la continua tremenda attualità del vangelo: “per loro non c’era posto nell’albergo”

gli auguri di Natale delle ‘piccole sorelle’ di Cosenza

il capitolo 2° del vangelo di Luca

la nascita di Gesù

In quei giorni uscì un decreto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. Tutti andavano a dare il loro nome, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì nella Giudea, alla città di Davide , che si chiamava Betlemme … per dare il suo nome con Maria sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano là, giunse per lei il tempo di partorire diede alla luce il suo figlio primogenito. Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’albergo

il capitolo 2° del vangelo di Luca secondo le ‘Piccole Sorelle nomadi’ 

Cosenza Natale 2015

sorelle nomadi

In quei giorni, un decreto del Sindaco di Cosenza ordinò lo sgombero della “baraccopoli” situata tra il Crati e la ferrovia. Tutti i Rom dovevano lasciare il terreno nel quale vivevano da circa 10 anni. Anche Marius lasciò la sua baracca lungo il fiume per andare a farsi registrare con Claudia sua moglie che era incinta, nella tendopoli allestita dal comune poco lontano dal campo.

Ora mentre si trovavano in quel luogo si compirono per lei i giorni del parto : diede alla luce il suo terzo figlio e ritornò con lui sotto la tenda. Nel mese di agosto le giornate erano talmente calde sotto la tenda che Claudia cercava rifugio nei supermercati per trovare un po’ di fresco per il suo piccolino.

La vita era difficile, ma si era ancora tutti insieme.

Un giorno, arriva la notizia che le 100 famiglie presenti nella tendopoli debbono andar via perché un questa città non c’è più posto per loro. Claudia e Marius rifanno i loro bagagli e ripartono un po’ disorientati, non sapendo dove andare con i loro tre bambini.

Alcune famiglie, un po’ di nascosto, hanno trovato rifugio nelle case in disuso del vecchio centro città, altre hanno deciso di dormire nei propri furgoni in attesa di trovare un tetto in questa città divenuto inospitale, ma la maggiore parte come Claudia e Marius sono state costrette dalla situazione à ritornare in Romania.

Adesso diverse famiglie, non avendo in Romania reali possibilità di guadagnare la vita, sono ritornate a Cosenza alla ricerca di un tetto per questi mesi di inverno. In attesa dormono nei furgoni o a casa di uno a l’altro parente che li accoglie per la notte, dormendo gli uni sugli altri per fare posto a tutti nell’alloggio.

Quella notte si sente la voce d’un angelo dire : « Oggi nella città di Cosenza è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno : troverete un bambino avvolto in fasce, che dorme con la sua famiglia in un furgone. »

Anche noi ci siamo mese in cammino con tutte le famiglie, passando dal campo di baracche alla tendopoli, poi cercando un alloggio nel vecchio centro città e la settimana prossima traslocheremo in un appartamento messoci a disposizioni dalla Caritas.

A ssistiamo spesso impotenti a tutte le difficoltà che i nostri amici incontrano per ottenere l’affitto di una casa, che spesso gli è rifiutata a causa della loro origine. Come Maria conserviamo nel cuore tutti questi avvenimenti cercandone il senso, certe che Dio continua a nascere ancora oggi tra di noi.

Vi auguriamo un caro e buon natale !

Angela-Gabriela, Clémence, Paula-Takako, Rania

onore e auguri a don Ciotti

don Luigi Ciotti compie 70 anni

ritratto in chiaroscuro di un sacerdote pop (critiche comprese)

 

CIOTTI

A un certo punto pensarono che volessero farlo ministro

 

Era marzo 2013 e gli italiani stavano scoprendo le consultazioni in streaming con Pier Luigi Bersani e la delegazione dei 5 stelle. Altra vita, altri tempi. Ma Don Luigi Ciotti, che oggi compie 70 anni, ha camminato lungo tutti i corridoi e tutti i marciapiedi, attraversando tutte le campagne liberate dalla mafia e poi abbracciando prima papa Woitjla, poi papa Ratzinger e infine papa Francesco, un giorno ricevendo la medaglia dell’Accademia dei Lincei o l’onorificenza di Cavaliere e il giorno dopo stringendo la mano ai tossicodipendenti di Torino oppure mescolandosi come una persona qualsiasi al corteo funebre per i ragazzi bruciati vivi della Thyssenkrupp, le lacrime agli occhi.

Ecco perché, vedendolo uscire da palazzo Chigi quel giorno di marzo, il cronista dell’Ansa volle chiedere se davvero avrebbe fatto parte – lui, un prete – del nuovo governo Bersani. Non era una ipotesi peregrina: Don Ciotti è uno dei volti pop dell’impegno italiano. Pop nel senso letterale, popolare e conosciuto, per niente frivolo ma flessibile, come un tempo Margherita Hack e ancora oggi Andrea Camilleri, venerati e carismatici e indispensabili per lanciare gli appelli della società civile, tanto più che questo sacerdote di origini calabresi ma naturalizzato torinese ha fondato due pilastri del terzo settore italiano, il Gruppo Abele e Libera.

Insomma quel giorno, vestito come è sempre solito abbigliarsi e cioè in abiti che sembrano riciclati, il maglione sdrucito e i pantaloni da operaio, Don Ciotti rispose che no, non avrebbe fatto il ministro: “‘E’ da 42 anni che sono ministro della Chiesa, poi faccio altro e volentieri collaboro a percorsi comuni nella lotta alle mafie”.

“Faccio altro”. Don Ciotti fa tantissimo. Nell’immaginario collettivo è un prete di sinistra, ma non estremo come lo era don Andrea Gallo – non ne possiede l’ironia e non è un gaudente. Non sposa gli omosessuali, non si fa fotografare con le transessuali. Quando non partecipa alle marce antimafia in Sicilia e in Calabria a fianco dei Borsellino e dei famigliari di vittime della criminalità organizzata, quando non è invitato a parlare nelle scuole dove ai ragazzi augura di ricevere “la dolce pedata di Dio” – una delle ultime volte, nella Locride, in classe ha rivelato inaspettatamente un dettaglio mai divulgato prima, il fatto che la madre gli morì tra le braccia dopo aver scoperto che qualcuno voleva ucciderlo sul pianerottolo di casa – ecco, quando non è assorbito dagli impegni più vicini abbraccia volentieri le iniziative a favore della Costituzione con Gustavo Zagrebelski, Antonio Ingroia, Stefano Rodotà e Maurizio Landini, poiché la sua stella polare è la difesa della legalità, del lavoro dei giudici, e certamente è stato uno degli esponenti meno visibili dell’antiberlusconismo.

Con Libera, l’associazione antimafia fondata nel 1995 sull’onda dell’indignazione per l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Don Ciotti è uscito dal perimetro torinese per allargare l’impegno sociale al resto d’Italia, specialmente il Sud. Geniale l’intuizione, poi diventata legge proprio per impulso di Libera, di destinare i beni confiscati alla mafia ai giovani e alle associazioni pronte a utilizzare quelle terre e quegli edifici in coltivazioni e luoghi buoni, onesti.

Ma è il Gruppo Abele, nato nel 1965, il fulcro dell’impegno di don Luigi: Abele che aiuta Caino, il tossico, la prostituta, “no ai cristiani da salotto”, una piccola associazione che per prima aprì in Italia uno sportello per aiutare le vittime della droga e poco a poco si è ramificata, è diventata casa editrice di libri e riviste, ha partorito le cooperative di Consorzio Abele Lavoro, si è annidata nel cuore della Torino che conta, il nome che Cesare Previti scelse per scontare la pena ai servizi sociali.

Pluripremiato, plurilaureato ad honorem, diviso tra terra e cielo come recita il titolo di uno dei suoi libri, a don Ciotti non poteva capitare niente di peggio che un libro-denuncia scritto da un giornalista rispettato come Luca Rastello, morto recentemente, torinese come il Gruppo Abele, ex collaboratore di don Ciotti che al Gruppo Abele sembra essersi ispirato per “I buoni” (Chiarelettere, 2014).

Ne “I buoni”, che poi sono i cattivi, un personaggio molto simile a Don Ciotti governa attraverso un cerchio magico intoccabile una associazione che si occupa di emarginati ma con estremo pressapochismo e senza preoccuparsi dei diritti degli operatori che ci lavorano, con finanziamenti non proprio chiari. Nella Torino che un giorno vorrebbe immaginarsi senza Fiat e senza don Ciotti come tratto caratteristico, si racconta che nel Gruppo Abele il libro di Rastello non sia stato gradito ma che, allo stesso tempo, molti abbiano riconosciuto le voragini e ai cronisti basta alzare il telefono per trovare numerosi ex operatori ed ex collaboratori pronti a giurare che Rastello ha scritto soltanto la verità.

Non è un caso che a dieci giorni dal temutissimo arrivo nelle librerie il fondatore di Libera abbia detto pubblicamente che sì, in effetti nell’associazione qualche criticità c’era. Ma in quella occasione a difendere l’onorabilità del sacerdote ormai torinese scesero in campo due pesi massimi – e ugualmente intoccabili – del Pantheon dei buoni italiani e cioè Gian Carlo Caselli e Nando Dalla Chiesa, amici da sempre di don Luigi, che dalle colonne del Fatto quotidiano scrissero che il libro di Rastello è volgare e pieno di risentimento privato.

Dopo quella querelle il povero Rastello è morto lanciando una sorta di maledizione ai finti buoni, che poi è una categoria universale e quasi intrinseca delle divinità italiane: di qua i guru della sinistra che attirano schiere di ammiratori e gente di grande fede destinata alla delusione perpetua o alla illusione psicotica (papa Francesco sembra fare eccezione, tra gli altri), di là i malvagi delle multinazionali e del pensiero differente. In fondo il libro di Luca Rastello ha dimostrato che don Ciotti resiste alla santificazione che invece è propria di quasi tutti i rappresentanti della moralità e della bontà in Italia – molti dei nomi dei santificati sono stati disseminati in questo articolo – e di questo il fondatore del Gruppo Abele dovrebbe essere alla fine molto grato.

gli auguri di buona pasqua da un ‘campo rom’

 

 

 

Buona Pasqua 2015

p. Agostino Rota Martir, dal campo rom di Coltano – Pi, così contempla la croce e la risurrezione di Gesù  sollecitando in particolare i credenti ad attivarsi “a deporre dalla croce i crocefissi di oggi”:

 

croce fiorita
  la ‘croce fiorita’ fatta dai bambini rom del campo di Coltano
La tua Croce continuiamo a vederla anche oggi. L‘esistenza di tanti poveri “appaltati”, strumentalizzati è la Croce che viene caricata ingiustamente sulle loro spalle. Tu vuoi che la nostra Fede in Te, morto crocifisso e Risorto, aiuti a deporre dalla croce i crocefissi di oggi. La Croce dei poveri non si appalta ad altri..
È vero non sempre ci poniamo convintamente al loro fianco, proprio come fece Simone di Cirene, a volte come cristiani scegliamo di stare in disparte,  spettatori indifferenti o sostenitori di quei poteri forti che producono e moltiplicano, oggi come ieri i poveri Cristi, crocefissi sul Golgota dei nostri
 privilegi e interessi. Di fatto complici di miserie e tragedie che ornano le nostre società e giustificano il mito della sicurezza. Fino a poco tempo fa, assistevamo ai drammi di chi fugge dalle guerre e persecuzioni in silenzio, ma partecipi della loro sofferenza. Ora invece il silenzio è sostituito dall’ipocrisia, che è il contrario della “parresia“: parlare con franchezza, con chiarezza.
La Croce dei poveri Cristi di oggi riesce a parlarci con chiarezza? Riesce a rivelarci il tuo Mistero nascosto nella carne dei poveri Cristi di oggi
Solo deponendo i poveri dalla Croce riusciremo a  vedere i fiori colorati e sentire il profumo della tua Pasqua che il Risorto spande ovunque, liberamente ..semi di una nuova umanità in gestazione.
Buon profumo di Pasqua!
Ago
p. agostino
Campo Rom – Coltano (Pisa)

 

 

 

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