non se ne può più! … un grido contro ogni ‘missionario’ o ‘civilizzatore’

 

contro chi porta la “civiltà”

a proposito del modo ignorante e ‘violento’ con cui in genere guardiamo ai Rom e ai ‘campi’ in cui molti di loro abitano: una bella riflessione di Marcello Palagi, all’insegna della tesi ragionata che:

si può davvero incontrare l’ ‘altro da sè’ solo come ‘traditori’ della propria parte

Marcello

Non se ne può più. dei sedicenti esperti e del volontariato beneficente, delle onlus a pagamento, degli amministratori democratici e fascisti e  dei ministri che  per far la concorrenza alla Lega sgomberano rom e immigrati, ma soprattutto  di  tutti quelli che sanno  come si dovrebbero risolvere i problemi dei rom e dei sinti, che poi sono i problemi che abbiamo noi nei loro confronti. Lasciamoli perdere gli “zingari”, non occupiamocene e non preoccupiamocene più. Più ci si occupa e preoccupa di loro e più i loro problemi crescono e  più diventano difficili i rapporti con loro. Più ne neghiamo la cultura e l’identità e vogliamo assimilarli e più siamo portati a perseguitarli, escluderli, respingerli ai margini più bassi della nostra società.  Quanto più ci dedichiamo al loro “bene”, a igienizzarli, a sedentarizzarli,  a edilizzarli, a residentarizzarli,  a domiciliarli, ad alfabetizzarli, a scolarizzarli, storiografarli, fotografarli, documentarizzarli, reportarizzarli, narrarli., onestizzarli, moralizzarli,  tanto più facciamo danni.
Esperti improvvisati

Uno va in un campo di “zingari” un paio di volte e, se non ci scrive subito un libro o gira un documentario per ammannirci la sue scoperte “antropologiche”, si sente autorizzato a far proposte e progetti su come tutelare la loro cultura e risolvere i “loro” problemi: insegnargli a vivere come si deve, a “educare” i figli,  a diventare simili a noi, a lavorare come noi, ad abitare come noi, a fare meno figli, ad abitare nelle case popolari.

La moda dello smantellamento

Oggi, l’ultima moda è quella di dire che i campi rom sono uno scandalo, che vanno aboliti con le ruspe per dare a chi li abita una casa popolare. Ma mentre gli sgomberi sono già iniziati, manu militari,  e si chiudono sempre più aree di sosta, le case agli sgomberati non gliele dà nessuno, sono una merce così rara che difficilmente può capitare a una famiglia  rom e se gli capita, si assiste regolarmente alla sollevazione dei coinquilini che non vogliono convivere con loro. L’abolizione dei campi è quindi solo propaganda politica. Il fine vero di tanti discorsi, compresi quelli del ministro Alfano, non è quello di dar loro una casa, ma solo di controllarli e abolire i loro modi di vivere e tra questi, il nomadismo che continua a riguardare, in Italia, almeno un 40% di loro, è al primo posto. Perché il nomadismo – si dice –  è un modo di vivere storicamente superato e indegno  e  non avrebbe neanche mai fatto parte della cultura rom, che avrebbero nomadizzato solo perché costretti dai sedentari. Naturalmente mentre si predica la necessità di stanzializzarli, il programma delle ruspe, diventato universale, da destra a sinistra, si traduce nella distruzione dei loro pur precari e indegni baraccamenti, per cacciarli in mezzo alla strada dove le condizioni di vita sono ancor più precarie, indegne e antiigieniche.

Giustizia feroce

E per chi insiste nel voler restare nomade   si predispongono feroci provvedimenti e discriminazioni: l’esclusione dall’assistenza sociale e sanitaria, la perdita della patria potestà e l’inserimento dei figli in strutture “protette” in attesa di adozione, pratiche queste diventate tristemente abituali grazie all’assistenza sociale e i tribunali dei minori. I rapporti della giustizia e dell’assistenza sociale con i rom sono infatti quasi sempre sbrigativi e feroci. Perchè c’è la convinzione che i rom, siano quasi tutti dediti alla microcriminalità, per cui, anche a sparare nel mucchio, si farebbe sempre centro, Per i rom non scatta mai la prescrizione, venendo regolarmente processati per direttissima e se devono andare in galera ci vanno e stanno, altro che arresti domiciliari a 4 ore settimanali di “assistenza” a vecchi non autosufficienti!

Civilizzatori a progetto

Intorno ai rom e ai sinti  si muovono, a parte l’assistenza sociale per lo più ostile, quasi esclusivamente improvvisatori buonisti del volontariato che fanno più danni che la grandine, perchè sono  appunto  convinti di sapere, loro, cos’è il bene per gli “zingari” e vogliono redimerli, salvarli, inserirli, liberarli dalla loro arretratezza, devianza e incapacità di autoregolarsi e anche farsi pagare per questo. Inutile nasconderselo, il volontariato  c’è andato a nozze con i rom e ci ha guadagnato, con le migliori intenzioni e per il bene dei rom, naturalmente : un progettino oggi e uno domani e il gioco è fatto. Incompetenti totali sono andati nei campi ad alfabetizzare, a insegnare mestieri fuori mercato dei rom, ai rom, come la battitura del rame o il cucito alle donne,  a intrattenere  i bambini con giochi e metodi disciplinari che niente hanno a che fare con i loro modi di vivere ed educare le nuove generazioni. E’anche probabile che, da qualche parte, i gruppi di volontari siano stati inconsapevolmente manovrati da cattivisti mafiosi che
si aggiudicano appalti e finanziamenti e li subappaltano, a prezzi scontatissimi, agli ingenui buonisti. I  più furbi dei volontari, però, capito il gioco,  hanno stabilizzato il loro interventismo, mettendo in piedi onlus che organizzano convegni, si autopatentano esperti e accedono ai finanziamenti pubblici con cui inviano inutilissimi e dannosi operatori nei campi,  elevano proteste in nome dei diritti dei rom e contro gli sgomberi e predicano la necessità che ai rom vengano dati appartamenti in case popolari, perchè, anche loro credono che i rom siano diventati nomadi per costrizione, pregiudizi e persecuzioni. 

La scienza dell’omologazione

Anche  gli antropologi accademici, che hanno a che fare, come consulenti, con gli enti pubblici e i loro emolumenti, sono tra i sostenitori dell’accasamento dei rom e pontificano sulla loro testa: ormai il nomadismo è finito, si tratta di una fase storica superata, sono i rom che vogliono avere una casa popolare, sono pochi quelli che ancora si muovono, eliminiamo perciò i campi degradati e degradanti. Portatori di civiltà e progresso umanitari, anche loro sanno a memoria quale sia il bene per i rom che non è, evidentemente, quello di poter decidere per se stessi, se andare ad abitare in case o se stanzializzarsi e  vivere nei campi o continuare a nomadizzare.  E’ devastante questa crescita esponenziale dell’interesse buonista e assistenziale per i rom. Si preparano tempi sempre più bui per i rom  con tanta gente che li studia, classifica e vuole fargli cambiare vita. Fascisti e nazisti cominciarono ad “occuparsi” dei rom, sulla base degli studi di eminenti scienziati e antropologi dell’epoca che con le loro schedature ed elucubrazioni teoriche giustificarono concentramento e sterminio.

I progetti non funzionano

Ma i motivi per cui credo non si debbano fare progetti sui rom e per i rom e, neanche, formalmente, con i rom, sono anche altri: perchè non hanno mai funzionato (campi, scolarizzazione, corsi di formazione professionale,  inserimento lavorativi, inserimenti in case popolari, ecc.) essendo solo progetti nostri, per controllarli, assimilarli, renderli “normali” e non per favorire le loro scelte in autonomia.La cosa peggiore che si possa fare è quella di decidere per gli altri e sugli altri, per “portargli la democrazia e la civiltà”.

Andare dai rom: come e perché?

Ci si va in tanti modi dai rom. Come le forze dell’ordine, a far le perquisizioni alle 5 del mattino,  a  sgomberarli con le ruspe, a buttarli in mezzo alla strada.  Come i “benefattori” che vanno a far loro del bene, gli  portano vestiti dismessi e un pacco di pasta o una bottiglia d’olio o le scatolette di carne  confezionate dalla Comunità Europea per “gli indigenti” coi surplus delle sue produzioni.  Come gli studiosi per conoscerne la cultura e scrivere su di loro libri e saggi e per dire alle istituzioni come “integrarli”. Come gli assistenti sociali che vogliono scolarizzarli, igienizzarli, vaccinarli e inquadrarli. Come quelli che vanno a fare il doposcuola nei campi per alfabetizzarli. Come i sindaci che oggi si illudono di “normalizzarli” con i patti di legalità e convivenza, ecc. Vanno, passano il confine, entrano in territorio rom, un territorio antropologico, ma anche fisico, provvedono ai propri interessi, dettano le loro regole e tornano indietro. Hanno sempre fatto così i neocolonizzatori, anche quelli che vogliono essere comprensivi e disponibili, scientifici e rispettosi delle culture altre, finiscono per farne le mappe e per indicare le strade per ulteriori invasioni, conquiste, sottomissioni, reclusioni, esclusioni, colonizzazioni, stermini, genocidi, assimilazioni, marginalizzazioni. Anche se i rom continuano a opporre resistenza ai provvedimenti istituzionali e beneficenti a loro “favore” e a vanificarli sistematicamente, deludendone i promotori che si meravigliano e scandalizzano, altrettanto sistematicamente, di tanta  irriconoscenza nei confronti di quanti si danno tanto da fare per il loro bene. Ma quante sono le sofferenze che devono affrontare i rom per far fronte a tutte queste attenzioni beneficenti?

Varcare il confine del territorio dei rom

Penso che condizione preliminare per poter frequentare e capire rom e sinti è fare una scelta di campo, una scelta di carattere politico; bisogna “tradire” la propria parte (i gagé), fare un “buon uso del tradimento”, scegliendo di passare al nemico, armi e bagagli, senza progetti di “conquista” e senza la presunzione di appartenere a una civiltà superiore, tagliandosi tutti i possibili ponti alle spalle. Perchè stare dalla parte dei rom e dei sinti, significa scegliere di essere contro la nostra società, la sua cultura, le istituzioni dominanti, non collaborare e sapere che fino a quando questa società avrà il dominio, non ci sarà rispetto e pace per le minoranze, per i più deboli, per i marginali.

Il mondo dalla parte dei rom

La visione del mondo che si può avere, in un campo rom o a un semaforo a lavar vetri e a chiedere l’elemosina, o, oggi, su una barca di clandestini, non ha niente a che spartire con quella di chi si “occupa” di risolvere i loro problemi  istituzionalmente o volontaristicamente. Sono diverse, opposte, conflittuali, non pacificabili. E allora, per tentare di capire e stabilire rapporti con i rom e i sinti, bisogna varcare il confine ed entrare nel loro territorio, culturale e fisico, in modo diverso, opposto rispetto a sindaci, istituzioni, studiosi, progettatori del bene altrui.  Bisogna entrarci da “traditori” della propria parte, per consegnarsi all’altra parte, senza riserve, per scelta di campo e non per farci escursioni istituzionali e di studio. Bisogna imparare concretamente, sulla propria pelle, la rinuncia a convinzioni e valori secolari e radicati, alla mentalità che dà per scontato che l’Occidente e i suoi “valori” siano il metro di misura di ogni cultura, civiltà, società, democrazia, stato, modello di sviluppo, ecc., per poter guardare il mondo con altri occhi e altri valori e prospettive anche pratiche, per acquisire altre mentalità, per conoscere, pensare, progettare, se dovesse essere, con l’altra parte, al suo seguito, sempre un passo indietro e non al suo posto e mai per guidare e fare i salvatori. Se ci vai  da “traditore”, tra i rom, stabilisci uno scambio ineguale, in perdita; ti ci insedi come  infima minoranza immigrata ed esule, in una società remota da quella di origine. E  realizzi  un rapporto rovesciato rispetto a quello che i rom hanno con la società gagì; sei tu l’ospite, l’immigrato, lo straniero, il nomade di passaggio, l’irregolare, dai costumi diversi e strani, quello che non ha la loro lingua e da cui non ci si può attendere molto, perché precario ed estraneo alla loro cultura, anche se vieni accolto e trattato con gentilezza e rispetto. Sei tu il  barbaro. Bisogna andarci liberi, senza progetti di nessun tipo per e sui rom. Ma non devi neanche diventare il loro gagiò.  E il rapporto con loro deve restare gratuito e senza secondi fini che vadano oltre il rapporto stesso. In altre parole chi “tradisce”  non deve “occuparsi” dei rom. E neppure preoccuparsene. C’è già troppa gente, oltretutto, che lo fa e che cerca di redimerli, salvarli, civilizzarli. 

Non sono il Paradiso Terrestre

Non vado in cerca del paradiso terrestre né di un’umanità speciale. I rom donne e uomini come tutti; hanno solo stili di vita diversi da quelli diffusi tra noi, ma in questi giochi sulle loro teste e contro di loro, ci mettono anche del loro: i loro errori, opportunismi, calcoli sbagliati, egoismi,  rivalità e divisioni al loro interno, paure e frustrazioni, pregiudizi, che contribuiscono a far crescere le diffidenze e il clima di ostilità intorno a loro, tra pregiudizi positivi e negativi. Sarebbe un errore idealizzare a vita dei rom. Sono donne e uomini come tutti. E ci sono  molte sofferenze, molte forme di oppressione, molta ingiustizia e violenza nella realtà quotidiana di rom e sinti, subite e fatte subire. Ci sono disuguaglianze insopportabili, forme di prepotenza e di soggezione gravi (e non mi riferisco ai bambini che vanno a chiedere l’elemosina). In poche parole è molto faticoso vivere da rom e non ci sono per loro maggiori garanzie di una vita disinteressata, altruistica, solidale di quante non ce ne siano per noi e lo stereotipo del rom fiero, generoso e libero non ha molto a che fare con la realtà. Non ci sono insomma molti zingari felici.

Una visione minoritarie e originale del mondo

Eppure, al di là di tutto, hanno elaborato per tutti, anche per noi, senza volerlo, una visione minoritaria, originale, del mondo; strategie e modi per sopravvivere e salvarsi che non hanno bisogno, prescindono della potenza e dal potere istituzionalizzati. Fondamentale, la loro dimensione conviviale, se così si può dire, dell’esistenza, che diventa profetica e critica del presente, la sola che possa permetterci di “possedere la terra” e di salvarla, e anche la loro “deconnessione”, cioè il loro rifiuto di accogliere la nostra civiltà e i suoi modelli di vita all’interno della loro, senza riadattarseli, modificandoli  e stravolgendoli, sottraendosi cioè ai modelli di produzione, di lavoro, di consumo e di rapporti con gli uomini e l’ambiente propri delle società stanziali industriali e postindustriali. In altre parole: i loro stili di vita, totalmente altri rispetto ai nostri e con caratteristiche non esportabili facilmente in altre situazioni, attestano però che l’uomo può organizzare in positivo, la sua esistenza, nella società occidentale dei consumi (ma non solo in questa, anche se è rispetto a questa che i loro modelli ci interessano), in modo “deconnesso” (Samir Amin),  senza farsi fagocitare da essa. Anche se potrebbe darsi che, alla fine, i rom  decidano o siano costretti ad aderire senza riserve ai nostri modelli di vita, così invasivi e forti; è già successo – delle 12 tribù di Israele, ne tornarono solo due da Babilonia -, ma per ora non sembra.
Abituati a resistere Rom e sinti, non devono essere civilizzati e salvati da niente, hanno solo bisogno di essere rispettati in amicizia, riconosciuti come umanità a pieno titolo che, come il resto degli uomini, ha un suo patrimonio culturale, spirituale e di esperienze da poter scambiare alla pari. Sono loro, semmai,  che ti stanno salvando, nel momento stesso in cui, con grande presunzione, pensi di aver qualcosa da insegnargli. Sono loro che ti insegnano qualcosa, senza saperlo e senza intenzione, a relativizzarti, non perché siano portatori di chissà quale saggezza antica e segreta o di qualche autenticità e spontaneità ancestrali, ma, perché rifiutano di diventare come noi, i nostri modelli e progetti, non opponendosi esplicitamente e direttamente, ma vanificandoli rendendoli impraticabili, per il solo fatto di restare se stessi. Sono abituati a resistere.

 
Cosa vado a farci? Niente

Ecco perchè a chi mi domanda cosa vado a fare tra i rom e i sinti e cosa faccio per loro, rispondo. – “Niente”. Non faccio niente e non voglio fare niente. Mi piace frequentarli, prendere il caffè con loro, partecipare a qualche festa, chiacchierare di tutto e niente, stare ad ascoltarli, scoprire come loro vedono il mondo, prendere coscienza della diversità e della marginalità che riguardano anche me, senza scandalizzarmi, senza pretendere di insegnargli niente, senza volerli redimere, senza volerli alfabetizzare, senza volergli imporre la mia morale. Solo se c’è da difendere dei diritti… Certo dietro tutto questo c’è anche la mia storia
personale, che forse mi ha aiutato a fare queste scelte. Quando vado in un campo, sono ospite e in casa d’altri, e devo avere ben chiaro questo. Devo rispettare chi mi ospita, la sua casa, i suoi modi di vivere, i suoi segreti. Quello che vedo, sento, capisco deve restare tra me e me, per rispetto; non devo  divulgarlo, non devo comunicarlo ad altri. Come quando si va in casa di amici, se vedo qualcosa che non mi piace, non per questo lo vado a dire in giro e mi permetto di criticare i miei ospiti. Sono io che devo adattarmi a loro, per amicizia, altrimenti posso decidere di non andarci più. Quando vado da loro, so di restare gagiò, diverso, ma scelgo di essere solidale con loro, con i loro diritti fondamentali, il loro diritto alla libertà e all’autodeterminazione, come con degli amici. Non faccio progetti su di loro e comunque sia, anche un eventuale fare, lo può insegnare solo la frequentazione. M. P.

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