il commento al vangelo della domenica

le due sorelle

da gli Amici dell’Eremo di Ronzano il commento al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario

 

C’è stato un tempo
o forse ancora oggi,
vivo affaccendato, agitato.
Presente, disponibile, generoso…
ma col cuore stanco, perso, assetato.
Molte cose da fare, impegni da onorare,
responsabilità che incalzano,
una vita in corsa: lavoro, servizio, relazioni, riti da svolgere.
E tutto apparentemente buono, utile,
perfino, forse giusto.

Poi ho riletto questo brano
e mi sono visto in Marta.
Non per condannarmi
ma per riconoscermi.

Ma dentro, piano piano,
si fa il silenzio… e poi smarrimento.
Sento di non bastare mai,
di dover essere sempre all’altezza,
di meritare affetto, riconoscimento, senso.
Perfino Dio diventa un dovere, un compito:
comportarmi bene per non deluderlo,
dare tanto per guadagnarmi il suo amore.

Mi perdo negli sguardi degli altri,
nella pretesa di controllare tutto,
nel desiderio inconfessato
di essere necessario, importante, ascoltato…
E non mi accorgo che nel frattempo,
ho smarrito la parte più vera di me:
la mia interiorità.
Smesso di ascoltare il cuore.
Non trovo il coraggio di fermarmi.
Non provo più la meraviglia.
Non riesco a lasciarmi raggiungere.

Nella casa di Betania, sta Gesù,
non per ricevere qualcosa
ma per offrire sé stesso.
Non chiede altro che uno spazio,
un tempo, un ascolto, un vuoto da colmare.

Maria seduta ai suoi piedi.
In questo stato silenzioso
c’è una rivoluzione:
capovolge la logica del mondo.

La nostra società,
che misura tutto in base alla produttività,
non comprende il valore dell’ascolto,
della contemplazione, della gratuità.
Abbiamo dimenticato “la parte buona” ,
l’unica cosa necessaria.

In quella casa… ci sei anche tu.
Ci sono io.
Come Marta, mi affanno, mi lamento,
mi sento solo, non compreso, non aiutato.
E tutto nasce da quel bisogno profondo
di controllare, di fare bene, di meritare.

Gesù non la condanna,
non la giudica.
La chiama per nome, due volte,
con tenerezza:
Marta, Marta…
Quasi a volerla svegliare,
invitarla a fermarsi,
a respirare,
a smettere di lottare per amore,
e lasciarsi amare.

Dal di dentro della fragilità umana,
vorrei scrivere a te,
anima amica, sorella cara…

Ti auguro di saper distinguere
tra il superfluo e l’essenziale,
tra ciò che pesa e ciò che conta,
tra smarrimento e consapevolezza,
tra l’illusione che consuma
e la verità che nutre.

Non c’è nulla da dimostrare,
nessun amore da conquistare.
Sei già amata
e quando lo accogli,
l’amore diventa anche tuo, vivo, vero.
Non si tratta di fare di più.
Si tratta di essere di più.

Ti auguro una vita come quella di Maria.
Una vita che sa rallentare.
Che sa fermarsi.
Che sa ascoltare, accogliere.

Ti auguro di trovarti,
seduta ai piedi di te stessa,
ai piedi della tua anima,
del tuo maestro interiore,
senza cercare la perfezione,
senza l’ansia del fare.

Cara amica, lasciati baciare,
è come stare al fuoco,
accarezzata dal suo calore,
essere illuminata,
custodita dalla sua tenerezza,
dalla gentilezza amorevole
per poter “abitare il presente”.

Perché non sei chiamata a fare per meritare
ma a ricevere per vivere.
Ad accogliere l’amore,
quello che ti viene donato
non perché vali qualcosa
ma perché vali tutto.

Ti auguro “la parte buona” ,
quella che nessuno ti può togliere:
la tua intimità col divino,
con il tuo cuore,
con la tua verità, la tua coscienza.

Lascia andare il bisogno di controllare,
di piacere, di fare tutto tu.
Non sei amata perché fai,
sei amata perché sei.

E l’ascolto – quello vero – ti trasformerà.
Non perché cambierà tutto fuori
ma perché si illuminerà tutto dentro.

Accetta questa presenza che ti visita.
Accoglila, con tutto quello che sei.
E sarà vita nuova.
Semplice. Ma piena.
Silenziosa. Ma eterna.

Ti saluto con le parole di Hetty Hillesum:
“Si deve diventare un’altra volta
così semplici e senza parole
come il grano che cresce,
o la pioggia che cade.
Si deve semplicemente essere.”

Un abbraccio silenzioso, profondo,
come uno sguardo negli occhi,
come una carezza sull’anima.
Sperando di vederti…
fermare, ascoltare, risplendere.

il commento al vangelo della domenica

Marta cuore del servizio

Maria cuore dell’ascolto


Marta cuore del servizio, Maria cuore dell'ascolto

il commento di E. Ronchi al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

La casa è piena di gente, ci sono Gesù e i suoi; Maria, la giovane, seduta ai piedi dell’amico, i discepoli intorno, forse Lazzaro tra loro; Marta, la generosa, è nella sua cucina, alimenta il fuoco, controlla le pentole, si alza, passa e ripassa davanti al gruppo a preparare la tavola, affaccendata per tutti. Maria seduta ascoltava Gesù. Un uomo che profuma di cielo e una donna, seduti vicinissimi. Una scena di maestro-discepola così inconsueta per gli usi del tempo che pare quasi un miracolo. Tutti i pregiudizi sulle donne saltati in aria, rotti gli schemi. Presi l’uno dall’altra: lui totalmente suo, lei totalmente sua. La immagino incantata davanti alle parole del maestro e amico, come se fosse la prima volta. Conosciamo tutti il miracolo della prima volta. Poi, lentamente ci si abitua. L’eternità invece è non abituarsi mai, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre, come nella casa dell’amicizia, a Betania. E poi c’è Marta, la padrona di casa, tutto compresa del suo ruolo santo. Gli ospiti sono come angeli e c’è da offrire loro il meglio; teme di non farcela e allora “si fa avanti”, con la libertà dell’amicizia, e s’interpone tra Gesù e la sorella: “dille che mi aiuti!”. Gesù l’ha seguita con gli occhi, ha visto il riverbero della fiamma sul suo volto, ha ascoltato i rumori di là, sentito l’odore del fumo e del cibo quando lei passava, era come se fosse stato con Marta, in cucina. In quel luogo che ci ricorda il nostro corpo, il bisogno del cibo, la lotta per la sopravvivenza, il gusto delle cose buone, la trasformazione dei doni della terra e del sole ( J. Tolentino). Affettuosamente le risponde: Marta, Marta, tu ti affanni per troppe cose. Gesù non contraddice il servizio ma l’affanno; non contesta il suo cuore generoso ma il fare frenetico, che vela gli occhi. Riprendi il ritmo del cuore, del respiro, del flusso del sangue; abbi il coraggio di far volare più lente le tue mani, altrimenti tutto il tuo essere entra in uno stato di disagio e di stress. Maria ha scelto la parte buona: Marta non si ferma un minuto, Maria invece è seduta, occhi liquidi di felicità; Marta si agita e non può ascoltare, Maria nel suo apparente “far niente” ha messo al centro della casa Gesù, l’amico e il profeta. Doveva bruciar- le il cuore quel giorno. Le due sorelle di Betania tracciano i passi della fede vera: passare dall’affanno di ciò che devo fare per Dio, allo stupore di ciò che Lui fa per me. I passi della fede di ogni credente: passare da Dio come dovere a Dio come stupore. Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano; battono i loro due cuori: il cuore dell’ascolto e il cuore del servizio.

 (Letture: Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)

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