suzana jovanovic al ccit 2014

I MURI DELLA DISCRIMINAZIONE
UN PREGIUDIZIO D’ORIGINE

 

lacio drom, vita da sinti

 

 

suzana

Suzana Jovanovic

 

Suzana Jovanovic ha conseguito la Laurea triennale in Storia presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, discutendo la tesi dal titolo Come restare zingari nel mondo dei gagè? Sta per conseguire la Laurea Magistrale in Lavoro, cittadinanza sociale, interculturalità presso l’Università “Ca Foscari” di Venezia. Attualmente lavora come Assistente di Ricerca nell’ambito del Progetto Europeo MigRom12 – The immigration of Romanian Roma to Western Europe: Causes, effects, and future engagement strategies (Mig Rom12 – Project Number 319901), coordinato dal prof. Leonardo Piasere presso l’Università degli studi di Verona.

SALUTI ( in italiano, romane, serbo-croato)
RINGRAZIAMENTI
Ringrazio gli organizzatori di quest’incontro, e tutti i partecipanti, per darmi l’opportunità di dar voce a un pensiero che per moto tempo è stato ignorato.
INTRODUZIONE
Questo mio contributo prende le mosse dalla mia esperienza personale e poi si sviluppa attorno alla comparazione fra una situazione contemporanea, scelta fra quelle per me più verificabili e dunque relativa a Venezia stessa, e bandi di età moderna diventati ormai dei classici di questo tipo di studi. Anticipo pertanto che l’uso di Stato/statuale è riferito in primo luogo al modello politico che si viene formando in Età moderna e le mie analisi intendono affrontarlo dal punto di vista delle dinamiche culturali e di storia delle dottrine politiche. La mia intenzione è, semplicemente, quella di riflettere su delle categorie/pregiudizi, istituzionali, collettivi di lunga durata dati per “naturali”.
LA MIA VITA NEL PREGIUDIZIO
Vorrei iniziare questo nostro incontro partendo dalla mia personale esperienza. Ho abbandonato la mia gente quando avevo 18 anni. Delle vicende personali mi hanno portata a percepire il mio mondo troppo stretto e a vedere nel mondo dei gagè un opportunità. E così è stato. Il mondo dei gagè per me è stato un nuovo inizio, l’apertura e la decolonizzazione della mia mente, a caro prezzo, però. La prima cosa che mi hanno insegnato i gagè, è quella di vergognarmi di essere zingara. E questo l’ho assorbito così bene che l’ho subito messo in pratica. L’ essere zingari è un peccato originale. Le persone che mi sono vicino mi stimano moltissimo e io- Io non solo facevo una sana e costruttiva auto-critica di me, ma ero andata oltre: ero arrivata ad applicare su me stessa il pregiudizio razziale che i gagè hanno nei miei confronti! Ho scoperto che al pari dei rom, i gagè dividono il mondo in categorie binarie dove gli zingari sono considerati individui associali, che non hanno la minima capacità organizzativa e di programmazione, privi di ogni morale, esseri irrequieti che non sanno stare fermi ( Pietro Brunello, a cura di, l’urbanistica del disprezzo, 1996). Ho iniziato anch’io a pensare la stessa cosa degli zingari, ma il mio era un pregiudizio assolutamente strumentale ( e forse lo è anche quello dei gagè). A me faceva comodo prendere in prestito il pregiudizio sociale che vigeva ( e vige) nei confronti degli zingari per raggiungere il mio scopo:staccarmi dal mio mondo originarlo — pieno di senso e affetto — per radicarmi in uno nuovo che in quel momento per me era vuoto e privo di affetto. Avevo ridiviso il mondo in due parallele e la cosa mi è risultata facile per il semplice fatto di essere abituata ad una divisione binaria dell’umanità: Rom contro gagè!
MONDI PARALLELI
Rom e gagè vivono su due parallele immaginarie. Come i gagè costruiscono gli stereotipi nei confronti degli zingari, così gli zingari li costruiscono nei confronti dei gagè e io non ho fatto altro che trasportare le mie categorie di divisione binaria nel mondo dei gagè dove hanno attecchito benissimo perché anche lì erano presenti! Il pregiudizio è reciproco! I rom hanno paura dei gagè e i gagè hanno paura dei rom! I rom hanno paura del gagiò perché lo percepiscono come un qualcosa che può far loro male non solo socialmente e culturalmente, ma anche fisicamente. L’unico modo per salvarsi dal gagiò è quello di stargli più alla larga possibile. In Italia, i rom nomadi di cui facevo parte, percepiscono il gagiò come persecutore e questo li spinge ad avere con lui il minor contatto possibile per non scatenare la sua ira. I gagè, invece, hanno paura degli zingari perché li avvertono come un potenziale nemico dell’organizzazione statuale della società. La mobilità di alcuni rom e sinti appare come il segno tangibile della loro mentalità anti stato — ovvero una concezione organizzativa diversa, concepita come egualitaria e democratica che si regge sul rapporto di reciprocità, senza imposizioni gerarchiche calate dall’alto – e questo potrebbe costituire un serio problema per le società che fino a ieri combattevano contro la mobilità delle persone. Uno Stato che sorge e si legittima mediante il radicamento delle persone a un territorio deve combattere il più possibile sia la mobilità che la diversità. E ciò è dimostrato dal processo di formazione dello Stato nazionale (Giorgio Chittolini, Anthiny Molho, Pierangelo Schiera, a cura di, Origini dello Stato, 1993) che è culminato in quella sorta di federazione degli Stati chiamata Unione Europea.
SEDENTARISMO VS NOMADISMO
Nel processo di formazione degli stati nazionali – iniziato nel Cinquecento – che si conclude con la nascita dell’Unione Europea, si può vede il progressivo cambio di mentalità che porta dalla non accettazione della mobilità (dimostrato dalla proliferazione dei bandi nei confronti degli zingari in tutta Europa medievale), e condanna della doppia cittadinanza, ad una sua valorizzazione e auspicabilità ( e dunque mobilità) da parte dell’Unione Europea ( Lauso Zagato, a cura di, Introduzione ai diritti di cittadinanza, 2011). Anzi, una delle massime tutele dei cittadini europei deriva proprio dalla loro mobilità. Dal loro essere cittadini fluidi ( ibidem). La storia ci mostra come la formazione degli stati nazionali sia nata combattendo la mobilità dei popoli, creando delle categorie da combattere al fine di usarle come esercizio di sviluppo della propria autorità e in questo contesto iniziano i bandi nei confronti degli zingari ( Benedetto Fassanella, Vite al Bando, 2011). In altre parole, la lotta alla mobilità degli zingari del Cinquecento aveva un senso nella misura in cui le persone dovevano costruire le radici di una legittimazione, ma ai giorni nostri non trova spiegazione. Perché tutti i gagè si possono muovere e gli zingari no? Perché i gagè acquisiscono diritti dalla loro mobilità e gli zingari no? Perché nel momento in cui le comunità si immobilizzano gli zingari sono costretti alla mobilità mediante i bandi e ora che le comunità si mobilizzano gli zingari li si vorrebbe immobilizzare? Una delle possibili risposte è che lo stato nazionale ha bisogno di due tipi di umanità per legittimare se stesso: la prima, è l’umanità di prima scelta, conforme che deve stare legata o slegata al territorio in base al concetto di stato, la seconda, è l’umanità scartata, l’umanità anti stato che deve servire da esercizio di potere di un “organismo” che vuole legittimare se stesso e lo zingaro, per antonomasia, è l’ami stato. Lo stato è nato creando quella che gli antropologi chiamano l’ « immagine rovesciata di sé » ( Povolo, Storia del Mediterraneo, Ca’ Foscari Venezia, 2012), inventando un’umanità il cui stile di vita è assolutamente da scartare ( Zygmund Bauman, Vite di Scarto, 2008) che si materializza nello zingaro. Progressivamente si costruisce un’umanità inquinata, poi la si trasforma in umanità inquinante ( Mary Douglas, Purezza e Pericolo, 1970) che rischia di compromettere il progetto statuale. Si crea uno stereotipo di umanità che viene messa al bando ( B. Fassanella, 2011), perché inquinata e inquina, al fine di esemplificare cosa succederà a chi non si sottometterà al potere centrale. Questa idea di stato, sostenuta dalla pratica del bando, porta alla necessaria mobilità dei non conformi che si trovano costretti a vivere ai confini tra uno stato e l’altro ( Leonardo Piasere, I rom d’Europa, 2009). Il confine statuale ha, però, determinato un confine ideale tra i perseguitati e il persecutore al punto tale che le due comunità si sono auto escluse l’una dall’altra mediante la creazione di un muro ideologico, sociale e culturale che ancora oggi persiste. E questo – a mio avviso- spiega perché la mobilità — vera o immaginata- degli zingari è la discriminante che li catapulta nel non riconoscimento e nella discriminazione sociale, giuridica e culturale. A furia di bandire gli zingari, i gagè non sanno più immaginarli capaci di star fermi e questo porta alla discriminazione nei loro confronti. Nascono, così, i muri ideologici
DINAMICA DEL MURO IDEOLOGICO
La dinamica del muro ideologico è ben spiegata da Anna Foa ( A. Foa, Ebrei in Europa, pag, 156, Laterza, 1992) che dimostra come tale muro sia caratterizzato da un fenomeno che rinchiude in sé la reclusione, l’inclusione e l’esclusione. L’ideologia porta all’emanazione di leggi che fanno mettere in atto pratiche di reclusione che, allo stesso tempo, isolano e includono alcune categorie di persone a scopo strumentale: costruire un sentimento identitario all’interno della comunità in cui il “campione” è isolato. Ma nel fare questo, il persecutore non tiene conto di un elemento fondamentale: la reclusione, l’isolamento fisico delle persone porta, inevitabilmente, alla creazione e rafforzamento di un’identità guscio del recluso. Il discriminato prende atto della sua discriminazione e la rielabora per poterla sopportare: per non soccombere, accetta di essere ciò che il persecutore dice di lui, ma dato che è un individuo che deve sopravvivere, si costruisce un identità sulla base del pregiudizio che il persecutore ha di lui ( Goisis, 2013). Il pregiudizio — forse sembrerà banale dirlo- crea pregiudizio. È il caso della creazione dei ghetti, tra il Cinquecento ed il Settecento, come lo è il secolare mettere al bando ( B. Fassanella, 2011) gli zingari, che ai giorni nostri è caratterizzato dalla costruzione / smantellamento dei campi dove vengono stipati i rom. Il primo luogo recintato ad uso umano , da cui poi deriverà il termine “ghetto” inteso come luogo di segregazione e di discriminazione, nasce a Venezia nel 1516 ( A. Foa, Ebrei in Europa, Laterza 1992). Io, però, mi concentrerò sul ghetto di Roma, istituito da papa Paolo IV nel 1556, che ci mostra come l’ideologia venga usata strumentalmente ai fini del potere, creando delle gravissime conseguenze sociali. La cosa sconvolgente è che dal Cinquecento ai giorni nostri la forma propagandistica è la stessa. È un caso esemplare che ci mostra come si costruisce un’ideologia negativa, un pregiudizio, una discriminazione verso un popolo, e come alla base dell’azione autoritaria ci sia sempre un’ideologia, un fine, un’utilità politica, ieri come oggi, conseguita trasformando un elemento neutro, la differenza, in un barriera insormontabile. Trasformando, cioè la naturale differenza che esiste tra gli esseri umani in qualcosa di cristallizzato e monolitico che legittima la persecuzione del diverso. A. Foa sottolinea il muro culturale che nasce dall’isolamento fisico e visivo rappresentato dal ghetto: la costrizione di doversi muovere in uno spazio interno- fisicamente e culturalmente — determina un’ identità isolata rispetto alla comunità che circonda il ghetto -ovviamente, la stessa cosa vale anche per il campo- e dall’esterno cresce lo stereotipo, fino a radicarsi in una ideologia negativa, nei confronti dei segregati ( A. Foa, Ebrei in Europa,).
La prima operazione ideologico/propagandistica nella costruzione di un’ideologia negativa verso un gruppo, ieri come oggi, è quella di legittimare la propria azione facendola percepire come assolutamente necessaria. Per questo propongo, come anticipato nella introduzione, la lettura comparata di un’ordinanza contemporanea (locale.., ma esempio di molti altri possibili “muri”!) e un bando cinquecentesco.
IERI:
« Poiché abbiamo appreso che a Roma ed in altre località sottoposte alla Sacra Romana Chiesa la loro sfrontatezza è giunta a tanto che essi si azzardano non solo a vivere in mezzo ai cristiani, ma anche nelle vicinanze della chiesa senza alcuna distinzione di abito, e che anzi prendono in affitto delle case nelle vie e nelle piazze principali, acquistano e posseggono immobili [ ci siamo veduti costretti a prendere i seguenti provvedimenti» ( Milano 1963:247, in A. Foa, Ebrei in Europa, pag 155, 1992).
OGGI:
«Premesso che
– presso il sito di via Vallenari 19 e 19/A è presente una comunità di etnia Sinti;
Verificate dalla Direzione Politiche Sociali, Partecipative e dell’Accoglienza le gravi condizioni in cui versa la popolazione dei Sinti ivi allocata, e in particolare:
• gravissimi inconvenienti di natura igienico-sanitaria, legati all’inadeguatezza dei servizi igienici (12 turche e appena 4 docce prive di acqua calda per oltre 160 residenti);
• proliferazione di topi e altri animali che rende necessaria l’immediata disinfestazione;
• costrizione alla conduzione della vita quotidiana all’aperto che, con l’approssimarsi della stagione fredda, comporta l’accensione di incontrollati fuochi per potersi riscaldare, nonché la diffusione di malattie; […]
ORDINA
lo sgombero dell’area di via Vallenari 19-19/A […1». ( Comune di Venezia, Ord. Di sgombero del 23 nov. 2009).
Emerge, a prima lettura, la “necessità”, l’ “eccezione”, l’ “emergenza” ( G. Agamben, Stato di eccezione, 2010) dell’azione di forza per porre rimedio a delle “gravi” colpe ( M. Douglas, Purezza e Pericolo, 1996) che hanno le persone da perseguire. Ovvero, la legittimazione dell’azione avviene mediante:
a.la demonizzazione dei perseguitai’ e la loro trasiormazione in quaicosa inquinato: per esempio, dicendo che sono così… non c’è nulla da fare… sono sporchi… mal sani…hanno bisogno di essere salvati ecc. Trasformando il diverso in umanità mal sana, inquinata.
Nel caso degli ebrei del Cinquecento, la loro “sfrontatezza” nel vivere tra la comunità maggioritaria, “azzardando” a considerarsi sua pari, è il segno tangibile della loro inferiorità morale: «[ha loro sfrontatezza è giunta a tanta che essi si azzardano non solo a vivere in mezzo ai cristiani, ma anche nelle vicinanze della chiesa senza alcuna distinzione di abito, e che anzi prendono in affitto delle case nelle vie e nelle piazze principali, acquistano e posseggono immobili [ ]». Gli ebrei sono moralmente impuri e la loro impurezza rischia di contaminare la comunità sana ( ibidem). La motivazione ideologica è di stampo religioso: gli ebrei sarebbero i responsabili della crocifissione e dell’uccisione di Gesù. ( www. Treccani.itienciclopedia). L’accusa di popolo deicida agli Ebrei è un tema che è durato fino al 1965, quando il Concilio Vaticano II — iniziato da papa Giovanni XIII e terminato da papa Paolo VI — abolì la definizione “Ebrei deicidi”. Nel caso degli zingari dei nostri tempi, le loro condizioni materiali di miseria e povertà è il segno tangibile della loro inferiorità, del loro essere infetti, contaminati da qualche strana malattia: quasi che il loro aspetto esteriore fosse un segno tangibile della loro anima infetta: «Verificate[…1» le gravi condizioni igienico-sanitarie dei sinti, il sindaco ordina lo sgombero. Ovvero, gli zingari sono sporchi, puzzolenti, vivono come animali all’aperto ecc. E bisogna allontanarli. Qui siamo ancora in ambito umano. Ma c’è un ulteriore passaggio.
b. la trasformazione del perseguitato in qualcosa di inquinante, in qualcosa che rischia di contaminare la comunità “sana”. Ovvero, disumanizzando il perseguitato si rappresenta la propria azione come assolutamente necessaria.
Nel caso degli ebrei medievali, ciò avviene mediante il vietare loro di «[…1 vivere in mezzo ai cristiani […]», nella misura in cui la parola “cristiano” è sinonimo di uomo intese nella sua massima umanità civilizzata caratterizzata dalla conformità con il resto degli individui della sua comunità. Chi non è cristiano, in un certo senso, non è uomo e lo si deve umanizzare mediante il maltrattamento ( ancora non esistevano i diritti degli animali, tipici della nostra moderna e democratica società di diritto) e si dispone, per ciò, la sua reclusione:«[…] ci siamo veduti costretti a prendere i seguenti provvedimenti». Nel caso degli zingari del nostro presente, la metamorfosi avviene mediante l’esaltazione delle loro pessime condizioni di vita: «Ritenuto che la permanenza della rappresentata situazione igienico-sanitaria costituisce grave pericolo per la salute degli occupanti delle abitazioni vicine, per gli stessi insediati e comunque per l’intera collettività». La comunità bisognosa d’aiuto si è trasformata in un parassita infetto che rischia di far ammalare l’intera società. Preso atto delle loro necessità, non si predispone di un piano per aiutarli, ma si «ORDINA lo sgombero dell’area […1». Probabilmente, la stirpe maledetta non ha ancora espiato le sue colpe ( L. Piasere, La stirpe di Cus, 2011) e basta dichiarare l’azione rivolta agli zingari perché sia moralmente legittimata.
c.Emanazione della legge che porta alla pratica persecutoria e segregazionista:
la bolla Cum nimis absurdum. emanata da papa Paolo IV nel 1555 che “ istituiva il ghetto di Roma” (A. Foa, Ebrei in Europa, pag. 155, Laterza, 1992);
Ordinanza del Sindaco Massimo Cacciari del 23 novembre 2009 che «ORDINA lo sgombero dell’area di via Vallenari 19-19/A(…)».
MOTIVO POLITICO DELLA DISCRIMINAZIONE
Apparentemente, l’azione sembra dettata da una “semplice” convinzione ideologica, ma in realtà, dietro ad entrambe le azioni c’è un motivo politico. Con il Pontefice, siamo in un momento in cui stanno nascendo gli stati nazionali e la legittimazione dell’accentramento del potere e del monopolio dell’uso della forza deve essere giustificato. Ciò avviene facendo percepire al popolo l’assoluta necessità di intervento da parte del potere centrale per garantire l’incolumità del popolo e la pace sociale. Si crea un “nemico” così pericoloso di fronte al quale le persone si sentono minacciate e impotenti a tal punto che accettano volentieri una loro sottomissione ad una autorità “superiore” che manifesta la sua capacità di azione mediante l’emanazione di leggi a tutela della comunità. In altre parole, la ghettizzazione degli ebrei ha uno scopo politico: l’affermazione del potere temporale del Papa. La ghettizzazione è un esercizio di potere. E’ la messa in pratica della teorizzazione/astrazione dell’accentramento e gerarchizzazione del potere. Ciò che mi ha colpito, è l’estrema capacità del Papa di cogliere la modernità dei suoi tempi – su esempio di Venezia crea subito un ghetto – e di anticipare pratiche propagandistiche tipiche dei nostri. La similitudine tra la ghettizzazione degli ebrei di quasi cinquecento anni fa e la campizzazione degli zingari odierni – sia nella sua forma propagandistica che pratica – è sconvolgente e ci catapulta nell’attualità: l’uomo disumanizzato — nonostante la dichiarazione dei diritti degli animali — è ancora strumentalmente maltrattato. L’azione disumanizzante del sindaco di Venezia, al pari del Pontefice di cinquecento anni fa, è politica. Lo sgombero del campo di Via Vallenari è un’azione puramente politica. È un braccio di ferro tra le correnti politiche di Destra e di Sinistra. Lo sgombero è stato una propaganda politica dell’allora Amministrazione comunale che doveva restare fedele a se stessa mediante un’azione ideologicamente paternalistico-filantropica. E’ così che fu rappresentata l’azione. L’assistente sociale che seguì il caso, Radiana Gregoletto, definì lo sgombero come il risultato di un progetto di “ordinaria” amministrazione. La stessa, precisava che non si trattava di uno sgomberi, ma dello spostamento di individui, assolutamente consenzienti, da una realtà abitativa indigente ad una che dava più dignità umana.
E tutto questo avveniva — fa notare la Gregoletto – « mentre gli altri comuni facevano sgomberare i campi senza trovare una soluzione abitativa alternativa». Anche qui la similitudine col passato è forte: L’assistente afferma che lo “spostamento” (da un campo all’altro) è avvenuto per il bene dei sinti, così come lo era la ghettizzazione per gli ebrei: « Nell’arco di due secoli, [ dal Cinquecento] fino al Settecento tutti gli Stati italiani che non avevano espulso gli ebrei finirono per chiuderli nei ghetti». ( A. Foa, 1992) Per gli ebrei di ieri, come per gli zingari di oggi, l’alternativa è espulsione o reclusione.
PIANO IDEOLOGICO
Il piano ideologico in base al quale agisce il Sindaco di Venezia è confermato dalle parole dell’assistente che ribadisce come non ci fosse nessuna emergenza sanitaria derivata dai sinti e che l’indagine igienoco-sanitaria “scientifica” «era solo un pretesto per motivare lo sgombro. Il sindaco lo può fare… – chiarisce la Gregoletto – ». Il Sindaco diventa esecutore di un discorso ideale: agire a favore dell’ordine pre -costituito sulla base di leggi preesistenti in nome della comunità legittima e secondo la sensibilità e l’ideologia della stessa. E’ questo il punto, la sensibilità e l’ideologia della comunità, in nome della quale agisce il Sindaco, che considera legittima l’azione solo perché è rivolta agli zingari. Il Sindaco agisce verso qualcuno che è “altro” rispetto alla sua comunità (anche se le persone in questione vivono in zona da mezzo secolo e sono cittadini italiani). Agisce verso qualcuno che è al di fuori della comunità alle cui leggi deve rispondere. Agisce verso dei fuori legge, ovvero, degli individui che non sono soggetti alla legge della sua comunità perché considerati “eccezionali” . Il sindaco mette in atto un’azione complicatissima che esprime la più profonda cosmologia dei gagè: uno, mai presentare le proprie azioni come dettate dall’ideologia o su base etnica; due, ufficialmente, l’amministrazione pubblica non deve gestire la comunità in modo discrezionale. L’amministrazione pubblica deve, sempre, risolvere i problemi della comunità sulla base di accordi sociali preesistenti. Lo Stato presenta se stesso come comunità fondata sul diritto. La protezione di coloro che sono considerati interni alla comunità, ossia, di coloro che sono considerati cittadini a « pieno diritto» (Lauso Zagato, a cura di, Introduzione ai diritti di cittadinanza, p.15, Venezia, Cafoscarina, 2011) avviene sulla base di una legislazione preesistente. Non è ammesso l’uso della discrezionalità nella gestione della comunità riconosciuta. Ma, la “gestione” del “problema zingari” avviene in forma totalmente discrezionale da parte delle autorità. E ciò mostra che i rom, in generale, sono assolutamente disconosciuti.
UNA PROSPETTIVA DI LUNGA DURATA
Ora, come accennavo sopra, la cosa sorprendente è che, a quasi mezzo millennio di distanza, in una società che proclama l’universalità della pari dignità dell’uomo e dei diritti umani, che si dichiara società di diritto, certe prassi esistano ancora. E lo dimostrano benissimo le continue pratiche di creazione e smantellamento dei campi creati per gli zingari che vengono, paradossalmente, chiamati campi “nomadi” per distinguerli dai campi di concentramento nazisti. Dico paradossalmente perché è assurdo chiamare “campi nomadi” dei luoghi che non hanno nulla a che fare col essere nomadi! A parte il fatto che non tutti i rom sono nomadi, se sono nomadi perché li si rinchiude in un campo? Ho fatto una comparazione tra la creazione dei ghetti del Cinquecento e le pratiche di campizzazione/sgombero dei nostri tempi per dimostrare come certe pratiche persecutorie, che esistono anche oggi nei confronti degli zingari, siano di lunghissima durata: ieri ebrei, oggi zingari, e domani? Come, anzi, le pratiche persecutorie verso gli zingari, siano ormai naturalizzate sia dai gagè che dai rom. Come nel Cinquecento, anche oggi si parte dalla fondamenta ideologiche di stampo etnico — ieri ebrei, oggi zingari — per costruire un umanità non conforme, nei confronti della quale le autorità sono giustificate ad agire con forza. Ma questo atteggiamento non è naturale, bensì un atteggiamento culturale che dura da secoli! Quando finirà?
La procedura ideologica è semplice e avviene mediante:
• l’uso di terminologia specifica che indica una comunità come “altro” rispetto a quella maggioritaria;
• la rappresentazione della comunità oggetto del provvedimento come potenziale pericolo di contaminazione;
• la rappresentazione della comunità vittima come inferiore (e, quindi, colpevole e meritevole di tale azione discriminatoria): nel Cinquecento mediante la sua inferiorità morale. Ai giorni nostri, mediante la sua inferiorità materiale (comunità indigente che vive in grave condizioni igienico-sanitaria). Ovvero, le vittime della segregazione e del pregiudizio sono rappresentate come bisognose di un aiuto, di una correzione, ecco allora che li si chiude nei ghetti/campi per aiutarli, per correggerli. (A. Foa, 1292).
LA CONSEGUENZA DI TUTTO CIÒ, E’
l’appropriazione delle categorie persecutorie da parte del perseguitato per costruirsi una propria identità isolata dal sistema maggioritario e spesso in conflitto con esso. Il perseguitato dà origine a una cultura che genera una società chiusa al mondo che la circonda.
OPINIONE PUBBLICA
Ma c’è una differenza sostanziale tra le due azioni: quella della nostra epoca è un’azione “scientifica”, messa in atto solo dopo aver verificato “oggettivamente” le pessime condizioni di vita della comunità da sgomberare. Inoltre, nella nostra società, l’uso del potere dittatoriale, discrezionale deve essere giustificato, legittimato, a differenza dei papi Medievali poco attenti all’opinione pubblica in materia di dignità umana e che agivano solo su base ideologica. Infatti, al cinquecentesco pontefice basta citare la “sfrontatezza” degli ebrei per giustificarne la chiusura in un ghetto. Ossia, il Pontefice non deve mascherare il suo pregiudizio etnico – i suoi tempi non lo richiedono. Al contrario, al sindaco dei nostri tempi è necessario un attento richiamo alle norme che giustificano l’uso del suo potere eccezionale in modo discrezionale, e per richiamarle viene inscenata un’emergenza sanitaria (S. Jovanovic, 2012) che formalizza l’uso della discrezionalità nei confronti degli zingari. Il cinquecentesco pontefice deve ancora esplicitare l’ideologia che lo spinge all’azione, il sindaco dei nostri tempi non ne ha più bisogno. Basta che l’azione sia rivolta agli zingari ed è moralmente accettata: «Premesso che – presso il sito di via Vallenari 19 e 19/A è presente una comunità di etnia Sinti […lisi] ordina lo sgombero dell’area […] ».
SINTESI
In sintesi, possiamo concludere dicendo che la paura dell’altro – forse- è umana e tollerabile, ma usarla a scopo strumentale, per coltivare e rinforzare una certa fede filosofica o sociale, è di fatto omicidio. Usare la paura dell’altro per alterare la percezione del pericolo della “propria” comunità umana nei confronti di un’altra comunità umana disumanizzando quest’ultima e trasformandola in parassita pericoloso per la propria società (S. Jovanovic, 2012) non solo non è tollerabile, ma è assolutamente da condannare. Un società – come quella in cui viviamo – che si dichiara razionale, scientifica, moderna, umanitaria, democratica, civile, di diritto, rispettosa dei diritti umani, e anche di quelli degli animali, e del suo prossimo, interculturale — non può plasmare un’umanità il cui principio fondamentale è evitare la contaminazione. Non esiste la cultura pura e di conseguenza non esistono le società pure sterilizzate da ogni forma di diversità.
Ciò che mostra questa mia breve analisi è che le gerarchie sociali hanno sempre qualche interesse che le porta a costruire dei muri di intolleranza che possono assumere svariate forme, ma noi singoli individui abbiamo il libero arbitrio di scegliere se aderirvi o meno.
Bisogna fare una critica dell’altro, ma bisogna anche fare una autocritica. Non dobbiamo abituarci all’intolleranza, alla discriminazione, alla indifferenza, all’odio verso il diverso da noi, al razzismo istituzionale, sociale e culturale. Non dobbiamo negare a noi stessi la possibilità di migliorare il nostro rapporto con l’altro, la nostra tolleranza e accettazione del diverso.
L’espulsione degli zingari – intesa anche come persecuzione/segregazione/tortura – è una pratica secolare che nella nostra Era viene riutilizzata mediante la costruzione, lo sgombero, lo smantellamento dei campi per zingari e il tollerare la loro presenza nei luoghi di scarto. E’ un rito, un momento in cui la società riflette sul tipo di umanità che vuole costruire, un momento di propaganda delle proprie antropologie implicite. Ma a differenza delle “società primitive” in cui questa riflessione avveniva in un momento predeterminato, al fine di dare all’individuo la libertà di esprimere la propria ‘umanità’, nella nostra società ciò avviene in modo continuo e quotidiano per non darci il tempo di riflettere e percepire, così, le pratiche persecutorie e discriminanti come qualcosa di naturale e indispensabile. La secolare persecuzione verso gli zingari non solo ha creato un muro ideologico “invalicabile”, ma ha anche blindato il pensiero e la capacità critica degli individui. La caratteristica della nostra società è quella di non limitarsi a “civilizzare” le persone, ma di renderle disumane e far passare questa disumanizzazione collettiva come il massimo benessere, individuale e sociale, auspicabile. Gli zingari vengono presentati come “altro” rispetto alla società, ma non è così. Gli zingari non sono “altro” rispetto alla società, ma sono una componente della società. Gli zingari non sono alieni, non sono persone sub-umane arrivate da chi sa dove, sono la componente sociale le cui istanze non hanno trovato nessun uditore. In questo senso sì che sono lo “scarto” della società, ma perché la società è incapace di ascoltare e dar voce a tutte le sue componenti sociali e ha rafforzato questa mancanza costruendo delle barriere percettive/ideologiche che hanno ucciso le istanze non ascoltate…
Concluderei questo incontro con un umile adesione all’invito di Foucault:
«Interrompo qui questo libro che deve servire da sfondo storico a diversi studi sul potere di normalizzazione e sulla formazione del sapere nella società moderna» ( Michel Foucault, 1997. explicit di Sorvegliare e punire)
Ovvero, il mio invito è quello di guardare in profondità la storia ( di ieri e di oggi), analizzare le dinamiche che fanno nascere il pregiudizio, la discriminazione e la soggezione tra individui e tra culture. Bisogna riflettere sul proprio vissuto per determinarne le criticità e poter arrivare a un dialogo collettivo tra rom e gagè, nel pieno rispetto delle rispettive differenze. Solo così la differenza non sarà più strumento di umiliazione e sottomissione. I gagè non potranno più sbandierare la differenza etnico-culturale dei rom per discriminarli. Rom e gagè devono riflettere sulle rispettive culture, società, categorie e trovare un dialogo rispettoso della reciproca umanità differenziata. Non è facile, ma è possibile! I rom devono rivedere alcune delle proprie strategie sociali più critiche. Non devono certo soccombere, ma devono smussare le loro spigolature più acute, se vogliono il dialogo rispettoso. I gagè devono smettere di disumanizzare e maltrattare gli zingari, ma il riconoscimento degli zingari dipende anche da loro. Dipende dalla loro capacità di autocritica, dalla loro capacità di coesione, dalla loro capacità di dialogare con il diverso da loro, dalla loro capacità di dimostrare che non sono “inferiori” ai gagè. Rom e gagè devono dialogare, comunicare, riconoscersi reciprocamente. Devono far sì che le rispettive società/culture non costituiscano più un reciproco ignoto che paralizza e porta al pregiudizio e alla discriminazione. In sostanza, i rom devono smobilitare i loro diritti e la loro cultura mediante la scolarizzazione- anche delle donne!- , la riflessione sulla propria situazione interna ed esterna e il dialogo, alla pari, con i gagè. I rom devono dare vita ad un “partito politico” internazionale che promuova una profonda conoscenza di quali sono i loro diritti e doveri umani, civili e politici. Devono mobilitarsi mediante una rigorosa analisi delle loro attuali condizioni: da che cosa sono originate e quali possono essere le possibili soluzioni. Ovvero, iniziare a dotarsi degli strumenti necessari per un cammino basato sulla pari dignità tra esseri umani e porre fine al secolare «spregio» basato sulla privazione dei diritti e l’emarginazione sociale derivata dal non essere riconosciuti come persone capaci di intendere e volere ( A. Honneth, Riconoscimento e disprezzo, p.27, 1993).
Noi romnia siamo pronte a lottare contro il secolare maltrattamento e umiliazione… e gli uomini?

 

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