sono razzisti gli italiani?

 

“Io non sono razzista, ma…”

contro il razzismo

 

 

 

“ognuno di noi può diventare discriminante, a partire dai piccoli comportamenti quotidiani. E’ bene acquisire la consapevolezza che anche una parola, una banale parola, può trasformarsi in gesto di intolleranza, o essere sentita come tale” : così R. Grassi a proposito del razzismo degli italiani analizzato in un’indagine  per “Famiglia Cristiana” dalla SWG sugli “Italiani e la discriminazione”

 Alberto Raggia( in “www.famigliacristiana.it” del 23 ottobre 2014) così ricostruisce sinteticamente l’indagine:

 

razzismo

Gli italiani sono buoni o cattivi? Razzisti o tolleranti? L’indagine realizzata per “Famiglia Cristiana” dalla SWG sugli “Italiani e la discriminazione” non ha lo scopo di dare il voto in condotta al nostro Paese.

“Il senso della ricerca – spiega Riccardo Grassi, direttore Ricerca della SWG – che sposa bene lo scopo della campagna lanciata dal vostro settimanale,è un altro e cioè che sentirsi discriminati può riguardare tutti; e che ognuno di noi, allo stesso tempo, può diventare discriminante, a partire dai piccoli comportamenti quotidiani. E’ bene acquisire la consapevolezza che anche una parola, una banale parola, può trasformarsi in gesto di intolleranza, o essere sentita come tale. Ed è altrettanto  importante saper reagire positivamente a situazioni negative che ci coinvolgono in questo senso, senza finire con l’alimentare la spirale dell’odio sociale. La questione fondamentale è aiutare le persone a essere ‘generative’, capaci, cioè, di elaborare cultura della vita. Ma non solo per gli altri, ma anche nei confronti di se stessi”. L’assunto di partenza dell’indagine è che per orientarsi nell’insieme delle relazioni che caratterizzano la quotidianità, tutti noi dobbiamo usare strumenti di pre-comprensione della realtà basati sia sull’esperienza individuale (“cosa m’è accaduto in una situazione del genere?”), sua su quella collettiva (“che si dice in giro su quanto sarebbe accaduto ad altri in una situazione del genere?”). Insomma: l’esperienza vissuta assieme a quanto mi dicono i media, le agenzie educative e la famiglia su un determinato tema sono il bagaglio necessario che costituisce sempre la nostra “visione del mondo”, che a volte può generare atteggiamenti e comportamenti discriminatori. “Alla radice della discriminazione – osserva Grassi -spesso vi sono le esperienze personali, le emozioni negative, in particolare quelle di paura e di invidia, che riducono la nostra capacità di analisi ed interpretazione razionale delle situazioni”. La ricerca ha sottoposto agli intervistati otto situazioni tipo (dal “vedere per strada due omosessuali prendersi per mano”, a “essere fermati da persone di colore che vendono merce”), misurando le emozioni riferite per ciascuna di esse. I risultati evidenziano come vedere persone che chiedono la carità, un tossicodipendente accasciato su una panchina o un gruppo di persone Rom generino prevalentemente emozioni negative: disagio nei confronti dei mendicanti (32% degli intervistati), rabbia verso i tossicodipendenti (29%) e paura nei confronti dei Rom (25%).

razzismo rom

“Il pregiudizio è una categoria interna al nostro modo di leggere la realtà in modo emotivo. Così può accadere, per restare aderenti alla cronaca recente, che dei genitori impediscano a una  bambina africana di entrare a scuola, per l’irrazionale paura di un contagio di Ebola”, aggiunge il direttore ricerca di SWG. “Un importante ruolo nella creazione del pregiudizio lo hanno certamente i media, la tv, ecc.. E’ innegabile che se vengo bombardato ogni giorno dallo slogan ‘magro è bello’, rischio di discriminare le persone grasse. Ma al di là della narrazione collettiva, che può essere più o meno ‘cattiva’, c’è poi la personale rielaborazione nel nostro ambiente di vita che fa il resto. Se per esempio stigmatizzo negativamente un rom, passeggiando con mio figlio, è probabile che inneschi un pre-giudizio nella sua visione della realtà che un domani potrebbe portare ad atteggiamenti di intolleranza”. Le parole pronunciate non sono indifferenti. E anche chi si definisce“non razzista” per principio, magari lo è nei fatti e nel linguaggio

no razzismo

“E se due intervistati su tre dichiarano di aver sperimentato almeno una discriminazione ai loro danni, significa che l’intolleranza non è solo un tema sociale sensibile ma un ingiusto vissuto in prima persona. Pertanto si tratta di fenomeni a cui dare la massima attenzione, anche per mettere in atto una reazione positiva che elabori l’episodio discriminatorio, o vissuto come tale, per uscirne senza danni. Ciò è utile soprattutto quando si tratta di minori”, conclude Grassi  

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