il presepe sul gommone dei profughi

Gesù sul gommone e la foto di Aylan

il presepe in chiesa di don Vitaliano della Sala


PRESEPE

un presepe di fortuna ma con un alto significato simbolico: la statua di Gesù Bambino sul gommone e la foto del piccolo Aylan Kurdi, trovato morto sulla spiaggia turca di Bodrum

Don Vitaliano della Sala, sacerdote noglobal e controcorrente, lo ha voluto così: dentro la sua chiesa, davanti all’altare in modo che tutti i fedeli possano vederlo e riflettere. Nei giorni scorsi in una intervista aveva criticato Matteo Salvini e la sua difesa a oltranza dei simboli della tradizione cattolica: “Strumentalizza il Natale così come l’Isis strumentalizza l’Islam”.

Nel proprio sito don Vitaliano spiega la sua scelta:

E, in questo particolare momento storico, chi è più privo di prossimo dei fratelli immigrati, sradicati dalla loro terra, lontani dalla patria e dagli affetti? Accettare fino in fondo il Vangelo e l’insegnamento della Chiesa ci deve portare a denunciare fermamente l’imperante ondata di razzismo e ci deve far andare controcorrente.

  

Accoglieremo tutte le sorelle e tutti i fratelli “clandestini” che vorranno farci dono della loro presenza, e attraverso loro accoglieremo Dio stesso che ci fa il dono della sua visita: è giunta l’ora di rivendicare il nostro diritto ad essere antirazzisti, uscendo allo scoperto con la stella di Davide cucita sulla giacca pur senza essere ebrei, dichiarandoci idealmente siriani o afghani pur essendo nati in Italia e tutto questo semplicemente perché siamo esseri umani e cristiani.

don vitaliano e il nuovo corso di papa Francesco

Francesco papa
“E ora si faccia chiarezza,”

di Vitaliano Della Sala 1 ottobre 2013

«Non aspettatevi cambiamenti del prodotto, aspettatevi cambiamenti della pubblicità». A sei mesi dall’elezione di papa Francesco la risposta del cardinale di New York, Timothy Dolan, ad una domanda sul nuovo papa, sembra racchiudere l’essenza di questo pontificato. Non so se sono l’unico, ma di fronte a questo papa mi sento combattuto tra due sentimenti: sta solo cambiando la forma o anche la sostanza della gerarchia cattolica? Bergoglio è solo un papa che guarda ottimisticamente il bicchiere mezzo pieno, mentre finora quasi tutti i papi hanno fatto il contrario? Fa gesti straordinari o appaiono tali solo perché nessun altro papa ne ha mai fatti di tanto normali? E quello che dice è scontato e già detto da altri o è la banalità che diventa eccezionalità solo per il contesto azzeccato in cui lo si pronuncia?
Insomma, papa Francesco rappresenta quella Chiesa-altra che in molti abbiamo sognato e ci siamo sforzati di costruire o è la solita musica suonata diversamente? Certo è che c’è credibilità e coerenza nelle sue parole chiare, semplici, incisive, che si accompagnano ai gesti “nuovi”. E c’è da sperare che non sia soltanto una squallida – e riuscita – operazione di marketing a favore di una gerarchia della quale, fino a sei mesi fa, si parlava quasi esclusivamente in relazione agli scandali sessuali e finanziari.«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e metodi contraccettivi», dice, tra l’altro papa Bergoglio nell’intervista a Civiltà Cattolica. Parole chiare e gesti concreti: questo papa sembra aver spiazzato e sorpassato anche quella parte di Chiesa “progressista” e di base. Ma la storia della Chiesa ci insegna che per una volta che si sceglie un papa buono “che puzza di pecora” e di Spirito Santo, ne possono poi venir fuori altri che invece “puzzano” di interessi personali o di cordata, di troppa teologia e di poca pastoralità, di più o meno autoritarismo, di più o meno democraticità. E il volto della Chiesa, la percezione che fedeli e non fedeli laici hanno di essa, non può cambiare dopo ogni Conclave come se la Chiesa fosse l’espressione di questa o quella cordata e non la sposa di Cristo.
Lo confesso, sono anche arrabbiato perché troppa parte di Chiesa “progressista” sembra subire e acriticamente applaudire le parole e i gesti del papa, senza ricordarsi quanto sia preoccupante, se non pericoloso, quando gli annunci di cambiamento vengono dal vertice: il Francesco poverello d’Assisi che restaura la Chiesa cadente, può veramente coincidere con un papa, solo perché si chiama anch’egli Francesco, o non si rischia di creare un inevitabile corto circuito? Qualche fedele meno plaudente e più attento, mi ha ricordato che «tante cose di quelle che oggi dice e fa il papa, le hai dette e fatte anche tu anni fa». È vero, ovviamente con le dovute proporzioni, e sono stato solo l’ultimo tra tanti che, per parole e gesti che oggi sembrerebbero scontati, è stato pesantemente punito e ancora vive gli strascichi di assurdi e ingiusti provvedimenti canonici. Come me e molto peggio di me, altri hanno subìto la moderna inquisizione, e non nel Medioevo, ma solo pochi anni fa, sotto il pontificato mediatico e reazionario di Woityla/Ratzinger, mentre Bergoglio era già cardinale, senza che abbia speso una parola di giustizia. Forse che nella Chiesa bisogna aspirare o brigare per diventare papa prima di poter parlare liberamente?
Invece oggi papa Bergoglio dice: «Ci vuole audacia e coraggio. Trovare strade nuove per chi se ne è andato», e spero che intenda anche dire: per chi è stato cacciato, e per chi è rimasto, punito, calpestato, ridotto al silenzio, umiliato, senza un briciolo di quella tenerezza di Dio, che i vertici della Chiesa avrebbero dovuto incarnare. Se il clima sembra realmente cambiato, chi restituirà il tempo perso a doversi difendere, l’insegnamento tolto ingiustamente a bravi docenti, la serenità a comunità punite e sconvolte, la salute compromessa? Chi dirà al mio vecchio ed ex vescovo che aveva torto lui, e alla mia ex comunità parrocchiale che avevamo ragione noi? Alle sue parole chiare, ai suoi gesti coerenti, papa Francesco dovrebbe far corrispondere scelte e fatti concreti. Si potrebbe iniziare dal dire apertamente se ha ragione o torto, chi ipocritamente e per intraprendere una carriera senza meriti, si è accodato al pensiero dominante di una gerarchia tesa solo ad accontentare un papa polacco e un inquisitore tedesco, divenuto a sua volta pontefice, che hanno portato avanti un’idea di Chiesa autoritaria, immischiata nella peggiore politica, invischiata nei peggiori scandali, senza un briciolo di misericordia, che ha sguazzato nella contraddizione per cui si pretende il rispetto dei diritti umani all’esterno della Chiesa, mentre li si nega al proprio interno. Sì, è indispensabile iniziare con un chiarimento, senza meschine vendette o ritorsioni, ma per «fare la verità nella carità».Sono certo che è comunque saggio e lungimirante vivere questo momento come una grande opportunità storica per la Chiesa. E per non ridurre le parole e i gesti di papa Francesco a qualcosa di stravagante; e per non arrivare ancora una volta tardi all’appuntamento con la Storia, non bastano più le parole e i gesti di “Pietro”, occorre che si coinvolga tutta la Chiesa in questo cammino. Forse è veramente giunto il tempo di un nuovo Concilio, da celebrare in una delle tante periferie del mondo, con vescovi e cardinali invitati come periti, esperti o osservatori. E con protagonisti questa volta donne e uomini fedeli laici.

*Amministratore parrocchiale a Mercogliano (Av)

Fonte: Adista n. 34/13

caro papa …

 

 

lettera a papa Francesco di don Vitaliano

caro papa, la vera indifferenza è quella della chiesa

Santo Padre,

quando alcuni anni fa alle porte della mia canonica bussò un gruppo di immigrati clandestini, non mi ero mai occupato di migranti, ma decisi di ospitarli e farmi carico della loro situazione. In nome del Vangelo non me la sono sentita di dare un’elemosina di circostanza per liberarmene. E come me anche la mia comunità parrocchiale. Ospitavamo gli immigrati nelle aule del catechismo. E, forse, per i bambini del catechismo è stata la più bella esperienza di catechesi concreta, vissuta. Anche quella volta il mio vescovo di allora mi rimproverò e nessuno del presbiterio mi difese.

Nello stesso periodo insieme a pochissimi confratelli e ai famigerati “no global”, affittammo una nave, andammo in Albania e cercammo di portare in Italia il maggior numero di albanesi; nel tragitto anche noi lanciammo una corona di fiori per ricordare i morti di un barcone affondato la notte di Natale. Se non volevamo più piangere i morti – ci dicemmo – conveniva andare noi a prenderli prima che si imbarcassero su pericolose carrette del mare. Anche allora né la Cei, né i partiti e i governi che si spacciano per cristiani, mossero un dito quando ci bloccarono, al ritorno, nel porto di Brindisi. Gli esempi di tragedie di immigrati, dell’omertà della maggior parte dei cattolici e della denuncia inascoltata di pochi, potrebbero essere tanti.

Per anni ho guardato i telegiornali e letto i quotidiani con grande sofferenza e rabbia, anche se con una non spenta speranza di sentire la voce forte e rappresentativa dei vertici della Chiesa italiana che finalmente facesse diventare scelte concrete le bellissime parole dei documenti ufficiali: quando non accogliamo i migranti, spranghiamo la porta a Gesù Cristo presente, vivo e vero nel povero, per trastullarci con l’adorazione eucaristica e le processioni del Corpus Domini, con un’ostia fin troppo asettica che non ci contamina le mani come le carni del povero. Perciò ho seguito con emozione in tv la tua visita a Lampedusa. Mai avrei immaginato che un papa potesse fare un gesto del genere. Ma anche se sono certo della tua sincerità, non mi fido di chi ti circonda: gli stessi che non hanno mai denunciato ciò che tu stai denunciando, gli stessi che hanno fatto arrivare “Pietro” troppo tardi a Lampedusa. Anch’io mi sono posto con te le domande: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle?». E sono d’accordo con te quando dici: «Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Per la verità nella società di cui parli c’è una minoranza, forse una maggioranza silenziosa, che sa ancora piangere per e con chi è colpito dall’ingiustizia; ci sono tanti testardi che non si rassegnano al pensiero unico e cercano di opporsi alla peggiore globalizzazione e all’indifferenza; tra questi, tanti fedeli laici, alcune suore e preti, pochissimi vescovi.

Santo Padre, accettare fino in fondo il Vangelo di Nostro Signore e l’insegnamento della Chiesa dovrebbe portare proprio noi cristiani a denunciare fermamente l’imperante ondata di razzismo, ponendoci di fronte ad un dissidio inconciliabile: all’impossibilità, cioè, di rispettare le leggi dello Stato che si ergono come muro ad arginare la massa dei disperati che preme. Perciò, per non ridurre il tuo grandissimo gesto a qualcosa di stravagante, ti chiedo di far capire anche ai vescovi che una presa di posizione forte della Chiesa Italiana in merito alla questione è inderogabile, una voce levata alta che faccia capire senza equivoci da che parte i cattolici, laici e gerarchia, stanno e devono stare. La storia procede anche senza di noi: le migrazioni sono inarrestabili ed è una forma di grande miopia storica cercare di opporsi a questo fenomeno.