il commento al vangelo della domenica

“chi è il mio prossimo?”

 

il commento di Bernard al vangelo della quindicesima domenica del tempo ordinario

Una domanda che nasce da chi vuole giustificarsi,
da chi cerca il limite, il confine dell’amore.
Ma Gesù non risponde definendo il “prossimo”,
risponde raccontando una storia.
Una parabola che è un capovolgimento.

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”
Scende, precipita, verso “depressione”,
come tutti noi,
quando perdiamo l’altezza dell’anima,
quando attraversiamo la sofferenza,
il buio, la solitudine,
quando veniamo derubati
della nostra identità, del vero sé.
L’uomo è nudo, ferito, mezzo morto.
Non ha più nome.

Passa oltre,
il prete, il levita.
Figure del culto, della legge,
del sapere religioso, della scienza.
Vanno oltre.
Conoscono le regole ma non si fermano.
La legge non ha mai salvato nessuno:
indica l’errore
ma non guarisce, non fascia, non ama.
La Religione o la scienza,
senza compassione sono sterili,
per fino possono inventare e benedire le bombe.

Poi arriva un samaritano.
Uno straniero, eretico, scomunicato, contaminato.
“Buon samaritano” è un controsenso, un ossimoro,
è quasi una bestemmia
nell’orecchio dei religiosi del tempo.
È come dire “buon nemico”, “buon traditore”.
Eppure è lui che si ferma.
Lui che si commuove.
Lui che vede davvero.

Il suo occhio diventa grembo,
viscere che si muovono.
Ama perché ha visto.
Ama perché soffre insieme.
E compie dieci gesti, un nuovo decalogo dell’amore:
vede, si avvicina, si commuove,
scende, versa olio, fascia,
carica, porta, cura, paga.

E qui, un dettaglio sorprendente.
Nel testo non c’è scritto che carica l’uomo sull’asino.
Non c’è la parola “asino” o “giumento”
ma un’espressione più profonda e misteriosa:
“ciò che si è comprato”.

Il samaritano carica il ferito
su ciò che ha acquistato.
Carica l’umanità sull’umanità stessa,
su ciò che si può possedere.
I miei limiti, i tuoi, i nostri mali,
tutta la nostra disumanità,
è presa su di sé.
Come Gesù ha caricato la nostra carne,
così anche l’amore vero
prende su di sé la debolezza dell’altro.

Questo “ciò che si è comprato” è il soma,
la realtà incarnata che conduce,
che porta verso la locanda,
verso il luogo che “accoglie tutti”,
simbolo di una nuova Comunità,
una nuova umanità che non lascia nessuno fuori.

Alla fine, il samaritano lascia due denari,
il necessario per vivere due giorni,
tempo simbolico del nostro pellegrinaggio terreno
fino al “terzo giorno”, quello della risurrezione.
Due monete per la vita,
per l’attesa, per la speranza.
E la promessa: “al mio ritorno pagherò”.
C’è un ritorno.
C’è una fedeltà oltre l’abbandono.
C’è un Dio che non lascia i feriti a metà cura.

Ti auguro di diventare
quella creatura fragile e luminosa
che pur scendendo da Gerusalemme a Gerico,
non dimentica che ogni ferita
può diventare feritoia di luce.

Ti auguro di essere abbraccio che cura,
sguardo che solleva,
parola che fascia il cuore.

Ti auguro di accettare le tue cadute
come il grembo dove nasce la compassione,
di non vergognarti delle tue lacrime,
perché sono acqua che irriga
il seme dell’amore.

Ti auguro di diventare
quel samaritano che è dentro di te,
quell’occhio che sa vedere,
quella mano che sa toccare senza ferire,
quel cuore che invece di chiedere chi è il prossimo,
sceglie di diventarlo.

Ti auguro di sentire che l’albergo
dove l’altro viene curato
è anche il tuo cuore,
che “accoglie tutti”,
che è la tua comunità,
che la strada non è solo per cadere
ma anche per rinascere insieme.

Ti auguro di scoprire
che ciò che hai “comprato” con la tua storia,
con le tue ferite, i tuoi limiti,
può diventare dono (giumento) per chi incontri,
perché nulla si perde
di ciò che è stato amato.

Ti auguro, infine,
di vivere la tua fragilità come forza,
il tuo limite come chiamata,
la tua strada come vocazione.

Perché forse il buon samaritano
non sei tu, né io
ma Dio stesso che,
camminando al nostro fianco,
ci insegna ogni giorno a diventare
amore in cammino.
Bernard

il commento al vangelo della domenica

umanità impossibile senza compassione


Umanità impossibile senza compassione
il commento di E. Ronchi al vangelo della quindicesima domenica del tempo ordinario

In quel tempo (…) Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino (…)».

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Uno dei racconti più belli al mondo. Solo poche righe, di sangue, polvere e splendore. Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico. Nessuno può dire: io faccio un’altra strada, io non c’entro. Siamo tutti sulla medesima strada. E ci salveremo insieme, o non ci sarà salvezza. Un sacerdote scendeva per quella stessa strada. Il primo che passa è un prete, un rappresentante di Dio e del potere, vede l’uomo ferito ma passa oltre. Non passare oltre il sangue di Abele. Oltre non c’è nulla, tantomeno Dio, solo una religione sterile come la polvere.
Invece un samaritano, che era in viaggio, vide, ne ebbe compassione, si fece vicino. Un samaritano, gente ostile e disprezzata, che non frequenta il tempio, si commuove, si fa vicino, si fa prossimo. Tutti termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità. Non c’è umanità possibile senza compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, senza prossimità, il meno zuccheroso, il più concreto. Il samaritano si avvicina. Non è spontaneo fermarsi, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Avvicinarsi non è un istinto, è una conquista; la fraternità non è un dato ma un compito.
I primi tre gesti concreti: vedere, fermarsi, toccare, tracciano i primi tre passi della risposta a “chi è il mio prossimo?”. Vedere e lasciarsi ferire dalle ferite dell’altro. Il mondo è un immenso pianto, e «Dio naviga in questo fiume di lacrime» (Turoldo), invisibili però a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita. Fermarsi addosso alla vita che geme e si sta perdendo nella polvere della strada. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire «eccomi, sono qui». Toccare: il samaritano versa olio e vino, fascia le ferite dell’uomo, lo solleva, lo carica, lo porta. Toccare l’altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la mano: «Non ho paura e non sono nemico». Toccare l’altro è la massima vicinanza, dirgli: «Sono qui per te»; accettare ciò che lui è, così com’è; toccare l’altro è un atto di riverenza, di riconoscimento, di venerazione per la bontà dell’intera sua persona.
Il racconto di Luca poi si muove rapido, mettendo in fila dieci verbi per descrivere l’amore fattivo: vide, ebbe compassione, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, pagò… fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò… Questo è il nuovo decalogo, perché l’uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi” e non da briganti o nemici. Al centro del messaggio di Gesù una parabola; al centro della parabola un uomo; e quel verbo: Tu amerai. Fa così, e troverai la vita.
(Letture. Deuteronomio 30,10-14; Salmo 18; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37)

“chi è il mio prossimo” oggi?

 papa Francesco

non si classifica il prossimo per nazionalità o religione

papa «Tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione». «Ignorare la sofferenza dell’uomo significa ignorare Dio!»
«Chi è il mio prossimo?». Papa Francesco è partito da questa domanda che il dottore della legge rivolge a Gesù, all’udienza generale in piazza San Pietro, per sottolineare che la domanda sottintesa è «i miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?»: egli «vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in “prossimo” e “non-prossimo”», e invece, come illustra la successiva parabola del buon Samaritano, «di fronte alla sofferenza di così tanta gente sfinita dalla fame, dalla violenza e dalle ingiustizie, non possiamo rimanere spettatori» e, in generale, «tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione».
«Oggi – ha esordito Francesco proseguendo un ciclo di catechesi sul tema giubilare della misericordia – riflettiamo sulla parabola del buon samaritano. Un dottore della Legge mette alla prova Gesù con questa domanda: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli chiede di dare lui stesso la risposta, e quello la dà perfettamente: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gesù allora conclude: “Fa’ questo e vivrai”. Allora quell’uomo pone un’altra domanda, che diventa molto preziosa per noi: “Chi è mio prossimo?”, e sottintende: “I miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?”… Insomma, vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in “prossimo” e “non-prossimo”, in quelli che possono diventare prossimi e in quelli che non possono diventare prossimi».
 
Gesù risponde con la parabola «che mette in scena un sacerdote, un levita e un samaritano. I primi due sono figure legate al culto del tempio; il terzo è un ebreo scismatico, considerato come uno straniero, pagano e impuro, cioè il samaritano. Sulla strada da Gerusalemme a Gerico il sacerdote e il levita si imbattono in un uomo moribondo, che i briganti hanno assalito, derubato e abbandonato. La Legge del Signore in situazioni simili prevedeva l’obbligo di soccorrerlo, ma entrambi passano oltre senza fermarsi. Erano di fretta… Il sacerdote, forse, ha guardato l’orologio e ha detto: “Ma, arrivo tardi alla Messa… Devo dire Messa”. E l’altro ha detto: “Ma, non so se la Legge me lo permette, perché c’è il sangue lì e io sarò impuro…”. Vanno per un’altra strada e non si avvicinano. E qui la parabola ci offre un primo insegnamento: non è automatico che chi frequenta la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo. Non è automatico! Tu puoi conoscere tutta la Bibbia, tu puoi conoscere tutte le rubriche liturgiche, tu puoi conoscere tutta la teologia, ma dal conoscere non è automatico l’amare: l’amare ha un’altra strada, occorre l’ intelligenza, ma anche qualcosa di più… Il sacerdote e il levita vedono, ma ignorano; guardano, ma non provvedono. Eppure non esiste vero culto se esso non si traduce in servizio al prossimo».
 
«Non dimentichiamolo mai», ha detto Francesco senza esplicitare il riferimento a fatti di cronaca o al suo recente viaggio all’isola di Lesbo da cui è tornato con 12 rifugiati musulmani: «Di fronte alla sofferenza di così tanta gente sfinita dalla fame, dalla violenza e dalle ingiustizie, non possiamo rimanere spettatori. Ignorare la sofferenza dell’uomo, cosa significa? Significa ignorare Dio! Se io non mi avvicino a quell’uomo, a quella donna, a quel bambino, a quell’anziano o a quell’anziana che soffre, non mi avvicino a Dio».
 
Francesco ha sottolineato che il samaritano, «quello sul quale nessuno avrebbe scommesso nulla», quando vide l’uomo ferito «ne ebbe compassione», «cioè il cuore, le viscere, si sono commosse! Ecco la differenza. Gli altri due “videro”, ma i loro cuori rimasero chiusi, freddi. Invece il cuore del samaritano era sintonizzato con il cuore stesso di Dio. Infatti, la “compassione” è una caratteristica essenziale della misericordia di Dio. Dio ha compassione di noi. Cosa vuol dire? Patisce con noi, le nostre sofferenze lui le sente. Compassione significa “compartire con”. Il verbo indica che le viscere si muovono e fremono alla vista del male dell’uomo. E nei gesti e nelle azioni del buon samaritano riconosciamo l’agire misericordioso di Dio in tutta la storia della salvezza». Il samaritano, insomma, «si comporta con vera misericordia»: «All’inizio della parabola per il sacerdote e il levita il prossimo era il moribondo; al termine il prossimo è il samaritano che si è fatto vicino. Gesù ribalta la prospettiva: non stare a classificare gli altri per vedere chi è prossimo e chi no. Tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione, cioè se hai quella capacità di patire con l’altro».  

 

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