitemi, venite dietro a me. Gesù non si dilunga sulle motivazioni, perché il motivo è la sua persona, lui che ti mette il Regno appena nato fra le mani. E lo dice con una frase inedita: Vi farò pescatori di uomini. Come se dicesse: “vi farò cercatori di tesori”. Mio e vostro tesoro sono gli uomini. Li tirerete fuori dall’oscurità, come pesci da sotto la superficie delle acque, come neonati dalle acque materne, come tesoro dissepolto dal campo. Li porterete dalla vita sommersa alla vita nel sole. Mostrerete che è possibile vivere meglio, per tutti, e che il Maestro del cuore e delle strade ne possiede la chiave.
(Letture: Giona 3,1-5.10; Salmo 24; Prima Corinzi 7,29-31; Marco 1,14-20)
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il commento al vangelo della domenica

in quel «cosa cercate?» la pedagogia del Signore

il commento di E. Ronchi  al angelo della  seconda domenica del tempo ordinario-anno B

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». (…) Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete»(…). Gesù allora si voltò e disse: «Che cercate?».

Le prime parole del Gesù storico sono una domanda. È la pedagogia di quel giovane rabbi, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano i due che lo seguono, le loro attese, le loro domande: prima venite voi, dopo io. Amore vero mette sempre il tu prima dell’io. Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto sono la stessa domanda raddoppiata (che cercate? donna chi cerchi?) e rivelano che il Maestro dell’esistenza non vuole imporsi, non gli interessa stupire, abbagliare, indottrinare, ma la sua passione è farsi vicino, mettersi a fianco, ascoltare, rallentare il passo, l’arte dell’accompagnamento. Che cosa cercate? Con questa domanda Gesù non si rivolge all’intelligenza, alle emozioni, alla volontà dei due, ma va più a fondo; non interroga la teologia di Maddalena, ma scende nella sua nuda umanità. E formula un interrogativo al quale tutti sono in grado di rispondere, i colti e gli ignoranti, i laici e i religiosi, i giusti e i peccatori. Gesù, il Maestro del cuore, pone le domande del cuore, quelle che fanno vivere: si rivolge subito al desiderio profondo, al tessuto sorgivo dell’essere. Che cosa cercate? Significa: qual è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita?
Gesù, che è il vero Maestro ed esegeta del desiderio, ci insegna a non consultarci con le nostre paure, ma con i nostri desideri, progetti e speranze. Libera il futuro e fame di cielo, salva l’importanza del desiderio, motore della vita, dalla depressione, dal rattrappirsi, dall’essere banale. Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità specifica è di essere creature di ricerca e di desiderio. Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato. E la domanda diventa: che cosa mi manca? Quale vuoto mi morde? Gesù non chiede, ai due ragazzi che lo seguono, per prima cosa sacrifici, rinunce o penitenze; non impone di immolarsi sull’altare del dovere o dello sforzo. Chiede la cosa più importante: di rientrare nel cuore, di comprenderlo, di conoscere che cosa desiderano di più, che cosa li fa felici, che cosa si muove nel loro spazio vitale, cosa li muove. Di ascoltare il cuore, di abbracciarlo: “accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi” (San Bernardo). I Padri definiscono, questo primo passo della vita spirituale, il ritorno al cuore:
“trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno” (Giovanni Crisostomo). Che cosa cercate? Per chi camminate? Io ormai lo so: cammino per Uno che fa felice il cuore. (Letture: 1Sam 3,3-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42).

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il commento al vangelo della domenica

«Tu sei mio Figlio»

il commento di  E. Ronchi al vangelo della domenica  del Battesimo del Signore – Anno B

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». (…)E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. (…)​​

«E subito, uscendo dall’acqua vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere come una colomba ».

Sento tutta la bellezza e la potenza del verbo: si squarciano i cieli, si lacerano, si strappano sotto la pressione di Dio, sotto l’impazienza di Adamo e dei poveri. Si spalancano, come le braccia dell’amata per l’amato. Noi siamo figli di un cielo lacerato per amore: vita ne entra, vita ne esce, e nessuno lo richiuderà più. Da questo cielo aperto e sonante di vita, viene, come colomba, il respiro di Dio. Una danza dello Spirito sull’acqua è il primo movimento della Bibbia ( Genesi 1,2).

Una danza nelle acque del grembo materno è il primo movimento di ogni figlio della terra. Una colomba che danza sul fiume è l’inizio della vita pubblica di Gesù. Il brano, quasi un Vangelo in miniatura, raccolto attorno a tre simboli: una voce, un figlio, una colomba. «Venne una voce dal cielo e disse “Tu sei mio Figlio”». Primo viene il “tu”, la parola più importante del cosmo. In amore, il tu viene sempre prima dell’io. Venne una voce, con le parole proprie di una nascita: Figlio, il termine più potente per il cuore. E per la fede. Vertice della storia umana, culmine della storia divina. Era la voce di chi veniva a prendere in braccio lo storto mondo umano.​ Seconda parola: amato. E lo sono da subito, a prescindere, prima che io faccia qualsiasi cosa, prima che io dica sì o dica no. Per quello che sono, così come sono, io sono amato. E che io lo sia, dipende da lui, non dipende da me. La terza parola: in te ho posto il mio compiacimento.

La Voce grida sul mondo e in mezzo al cuore la gioia di Dio: tu mi piaci, è bello stare con te, tu mi fai contento. Dio ha affidato a noi la sua gioia. A me che non l’ho ascoltato, che me ne sono andato, che l’ho anche tradito, a me sento dire: «In te ho posto la mia soddisfazione». Uscito dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere. È il compito di ciascuno: aprire finestre di luce, un pertugio d’azzurro, aprire spazi al volo. Da questo cielo aperto scende, come colomba, la vita stessa di Dio. Si posa su noi, ci avvolge, penetra, trasforma i pensieri e gli affetti, secondo la legge dolce ed esigente del vero amore. Allora ti prende una nostalgia, un desiderio di fare qualcosa che assomigli a ciò che è detto di Gesù che “passò nel mondo facendo del bene”. Essere, nella vita, donatori di vita, accendendo, perdonando, guarendo il disamore, aprendo spazi a un profumo di bellezza.

Che è mescolare in giuste proporzioni il finito e l’infinito, le vie della carne e le vie del Verbo, fino a che la sua e nostra vita formino un fiume solo.

( Letture: Is 55,1-11; Is 12; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11)

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un pò di delusione nel discorso di Capodanno


Signor Presidente,
noi sottoscritti cittadini e cittadine Suoi connazionali, lavoratori della città e della campagna, studenti e persone impegnate nel mondo della cultura, dell’insegnamento, dell’associazionismo, ci permettiamo di ricordarLe la situazione in atto in Palestina:
circa 30.000 vittime civili a Gaza, senza contare i presumibili 10.000 sotto le macerie.
70.000 feriti che non possono essere adeguatamente curati in ospedali distrutti da Israele.
1000 bambini che hanno perso uno o entrambi gli arti inferiori o superiori.
90% degli edifici rasi al suolo: “non è rimasto brandello di muro”, dichiarano i pochi osservatori ONU rimasti sul campo.
Una economia, una società, un paesaggio annichilati.
Oltre 2 milioni di persone sono senza un tetto, né acqua, né cibo, né medicinali, né carburanti, e sono spinte dall’esercito israeliano in una piccola sacca a Gaza sud, che peraltro continua ad essere bombardata.
Intanto si susseguono dichiarazioni di governanti israeliani sulla necessità di espellere dal territorio di Gaza i palestinesi sopravvissuti, e sul progetto di ricolonizzazione di Gaza da parte dei coloni israeliani, mentre addirittura si pubblicano annunci di lussuosi villaggi turistici da costruire sulle macerie e sui corpi insepolti della popolazione palestinese.
In Cisgiordania (secondo l’ONU, “Territori Occupati”) gli oltre 700.000 coloni israeliani, che hanno occupato illegalmente il territorio e rendono molto problematica, per non dire impossibile, la soluzione “due popoli, due Stati”, spalleggiati dall’esercito di Israele attaccano quotidianamente e uccidono i contadini palestinesi, compresi donne, anziani, adolescenti.
Israele ha ucciso 138 funzionari dell’ONU e continua a bombardare i convogli dell’agenzia per i rifugiati dell’ONU. Colpisce le ambulanze che trasportano i feriti. Cattura, e umilia denudandoli e ingiuriandoli, centinaia di cittadini colpevoli semplicemente di essere palestinesi.
Israele ha trucidato un centinaio di giornalisti e fotografi nell’esercizio del loro lavoro.
Il segretario generale dell’ONU Guterres ha denunciato ripetutamente la “catastrofe umanitaria”, l’Assemblea generale dell’ONU approva la risoluzione che chiede l’immediato cessate il fuoco.
Alcuni stati, come il SudAfrica deferiscono Israele alla Corte penale internazionale per violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario e di fronte alla Corte internazionale di giustizia per genocidio. Migliaia chiedono alla Corte penale internazionale di arrestare, giudicare e condannare Netanyahu e la cupola politico- militare israeliana per questi motivi. Altri Paesi della UE annunciano varie azioni contro Israele, mentre il nostro governo appare silente o complice dei crimini in corso.
Quando l’Armata Rossa sovietica liberò Auschwitz il 27 gennaio 1945 e vennero alla luce gli orrori della Shoah, alcuni giustificarono il loro silenzio e la loro inazione dicendo di ignorare cosa stesse accadendo nei lager nazisti. Oggi assistiamo in diretta alla pulizia etnica e all’olocausto del popolo palestinese. Nessuno può dire “non so”.
È per noi grave che Ella nel Suo messaggio riduca il genocidio in corso a “un’azione militare [di Israele] che provoca anche [evidenziazione nostra] migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti”. Nient’altro. Ella, Signor Presidente, avrebbe potuto, e riteniamo dovuto, riprendere le dichiarazioni del segretario dell’Onu, le risoluzioni dell’Assemblea generale e levare una voce per l’immediato cessate il fuoco in Palestina. Come anche alcuni leader europei hanno chiesto.
Ella, invece, ha taciuto, Signor Presidente.
Nelle sue parole il genocidio del popolo palestinese in corso (è la definizione dello storico israeliano Ilan Pappé, costretto ad abbandonare il suo paese e la sua università per le minacce di cui è stato oggetto) è stato ridotto alla reazione israeliana “che provoca anche migliaia di vittime civili”. Durante la Resistenza antifascista i massacri operati dai nazifascisti si chiamavano “rappresaglia”; alle Fosse Ardeatine i nazisti applicarono la formula del “10 italiani per un tedesco”. La rappresaglia di Israele (se di rappresaglia si può parlare e non di un piano preordinato di svuotare Gaza della popolazione palestinese e riportarla sotto il diretto controllo israeliano) supera di molto il criterio nazista delle Fosse Ardeatine.
Tra l’altro, Ella evita di dare un nome al popolo vittima del massacro: nel Suo discorso sono “moltitudini di persone”. NO, non sono “moltitudini”, “volgo disperso che nome non ha”: è il popolo palestinese che subisce da 75 anni l’occupazione di Israele, è il popolo che si oppone e resiste all’occupazione, come fecero i nostri patrioti nel Risorgimento e i partigiani nella Resistenza antinazifascista italiana.
Ella dice che i giovani vanno educati alla pace, ma non si educa se non si compie un’operazione di verità, e la verità non è solo non dire il falso, ma dare un quadro completo delle cose. Il Suo discorso – un discorso ufficiale, a reti televisive unificate a tutto il Paese – per quel che dice e per quello che NON dice, viola i principi cui pure Ella dichiara di ispirarsi, non educa alla verità, né alla giustizia, in difesa morale di ogni popolo oppresso.
La parte del Suo discorso dedicata al conflitto in Medio Oriente è in definitiva schiacciata sulla politica bellicistica e disumana del governo di Israele, che annuncia un 2024 di guerra. Legando mani e piedi il nostro Paese alla politica oltranzista di Israele, Ella rompe con quella politica mediterranea di apertura ed equilibrio con i paesi arabi e di riconoscimento delle ragioni del popolo palestinese, promossa tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso da statisti come Moro, Andreotti, Craxi, o da un sindaco eccezionale testimone di pace e costruttore di ponti fra i popoli, come Giorgio La Pira. Il Suo discorso, Signor Presidente, non è solo un inaccettabile silenzio sul genocidio palestinese in corso, è anche un tradimento della storia italiana, e un colpo ai nostri interessi nazionali.
Ebbene, in piena coscienza, e con il massimo rispetto per la carica che Ella riveste, noi sottoscritti ci permettiamo di osservare e di comunicarLe che Ella ha parlato non in nostro nome.
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NON IN MIO NOME
Per aderire inviare mail a: italiapalestina2024@gmail.com indicando nome, città, attività ed eventualmente associazione di cui si fa parte

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