il commento al vangelo della domenica

BATTEZZATE TUTTI I POPOLI NEL NOME DEL PADRE, DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO  

commento al Vangelo della domenica della ss. Trinità (31 maggio 2015) di p. Alberto Maggi 

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Mt 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

La liturgia di oggi ci presenta la finale del Vangelo di Matteo, che al versetto 16 scrive “gli undici discepoli” – non sono più dodici, manca Giuda. Giuda ha scelto il denaro e il denaro lo ha distrutto, lo ha divorato, non ha scelto la beatitudine della povertà, cioè della condivisione solidale e continua, ma ha pensato soltanto al proprio interesse e chi pensa al proprio interesse si distrugge.
“Gli undici discepoli”, scrive l’evangelista, “intanto andarono in Galilea”. In Galilea per tre volte nel vangelo c’è l’invito di Gesù ad andare in Galilea dopo la sua risurrezione. Gesù non può essere sperimentato a Gerusalemme, la città santa e assassina, ma per sperimentarlo bisogna andare in Galilea – e per tre volte nel Vangelo di Matteo c’è questo invito – “sul monte che Gesù aveva loro indicato”.
Se per tre volte c’è l’invito ad andare in Galilea, mai appare in questi inviti, l’invito ad andare su “il monte” che Gesù ha indicato. Gesù non ha mai indicato nessun monte. E perché gli undici vanno non su “un monte” – la Galilea è una zona montagnosa, ci sono tanti monti – ma su “il monte”?
Cosa vuol dire l’evangelista?
L’esperienza del Cristo risuscitato non è un privilegio concesso 2000 anni fa a un gruppo di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi. E l’ evangelista ce l’indica come?  Per sperimentare il Cristo risuscitato bisogna andare in Galilea su “il monte”. Questa espressione con l’articolo determinativo, “il monte”, è apparsa al capitolo 5, quando Gesù proclama le beatitudini su “il monte”.
Allora l’evangelista vuol dire che situarsi in Galilea su il monte significa situarsi nel cuore del messaggio di Gesù, le beatitudini. Le beatitudini invitano l’uomo a orientare la propria esistenza al bene dell’altro. Chi orienta la propria vita al bene dell’altro sente dentro di sé una forza, un’energia tale di vita che gli fa sperimentare il Cristo risuscitato. Quindi questo è possibile a tutti.
Continua l’evangelista: “Quando lo videro ”.
Vedere, nella lingua greca, si può dire in diversi modi; qui l’evangelista non adopera il termine che indica la vista “fisica”, ma la vista “interiore”.
Questo vedere non riguarda la vista, ma la fede. Ed è lo stesso che nelle beatitudini, nella beatitudine de “i puri di cuore”, Gesù aveva proclamato: “Beati i puri di cuore perché questi vedranno Dio” (cf Mt 5,8). Gesù non garantisce apparizioni o visioni, ma una profonda esperienza del Signore.
Quindi “lo videro, si prostrarono”. Prostrarsi  significa che riconoscono in Gesù qualcosa di diverso, vedono in Gesù la pienezza della condizione divina.
Però stranamente, scrive l’evangelista, “essi dubitarono”. Ma di che cosa dubitano? Non che sia risuscitato, lo vedono! Non che in Gesù ci sia la condizione divina, si prostrano! Di che cosa dubitano?
L’unica volta che c’è il verbo “dubitare” in questo Vangelo è al capitolo 14, quando Pietro pretese di camminare sulle acque – e questo significava avere la condizione divina – ma incominciò ad affogare. E Gesù lo rimproverò: “uomo di poca fede, perché dubitasti? (Mt 14,32).
Allora in questo brano questa espressione “dubitare” dei discepoli si riferisce a che cosa? Anche loro pensano di avere la condizione divina, di arrivare alla condizione divina come Gesù, ma capiscono attraverso cosa è passato Gesù: l’ignominia della croce.
Allora dubitano di se stessi, non sanno se saranno anch’essi capaci di affrontare la persecuzione, la sofferenza e il martirio per arrivare alla condizione divina.
Ebbene Gesù, nonostante questa loro esitazione, li manda. Dice: “andate e fate discepoli tutti i popoli” – il termine indica le nazioni pagane, quindi proprio quelle popolazioni che erano emarginate, quelle popolazioni che erano disprezzate, proprio queste sono oggetto dell’amore di Dio.
Ed ecco il comando di Gesù “battezzandoli” – non è un rito liturgico quello che Gesù chiede di fare. Il verbo battezzare significa “immergere, inzuppare, impregnare”.  “Battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, nel nome di qualcuno indica una realtà.
Allora, è compito della comunità dei credenti di andare verso gli esclusi, verso gli emarginati, verso i rifiutati dalla religione e proprio a loro far fare una esperienza – di questo si tratta – della pienezza  dell’amore del Padre, colui che da la vita, del Figlio, colui nel quale questa vita si è pienamente realizzata, e dello Spirito, questa energia vitale.
“Insegnando”. E’ la prima volta nel Vangelo di Matteo che Gesù autorizza i discepoli ad insegnare. Non li autorizza ad insegnare una dottrina, ma una pratica: infatti “a praticare e a osservare tutto ciò che io vi ho comandato”.
E l’unica volta che appare qualcosa che Gesù comanda in questo Vangelo è riferito alle beatitudini. Non una dottrina da proclamare, ma una pratica da insegnare, “insegnate a praticare le beatitudini”, “insegnate a praticare la condivisione per amore, il servizio reso per amore”.
Se c’è questo – ecco la garanzia – “ecco io sono con voi”; Matteo aveva iniziato il suo Vangelo con l’espressione che Gesù è “il Dio con noi”  e termina con questa stessa espressone  “io sono con voi tutti i giorni fino …” – dispiace vedere qui nella nuova traduzione della CEI ritornare il termine inesatto, “fine del mondo”.
Non si tratta di fine del mondo, era meglio la vecchia traduzione dove si parlava di “fine dell’epoca, fine del tempo”; infatti la Bibbia di Gerusalemme dice “fino alla fine del tempo”.
Non si tratta di una scadenza, ma di una qualità di presenza; non c’è nessuna fine del mondo, Gesù non mette paura, Gesù assicura che se ci sono queste condizioni di andare comunicando amore, lui è sempre presente nella sua comunità e questo “per sempre” quindi non è una scadenza, ma una qualità della sua presenza.

 

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